Gezim Hajdari, Poesie, Alzati Gesù, prendi la frusta, Chiodi dell’esilio, da Cresce dentro di me un uomo straniero, testo albanese a fronte, Ensemble, Roma, 2020, pp. 168 € 15 Lettura di Giorgio Linguaglossa

Gezim Hajdari nel suo studio

[Gezim Hajdari nel suo studio]

Lettura di Giorgio Linguaglossa

in Essere e tempo di Heidegger (1927) l’esserCi è caratterizzato dalla reciproca e intima connessione di tre «esistenziali»: Befindlichkeit (come ci si trova), Verstehen (la“comprensione”, cioè l’orientamento in cui ci si trova), Rede (il “discorso”, il mondo di parole in cui ci si trova). Queste dimensioni dell’esistenza nel loro insieme costituiscono l’apertura del «mondo» (l’autoaprentesi) in cui l’esserCi (l’uomo) si trova radicato nella «terra» (l’autoschiudentesi). Ora, la terza di queste dimensioni coappartiene alle altre due, il che implica che l’esserCi è «gettato» nel mondo ed è costretto ad orientarsi in un universo di parole che non conosce e che gli sono estranee. Ma è mediante le parole che i «fenomeni» possono essere esperiti in quanto sono portati dal linguaggio. Ad esempio, la parola «sedia» non solo pre-orienta il nostro rapportarci alla «sedia» ma anche la cosa stessa ci viene incontro tramite la parola, cioè la «sedia». Noi dunque non facciamo mai esperienza di «cose» che poi interpretiamo in un secondo momento a partire da un orizzonte linguistico dato, questa infatti è la concezione che ha l’ermeneutica, ma abbiamo sempre a che fare con «cose» in quanto sono dette, parlate, hanno un nome. Infatti, se mancano le parole la «cosa» diviene sfuggente, letteralmente ci sfugge.

Ora, di fatto, nella poiesis la parola «manca», è destino della parola mancare, esser mancante, altrimenti non ci sarebbe poiesis, ci sarebbe il plenum, la plenitudo dei mistici che è altra cosa che qui non interessa. Questa negatività (data dalla mancanza) predispone la parola ad una pre-comprensione, che è già in sé un destino nel senso di un tramandamento in quanto ogni parola porta con sé la negatività del suo non essere completa, e porta con sé l’erranza delle parole in quanto erranee, frutto di erranza e di errore. È questa la ragione per cui molti poeti soffrono, a livello esistenziale e linguistico, di erranza e di errore, proprio in quanto essi vengono trascinati verso queste configurazioni esistenziali, proprio in quanto infirmati dalla negatività originaria delle parole.
Il tramandamento delle parole trascina con sé il tramandamento delle cose nella memoria degli uomini e nell’orizzonte degli eventi. E, con il tramandamento, inizia la storia.
La poiesis narra questo tramandamento, questo errare nel tramandamento.

Questo è il caso esemplare di Gezim Hajdari, la sua poesia ha sempre seguito il corso del tramandamento storico dell’erranza e dell’esilio della parola. Hajdari è un poeta albanese in auto esilio, giunto in Italia all’inizio degli anni novanta è qui che ha trovato una nuova patria. Ha fatto tutti i lavori per sostentarsi, anche i più umili, ma con la fronte ben alta e la schiena eretta. È sempre stato un fiero oppositore politico della demoKratura vigente in Albania, la sua patria. Ma, si sa, l’Italia non ama gli uomini coraggiosi, non ama gli oppositori dei regimi totalitari e delle demoKrature e, tantomeno ama i poeti, per cui un duplice disinteresse ha sempre mostrato verso il poeta albanese in esilio: troppo ingombrante, non addomesticabile, imprevedibile e, quindi, inaffidabile. E poi la sua poesia è troppo dissimile dal linguaggio stereotipato della poesia maggioritaria in vigore in Italia da tanti decenni, intimamente ingovernabile e riottosa ad ogni addomesticamento e ad ogni accomodamento. E così il destino di Gezim Hajdari è stato segnato: il disinteresse ed il silenzio generale.

Come per ogni esule, com’è avvenuto per Brodskij, la storia si è fermata nel momento dell’esilio, di lì ha avuto un nuovo inizio. La poesia di Hajdari segna il riinizio della storia del suo paese, segna una cesura e una ricucitura, è un ponte interrotto perché crollato e non più ricostruito. E così il canto dell’esule è diventato il canto di una nazione, l’espressione di una lingua sotto il peso della umiliazione e dell’angoscia. Hajdari è forse l’ultimo poeta europeo guidato da una visione tragica della storia e dell’esistenza, è l’ultimo poeta europeo che fa poiesis dai tratti epici, contrassegnata da stacchi acutissimi e da arditissime metafore ed iperboli. È la poiesis di un ponte rotto e non più riparato, perché quelle ferite non sono ormai più sanabili e il poeta albanese è costretto a portarsi dietro, nel tramandamento, la valigia delle aspirazioni e dei sogni traditi. È l’atto della storicizzazione dell’arte, è da qui che la storia può prendere un nuovo inizio, grazie alla poiesis.

Heidegger scrive che

«Quando l’arte si storicizza, si ha nella storia un urto, e la storia inizia o riinizia. Qui“storia” […] è il risveglio di un popolo ai suoi compiti, in quanto inserimento in ciò che gli è stato affidato. […] L’arte è storica e come tale è la salvaguardia fattiva della verità in opera. L’arte si storicizza come Poesia. La Poesia è instaurazione nel triplice senso di donazione, fondazione e inizio».1

L’arte viene così ad indicare il luogo originario in cui abita l’uomo. Riprendendo un verso di Hölderlin in cui il poeta dice: «Pieno di merito, ma poeticamente, abita / l’uomo su questa terra», Hajdari con le sue parole esprime l’impossibilità per la sua poiesis di uscire fuori da questo sortilegio che la vede relegata nel suo destino di abitare «poeticamente» il mondo dell’indigenza dello spirito e della povertà.

Intorno al 1919 Osip Mandel’štam scrive il famoso saggio Sull’Interlocutore, centra la sua attenzione critica sul problema ignorato dai simbolisti: «Con chi parla il poeta?». Ecco, non avendo una risposta soddisfacente, vorrei fare la stessa domanda ai lettori: Con chi può parlare un poeta come Gëzim Hajdari  in esilio?

1  M. Heidegger,  L’origine dell’opera d’arte in Sentieri interrotti, cit., p. 60

Gezim Hajdari a Venezia
Gezim Hajdari a Venezia

Intervista di Alida Airaghi

https://www.sololibri.net/Intervista-Gezim-Hajdari-poesia-impegno-esilio.html

Tratto dalla recensione di Fulvio Pezarossa, pubblicata sulla rivista Insula europea.

 “Morire in altra lingua”. Nuovi versi dall’esilio di Gëzim Hajdari

20 Aprile 2020 Fulvio Pezzarossa

‘’Stimola contraddizioni la lettura del nuovo e rilevante contributo che Gëzim Hajdari ha da poco offerto alle nostre lettere, a quelle europee e non solo, con la raccolta bilingue Cresce dentro di me un uomo straniero / Rritet brenda meje një njeri i huaj, Roma, Ensemble, 2020. Nel volume in immediato si rintracciano la certezza di punti fermi, la caparbietà di un progetto a lungo termine, l’ostinazione a credere in valori millenari filtrati dalla invenzione scritta, persistenti a fronte di un mutamento epocale di paradigma, che tutto appiattisce, frammenta, disconosce e distrugge, proprio a far capo dallo status che l’autore porta, esibisce, coltiva: quello di esule, migrante, rifugiato, altro e diverso, nello spazio e nel tempo.’’

Gezim Hajdari Siena 2000
Gezim Hajdari, 2000

Gezim Hajdari da Cresce dentro di me un uomo straniero / Rritet brenda meje një njeri i huaj). Edizioni Ensemble 2020

Alzati Gesù, prendi la frusta

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri ,
l’antica stirpe shqiptar ,
erede legittima dei Pelasgi,
benedetta dalle Ore
protetta dalle Zana
nutrita di leggende,
baciata dalla gloria.
Guerrieri valorosi
uomini di besa,
del Kanun delle Montagne,
gente generosa,
fiera fino al sangue.
Onoravano l’ospite,
usanze e il loro dio,
pane e giuramento,
sale e cuore.
Cinquecento anni
al suon della lahuta ,
guidati dai prodi,
Gjeto Basho Mujo
Gjergj Elez Alìa.
Custodi di frontiera
delle Bjeshkëve të Nëmuna ,
rispettosi sposi,
teneri padri di famiglia,
mai al nemico temibile
mostrarono le spalle,
in difesa della patria,
delle loro donne,
Belli, gagliardi
di nobili virtù,
che Lord Byron esaltò
nel Pellegrinaggio di Childe-Harold.

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
il valore degli uomini
non era nella ricchezza
ma nell’onestà.
Un ottimo contadino
valeva quanto un principe,
per chi era servo
e per chi era Re.
Principi gloriosi
e semplici montanari
rifiutavano la schiavitù,
i loro veri capi erano
gli uomini saggi.
gli shqiptar si alzavano
persino dalla tomba
per mantenere la besa,
la parola data.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
con il saluto più bello al mondo:
“T’u ngjat jeta! ”
Terra di Scanderbeg ,
impregnata di drammi,
ossa e sangue,
nel corso della storia
per la sopravvivenza della stirpe albanese.
Patria dei rapsodi
senza pari nella regione,
lahuta e çiftelia ,
accompagnava l’arco della vita,
dalla nascita alla morte.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
onorata come una sposa
dai padri fondatori,
cantata dai bardi,
illuminata dai mistici.
Poeti, sacerdoti, bektashi ,
uomini d’onore,
spesero la loro vita,
con la penna e il fucile,
in difesa dei suoi lidi.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese di burrnija
popolo epico, sovrano
come nessuno nei Balcani,
parlava la lingua
più antica del globo,
con donne splendenti
come i raggi del sole,
che l’occhio umano
mai vide sulla terra del Signore.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese delle aquile,
cantato nei secoli
da Virgilio, Catullo e Orazio.
Conviveva da millenni
con i popoli vicini,
di tutte le etnie,
in tempo di guerra
in tempo di pace
nella gioia,
e nel dolore.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
mai un pentimento
per i crimini del comunismo.
Governano insieme,
da ventisei anni,
‘i democratici’
e i boia della lotta di classe;
rubano insieme,
distruggono insieme,
si drogano insieme,
stuprano insieme,
uccidono insieme,
festeggiano insieme,
amoreggiano insieme,
si ubriacano insieme,
vomitano insieme,
le loro ubriacature
porci e ratti di fogna.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
paese castrato,
misero e dannato,
con le donne sgualdrine,
gli uomini codardi,
perfidi e malvagi,
figli trafficanti,
assassini spietati,
killer a pagamento.
La nuova Albania sorta
sui crimini, droga,
corruzione , ruberie,
denaro sporco,
traffici umani,
contrabbando di armi.
Coloro che alzano la voce,
vengono costretti all’esilio,
condannati al silenzio,
sepolti vivi.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
con la memoria corta,
adora i tiranni,
ieri, sulle piazze di ogni città
ergeva la statua del dittatore Hoxha,
oggi la statua di un re fantoccio-massone,
ladro, rozzo e sanguinario,
uccise i padri della nazione,
cent’anni fa
vendette l’Albania,
agli usurai.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
Colombia dell’Europa,
dove crescono ovunque
più piante di cannabis
che foglie d’erba.
paese degli scandali,
intrighi internazionali.
I politici corrotti
vengono eletti
dai loro padroni
come premier
e presidente della Repubblica.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania
gettato nel fango
dai Poteri oscuri

d’oltre Oceano,
con la benedizione
dei politici mafiosi di Tirana;
appoggiati dall’orda
di pseudo-intellettuali,
giornalisti,
opinionisti,
professori,
preti,
muftì,
che succhiano il sangue
della povera gente;
i loro stipendi
odorano di crimine,
si nutrono di carogne.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
abbaia come cagnolina,
in cima all’immondizia,
all’ombra delle statue
di George Bush , junior
e Hillary Clinton ,
due sanguinari,
criminali di guerra.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
con poeti, scrittori, artisti
corrotti e fottuti
dalla A alla Z,
hanno venduto all’asta
la patria e le loro madri.
Per avere un incarico governativo,
timorosi di dio,
sputano Allah,
baciano la croce,
portano al collo
catenine d’oro
con i chiodi insanguinati
di Gesù Cristo.
I poeti di Tirana
prostituti spirituali,
si sono venduti felicemente
ai governanti di turno,
a basso costo,
in cambio dello stupro
premi di carriera:
Penna d’oro,
Penna d’argento,
Onore della nazione,
pubblicazioni all’estero,
inviti dalle Fondazioni,
residenza di scrittura,
borse di studio,
per sé, i loro figli
e le amanti.
Premiati dal presidente della Repubblica,
allo stesso giorno,
alla stessa ora,
sia il boia del regime di Enver Hoxha
che la sua ‘vittima perseguitata’
di Spaç .

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
dove i poeti di Tirana:
piccoli tiranni,
eletti ministri, ambasciatori,
godono dallo Stato
stipendi d’oro,
pensioni e case,
poltrone al governo,
alla televisione,
al parlamento,
consulenti-servi
dei capi di Stato fantoccio,
dei premier ladri.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
cancrena per i Balcani,
pericolo per il continente.
Alzati Gesù,
prendi la frusta,
caccia gli usurai fuori dell’Albania,
con le buone o con la forza,
liberaci dai tiranni di Tirana.

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi 1
foto di Piero Pomponi

Chiodi dell’esilio

La mia stirpe di rapsodi muore di venerdì.
Venerdì, gli antichi romani usavano eseguire le condanne a morte.
Di venerdì è morto anche Gesù Cristo, crocifisso al posto di un assassino.

Mio padre Riza una mattina di venerdì chiamò mia madre
e le disse:
‘’Oggi morirò!
Chiama Agìm, voglio dargli l’ultimo saluto!’’. – Così è di abitudine in Darsìa.
Agìm è mio fratello più grande.

In punto di morte aggiunse:
‘’Io sto per morire, amanèt vostra madre Nur,
senza pensione e malata;
la casetta umida, quando piove, gocciola dal tetto;
amanèt anche Gëzim in esilio, solo e lontano,
oltre il mare negro dell’Europa, vecchia puttana viziata!’’

Poi, guardando dalla finestra spalancata, aggiunse ancora:
‘’Lavatemi il corpo con l’acqua fresca del pozzo all’ombra del gelso rosso,
e fatemi seppellire nella tomba di mia madre, Kadife,
morì giovane sposa lasciandomi orfano a sei mesi.
Lascio questa penna di sambuco come ricordo
per il vostro fratello
che scelse la strada del poeta,
strada maledetta.’’

Chiese la besa ad Agim che avrebbe pagato il debito al panettiere
del quartiere, salutò Nur,
e si spense.

Era la penna con la quale scrisse il diario della vita
durante gli anni di terrore della lotta di classe,
quando tornava dalla campagna come pastore dei buoi,
strappato poi da mia madre per paura che fosse sequestrato dal Sigurimi .
Con i fogli del suo diario lei accendeva il fuoco per riscaldarci,
cinque bambini intorno al focolare nelle notti fredde d’inverno,
nella casetta di pietra focaia in cima alla collina buia, in Darsìa .

Riza era lo scrivano del villaggio,
durante le domeniche,
scriveva le lettere per i figli dei contadini che facevano il militare.

Da quando confiscarono i nostri beni di famiglia durante il comunismo,
noi siamo nati e cresciuti nelle casette seminterrate, umide e fredde,
la povertà non ci si è mai tolta di dosso.

Di venerdì è morto mio nonno paterno Velì,
rappresentante dei bektashi in provincia.
I suoi avi provenivano da Bjeshkët e Nëmuna ,
trasferitosi in Darsìa per motivi di vendetta
prevista dal Kanun delle Montagne.

Velì aveva sposato in seconda nozze Zyrà,
guaritrice di morsi di serpenti velenosi,
molto più giovane di lui,
chiamava suo marito: ‘’Mio signore!’’,

Anche Zyrà morì di venerdì
in una giornata di fulmini e pioggia
di fronte alla collina di Harbor.

Di venerdì è morto Zybèr, cugino di Velì,
investito da un tronco di salice alla riva del torrente di Çapok.
Ho visto con i miei occhi questa scena terribile,
avevo sei anni, mi portava spesso con sé,
piangevo disperato chiedendo aiuto ai passanti.

Di venerdì è morta sua moglie Mynevèr,
donna giunonica e veggente.
Aveva occhi a mandorla,
sapeva leggere il pensieri dei contadini del villaggio.
Mynever era anche una sciamana, comunicava con kecka e gli xhin.
annientava le fatture che gli xhin facevano ai contadini,
facendo una controfattura,
con la luna piena.

Di venerdì è morto Osman, il fratello di Zyber,
ucciso da hasmi durante la notte delle nozze,
sul letto matrimoniale:
hasmi entrò nella stanza degli sposi dal tetto della casa.

Quella notte i familiari non fecero sapere nulla dell’accaduto,
gli ospiti festeggiavano, bevevano e ballavano allegri.
L’indomani il padre di Osman si rivolse agli ospiti:
‘’Illustri ospiti, ieri abbiamo festeggiato il matrimonio di mio figlio,
oggi vorrei che celebrassimo insieme il suo funerale!’’

Di venerdì è morta Meje,
sorella più grande di Velì,
si svegliava di notte, si vestiva di bianco, e andava al torrente del villaggio,
parlava con le spose notturne.

Di venerdì è morta Lidia, l’altra sorella di Velì,
sposata oltre sette monti e sette fiumi.
Tra mio nonno e lei
non scorreva buon sangue.
Si diceva che avesse calpestato gli xhin all’una di notte.

Di venerdì è morto Sabrì, nella città di Lushnje,
fratello maggiore di mio padre,
condannato a centouno anni dal regime di Enver Hoxha
per aver combattuto durante la guerra nelle file
del Partito Fronte Nazionale Albanese.

Chiese di essere portato nel villaggio natale
per vedere per l’ultima volta la collina, gli ulivi,
baciare la terra d’origine, prima di scendere nella fossa.

Quando vide la lepre selvatica correre tra i cespugli,
gli uccelli neri su rami incurvati degli ulivi
e l’erba selvatica cresciuta al muro della vecchia casa,
pianse a nenia come un bambino.

Di venerdì è morto Mustafà, il fratellastro maggiore di Riza,
menò sua moglie Hurmà nel cortile di casa,
perché dopo aver partorito sette femmine,
voleva che nascesse un maschio.

Di venerdì è morto Hysein, ubriaco di grappa, fratello di Mustafa,
quel giorno aveva litigato con mia madre
per futili motivi,
fu travolto da una macchina sul boulevard della città.

Anche Hakì, il fratello di Hysen e Mustafa è morto di venerdì,
bevendo rakì e discutendo del Diritto Romano,
sperava che lo Stato postcomunista avrebbe restituito
una piccola parte dei beni rubati dal Partito del Proletariato
alla nostra famiglia.

Di venerdì è morta anche Fatimè,
l’unica sorellastra di mio padre,
impazzita.

Di venerdì morirò anch’io,
crocifisso mani e piedi con i chiodi dell’esilio
sulle spalle il peso di tutti i venerdì mortali
di una stirpe severa.

gezim hajdari 5

JEZU, MERR KAMZHIKUN!

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
fisi i lashtë shqiptar,
trashëgimtar legjitim i Pellazgëve,
bekuar nga Orët,
mbrojtur nga Zanat,
mbrujtur me legjenda,
puthur nga lavdia.
Luftëtarë të vyer,
burra të besës,
të Kanunit t’Malsisë,
njerëz bujarë,
krenarë gjer në gjak.
Nderonin mysafirin,
zakone, zotin e tyre,
bukë e betim
kripë e zemër.
Pesëqinde vite
nën tingullin e lahutës,
udhehëqur nga kreshnikët
Gjeto Basho Muji
Gjergj Elez Alìa.
Roje kufitare
të Bjeshkëve të Nëmuna,
dhëndurrë të respektuar,
baballarë të dhimshëm familjar,
kurrë armiku mizor
s’ua pa shpinën,
në mbrojtje të atdheut,
e grave lidhur kurorë.
Të pashëm, gazmorë,
me virtyte fisnike
që Lord Bajroni lëvdoi
në Shtegtimet e Çajld Haroldit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vlera e njerëzve
s’matej me pasurinë
por me ndershmërinë.
Një fshatar babaxhan
vlente sa një princ,
qoftë shërbëtor
qoftë mbret.
Princa të lavdishëm
e malsorë të thjeshtë
s’pranoin skllavërinë,
kryetarët e tyre ishin
burra të mënçur.
Shqiptarët çoheshin
përderi dhe nga varri
për ta mbajtur besën,
fjalën e dhënë.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
me përshëndetjen më të bukur në botë:
“T’u ngjat jeta!”
Toka e Skënderbeut,
ngjizur me drama
eshtra dhe gjak,
për mbijetesë kombëtare
në kohë të egra.
Atdheu i rapsodëve
pa shoq në treva,
lahuta e çiftelia
përcillnin harkun e jetës
nga lindja te vdekja.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
nderuar si një nuse,
nga baballarët e kombit,
kënduar nga bardët,
përndritur nga mistikët.
Rilindas, priftërinj, bektashi,
burra nderi,
shuan jetën e tyre,
me penë dhe pushkë,
në mbrojtje të vatanit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vendi i burrnisë,
popull heroik, sovran
si askush në Ballkan,
fliste gjuhën
më të lashtë në glob,
me gra hyjnore,
si rreze dielli,
që syri njerëzor
kurrë s’kish parë në tokën e zotit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vendi i shqiponjave,
kënduar ndër shekuj
nga Virgjili, Katuli e Oracio.
Bashkëjetoi prej mijëra viteve
me popujt fqinj ndëretnikë,
në kohë lufte,
në kohë paqe,
në gëzime
e hidhërime.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
kurrë s’u pendua
për krimet e komunizmit.
Njëzet e gjashtë vite
udhëheqin tok
‘demokratë’
dhe xhelatë të luftës së klasave.
Vjedhin bashkë,
shkallmojnë bashkë,
drogohen bashkë,
dhunojnë bashkë,
vrasin bashkë,
gostisin bashkë,
dashurohen bashkë,
dehen bashkë,
shurrosen bashke,
vjellin bashkë,
dehjet e tyre
kërma dhe mij haleje.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
vend i tredhur,
mjeran i djallosur,
me gra të përdala,
burra kodosha,
të pabesë e zuzarë,
bijtë trafikantë,
vrasës të pamëshirshëm,
killer me pagesë.
Shqipëria e re ngritur
mbi krimin, drogën,
korrupsion, grabitje,
para të ndyra,
trafikantë të njerëzve,
kontrabandistë armësh.
Kush guxon ta ngrejë zërin,
detyrohet të ikë në syrgjyn,
dënohet me heshtje,
varroset përsëgjalli.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
kujtesëshkurtër,
adhuron tiranët.
Dje në sheshe të çdo qyteti
ngriheshin shtatore të dikatorit Hoxha,
sot kufoma e një mbreti dordolec, mason,
kusar, horr e katil,
njëqind vite më parë
vrau baballarët e kombit,
ua shiti Shqipërinë
fajdexhinjve.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
Kolumbia e Europës,
ku rriten kudo
më shumë degë kanabisi
sesa fije bari,
kryeshteti i skandaleve,
intrigave ndërkombëtare.
Politikanët e korruptuar
zgjidhen nga padronët e tyre
kush kryeministër,
tjetri presdient Republike.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
zhutur në baltë
nga Pushtetet e errëta
përtej Oqeanit,
me bekimin e politikanëve
mafioze të Tiranës,
mbështetur nga hordhia
e pseudo-intelektualëve:
gazetarë,
opinionistë
profesorë,
priftërinj,
hoxhallarë
e myftinj
që thithin si shushunja
gjakun e njerëzve të gjorë;
rrogat e tyre
bien erë krim,
ushqehen me kërma.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
leh si këlyshe
majë plehut me bajga,
nën hijen e shtatoreve
të Xhorxh Bushit
dhe Hillari Klinton,
dy gjakësorë,
kriminelë lufte.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
me poetë, shkrimtarë, artistë
të korruptuar e batakçinj
nga A-ja te Zh-ja,
e nxorën në ankand
atdheun dhe nanën e tyre.
Për një emrim qeveritar
gjyhnaqarë te zoti,
pështyjnë Allahun,
puthin kryqin,
mbartin në qafë
zinxhirë të artë
me gozhdët e gjakosura
të Jezu Krishtit.
Poetët e Tiranës
prostitutë shpirtëror,
u shitën lumturisht,
me çmim të ulët,
qeveritarëve të radhës,
Si shpërblim përdhunimi
çmime karriere,
Pena e artë
Pena e argjendtë,
Nderi i kombit,
botime jashtë vendit,
ftesa nga Fondacione
rezidenca shkrimtarësh,
bursa studimi
për vete, bijtë e tyre
dhe dashnoret.
Vlerësohen me çmime
nga presidenti i Republikës,
në të njëjtën ditë,
në të njëjtën orë,
xhelati i regjimit të Enver Hoxhës
dhe ‘viktima e persekutuar’
e Spaçit.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
ku poetët e Tiranës,
tiranë të vegjël,
gëzojnë nga shteti
rroga të arta,
pensione e shtëpi,
ministra, diplomatë,
kolltuqe në qeveri,
në televizion,
parlament,
këshilltarë të përunjur
të kryetarëve të shtetit- kukull,
kryeministrave rezilë.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
gangrenë për Ballkanin,
rrezik për kontinentin.
Ngrihu Jezu,
merr kamzhikun,
dëboi sarafët, jashtë nga Shqipëria,
me hir e pahir,
na çliro nga tiranët e Tiranës.

10 commenti

Archiviato in Poesia albanese del Novecento, Senza categoria

10 risposte a “Gezim Hajdari, Poesie, Alzati Gesù, prendi la frusta, Chiodi dell’esilio, da Cresce dentro di me un uomo straniero, testo albanese a fronte, Ensemble, Roma, 2020, pp. 168 € 15 Lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. Editoriale de Il Mangiaparole n. 11
    Retrospettiva sulla privatizzazione e cannibalizzazione della ipoverità
    di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago
    *
    Scrive Giorgio Agamben:
    «È curioso come in Guy Debord una lucida coscienza dell’insufficienza della vita privata si accompagnasse alla più o meno consapevole convinzione che vi fosse, nella propria esistenza o in quella dei suoi amici, qualcosa di unico e di esemplare, che esigeva di essere ricordato e comunicato. Già in Critique de la sèparation, egli evoca così a un certo punto come intrasmissibile “cette clandestinité della vie privée sur laquelle on ne possède jamais que des documents dèrisoires” (p. 49); e, tuttavia, nei suoi primi film e ancora in Panégyrique, non cessano di sfilare uno dopo l’altro i volti degli amici, di Asger Jorn, di Maurice Wyckaert, di Ivan Chtcheglov e il suo stesso volto, accanto a quello delle donne che ha amato. E non solo, ma in Panégyrique compaiono anche le case in cui ha abitato, il 28 della via delle Caldaie a Firenze, la casa di campagna a Champot, lo square des Missions étrangères a Parigi… Vi è qui come una contraddizione centrale, di cui i situazionisti non sono riusciti a venire a capo e, insieme, qualcosa di prezioso che esige di essere ripreso e sviluppato – forse l’oscura, inconfessata coscienza che l’elemento genuinamente politico consista proprio in questa incomunicabile, quasi ridicola clandestinità della vita privata. Poiché certo essa – la clandestina, la nostra forma-di-vita – è così intima e vicina, che, se proviamo ad afferrarla, ci lascia fra le mani soltanto l’impenetrabile, tediosa quotidianità. E, tuttavia, forse proprio quest’omonimia, promiscua, ombrosa presenza custodisce il segreto della politica, l’altra faccia dell’arcanum imperii, su cui naufragano ogni biografia e ogni rivoluzione. E Guy, che era così abile e accorto quando doveva analizzare e descrivere le forme alienate dell’esistenza nella società spettacolare, è così candido e inerme quando prova a comunicare la forma della sua vita, a fissare in viso e a sfiatare il clandestino con cui ha condiviso fino all’ultimo il viaggio».1

    È noto come la poesia italiana ed europea in quegli stessi anni di fine settanta subisca l’invasione della vita privata e del quotidiano nella forma-poesia. In Italia questa moda prende inizio con il libro di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1975) e con il libro di Valerio Magrelli, Ora serrata retinae (1980). Il minimalismo esce vittorioso su tutti i fronti. Gli oppositori, i rappresentanti di una diversa idea di poesia come Anna Ventura con Brillanti di bottiglia (1972), Mario M. Gabriele (Arsura, 1978), Mario Lunetta (La presa di Palermo: poesie 1972-77, 1979), Maria Rosaria Madonna con Stige, 1992 e adesso Tutte le poesie (1980-2002), libro uscito con Progetto Cultura nel 2019 e Giorgia Stecher (Altre foto per album, 1996), gli oppositori vengono rimossi e dimenticati. L’assenza di una critica attendibile ha fornito un contributo alla grande confusione finendo per legittimare la tribalizzazione della tribù letteraria.

    In questi ultimi due decenni è diventato sempre più palese che quelle tematiche privatistiche si sono esaurite e si sono risolte nella cannibalizzazione e nella tribalizzazione della tribù letteraria. È un dato storico e stilistico sotto i nostri occhi. Rimane presso gli epigoni di quella impostazione privatistica della poesia un intendimento situazionista e tribale, per un po’ sono rimaste in vigore le tematiche moraleggianti sub specie di riformismo orfico, e un descrittivismo psicologico di matrice neo-verista… ma, insomma, si tratta di una linea minoritaria di un tipo di poesia già epigonica ai suoi albori.

    In questi ultimi anni, dicevamo, è diventata sempre più palese una reazione a quella visione privatistica del privato e a quel minimalismo ingenuo. La nuova ontologia estetica è la più drastica e convinta reazione a un indirizzo e a un versante della recente poesia italiana che ha ormai esaurito (semmai ce l’ha avuto) l’iniziale effetto propulsivo. Quell’indirizzo di poesia privatistica è andata a sbattere sul muro dell’«impenetrabile tediosità del quotidiano» (per usare la dizione di Agamben), oltre di esso non era possibile andare. Quel tipo di autobiografismo introspettivo e auto ironico è finito nella rigatteria delle istituzioni stilistiche, questo ci sembra lampante per chi abbia occhi e orecchie per intendere e per osservare. Quell’autobiografismo è finito nella «nuda vita», nella vita vegetativa delle nuove post-masse che si nutrono di ipoverità. Quell’autobiografismo (nella poesia come nel romanzo nel cinema e nelle arti figurative) è finito nella ipoverità e nella insignificanza, nell’apologetica del tempo che fu e nell’apologia del corpo. Di tutta quella paccottiglia culturale oggi è rimasto un grande mercato di narrazioni agiografiche e ipoveritative.

    (Giorgio Linguaglossa, Gino Rago)

    1 G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2017, pp. 11,12.

  2. In La produzione dello spazio Henry Lefebvre scrive:
    «Ogni società è nata all’interno di un dato modo di produzione, e le peculiarità di questa cornice hanno dato forma al suo particolare spazio. […] Quale forma hanno assunto la produzione e il controllo dello spazio in relazione ai processi capitalistici? […] Come possiamo limitare e alla fine sopprimere la proprietà sullo/dello spazio?».
    La geocritica osserva che in questo libro trova la sua prima formulazione la famosa teoria dello spazio di Lefebvre, che apre anche la letteratura e la poesia verso lo spatial turn, sicché proprio qui si registra il tentativo di introdurre le categorie spaziali nella critica sociale, sino ad allora orientata verso le problematiche del “fare storia”.

    Questa sebbene ancora timida «svolta geografica» credo di coglierla in questi versi di Gezim Hajdari i quali fanno intuire un accenno di cambiamento di paradigma spazio/ tempo in questo nuovo corso della sua poesia la quale a sua volta suggella anche e per sempre il fenomeno linguistico del translinguismo, del transito dalla lingua-madre alla nuova lingua dell’approdo in altra terra:

    “[…]C’è un paese oltre l’Adriatico,
    si chiama Albania,
    cancrena per i Balcani,
    pericolo per il continente[…]”

    Infine, centrale, decisivo sento questo preciso passaggio nella ermeneutica di Giorgio Linguaglossa:

    “[…]Il tramandamento delle parole trascina con sé il tramandamento delle cose nella memoria degli uomini e nell’orizzonte degli eventi. E, con il tramandamento, inizia la storia.

    La poiesis narra questo tramandamento,
    questo errare nel tramandamento[…]”

    E ‘un passaggio, questo della nota critica di Giorgio Linguaglossa, che tira in ballo questioni etiche e ragioni estetiche sulle quali e intorno a cui si potrebbero aprire orizzonti vasti e nuovi.

    Gino Rago

    • troppi i refusi nella precedente,
      seconda versione
      Ecco perciò la
      Terza versione corretta
      *
      Gino Rago
      Meditazioni su alcuni versi di Gezim Hajdari
      Terza Versione

      In La produzione dello spazio Henry Lefebvre scrive:

      «Ogni società è nata all’interno di un dato modo di produzione, e le peculiarità di questa cornice hanno dato forma al suo particolare spazio. […] Quale forma hanno assunto la produzione e il controllo dello spazio in relazione ai processi capitalistici? […] Come possiamo limitare e alla fine sopprimere la proprietà sullo/dello spazio?».

      La geocritica osserva che in questo libro trova la sua prima formulazione la famosa teoria dello spazio di Lefebvre, che apre anche la letteratura e la poesia verso lo spatial turn, sicché proprio qui si registra il tentativo di introdurre le categorie spaziali nella critica sociale, sino ad allora orientata verso le problematiche del “fare storia”.

      Questa sebbene ancora timida «svolta geografica» credo di coglierla in questi versi di Gezim Hajdari i quali fanno intuire un accenno di cambiamento di paradigma spazio/ tempo in questo nuovo corso della sua poesia la quale a sua volta suggella anche e per sempre il fenomeno linguistico del translinguismo, del transito dalla lingua-madre alla nuova lingua dell’approdo in altra terra:

      “[…]C’è un paese oltre l’Adriatico,
      si chiama Albania,
      cancrena per i Balcani,
      pericolo per il continente[…]”

      Infine, centrale, decisivo sento questo preciso passaggio nella ermeneutica di Giorgio Linguaglossa:

      “[…]Il tramandamento delle parole trascina con sé il tramandamento delle cose nella memoria degli uomini e nell’orizzonte degli eventi. E, con il tramandamento, inizia la storia.

      La poiesis narra questo tramandamento,
      questo errare nel tramandamento[…]”

      E ‘un passaggio, questo della nota critica di Giorgio Linguaglossa, che tira in ballo questioni etiche e ragioni estetiche sulle quali e intorno a cui si potrebbero aprire orizzonti vasti e nuovi.
      *
      La geocritica ripudia l’idea di un “reale” racchiudibile nella uniformità e nella stabilità e invece adotta del “reale” una concezione dinamica la quale, da Lefebvre e Foucault a Soja, vede lo «spazio» come la risultante dell’interazione attiva e continua tra i diversi agenti sociali che lo attraversano, fino a viverlo, a praticarlo, a simbolizzarlo e a modificarlo. Così la letteratura e la poesia non si trovano più sottoposte alla Signoria dei ruoli antitetici di «specchi del reale» o di «generatrici di finzioni», al contrario, nello spatial turn letteratura e poesia possono essere legittimamente considerate come «varianti che co-determinano la spazialità», ovvero, come componenti attive «della produzione dello spazio».

      In Spatial turn, spazio vissuto e segni dei tempi, non a caso Giacomo Marramao scrive:

      «Un fantasma si aggira oggi per il mondo globalizzato, per questo nostro mondo divenuto globo, mondo insieme finito e illimitato, irrappresentabile con l’ausilio di qualsivoglia mappa: il fantasma dello spazio.

      Dopo il lungo persistere del retaggio antispaziale di filosofie della storia modellate sul primato del tempo, lo spazio sembra prendersi la sua rivincita, ponendosi come condizione di possibilità e fattore costitutivo del nostro agire e del nostro concreto, corporeo essere-nel-mondo».

      Difficile negare la portata dirompente di una rottura la cui posta in gioco evoca un ribaltamento prospettico rispetto al lessico del Nuovo e dell’Oltre, che aveva confinato la querelle tra moderni e postmoderni in un conflitto lessicale tutto interno alla prigione del Tempo.

      Ne consegue che la geocritica è in grado di esplorare gli interstizi “trialettici” di un mondo plausibile, ed è finalizzata alla ricognizione dei modi attraverso i quali la finzione fornisce una dimensione immaginaria alla spazialità e in ultima istanza modifica lo spazio reale.
      Da Omero a Proust e anche a Joyce tutti dappertutto hanno scritto entro il paradigma «tempo».

      In tanti, (compreso, per buona parte, Gezim Hajdari in questi versi proposti da Giorgio Linguaglossa, qui, su L’Ombra), continuano a farlo.

      Invece, come per fortuna in alcuni autori e in qualche autrice della poetry kitchen si comincia a fare, occorre per me un mutamento di paradigma a favore dello spazio e della spazialità, lasciandosi alle spalle il tempo e la storicità per non mettersi più “alla ricerca del tempo perduto” ma “alla ricerca dello spazio perduto”.

      Gino Rago

  3. milaure colasson

    La poesia di Gezim Hajdari brilla per la sua dissimiglianza rispetto a tutta la poesia che si fa in Occidente.
    E questo lo considero un gran complimento che gli è dovuto.

  4. Marina Petrillo

    ispirata alle poesie di Gezim Hajdari

    Sospinge il bando della illuminante prigionia a candore
    l’esule rapsodo, dal tardivo canto trafitto.

    A lieve morte declama il sacrilegio reso muto
    popoli vessati sospinti in cerea moltitudine dalla voce
    evocata sapiente in perenne cecità.

    Potenza genealogica sottratta alla parola
    del cui stato occulto permane vibrante de-creazione
    sede deserta germogliante Muse.

    Evento ignavo al crogiolo del dubbio
    la santificazione del presente a sua dottrina.

    Apologo dell’inespresso Logos in amnesia alfabetica,
    venerdì sera estatico al martirio del sabato
    preannunciato a commiato dal rado esistere.

    Marina Petrillo

  5. caro Gezim,

    La Catastrofe, la «zona grigia» dell’Occidente

    Viviamo e prosperiamo in una sorta di «zona grigia» dell’Occidente, è questa la nostra catastrofe. Abbiamo dato agli azzeccagarbugli la lingua del Principe di Salina.
    Fino all’epoca precedente del Coronavirus vivevamo in una appendice della storia, pensavamo di vivere nella post-storia, nella storia del dopo la guerra fredda, in un regime di storialità pur tuttavia ancora in qualche modo e in qualche misura storica. Oggi, all’improvviso, abbiamo scoperto che viviamo nell’epoca della «zona grigia», dove gli azzeccagarbugli parlano la lingua del Principe di Salina. Non ce ne eravamo accorti prima se non per lampi e per rapide intuizioni. Si continuava a fare «arte» riepilogando gli stilemi del tardo novecento, non avevamo ancora la consapevolezza che il mondo nel frattempo era radicalmente cambiato. Si pensava di vivere in un mondo asettico, dove la nostra biologia era separata dalla biologia della vita animale, e invece abbiamo scoperto che siamo semplicemente animali che parlano. Eravamo avvolti in una nebbia che ci accecava e non la vedevamo.
    Noi lo dicevamo da tempo che non si poteva continuare a vivere e a fare poiesis come avevamo fatto fino all’altro ieri, ma venivamo denigrati come menagrami, e si continuava a poetare alla maniera epigonica, si continuava a fare quadretti decorativi e dolcificati.
    Poi, improvvisamente, tutto è cambiato, la pandemia del Covid19 ci ha messi di fronte alla nuova cruda realtà, alla cruda realtà della nuda biologia alla quale anche l’homo sapiens appartiene.

    Che cos’è la nuova ontologia del poetico? Ecco, penso che sia la risposta più urgente alla «zona grigia» in cui consiste la nostra esistenza storica e la nostra poiesis. La Krisis è la «zona grigia» in cui si presenta il nostro modo di vita nel mondo globale.

    Ci trovavamo da tempo in una «zona grigia» e non ce ne siamo accorti.
    Orban ha detto: «Ci penso io al Coronavirus» e si è preso i «pieni poteri». I nostri politici ciarlatani da circo Togni hanno reclamato e reclamano i «pieni poteri». Viviamo in un mondo di miracoli e di traumi. Le masse tele mediatiche aspettano l’evento miracolistico. E intanto vivono sotto il trauma di un virus invisibile che distribuisce la morte a piacimento. Morto Dio si è risvegliato il Signor Satanasso.

    Le masse immunizzate dalla scarlattina della idiozia mediatica vivono da molto tempo una vita di mera sopravvivenza, credono alla facezia della diffusione del Covid19 da un laboratorio cinese. Ciarlatani e azzeccagarbugli hanno affermato che si trattava di poco più di una semplice influenza. E intanto si moriva a centinaia al giorno, Anzi a migliaia . Le masse credono da sempre ciecamente a complotti inesistenti e ai miracoli. Ondeggiano in preda al panico.

    Un cardinale ciarlatano ha affermato che il Covid19 è stato inviato sulla terra da Dio per punire l’umanità per i peccati del divorzio, dell’aborto, per le libertà sessuali, per le promiscuità sessuali; i «poeti» di facebook si sono precipitati a scrivere poesie sul Covid19 con annessa lezioncina d’amore e ninne nanne soporifere.
    È questa la «zona grigia» di cui si diceva. La zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo è già in sé una ideologia, l’ideologia del «grigio»..

    Scrive Giorgio Agamben:

    «Una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà – non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante – anche se, com’è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”».1

    Io penso che una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, gli uomini torneranno a vivere come prima, cioè una vita vegetativa, primitiva, dalla quale è bandita ogni dimensione politica, comunitaria, e finanche affettiva, erotica, partecipativa, attiva.
    Non ho speranza alcuna. Ma non ho neanche alcuna dis-peranza.
    Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nel 476 d.C., l’ultimo imperatore di Roma, gli uomini continuarono per almeno un secolo a vivere come prima, continuarono a parlare il loro latino infarcito di dialettismi, a fare l’amore, a moltiplicarsi, a odiarsi, a combattersi.
    Poi venne il Medioevo, i secoli bui.

    La mancanza di tempo coincide ed equivale all’eccesso di tempo dell’uomo della rivoluzione cibernetica. Questa mancanza/eccesso così intesa getta l’uomo in uno stato di noia diffusa, richiama l’impossibile libertà dell’uomo dell’epoca cibernetica: ingabbiato nel recinto del proprio immediato presente assoluto l’uomo dell’epoca cibernetica è incapace di rompere le catene biologiche della propria datità, dello spazio vegetativo dove è inscritto a vivere nelle nostre moderne società depoliticizzate, non può costruire se non in questa dimensione di mancanza/eccesso e di noia diffusa che caratterizza il presente assoluto.

    Il presente assoluto, per istituirsi come tale, ha bisogno dell’oblio assoluto, oblio del passato e del futuro, altrimenti non riuscirebbe a costituirsi quale unica dimensione dell’homo sapiens sapiens. Questa dimensione assoluta e onniavvolgente è la situazione emotiva fondamentale che getta l’uomo nella condizione di vivere in un perenne stato di noia, in una «zona grigia» che non gli fa avvertire la noia come malattia in quanto tutto è «grigio», tutto è ridotto al valore di scambio e non si dà altro modo di sortire fuori da questo sortilegio. L’uomo dell’epoca cibernetica è prigioniero del suo sortilegio ed incapace di uscirne. La «noia grigia» è la condizione assoluta per la felicità del sapiens sapiens ridotto al valore di scambio.

    Proprio in virtù di queste considerazioni, possiamo pensare la discontinuità ontologica – che non è mai opposizione dialettica ma differenza assoluta – tra l’uomo dell’epoca pre-cibernetica, pensato in quanto Dasein, a cui è concesso un rapporto di ‘libera’ corrispondenza con l’Essere nel tempo, e l’homo sapiens sapiens dell’epoca cibernetica, il quale, incapace di accedere a questo spazio di ‘libertà’, rimane inchiodato alla necessità biologica della sua «nuda vita» continuamente ‘presente’.

    Nella Stimmung della noia diffusa e di superficie che caratterizza l’homo sapiens sapiens, è possibile trovare il punto di massimo contatto tra l’uomo e l’animalità. L’animale è stordito nel suo ambiente, l’uomo è stordito nella noia. Ma si tratta di una noia molto diversa da quella descritta da Moravia nel suo omonimo romanzo (La noia, 1960), una noia di superficie, senza angoscia, senza disperazione che stordisce il sapiens ma senza danneggiarlo, perché in fin dei conti è felice della sua posizione nel mondo, felice di un quasi-esistere.

    «In questo essere ‘consegnato all’ente che si rifiuta’ come primo momento essenziale della noia, si rivela allora la struttura costitutiva di quell’ente – il Dasein – per il quale ne va nel suo stesso essere del suo stesso essere. Il Dasein può essere inchiodato nella noia all’ente che gli si rifiuta nella sua totalità perché esso è costitutivamente ‘rimesso [überantwortet] al suo proprio essere’, fattiziamente gettato e smarrito nel mondo di cui si prende cura. Ma, proprio per questo, la noia fa apparire alla luce la prossimità inaspettata fra Dasein e l’animale. Il “Dasein” annoiandosi, è consegnato (ausgelifert) a qualcosa che gli si rifiuta, esattamente come l’animale, nel suo stordimento, è esposto (hinausgesetzt) in un non rivelato».2

    1 https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-riflessioni-sulla-peste
    2 G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, p. 68.

  6. Caro Giorgio,
    ecco qui sotto la mia risposta pubblica relativa alla situazione delirante, al limite dell’assurdo, che stiamo vivendo oggi.
    Un abbraccio,
    Gëzim

    P. S. Tratto dall’intervista ‘’Terre e tempi di esilio: conversazione con il poeta Gëzim Hajdari, che ha dedicato una lirica a Marsala’’
    redazione |martedì 12 Maggio 2020 – 07:00

    https://itacanotizie.it/2020/05/12/terre-e-tempi-di-esilio-conversazione-con-il-poeta-gezim-hajdari-che-ha-dedicato-una-lirica-a-marsala/?fbclid=IwAR0kdCHsUcPD74bxv9Di3k154IdRVJBjgOmV_38Wo8A0I0E6hOg7Nl5B6vc

    ‘’La pandemia sembra aver privato l’uomo di oggi delle sue difese, quelle “corazza ed armi”, quei coltelli e quei sassi che, nelle Sue liriche, ne garantiscono l’incolumità. Come ci si può riappropriare degli strumenti di difesa per affrontare la malattia, la morte, il dolore, l’ignoto che bussa alla porta improvvisamente?E se la soluzione fosse un ritorno alla natura, quella della terra, fatta di zolle e del sudore della fronte, una rapporto vero e autentico che Lei auspica anche nel mondo della poesia in cui il poeta è “contadino della poesia” (“Fare il contadino della poesia vuol dire ascoltare la terra/fare il contadino della poesia vuol dire rileggere il cielo e la terra”, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, 2015).’’

    ‘’Non c’è nessuna peste in giro, nessun ignoto che ci bussa alla porta all’improvviso. Il cosiddetto ‘’coronavirus’ è una truffa criminale messa in atto dai Poteri oscuri e profondi che ci governano. Spero che ben presto i responsabili dell’inganno saranno puniti severamente dalla giustizia popolare, altrimenti saremo sepolti vivi dalle macerie della nostra in(civiltà). Ma ciò che mi colpisce di più è il silenzio aberrante dei poeti e degli scrittori italiani. Invece di denunciare senza mezzi termini questo affare finanziario e satanico, sono diventati complici dei governi corrotti e mafiosi che hanno soppresso tutte le costituzioni, restaurando dei regimi totalitari. D’ora in poi i miei colleghi letterati non saranno più credibili, le loro opere artistiche non avranno alcun valore morale e intellettuale per il lettori.

    I tempi che stiamo vivendo sono tempi di guerra per riconquistare la libertà perduta, la sovranità, lo Stato, i nostri diritti violati, le nostre costituzioni calpestate dalla bestia delle tenebre che ha usurpato ogni cellula della vita sociale, economica, politica, intellettuale, culturale e spirituale delle democrazie moderne e liberali dell’Occidente. Quindi a noi, poeti contadini, non rimane altro che trasformare le nostre penne in armi di denuncia contro il Nuovo ordine mondiale satanico per riprendere la nostra vita normale e ripristinare la legalità e lo Stato di diritto.’’

  7. EWA TAGHER

    “Con chi può parlare un poeta come Gëzim Hajdari in esilio?”
    Con chi abita il Mediterraneo, quello di Predag Matvejevic, un altro intellettuale che ha lasciato la propria terra in segno di protesta abbracciando l’esilio. La questione albanese appartiene a tutti, a noi italiani specialmente, che con l’Albania condividiamo l’alba, il mare, i profili delle montagne, l’orizzonte a specchio. Ma l’intellighenzia italiana ed europea è lontana, non le conviene accomodarsi su una poltrona scomoda, tanto più se la partita si gioca in casa. Scriveva Matvejevic in “Breviario mediterraneo”: “il Mediterraneo non è una semplice appartenenza. […] non è solo geografia […] i suoi confini non sono definiti nè dallo spazio, nè dal tempo: sono irriducibili alla sovranità o alla storia, non sono nè statali, nè nazionali: somigliano al cerchio di gesso che continua a essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono” . sarà per questo che leggendo le poesie di Hajdari, ho sentito miei i suoi morti, mia la sua patria tradita. Perchè l’acqua è la stessa.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/09/09/gezim-hajdari-alzati-gesu-prendi-la-frusta-chiodi-dellesilio-da-cresce-dentro-di-me-un-uomo-straniero-testo-albanese-a-fronte-ensemble-roma-2020-pp-168-e-15-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-67723
      Nel segno e nel nome del mio apprezzamento pieno dei contributi forniti al dibattito in corso, sui versi di Gëzim Hajdari, a opera di Marina Petrillo (che adotta perfino, e magnificamente, i distici), di Marie Laure, Colasson, di Giorgio Linguaglossa, di Ewa Tagher, proprio sulla scia di quest’ultima pro-pongo un estratto dal mio mini-saggio
      su

      FENOMENI LINGUISTICI DELLA MIGRAZIONE
      (da Il Mangiaparole n.9, gennaio/marzo 2020)

      “[…]Altri due casi di translinguismo, quelli di Edith Dzieduszycka e di
      Gëzim Hajdari: sia Edith, che ha avuto il francese
      come lingua madre, sia Gëzim, originario dell’Albania,
      scrivono da tempo i loro versi in italiano.

      Cosa si può pensare di questa loro esperienza:

      – sentono di avere acquistato o perso qualcosa?

      – sentono la lingua italiana come lingua straniera e/o
      di esilio linguistico?

      – destrutturando le lingue madri, il francese e l’albanese,
      Edith e Gëzim hanno anche destrutturato sentimenti
      e logica precedenti?

      – alle parole nuove della lingua nuova corrispondono
      le «cose»?

      – cosa si perde quando si lascia qualcuno o quando si
      lascia una terra e con essa un focolare, una casa, il passato, un
      paesaggio, una luce, un colore, un suono delle/nelle
      cose, un’idea, un progetto di futuro?

      – vengono meno le stesse forze sotterranee in grado
      di tenere ancora in vita i matrimoni dopo l’amore, o
      altro?

      Per un poeta che approda a un lingua nuova lasciando la propria lingua madre, la questione linguistica forse è davvero lacerante, forse è come spaccare un vaso e incollarne i cocci, illudendosi che il vaso sia
      nuovo di zecca…

      In conclusione, due poesie degli autori citati proprio
      sul tema delle erranze e delle migrazioni:

      I senza nomi

      In giacche d’ombra / e visiere di fango / arrancano /
      letali / i senza nomi / Sul ciglio del sentiero / su scogli
      e strapiombi / senza meta / a blocchi aggrovigliati / Le
      loro armature sono di pelle nuda. / Hanno perso la
      voce / la lingua / forse la voglia / Dai rovi / sornione
      s’alza / la brigata dei corvi iene sciacalli / L’orizzonte è
      fuggito / È andato lontano / dietro / più dietro ancora
      / Una mantella cupa / lo ricopre.

      (Edith Dzieduszycka)
      *
      Dove vanno questi uomini insanguinati
      Dove vanno questi uomini insanguinati / giunti all’alba?
      Hanno occhi sbarrati dal terrore. / Dicono che
      provengono dal Delta del Niger / e non vogliono tornare
      indietro. / Che ne sarà dei loro destini? / Fuggono
      lungo il confine / insieme alle bestie impazzite
      / in balia delle dimore ignote / e delle voci dei defunti.

      ( Gëzim Hajdari)
      *
      Gino Rago

  8. Gëzim Hajdari come Alfredo De Palchi. Entrambi esuli, innamorati della propria terra e molto, molto arrabbiati. Ma uno canta, le sue poesie sembrano ballate, l’altro scrive a zig zag e per frammenti. Li accomuna il tono, le cose da dire, perché più di altri sentono di avere radici. Chi ha radici può facilmente arrivare all’epica, che è poesia di forti messaggi.
    Il mio personale benvenuto, a Gëzim Hajdari, lo do con parole non mie, trovate stamattina per caso nel discorso di un maestro spirituale: “io sono tutto ciò di cui ho bisogno e l’esistenza è la mia casa. Non sono uno sconosciuto qui. “

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