Duška Vrhovac  Inevitabili note Pensieri scelti, Traduzione di Isabella Meloncelli, Presentazione di Giorgio Linguaglossa

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Presentazione

In questo libro dal titolo inequivocabile, Inevitabili note, Duška Vrhovac compie il gesto decisivo: si libera dalla tirannia del pensiero apofantico, sposta lo sguardo dall’oggetto del pensiero all’analisi e alla indagine dei presupposti del pensiero tout court, piega l’interrogare su se stesso. Il principio logico fondamentale, il principio di non contraddizione, non è negato ma limitato e condotto al suo luogo d’origine, il determinato. L’indagine della poetessa predilige l’ambito di ciò che non è ancora determinato, di ciò che non è ancora sedimentato, poiché il determinato non ha alcun valore per tutto ciò che è e resta incognito: per gli stati d’animo, le tonalità emotive, le angosce del quotidiano, gli innamoramenti, i gesti che sfumano e scompaiono, un sorriso che scompare, il sole che tramonta… Scrive la Vrhovac:

«Aprite il cuore, aprite le finestre, allargate le braccia, aprite la porta, chiudete soltanto la porta del male. È questo il modo più semplice per non vivere nella prigione in cui si è tramutato il nostro mondo».

L’attenzione della Vrhovac verte su quanto è «prima» dell’atto di determinazione, quel «prima» che la stessa determinazione logica presuppone, e sul «poi», su ciò che segue. La dislocazione dello sguardo della Vrhovac si sposta dal contenuto del «dire», del logos, all’itinerario del logos. Questo tragitto porta la poetessa serba a scorgere il profilo di quel continente nascosto che Vico chiamò ingens sylva, l’indeterminato, ciò che appare non concluso e non definito. Siamo prossimi a quella problematica, l’angoscia di Sein und Zeit di Heidegger, che apre l’esserCi alla consapevolezza della «possibilità dell’impossibilità dell’esistenza in generale».

Duška Vrhovac usa il linguaggio forse più inadeguato del nostro tempo, quello della poesia, in senso largo della poiesis, che parla della crisi in cui viviamo con la lingua della crisi. Ma quale crisi se tutto è in crisi? E qui sorge il problema: come fare per scorgere un fondamento nella crisi?, ma non è possibile alcun fondamento, e la riflessione della Vrhovac lo esemplifica chiaramente quando scrive: «Nel cielo il sole, dentro di te il sole, ma tutt’attorno il buio».

Il genere prescelto è il Tagebuch, il diario, il luogo nel quale vengono appuntati i pensieri del giorno, ciò che pone all’“Io” il compito etico di rispondere all’ordine del giorno mediante dei pensieri che rispondono ad una situazione di incertezza e di pericolo.

Se sapere è porre in luce significati a partire da presupposti che restano in ombra, scrivere un diario è non sapere ciò di cui si scrive, un tentativo di inoltrarsi tra le ombre dei significati che sono essi stessi nell’ombra e quindi che non possono essere condotti alla piena luce dell’evidenza. Il diario è propriamente questo, un tentativo di gesticolare nell’ombra dei significati ossificati, un tentativo di compiere dei gesti che aprano degli spazi nei significati in ombra.

Scrivere un diario è, letteralmente, storiografare se stessi e il procedere della propria scrittura. Scrivere è osservare. Si tratta perciò di mettere a tema il problema della collocazione storica dell’osservatore il quale sembra essere al di qua della pagina mentre invece è sempre al di là della pagina, nel pieno della luce dei significati già dati. Ed è questa l’aporia del diario, la sua finzione è la sua funzione, il voler dare ad intendere che chi scrive è l’osservatore che osserva la scena, mentre invece è un intruso, un ospite nel teatro dell’esistenza, un ospite che fa parte dell’esistenza che scorre ma che non può vedere dall’esterno come il diario vorrebbe.

Il pensiero poetante deve farsi costellazione di pensieri. Andenken è «memoria», è il pensiero che s’indirizza a ciò che si manifesta, a ciò che si dà come oggetto di conoscenza, ovvero ai significati, ma che nello stesso tempo ne rievoca anche la provenienza; «ricordo» che essi si danno in presenza a partire da un’assenza, da uno sfondo che va a fondo. Rievocare la provenienza non significa rendere presente ciò che è assente, portare a manifestazione ciò che, come tale, non si manifesta, ma esplicita l’attuare un mutamento dello sguardo, una diplopia: vedere ciò che si mostra come ciò che è in presenza, ma guardarlo, in un certo senso, anche dal lato dell’assenza, vederne il limite.

Che cosa dunque rievoca il pensiero poetante? Esso «rammemora» l’Evento. Rievoca quella zona d’ombra che è l’accadere stesso della luce; l’andare a fondo in quanto far emergere qualcosa non al fine di gettare luce sull’ombra e cancellarla come ombra, ma al fine di «sospendere» la cogenza dei significati.

Si tratta di mostrare che quei significati che vengono alla presenza non sono verità assolute nel senso di ab-solutum, sciolto, svincolato da un contesto, ma appartengono sempre a una cornice, sono figure che appaiono in primo piano a partire da una condizione che, subito, retrocede sullo sfondo. Rammemorando questa condizione, i significati vengono «storicizzati», mostrati nel loro limite, ossia nella loro contingenza storicamente determinata e nella loro dipendenza da un orizzonte.
Heidegger ha ragione quando afferma che il corpo umano è affatto diverso da tutte le altre cose del mondo perché è un corpo, cioè il corpo di un soggetto che dice di sé di essere un “Io”, e di conseguenza di avere un corpo.

Homo sapiens è questa separatezza. E come l’umano è separato dal suo stesso corpo così è separato dalle cose e dal mondo. L’ecologia non risolve questa frattura interna all’umanità dell’umano, può al più mitigarne e dilazionarne gli effetti. Heidegger parte da questa constatazione antropologica. Si tratta ora di capire fino a che punto, questo strano vivente che nega il suo stesso essere corpo,che è questa stessa negazione, può spingersi verso il mondo delle cose, fra cui c’è anche il ‘proprio’ stesso corpo che gli è estraneo quanto una galassia distante miliardi di anni luce.
La poetessa serba aprendo l’“Io” al mondo scopre una galassia dentro l’“Io”, questa complessità inestricabile fatta di tempo, di spazio, di eventi e di storia; il suo è un pensiero riflettente che pensa intimamente il reale, e il diario è la cronografia di questo singolarissimo pensiero riflettente.

Duška Vrhovac scrive di «inevitabili note» che rispondono ad un imperativo categorico. Esige di entrare nel mondo del senso, spinge per entrarvi. La vita umana non si nutre solo di oggetti, non è solo fatta della sostanza del godimento, del carattere acefalo della pulsione, ma esige di entrare nell’ordine del senso. Il genere diario è questa procedura di accesso al senso, senza questo accesso, la vita si disumanizza, resta vita animale, cade nello sconforto provocato dall’assenza di risposta.

(Giorgio Linguaglossa)

Duska Vrhovac anni settanta

[Duska Vrhovac, anni settanta]

Invece del Prologo

Stanotte la pioggia mi ha svegliata. Il vento ha gonfiato la tenda e gocce d’acqua sono cadute fino al letto, fino sul mio viso. Mi sono alzata e ho chiuso la finestra. All’alba mi sono risvegliata, il giorno stava appena nascendo. Mi sono alzata e per prima cosa ho spalancato la finestra. È vero, può entrare qualche insetto, ma un insetto lo puoi cacciare, buttar fuori senza ucciderlo. Anche quando lavoro tengo aperto almeno un vetro della finestra. Così sto contemporaneamente fuori e dentro. Percepisco il mondo mediante il fluire dell’aria. I suoni rivelatori della città disturbano il mio innato silenzio. Non recepisco il cinguettio degli uccelli, ma mi arrivano echi di risate, richiami, passaggi di automobili.

Ieri sera a passeggio per la città non ho visto una finestra aperta. Mentre mettevo a letto mio nipote, mia figlia mi raccomandava di chiudere la finestra. Anche adesso, che sto seduta al computer a scrivere queste parole, la finestra dietro le mie spalle è aperta. Una finestra aperta è come un cuore aperto. Aprite il cuore, aprite le finestre, allargate le braccia, aprite la porta, chiudete soltanto la porta del male. È questo il modo più semplice per non vivere nella prigione in cui si è tramutato il nostro mondo. Nonostante tutte le facilitazioni, i confort, le esaltazioni della libertà, le compagnie, i viaggi, le nostre vite non sono che prigioni. Non arrendetevi alla prigione. Aprite le finestre. Aprite i cuori.

Duska Vrhovac 2019 primo piano

IL MONDO

La fine del mondo avverrà certamente, ma nessuno la può prevedere, come del resto non ha potuto prevedere la nascita del mondo. Alcune civiltà sono ormai scomparse. Anche la nostra scomparirà quando verrà il suo momento cosmico. In questo sistema l’uomo è ancora e probabilmente continuerà ad essere soltanto una pagliuzza al vento dell’eternità.

Le promozioni di tutti tipi di prodotti, letterari, igienici, della buona cucina, dell’abbigliamento e via elencando cominciano allo stesso modo: i migliori, i più grandi, meglio di quanto prodotto finora, magnifico, irripetibile. Se fosse proprio così, il mondo sarebbe del tutto diverso. Pertanto cercate di essere solo migliori, più sinceri, più diligenti: è sufficiente.

Il meglio assoluto non esiste. Se esistesse il più grande e il migliore, il nuovo non avrebbe alcun senso.

I Balcani sono il buco nero del cosmo, in cui non c’è chi sia d’accordo con chi tranne i criminali con i criminali, di qualsiasi nazionalità, fede e professione siano.

Disgraziato il paese in cui siano i criminali a stabilire ordine e leggi.
Non è cambiato niente da prima di Cristo. Per lo più il mondo oggi è tale quale non dovrebbe essere. Solo che le strategie dei creatori di questo mondo sono più perfette, più perfide e più prive di scrupoli.

Dato che il commercio della droga è, in effetti, un cosciente omicidio premeditato, l’unica giusta punizione per gli smerciatori di droga dovrebbe essere il carcere a vita senza possibilità di grazia. La medesima pena sarebbe adeguata anche per gli stupratori e i pedofili, giacché le conseguenze del loro agire distruggono in modo duraturo le vite delle loro vittime. In seconda istanza sarebbe adeguata la pena di morte.

Un tempo, dovunque nel mondo, la modestia era la sublime allegoria dell’uomo nobile, mite, pacato e dignitoso, dotato di misura. Purtroppo, oggi, un uomo siffatto non ha alcuna prospettiva di sopravvivenza.
Da sempre il mondo è stato guidato o da geni (che sono folli) o da folli che si presentano come geni. A tutt’oggi non c’è in questo alcun cambiamento.

Dicono che sia necessario adeguarsi ai tempi nuovi e ai nuovi fenomeni. Io, però, non desidero adeguarmi alle persone e ai fenomeni che rendono peggiore e disumano l’essere umano. Non accettare non è la stessa cosa che non adeguarsi.
La società in cui viviamo è come un folto bosco. Finché non ne abbiate percorsi i sentieri e voi stessi non ne abbiate aperti nuovi non potete averne conoscenza.
In che mondo viviamo? Com’è possibile che l’evoluzione si trasformi in distruzione? Che la fede nel trionfo, almeno finale, del bene e della verità sia un’inutile autodifesa? Le domande si moltiplicano, ma le risposte continuano a diminuire.

Duska Vrhovac primo piano 2019

LA POESIA

Il detto “parla che ti veda” in poesia è letteralmente un esperimento. Pertanto scrivere poesie è tutt’altro che un lavoro futile.
La lingua è parte dell’identità e la vera patria del poeta.

La lingua è la nostra biblioteca più importante, l’istituzione più importante, l’archivio e il museo meglio conservati, in cui ogni parola è monumento culturale. Ricordatevi di questo monito e fatelo vostro, non è importante chi lo abbia detto, conta che lo sappiate!

I poeti, gli artisti e tutti coloro che basano il sistema dei valori sulla spiritualità non dovrebbero accettare che i riconoscimenti per le opere migliori siano denominati secondo un criterio manifestamente materiale: Penna d’oro, Coppa di cristallo, Letteratura aurea, Cavaliere d’oro…
Il poeta è in accordo con se stesso quando la sua etica è in armonia con la sua estetica e la sua poetica.

La poesia di ciascun poeta si fonda su due illusioni: l’illusione della vita e l’illusione del poetare.

L’ironia non è derisione, scherno delle cose e dei fenomeni che non approviamo e non accettiamo. L’ironia è un tono più elevato con cui, in forma letteraria, si esprime la contestazione dell’autore del quale si enuncia la verità. Purtroppo nella letteratura serba, ce n’è poca di questa ironia, abbonda piuttosto un sarcasmo spropositato e una prepotente derisione.
Il vero poeta può rinunciare al canto, ma non potrà mai rinunciare alla verità e alla libertà.

Senza la poesia la vita è più rozza, troppo materiale e alquanto manchevole. Introducendo la poesia nella propria vita, sia come scrittori sia come lettori, la rendete più ricca e più potente nel suo senso essenziale.
L’autobiografia del poeta sono le sue poesie. Il resto non sono che note a piè pagina.

Le parole della mia poesia sono potenti se sommuovono l’anima del lettore (ascoltatore), stimolandone il pensiero con la propria forza, senza l’aiuto del mio consumato sorriso, del mio abbigliamento volutamente trasandato o all’ultima moda, senza l’aiuto degli eminenti ospiti, di una buona scenografia e dei contributi elargiti dagli amici rappresentanti dei media.
La poesia è una delle espressioni artistiche più intime. Per me offre l’occasione di indagare il mio spirito anche a livello d’inconscio, e inoltre di stimolare il vostro spirito e la vostra mente a pensare e a creare.

La poesia nasce dai sentimenti, non dall’intelligenza, dall’istruzione e dalla bravura.

Il presentimento è la creatività che tenta di comunicarvi qualcosa.
Quando è vera, l’arte come la poesia, suscita sempre emozioni.

La semplicità, nella grande poesia, non è il punto di partenza, ma lo scopo.
Nel poetare il poeta non è necessariamente determinato dal sangue e dal suolo, ma lo è sempre dalla lingua. Questa patria reale, la lingua, contiene dentro di sé le cosiddette immagini innate legate all’ eredità genetica; è quindi naturale che il poeta ami la sua terra, la sua patria anche quando non ne è riamato.

La questione del patriottismo in poesia è falsa. Non si può essere il poeta cosmopolita che ama tutto il mondo, senza amare la propria terra e il proprio popolo.
Il discorso del patriottismo in poesia per lo più va a toccare, anzi a sostituire il discorso ideologico. Ma a questo punto non si tratta di poesia, ma di politica e dell’uso che i politici fanno dei poeti e della poesia.

Un grande poeta è contemporaneo di passato, presente e futuro.
La poesia parla naturalmente, la poesia è essenza, e l’essenza si esprime con i propri mezzi, senza l’aiuto degli amici e dei mercanti.

Nelle cose letterarie il giudice più importante e più grande è il tempo. È incorruttibile e giusto, se ci sono prove sufficienti che il corrotto presente non riesca a distruggere.

Duska Vrhovac Alaetin Tahir,  Fazıl Hüsnü Dağlarca Struga, Macedonia 1986

[Duska Vrhovac Alaetin Tahir, Fazıl Hüsnü Dağlarca Struga, Macedonia 1986]

LE PAROLE

Le parole vanno scelte con particolare cura perché una sola parola può talvolta darci o sottrarci più di quanto possano amici e nemici insieme.
Per lo più le persone reagiscono alle nostre parole, non alle nostre intenzioni. Perciò conviene scegliere accuratamente le parole a prescindere dalle nostre intenzioni.

A te stesso non c’è cosa che possa nasconderti. Le parole che avresti dovuto pronunciare, ma non l’hai fatto, non importa perché, rimangono dentro di te e aprono un vuoto che gradualmente si impossessa del tuo spirito e del tuo corpo. E così, a poco a poco, al posto dell’amore cresce il vuoto, mentre tu ti chiedi: cos’è che non va, dove ho sbagliato? Non hai sbagliato, solo che non hai fatto niente, e questo è più fatale dell’errore.

La chiarezza e la potenza della nostra parola determinano la forza e l’importanza della nostra azione.

La via della parola pubblicata non conosce ritorno. Tutto quanto avrete pubblicato sarà interpretato a prescindere da voi, secondo quello che capirà colui che avrà letto.

Un proverbio serbo suona: “Parla che ti veda!” Quello che dici e il modo in cui lo dici danno un’immagine di te. Pertanto fai attenzione a quello che dici e a come lo dici, perché più delle parole dicono solamente le azioni che compi senza parlare.

Quanto più le parole sono grandi tanto più le anime sono vuote, perché le anime si riempiono con i gesti semplici e le parole comuni, il cui significato non dipende dai cambiamenti secondo la moda.

Sopra tutti mi piace il saluto dei muratori, così semplice e tanto espressivo: BUONA FORTUNA! Lo capiscono benissimo quelli che sono scesi almeno una volta nelle gallerie, profondamente sotto terra.

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

[Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac, Steven Grieco e Rita Mellace Roma giugno 2015, Isola Tiberina]

LUCE A ME STESSA

Tanto è grande il buio attorno a noi che devo fare da lampada a me stessa.
Non sono una collezionista di premi e riconoscimenti, non sono top, e non sono nemmeno in. Io scrivo poesie e i miei lettori mi amano a causa di queste mie poesie.

Non c’è nessuno che mi possa sostituire il mondo intero, perché io ho il mio mondo, dentro di me, senza il quale non potrei essere quella che sono, come sono. Quelli che mi amano, in realtà amano anche questo mio mondo.
La vita mi ha insegnato a leggere i libri ma a leggere bene anche le persone. Forse sarebbe stato più facile e meglio non avessi imparato a leggere le persone.

Io sono dedita, a tutto quello che faccio mi dedico completamente, dando tutta me stessa, senza risparmiare né tempo né fatica.

Incapace di essere una gallina, ho scelto di essere il gallo che col suo canto precoce sveglia i dormienti. E così per tutta la vita. Che vita difficile e che sensazione magnifica!

Il mondo è sempre piccolo, stretto, incapace di capire, ma il mio cuore è vasto, l’anima mite, il pensiero luminoso.

Non so da dove sia venuta, ma per lo più mi sembra veramente di non essere di qua.

Non ho l’ambizione di cambiare il mondo con la mia poesia, ma la mia poesia ha l’ambizione di cambiare te, ciascuno di voi che legga le mie poesie, ma, considerato che ciascuno di voi è un mondo a sé, l’ambizione della mia poesia è enorme: cambiare i mondi.

Per lo più il perfezionismo viene considerato un difetto piuttosto che una virtù. Ma io credo che senza aspirazione al meglio, al più perfetto, quanto meglio sia possibile, e il relativo impegno, non ci può essere progresso né miglioramento di alcun tipo.

La mia ombra me la porto dentro, nessuno la può misurare col sole.
Non accendo una vecchia luce a finestre nuove. Tutto quanto passa non può ripetersi né ritornare.

Come invecchio è incredibile quanto presto mi passino i giorni, come volessero fuggire da me! Io, invece, all’incontrario, credevo che in gioventù passassero più rapidi che nell’età avanzata.

La mia anima non ha desiderio delle lontananze ma della profondità e della sostanza, che sono in tutte le cose attorno a noi, dobbiamo soltanto trovarle e riconoscerle.

Mi piacciono le feste. Non mi piace lo shopping ossessionante ma quella trepidante emozione, il bisogno di pensare agli altri, quelli a noi vicini, di rallegrare in qualche modo quelli che amiamo. Nel contempo, però, l’atmosfera festaiola risveglia in me anche una sottile nostalgia per quello che è stato e che non c’è più.

La mia vista è molto peggiorata. Non vedo più nemmeno il luminoso futuro.
Tutte le volte che prevale il grigiore, il buio, fuori e dentro, comunque sia, io mi dico: su, muoviti, c’è di nuovo bisogno di afferrare un raggio di sole, afferrare la luce con le proprie mani.

Tutto quanto è passato per la mia vita ha lasciato polvere su di me, uno strato sottile della sua vita nella mia vita.
Mi appartiene solo quanto si è stabilmente insediato nei miei sogni.

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poetessa, scritrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di Filologia, Università di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia). Ha collaborato con i periodici più importanti e più noti della Serbia ed ex Jugoslavia.

Con 25 libri di poesia e prosa, racconti e saggi, pubblicati, alcuni dei quali tradotti in più di venti lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, olandese, rumeno, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia. Presente in giornali, riviste letterarie e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

Ha ricevuto importanti premi e riconoscimenti per la poesia, tra cui: Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Jugoslavia; Pesničko uspenije -Ascensione della poesia – 2007, Serbia; Premio Gensini – Sezione poesia, 2011, Italia; Premio letterario internazionale alla Carriera della Fondazione Naji Naaman – 2015, Libano, Beirut; Targa e medaglia con la figura di Simo Matavulj, fondatore e primo presidente dell’Associazione Scrittori della Serbia – 2016, per il contributo complessivo alla letteratura e alla cultura; e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia. È membro dell’Associazione Scrittori della Serbia, dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, della Federazione internazionale dei giornalisti ed è ambasciatore del Movimento Poeti del Mondo (Movimiento Poetas del Mundo) in Serbia e vicepresidente per l’Europa.

Libri pubblicati di poesia:
San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (Fusibilia Libri 2015),
Neizbežni zapisi (Osservazioni inevitabili), IK Filip Višnjić (Beograd 2018)
Memento vivere, AB ART Kiadó – Budapest, 2020

9 commenti

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9 risposte a “Duška Vrhovac  Inevitabili note Pensieri scelti, Traduzione di Isabella Meloncelli, Presentazione di Giorgio Linguaglossa

  1. Tiziana Antonilli
    2 settembre 2020 alle 15:52

    Ho scritto sul mio diario poetico frasi e pensieri tratti da ‘Luce a me stessa’ di Duska Vrhovac. L’autrice ha trovato la ‘stanza tutta per sé ‘ e la illumina senza aspettare che altri lo facciano al posto suo, un gesto imperioso con cui rivendica la sua autonomia di donna e di artista. Il mondo si è fatto angusto e sordo ai nostri pensieri, ci dice, ma lei riconquista le parole per re-suscitare la consapevolezza in masse che altrimenti sarebbero solo manovrabili. Sono molte le immagini che giocano tra il buio e la luce, tra disincanto e fiducia. Sul pessimismo della ragione, infine, prevale l’ottimismo della volontà e della Poesia.

  2. Questi pensieri di Duška Vrhovac abitano la Quadratura, il Geviert di Heidegger.

    La Quadratura indica un soggiornare autentico presso le cose, alla luce della Cura e dell’essere per la morte.
    I quattro elementi della Quadratura sono per Heidegger reciprocamente uniti, poiché ognuno di essi rispecchia l’essenza degli altri. La centralità del Geviert si esprime anche nel barrare l’essere, procedimento che non indica solo il presentarsi-assentarsi dell’essere, ma anche le quattro regioni dove soggiornano i quattro. Le quattro linee che derivano dalle due barre sovrapposte indicano le quattro regioni a cui sono sottoposte le cose nella loro apertura, i quattro punti cardinali verso cui gli enti sono rivolti.

    Il Geviert non è un mitico luogo di reminescenza ancestrale, né un probabile corrispondente dell’iperuranio platonico, quanto il vero e proprio luogo della poesia poiché esso accade nella poesia. La struttura del Geviert traduce la struttura dell’essere come Ereignis, nominando il raccoglimento delle strutture originarie che presiedono alla formazione del mondo storico; il Geviert è in primo luogo una cosa, in secondo un simbolo, manifesta la fatticità del legame che unisce i quattro elementi. È da questi presupposti che Heidegger formula un’ampia riflessione sul carattere “poetico” dell’arte, ravvisando nell’etimologia greca della parola po…hsij l’essenza dell’arte nei termini di disvelamento del non nascosto.

    La po…hsij indica il portare alla luce ciò che rimane nel nascondimento e l’arte è interna al sollecitamento verso il disvelamento della verità, come momento di transito dall’oscuro all’aperto: “Ogni arte è nella sua essenza Poesia”

    E, in quanto tale, essa si storicizza come poesia. L’arte è storia nel senso che essa fonda lo storicizzarsi della verità che nell’arte stessa è messa in opera.

  3. Marina Petrillo

    Soggiace all’immaginato, lacuna dell’indistinto
    germinare silenzi distanziati come opache gemme

    se il virtuoso, immoto declamare non biasima
    a suo cultore fossili generati dal transito

    di oceani su vette orbitanti la superficie assoluta
    delle cose e il dominio eletto ad auto sorvolo.

    Intermediari dell’incessante detto spoliano
    paradossi filosofici enucleati in notti

    veementi all’aporia di un sistema pensante,
    la cui variabile offerta al quotidiano incedere

    cuneo dimostrativo all’Essere che non può
    vedersi vedere, di-rada l’esilio in eterno alloggio.

    ________________

    E’ forse un tentativo, l’esistente; involucro metamorfico posto in sedi imperfette.
    Si adagiano i contrari su bande sonore desuete al tramestio di allusioni,fotogrammi, lemmi archiviati nella Biblioteca alessandrina delle impermanenti amnesie. Non v’è convivialità o profonda empatia nell’umano aggirarsi tra rovelli intellettuali. Slitta su altri piani l’essenza del definitivo privo di definizione; la scissura dell’assoluto contattato nel misterioso cabinet dell’ente.
    Accade nel multiverso, tratteggio diagonale di una sillaba sospesa ad ideogramma. Abitare in spazio sacro illude l’oggetto ad archetipo. L’usuale, si anima di inespresso. Alberi dai sospiri planetari, inneggiano alla verticale architettura.
    Il soffio del vento scompigli le direzioni e, consenta al nostro essere, respiro.

    Marina Petrillo

  4. Ritengo che basterebbero soltanto queste parole :

    “[…]Una finestra aperta è come un cuore aperto. Aprite il cuore, aprite le finestre, allargate le braccia, aprite la porta, chiudete soltanto la porta del male. È questo il modo più semplice per non vivere nella prigione in cui si è tramutato il nostro mondo[…]”

    per sentirci autorizzati a pensare a Duška Vrhovac come a una delle eredi meglio riuscite di quello che a suo tempo Thomas Mann indicò a una Europa di macerie materiali e morali postbelliche come “Umanesimo militante”, quella forma di umanesimo che nel principio della libertà, del dubbio e della tolleranza ha sempre saputo trovare l’argine al dilagare del fanatismo, il quale, per definizione, è sempre senza dubbi e quindi anche senza vergogna. L’altra grande idea che si coglie nelle meditazioni e nelle dichiarazioni di poetica e d’intenti d’arte di Duška Vrhovac è il pensare alla Poesia come a una grande casa comune all’insegna della Estetica.
    E’ un pensiero alto perché, volendo ri-scomodare Brodskij, l’Estetica è la madre dell’Etica.

  5. caro Gino,

    sono alcuni anni che medito sulla affermazione di Brodskij se l’estetica venga prima dell’etica, o viceversa. Io sono ormai propenso a pensare l’etica come ethos, che nel greco antico voleva dire «soggiorno», e che l’etica sia un tutt’uno con l’estetica.
    Il mio linguaggio è un atto etico. Il mio linguaggio è un atto estetico.
    Sono ormai propenso a pensare che i due linguaggi siano un tutt’uno, siano un medesimo linguaggio.
    Brodskij era costretto a rifugiarsi nell’estetica perché ormai in esilio lontano dalla sua patria e dalla sua lingua… ma anche noi ormai siamo lontani dalla nostra lingua, la lingua che usiamo ci è estranea, la lingua della poesia è la più inappropriata e inadeguata per la nostra epoca. Dico questo con amarezza.
    Scrivo a proposito delle prose di Duška Vrhovac:

    «Il genere prescelto è il Tagebuch, il diario, il luogo nel quale vengono appuntati i pensieri del giorno, ciò che pone all’“Io” il compito etico di rispondere all’ordine del giorno mediante dei pensieri che rispondono ad una situazione di incertezza e di pericolo.»

    La poesia è la risposta che noi diamo all’ordine del giorno che viene promulgato dalla nostra epoca. Il poeta non può non rispondere a questo ordine del giorno.
    La poetry kitchen che noi facciamo è una cosa serissima, anzi, la più seria che si possa fare con la scrittura. Chi pensa che scherziamo non ha capito niente e non dobbiamo spiegargli niente, non abbiamo tempo da perdere.

  6. giorgio linguaglossa
    26 marzo 2015 alle 11:23

    caro omissis,

    la gran parte della poesia moderna che si fa in Occidente sta come la brillantina sui capelli di un moribondo, si fa come si mettono i bigodini sui capelli, e poi ci si passa il phon.

    In verità, senza un pensiero estetico non si può fare poesia. È però forse vero quello che tu dici, che oggi parlare di divisione sociale del lavoro in rapporto all’arte è un eufemismo nostalgico. Io non sono d’accordo. Ti dirò di più: ho letto in documento di economisti che in un prossimo futuro il 47% del lavoro potrà essere cancellato e sostituito dal computer e dai robot. Questo che cosa significa? Significa che la divisione sociale del lavoro di marxiana memoria sarà andata a farsi benedire? E che papa Francesco che, paradosso dei paradossi, fa il comunista perché sa che una chiesa svincolata dai poveri non ha futuro (e ne è spaventato)?.
    Però resta il problema non ancora risolto se l’arte sia ragguagliabile ad una produzione sociale o se dobbiamo confessare che essa non lo sia, che sia un surplus ammniistrato dalla buona coscienza della Super-borghesia telemediatica?. Ah, tu dici che non esiste più la borghesia? E allora, questa cosa che 50 famiglie nel mondo detengono la ricchezza dei restanti 5 miliardi di esseri umani nel mondo, come la dobbiamo chiamare?

    Allora potremmo dire che l’arte è una produzione sociale non basata sulla divisione sociale del lavoro! Ma così finiremmo in antinomie insolubili. L’unico modo per comprendere l’arte nel mondo ipermoderno è arrendersi al fatto che essa non rientra nella produzione sociale e che è (implicitamente e, a volte, esplicitamente) anti sociale, anti democratica, elitaria e olistica perché appunto non serve a nulla, non è di alcuna utilità, anzi, è decorativa, ornamentale, funzionale agli arredi e al modo di vita dell’Occidente.

    Le questioni filosofiche vengono espunte dalla poesia come non pertinenti ed allotrie, con la conseguenza che se la filosofia è diventata nel frattempo ontologizzazione dell’ente, la poesia di tramuta in omologia, logologia, in psicologizzazione dell’ontologia, fenomenalizzazione «poetica» del «soggetto privato» nella variante psicologica dell’ontologia, di quell’ontologia che nel frattempo ha dichiarato bancarotta.

    E la bancarotta dell’ontologia era ben visibile in quella invasione dell’«io» poetico falso e posticcio che imperversava ed ha imperversato ed imperversa tuttora in Europa e in Occidente. Il nuovo proposizionalismo «poetico» viene dichiarato ammissibile a seconda del criterio di verità o falsità che vige in ambito «scientifico», a seconda della sua riconoscibilità al Modello di Ragione proposizionale. Cioè, al Modello di Ragione in auge nelle democrazie parlamentari de-politicizzate.

  7. milaure colasson

    cara Duska,

    ho letto con grande trasporto le tue profonde osservazioni sulla vita e la poesia e sul senso della vita… certo la tua prosa non è “brillantina sui capelli di un moribondo” come scrive Linguaglossa, l’Occidente per lo più è marcio, sta marcendo sotto i nostri occhi, e il Covid19 illumina d’un bagliore sinistro il nostro mondo.

    La tua prosa colpisce per l’autenticità e il rigore con cui tu vivi e senti la poesia e la vita. Qui in Occidente si rischia di perdere il lume, la luce del rigore intellettuale e morale… Devo dirti che anch’io nella mia camera da lavoro tengo sempre la finestra aperta per trovarmi contemporaneamente, come te, dentro e fuori.

    Apprezzo molto la serietà, la precisione e il vigore con cui ti esprimi… bella e riuscita anche la traduzione di Isabella Meloncelli alla quale va il nostro riconoscimento.

    Anch’io penso che l’etica della parole coincide con l’estetica della parola. La parola non si può dividere in etica e in estetica. E tu sei l’esempio vivente di questa coincidenza.
    Un vivido augurio di leggerti nella collana di Progetto Cultura di Roma.

    A questo punto non resta che attendere la stampa del tuo libro.
    A presto con affetto.

    Marie Laure Colasson

  8. A me sembra neorealismo aggiornato alla via di mezzo, senza ideali ma pronunciarsi come ne avessimo ancora. A quella maniera. Cercare posia in un testo neorealista è impresa ardua. Tanto più se ci si trova alle estreme propaggini di quella forma di pensiero.
    Ora sta è in arrivo vera solitudine. Così abbiamo Duška Vrhovac, In bella cartolina. Le poesie sul retro scritte a mano.
    Mi piace, la appenderei in camera questa poesia.

  9. DALLE CRITICHE SULLA POESIA DI DUSKA VRHOVAC
    -un inglese, un russo, diversi italiani, un ungherese e poi alcuni serbi-

    Richard Burns, dalla prefazione a I WEAR MY SHADOW INSIDE ME, London 1991:

    La composizione di Duška Vrhovac ha spesso la qualità di un medaglione: lo apri e vi trovi un segreto e un ricordo. In un piccolo spazio lei riesce a cogliere e a trattenere non soltanto l’attimo, ma anche i suoi molteplici riflessi. Molte delle sue poesie hanno solo apparentemente una leggera forma colloquiale, ma lei ha il potere di aprire quello che assomiglia a una pietruzza levigata e far sì che nell’animo, nella coscienza cresca come germoglio. Ricorre spesso a conî propri di parole serbe, compiacendosi di forti risonanze di suoni e metafore nella propria madre lingua. Eppure, saldamente radicata nella propria esperienza, non esagera mai, intenta piuttosto a dar rilievo alla sua discendenza e alla consapevolezza che si esprime da una donna serba contemporanea. Non metto la mia vita nelle mie poesie. La vita va vissuta, dice lei. Nella poesia metto/ quello che non sta nella vita. Questo pensiero complesso emana da tutta la sua produzione poetica. Le sue composizioni sono miniature delineate con raffinatezza, intuizioni in tutti i possibili sensi di questa parola: esseri che vivono e respirano attraverso l’inchiostro, attimi colti nel tempo, eppure da esso liberati, lampi e comprensività. Confessioni, presentimenti e riconoscimenti.

    Anna Santoliquido, „Le Voci Della Luna“, Numero 14 Settembre 2000:

    Le grandi metafore di Duska Vrhovac restano il sogno e i bambini, simboli di desiderio e della vita che fiorisce. Il velo di malinconia, la condanna del male, i suoni, le stratificazioni dei significanti, i sentimenti, accendono la curiosita` del lettore per la storia dei Balcani. Così la vicenda poetica di una donna diventa materia universale e anello di congiunzione.

    Sergei Shcheglov, Giornale letterario per i giovani “Zrenije”, n. 8, 2002, pagina 7. Krasnoyarsk, Russia:

    “Credo nella bontà e nella bellezza.” Da questa definizione, in sostanza è permeata tutta la poetica di Duška Vrhovac. E qui si evidenzia il suo legame spirituale, quasi cosmico con un’altra poetessa serba, la geniale Desanka Maksimović. Ho avuto l’opportunità di vedere un film di Duška Vrhovac, dal semplice titolo “LA MIA DESANKA”. E proprio lei ha pienamente diritto ad una tale “privatizzazione” della grande poetessa serba. E questo diritto lei se l’è conquistato onorevolmente con le sue poesie, luminose e pulite, che di tanto in tanto ricordano l’epica eroica serba, la poesia popolare e quella lirica femminile della quale diciamo che sia stata scritta non da donne-poetesse, ma piuttosto da donne-Poeti. Così hanno parlato di Ana Ahmatova. Allo stesso modo viene percepita anche Desanka Maksimović. Credo che anche a Duška Vrhovac spetteranno queste valutazioni.

    Ugo Magnanti, L’Eco del Litorale, maggio 2012, p. 3

    La parola di Duska Vrhovac, fra le maggiori poetesse contemporanee, affiora da un epos antico con una scrittura proiettata sul presente, spesso con un registro minimo, ogni volta ricco di reminiscenze e di suggestioni balcaniche che appaiono particolarmente idonee ad assolutizzarsi, così come sempre avviene nella grande poesia. La parola della Vrhovac è una parola candida, nella quale respira una solitaria vocazione verso l’invisibile. È una parola nitida, precisa, eppure anche improvvisamente rarefatta, preziosamente attenuata, e inquieta, quando si scioglie in rapide visioni.
    Il percorso letterario di questa grande autrice serba può essere rappresentato in termini di speranza e resistenza: due anime dominanti che si fondono e si addensano nella sua poetica, e che si appellano a una fiducia capace di eludere il tempo, di dare maggior consistenza al reale, di contaminarsi con la ricerca di un senso, di evocare il sottile strazio di un’esperienza umana condivisa.
    Con questo spirito la Vrhovac esplora le corrispondenze e le trame impenetrabili che legano le cose, ma soprattutto realizza una lucida memoria, nazionale e universale, in cui tutto è impegno civile e affermazione di valori. La sua poesia, infatti, così esemplare nel superare e oltrepassare i confini, nel farsi intreccio di culture, riesce anche ad essere sangue, fibra, pensiero delle origini serbe, legame profondo coi primordi di una patria, con i suoi paesaggi che respirano attraverso un segreto.
    Duska Vrhovac conosce il valore della purezza, ed è una poetessa disarmata che non teme il cinismo dei tempi, che non teme il triviale, il futile, lo scettico. Per questo nei suoi versi aleggia un candore pungente, un finto disorientamento che è invece una sorta di delicata maieutica, con la quale le cose e le persone vengono sgravate dal loro tragico torpore, dalla loro direzione insensata. Il suo stile è compiuto, la sua poetica alta, coerente: la sua poesia si può permettere di non temere retorica, né utopia, ed è per questo che procede senza esitazioni al recupero di una perduta anima mundi.
    Le poesie di Duska Vrhovac vanno incontro al mondo, abbracciano la propria
    parabola fatta di piccoli prodigi, di presagi remoti percepiti nell’avverarsi del quotidiano, e diventano, per il solo fatto di esserci, di essersi distese, rapprese, su un foglio bianco, o articolate in ciò che “non sta nel fiato”, una moderna apostrofe sulla raziocinante e perenne follia degli umani.

    Letizia leone, L’ antica Pietas della poesia di Duska Vrhovac:

    Se dovessi dare un titolo a queste mie riflessioni sulla poetessa DUSKA VRHOVAC, potrebbe essere “La poesia del cuore e il ritorno dell’anima nel mondo“, parafrasando il titolo di un acuto saggio di James Hillman, dove si parla del pensiero del cuore e si auspica il recupero di quella antica idea platonica e rinascimentale di anima, usurpata dal tecnicismo e dallo scientismo contemporanei alle cose di questo mondo.
    Ecco, io credo che la quintessenza di questa robusta poesia dei sensi e dei sentimenti della Vrhovac sia proprio nella convocazione perentoria di quel senso perduto verso le cose del mondo, contro l’insignificanza nichilista che ha decretato la catastrofe dei valori ridotti a merce, in un isterico e ipertrofico circo capitalistico.
    Una condizione che, inevitabilmente, porta con sé caos e disordine.
    Duska stessa con voce limpida e incisiva ci dichiara che la sua è una poesia di Resistenza.
    Resistenza contro l’informe attraverso lo strumento della la poesia che è forma, misura liturgica, ritmo calibrato nel battito del verso.
    E attraverso l’intelligenza poetica, espressione naturale di un’umanità religiosa, ma destinata a morire nelle epoche mercantili dove le parole vengono usate solo in modo utilitaristico e freddo.

    Fortuna Della Porta, „Fiori del male“, gennaio-aprile 2012, anno VII n. 51

    La sua lunga attività e il percorso di maturazione, oramai credo quarantennale, hanno sviluppato la poesia della Vrhovac fino agli esiti più felici e ne hanno arricchito il valore anche dal punto di vista formale.
    Ha avuto modo di passare in tanto tempo dalla preghiera, alla lirica, alla satira, all’invettiva, dalla lingua colloquiale ai più alti risultati letterari. Pur conservando nel tempo la prerogativa della semplicità, Duska impiega con gli stessi effetti ritmici e lessicali la poesia breve e dal verso sovente di un solo termine, ma anche la composizione lunga o molto lunga del poemetto.

    Antonio Coppola, Intervento tenuto al circolo culturale Aleph il giorno 26 aprile 2012 nell’incontro con la poetessa Duska Vrhovac:

    A prima vista si nota il suo vitalismo in questa parte esaminata di versi liberi che sono successivi alle raccolte in volume, contestualizzati in vari tempi. Si sono capiti subito i suoi “transiti” di un verseggiare demotico-popolare di derivazione culta motivato da una certa sicurezza oraziana. L’occasione contingente della poesia della Duska si trova dentro il milieu meta temporale del logos; il terreno, il luogo primario dove attecchisce la sua investitura e quel rispetto quasi sacro per la sua Terra. Sono luoghi mitici e infiltranti forgiati in uno stile di significati profondi cui ancora questa poetessa itinerante è attratta nel pieno di un periodo felicissimo di affermazione e di creazione. Compulsando i testi della Vrhovac così nitidi,trasparenti, pieni di una soavità traboccante e di una lucida esperienza di vita, ci autorizzano a credere al pensiero heideggeriano che genera poesia del“leggendario” della materia iperuranica.

    Ugo Magnanti, LA SEDUZIONE DELLE CREATURE, Quanto non sta nel fiato, FusibiliaLibri 2014:

    E certamente in questo libro è possibile riconoscere la vita e l’arte di un’autrice giunta a una luminosa maturità, a una saggezza in cui spesso il dato intimo si fonde con la riflessione metapoetica, una donna ormai esperta del mondo, ma che non rinuncia al fervore di una scrittura che continui assiduamente a rappresentarlo per renderlo plausibile, che gli riconosca la grazia di un ordine, una esistenza ulteriore, come se questo atto di fiducia nella poesia fosse un’esibizione di ingenuità, rispetto a una realtà che non ha bisogno di parole per essere fondata.
    Sotto questo aspetto la poesia di Duška Vrhovac ‘ingenua’ lo è davvero, ma in senso schilleriano, cioè nella capacità di esprimere una relazione armoniosa con la natura, e nel corrispondervi con un’etica istintiva, laddove invece tutto ciò sfugge al poeta ‘sentimentale’, che afferma la natura come valore soltanto attraverso un atto intenzionale e un ragionamento, insomma, a freddo.
    Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, nella poesia della Vrhovac è risposta la misteriosa aspirazione al recupero di una perduta anima mundi, ma senza rischi di retorica o di utopia, perché il suo stile è compiuto, proiettato su un presente atemporale, ed è caratterizzato da un registro minimo, profondo, ricco di reminiscenze e di originarie suggestioni balcaniche rese in forma necessaria, oltre che assoluta.
    Ecco allora un’opera in cerca di corrispondenze universali, in cui “i paesaggi” si trasfondono nelle “parole”, “i fiumi” confluiscono nel “sangue”, le “mani intessono il chiaro di luna”, e lo stesso io lirico si fa “terra”, inscrivendosi nel solco di quella lirica novecentesca in cui le costanti compenetrazioni fra uomo e natura, fra uomo e paesaggio, sono espressione di un sincero sentimento dell’esistenza.

    Monica Martinelli, La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di DUSKA VRHOVAC, 2015:

    La poesia di Duska Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche, e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia neoplatonica pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare.

    Jolanka Kovač, Memento vivere, AB ART Kiadó, Budapest, 2020:

    La poesia di Duška Vrhovac è multiforme, sfaccettata e autentica in tutti i sensi”, scrive Kovač. “I suoi temi e le sue motivazioni provengono dalla realtà, ma anche dal suo ricco mondo interiore e dalla sua immaginazione. Il suo discorso poetico è chiaro e allo stesso tempo sorprendentemente complesso, provocatorio e raffinato.
    La poetica di questa poetessa è dominata dalla speranza e dalla resistenza, mentre il profondo umanesimo incoraggia il lettore a cercare significati più alti e veri valori in questo mondo senza speranza, sottolineando che il dolore e il tormento dell’umanità, anche quelli quotidiani, sono sempre comuni a tutti noi. Nel suo riconoscibile stile liricamente originale, Duška Vrhovac con sincerità e dedizione completa scrive poesie in cui, partecipando con la natura e tutti gli esseri del nostro pianeta e nel cosmo, collega varie culture e paesaggi, rimanendo fedele alla sua origine e alla sua cultura.

    Diversi critici serbi

    Đorđe J. Janić, postfazione al libro San po san/ Sogno dopo sogno, 1986:

    L’armonia dei versi di Duška Vrhovac si riflette nella chiara precisione fra la fonte soggettiva e una universalità resa materializzata.

    Ranko Risojević, Oslobodjenje, Sarajevo, 8 luglio 1987 (sul libro Sogno dopo sogno):

    Da poesia a poesia, di sogno in sogno, il lettore, nella propria solitudine, percorre la solitudine della poetessa Duška Vrhovac, sempre più convinto dell’autenticità dei suoi versi. Il tempo dedicato a questa poesia viene restituito raddoppiato, la solitudine si completa col significato acquisito.

    Alek Vukadinović, postfazione al libro Con l’anima nel corpo, 1987:

    Tutta una serie di qualità che sicuramente raccomandano un poeta si sono scoperte ed aperte già nel suo primo libro. La purezza del tono, la semplicità, una verginità azzurra e la moderazione della vita interiore, la riservatezza e soprattutto, una malinconia del sentire purificata e discreta, sono alcune delle serie caratteristiche che essa ha portato con la raccolta “Sogno dopo sogno”. Non rimane che auspicare che una voce poetica così originale e particolare, in questo tempo sempre meno aperto ad ogni purezza ed autenticità, (anzi proprio per questo), continui a farsi sentire con tanto successo e arditezza.

    Miroslav Egerić, Bagdala, broj 428-429, jul-septembar 1996:

    Ecco una poetessa che conosce il suo mestiere, che non ha paura di non sapere quanto non vuole sapere e che esprime la sua autentica aria lirica in un modo che suscita fiducia e un dialogo ravvicinato.
    Una particolare qualità delle poesie di Duska Vrhovac è la purezza della lingua… Dietro le sue parole risplende “un sistema di valori”: da qualche parte, in lontananza stanno i riferimenti focale: il padre, la madre, il pane benedetto: esiste un mondo che conosceva cosa fossero la fama, l’onore, l’elevatezza morale e l’alta responsabilità dell’esistere.

    Slobodan Rakitić – S obe strane Drine/ Dall’una e dall’altra parte della Drina, 1995:

    Se nelle sue poesie precedenti avevamo il prevalere dei valori individuali, personali, estetici, nel nuovo libro di Duška Vrhovac troviamo in primo piano l’eticità, le emozioni, la dimensione universale e quella morale. Le nuove poesie di questa poetessa possiedono un accentuato nucleo lirico, emozionale e sensitivo. Ed è comprensibile quando se ne consideri non soltanto la base tematico-motivazionale, ma anche che la poesia, in un certo punto, diviene atto tanto estetico quanto profondamente morale.

    Predrag R. Dragić Kijuk, sul libro Sete sull’acqua, 1996:

    Duška Vrhovac pensa temi eternamente presenti così che i suoi messaggi sono universali anche quando nelle singole poesie, come testimoni o partecipi di determinati eventi, possiamo riconoscere gli attori di questi antichi drammi. E già per la presenza di questo codice universale ritengo la sua poesia particolare ed importante.

    Branislav Lecic, Presentazione a Kolarac:

    Considerati gli anni in cui queste poesie sono state scritte come cicli di conoscimento o, in effetti, immagini della coscienza, rimaniamo sorpresi sia io come lettore, e probabilmente la poetessa stessa, pur non essendone forse completamene coscienti, che ogni ciclo è espressione di una vera e completa ricerca sociale.

    Ljubica Miletić, Žedj na vodi/ Sete sull’acqua, seconda edizione ampliata, 1997:

    Mentre parla della terrificante fantasia del male, lei sta saldamente dalla parte del bene, e questa è una forma di testimonianza e resistenza di Duška Vrhovac, della sua fede, del suo amore e della sua molteplice speranza che il male non sia onnipotente, ma anzi transeunte.

    Dragoljub Stojadinović, »Večernje novosti«, 1996: (sul libro Benedizione…):

    Si potrebbe dire molto di questo poetare e ancor di più a proposito di esso. Comunque, l’impressione più forte nasce dal suo carattere ispirativo, misurato in una sua maniera particolare e dalla sua delicatezza speciale e seducente; inoltre la sua area tematica è più ampia di quello che solitamente ci propone la poesia oggi, come se prosa e poesia qui avessero fatto tra loro uno scambio che suscita in noi stupore.

    Nikola Milošević, Žedj na vodi/ Sete sull’acqua, 1995:

    Avviene di rado che qualcuno con mano tanto sicura ed abile si muova in due generi fra loro tanto differenti perché cameristico l’uno e da palcoscenico l’altro. Nell’una come nell’altra disciplina Duška Vrhovac ha mostrato di governare sovranamente i mezzi della figurazione poetica. Con la sua lingua accurata e raffinata, imbevuta pure di una certa saggezza amara, Duška Vrhovac ha raggiunto altissime sfere artistiche.

    Ljiljana Binićanin, Ilustrovana politika br. 1992, str. 57, 22. III 1997:

    Questa è una poetessa per tutti i giorni dell’anno, per tutte le mattine e tutti i pomeriggi, per tutte le età a prescindere dal sesso. Duška Vrhovac è presente da quando ha fatto la sua comparsa con la prima poesia e per tutti i tempi futuri.
    Per il lettore sono una vera benedizione i suoi versi privi di forzature, sinceri, unici, attraenti: ecco perché questo libro è di quelli che si amano e che all’amore risponde con l’amore: in sua compagnia sotto il cuscino, sul guanciale, sul tavolo di cucina, sullo scrittoio, in qualsiasi luogo possibile ed impossibile non siete mai solitari. Per quanto soli vi sentiate.

    Gojko Antić, dallo studio ”Apsolut i tišine, ljubav i molitve u poeziji Duške Vrhovac/ Assoluto e silenzio, amore e preghiere nella poesia di Duška Vrhovac/”, Duška Vrhovac, “Izabrane i nove pesme/ Poesie scelte e nuove/”, Prosveta 2002:

    La riflessione che compenetra questa poesia, basata sulla propria tradizione, affilata e nitida come quella di un Bećković, ma nel suo esprimersi libera dalle caratteristiche locali, le conferisce quel grado di universalità a cui vengono ad essere cancellati e luogo e tempo, mentre rimangono soltanto la poesia e il pensiero, che è il senso dell’esistenza umana in tutta la sua complessità. Eppure il grado di emotività e la dedizione al Bene, inteso come livello etico ed estetico, ma anche come modo di vita, si possono prima di tutto comparare con le concezioni di una Vislava Šimborska.

    Ljiljana Šop, »ETNA«, numero 64 marzo 2007: (sul libro Operazione a cuore aperto):

    Sapendo che l’identificazione dei colpevoli della follia locale e del generale inabissamento, in cui trascorrono le nostre vite, è solo una fatica inutile che spetta al giudice e allo storigrafo e non alla penna del poeta, Duška Vrhovac, con una suprema ironia, proclama il Poeta colpevole di tutto. Infatti, se nella poesia si coglie una tale realtà mentre a nessuno salta in mente di assumersi o almeno di ammettere la responsabilità per il suo volto raccapricciante, la colpa non può essere che dello specchio, non è vero?

    Milan Mihajlović, »Otadžibina« n. 6, 2007: (sul libro Operazione a cuore aperto):

    La poesia di Duška Vrhovac è interessante e provocativa. Durante e dopo la lettura, al di là di tutte le quinte e le metafore poetiche, produce sul lettore un effetto di catarsi, lenisce e sublima. Le sue poesie sono creazioni indubbiamente straordinarie, che per molti aspetti si distinguono nel panorama contemporaneo della poesia serba e di quella europea. Si tratta di forme poetiche realizzate con mezzi lirici che vanno dalla preghiera agli esiti più alti della satira.

    Milica Jeftimijevic Lilic, Pluralità di piani, di idee e di significati della poesia di Duska Vrhovac:

    Se nello svelare di complessi significati poetici della poesia di Duska Vrhovac partiamo dal “luogo di vicenda” scopriremo che spesso sono presenti, allo stesso momento, il mondano e il celeste, il concreto ed l’aristico come incentivo e come segno semantico. Per esempio, nella prima poesia del libro Piogge mistiche scopriamo diversi piani: un piano concreto, storico che comprende il passato (simultaneamente storico e contemporaneo, attualissimo), il presente (“Stanotte con te ho raccolto lungo la torbida Bistrica peonie rosse”) , il celeste (“Dal cielo cadevano su di noi petali bianchi ”), il sopratestuale, l’artistico, (“dalla via giungeva lo scalpitare dei cavalieri / come dai canti di Nazim Hikmet”)… affinche’ una situazione fondamentalmente erotica di desiderio tra uomo e donna, dimostrata tramite le peonie rosse (legate alla morte dei giovani guerrieri, al troncato desiderio corporeo, ma anche alla resurrezione di quella gioventù in un fiore sontuoso) e forse qualcosa di ancor più nascosto (quasi un’attrazione delle parti una volta contrapposte) affinché tutto l’intreccio evocativo si riduca nell’immagine spirituale di un angelo che, stanco dal desiderio, scende sulla spalla dell’eroina per riposarsi. L’erotico si sublima nello spirituale, nell’unione con se stesso, nell’intensa presenza dell’anima. Le piogge mistiche come determinazione del segreto celeste, della spiritualizzazione dell’essenza divina, hanno depurato l’ente femminile del soggetto lirico dai desideri sensuali che lo hanno gia’ unito con il lui, soggetto maschile, li’, nei prossimi dell’eternità e della morte. Il fiato di lui crea sulle labbra di lei la rugiada, acqua che simbolizza purificazione, vita e il santo segreto dell’essenza nonché la potenza poetica per arrivare da una situazione riflessiva alla visione poetica dai vasti significati associativi. Per domare con essa il pensiero di morte che spunta all’orizzonte di un cielo ancora capace a regalare la mistica, la sfida, l’arricchirsi dell’essenza.

    Ljiljana Šop, “Benedizione a sfida del caos”:

    Considerata nella sua continuità, l’opera di questa poetessa testimonia come nel tempo non sia tanto cambiata lei quanto sia mutato il mondo che la circonda e l’angolo da cui lei è oggi disposta ad osservarlo, ponendo l’accento sul caos, l’accelerazione, il pervertimento, le dimensioni catastrofiche, l’alienazione, lo smarrimento dei vecchi sistemi dei valori, che non vengono sostituiti da nuovi sistemi, ma sono anzi caratterizzati dalla scomparsa di ogni sistema. Così, nei paesaggi di un tempo, bucolici o urbani, ugualmente cari alla poetessa, in cui le stagioni, secondo le previsioni, si alternavano regolarmente, ispirando attese emozioni; nelle esaltazioni di un tempo, legate all’amore, all’amicizia, al ‘gemellaggio cosmico’; nella fiducia un tempo riposta nelle persone, nei libri, nelle parole, nel concetto di popolo, nei testi storici, nella bellezza, nella verità, nel bene, nella giustizia, si è irreversibilmente ancorato lo scetticismo, il timore, il bisogno di analizzare, l’ironia, la paura del futuro che non promette niente di buono.
    Se un tempo era stata un’ ottimista nostalgica, la cui preoccupazione maggiore era quella di trovare la parola giusta per i propri sentimenti e le metamorfosi spirituali, la poetessa è ora una pessimista realista, che continua a vegliare sulle parole che possano esprimere nel modo più completo, il caos in cui, per colpa soprattutto dell’uomo, viviamo i così detti tempi moderni.
    La frase sempre accurata di Duška Vrhovac, quella significante come quella melodica, è caratterizzata dalla semplicità. Nel mondo complicato che globalmente tende all’annebbiamento dei fatti, alla confusione dei sentimenti, alla virtualizzazione della realtà, all’arretramento di ogni tipo di appoggio sicuro, risulta quanto mai difficile trovare formule semplici e una lingua naturale. Eppure Duška Vrhovac le ha trovate in una misurata connessione tra la lingua vecchia e quella nuova, tra le norme di comportamento vecchie e nuove, tra i sogni degli avi e quelli dei discendenti, nell’esistenza parallela della penna d’oca, delle matite e del computer, in quanto tecniche paritarie di una scrittura, dettata tanto dalla sincerità quanto dalla preoccupazione, da un’innocenza intuitiva e dalla saggezza dell’esperienza. Ecco perché risulta possibile il titolo di questo testo dedicato alla sua poesia, a prima vista contraddittorio: “Benedizione a sfida del caos”.

    (Traduzione di Isabella Meloncelli)

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