Alfredo de Palchi è morto (1926-2020), Il decano della poesia italiana ci ha lasciati, abbiamo perduto un grande innovatore della poesia e un grande rappresentante della tradizione poetica italiana, a lui va il nostro saluto riconoscente e ammirato, Video di Diego De Nadai

poesia tratta da Sessioni con l’analista (1967, Mondadori)

4
strumenti: ben
disegnati precisi numerati
non occorre contarli: hanno già l’osseo colore;
nella cava il paleontologo
scoprirà la scatola blindata di lettere
che dissertano l’uomo, alcuni ossi
su cui sono visibili tracce
delle malefatte — e nel libro
spiegherà che gli strumenti automatici
erano (sono) necessari ai robots primitivi

“spiega”
lo so, il mio dire
non mi esamina o spiega, eppure . . .
(la segretaria incrocia le gambe sotto il tavolo
e vedendomi in occhiali neri
“interessante”
commenta “ma ti nascondi”)
è chiaro
— sono ancora nascosto —
non più per paura benché questa sia . . . per
autopreservazione

“perché” paura, accetta i risultati,
affronta . . . difficile
l’autopreservazione,
capisci? se tu mi avessi visto allora
nel fosso, dopo che il camion . . .

(il camion traversa il paese
infila una strada di campagna seminata
di buche / ai lati fossi filari di olmi /
addosso alla cabina metallicamente
riparato pure dai compagni che al niente
puntano fucili e mitra)
— capisci che si tratta di strumenti —
(ho il ’91 tra le gambe)

di colpo spari e io
— già nel fosso —
alla mia prima azione guerriera non riuscii . . .
me la feci nei pantaloni kaki
l’acqua mi toccava i ginocchi. Sparai quando
“leva la sicurezza bastardo” urlò il sergente Luigi
— fu l’ultimo sparo in ritardo —
dal fosso al cielo di pece
strizzando gli occhi
la faccia altrove — risero:

”sono scappati
hai bucato il culo bucato dei ribelli”

— capisci? se la ridevano —
mentre io non pensavo
no, alla preservazione.
La intuivo nel fosso —

Alfredo de Palchi 2

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Zagaroli Alfredo de Palchi Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

Alfredo de Palchi John Taylor

John Taylor

È con grande tristezza che devo annunciare la morte del poeta italiano Alfredo de Palchi (13 dicembre 1926-6 agosto 2020). Alfredo aveva molti traduttori pregiati in passato: Sonia Raiziss, I. L. Salomon , Ned Condini, Luigi Bonaffini, Barbara Carle, Anamaría Crowe Serrano, Michael Palma e Gail Segal. Ho avuto il privilegio di tradurre i suoi ultimi tre libri: ′′ Nihil “, ′′ L ‘ estetica dell’equilibrium ′′ e ora ′′ Eventi Terminal “. Prima di morire, Alfredo sapeva che Karl Kvitko (di Xenos Books) ed io stavamo mettendo gli ultimi ritocchi sulle prove finali di ′′ Terminal Events “, che appariranno tra qualche settimana.

Francesca Dono

Sono nella tristezza più assoluta

Vincenzo Petronelli

Mi spiace enormente! Da qiando seguo la poetica della Noe è diventato per me un punto di riferimento di poesia vera, indipendente dalle mode e dalle correnti e capace di trasporre in poesia la lettura della storia del nostro tempo. La sua poesia ci accompagnerà sempre e sono sicuro che continuerà ad ispirare sempre chi sia im grado di seguire e scovare i veri sentieri della poesia.

Lucio Mayoor Tosi

La sua presenza è insegnamento. Sono addolorato.

Alfonso Cataldi

Incredibile. Proprio oggi rileggevo i suoi testi.

Antonella Zagaroli

Grazie John. L’avevo sentito a fine giugno e ne avevo parlato con Giorgio. Mi aveva detto che oramai era stanco ma “lei” non arrivava. Io gli devo la forza di portare avanti la mia poesia al di là dei pensieri altrui. Lessi profondamente ogni suo scri…Altro…

Letizia Leone

Una gravissima perdita umana e poetica. Un grande poeta che con autentica generosità si è dedicato da mecenate alla diffusione e promozione della poesia italiana con la sua pregevole Chelsea Editions… Condoglianze alla famiglia

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

Giorgio Linguaglossa

Una riflessione intorno all’opera poetica di Alfredo de Palchi

Un pensiero intorno alla povertà delle parole

Quando si pensa ad una nuova opera, ad una nuova «cosa», ad una nuova poesia pensiamo ad un «non ancora». E che cos’è questo «non ancora» che non riusciamo ad interpellare, a nominare? È l’impensato nel pensiero, l’impensato che sta al di là di ogni pensiero pensato… è il «non ancora» che guida il nostro pensiero verso la soglia dell’impensato. Allora, possiamo dire che è l’impensato che guida il pensiero verso il pensato…
La «metafora silenziosa» è l’impensato che fa irruzione nel pensiero.

Ecco, la nuova ontologia estetica è il «non ancora», è quell’impensato che muove il pensiero verso il pensato… Privati dell’utopia dell’impensato, si ricade nel pensiero già pensato, nel pensiero routinario… Dobbiamo quindi abitare l’impensato, abituarci al pensiero di abitare il «non ancora», l’impensato…

Dobbiamo intensamente pensare ad una «nuova metafisica delle parole» per poter pensare di fare «nuova poesia». Lo sappiamo, le parole della vecchia metafisica sono finite dal rigattiere, sono state vendute al Banco dei pegni. Dobbiamo trovare in noi una nuova patria metafisica delle parole, pensare alle linee interne delle parole, non a quelle esterne della rappresentazione. Quello che ha fatto Alfredo de Palchi è stato parlare direttamente della propria esperienza personale, per linee interne. E così la propria personalissima biografia è diventata la propria personalissima metafisica, e le parole sono venute da sole: brutte, sgraziate, cacofoniche, impopolari, antipatiche, anti letterarie, estranee, ultronee. Alfredo de Palchi ha fatto un passo indietro ed ha trovato come per magia le parole delle linee interne, ha esiliato le parole delle linee esterne, quelle compromesse con le parole di una metafisica non più ospitale, le parole fraudolente e ciniche, ha usato soltanto le parole sulfuree che gli dettavano la sua iracondia, le sue idiosincrasie, i suoi umori.

Qualcuno mi ha mosso, ragionevolmente, un interrogativo intorno a ciò che ho tentato di abbozzare con il nome di «metafora silenziosa». Comprendo bene le ragioni di tale diffidenza, sono comprensibili, condivisibili ma proviamo ad andare un po’ al di là del pensiero corrente, proviamo a pensare alla «metafora silenziosa» come ad una manifestazione del linguaggio. Possiamo dire così: che la «metafora silenziosa» appare quando il linguaggio si ritrae; la metafora silenziosa si annuncia quando l’orizzonte linguistico si ritrae; dobbiamo allora pensare alla metafora non come ad un composto di nomi, non come ad un nome che proviene da altri nomi, quanto come un nome che appare quando gli altri nomi si ritirano dietro la soglia dell’orizzonte linguistico.

La metafora silenziosa è qualcosa di analogo all’Umgreifende, qualcosa o qualcuno si manifesta e viene verso di noi quando non ci dirigiamo verso di lui, anzi, quando ci allontaniamo da lui, quando prendiamo congedo dalla povertà delle parole…

Allora, veramente accade che la parola si manifesta quando facciamo un passo indietro (zurück zu Schritt), quando pensiamo alla parola non per il suo rinvio ad altro ma per il suo non essere invio, o rinvio, per il suo non significato e non significabile, come a qualcosa o qualcuno che non può essere catturato, afferrato, preso (greifen) con la potenza della nostra volontà, ma che può essere preso soltanto mediante un atto di congedo da qualsiasi apprensione, con un passo indietro.

[Del termine Umgreifende sono state date numerose traduzioni tra cui menzioniamo ulteriorità (Luigi Pareyson), tutto-abbracciante (Cornelio Fabro), tutto-circonfondente (Renato De Rosa), comprensività infinita (Ottavia Abate), orizzonte circoscrivente (Enzo Paci); i francesi usano il termine englobantenveloppant. Nella presente trattazione, una volta chiarito il senso, s’è preferito lasciare il termine nell’espressione tedesca, il cui significato emerge dalle parole che lo compongono: “greifen” che significa “afferrare, prendere”, e “um” che è una preposizione che dà il senso della “circoscrizione”, della com-prensione”. “Um-greifende” è allora “ciò che, afferrando, circoscrive; prendendo com-prende”. Ciò che è circoscritto e com-preso è, stante il senso dell’operazione filosofica fondamentale, sia il significato oltrepassato, sia l’orizzonte oltrepassante. L’uno è presente con l’altro, ogni significato è presente con la totalità del suo “altro”, e la loro compresenza è appunto l’Umgreifende.1]

1] U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente Feltrinelli, 2017, p. 78

Strilli De Palchi La poesia anticomplessa e commerciale

Strilli De Palchi Fuori dal giro del poeta

Il Mangiaparole rivista n. 1

Il «rumore di fondo» dell’opera di esordio di Alfredo de Palchi, Sessioni con l’analista (1967)

caro Lucio Mayoor Tosi,
https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/13/intervista-a-alfredo-de-palchi-a-cura-di-roberto-bertoldo-con-un-commento-di-john-taylor-per-il-92mo-compleanno-di-alfredo-de-palchi-poesie-scelte-da-sessioni-con-lanalista-1967/comment-page-1/#comment-44878

per rispondere alla tua riflessione, dico sì, penso che il critico, o il lettore quando devono sforzarsi perché non capiscono, allora danno il meglio di sé. La modernità della poesia di Alfredo de Palchi penso che risieda nel fatto che lui interviene nel contesto dei linguaggi letterari correnti degli anni sessanta con una carica de-automatizzante che frantuma il tipo di comunicazione segnica in vigore in quei linguaggi letterari, e lo frantuma perché quel suo linguaggio si pone al di fuori dei linguaggi del cliché letterario vigente negli anni sessanta.

Direi che il linguaggio di de Palchi in Sessioni con l’analista (1967) ha la forza dirompente del linguaggio effettivamente parlato in un contesto di lingua letteraria che non era in grado di sostenere l’urto di quel linguaggio che poteva apparire «barbarico» per la sua frontalità, perché si presentava come un «linguaggio naturale», non in linea di conversazione con i linguaggi poetici dell’epoca. Questo fatto appare chiarissimo ad una lettura odierna. E infatti il libro di de Palchi fu accolto dalla critica degli anni sessanta in modo imbarazzato perché non si disponeva di chiavi adeguate di decodifica dei testi in quanto apparivano (ed erano) estranei all’allora incipiente sperimentalismo ed estranei anche alle retroguardie dei linguaggi post-ermetici. Ma io queste cose le ho descritte nella mia monografia critica sulla poesia di Alfredo de Palchi, penso di essere stato esauriente, anzi, forse fin troppo esauriente.

Ad esempio, l’impiego delle lineette di de Palchi era un uso inedito, voleva significare che si trattava di un «linguaggio naturale» (usato come «rumore di fondo») immesso in un contesto letterario. A rileggere oggi le poesie di quel libro di esordio di de Palchi questo fatto si percepisce nitidamente. Si trattava di un uso assolutamente originale del «rumore» e della «biografia personale» che, in contatto con il«linguaggio naturale» reimmesso nel linguaggio poetico dell’epoca che rispondeva ad un diverso concetto storico di comunicazione, creava nel recettore disturbo, creava «incomunicazione» (dal titolo di una celebre poesia di de Palchi); de Palchi costruiva una modellizzazione secondaria del testo che acutizzava il contrasto tra i «rumori di fondo» del linguaggio naturale, «automatico», in un contesto di attesa della struttura della forma-poesia che collideva con quella modellizzazione. Questo contrasto collisione era talmente forte che disturbava i lettori letterati dell’epoca perché li trovava del tutto impreparati a recepire e percepire questa problematica, li disturbava in quanto creava dis-automatismi nella ricezione del testo.

Io queste cose le ho descritte penso bene nella mia monografia critica, chi vuole può leggere e approfondire queste problematiche in quella sede.

Il problema di fondo che si pone oggi alla «nuova ontologia estetica», o comunque a chiunque voglia creare una «nuova poesia» è esattamente questo, ed è sempre lo stesso: come riuscire a creare dis-automatismi e dis-allineamenti semantici nel contesto dei linguaggi poetici ossificati dei giorni nostri…

Penso che oggi chiunque legga ad esempio la poesia di Mario M. Gabriele proverà disorientamento nel recepire un tipo di «composizione» che impiega i rottami e gli stracci, le fraseologie della civiltà letteraria trascorsa (cioè i «rumori di fondo») come un mosaico di specchi rotti che configgono e collidono nel mentre che rimandano all’esterno, cioè al lettore, una molteplicità di riflessi e di immagini creando nel lettore una sorta di labirintite, di spaesamento…

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove ha diretto per molti anni la rivista “Chelsea” (chiusa nel 2007), ed è morto il 6 agosto 2020. Ha diretto la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in nove libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L. Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; Il edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montalto, Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010). Nel 2016 esce Nihil (Stampa2009) con prefazione di Maurizio Cucchi. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966); ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 e nel 2018 escono per Mimesis Hebenon gli ultimi due libri, Eventi terminali ed Estetica dell’equilibrio. È stato componente della redazione della rivista on line lombradelleparole.wordpress.com

73 commenti

Archiviato in poesia italiana del novecento, Senza categoria

73 risposte a “Alfredo de Palchi è morto (1926-2020), Il decano della poesia italiana ci ha lasciati, abbiamo perduto un grande innovatore della poesia e un grande rappresentante della tradizione poetica italiana, a lui va il nostro saluto riconoscente e ammirato, Video di Diego De Nadai

  1. mariomgabriele

    Scrivo poesie per avvicinarmi sempre ai morti e non dimenticarli mai.

  2. Pingback: Alfredo de Palchi è morto (1926-2020), Il decano della poesia italiana ci ha lasciati, abbiamo perduto un grande innovatore della poesia e un grande rappresentante della tradizione poetica italiana, a lui va il nostro saluto riconoscente e ammirato | RID

  3. 1322PD

    Il nostro “leone” ci ha lasciato…
    Sono profondamente addolorata, caro amico Alfredo…

  4. Se poesia si esprime nell’animo con urgenza, allora bisogna saper rinunciare a inutili giri di parole, badare al sodo. Da noi vige ancora l’arte della decorazione, la parola sghemba che la tradizione ci ha insegnato; tra le cose posticce, i più scaltri anche un tocco di modernità. O inseguire memorie selezionate, in gara di realismo idealizzato. Pare insomma che piaccia ai poeti l’arte dello sbadiglio.
    Cade quindi come bomba la poesia di Alfredo De Palchi; ma come bomba che cada in San Pietro, o in luogo di massima istituzione, cioè a dire che nulla cambia. Tanto meno i latrati di poeti affamati di cui De Palchi è stato, nel dopo guerra il capostipite.
    Togli le mezze misure, vedrai quanto spazio si crea. Scelgo questo tra i suoi insegnamenti.
    In un timido approccio via email, con De Palchi abbiamo parlato di gatti. Perché il mio se n’era appena fuggito, e Lui capì perfettamente il mio dolore.
    E’ niente. Ma fu gentile. E poi che altro avremmo potuto dirci? Tutto sta a capirsi, leggere le poesie, indovinare un comportamento eticamente dignitoso. Eroico, va’ ! Capire che puoi osare, osare, osare…

    Grazie Alfredo, ti penseremo spesso…

  5. Sono molto addolorata, condoglianze alla famiglia

  6. Nel silenzio delle pagine gli a capo
    e persino le virgole pistolettate.
    Si affiancano abominevoli lustrini, un colpo di clacson all’imbrunire, il capo di traverso
    e la soglia esterna di una terrazza.
    Un psicanalista scalzo.
    Questo è un mese di polvere, l’infinito,
    un autunno senza foglie, le pagine,
    un tormento sotto i piedi.
    Zerbini meravigliosi!

    Grazie OMBRA.
    De Palchi Alfredo? ” Presente!”.

  7. Con sgomento, con dolore… Nel paradosso dell’esistenza, i semi della vita fioriscono in morte. Asfodeli del ricordo, le riflessioni chiuse nel nostro essere, ora s’aprono, si mostrano, ci mostrano l’essenza. E che questo accada per non scordarci di chi incrociò la nostra strada, ecco, anche a questo penso ora…
    Mi unisco al canto degli amici, pur essendo io stata un ospite nella sua poetica casa

  8. Ricevo e pubblico da Antonio Sagredo:

    La mia gratitudine verso Alfredo de Palchi non conosce parola fine. Aspettavo da decenni un poeta che mi pubblicasse e ciò è avvenuto a New York con “Poems”. Mi resi subito conto dai suoi versi come già all’inizio degli anni Sessanta fosse superiore a gran parte dei poeti italiani famosi perché innovatore e modernissimo, come stile e contenuti. I posteri mi daranno ragione per il mio giudizio e per lui sono le mie parole più segretamente affettuose.
    Antonio Sagredo

  9. Giorgio Linguaglossa mi ha spesso parlato e raccontato la vita di Alfredo de Palchi , ho letto un po della sua frontale poetica ,mi sarebbe piaciuta fare la sua conoscenza ,cosi non è ;ma approfondirò con la lettura dei suoi libri e diventirà un amico presente .

  10. Claudio Borghi

    Un pensiero riconoscente e commosso al poeta e all’amico Alfredo. L’uscita newyorkese di The still flight fu una soddisfazione unica, ma unici furono anche gli scambi di mail, aspri e confidenziali, ruvidi e affettuosi, autentici e preziosi. Un abbraccio alla famiglia. Grazie

  11. antonella zagaroli

    Vi allego alcune su Facebook alcune foto scattate da Mariangela Rasi nella sua Verona durante l’edizione 2012 del premio per i giovani da lui inventato. Una delle tante espressioni della sua generosità

  12. Mariella Bettarini

    Care amiche, cari amici de “L’Ombra delle Parole”,

    mi dispiace davvero molto per la morte di Alfredo de Palchi. Una perdita grande per noi tutti.

    Con tutta la mia vicinanza, un saluto caro da

    Mariella (Bettarini)

  13. Non è facile capire. Le persone care ci lasciano anche se non moriranno mai in noi. Il ruggito di Alfredo è sempre stato libero ,forte, autentico. Un grande poeta, un uomo eccezionale.Lo porterò con me.Soprattutto dove manca il battito del tempo. Grazie Alfredo per tutta la poesia che ci hai regalato.

  14. Carlo Livia

    Come Rimbaud, Campana e pochi altri ha contribuito a rinnovare la relazione pensiero-linguaggio, oltre ideologie e assiomi precostituiti, la sua opera non sarà dimenticata.

  15. caro Carlo Livia,

    purtroppo non sarei così ottimista, c’è invece il pericolo che la poesia di Alfredo de Palchi venga rimossa e dimenticata; di fatto la sua poesia, in specie Sessioni con l’analista (pubblicata nel 1967 ma scritta negli anni a ridosso del dopoguerra), contiene delle novità concettuali e di struttura, come ben intuì Vittorio Sereni che allora dirigeva la Mondadori che pubblicò l’opera nella collana degli autori giovani.

    Ad esempio, come si può notare nella poesia postata sopra e recitata nel video da Diego De Nadai, è la prima volta che nella poesia italiana un pezzo della biografia dell’autore viene ad essere ospitato nella struttura della forma-poesia, mi riferisco qui in particolare alla scena del primo scontro a fuoco contro il “nemico” da parte dell’allora giovanissimo Alfredo allora diciassettenne arruolato a forza tra le file dell’armata della Repubblica di Salò. Esperienza terribile che si inflisse nella carne del giovanissimo uomo.

    Basterebbe questa poesia per fare di de Palchi un grande poeta degli anni sessanta, decennio che vide poeti di grandissimo talento. Ma de Palchi non ha mai fatto parte delle conventicole dei piccolissimi letterati addetti al lavabo della poesia. Di qui il suo destino di estraneo. Sì, forse il carattere di Alfredo era un po’ urticante, rilasciava dichiarazioni brucianti, fuori dalle righe del perbenismo aziendale dei poeti di fede. Spesso diceva anche delle cose non corrette, o scorrette, fate voi, ma si trattava di un uomo che si prendeva tutte le responsabilità dei propri giudizi e dei propri atti e che agiva e parlava d’impulso. So (me lo ha detto per telefono più volte) che si pentì amaramente di aver pubblicato nella Chelsea Editions degli autori italiani che non stimava affatto. Dall’altra parte dell’Atlantico lui vedeva con occhio preciso tutte le meschinità dei poeti italiani… c’era la fila da parte di costoro per farsi pubblicare nella Chelsea Editions, molti furono i rifiuti, e costoro, codardamente, operarono dietro le quinte per favorire l’oblio di de Palchi. Codardi e vili.

  16. Alfonso Cataldi

    È un giorno triste. Ho conosciuto De Palchi qui, grazie a Giorgio.
    Della sua poesia, una volta scoperta, non si può fare a meno e infatti torno e ritorno spesso sui suoi versi.

  17. caro Alfonso Cataldi,

    … è inutile girarci intorno, la poesia non viene per caso e a caso… se leggiamo la poesia autobiografica che racconta del primo conflitto a fuoco tra i repubblichini (tra i quali era stato arruolato il diciassettenne Alfredo de Palchi) e i partigiani, ci accorgiamo che la Musa si presenta all’improvviso quando occorre prendere una decisione di fronte all’indecidibile…
    … forse è proprio dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione. Il carattere problematico dei testi di de Palchi è invece proprio la loro tendenza ad arrestarsi nell’indecidibile come tale, rappresentato in modo emblematico dalla tautologia das Ereignis ereignet (Heidegger) ad arrestarsi quindi nell’indecisione tra la insistente necessità di una azione ma paralizzata sulla indecidibilità ad adottarla.
    In questo angusto spazio si apre la possibilità di una messa in opera di una nuova poiesis…

  18. Penso che Alfredo de Palchi, la cui grandezza nel panorama della poesia moderna ho imparato a conoscere su queste pagine, rimarrà per sempre un punto di riferimento per tutti noi. La sua scomparsa rappresenta una grave perdita che muove a sincera commozione ma anche uno stimolo potente a continuare sulla strada dell’innovazione
    Franco Intini

  19. Con Alfredo De Palchi siamo già al lavoro. E’ da quando sono nato che ho a che fare con i postumi. In assenza di. C’è armonia. Un filo di amicizia collega umani e fantasmi.

  20. Scrive Heidegger:

    «Quando noi lasciamo che la cosa si dispieghi nel suo coseggiare a partire dal mondo che mondeggia, noi pensiamo alla cosa come cosa. Pensando ad essa in tal modo, ci lasciamo concernere dalla mondeggiante essenza della cosa.Pensando così noi siamo chiamati dalla cosa come cosa. Siamo, nel senso più forte della parola, i Be-dingten, i condizionati dalla cosa.»

    Per tutta la sua esistenza de Palchi fu ossessionato da una «cosa» e non fece altro che consegnarsi ad essa, tentare di riconoscersi in essa, appropriarsi di essa, e dis-appropriarsi. E così ha poetato sempre una medesima «cosa», ha lasciato la cosa coseggiare e il mondo mondeggiare. Non poteva fare altro che ritornare al trauma di quel conflitto a fuoco e alla condanna all’ergastolo in primo grado per un delitto mai commesso…

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/08/10/alfredo-de-palchi-e-morto-1926-2020-il-decano-della-poesia-italiana-ci-ha-lasciati-abbiamo-perduto-un-grande-innovatore-della-poesia-e-un-grande-rappresentante-della-tradizione-poetica-italiana-a/comment-page-1/#comment-66973
    Heidegger ha scritto:

    «l’essere svanisce nell’Ereignis», e «l’essere svanisce nel valore di scambio».

    Che cosa significano queste parole in rapporto al «poetico»?
    Che cosa significano queste parole?
    Il pensiero poetante acquista nel pensiero del secondo Heidegger una rilevanza fondamentale per tutto l’impianto della Seinsfrage: esso non è un pretesto «estetico» o euristico con cui dialogare con la poesia, né tanto meno un momento di congedo dalla più alta meditazione sul senso dell’essere.

    Il pensiero poetante è la manifestazione più immediata della verità dell’essere nella storia destinale dell’essere stesso. Attraverso questo «poetico» il linguaggio si riscatta dalla inadeguatezza del suo compito fondamentale: nominare l’essere.

    La riflessione heideggeriana sul linguaggio ha svolto un ruolo fondamentale per la comprensione del «poetico».
    La peculiarità del linguaggio poetico è nominare le cose, in tale nominare viene chiamata ad essere la parola stessa. Il nominare è il soggiornare nella vicinanza degli enti, il nominare è l’atto etico per eccellenza, è ciò che fonda l’etica e l’estetica. Il «poetico», dunque, viene prima dell’etico e dell’estetico.

    Ripropongo la domanda di Heidegger, perché questo è il punto fondamentale. Che cosa significa nominare le cose dopo la fine dell’arte e la fine della metafisica? È ancora possibile nominare le cose dopo la fine della metafisica? Quelle parole che sono costituenti di quella metafisica defunta possono ancora nominare le cose?

  22. La scomparsa di Alfredo de Palchi non è un evento qualunque di perdita, di lutto, di elaborazioni dello stesso lutto, è molto ma molto di più, per i poeti e per la poesia.
    Entrambe citate come sotto titoli nel saggio che nel 2017 Giorgio Linguaglossa dedicò alla sua intera esperienza poetica, la poesia di Alfredo de Palchi è condensabile in due grandi coordinate tematico-estetiche:
    – quando la biografia diventa mito;
    – l’anello mancante del secondo Novecento,
    due coordinate in grado di perimetrare, da un lato, la porzione di mondo entro la quale de Palchi ha inteso muoversi come uomo e come poeta, la patria linguistica, dall’altro lato, cui è rimasto fedele.

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/08/10/alfredo-de-palchi-e-morto-1926-2020-il-decano-della-poesia-italiana-ci-ha-lasciati-abbiamo-perduto-un-grande-innovatore-della-poesia-e-un-grande-rappresentante-della-tradizione-poetica-italiana-a/comment-page-1/#comment-66977
    Ecco una poesia di Marie Laure Colasson,
    la n. 34 della raccolta Les choses de la vie di prossima pubblicazione indirizzata ad Alfredo de Palchi.

    34.

    Des pendeloques en or et en cellules d’apocalypse
    se dessinent sur le visage de Petr Král

    Kandinsky et Klee combat de pensées sous presse
    refusent de se fourrer des pois chiches dans le nez

    Voltige de mouettes dans la cuisine
    se ruent sur les épluchures et la poignée du réfrigérateur

    La blanche geisha se parfume à l’acide acétique
    ne laissant aucun reflet dans le miroir

    Eredia et Kantor poursuivent leur route
    contre l’ingérence en construisant des emballages

    Král Kandinsky Klee Kantor mettent en scène la blanche geisha et Eredia
    créant l’impensable et l’impossible

    La débauche terminée les mouettes
    laissent des empreintes sur la sable

    Des rides sur la mer
    des cris et de funestes cercles dans le ciel.

    *

    Ciondoli in oro e in cellule d’apocalissi
    si disegnano sul volto di Petr Král

    Kandinsky e Klee combattimento di pensieri sotto la pressa
    rifiutano di ficcarsi dei ceci nel naso

    Volteggiano dei gabbiani nella cucina
    si affollano sulle bucce e la maniglia del frigorifero

    La bianca geisha si profuma all’acido acetico
    senza lasciare alcun riflesso nello specchio

    Eredia e Kantor proseguono la loro strada
    contro l’ingerenza mentre costruiscono imballaggi

    Král Kandinsky Klee Kantor mettono in scena la bianca geisha e Eredia
    creano l’impensabile e l’impossibile

    Finita la deboscia i gabbiani
    lasciano delle impronte sulla sabbia

    Delle rughe sul mare
    delle grida e dei cerchi funesti nel cielo

    (trad. di Giorgio Linguaglossa)

    • L’ultimo stadio della nuova fenomenologia estetica: La poetry kitchen

      Penso che l’Evento non sia assimilabile ad un regesto di norme o ad un’assiologia, non ha a che fare con alcun valore e con nessuna etica. È prima dell’etica, anzi è ciò che fonda il principio dell’etica, l’ontologia. Inoltre, non approda ad alcun risultato, e non ha alcun effetto come invece si immagina il senso comune, se non come potere nullificante. La nientificazione [la Nichtung di Heidegger] opera all’interno, nel fondamento dell’essere, e agisce indipendentemente dalle possibilità dell’EsserCi di intercettare la sua presenza. Si tratta di una forza soverchiante e, in quanto tale, è invisibile, perché ci contiene al suo interno.
      L’Evento è l’esito di un incontro con un segno.

      I testi proposti sono esemplificativi di un modo di essere della nuova fenomenologia estetica come pop-poesia, poesia del pop o poetry kitchen. Si badi: non riattualizzazione del pop ma sua ritualizzazione, messa in scena di un rituale, di un rito senza mito e senza, ovviamente, alcun dio. Con il che finisce per essere non una modalità fra le tante del fare poesia, ma l’unica pratica che nel mondo amministrato non ricerca un senso là dove senso non v’è e che si colloca in una dimensione post-metafisica.
      In tale ordine di discorso, la pop-poesia si riconnette anche a quello che è stato da sempre lo spirito più profondo della pratica poetica: la libertà assoluta e sbrigliata soprattutto dal referente, da qualsiasi referente, parente stretto della ratio complessiva del sistema amministrato.
      La pop-poesia vuole essere la rivitalizzazione dello spirito decostruttivo che, nella poesia italiana del novecento si è annebbiato. La poesia si è costituita in questi ultimi decenni come una attività istituzionale e decorativa, si è posta come costruzione di un edificio veritativo.
      La poesia che vuole mettere in evidenza le contraddizioni o le condizioni di un essere nel mondo, finisce inesorabilmente nel Kitsch.
      La pop-poesia non redige alcun senso del mondo e nessun orientamento in esso, non è compito dei poeti dare orientamenti ma semmai di svelare il non orientamento complessivo del mondo.
      Non è compito della pop-poesia commerciare o negoziare o rappresentare alcunché, né entrare in relazione con alcunché, la pop-poesia non si pone neanche come una risorsa o come un contenuto veritativo o non veritativo. La pop-poesia può essere considerata una pratica, né più né meno, un facere.
      Così è se vi piace.

      Storia italiana del Covid19
      VII parte

      Così si espresse il Signor Covid19 nei confronti di Tomasi di Lampedusa.
      «Beh, adesso mischiamo un po’ le carte, ne abbiamo abbastanza della storiella d’amore fra Tancredi e Angelica.
      Il romanzo deve essere rivisitato e riscritto.
      Facciamo così, caro Tomaso.

      Facciamo che Angelica esce dalla sala da ballo de “Il Gattopardo”
      di Luchino Visconti,
      entra nella “Tempesta” di Vivaldi e balla di nuovo il valzer con il principe Salina.
      Il secondo valzer di Shostakovich.

      Poi, mettiamo che Tancredi cade ferito a morte nella battaglia di Calatafimi.
      Diciamo che la storia finisce così e il romanziere deve scrivere di nuovo il romanzo.
      E qui viene il bello.
      Adesso è Nino Bixio che uccide alle spalle Tancredi
      per gelosia, per invidia, per tradimento
      mentre l’esercito borbonico si ritira…

      Angelica fa ingresso di nuovo nel salone degli specchi
      con il candido guardinfante.
      Nino Bixio danza e sposa la bellissima Angelica.
      E Tancredi diventa un nome tra le croci dei morti del cimitero
      della battaglia di Calatafimi…

      Facciamo così, mi creda, caro Tomasi.
      È meglio così».*

      * Ecco una variante de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa
      alla maniera della poetry kitchen

  24. Gino Rago

    Backstage della storia di una pallottola

    Nino Bixio danza un valzer con Angelica nel film di Luchino Visconti
    Il Gattopardo e la bacia di nascosto, dietro un tramezzo.
    Tancredi lo scopre. Sfida a duello Nino Bixio.
    I duellanti si dirigono verso una radura
    nei pressi di Donna Fugata.

    La pallottola di Bixio colpisce al cuore Tancredi che cade privo di vita.
    E così Tomasi di Lampedusa deve riscrivere il romanzo
    e Luchino Visconti rifare il film.

    La pallottola poi prosegue per proprio conto.
    Si traveste da Azazello
    e si presenta al commissario Ingravallo
    il quale nel frattempo è stato trasferito a Campobasso,
    gli dice che il vero responsabile di tutto questo trambusto
    è il noto critico letterario Linguaglossa
    il quale ha operato con i favori del gattaccio Azazello de Il Maestro e Margherita
    e la complicità del mago Woland.

    E allora che succede?
    Succede che la battaglia di Calatafimi è vinta dai borbonici
    i quali respingono i garibaldini verso Milazzo,
    li obbligano a fuggire sul piroscafo e a tornarsene verso Genova.
    E Garibaldi?
    L’eroe dei due mondi si ritira sull’isola di Caprera, in esilio,
    la missione è fallita
    e il Regno delle due Sicilie canta vittoria.

    Madame Colasson accorre al capezzale di Tancredi,
    gli dà un bacio sulla guancia e quello resuscita,
    uccide il rivale Nino Bixio con un colpo di pistola sulla fronte
    e si presenta dal romanziere Tomasi di Lampedusa
    recriminando che deve riscrivere di sana pianta il romanzo
    perché le cose sono andate così e così.
    E allora il povero Tomasi riscrive per la terza volta Il Gattopardo
    e il regista Luchino Visconti gira anche lui per la terza volta il film.

    *

    La pallottola in argomento entra nella camera di Kavafis, sfiora lo scaffale con i due vasi gialli senza fiori, entra nell’anta destra dell’armadio a specchio, esce dalla finestra e colpisce un garibaldino, l’attendente di Nino Bixio al polpaccio sinistro.

    A meno di un metro da Artaud che sta leggendo i necrologi su “Le Figaro”. Cadono tappeti turchi, sedie di paglia viennese, federe, cuscini in piuma d’oca, un divano color amaranto, gabbie di canarini, barattoli di marmellata, bicchieri e bottiglie in plastica, posate d’argento, una confezione di guanciale di Ariccia, una copia di Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka.

    A Piazza Santa Maria alla Minerva di Roma l’elefantino butta giù l’obelisco, entra nel Caffè Sant’Eustachio, frantuma tazze, confezioni di cioccolata, scatole di latta piene di biscotti, sacchi di iuta. Poi beve un caffè, ruba un cornetto al cioccolato, succhia il cappuccino dalla tazza di porcellana di Marie Laure Colasson la quale, visibilmente irritata, si toglie dai capelli una forcina appuntita, e la infila nella proboscide coperta di schiuma da barba dell’elefantino il quale, alla chetichella, se ne torna sotto l’obelisco.

    Pennac, Robbe-Grillet, Queneau e Perec si recano all’Ufficio Affari Riservati al quinto piano di via Pietro Giordani. Il direttore, il noto critico Giorgio Linguaglossa, è assente, nessuno dei presenti ha notizie di lui. Due stanze sono affittate a uffici commerciali, le altre abitate da sensali, affaristi, lobbisti e cambia valute.

    Madame Colasson lancia dal balcone di casa propria in Circonvallazione Clodia n. 21 una copia del saggio di Italo Calvino La poubelle agréée su un gabbiano che insegue un piccione che rovista in un immondezzaio.

    Dall’appartamento al quinto piano di via Gaspare Gozzi piovono sull’asfalto copie di Le parole e le cose di Michel Foucault, di La vita delle cose di Remo Bodei, di Il Museo dell’innocenza di Oran Pamhuk, di Dalla vita degli oggetti di Adam Zagajeski.

    Marie Laure Colasson rientrata in cucina si prepara un frullato di frutta di stagione mentre scrive l’ultima poesia della raccolta Les choses de la vie.

  25. Suona come attacco alle narrazioni, questa insalata mista di tutto il possibile che è stato. Era ed è soltanto narrazione. Alé!

    • caro Lucio,

      questi «pezzi» sconclusionati, amusaici e cacofonizzati di Gino Rago si presentano da sé, a briglia sciolta, al galoppo. Finalmente la poesia italiana si è liberata dal referente, una vera e propria schiavitù mallevizzata dai poetini di regime che ne hanno fatto un obelisco della contro riforma e del cloroformio.

      Come dici tu è una «insalata mista di tutto il possibile» che è stato escluso dalla forma-poesia in questi ultimi cinquanta anni, un vero e proprio «attacco alle narrazioni». La «narrazione» ne viene colpita a morte e ridicolizzata in quanto ogni narrazione è ideologema, ideologia, falsa coscienza e, quindi, falsa narrazione.

      L’attacco frontale portato dalla poetry kitchen al concetto da cloroformio della mimesi è tale che ciò che resta è la tabula rasa. Al confronto con la nuova poesia la poesia maggioritaria appare antiquata, anticaglia, vintage del bel tempo che fu quando c’era il canto del gallo dell’io che gorgheggiava…

      Penso che Alfredo de Palchi se potesse leggere queste cose di Intini e di Gino Rago ne rimarrebbe estasiato, purtroppo se ne è andato, siamo rimasti soli e dobbiamo tenere fede alla sua memoria e alla nostra idea di poiesis.

      • Anche nello Backstage della storia di una pallottola, magnificamente confezionata, magistralmente allestita su questa pagina de L’Ombra, ho guardato in molte direzioni, ma sempre e soltanto al di fuori dei fatti letterari italiani, troppo angusti, recintati, di cortissimo respiro;
        in particolare ho guardato (lo faccio in verità da anni) al Roland Barthes di Il grado zero della scrittura in cui lo stesso Barthes dice una parola chiara sulla delicatissima questione della distinzione fra

        – poesia
        – prosa
        – poesia in prosa
        – prosa poetica

        e poi a Ewa Lipska (tra prose poetiche e poesie in prosa) e infini al Raymond Queneau degli Esercizi di stile (99 modi diversi di raccontare la stessa storia), e ad altro.

    • Botta e risposta tra Ewa Tagher e Gino Rago
      *
      Ewa Tagher

      “Sul Il Fatto Quotidiano del 22 luglio, Tomaso Montanari, nella sua recensione al “Manifesto per riabilitare l’Italia” AA.VV. scrive:
      “Dal vocabolario della storia dell’arte viene una parola-chiave, che vorrei idealmente aggiungere al Manifesto. Quella parola è: scarto. La sua polisemia è per i linguisti, casuale. Ma, ai miei occhi, felicissima. Nella sua forma si trovano a confluire due storie etimologiche diverse. Lo scarto e ciò che si scarta, cioè che si butta via. La seconda scelta, che si lascia ai margini (e questo significato viene da scartare, nel gioco delle carte).
      Ma lo scarto è anche il movimento improvviso e imprevisto che ti apre i giochi, e cambia paradigma (e questo significato viene invece dal latino exquartare, tramite il francese écarter: separare, dividere e dunque imboccare strade diverse).
      Dunque, la periferia (meglio: le aree interne, l’Italia dei vuoti, le Italie fragili, i margini) come scarto:
      nel duplice senso di ciò che è stato scartato e di ciò da cui potrebbe venire lo scarto, la mossa del cavallo che cambia il gioco.”
      *
      Gino Rago

      “Ottima la ricordanza che Ewa Tagher ci fa sulla parola «scarto» da intendere e da accogliere, come in molti di noi già è avvenuto, nelle declinazioni segnalate da Tommaso Montanari; accanto a questa parola («scarto») ne indicherei un’altra, soprattutto nel mio caso delle Storie di una pallottola e dei Passages, ed è «spatial turn»; soprattutto io ho scelto di andare nelle 16 storie di una pallottola e nei passages dal paradigma ‘tempo’ al paradigma ‘spazio’; le mie pallottole, dalla n.1 alla n.16, non hanno passato, non hanno futuro e nel presente sono velocissime e distratte viandanti; in compenso, tutte le pallottole sono avide di spazio, vogliono attraversare lo spazio, vogliono riempirlo e abitarlo…
      Dal paradigma temporale al paradigma spaziale si va dalla modernità postcoloniale alla ipermodernità, non è facile questo nuovo paradigma preminentemente spaziale a discapito del troppo abusato paradigma tempo, ma (com’è del resto anche nella recentissima ricerca poetica delle ‘ stanze’ di Giorgio Linguaglossa) la poesia dello spatial turn e dello svuotamento degli oggetti che tali rimangono senza mai farsi ‘cose’ se sottratti al tempo, alla storia, alla memoria, alla energia emotiva di chi li possiede, sono per me le grandi novità di questa poesia nuova dello ‘scarto’, dello spatial turn, degli oggetti che cadono sui balconi, sui terrazzi o sull’asfalto, o sulla testa di inconsapevoli viandanti, svuotando i luoghi dove prima si trovavano ridando ai luoghi prima occupati e/o invasi dagli stessi oggetti lo spazio di nuovo libero da ri-vivere, da ri-abitare, da ri-attraversare:lo spazio del pensiero e dell’amore.”
      *
      Gino Rago

  26. Una volta feci una scommessa con Marie Laure Colasson.

    Andammo a Fiumicino in una trattoria al mare. Io ordinai (per me) «un usufritto di oloturie e gamberi e un vino bianco della Lega».
    Il cameriere non battè ciglio. Dopo un po’ portò un piatto di gamberi e fritti vari di paranza con anche un ottimo vino frizzante di Treviso.

    Io commentai così: «Vedi Marie Laure, il significato è soltanto una convenzione. In realtà, ci si intende benissimo anche facendo a meno di esso».

  27. Alfredo de Palchi era ben conscio della necessità di operare una rottura del «paradigma» maggioritario presente e vigente nella poesia italiana, infatti pubblicò la sua raccolta di tutte le poesie con il titolo “Paradigma” (2001)-(Paradigm, in inglese).

    In realtà, la forza intimamente conservatrice delle istituzioni poetiche italiane del secondo novecento non hanno consentito una «rottura» del paradigma, infatti ancora oggi, a distanza di ben venti anni dalla fine del novecento è ancora in vigenza «paradigma poetico» maggioritario stagnante e immobile che fa della propria immobilità il proprio punto di forza.

    Ma la vigenza della immobilità non potrà durare in eterno, quando i loro sostenitori saranno defunti, probabilmente avverrà il cambio di paradigma in modo del tutto naturale…

  28. Mi permetto anch’io di ricordare de Palchi avendo recensito tutte le sue opere. Per esempio, così concludo a proposito di Foemina Tellus: “Sì, de Palchi vola alto, molto alto: per questo motivo certa critica miope non riesce a vederlo.”

  29. Marina Petrillo

    La decisione d’incontrarmi è dietro
    di me, futile, che mai avrò il coraggio
    di confrontarmi e mettere a nudo lo spirito quanto
    il corpo fedele allo specchio e sputare
    impossibile
    come affrontare la negazione
    in me tradita dal mio fallimento.

    Domani un altro giorno, non sole
    solo il cielo immediato
    elettrico di atmosfera che…
    non devo soccombere
    alla pecuniaria esistenza
    deteriorare – qualcuno qualcosa
    mi riabiliterà ma non c’è prospetto:

    ho preso una strada
    per un’altra, incontro gente che non capisco
    e non capisce / come portare un fagotto
    sulla schiena è la gioia / perché
    temere quella strada /
    sono un bastardo che si gratta le pulci /
    il dominio del cuore è soggetto
    femminile / e non dimentico
    che nessuno mi ha crocifisso
    se non io stesso.

    (Alfredo de Palchi)

    Un sussurrio pervade il tempo . Sprazzi di ore declinano azioni e il molteplice affiora nel riflesso del giorno.
    Tace ogni movimento sino al consapevole prosieguo. Una equazione in distonia frequenziale determina varianti : siamo in quell’intervallo di luce.

    Il poeta Alfredo de Palchi, lo è intensamente.

    Marina Petrillo

  30. Lo splendore disarma l’Evento a prisma.
    Avviene, eterno, in omeopatia costante.

    Trae origine il gesto sino a disincarnarsi.
    Fu antecedente all’intento primigenio.

    Vuoto, cade a sua simiglianza
    inviso al precursore della scalfita Ombra.

    Spinge la frequenza alla consegna
    del cielo a nuovi dei esenti da onnipotenza.

    Un suono li precede come fossero untori
    di incauto infinito tra spoliati sogni.

    Semenza in mosto consapevole al delirio delle coscienze.

    Neglitudine umana del cui diafano sole
    conscia ne è la terra.

    cara Marina Petrillo,

    nella tua poesia io penso di vedere, come in tralice e in spes, quella cosa che comunemente chiamiamo “silenzio”, che è quella dimensione che consente il venire alla luce del linguaggio articolato come linguaggio del Dasein. Soltanto nel linguaggio poetico si può scorgere a ben guardare questo ritracciamento all’indietro verso un orizzonte non-sonoro, verso il Dire originario, che è un riunirsi tra ente ed essere, un annullamento della distanza imposta dalla differenza ontologica tra l’essere e il Dasein. È la chiamata che avviene nella coscienza, che si esplica in una non comunicazione verbale perché non si pronuncia tramite la parola ma attraverso il silenzio.

    In Essere e tempo scrive Heidegger: “Che cosa dice la coscienza nel suo chiamare il richiamato? Esattamente: nulla […]. La chiamata non abbisogna di alcuna comunicazione verbale. Essa non pronuncia parola e tuttavia non resta per questo oscura e indeterminata. La coscienza parla unicamente e costantemente nel modo del silenzio”.1

    Nel Daseinanalyse il silenzio è non solo “orizzonte sonoro di cui la parola ha bisogno per risuonare”, ma anche “abisso senza fondo in cui la parola, pronunciata, si perde”.2

    Heidegger non lascia essere questo silenzio che inghiotte nel suo abisso la parola, in cui la parola pronunciata cade, ma lo nomina riempiendolo di nomi, colmandolo di parole, riscattando la sua costitutiva negatività attraverso la positività del nome, la quale dà esistenza all’ente. Eppure, l’essere, pur essendo ciò che maggiormente è detto in ogni parola “si nasconderebbe nel silenzio diventando così il silenzioso in quanto tale, quel tacere Schweigen] essenziale da cui solo proviene e può provenire una parola nella misura in cui essa rompe questo tacere […]. Quindi l’essere, proprio in quanto tace a se stesso e si nasconde nel silenzio, sarebbe anche l’origine del linguaggio”.3

    In Sein und Zeit il confronto con il tema del silenzio permette ad Heidegger di cogliere come esso è il modo del discorso che “articola così originariamente la comprensibilità dell’esserci che da esso trae origine il poter sentire genuino e l’essere-assieme-trasparente”.4

    Nel 1943, nell’Eraclito, Heidegger afferma che “il tacere sull’essere è il Dire Originario […]. Il tacere si spiega come originario riunirsi dell’essere umano nell’essere e viceversa”. 5
    In realtà, una flessione tematica di quel logoj che è sia il poetare sia il Dire Originario è appunto quella del silenzio, flessione epocale in cui sembra essere destinata e consegnata la filosofia stessa. Questo silenzio “è l’ambito entro cui è attesa la parola come portatrice di integrale significazione. Il silenzio è il materiale con cui è fatto il linguaggio perché nel silenzio vi è il compimento (la perfezione) del mondo e delle cose, perché il silenzio è lo stesso non essere che consente l’ultimo sussistere delle cose nel mondo”.6

    1 M. HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi, p. 330
    2 G. VATTIMO, Heidegger e la poesia come tramonto del linguaggio, in AA. VV., Romanticismo, esistenzialismo,ontologia della libertà, p. 298
    3 M. HEIDEGGER, Concetti fondamentali, trad. it. a cura di F. Camera, Il Melangolo, Genova 1989, p. 79.
    4 M. HEIDEGGER, Essere e Tempo, trad. it. a cura di E. Mazzarella, Guida, Napoli 1998, p. p. 209.
    5 M. HEIDEGGER, Eraclito, Mursia editore, 2015, p. 249. U. REGINA
    6, Heidegger. Esistenza e Sacro, Morcelliana, Brescia 1974, p. 272.

  31. 1322PD

    Sono perfettamente d’accordo con Luciano Nanni.
    Quanta sprezzante ostilità avevo incontrato quando proponevo una qualche lettura delle poesie di De Palchi, e ciò ancora nel 2000…

  32. caro Gino Rago,

    sbaglia di grosso se qualcuno pensa che la nuova fenomenologia del poetico, la poetry kitchen, sia solo un gioco di scacchi o di fuochi d’artificio o una collezione di figurine comiche e bizzarre, insomma, una bizarrerie. In realtà, la nuova poesia è affollata in modo assordante dalla presenza del mondo, in essa si assiste al mondeggiare del mondo con tutte le sue acrobazie e le sue follie, e dalla presenza della terra, con la sua pesantezza e le sue spine.

    Che altro è l’espediente della «pallottola» che nella tua poesia attraversa ampi spazi e svariatissimi personaggi di plurimi tempi se non un colloquio costante con la morte?, con la sua presenza ingombrante?, che altro sono gli inciampi linguistici e gli shifter, gli scambi di Francesco Paolo Intini se non l’ossessione della morte dei significati?, che cosa sono quei «pendeloques» di Marie Laure Colasson se non manifestazioni della morte ovunque si volga lo sguardo?. La poetry kitchen è ossessionata dalla presenza della morte, che tenta di esorcizzare con un caleidoscopio di immagini, di figure e di icone. In realtà, la morte è la protagonista assoluta della poesia kitchen.

    Scrive Heidegger:

    «Morire significa essere capaci della morte in quanto morte. Solo l’uomo muore. L’animale perisce. Esso non ha la morte in quanto morte né davanti a sé né dietro di sé. La morte è lo scrigno del nulla, ossia di ciò che, sotto tutti i rispetti, non è mai qualcosa di semplicemente essente, e che tuttavia è, e addirittura si dispiega con il segreto dell’essere stesso. La morte, in quanto scrigno del nulla, alberga in sé ciò che è essenziale dell’essere.
    In quanto scrigno del nulla la morte è il riparo dell’essere […]. I mortali sono quello che sono come mortali avendo la loro essenza nel riparo dell’essere. essi sono il dispiegatesi rapporto all’essere come essere».1

    1 M. Heidegger, Saggi e discorsi, trad. it. a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976, p. 118

    • Caro Giorgio Linguaglossa,
      anche nella essenza di quest’altro tuo commento hai centrato i noccioli di stile, di etica, di poetica, di estetica (e di altro) dei miei due testi proposti come Backstage della storia di una pallottola ( tanti/tante autori/autrici di versi pensano che lo spatial turn sia una modo di dire come un altro…). Ti dico il mio grazie così:

      da “Per i 91 anni di Alfredo De Palchi”/L’Ombra delle Parole

      Vita in una porzione di mondo.
      Nella sua patria linguistica Alfredo de Palchi ci ha detto:
      «Con la poesia uccidete la morte.
      Fatelo per la libertà di tutti.
      Dello sfruttato e dello sfruttatore».

      Alfredo ha attraversato un Secolo di orrori. Il dolore di Vallejo
      è stato il suo dolore.
      Nel petto. Nel bavero. Nel pane. Nel bicchiere.
      Nei versi ha dato i baci che non poteva dare.
      Soltanto la morte morirà, per il poeta.

      Una voce dal sovrumano:« La formica porterà briciole
      Alla bestia incatenata. Alla sua bruta delicatezza».
      La morte uccisa con i versi. Sul divano, sul tappeto, nella brocca
      Danzano gli aghi dei barometri.

      Solo la morte morirà.

      Gino Rago

  33. mi piace ripostare qui dei vecchi commenti di due anni or sono

    Come è noto il novecento ha attraversato tutti processi e i componenti della rappresentazione e della sperimentazione: diffrazione, implosione, serializzazione dei linguaggi, demoltiplicazione, decostruzionismi, ritorni all’infanzia e al linguaggio pastorale, neo-orfismi… insomma, tutta una cultura della simulazione e della fascinazione ha trovato luogo ed è stata fagocitata dall’empiria… sfuggiva il senso, il senso in generale e il senso delle singole operazioni. Il fatto era che il senso non si può produrre, non è una fabbrica del con-senso. Non mi meraviglia quindi che una giovane autrice rinvenga la ricchezza e la profondità di un linguaggio più antico, un linguaggio, vorrei dire, pre-moderno, oggettivo, distaccato, un linguaggio che fa dell’osservazione la sua priorità: il bird-watching filosofico.

    io il fascismo l’ho vissuto sulla mia pelle. Quando ho fatto il direttore di carcere ho dovuto subire quattro procedimenti penali, quattro processi primo e secondo grado, perché un vecchio procuratore fascista voleva sbarazzarsi di un giovane direttore di carcere che voleva attuare la riforma penitenziaria… Miracolosamente me la sono cavata con quattro assoluzioni con formula piena. Poi ho sperimentato il piccolo e sordido fascismo dei piccoli intellettuali che fanno «poesia»: sono tutti piccoli borghesi ma nel senso deteriore, nel senso che sono portatori di una memoria storica dimezzata e dimidiata e sono portatori di un individualismo sfrenato e psicopatico. Io vedo questi piccoli borghesi (nella versione deteriore) oggi ai vertici delle istituzioni del paese, si trovano nel governo, nelle istituzioni, nel Parlamento, nelle case editrici che contano etc. poi c’è una sparutissima minoranza di persone (piccoli borghesi come me) che lottano perché in questo paese la dittatura democratica degli incolti e dei vigliacchi venga rovesciata… La lotta è impari. Noi siamo pochi, Loro sono molti. Ma forse l’importante non è vincere (non potremo mai vincere contro una marea sterminata di mediocri piccoli borghesi) ma farla la lotta, opporre una resistenza alla arroganza e al pressappochimso di quei soggetti incolti e arroganti.

    Una poesia ritrovata

    caro Gino Rago,

    M.ma Hanska mi ha inviato un sms dall’aldilà.
    Mi scrive:

    «Arrivederci Signor Linguaglossa, Herr Cogito
    si trova ancora là?

    Noi siamo già qua. La aspettiamo. Non si sta poi male.
    C’è una stanza ammobiliata che dà sul giardino,

    Una veranda (ci sono ancora il geranio e il lillà),
    ginepri, bossi, acanti.

    C’è anche una copia della Gioconda sulla parete del soggiorno
    dinanzi a un’altra copia di un quadro di Kandinskij».

    «Davvero, gentile M.me Hanska, io me ne sto di qua,
    nel retrobottega dell’essere, al sicuro per fortuna,

    dalle intemperie del Geschick
    (si dice così?).

    Per le improvvisate di Azazello e del Signor Marsiglia
    c’è dunque tempo».

    […]

    Lido di Venezia. Grand’hotel. Lampadari di Murano.
    Una Ferrari Rossa, una bionda platinata.

    Tavolini in radica, cocottes, hostess di rango.
    Il Signor Marsiglia punta al Ca’ Sagredo.

    Hotel di lusso ospitato nel Palazzo Morosini
    sul Canal Grande.

    L’operazione però si è arenata per causa di forza maggiore,
    L’hotel veneziano è sotto sequestro

    su richiesta della procura di Monza che indaga su tale
    Ulderico Malaspina, faccendiere di origini calabra

    residente in Brianza, ormai brianzolo, finito agli arresti
    il 21 maggio scorso.

    Il faccendiere del Signor Marsiglia
    non le manda a dire, vuota il sacco davanti ai P.M.

    E così il Signor Dio ha dovuto fare retromarcia
    Dice: «Il Signor Marsiglia?, non lo conosco. Chi è?».

    «Il Malaspina ha una valigetta 24 ore che si porta dietro
    piena di banconote da 500 euro?»

    «Non ne so nulla, non lo conosco…»

  34. Repechage.
    Dio chiede una recensione sulla sua creazione:
    botte e risposte Giorgio Linguaglossa- Mario Gabriele- Donatella Giancaspero- Gino Rago

    Giorgio Linguaglossa

    Ho sognato che Dio mi chiedeva di scrivergli
    una recensione per la sua creazione…

    Disse proprio così. Utilmente io mi schermii dicendo
    che non mi sentivo all’altezza…

    Allora Dio si è rivolto a Gino Rago
    [del resto anche lui è un membro della nuova ontologia estetica]

    Ma, sfortunatamente per il Signor Dio, anche Gino ha declinato l’invito
    con l’argomento che il Buio rotola alla velocità della luce

    E altre smargiassate che non vi sto qui a ridire.
    E allora quel manigoldo si è rivolto a Mario Gabriele

    Dicendogli che lo avrebbe accolto nel regno dei cieli se…
    ma il risultato è stato che il poeta di Campobasso se l’è data a gambe.

    Insomma, a farla breve, Dio ha dovuto rinunciare…
    E sì, e la «creazione» è rimasta senza alcuna recensione

    Una poetessa in incognito

    gentile Giorgio,

    due curiosità:
    1. perché il Signor Dio non si è rivolto anche alle poetesse de L’Ombra delle Parole?, ovvero Anna Ventura, Letizia Leone, Chiara Catapano, Alejandra Alfaro Alfieri e, in ultimo, la sottoscritta… Forse il Signor Dio ha qualche problema con il sesso femminile?
    2. e perché il Signor Dio non si è rivolto al poeta, scrittore, critico letterario de L’Osservatore romano, Sabino Caronia, che avrebbe ben altri titoli per interloquire con l’Onnipotente?
    Resto in fiduciosa attesa di una tua risposta.
    Grazie!

    *

    Giorgio Linguaglossa

    gentilissima …

    come tu sai la questione è nota e controversa, il Signor Dio
    ha delle reticenze ad interloquire con il sesso femminile

    E sì, per via della questione dello Spirito Santo che ingravidò
    la Madonna e del Signor Paolo di Tarso (di quel figuro

    non dico altro), e del Concilio di Nicea e di quello di Trento
    i quali hanno statuito essere le femmine prive di anima

    E altre corbellerie che non sto qui a rammentare ai rispettabili
    e colti lettori dell’Ombra…

    Fatto sta che il Signor Dio predilige avere a che fare con il sesso
    maschile e, caso bizzarro, proprio con gli esponenti della

    «nuova ontologia estetica», per quanto atei impenitenti
    e materialisti, quanto più malmessi tanto più benvisti in quanto tali…

    Quanto poi al perché il Signor Dio abbia trascurato
    Sabino Caronia, già critico letterario dell’Osservatore

    Romano e delle sue adiacenze vaticane, in possesso di ben altri
    titoli accademici e professionali, in fede, non saprei dire…

    Mario Gabriele

    E’ il massimo dell’ironia, Giorgio! Meno male che Dio ti è venuto in sogno! Ma se mi fosse apparso all’improvviso, se solo avesse rinunciato per un minuto alla sua Assenza, dicendo dall’alto dei cieli: IO SONO IL DIO DI TUTTI GLI ESSERI UMANI E DI TUTTE LE COSE DA ME CREATE, si sarebbe attivato di nuovo il mio COLON IRRITABILE, che ancora perdura nonostante prenda giornalmente KIJIMEA e PROLIFE. Non sto qui a fare pensieri metafisici e filosofici. Sarebbe troppo lungo il discorso e provocherebbe il risentimento di molti lettori che hanno un proprio CREDO.Ciò non toglie che io guardi il MONDO in tutta la sua meraviglia, rimanendone estasiato. Ciò che rovina tutto è la MORTE. Il FLOP DELL’UNIVERSO! Stando così le cose,era meglio se DIO avesse guardato da solo la sua CREAZIONE, così come si guarda LA FABBRICA DI MATTONI A TORTOSA, nel Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

    Gino Rago

    Dio chiede una recensione…

    il femminile di Dio [il suo lato destro]
    ha chiesto una recensione ai poeti della «nuova ontologia estetica».

    di certo le poetesse dell’ombra lo sanno che Dio è dappertutto,
    che rovista con garbo nella pattumiera

    Il maschile di Dio [ il Suo lato sinistro]
    frequenta le bische clandestine, i ricoveri

    aperti tutta la notte, staziona tra le vetrate,
    gli slums delle periferie [di Hopper].

    ci ha provato anche con Lucio Mayoor Tosi, Francesco Paolo Intini e Talia
    ma non gli hanno dato retta, [andavano di fretta]

    per una recensione sulla sua creazione
    perché i tre lasciano di sé frammenti dappertutto

    e cercano il tutto in ogni frammento:
    un seme di cocomero, un chiodo, un filo di spago.

    Dio si è rivolto ai cacciatori di immagini,
    perché i tre in poesia rapinano banche,

    la poesia è una rapina in banca: si entra, si spiana la rivoltella,
    si cattura l’ attenzione, si prendono i soldi e si scappa,

    si scompare, per poi ricomparire in altre banche.
    ebbene, questi versi annoiano Dio, l’Onnipotente

    non sopporta questi ladruncoli che giocano a fare
    scaccomatto.

    cicche e carte stracce sui marciapiedi,
    dalla tavola calda aperta tutta la notte odore di cipolle,

    Charles Simic si rivolge ai tre della «nuova ontologia estetica»:
    «voi tre, farabutti, vi riconosco, siete cacciatori di frodo».

    l’appendivestiti dà al cameriere la mancia,
    alla scarpa servono un piatto di caviale,

    la sedia sa dialogare con i clienti,
    diventa un tavolo e si prende in giro.

    Un fiore nel vaso parla con lo specchio:

    «è perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti,
    faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

    *

    Gino Rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/14/chiara-catapano-ornitologia-filosofica-da-banco-con-un-commento-di-letizia-leone-filosofia-poesia-e-ornitologia/comment-page-1/#comment-35852
    Un fiore nel vaso parla con lo specchio:

    «E’ perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti
    Faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

    *

    Giorgio Linguaglossa

    gentile Signor Dio:

    Il volto di Giorgio Linguaglossa nella cornice di legno si solleva
    dal quadro e si rivolge al Signor Dio con queste parole:

    gentile Signore, la recensione l’ho messa nella valigia,
    stipata insieme alle mie cose, lì c’è mio figlio,

    le donne che ho amato, i vigliacchi, i codardi, i buttafuori,
    i giusti (pochi), gli stolti (molti), così, quando me ne andrò,

    se vorrai, potrai sbirciare nella valigia; sono sessant’anni
    che me la trascino dietro, è pesante, adesso

    sono davvero stanco…
    ma non ti assicuro nulla, potrai anche trovarci un foglio

    con delle scancellature e, se vorrai sapere cosa c’era scritto,
    dovrai aggirare la morte e richiamarmi in vita…

    in quel caso, te lo prometto, scriverò la rece che mi hai chiesto,
    ma non prima, non prima…

  35. Il fantasma globale di catastrofe che aleggia sul mondo contemporaneo finisce, paradossalmente, per risolversi nella sensazione che non avvenga più niente di reale. Che la catastrofe che aleggia sia in realtà soltanto una visione, una rappresentazione veicolata dai media e dalla cineteca dei film dell’horror. In realtà, con la scomparsa del reale è scomparso dalla percezione dei contemporanei anche il concetto di catastrofe, come è scomparso il concetto di angoscia e quello di disperazione che gli erano correlati. Le categorie della psicopatologia sono oggi diventate categorie del politico. Ed è forse questo, paradossalmente, il significato recondito più profondo delle visioni apocalittiche contemporanee. Con la catastrofe ci si va al cinema a vedere i film di King Kong e i film della fine del mondo con tanto di Oscar aggiudicati.

    Concetti come scambio simbolico, iperrealtà, simulacro, negli studi sulla contemporaneità vengono sempre più spesso adoperati per comprendere le recenti, convulsive metamorfosi della globalizzazione. Il secondo principio della termodinamica ha inferto un colpo micidiale alla ingenua fiducia di un progresso progressivo e indefinito.

    … Noi viviamo in un presente iperreale in quanto completamente mediatizzato: il ‘tempo reale’ in cui gli eventi ci raggiungono in forma di immagini ci consegna a una inconsapevolezza sulla loro realtà di cui siamo letteralmente, all’oscuro.

    Questa tesi ne implica un’altra, la realtà è già un’invenzione, o, per meglio dire, una costruzione sociale. Tale tesi concepisce la realtà in senso non fisico-materialistico, ma semiologico, come un sistema di segni prodotto dall’uomo e regolato dal principio di realtà da cui dipende anche quello freudiano, che ha come suo correlato l’immaginario ma che, proprio in quanto principio, può anche a un certo punto non funzionare più. Dunque, quando Baudrillard sostiene che la realtà è scomparsa, ciò non significa affatto che lo sia fisicamente, bensì solo semiologicamente, come metafisica del segno che direziona la realtà. La simulazione cancella la realtà e porta alla completa abolizione segnica del referente reale.

    Baudrillard dirà:
    «Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà […] di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostituito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostituito come una riserva animale o vegetale, dato a vedere con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, derealizzato in anticipo, iperrealizzato».1

    Gran parte della nostra cultura scientifica, sociologica, filosofica, psicoanalitica, così impregnata di soggettivismo prospettico e così sensibile alle costruzioni e decostruzioni ermeneutiche, si cimenta ancora a cercare sistemi di senso e di interpretazione tendenti ad una completa razionalizzazione del mondo. Tuttavia, sembra sempre sfuggire l’oggetto della sua stessa comprensione, la verità di quel mondo che si sottrae derisoriamente ad ogni tentativo di comprensione.
    Nella società tecnocratica assistiamo piuttosto ad una scomparsa del reale, la caduta di ogni principio di realtà, di ogni referenza reale. Questa fine del reale, ridotto ormai a un sistema di rinvio di segni, si espone paradossalmente in un eccesso, in un ordine parossistico, l’ordine dell’iperreale, del più reale del reale.
    Baudrillard scrive:

    «Questa realtà perfetta, alla quale sacrifichiamo ogni illusione, così come si lascia ogni speranza alle soglie dell’inferno, è chiaramente una realtà fantasma. Essa è evidentemente un altro mondo e, di fronte alla macchina della verità, se potessero esservi sottoposte, la realtà così come la verità confesserebbero che esse non ci credono. È come un arto fantasma: la realtà è scomparsa, ma noi soffriamo esattamente come se esistesse ancora. O, come dice Achab in Moby Dick: “Se sento i dolori della mia gamba, quando invece essa non esiste più, cosa vi assicura che voi non soffrirete i tormenti dell’inferno, quando sarete morti?”».2

    Piuttosto, la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La disperazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico. In tale situazione l’io non è più capace di avvertire una reale disperazione, avverte qualcosa sì, ma che non è più disperazione ma una situazione di vuoto derivante dalla implosione di ogni ordine simbolico e di ogni ordine semiotico.
    «Il principio di realtà – scrive il Baudrillard ne Lo scambio simbolico e la morte – ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione, è un principio di simulazione quello che ormai ci governa al posto dell’antico principio di realtà. Le finalità sono scomparse: sono i modelli che ci generano. Non c’è più ideologia, ci sono soltanto dei simulacri».3

    Questo aspetto del percorso degli eventi è, a ben vedere, anche il percorso derisorio della Storia… di una Storia che è ormai soltanto memoria, senza eredità, senza mandato testamentario, senza meta, senza telos, accumulativa, istantanea, pattumiera di rifiuti che dal tempo ciclico traghetta nell’ordine del riciclabile in quanto citazione e del disordine simbolico. Per questo la teoria, oltre ad abbandonare ogni istanza critica oppositiva, dovrà abbandonare anche il concetto di linearità tipico di ogni filosofia della storia impegnata nel dispiegamento progressivo dell’idea di ragione.

    … E la poesia italiana che fa? Continua con i suoi stereotipi e con il concetto lineare e reflessologico di mimesis del reale presunto e presupposto?, ma, chiediamoci, quel reale non è scomparso?, non si è inabissato con tutto il bagaglio del senso e del non senso?, non è affondato con l’inabissarsi dell’ideologia?. La poesia continua ad essere narrata come se quel reale fosse lì, davanti a noi in attesa di essere fotogrammato. Ma quel reale è diventato ideologia, feticcio, surrogato del senso comune, non è più possibile accoglierlo nella sua postura così com’è e per come si presenta nell’ideologia. E viene scambiato con la poesia dell’io, con la poesia monodica, con la poesia della disperazione posticcia e invereconda.

    1 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, corsivo mio, trad. it. di E. Schirò.
    2 J. Baudrillard, Violenza del virtuale e realtà integrale, Firenze 2005, p.20.
    3 J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, cit., p. 12

    • mariomgabriele

      Caro Giorgio,
      siamo entrati in un labirinto che va a intaccare Fede e Ragione utilizzando tutti i lessemi della problematica esistenziale e filosofica.Anche volendo percorrere le Cinque Vie di Tommaso d’Aquino non troveremmo mai quella principale, che porti a Dio.

      “Mentre la scienza si affida ad esperimenti, la religione si affida ai sentimenti, Mentre la scienza è meticolosamente oggettiva e quindi una osservazione falsa viene rapidamente sottoposta a riscontro mediante sfilze di dati pubblicamente accessibili, la religione coglie del’osservazione qualche frammento e, se questo tocca una corda emotivamente significativa, lo ingloba nella sua fabbrica di credenze.

      L’ateismo rappresenta il trionfo del’Illuminismo. Un ateismo attento al progresso scientifico rispetta il potere dell’intelletto umano di lottare per conseguire nei modi opportuni la conoscenza. La scienza rispetta l’essere umano. La religione, malgrado le sue affermazioni in senso contrario, le disprezza.

      Il compromesso, un accomodamento con la religione è una alleanza improponibile”. (Peter Atkins su Micromega n. 7 2010 da p. 3 a p. 15 con traduzione di Laura Franza).(nonostante la Summa Contra Gentiles e la fitta schiera di filosofi credenti e poeti con simbolo schema e immaginazione di Dio).

      Quanto ai testi poetici pubblicati, tutti di ottima dichiarazione, mi sembra che le cose vadano per il verso giusto, tranne qualche inevitabile contestazione che potrebbe venire da Abati e Francescani che col caldo e il Covid recitano gli inni, i salmi, i versetti e il Kyrie.

  36. IN PRIMO PIANO|di ALDO GARZIA

    Siamo tornati al punto di partenza. Cioè ai tormenti di Piero Gobetti e Antonio Gramsci all’inizio del secolo scorso. E, ancora prima, a quelli di Giacomo Leopardi del 1824 in Discorso sopra lo Stato presente dei costumi degl’italiani (Feltrinelli, 1991). Se non si compie infatti un’analisi chirurgica sul “caso italiano”, paragonabile a quella contenuta in La rivoluzione liberale (Gobetti) e nei Quaderni del carcere (Gramsci), la bussola della sinistra resterà a lungo senza riferimenti per andare a nord o a sud. Non convince infatti la lettura dell’impasse attuale della sinistra che fa ruotare l’analisi prevalentemente sugli errori “soggettivi”: siano quelli prima del governo Prodi, poi del Pd o dei vari contraenti di patti di unità e di governo. Non perché questi errori non ci siano stati. Ma perché soprattutto un esito così fragile dell’attuale configurazione della sinistra non può essere spiegato con le categorie del harakiri e del “tradimento”. Anche i gruppi dirigenti della sinistra e le loro politiche sono il frutto di un humus, per così dire, ambientale.

    Se in via preliminare le cose stanno così, lo sguardo deve essere capace di andare oltre la congiuntura politica del giorno per giorno e il governo Conte (insperato un anno fa) misurandosi con la società che ha provocato tale esito politico. Del resto tutti i nostri problemi erano già stati squadernati dai deludenti risultati di varie elezioni che solo una certa pigrizia intellettuale aveva contribuito a sottovalutare. Aver sottovalutato, per esempio, il primato della riforma della politica come questione che riguardava innanzitutto la sinistra è stato – come dimostra l’emergere del fenomeno dei grillini degli anni scorsi – l’errore più grande. Da qui quel venir meno dello spartiacque tra destra e sinistra che non poteva che misurarsi con idee differenti di società, libertà, comportamenti e valori. La sinistra moderata (Pd) è diventata “centro” e quella radicale (gli spezzoni di Liberi e uguali) ha tentato di unirsi solo in condizioni di emergenza.

    Quell’assenza di società

    Torniamo indietro, dunque. L’analisi di Leopardi è lucida, impietosa, come si addice a chi ripone fiducia nel secolo dei Lumi e riflette su cosa genera il vincolo sociale. Per lui, in Italia non ci sono élites e non c’è una tradizione da “società stretta” che produce virtù e comportamenti socialmente accettati, oltre che coesi. Quindi, in Italia c’è poca “società”: il che finisce per produrre inevitabilmente “cattiva società”. Il suo Discorso è scritto in piena Restaurazione seguita alla Rivoluzione francese e prima dell’avvento dell’unità risorgimentale italiana (sarà pubblicato per la prima volta nel 1906). Il tema che il poeta di Recanati sceglie per la sua riflessione è quello dell’arretratezza italiana: individualismo, potere nelle mani di possidenti culturalmente miopi, scarsa circolazione delle idee che dominano nel resto d’Europa.

    Leopardi è il primo a indicare il principale virus italiano: il mancato sviluppo di una struttura economica da capitalismo nascente. Sull’autore della Ginestra, Gramsci dà nelle sue Lettere dal carcere un giudizio preciso: “Nel Leopardi si trova in forma estremamente drammatica la crisi di transizione verso l’uomo moderno”. E a lungo la sinistra italiana si interrogherà – a iniziare da un saggio filosofico di Cesare Luporini del 1947 – sulla lezione anche politica di Leopardi.

    Sul piano del metodo, dopo quella di Leopardi, viene ancora buona la lezione di Piero Gobetti che ha iniziato a leggere i mutamenti italiani della sua epoca – il fascismo nascente e poi al potere – come una vera e propria “autobiografia di una nazione”, insegnamenti poi raccolti da Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti nella loro originale lettura del fascismo italiano (“regime reazionario di massa” e non solo svolta autoritaria ispirata dalle malefatte del capitalismo-imperialismo).
    Scrive Gobetti a proposito del Risorgimento: “Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita”. Il Risorgimento “senza eroi”, con il suo esito monarchico, era stato calato dall’alto. La sfida, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, era per il giovane torinese quella di riempire di valori condivisi le istituzioni liberali create dallo Stato unitario.

    La democrazia dei partiti di massa

    Gobetti vide perciò nella nascita dei futuri partiti di massa italiani – Partito popolare, Partito socialista e Partito comunista – la possibilità di fondare per la prima volta una democrazia di massa. Nel 1924, scrive un libro fondamentale, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, articolato in quattro capitoli: l’eredità del Risorgimento, la lotta politica in Italia, la critica liberale, il fascismo (questa suddivisione ispira successivamente i Quaderni del carcere di Gramsci, dove trovano posto tra l’altro la questione meridionale, la questione vaticana, l’analisi del ruolo degli intellettuali e una analisi originale del pensiero politico di Machiavelli). Per Gobetti, la lotta politica non può che essere lotta sociale ispirata da una idea laica dello Stato e delle istituzioni.

    Sulle modalità di elezione del Parlamento, Gobetti è un convinto assertore del proporzionale. Il collegio uninominale – scrive – aveva “corrotto il rappresentante in tribuno”. Sulle tasse, ha una opinione precisa: “Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato. Non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta. Una rivoluzione di contribuenti in Italia in queste condizioni non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti”. Era perciò necessaria, nella sua analisi, una rivoluzione industriale e di forme capitalistiche di produzione che però in Italia ci sarebbe stata solo in parte.

    Gobetti e Gramsci

    Gobetti si occupava pure di scuola, altro male italiano incurabile: bisognava, secondo lui, superare l’analfabetismo dominante nella sua epoca. “Sono un esercito di oltre due milioni di persone. Hanno soprattutto un’età compresa tra i 46 e 65 anni, vivono prevalentemente al sud. E non sanno leggere né scrivere. O meglio non sono in grado, in base ai parametri dell’Ocse, di interpretare o compilare documenti elementari. La loro definizione ufficiale è analfabeti funzionali”, scrive ancora nel 2000 il Centro europeo dell’educazione a proposito dell’Italia.
    Per Gobetti, infine, su Benito Mussolini e sul fascismo si convoglia il tacito consenso della popolazione italiana per ottenere lo sradicamento di ogni lotta politica dallo Stato-nazione italiano ancora in formazione. Per questo, invoca un neo-liberalismo dal momento che il fascismo lo interpreta come il risultato di chi non ha saputo governare l’Italia nei primi quarant’anni di unità nazionale. Fascismo, dunque, come “autobiografia della nazione”, cioè come patologia trasformatasi in fisiologia della società italiana. Il Risorgimento progressista di Carlo Cattaneo è sconfitto, aggiungerà, e la società italiana – “statica e stagnante” – ha perso il suo appuntamento storico con la rivoluzione liberale e con quella capitalistica. Gobetti individua come unico varco lasciato aperto alla speranza della ragione quello dell’irrompere delle masse proletarie nello spazio pubblico della società italiana.

    Il secondo dopoguerra, con la “Repubblica dei partiti” e la Costituzione democratica, ha dato ragione a Gobetti. L’Italia uscita dalla guerra e dal fascismo ha trovato finalmente un assetto democratico, dove i partiti di massa svolgevano la funzione storica dell’alfabetizzazione politica diffusa. Per la prima volta nella storia italiana, grandi masse partecipavano al circuito della democrazia. Certo, si trattava di una democrazia dimezzata dalla conventio ad excludendum (l’impossibilità per il Pci di accedere al governo centrale) e dal contesto internazionale del bipolarismo e delle “sfere d’influenza” che guardavano a Washington e Mosca ma per il caso italiano era in quel passaggio d’epoca che prendeva forma il “partito nuovo” voluto da Togliatti che avrebbe segnato con tutte le sue peculiarità (e i suoi limiti) la storia della sinistra di questo nostro Paese.

    Le radici del Pci

    Il Pci non era un partito di “quadri” che attendeva in modo messianico la rottura rivoluzionaria, ma un soggetto politico che affondando radici nella società del lavoro e nella storia italiana si poneva l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle masse usando tutti gli strumenti della democrazia rappresentativa. C’era così nei fatti una società istituzionale – quella a guida democristiana – e c’era una sorta di contro-società che faceva riferimento al Pci e alle sue organizzazioni di massa (sindacato, associazionismo, cooperative, movimenti) in grado di esercitare una egemonia sui ceti medi e intellettuali almeno fino al 1968, quando quel circolo virtuoso subisce una prima frattura e pone ai comunisti il tema del proprio rinnovamento che il partito finisce per eludere e rinviare.

    Tutto questo avveniva mentre restava aperto il dibattito sulla specificità del capitalismo italiano che ha costituito una delle spine nell’orientamento del Pci. Ancora nel 1962 – nel famoso convegno dell’Istituto Gramsci su “Tendenze del capitalismo italiano” – il gruppo dirigente comunista si divideva tra una lettura sull’arretratezza dell’organizzazione economica italiana (e della sua borghesia) e il suo eventuale passaggio in fieri verso una società capitalisticamente matura. In realtà, in Italia – per le specifiche condizioni della ricostruzione economica – non esisteva una forma capitalistica in cui il mercato convivesse con un regime di libera concorrenza nel settore dei servizi e dove l’economia privata fosse predominante rispetto all’intervento pubblico e statale. Lo stesso neocapitalismo italiano avrebbe avuto tratti assai specifici negli anni del boom economico. Lo avremmo riscoperto negli anni recenti delle privatizzazioni e delle direttive europee sui servizi e i consumi (se non si fosse trattato dell’Italia, il testardo impegno dell’ex ministro Pierluigi Bersani su questo terreno sarebbe apparso anacronistico in qualsiasi altro paese europeo). L’economia italiana – tra Tangentopoli, inserimento nell’euro e primi segnali della globalizzazione – sarebbe implosa non meno del sistema politico nel corso degli anni Novanta.

    L’intuizione di Pasolini

    È stato Pier Paolo Pasolini – come prima Leopardi, Gobetti e Gramsci – ad affondare nuovamente il bisturi con la sua descrizione peculiare della società italiana di inizio anni Settanta (Scritti corsari). L’analisi pasoliniana più politica è racchiusa tuttavia in quella poesia invettiva politica dal titolo Cos’è questo golpe? Io so (Corriere della Sera, 14 novembre 1974) . L’Italia è per lui quella delle stragi impunite, di un sistema politico impunito e di una modernità che diventando omologante può semplicemente dissolvere le peculiarità sociali precedenti.

    Non c’è modo migliore di quello di Pasolini per ricordare cosa è stata l’Italia per una lunga fase del dopoguerra. “Un Paese nel Paese” è la più fertile e poetica definizione di cosa abbia rappresentato – nel bene e nel male – il Pci nella storia nazionale. Se è inutile avere soverchie nostalgie per quella lunga e irripetibile stagione, bisogna però sottolineare come la scomparsa di quel “Paese nel Paese” (con tutte le sue ombre che sono già chiare allo stesso Pasolini) come grumo di passioni democratiche abbia contribuito prima al declino e poi alla definitiva eclissi del “caso italiano” come anomalia positiva rispetto ad altri paesi europei.

    Fino alla fine degli anni Settanta eravamo invece un positivo “caso italiano” da guardare con ammirazione e perfino stupore: il paese più politicizzato e sindacalizzato di Europa, che si concedeva il lusso del più forte e radicato partito comunista di Occidente, dove anche il ‘68 aveva avuto una durata e una qualità senza riscontri neanche nella Francia del “maggio”. L’intuizione politica di Bettino Craxi – su cui ha costruito le sue effimere fortune – è stata quella di scoprire negli anni Ottanta che quel “caso” finiva per essere al tempo stesso un valore e un limite della situazione italiana: il Pci non poteva governare al centro del sistema politico, pur facendolo in periferia (Comuni e Regioni). Ecco spiegata la “centralità” socialista come rendita di posizione in un sistema istituzionale bloccato che non sapeva rispondere alle nuove richieste di modernizzazione e innovazione che venivano dalla realtà sociale del paese (la Dc, inoltre, non poteva governare da sola o alleandosi con la destra di estrazione fascista).

    La stagione di tangentopoli

    Nel 1992 – sotto i colpi di Tangentopoli – cadeva anche la rendita di posizione politica che aveva la specifica forma di governo e di potere nel craxismo (quel Caf che teneva uniti Craxi-Andreotti-Forlani). L’Italia veniva inoltre colpita – proprio nel corso di Tangentopoli – nelle sue debolezze strutturali dai processi di violenta globalizzazione, fino al punto che oggi tutta la nostra industria pubblica è in ginocchio insieme al settore dei servizi (Alitalia, ferrovie, trasporti, scuola, università, sanità, eccetera). Ed è caduta anche la discriminante democratica nei confronti degli eredi del Movimento sociale.
    Alla “balena bianca” democristiana si è poi sostituito un populismo che ha di colpo cancellato la storia e il radicamento dei partiti di massa. Perfino il ‘68 e gli anni successivi delle conquiste operaie e dei referendum su divorzio e aborto possono essere riletti sui tempi lunghi della storia nazionale come significative parentesi di modernizzazione piuttosto che come fasi di trasformazioni strutturali. In questo caso, si può usare con cognizione di causa la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”.

    Il paese della sinistra così originale di Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Pietro Ingrao, Giorgio Amendola, Bruno Trentin ma anche del gruppo del Manifesto, di Lelio Basso, Rodolfo Morandi, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi, Renato Panzieri ha finito – nella sua formazione maggioritaria, il Pd – per diventare negli ultimi dieci anni la parodia del Partito democratico degli Stati Uniti. L’Italia e l’Europa però sono altra cosa.

    Per ripartire, bisogna dunque avere almeno il senso tragico di cosa è accaduto e accade sotto i nostri occhi. Un esempio della nostra attuale afasia è che non esistono le parole giuste per descrivere a chi non ha vissuto o vive in Italia cosa è diventata l’Italia. È un ottimo esercizio provare a farlo a qualche amico straniero o a noi stessi. Lo sforzo lessicale di raccontare in modo comprensibile questo nostro Paese è già un obiettivo politico. O forse “civile”, come avrebbe potuto scrivere Pasolini. Comunque necessario, come ci hanno insegnato Leopardi, Gobetti e Gramsci.

    • Ero un ragazzino quando nel ’68 contestavo queste narrazioni non più comuniste. Il problema sta nel fatto che nessuno si rende conto di quel che è diventato. Le mogli, i figli a volte capiscono. Lo ribadisco oggi a certi miei amici, politicanti di nuova generazione: la regola del limite dei due mandati serve perché sicuramente voi non capirete nulla della vostra trasformazione. Non ve ne renderete conto, quindi perderete la spinta che vi ha posto in sella. Ma fa piacere che, s’intende, pacatamente, e in quale altro modo se no, si tenti una storiografia pensata come si conviene, magari allegra. Proprio ieri ho iniziato a leggere I pirati della Malesia, di Salgari. Sono sicuro che contiene novità.

  37. Per Il Mangiaparole n.10
    *
    Verso ciò che vien detto Thirdspace
    Nota di Gino Rago

    Nel passaggio da I platani sul Tevere diventano betulle alle Storie di una pallottola, come anche nei Passages e come in Backstage delle storie di una pallottola, ho voluto sperimentare nei miei versi il tentativo di tensione verso lo spatial turn, in particolare verso ciò che Edward William Soja ha indicato come Thirdspace.

    Sul Thirdspace E. W. Soja esprime icasticamente il suo pensiero quando scrive:

    «Tutto sta insieme nel Thirdspace: soggettività e oggettività, l’astratto e il concreto, il reale e l’immaginato, il conoscibile e l’inimmaginabile, il ripetitivo e il differenziale, la struttura e l’azione, la mente e il corpo, il conscio e l’inconscio, il settoriale e l’interdisciplinare, la vita di ogni giorno e l’interminabile storia».

    Dal Thirdspace di Soja alla geocritica di Bertrand Westphal il passo è breve; così come Soja nel suo approdo al “Terzo spazio” all’interno di ciò che indichiamo come «spatial turn» confessa i suoi debiti culturali sia verso gli studi condotti sullo spazio da Michael Foucault (eterotopie e interferenza eterotopica), sia verso la triade spaziale di Henry Lefebvre di «spazio concepito-spazio conosciuto-spazio vissuto».

    Nello spatial turn il passaggio dal paradigma temporale al paradigma spaziale si parla di «spazialità poetico-letteraria la quale impone all’approccio geocritico quattro nuove parole-chiave: polifocalità, polisensorialità, policronia, politestualità (o trans testualità più che intertestualità).

    *
    Nel saggio Spatial turn: spazio vissuto e segni dei tempi Giacomo Marramao scrive:

    «[…] materia del contendere della “svolta spaziale” non è più l’alternativa tra “futurismo” del Progetto moderno e “presentismo” dell’Antiprogetto postmoderno: tra un tempo infuturante e un tempo congelato nell’eternizzazione e ripetizione seriale del presente.
    Non è più un superamento (operazione tutta interna alla signoria moderna del tempo), ma uno spostamento laterale in grado di porre lo spatial thinking come via privilegiata di accesso alle concrete forme di vita e di azione dei soggetti in un mondo non-euclideo: un mondo ormai irriducibile a una superficie piana (limitata, ma infinita), ma consistente in una sfera (finita, ma illimitata)».

    Il ribaltamento paradigmatico dallo spazio euclideo allo spazio topologico è alla base della proliferazione della “topica della spazialità” cui stiamo assistendo negli ultimi anni nel campo degli studi letterari e culturali, ma anche dell’antropologia, della storia e della stessa scienza politica.
    L’ottica spaziale diviene così una finestra di collegamento trans-disciplinare, che elude l’occhiuta vigilanza delle guardie confinarie delle discipline accademiche tradizionali. Ciò significa per la nuova poesia, per la top-pop-poesia mettersi “alla ricerca dello spazio perduto” lasciandosi per sempre alle spalle l’ormai logora, obsoleta questione della persistenza di esser fermi “alla ricerca del tempo perduto”.

    *

    Tentativo di un nuovo ciclo poetico verso lo Spatial turn
    STORIE DI UNA PALLOTTOLA
    *
    Gino Rago

    La caffettiera di van Gogh
    per tutta la notte ha litigato con il manichino di De Chirico.
    Diceva che lei almeno sa fare il caffè, invece un manichino
    è solo un manichino.
    Allora, è successo che De Chirico
    si è spazientito e ha disegnato un sole con i raggi
    che si mette in cammino, attraversa a piedi montagne e nuvole,
    entra nell’atelier di Marie Laure Colasson,
    si ferma allarmato davanti ad una “Struttura dissipativa” della pittrice
    posta sul cavalletto,
    e chiede: «E questo cos’è?»,
    domanda che ha molto seccato la pittrice francese la quale per ripicca
    lo ha punzecchiato con una forcina per i capelli
    dicendogli che era uno spazzacamino, un presuntuoso, un leghista, un feticista
    e un fascista …

    Squilla il telefono al 6° piano di Via Domodossola n. 25.
    Sylvie Vartan parla con George Perec.
    «Monsieur Perec, c’è un figuro che ci segue,
    dice che abita nel futuro e che è capitato per sbaglio
    nel presente».

    «È Jèrôme Lapalisse, di professione crittografo, di mestiere ammazzaparole
    e aggiustalampadari.
    Abita nel condominio al numero 11 di Rue Simon-Crubellier…
    Tappeti Bukhara, due dobermann, libri rilegati in pelle,
    porcellane cinesi, uccelli esotici, un pappagallo gialloverde del Madagascar,
    tavolini africani in mogano».

    Jèrôme Lapalisse a Sylvie Vartan:
    «Madame, quella signora elegante ci osserva».

    George Perec:
    «È Madame Colasson, pittrice, vive a Roma,
    ogni tanto torna ai passages, nel boulevard, passeggia con un foulard colorato,
    si ferma sempre davanti alle pasticcerie,
    pensa che il segreto delle sue “Strutture dissipative”
    sia racchiuso nelle torte con la panna…».

    *
    Storia di una pallottola n.9

    Cade un biglietto dal settimo piano di via Gabriello Chiabrera.
    Una folata di vento.
    Atterra sul balcone del Servizio Informazioni Riservate
    di via Pietro Giordani in Roma,
    accanto a delle scatole cinesi con l’immagine di un drago rosso.
    C’è scritto: «Tanti saluti mon amour!».

    Il commissario Ingravallo prepara la retata.
    Circonda l’abitazione del poeta Linguaglossa al quinto piano.
    Fa irruzione.
    Sequestra una piuma di struzzo, un chewingum, una scatoletta di tonno sott’olio

    e il famoso biglietto.

    «Linguaglossa, lei è formalmente inquisito».

    *
    Gino Rago

    (mi scuso con le lettrici e i lettori de L’Ombra delle Parole per eventuali refusi)
    gr

    • Gino Rago ha fatto una operazione semplicissima ma geniale. Ha ribaltato il piano della narrazione: dall’io alle cose, ed ha lasciato parlare direttamente le cose, anzi, la Cosa, la «pallottola». È la pallottola la protagonista assoluta della sua poesia, è lei che guida la regia, è lei la prima attrice, è lei l’Ennio Morricone della colonna sonora. Il mondo viene visto e raccontato dal punto di vista della pallottola. «La caffettiera di van Gogh litiga con il manichino di De Chirico». Sono le cose rappresentate nei dipinti della tradizione pittorica a litigare per interposta persona, per rappresentanza degli uomini, le cose non sono più al loro posto e passano all’azione.
      E così il mondo viene capovolto.
      Si tratta di un capovolgimento totale della narrazione, un cambiamento di paradigma. Alfredo de Palchi se fosse vivo e potesse leggere questa poesia ne rimarrebbe ammirato, ne sono certo.

      L’Homo sapiens nulla teme di più che essere considerato come una semplice cosa. Perché la cosa è soltanto una cosa, la cosa non teme né desidera nulla, la cosa è senza trascendenza. Ma la cosa è impensabile senza il soggetto; di più, il soggetto è impensabile senza lo specchio opaco della cosa, che gli rimanda la sua immagine rovesciata:la cosa è l’anti uomo, quindi uomo significa il contrario della cosa.

      Ma perché oggi è il tempo delle cose? Perché la prima cosa con cui ogni essere umano è chiamato a confrontarsi è il ‘suo’ corpo, e il corpo-cosa ora ‘vuole’ esserci.
      Homo sapiens è l’animale che per natura è separato dalla sua dimensione corporea, è naturalmente dualista.

      Se c’è qualcosa che proprio non accettiamo, è essere trattati come le cose. Già essere trattati come animali è considerato inumano, ma l’essere paragonati alle normali e consuete cose, per esempio una caffettiera o a un cavaturaccioli, è del tutto inaccettabile. Nella poesia di Gino Rago le cose diventano protagoniste assolute, escono dall’ombra e dal silenzio delle cose ai quali sono state relegate dagli umani e assurgono ai pieni poteri del Logos…

    • “La lingua, perché in atto di nascere, trasformarsi e morire, non potrà mai assumere la forma fissa e astorica di una grammatica” G. Agamben.

      Agamben. Lo riconosci dalla voce, prima e dopo l’arrivo dei ciclisti sulla pista da ballo. Il vecchio seduto sul confine tra guerra e pace. Giardino curato, senza un capello. Triste. Gli duole la schiena per quanti ideali ha dovuto scansare.

      Cornici che si tolgono da paesaggi musicali. Poi dire che la langue non esiste. Perché gli piace l’idea che nulla esista; che un bicchiere vuoto sia la miglior compagnia. L’esserci stato è di gran lunga preferibile.

      Voce maschile di verbo essere. Ma voce che personalizza. Unica.

      Poi è silenzio, poeti bambini e clown intenti a intrecciare graziose museruole. Una per ogni stella che muore. / Bolle sott’acqua, con dentro musica e filari di case in ascolto.

      Il vecchio seduto vorrebbe morire sul posto. Dove collocare lo sparo. La pallottola killer di Gino Rago. Un vagante. Altra categoria umana. Senza spine ai fianchi.

  38. Due poesie di Mario M. Gabriele

    da Registro di bordo (Progetto Cultura, 2019)

    8

    Hai lasciato la dimora e il Grande Gatsby
    con gli oggetti che non ti parlano più.

    L’anticiclone mise in pausa l’ira dell’inverno
    senza passare sulle cime dell’Adamello.

    Giorni si susseguono nel ritmo dell’hukulele.
    Uno verrà col fiordaliso in bocca.

    Buona parte dell’anno è passata
    senza effrazioni sulla pelle.

    Al Biffi Hotel rimanemmo
    per conoscere la varietà dell’Essere.

    Ora pensi a dicembre
    segnando le date da riesumare

    I vestiti autunnali
    li abbiamo lasciati ai ragazzi del Bahrain.

    Mister Wood agita mente e anima,
    non sopporta i Concerti Brandeburghesi.

    Torniamo in superficie
    col rumore di fondo dopo Quickly Aging Here.

    Dura il mese bisestile.
    Barkeley canta Crazy.

    9

    Abbiamo percorso tornanti e strade
    con avvisi di stay away.

    Nel vecchio motel ci sono stati incontri
    di creative writing con poeti underground.

    Si inasprisce l’aria di mele guaste.
    Gli occhi della signora Rowinda non incantano più.

    Le distanze non sono mai parallele,
    neanche a leggere Postkarten.

    Qualcuno ricordò
    le riflessioni spirituali di Etty Hillesum.

    E’ rimasta in giacenza la lettera da Wiesbaden
    con il domicilio sbagliato.

    Dal balcone il panorama si è ristretto.
    Ci dividiamo l’Inferno e il Paradiso.

    Carissimo John, il bulldog è sulle tracce
    dell’infanzia perduta.

    Benn disse di aver letto Peter Russell
    e che alcuni versi gli erano rimasti nella mente:

    -La mia cara moglie, Lucimnia,
    è stata a lungo, in segreto, una cristiana-.

    Karinova soffre di beta amiloide.
    Gira il mondo con i pensieri-rondinelle.

    Mario Gabriele obbliga il linguaggio ad esperire una torsione.Torsione che possiamo esplicitare così: la pratica decostruttiva non serve alla
    différance, a far cioè emergere, seppur in modo obliquo e in controluce, il punto cieco di ogni significazione.

    È la différance che serve alla pratica decostruttiva. La decostruzione non vuole semplicemente svelare dietro alla storia del senso e del concetto l’operare silente di una traccia rimossa, non è un’operazione che ha come fine quello di porre il problema della différance, ma è esattamente il contrario: è il porre il problema della différance, l’evocarla e il mettersi sulle sue tracce che ha il suo fine nella de-costruzione intesa come ethos, atteggiamento critico che sospende i significati, vedendone il limite, per non frequentarli in modo irriflesso, in modo «ideologico».

    È qui la torsione giunge a compimento: l’Evento (o la différance) è l’ultimo inganno: la sua «evocazione» o «rammemorazione», il mettersi sulle sue tracce, è soltanto un«espediente pratico» che trova compimento nell’esercizio stesso in quanto ethos.

    È cioè una chiamata etica. Questo pensiero delle pratiche è un esercizio di torsione in cui la pratica poietica si riconosce come una pratica, con il suo fare, le sue procedure e il suo orizzonte di senso. E con questo riconoscimento sospende ciò che in essa si è «detto» per vederne il limite.

  39. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/08/10/alfredo-de-palchi-e-morto-1926-2020-il-decano-della-poesia-italiana-ci-ha-lasciati-abbiamo-perduto-un-grande-innovatore-della-poesia-e-un-grande-rappresentante-della-tradizione-poetica-italiana-a/comment-page-1/#comment-67202
    Lo statuto aporetico della poiesis

    La poiesis non è un dire, ma un fare, un operare concreto.
    La poiesis mette in atto una pratica del non dire i significati noti e acclarati, non dà luogo a significati ma deve essere intesa come un gesto performativo, un esercizio «inoperoso», di «inoperosità» (nel senso in cui lo intende Agamben, quando si riferisce a «un operare che, in ogni atto, realizzi il proprio shabbat e in ogni opera sia in grado di esporre la propria inoperosità e la propria potenza» [Agamben, Il linguaggio e la morte, 2004, p. 376]).

    Torniamo un momento all’inizio del discorso. Il modo in cui la filosofia può ancora distinguersi dal comune opinionare è fare ciò che né la doxa né la scienza fanno: menzionare l’ombra che sempre accudisce la luce. Non accontentarsi dei significati consolidati, non limitarsi a produrre teorie o discettazioni, ma volgere l’interrogazione all’orlo, al limite e alla condizione di possibilità dei significati. Tale interrogazione è un esercizio etico che si pone sulle tracce del punto cieco di ogni conoscenza filosofica, per mettere in luce il limite dei suoi presupposti di pensiero, non assumerli in modo tautologico.

    Questa pratica è abitare il mondo delle parole senza adottare i significati consolidati che corrispondono storicamente a quel mondo di parole. Questa pratica, questo esercizio quotidiano implica e richiede una «torsione» delle parole per rivelare la loro ombra infirmandone i significati.
    Il «detto» a cui la poiesis non può rinunciare, in quanto pratica discorsiva, e che le è necessario per compiere il proprio gesto performativo deve essere sempre aggirato e compreso come equivalente al non-detto. In tale esercizio consiste il peculiare rigore della poiesis e, nei modi in cui è volta a volta declinato, si misura l’efficacia del suo procedere.

    Non c’è nessun orlo, nessun limite, nessun punto cieco, nessun fondo che va a fondo. La sua «evocazione» è però funzionale alla pratica della poiesis, poiché il non-detto non resti soltanto presupposto e non sia ideologicamente assunto come un indicibile su cui, da ultimo, si dovrebbe attestarne l’evidenza. Questa pratica discorsiva implica la eliminazione tutte le figure dell’Evento e anche dell’Evento stesso, che scompare nel gesto che lo ha figurato.

    Ciò che resta lo fondano i poeti, appunto, ciò che resta è un non-detto che non può mai essere detto con quelle parole adulterate del mondo amministrato. In ciò si pone e si può misurare tutta la differenza tra una poiesis consapevole del proprio statuto aporetico e una poiesis tradizionalmente acritica e inconsapevole.

    La poiesis è un porre in luce significati a partire da presupposti che restano in ombra, le conclusioni che essa mette in luce, proprio in quanto
    messe in luce, sono evidentemente un significato, il cui fondamento, retrocedendo sullo sfondo, non può essere esibito. Anche l’attività ermeneutica accade, cioè, a partire dall’ombra e anche laddove essa volesse far luce dietro di sé, sulla propria zona in ombra, di nuovo, illuminando, proietterebbe l’ombra dietro di sé.
    Le conclusioni dell’ermeneutica si trovano dunque catturate entro la stessa dinamica che vorrebbero indicare e chiarire. Questo paradosso è la sfida che si pone al pensiero contemporaneo e con cui si trova a doversi confrontare la riflessione teoretica successiva a Heidegger. In tale paradosso ne va del senso della filosofia stessa: il Logos del mondo amministrato procede per luci e ombre, non si distingue più dal mito e dalla doxa, sicché la sua battaglia contro l’oscurità sembra franare sotto i suoi stessi colpi.
    Ma allora, chiedo, dove si viene a collocare la parola del filosofo, che statuto può ancora rivendicare, che senso può ancora avere la sua prassi?, dove si deve collocare la parola del poeta se il luogo del Logos non si distingue più dal mito e dalla doxa?

  40. Dedico +

    :): – ;/

    E’ una ferita al capo. Così, tacchete tacchete .
    Il mestiere di poeta non è per nulla pericoloso. Se sbandi, è colpa
    del colesterolo. Se poi uno beve è la fine.

    Durante lo scavo, a metà del cervello; lì c’è un peduncolo.
    E’ il ricettore delle poste in diversa maniera a meno che tu preferisca
    il lancio tra caverne dell’Unica idea prima di morire.

    Sei dollari a notte, e per dormire. Mi appello alla Corte.
    Non doveva prenderle tutte quelle pastiglie, davvero no!
    In terza classe si scrive meglio.

    (LMT )

  41. Recuperato da Facebook, 22 agosto 1919

    Giorgio Linguaglossa

    Penso che la «parola» poetica scocchi al e dal «discorso» mediante una scintilla. Una scintilla che subitaneamente diventa incendio. Quello che altri chiama ispirazione, è in realtà una scintilla. Ma qui si pone un problema che è stato sfiorato sia da Michel Meyer che da Vincenzo Vitiello: come fare per giungere alla scintilla? Ecco, direi che la scintilla è un dono degli dei (non di dio, si badi); allora, non resta che propiziarci la benevolenza degli dei. La ricerca filosofica e di poetica ha questo senso, quello di procacciarci la benevolenza delle Muse, che sono delle dee particolarmente bizzose e ritrose; fuggono a gambe levate dove il poeta getta ponti levatoi per catturarle, non sopportano alcuna violenza, alcuna effrazione.

    Però il poeta non può soltanto stare in posizione statica ed estatica di attesa, deve fabbricarle le condizioni affinché l’attesa divenga fruttuosa. Per dirla tutta, il poeta non deve sostare né soltanto sulla «parola», né soltanto sul «discorso»; entrambi: parola e discorso sono acerrimi avversari, sono sempre in conflitto, dove c’è l’una non c’è l’altro; infatti sono di genere opposto: femminile (la parola) e maschile (il discorso). Se il poeta cerca la parola nuova senza aver prima fabbricato ponteggi e gru per arrivare alla parola, finisce per impiegare la parola vecchia, quella già consumata dal discorso, e la Musa fuggirà a gambe levate; se invece punterà sul «discorso», sarà la «parola» a sottrarsi in quanto quel «discorso» è il discorso della tradizione, il discorso in posizione di rigor mortis.

    Non c’è dubbio che il poeta si troverà così sballottato e distratto tra la «parola» e il «discorso», prigioniero castigato dall’ostilità e dalla conflittualità tra i due contendenti. Il risultato sarà la parola in rigor mortis, con la conseguenza che userà la parola come succedaneo di una tradizione (di un discorso) già nato consunto.

    E allora, come fare per evitare di diventare prigioniero inerme tra questi duellanti? Dirò che il poeta deve costruirsi una casa, una abitazione che lo protegga dalle intemperie e dalle tensioni che si sprigionano dalla collisione tra la «parola» e il «discorso», dovrà munirsi anche di un buon parafulmine e di un portone blindato per impedire alle parole consunte e consumate di fare ingresso nella sua abitazione, invaderla e ottundere la stessa possibilità di adire ad una parola poetica autentica.
    foto L’interruttore della luce del 1944 nella sede della famigerata Polizia Tedesca in via Tasso a Roma…cose di settantacinque anni fa ti guardano, cariche di pathos.

    [l’interruttore della luce nelle stanze della tortura della Gestapo in via Tasso, Roma, 1944]

    Giorgio Linguaglossa

    La stanza disadorna di Cogito

    Un pulsante. Un ronzio. L’interruttore della corrente elettrica.
    Una stanza vuota e bianca.

    Dal soffitto, una lampadina, sul tavolo tazzine
    con macchie di caffè, bottiglie vuote, tovaglioli di carta.

    «Egregio Cogito, gli altri cadono nel tempo,
    io invece sono caduto dal tempo, una jattura, mi creda, non da poco.

    Sono disperato, sì, non ho altri che Lei; dopotutto questo tempo
    siamo diventati amici», disse il Signor K.

    Era pensieroso, forse addirittura addolorato…
    Il filosofo non si scompose.

    […]

    Era già tardi però, il sole se ne era andato per i fatti suoi,
    aveva deciso di disertare la bacheca del giorno.

    Sull’attaccapanni era steso un asciugamani a quadretti
    e una giacca risalente alla guerra fredda.

    «Ella è il prodotto di coloro che l’hanno preceduta»,
    disse Cogito sottovoce,

    ma scacciò via quel pensiero, per disperazione, per distrazione o,
    semplicemente, per dimenticanza…

    Il Signor K. premette il pulsante nel riquadro avana.
    Il cono di luce illuminò il volto di Cogito.

    *

    le poesie le devi leggere a distanza di un anno. Se reggono alla lettura vanno messe da parte e rilette dopo un altro anno. Se resistono ancora alla lettura bisogna chiuderle in un cassetto e rileggerle dopo ancora un altro anno… E così via… All’infinito…

  42. Recuperato da Facebook
    18 agosto 2019

    Intorno alla Poesia come costruzione a «polittico»

    La costruzione a «polittico» è un assemblaggio di «finiti». Ogni immagine, ogni personaggio, ogni icona è un «finito». «Nel finito c’è l’infinito» affermava Wittgenstein, e aggiungeva anche: «il finito non è in concorrenza con l’infinito». Parlare e pensare quindi la poesia come «colonna sonora» di significati e di significanti, di «composizione chiusa» o «aperta» è, dal punto di vista del «polittico», un non senso. Quella è stata la poesia del novecento, che si è chiuso in un brusio generalizzato e insignificante, un rumore di fondo postruista. Sembrerà ovvio dire che per afferrare la «nuova poesia» occorrono nuove categorie, ed è quello che sta cercando di fare la nuova ontologia estetica. Andiamo alla ricerca delle nuove categorie del pensare ermeneutico.

    Il problema è: parlare e pensare la forma-poesia come collezione e collazione di «finiti». Considerare una parola, un nome, una immagine come figurazione di un «finito». Finora invece la poesia ha considerato il «nome» (cioè il «finito») all’interno di una colonna sonora che lo portava con sé, lo faceva viaggiare dentro la carlinga del discorso sintattico semantico unidirezionale. Ma, è ovvio che questa è una convenzione, un patto di solidarietà tra il lettore e un emittente, secondo il quale il ricevente accoglie il «nome» come facente parte di un discorso tenuto da un io plenipotenziario che sta sul podio e stabilisce le gerarchie dei significati e dei significanti. Questo, detto in breve.
    Ebbene, la nuova ontologia estetica infrange questa convenzione pattizia, ci dice che quella convenzione non è più in vigore e che la nuova poesia ne farà a meno. Penso che sia legittimo. Nessuno ci potrà negare la facoltà di pensare e operare in costanza di caducazione di questa convenzione.
    Se non si comprende questo assunto di base, non si comprende nulla della «nuova poesia» NOE, e si continua ad operare secondo quel rispettabilissimo patto che è stato in vigore nell’era copernicana dell’io governatore che arriva dall’inizio del Novecento con il deflagrare delle avanguardie fino ai giorni nostri postremi ed epigonici.

    Adesso, con l’ontologia positiva, ne siamo fuori. La poesia dell’ontologia negativa di Heidegger ha dato risultati brillanti ma, quella ontologia fa parte ormai del passato, un passato glorioso, ma passato.
    Il «finito», ogni volta che lo nominiamo, è già nell’«in-finito». E già qui siamo fuori della ontologia negativa, siamo entrati in un altro demanio concettuale. Il discorso poetico richiede la predicazione del «finito», una predicazione che non avrà mai fine e che pone stabilmente il «finito» nell’«infinito». Se riusciamo a pensare il discorso poetico in questi termini, non potremo mai più fare poesia come lo si è fatto nella tradizione poetica occidentale.
    Sono stato chiaro?

    E con questo penso di aver risposto in qualche modo ad Antonio Sacco che mi chiedeva lumi sulla NOE, il tempo, interno, il tempo esterno, lo spazio, la tridimensionalità, la quadri dimensionalità, la disfania, la diafania etc.
    Il «non dicibile» abita la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito. Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica ad esempio della poesia di Mario M. Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi.

    Nella nuova poesia della «nuova ontologia estetica», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tra-dizione filosofica occidentale.

  43. IN MORTE DI DE PALCHI. MEMENTO PER I VIVI

    Il 09/03/2015 11:50, Ennio Abate ha scritto:

    Caro XY,
    mi perdonerai se ti faccio questo rilievo in privato perché non mi piace sollevar polemiche. Ma con chi vi siete messi?! Mi ero già meravigliato di questa sorta di pellegrinaggio ossequioso verso De Palchi di molti poeti italiani, ma quando vedo pubblicato un suo testo che qualifica Longo e Pertini come “delinquenti comuni” e curatore del blog e commentatori fingono di non vedere vuol dire che la cancellazione revisionista della storia ha proprio sfondato.
    Un caro saluto
    Ennio

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/03/07/poesie-di-
    alfredo-de-palchi-da-sessione-con-lanalista-1948-1966-e-da-
    paradigm-chelsea-editions-2013-con-uno-scritto-di-luigi-
    fontanella-un-dialogo-tra-alfredo-de-palchi-e-giorgio-
    linguagl/comment-page-1/#comment-5976

    E voi bifolchi
    eroici del ritorno
    sul barcone dell’Adige
    mostratevi sleali
    e vili quali siete
    con il numero ai polsi di soldati
    prigionieri
    non di civili dai campi di sterminio
    siete sleali per tradimento
    vili per la fuga verso
    battaglie di mulini a vento
    spacciandovi liberatori al culo dei vittoriosi
    che vi scorreggiano in faccia
    ora non scapate
    da San Vito dov’è obbligo
    narrarvi le stesse menzogne
    tra compagni
    rifare gli eccidi dei Pertini e dei Longo
    criminali comuni all’infinito
    e finalmente
    spiegare la verità dei ponti antichi
    lasciati saltare nell’Adige di Verona
    forse anche i defunti avrebbero orecchie.

    2.
    Da XY
    Inviato: lunedì 9 marzo 2015 23:29
    A: Ennio Abate
    Oggetto: Re: da Ennio Abate: De Palchi sul blog di L’ombra delle parole

    Caro Ennio,
    nessun problema, non ho alcun atteggiamento di ossequio né verso De Palchi né verso altri poeti,
    soprattutto se contemporanei, tra i quali non c’è nessuno di cui condivido ogni spicchio del suo
    universo, espressivo o di visione di idee. De Palchi ha un orientamento tendenzialnente a-ideologico e anarchico, e dico tendenzialmente perché poi ammira Obama e disprezza o odia i repubblicani…su parecchi punti non condivido le sue posizioni, e con lui ne ho parlato senza problemi ma poi, aprendo il ventaglio di quello che ha fatto in maniera disinteressata, manifesta una generosità, libertà di giudizio e di scelte che in pochissimi ritrovo.
    Non persegue alcun revisionismo storico, ma sulle frasi/versi che citi – tra quelli che ovviamente non condivido – non può non pesare la durissima esperienza di anni di carcere fatti ingiustamente e dovuti sicuramente anche a fattori iperideologici degli anni 40-50 e oltre.
    E’ un altro mondo rispetto a quello che, ad esempio, la fortuna generazionale mi ha regalato o mi sono costruito pezzo a pezzo. Strutturato come visione di idee e, insieme, con tutta la tensione libertaria che Marx trasmette nei suoi testi. Tensione che ho ritrovato a dir poco stropicciata, spesso calpestata o non praticata dai partiti della “sinistra”. Tanto che ne sono presto scappato, cercando, forse con l’unico guadagno di non essermi mai stupito o essere rimasto deluso da quello che quegli stessi partiti ed esponenti hanno combinato negli ultimi decenni…inutile proseguire e annoiarti.
    Volevo solo dirti che De Palchi non è un altro saltato sul carro del revisionismo storico, di pseudo maitres che poi ci guadagnano, e faccio perciò la tara su suoi giudizi, in particolare se su essi pesa il
    prezzo di dolore pagato personalmente.
    E il dolore è una delle monete che cambia i termini e i confini.

    Un caro saluto
    XY

    3.
    Da: Ennio Abate [ennioabate@alice.it]
    Inviato: martedì 10 marzo 2015 09:31
    A: XY

    Oggetto: R: da Ennio Abate: De Palchi sul blog di L’ombra delle parole

    Caro XY,
    le mie non sono accuse di piaggeria a te; e sono anch’io convinto che, per formazione e mentalità, De Palchi forse non sa neppure cosa sia il termine ‘revisionismo storico’.
    Ho voluto solo sfogarmi con te, che mi pare provieni da una storia simile alla mia, per lo sfaldamento delle “nostre verità”. La pubblicazione in Italia di un testo poetico contenente quelle affermazioni contro Longo e Pertini, se comprensibili sulla bocca di uno con quel tipo di storia dolorosa alle spalle, non dovevano essere accolte in silenzio. Ci sarebbe voluta come minimo una nota di accompagnamento che prendesse le distanze.
    AI silenzio dei curatori del blog si sono aggiunti i commenti plaudenti e ossequiosi. Così siamo elegantemente seppelliti.
    Io un’altra volta lessi sullo stesso blog in un commento dello stesso De Palchi queste affermazioni:

    « Scuso e mi scuso senza ipocrisia untuosa; non indosso rancori. Mi si noti quale sono sempre stato: Nel 1961 Vittorio Sereni aveva scelto il mio poemetto in 13 parti, “Un ricordo del 1945” (1948), inedito come era tutto il mio lavoro, per il primo numero della nuova rivista “Questo e Altro”. Franco Fortini dichiarandosi mio nemico, spingeva e insisteva fortemente Sereni di
    abbandonare l’idea per motivi ideologici personali di uomo in simili casi per me piccolo. Sereni rifiutò di convincersi e pubblicò il poemetto. La storia si protrasse, Fortini da nemico ideologico. Io pubblicando delle sue poesie in versione inglese sulla mia rivista Chelsea. Gli feci avere una copia della rivista con una breve lettera in cui non parlavo della trascorsa vicenda; Fortini scelse il silenzio. Oltre cinquant’anni dopo, privo di fondi, Gianmario Lucini annuncia il Premio di Poesia Franco Fortini. Mi offrii di aiutarlo, e tuttora sono il solo a sostenere il premio. E perché? Perché non eleggo nemici e non ho rancori, ma contraddizioni. Ch’io sappia nessuno mai ha indovinato la mia ideologia: anarchia comunismo fascismo monarchia socialismo = anarchia. Mi è parsa giusta raccontare questa vicenda perché si capisca diversa la mia personalità
    Alfredo De Palchi, Manhattan, 21 agosto, 2014»

    E gli scrissi in privato, avendone avuta l’occasione, spiegando in una lunga lettera le ragioni secondo me storiche (e non personali) di quel comportamento di Fortini. Ora non lo faccio più perché ho chiuso col blog di L’ombra delle parole.
    Un caro saluto
    Ennio

  44. in Essere e tempo di Heidegger (1927) l’esserCi è caratterizzato dalla reciproca e intima connessione di tre “esistenziali”: Befindlichkeit (come ci si trova), Verstehen (la“comprensione”, cioè l’orientamento in cui ci si trova), Rede (il “discorso”, il tessuto di parole in cui ci si trova). Queste dimensioni dell’esistenza nel loro insieme costituiscono l’apertura del“mondo” in cui l’esserCi (l’uomo) si trova. Ora, la terza di queste dimensioni coappartiene alle altre due, il che significa che ci si trova “gettati” e ci si orienta in un mondo di parole, grazie alle parole,tramite esse. I “fenomeni”, prima di tutto quelli “in senso ordinario”, sono veicolati dalle parole; per es. la parola “sedia” non solo pre-orienta il nostro rapportarci alla sedia ma anche la cosa stessa ci viene incontro tramite la parola, cioè “sedia”. Noi dunque non facciamo esperienza di“cose” che poi interpretiamo a partire da un orizzonte linguistico dato (questa è la prospettiva dell’ermeneutica) ma noi abbiamo a che fare con “cose” in quanto sono dette, parlate, hanno un nome. Infatti se “mancano le parole” la “cosa” diviene sfuggente.

    Ora, di fatto, nella poiesis la parola manca, è destino della parola mancare, esser mancante, altrimenti non ci sarebbe poiesis, ci sarebbe il plenum, la plenitudo dei mistici che è altra cosa che qui non interessa. Questa negatività (data dalla mancanza) predispone la parola ad una pre-comprensione, che è già in sé un arbitrio in quanto ogni parola porta con sé la negatività del suo non essere completa, e porta con sé l’erranza delle parole in quanto erranee, frutto di erranza e di errore. È questa la ragione per cui molti poeti soffrono anche a livello esistenziale di erranza e di errore, proprio in quanto essi vengono trascinati verso queste configurazioni esistenziali, proprio in quanto infirmati dalla negatività originaria delle parole.

  45. A VOI OMBREGGIATORI DELLA PAROLA CHE NON AVENDO AVUTO IL CORAGGIO DI REPLICARE AL MIO COMMENTO SU DE PALCHI VI NASCONDETE DIETRO HEIDEGGER

    Per questo, proprio perché l’astrazione del capitale produce, attraverso il doppio movimento dello svuotamento del concreto e della sovradeterminazione della superficie, direttamente intellettualità di massa, agli intellettuali di professione, ai maîtres à penser, non lascia altro che la conferma di tale suo operare svuotante e superficializzante. Lascia cioè il compito di produrre pensieri, filosofie, configurazioni ideali che siano ispirate al principio della smaterializzazione del mondo e che si vietino ogni oltrepassamento nel verso della materialità sociale. Tanto da potersi facilmente e schematicamente affermare che, di fondo, tutta l’alta cultura dell’ultimo quarantennio ha celebrato l’epopea di un’assenza di strutturazione, di ogni gerarchia possibile, di ogni sistematica della realtà, per il darsi di un accadere sempre evenemenziale, esito di parallelogrammi di forze e di significazioni sempre cangianti e mai concluse in una qualche permanenza e identità. Né dunque è stato un caso se tale autosequestrarsi della cultura in una propria smaterializzata autoreferenzialità4 abbia avuto come massimo evento inaugurale, almeno nell’ultimo cinquantennio, la filosofia dell’«Essere» e della «differenza ontologica» di Martin Heidegger, la cui genialità reazionaria è consistita nel riproporre come principio dell’intendere e del vivere una categoria arcaica ed astrattamente metafisica come quella di Essere, il cui superamento critico aveva invece costituito la condizione prima di ogni svolgimento positivo sia della filosofia antica di Platone ed Aristotele sia della migliore filosofia moderna.

    (DA Critca, capitale e totalità di Roberto Finelli http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-capitale-e-totalitaroberto-finelli/)

  46. gentile Omissis,

    non voglio cadere nella polemica sterile su questioni molto complesse che richiedono molto pensiero, e poi non avrei nulla da replicare ad affermazioni generiche e supponenti che non sono interessate ad alcun confronto.
    Se lei ha qualcosa da dire sulla poesia di de Palchi, lo faccia… altrimenti, si accomodi…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.