Francesca Dono, 10 brani da 50 Post-it da: Caro tesoro, Progetto Cultura, 2020, Presentazione di Giuseppe Gallo

Francesca Dono animalistic nature

Francesca Dono, Animalistic nature, acrilico su carta, 2020

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Laureata in Scienze Sociali, vive e lavora a Milano. a sei anni scrive la prima poesia. Si appassiona alla pittura e alla fotografia molto presto, nell’età adolescenziale. Molte poesie dell’autrice sono state inserite in varie antologie e su riviste on line: L’ombra delle Parole, Patria Letteratura, odissea, Bibbia d’asfalto – Disgrafie, Word Social Forum, Versinpelle, Frequenze Poetiche, Secolo Donna 2017 Primo almanacco di poesia al femminile “Macabor Editore”. Riviste rumene: oltart Nr. 2 2018- Sintagme Literare Nr. 3 -2018- Poǝs:s Nr. 3 (316)- 2018. La prima raccolta  è del 2014, Irda Edizioni  Tra l’Insionismo l’Inversionismo e il dialogo, fortunatamente introvabile. L’opera del vero esordio è del 2017, Fondamenta per lo specchio a cura di Giorgio Linguaglossa per la collana Noe Edizioni Progetto Cultura di Roma.

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Presentazione
di Giuseppe Gallo

In parole brevi ed essenziali, il poeta di questi 50 Post-it, già dall’inizio mette in evidenza una possibile chiave di lettura per la propria silloge: una serie di messaggi al “caro tesoro”. Finzione o gioco? E chi sarà questo destinatario? Il diario? L’altro se stesso? Un proprio eteronimo? Qui non conta la risposta! Ciò che conta è che questi Sms diventano la cifra della propria nudità, nel senso che il poeta, attraverso queste icastiche annotazioni, ripetitive e ossessive, redatte in forma di diario, sotto la pressione delle urgenze quotidiane, ricrei il mondo della propria disgregazione, delle crepe e dei filamenti sfilacciati, ma che ancora tengono, la fotografia del proprio autoritratto. Così questi post-it diventano il block notes degli inciampi mentali, dei cali fisici, delle aspirazioni salvifiche, delle fantasie scheletriche di una soggettività che si trasforma in “scrittura”.
Una scrittura senza canto ma, sotterraneamente tesa, alla poesia; una poesia frutto di conflagrazioni telluriche, di agglomerati allergici, di flussi e riflussi magmatici, di balenii e di lampi esistenziali.

Si potrebbe dire, per buona parte della raccolta, che questa è costruita sull’intelaiatura di una versificazione “orizzontale” che cerca di prendere all’amo tutte le porzioni possibili della realtà, di sottoporle al vaglio della razionalità, mettendole a confronto con tutto il resto: soprattutto con ciò che rimane dell’io individuale, ormai ridotto a sostanza di sguardo, avendo eliminato qualsiasi approdo psicologico, elegiaco o lirico, che dir si voglia. Mentre il verso breve della tradizione letteraria nazionale sembrava andare verso l’io e le sue declamatorie e retoriche esigenze, qui si tende a raccogliere ciò che il tramaglio poetico incontra momento dopo momento: da ciò l’espediente del post-it: un appunto, una frase, una parola, un segno, ditono e di colore, il “maumau, l’ambarabacicìcocò, il bip bip, il trip” e così via dicendo, perché niente vada perduto o, meglio, perché tutti questi rimasugli e queste parti ritornino alla dimensione di quel tutto che va ricomposto e allineato e accumulato, perché è dal tutto che si spera possa giungere l’epifania di qualche significato aurorale e primigenio.Il resto è spazzatura…

Questi 50 Post-it sono la narrazione di un malessere, in forma anche di delirio, non solo materiale ma anche linguistico:
“Un bicchiere affilato di spine.”
“Per cortesia potresti prendere quelle gambe lacere e ritornare sulla strada dispersa?”
“…Su e-bay l’indifferenza si compra a metà prezzo.”
E così di verso in verso, da un’immagine all’altra:
“…una sporta di farina senza veleni.Il pane e l’olio blu per non franare dalle molliche.”
“Quei due con un terzo braccio meccanico? Il prete nel segreto della benedizione?”
“L’erba si sfoglia variabile. Le piccole fotografie nel velo bagnato.”

è un “riguardarsi allo specchio” e qui bisogna fare attenzione, perché qui lo specchio è una lastra di ghiaccio che si spezza e si frantuma proprio nell’atto stesso dello specchiamento. Difficile vedersi e capirsi in queste condizioni! Di questi sguardi frantumati rimangono, per fortuna, le tessere incidentate delle parole. Solo tramite la loro mimesi e i loro travestimenti si potrà ricostruire la fisionomia della “vis poetica” che li ha partoriti. anche perché questa forza si carica di violenza e di assolutezza. Se non fosse così non si potrebbe essere poeti!

“Non un rimbalzo di ossigeno. Mani compulsive ingialliscono. Chi potrebbe riparare la meccanica dei polpastrelli al tour del piacere?”
“Caro tesoro qualcosa non ha funzionato. Troppa confusione sulle pareti. Sui tratti degli spigoli. Da una certa distanza la ruggine si vede sfusa.
Pendula ai fibromi dei corpi. ad esempio cosa ci fa la millefoglie dentro il microonde?”

“Una sigaretta anaffettiva. Con “la puzza di bruciato” dilagato dentro e fuori. Più di tutto al nostro amore di viscosa.”

Oggi, non è tempo di tergiversare. La situazione esterna della cultura di massa è ormai così sclerotizzata ed è così priva di qualsiasi singulto di vitalità, che il poeta non può far altro che osservare, chiudere gli occhi e navigare o, meglio, lasciarsi travolgere da queste fiumare di materiali linguistici e da questi rottami culturali.
Il mondo circostante è un continuo cimitero in cui gli unici colori sono quelli dei crisantemi di plastica, dei coriandoli di polistirolo, delle luci del pulviscolo delle nebbie inquinate e delle piogge acide.

“Caro tesoro i crisantemi hanno ricevuto concime e acqua. Di default l’erba lisciata alla rinfusa.
Che non ci sia un vaso di carattere?
Le pietre caricano la base. I vermi l’argento surreale delle venature. Forse il motivo è di questa nebbia da infarto.
Alla strana pelle dei ponpon racchiusi sulla tangenziale infeltrita. Oggi diamoci un occhio in più. Non il design obbligato dalle buche del terriccio.
La festa dei morti sfiata sul suolo. Nel decollo
ornamentale di sputi e di parole.”

In questi versi, quasi sepolcri orizzontali delle parole, morte e moribonde, si avverte la frammentarietà e la disgregazione della lingua paludata della tradizione poetica.
Non per nulla il poeta sente il bisogno di rivitalizzarne la semantica ricorrendo al soccorso delle perifrasi, dei riporti linguisti e degli inserti mediatici della cultura di massa, riversata o abbinata alle lingue straniere, dall’inglese al francese e ai linguaggi di derivazione tecnologica.

Il paesaggio urbano è un marasma schizofrenico dove gli occhi non hanno più alcuna direzione privilegiata. Non ci sono più orizzonti. I caseggiati, i viali, gli autobus, i tram, le piazze,i semafori, gli interni degli appartamenti hanno l’andatura sbilenca dei ciechi. Si avverte un soffocamento continuo, un tramestio nelle viscere che rinfocola il rifiuto e la nostalgia…
Qui l’unica speranza di sopravvivenza è quella di rifugiarsi all’ombra delle croci e delle fotografie incancrena agli angoli e agli incroci degli incidenti… oppure nel “…silenzio rarefatto” e affrettato degli occhi, nel “volo delle ragnatele sulle guance afflosciate dai solchi resistenti.”
Nella “Insonnia della morte.” Ma queste sono solo e soltanto pause momentanee perché il poeta, “Fresco di giornata”, è già pronto a perpetuare il suo “lavoro da moribondo”.

Francesca Dono

50 Post-it da: Caro tesoro

1
Caro tesoro quanti film abbiamo visto? Una vita
intera. La coda dell’occhio appiccicato sugli stessi
attori. Faccia dopo faccia.

La sera ci porta inutili alla notte. Irregolari davanti al
fotomontaggio della luna. Forse ti stai annoiando?
Una cascata di canali ultra patinati.

Case e pistole puntate alla testa per ogni episodio.
“Pocahontas” impara dagli indiani come prendere al
volo gli uccelli.

Gli orsi di “Cavallo Pazzo “in che modo stratificare la
neve al caldo. Un suicidio. Nel rito dedicato al
“Manitou” della prateria.

Sono anni che dormiamo davanti ai raggi infrarossi.
Con le scorze del tempo. Una stanza “still corner”. Il
divano rovesciato.

2
Caro tesoro sai dove andranno tutti quei fiori disgregati
nell’erba? Da nessuna parte. Il seme affonda dal
nettare e dalle stagioni irreversibili.

A breve un soave tifone. La zuppa delle api divoratrici
per i piccoli petali imperfetti. E il tuo naso cosa
ascolta? Un tubo secco.

Nel cortile l’ambarabacicìcocò dei bambini ristagna
sui muri. Con l’imbarazzo della scelta. Le case bucate.
L’arredo stinto. Niente più.

Un romanzo infinito. Le aiuole saranno avanzi di
prime colazioni. Le cene utilizzate per gli avanzi di uno
scorcio più solare.

Diciamo pure: annata della “Cetirizina”. Un po’ rozza e
ingoiata per alleviare il dente avvelenato.

3
Caro tesoro ti presento Floppy. Niente di pericoloso. Il
pappagallo è stato allevato in cattività. Vera embolia
dell’acqua stagnante. Ferro del mestiere.

Un finger food di fumo metropolitano. Storia ordinaria
di una gabbia. ripetitiva per chi non ha regni
all’altezza delle orbite. Lo troverai vorticato sulla
finestra.

Fiala di molecole a croce. Le piume erano a strati nel
negozio degli animali. Gli artigli dilatati al tempo fuggente. Non un limite.

Qualche becco ci dirà: coconut oppure bip bip uguale
alla segreteria di un cellulare. Nei sensi trascinati fino
al dirupo della strada. Contro il trip dei lampioni acidi.

Che cazzo! Senza cielo la stella di Barnard scivola dalla
traiettoria.

4

Caro tesoro stasera mi aspetto la cena della vigilia. Un
bicchiere affilato di spine. Cosa prevede l’esordio del
grugnito? Carne e brodo di cazzi? Schiuma o uva
violenta?

Pregusto già il piatto in pochi metri di spazio. Con i
coltelli friabili alla lancetta esatta della sera. Che
diventi uso quotidiano l’affanno sorridente.

La fertile coltivazione delle mille terrazze bruciate.
Nient’altro. L’amore avrà il sigaro di oumuamua
allungato fino al tavolo di roccia. In caduta lenta.

Dal tovagliolo alle rosse bacchette del Sushi. a volte
potremmo schiuderci nell’odore delle molliche. Da
sotto il ginocchio subacqueo.
Tiepido vaffanculo di ogni supersonica meteorite.

5

Caro tesoro hai lasciato la lingua a casa. Forse sotto
la sciarpa. Magari una dimenticanza. Quella strana
leggerezza scucita dal vuoto. L’erba morta sta spuntando
dal pavimento.

Irrisolta. Papula benestante del chiuso. Il padrone di
casa ci coltiva la campagna del ristagno. Una volta con
le unghie calde di neve.

Instancabilmente con i mocassini sfrenati alla bava
del soffitto. Per cortesia potresti portare indietro
le gambe dalla strada dispersa?

Le costellazioni strappano un grigiore bagnato.
Lo stupore di un continuo black friday globale. Nell’attesa
qualche chiappa separerà il letto a grappoli interi.

Beato passero smemorato. La polmonite vorticosa si
stringe alle coperte del secolo. Salita dal nucleo del
terreno.

6

Caro tesoro il gatto ha messo la dentiera. Due guanti
da box sulle zampe potenti. Le sedie saltellano intorno
per tutto il tempo.

Nel segnale “Wow” entrato dall’imbuto delle crepe.
Non avevi detto che era domestico? Che avrebbe
interrotto le unghiate celestiali del cancro?

Tende a cera sul davanzale. Un uccello si gratta le
zampette al nero di una piazza. Una bella fattoria alla
“George orwell” affolla il poster del crepuscolo.

Noci americane prima del pensiero. Cinquanta volte il
pulviscolo nell’alzata della luna cinese. L’oceano
cricket-club integrato al vuoto. Tutto sfasciato tranne
il gatto.

7

Caro tesoro una mucca si è librata in aria. Con le chiazze
capovolte. La coda dilagata ai vetri delle finestre.
I venti si tirano il muggito ad ogni accesso quotidiano.

Sempre per la calce dei muri. è una pista d’atterraggio
quel corpo estraneo dietro le nuvole.
Il semi derivato dalla fusione “erbavoglio”. Sonnolento.

Planato al timer senza movimento. Che tipo di corda
avranno mai usato? Certe mammelle sgorgano
solidamente liquide. Nel nulla luccicante.

Sopravvissuto alle fucilate della cronaca. applichiamo
a terra una botte capiente. Il container più duraturo.
L’istante si beve in un botto di fiato.

8

Caro tesoro c’è stato un disguido. al quinto transito delle
foglie sulla ghiaia.I balconi ne sono pieni. Un eccesso
elettrostatico.

Vanto del raccolto marrone nell’autunno torrenziale.
Quanti alberi sbattuti al biancore delle raffiche? Il prato è
sporco.

I potatori hanno ceste precise. Coprenti. Che scotto. ad
ogni caduta un abito.Il miscuglio dritto al plissé soleil.
Niente di più antico.

Lasceremo uno sbadiglio.Il bruciato della legna
baldanzosa dentro la stufa gelata. Pezzi da assorbire ad
ogni valico passante.
alla nostra buona salute. Porca puttana!

9

Caro tesoro come ti fa comodo. Senz’altro nel tempo
sempre uguale di anno in anno. La cartella “Fidaty” è
adagiata sul tavolo. Neanche fosse un trattato letterario!

Quanti punti mancano per la collezione? Senza troppe
domande. Un set di forchette aspetta il pugno del minuto.
La sorpresa del bronzo in omaggio.

Un alito eterno.I cassetti sono vuoti. Economici nel gorgo
del perimetro. Tristemente discendenti per i binari
d’acciaio. Bisogna ammetterlo.
Siamo meravigliosi a raccogliere solo bollini “off” del
grande buio.

10

Caro tesoro so che hai ripreso a fumare. Nessuno lo nega.
anche i bambini altalenati di cerchi atletici e informi.
Una fortezza il vizio di nicotina. Possibile che ci caschi
sempre? La droga pare sia utile in questa enorme tinozza
prestata alle isole malate.

Non un rimbalzo di ossigeno. Mani compulsive
ingialliscono. Chi potrebbe riparare la meccanica dei
polpastrelli al tour del piacere?

Una sigaretta anaffettiva. Con “la puzza di bruciato”
dilagato dentro e fuori. Più di tutto al nostro amore di
viscosa.

Al prossimo giro mi sposo la Merkel. Quella dal petto
spicciolo e il radar migrante ai campi dei fantasmi.

8 commenti

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8 risposte a “Francesca Dono, 10 brani da 50 Post-it da: Caro tesoro, Progetto Cultura, 2020, Presentazione di Giuseppe Gallo

  1. Editoriale de Il Mangiaparole n. 11

    Retrospettiva sulla privatizzazione e cannibalizzazione della ipoverità

    Scrive Giorgio Agamben:

    «È curioso come in Guy Debord una lucida coscienza dell’insufficienza della vita privata si accompagnasse alla più o meno consapevole convinzione che vi fosse, nella propria esistenza o in quella dei suoi amici, qualcosa di unico e di esemplare, che esigeva di essere ricordato e comunicato. Già in Critique de la sèparation, egli evoca così a un certo punto come intrasmissibile “cette clandestinité della vie privée sur laquelle on ne possède jamais que des documents dèrisoires” (p. 49); e, tuttavia, nei suoi primi film e ancora in Panégyrique, non cessano di sfilare uno dopo l’altro i volti degli amici, di Asger Jorn, di Maurice Wyckaert, di Ivan Chtcheglov e il suo stesso volto, accanto a quello delle donne che ha amato. E non solo, ma in Panégyrique compaiono anche le case in cui ha abitato, il 28 della via delle Caldaie a Firenze, la casa di campagna a Champot, lo square des Missions étrangères a Parigi… Vi è qui come una contraddizione centrale, di cui i situazionisti non sono riusciti a venire a capo e, insieme, qualcosa di prezioso che esige di essere ripreso e sviluppato – forse l’oscura, inconfessata coscienza che l’elemento genuinamente politico consista proprio in questa incomunicabile, quasi ridicola clandestinità della vita privata. Poiché certo essa – la clandestina, la nostra forma-di-vita – è così intima e vicina, che, se proviamo ad afferrarla, ci lascia fra le mani soltanto l’impenetrabile, tediosa quotidianità.

    E, tuttavia, forse proprio quest’omonimia, promiscua, ombrosa presenza custodisce il segreto della politica, l’altra faccia dell’arcanum imperii, su cui naufragano ogni biografia e ogni rivoluzione. E Guy, che era così abile e accorto quando doveva analizzare e descrivere le forme alienate dell’esistenza nella società spettacolare, è così candido e inerme quando prova a comunicare la forma della sua vita, a fissare in viso e a sfiatare il clandestino con cui ha condiviso fino all’ultimo il viaggio».1

    È noto che la poesia italiana ed europea in quegli stessi anni di fine settanta, subisce l’invasione della vita privata e del quotidiano nella forma-poesia. In Italia questa moda prende inizio con il libro di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1975) e con il libro di Valerio Magrelli, Ora serrata retinae (1980). Il minimalismo esce vittorioso su tutti i fronti. Gli oppositori, i rappresentanti di una diversa idea di poesia come Anna Ventura con Brillanti di bottiglia (1972), Mario M. Gabriele (Arsura, 1978), Mario Lunetta (La presa di Palermo: poesie 1972-77, 1979), Maria Rosaria Madonna (Stige, 1992 e adesso Tutte le poesie (1980-2002), libro uscito con Progetto Cultura nel 2019 e Giorgia Stecher (Altre foto per album, 1996), gli oppositori vengono rimossi e dimenticati.

    In questi ultimi anni è diventato sempre più palese che quelle tematiche privatistiche si sono esaurite e si sono risolte nella cannibalizzazione e nella tribalizzazione della tribù letteraria. È un dato storico e stilistico sotto i nostri occhi. Rimane presso gli epigoni di quella impostazione privatistica della poesia un intendimento situazionista e tribale, per un po’ sono rimaste in vigore le tematiche moraleggianti sub specie di riformismo orfico, e un descrittivismo psicologico di matrice neo-verista… ma, insomma, si tratta di una linea minoritaria di un tipo di poesia già epigonica ai suoi albori.

    In questi ultimi anni, dicevo, è diventata sempre più palese una reazione a quella visione privatistica del privato e a quel minimalismo ingenuo. La nuova ontologia estetica è la più drastica e convinta reazione a un indirizzo e a un versante della recente poesia italiana che ha ormai esaurito (semmai ce l’ha avuto) l’iniziale effetto propulsivo.
    Quell’indirizzo di poesia privatistica è andata a sbattere sul muro dell’«impenetrabile tediosità del quotidiano» (per usare la dizione di Agamben), oltre di esso non era possibile andare. Quel tipo di autobiografismo introspettivo e auto ironico è finito nella rigatteria delle istituzioni stilistiche, questo mi sembra lampante per chi abbia occhi e orecchie per intendere e per osservare.

    Quell’autobiografismo è finito nella «nuda vita», nella vita vegetativa delle nuove post-masse che si nutrono di ipoverità. Quell’autobiografismo (nella poesia come nel romanzo nel cinema e nelle arti figurative) è finito nella ipoverità e nella insignificanza, nell’apologetica del tempo che fu e nell’apologia del corpo. Di tutta quella paccottiglia culturale oggi è rimasto un grande mercato di narrazioni agiografiche e ipoveritative.

    1 G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2017, pp. 11,12.

  2. Carlo Livia

    Caro tesoro, quando sei partita il muro tratteneva il fiato, con un sorriso da prima comunione.
    Poi è cominciato il frastuono: istanti come macigni, orfani di gran sonno, specchi ciechi e brancolanti, ombre piene di spigoli e farmaci, vassoi colmi della tua voce che sprofondavano in nude paranoie.

    Un flauto raccoglieva i ritratti dei giorni eterni.

    Un tuo sorriso, mutato in docile candelabro, lottava contro un vento di valli oscure.

    L’estasi della scogliera si perdeva in congetture.
    Il tuo numero sfumava in musiche gelate e pallide emicranie.

    L’equazione dell’amore è la voragine che mi santifica, come un pozzo sereno, un guanto dell’eclissi, un vassoio d’uragano, un arpeggio dalla coda fiammeggiante, un letto di rugiada gravida di tutti i precipizi.

    Nella tua terra non ci sono ricordi né lacrime,
    ma vecchi lupi di sogno che fumano
    e alcove di vento che vegliano
    fra i resti della cerimonia.

  3. … ieri parlando con Luciano Nota che mi leggeva una poesia di Lucio Mayoor Tosi, gli dicevo che la categoria fondamentale con la quale leggere una poesia kitchen è il fuori-significato, che se lui cercava il significato non avrebbe mai incontrato né compreso una poetry kitchen.
    Lo so, lo capisco, gli dicevo, che dopo aver letto migliaia di pessime poesie che pensano di sopravvivere per essersi incollate al significato, non è affatto semplice liberarsi del significato, o, almeno, il significato consolidato dall’uso della comunicazione.
    Notavo una resistenza diffusa da parte del mio interlocutore. Però capivo le ragioni psicologiche e culturali della sua resistenza psicologica.
    Però mi corre l’obbligo di mettere in guardia gli amici del nuovo corso della poesia dal pericolo di manierismo, di cadere dalla maniera e dal modus al manierismo. Questo pericolo è sempre in agguato…

  4. ringrazio tutti i partecipanti , tutta la folla presente. Non so ….Sapete che sono una burlona. ” Una Gelsomina”…più o meno? E chi lo sa? Comunque vi lascio qualche flash che sto scrivendo in montagna. Baci e abbracci sempre circolari…

    la montagna in bikini

    mamma Hann. Un bacio sentimentale. I suoi abiti raggiungono ogni dipinto. Cinque angeli tesi alla cupola della torre. Qualcuno ha sentito un madrigale? Sbuffi di campane . Sandali e frittelle in battuta al momento. Si va a teatro per ridere …

    il bosco. Lo scatto a mezza gola. Un rantolo verde. Sorprende la marmellata appoggiata sulla bocca dei bambini. Poi il varco delle montagne. E credi di essere chissa chi.

    il monumento ai caduti ci guarda dall’altra parte. Superficie umida di un piedistallo. Da cent’anni in silenzio.Soprattutto con i cappelli confusi dei turisti.

    l’odore del prato sfugge al segreto della foto. Nella quiete ferma del Brembo. Non una cretinata. Ora spiega alle mani come portare gli insaccati della Ldl per la salita.

    il vento è stato forte. Più violento delle foglie ocra. La sera non ha nessuno. Stelle esitanti o fragranze di verdure bollite. Un cielo circolare. Che dilemma non avere occhi nel respiro…

    la fragranza degli abeti sosta sulle terrazze. Anche la carne arrostita sotto il sole. I sogni barcollano con un gesto a vuoto. Ci sono tamburi sulle piante? Benvenuti a nord dell’alta valle!

    m’ama? Non m’ama. Qui non se ne esce più. Lei non ha mai voluto un fremito. Il bianco della luna. Di cosa sei fatta bella margherita? Molto somiglia al granitto del camposanto. Si resta con i morti . In megabytes (dopo) li disperdiamo al vento.

    le femmine nude fanno scandalo. In paese chiunque abbraccia il loro culo . Un occhio. Un pezzo di libertà. Peccate pure. Si diventa mondo nell’abito a penzoloni.

    cercare la funivia negli occhi dei vecchi. Tre o quattro parole in mezzo ai sigari del paradiso. Non è un peso instancabile? Guardi il fumo. Le tordaie pronte per l’autunno. E sei lì che aspetti “il Sahara” dal ghiacciaio più vicino.

    Olimpia va sull’altalena. A piedi scalzi.. Qualche rugiada sospesa alla corda. Non puoi far niente. Quella montagna in bikini soffia l’eterno. Panorama della stessa montagna. Ma la bambina ha un bel vestitino bianco. La bocca impegnata con lo zucchero filato. Le dici ciao prima che corra sulle orchidee selvatiche della pineta.

    in via Monte Secco il passaggio delle vacche capita d’improvviso. Muggiti terribili. Solita sfortuna dei forestieri. Le conti tutte non tanto per il numero- è per il ricordo. Per carità meglio un gruppo di camosci .

    da correggere…..

    • Ci insegnarono che gli atomi, le molecole, i numeri e le cellule si comportano secondo certe leggi anche in luoghi e tempi diversi.

      Qui, nel caso di Francesca Dono, poeta, e di Pino Gallo (poeta e tra i pochi riconoscibili come critico-poeta) siamo in piena cultura estetica e la logica della cultura estetica (e morale) come dice Berardinelli «funziona diversamente e prevede una quota maggiore di soggettività e di relativismo[…] Le scienze umane hanno bisogno di esseri umani, che sono molto più variabili sia come soggetti che come oggetti di conoscenza».

      Se poi, come nella coppia Dono-Gallo, si tratta di estetica,
      si sa che gusto e piacere, psicologia e passione, il gusto, educazione, cultura poetica, spazio-paesaggio-luogo tempo-momento finiscono con il contare ancora di più …

  5. Di cose belle nel secolo novecento se ne sono viste due: in cielo l’areonautica e in terra la TV a colori. Per il resto, prepotenza, mancanza di amor proprio, scarso interesse per l’introspezione, hanno dominato ovunque. In arte, se la si intende come l’intimo e l’inconfessato dell’umanità, l’inconscio collettivo è segnato da chiari sintomi di angoscia; quindi, nell’arte un diffuso desiderio di “sgrammaticare”, nelle arti visive soprattutto ma anche nella musica. Tranne, o poco, in poesia.
    Paul Celan piace molto a Francesca Dono. L’espressionismo – inteso come percezione alterata, o altra rispetto al reale quotidiano, di lucidato positivismo mercantile – è quel che si vede attraverso uno specchio opaco, anzi rotto.
    E’ quel che vede e sente Francesca. La quale conduce una vita normale: compagna fedele, madre di due ragazzi, ora anche nonna. Gran lavoratrice. Le sue poesie trattano di normalissima quotidianità. Nulla di scandaloso. Se così ad alcuni può sembrare, è per via del linguaggio a “specchio rotto” che si è inventata; quasi un vestito su misura, o un paio di occhiali per poter reggere o fermare la realtà in movimento: la pazza folla che altrimenti ti scenderebbe in gola come Urlo di Munch.
    Particolarmente efficaci le sue aggettivazioni, che io trovo nuove di sanapianta, e l’adozione di fuori-senso (con e senza approdo).
    La voglia di “sgrammaticare” si sta facendo via via più evidente anche nelle sue pitture. S’intende che un ideale estetico vorrebbe concretizzarsi, laddove il limite è superato.

  6. il post-moderno.

    Il Signor K. ha comprato la macchina felice, che impedisce di toccarci
    e di pensare.
    Così, siamo diventati tutti felici.

    il post-moderno 

    Il post-moderno significa pensare ciò che fa riferimento alla modernità. Con Gehlen, Blumemberg, Koselleck concepiamo la modernità come «quell’epoca per la quale l’esser moderno diventa un valore, anzi il valore fondamentale a cui tutti gli altri vengono riferiti»,1 in cui, secondo Heidegger «l’essere svanisce nel valore di scambio».

    Epoca della Diesseitigkeit, dell’ «Al di qua», la modernità è l’età della secolarizzazione, sorretta e diretta dalla fede nel progresso e nel nuovo come valore fondamentale.

    Gianni Vattimo sostiene che questa «essenza del moderno diviene davvero visibile solo a partire dal momento in cui […] il meccanismo della modernità si distanzia da noi»;2 e questo avviene perché il valore dominante il moderno, la novità, è entrato in crisi, si è dissolto. In questo consiste – in breve – il post-moderno: in virtù della crisi del valore del nuovo, della dissoluzione della credenza nel progresso il cui carattere normativo è stato sottolineato da tutte le forme dimodernismo artistico e culturale, non v’è più un fine, una direzione della storia.

    Dunque, non c’è più la storia.3 L’esperienza della temporalità non è più quella della successione lineare di istanti che era apparsa fino all’epoca moderna come la temporalità naturale, ma quella di una temporalità circolare, eventuale, evenemenziale.
    Dunque, la temporalità dell’evento. La temporalità propria dell’esperienza artistica colpisce e interrompe il flusso lineare del tempo, istituendo una storia che diviene la dimensione propria del post-moderno.

    Pensiamo al celebre gesto di Duchamp che, esibisce in un museo un orinatoio come opera d’arte. In un colpo solo Duchamp derubrica la categoria filosofica del genio creatore, fa mina dall’interno il concetto di opera d’arte, riflette sullo statuto ontologico dell’immagine, ironizza sull’arte come istituzione e merce; esibisce la stessa storicità e infondatezza delle categorie estetiche su cui si basava il tradizionale concetto di arte. Il ready made, la real thing fanno ingresso così a pieno titolo nell’arte. Anche nell’arte poetica la real thing fa ingresso a pieno titolo come citazione, detto comune, frase fatta, dizione scientifica, forma idiolettica etc. Di questa pratica poetica vorrei ricordare la poesia di Ennio Flaiano che negli anni cinquanta compone delle poesie assumendo nel testo frasi fatte, luoghi comuni, dizioni pubblicitarie facendo cozzare il lessico pubblicitario e colloquiale con il lessico della tradizione illustre.
    Da questo punto di vista non c’è nulla di bizzarro se la poetry kitchen assume alle proprie dipendenze la real thing e ne fa una categoria centrale della prassi artistica. Ennio Flaiano rappresenta la prima geniale anticipazione di una poesia costruita interamente di rottami e di lessici pubblicitari.

    L’evento

    «è l’aprirsi degli orizzonti storici entro cui gli enti vengono all’essere»; essa non è nulla al di fuori del suo accadere come prospettiva del mondo. Dunque, dire che l’opera d’arte «mette in opera la verità», significa che la verità si costituisce e si mostra nel mondo da essa fondato. Il rapporto tra opera e verità non è perciò estrinseco, ma costitutivo, perché la verità non è se non il suo accadere secondo prospettive di mondo dischiuse dall’opera d’arte. L’accadere della verità nella e attraverso l’opera e come opera sfonda la concezione della verità come adeguazione e conformità di parola e cosa, l’accadere della verità «è l’aprirsi degli orizzonti storico-destinali entro cui ogni verifica di proposizione diviene possibile».
    L’arte è allora quell’evento inaugurale «in cui si istituiscono gli orizzonti storico-destinali dell’esperienza delle singole umanità storiche».4

    Il destino dell’arte

    Heidegger sostiene che l’opera d’arte è «esposizione» (Auf-stellung) di un mondo e «produzione» (Her-stellung) della terra. L’opera d’arte istituisce un mondo storico, inaugurando tra l’altro la storia delle sue interpretazioni (questo vale ovviamente soprattutto per le capolavori come la Divina Commedia, la Quinta sinfonia di Beethoven, il Guernica di Picasso, Kind of Blue di Miles Davis, che non soltanto esprimono il mondo da cui provengono, ma lo sovvertono e formano attorno a sé nuove comunità); l’opera produce, mette-avanti la terra, cioè «la riserva permanente dei significati, la base ontologica del fatto […] che l’opera non si lascia esaurire da nessuna interpretazione».5
    La nozione di «terra» indica quella materialità dell’opera che costituisce lo sfondo del sistema dei significati aperti dal mondo. In quanto tale essa, come Heidegger invita a pensare negli scritti su Hölderlin, acquisisce i caratteri della physis, della naturalitàche porta i segni del tempo, del nascere e del perire.
    Questo venire in primo piano della dimensione temporale della terra differenzia l’«ontologia debole», l’«ontologia del declino» di Vattimo dalle pro-spettive utopiche «forti» di pensatori come Ernst Bloch, Adorno, Marcuse.

    monumentalità e ornamentalità

    L’opera d’arte ha per Vattimo i caratteri della «monumentalità» e della «ornamentalità». È monumento perché, come hanno sottolineato alcune teorie estetiche del novecento, suo carattere specifico è l’auto riferimento, la non transitività, la sua dimensione di «“segno” che non si lascia consumare nel rinvio».
    Non bisogna pensare l’arte nel quadro di una filosofia della coscienza, la quale non è, per Vattimo, che il péndant della metafisica dell’oggetto. L’autoriferimento del linguaggio poetico non sarebbe da intendersi come la condizione della libertà del soggetto, da contrapporre alle pratiche del linguaggio nella vita regolata del mondo amministrato, come vorrebbero certe posizioni della Scuola di Francoforte. La monumentalità si dà nel suo essere traccia, resto, residuo, segno della finitezza, della mortalità, del carattere transeunte e non trascendentale delle «forme di vita»; l’arte è da intendersi alla luce della nozione di «ornamento», di «decorazione». Per Vattimo nella nostra epoca ogni arte assume un carattere decorativo, ornamentale, in quanto oggetto di una percezione distratta, non di un atteggiamento estetico, disinteressato. Nella stagione del post-moderno, dell’estetizzazione del mondo, l’ornamento è la forma in cui l’opera viene fruita, recepita.

    perdita del centro

    L’arte non è più al centro della polis nel mondo amministrato e, in quanto ornamento e decorazione della vita, svolge un ruolo sempre più periferico e inessenziale. Poiché l’esperienza post-moderna è quella della perdita del centro, il ruolo periferico dell’arte diviene, paradossalmente, sempre più centrale in quanto luogo aperto della conflittualità e delle contraddizioni dell’epoca. L’opera non è un oggetto per un soggetto che, in atteggiamento «disinteressato», trovi nella verità astratta dall’opera una verità più vera; ma ciò che decora, istituendole, le forme di vita che noi viviamo. La capacità dell’arte moderna di soddisfare i bisogni spirituali dell’oggi è diventata problematica, l’arte moderna non svolge più una funzione culturale analoga a quella che le spettava nella pólis greca, non rappresenta una guida efficace per l’azione del cittadino nel mondo amministrato. La crisi di rappresentatività dell’arte moderna la relega in una funzione decorativa e ornamentale del tutto inadeguata ad esprimere la sensibilità e la spiritualità della civiltà moderna. L’arte che richiede una interpretazione è l’arte che non è più rappresentativa del mondo e che il mondo non richiede. In questa sua costitutiva paradossalità l’arte può trovare oggi la sua unica ragion d’essere e l’unica giustificazione per la sua periclitante esistenza. Nelle forme più acute di percezione di questa problematica arte ed ermeneutica si trovano su sponde opposte, divise da una scissione sempre più profonda e sempre più enigmatica.

    1 G. Vattimo, La fine della modernità, Milano, Garzanti, 1985, p. 108.
    2 Ivi, p. 98.
    3 Ivi, p. 112.
    4 G. Vattimo, L’infrangersi della parola poetica, in La fine della modernità, cit., p. 74.
    5 G. Vattimo, Poesia e ontologia Milano, Mursia, 1968 (1985), p. 124.

  7. Ci insegnarono che gli atomi, le molecole, i numeri e le cellule si comportano secondo certe leggi anche in luoghi e tempi diversi.

    Qui, nel caso di Francesca Dono, poeta, e di Pino Gallo (poeta e tra i pochi riconoscibili come critico-poeta) siamo in piena cultura estetica e la logica della cultura estetica (e morale) come dice Berardinelli «funziona diversamente e prevede una quota maggiore di soggettività e di relativismo[…] Le scienze umane hanno bisogno di esseri umani, che sono molto più variabili sia come soggetti che come oggetti di conoscenza».

    Se poi, come nella coppia Dono-Gallo, si tratta di estetica,
    si sa che gusto e piacere, psicologia e passione, educazione, cultura poetica, spazio-paesaggio-luogo, tempo-momento-istante finiscono con il contare ancora di più …

    Ma rimangono aperte sempre le questioni del logos e dello stile, della competenza di chi scrive poesia e di chi la legge, la capacità critica, la consapevolezza, l’etica: insomma, la cultura poetica…

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