Archivi del giorno: 6 agosto 2020

Francesca Dono, 10 brani da 50 Post-it da: Caro tesoro, Progetto Cultura, 2020, Presentazione di Giuseppe Gallo

Francesca Dono animalistic nature

Francesca Dono, Animalistic nature, acrilico su carta, 2020

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Laureata in Scienze Sociali, vive e lavora a Milano. a sei anni scrive la prima poesia. Si appassiona alla pittura e alla fotografia molto presto, nell’età adolescenziale. Molte poesie dell’autrice sono state inserite in varie antologie e su riviste on line: L’ombra delle Parole, Patria Letteratura, odissea, Bibbia d’asfalto – Disgrafie, Word Social Forum, Versinpelle, Frequenze Poetiche, Secolo Donna 2017 Primo almanacco di poesia al femminile “Macabor Editore”. Riviste rumene: oltart Nr. 2 2018- Sintagme Literare Nr. 3 -2018- Poǝs:s Nr. 3 (316)- 2018. La prima raccolta  è del 2014, Irda Edizioni  Tra l’Insionismo l’Inversionismo e il dialogo, fortunatamente introvabile. L’opera del vero esordio è del 2017, Fondamenta per lo specchio a cura di Giorgio Linguaglossa per la collana Noe Edizioni Progetto Cultura di Roma.

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Presentazione
di Giuseppe Gallo

In parole brevi ed essenziali, il poeta di questi 50 Post-it, già dall’inizio mette in evidenza una possibile chiave di lettura per la propria silloge: una serie di messaggi al “caro tesoro”. Finzione o gioco? E chi sarà questo destinatario? Il diario? L’altro se stesso? Un proprio eteronimo? Qui non conta la risposta! Ciò che conta è che questi Sms diventano la cifra della propria nudità, nel senso che il poeta, attraverso queste icastiche annotazioni, ripetitive e ossessive, redatte in forma di diario, sotto la pressione delle urgenze quotidiane, ricrei il mondo della propria disgregazione, delle crepe e dei filamenti sfilacciati, ma che ancora tengono, la fotografia del proprio autoritratto. Così questi post-it diventano il block notes degli inciampi mentali, dei cali fisici, delle aspirazioni salvifiche, delle fantasie scheletriche di una soggettività che si trasforma in “scrittura”.
Una scrittura senza canto ma, sotterraneamente tesa, alla poesia; una poesia frutto di conflagrazioni telluriche, di agglomerati allergici, di flussi e riflussi magmatici, di balenii e di lampi esistenziali.

Si potrebbe dire, per buona parte della raccolta, che questa è costruita sull’intelaiatura di una versificazione “orizzontale” che cerca di prendere all’amo tutte le porzioni possibili della realtà, di sottoporle al vaglio della razionalità, mettendole a confronto con tutto il resto: soprattutto con ciò che rimane dell’io individuale, ormai ridotto a sostanza di sguardo, avendo eliminato qualsiasi approdo psicologico, elegiaco o lirico, che dir si voglia. Mentre il verso breve della tradizione letteraria nazionale sembrava andare verso l’io e le sue declamatorie e retoriche esigenze, qui si tende a raccogliere ciò che il tramaglio poetico incontra momento dopo momento: da ciò l’espediente del post-it: un appunto, una frase, una parola, un segno, ditono e di colore, il “maumau, l’ambarabacicìcocò, il bip bip, il trip” e così via dicendo, perché niente vada perduto o, meglio, perché tutti questi rimasugli e queste parti ritornino alla dimensione di quel tutto che va ricomposto e allineato e accumulato, perché è dal tutto che si spera possa giungere l’epifania di qualche significato aurorale e primigenio.Il resto è spazzatura…

Questi 50 Post-it sono la narrazione di un malessere, in forma anche di delirio, non solo materiale ma anche linguistico:
“Un bicchiere affilato di spine.”
“Per cortesia potresti prendere quelle gambe lacere e ritornare sulla strada dispersa?”
“…Su e-bay l’indifferenza si compra a metà prezzo.”
E così di verso in verso, da un’immagine all’altra:
“…una sporta di farina senza veleni.Il pane e l’olio blu per non franare dalle molliche.”
“Quei due con un terzo braccio meccanico? Il prete nel segreto della benedizione?”
“L’erba si sfoglia variabile. Le piccole fotografie nel velo bagnato.”

è un “riguardarsi allo specchio” e qui bisogna fare attenzione, perché qui lo specchio è una lastra di ghiaccio che si spezza e si frantuma proprio nell’atto stesso dello specchiamento. Difficile vedersi e capirsi in queste condizioni! Di questi sguardi frantumati rimangono, per fortuna, le tessere incidentate delle parole. Solo tramite la loro mimesi e i loro travestimenti si potrà ricostruire la fisionomia della “vis poetica” che li ha partoriti. anche perché questa forza si carica di violenza e di assolutezza. Se non fosse così non si potrebbe essere poeti!

“Non un rimbalzo di ossigeno. Mani compulsive ingialliscono. Chi potrebbe riparare la meccanica dei polpastrelli al tour del piacere?”
“Caro tesoro qualcosa non ha funzionato. Troppa confusione sulle pareti. Sui tratti degli spigoli. Da una certa distanza la ruggine si vede sfusa.
Pendula ai fibromi dei corpi. ad esempio cosa ci fa la millefoglie dentro il microonde?”

“Una sigaretta anaffettiva. Con “la puzza di bruciato” dilagato dentro e fuori. Più di tutto al nostro amore di viscosa.”

Oggi, non è tempo di tergiversare. La situazione esterna della cultura di massa è ormai così sclerotizzata ed è così priva di qualsiasi singulto di vitalità, che il poeta non può far altro che osservare, chiudere gli occhi e navigare o, meglio, lasciarsi travolgere da queste fiumare di materiali linguistici e da questi rottami culturali.
Il mondo circostante è un continuo cimitero in cui gli unici colori sono quelli dei crisantemi di plastica, dei coriandoli di polistirolo, delle luci del pulviscolo delle nebbie inquinate e delle piogge acide.

“Caro tesoro i crisantemi hanno ricevuto concime e acqua. Di default l’erba lisciata alla rinfusa.
Che non ci sia un vaso di carattere?
Le pietre caricano la base. I vermi l’argento surreale delle venature. Forse il motivo è di questa nebbia da infarto.
Alla strana pelle dei ponpon racchiusi sulla tangenziale infeltrita. Oggi diamoci un occhio in più. Non il design obbligato dalle buche del terriccio.
La festa dei morti sfiata sul suolo. Nel decollo
ornamentale di sputi e di parole.”

In questi versi, quasi sepolcri orizzontali delle parole, morte e moribonde, si avverte la frammentarietà e la disgregazione della lingua paludata della tradizione poetica.
Non per nulla il poeta sente il bisogno di rivitalizzarne la semantica ricorrendo al soccorso delle perifrasi, dei riporti linguisti e degli inserti mediatici della cultura di massa, riversata o abbinata alle lingue straniere, dall’inglese al francese e ai linguaggi di derivazione tecnologica.

Il paesaggio urbano è un marasma schizofrenico dove gli occhi non hanno più alcuna direzione privilegiata. Non ci sono più orizzonti. I caseggiati, i viali, gli autobus, i tram, le piazze,i semafori, gli interni degli appartamenti hanno l’andatura sbilenca dei ciechi. Si avverte un soffocamento continuo, un tramestio nelle viscere che rinfocola il rifiuto e la nostalgia…
Qui l’unica speranza di sopravvivenza è quella di rifugiarsi all’ombra delle croci e delle fotografie incancrena agli angoli e agli incroci degli incidenti… oppure nel “…silenzio rarefatto” e affrettato degli occhi, nel “volo delle ragnatele sulle guance afflosciate dai solchi resistenti.”
Nella “Insonnia della morte.” Ma queste sono solo e soltanto pause momentanee perché il poeta, “Fresco di giornata”, è già pronto a perpetuare il suo “lavoro da moribondo”.

Francesca Dono

50 Post-it da: Caro tesoro

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Caro tesoro quanti film abbiamo visto? Una vita
intera. La coda dell’occhio appiccicato sugli stessi
attori. Faccia dopo faccia.

La sera ci porta inutili alla notte. Irregolari davanti al
fotomontaggio della luna. Forse ti stai annoiando?
Una cascata di canali ultra patinati.

Case e pistole puntate alla testa per ogni episodio.
“Pocahontas” impara dagli indiani come prendere al
volo gli uccelli.

Gli orsi di “Cavallo Pazzo “in che modo stratificare la
neve al caldo. Un suicidio. Nel rito dedicato al
“Manitou” della prateria.

Sono anni che dormiamo davanti ai raggi infrarossi.
Con le scorze del tempo. Una stanza “still corner”. Il
divano rovesciato. Continua a leggere

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