Giorgio Linguaglossa, Poetry kitchen, Storia italiana del Covid19, I parte, scaricabile e acquistabile a 750 €,  La lampadina, di Maurizio Cattelan, acquistabile a 750 €

Maurizio CattelanMaurizio Cattelan 1

Maurizio Cattelan torna a far parlare di se con una nuova opera (se così si può definire), acquistabile dallo shop della famosissima galleria Marian Goodman. Si tratta di una lampadina con le sembianze del celebre artista italiano, passato recentemente agli onori di cronaca per Comedian, la banana in vendita ad Art Basel. Yes! non è un costosissimo pezzo unico, ma un multiplo con un prezzo conseguentemente più abbordabile: per comprarsi una lampadina di Cattelan bisogna infatti sborsare “solo” 750€.

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caro Lucio,
dal punto di vista del nostro fare poiesis la nostra poesia è il nostro linguaggio, la nostra estetica è la nostra poetica e la nostra poetica è la nostra politica.
Non si danno sfere separate, come credeva la metafisica del novecento, ma siamo tutti abitanti di una unica dimensione. «Come tu ora parli, questo è l’etica», scrive Agamben.
Nella modalità in cui tu parli, in cui e per cui qui noi parliamo, il linguaggio ha positivamente luogo, qui è l’etica. E io direi che qui è anche la poetica. L’etica e la poetica sono, in quanto coincidono, nel ‘come’, nella modalità, e la modalità è, in quanto è nell’aver-luogo della parola.
In gioco, nell’etica come anche nella poetica che sono in qui in questione, sono tanto il linguaggio quanto l’ontologia: l’onto-logica.
Oggi soltanto attingendo una parola senza destino e senza identità, possiamo accedere alle regioni della poiesis.
(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa
Storia italiana del Covid19 II parte

[Poetry kitchen, scaricabile e acquistabile a 750€]

«Questo è il Re, si può muovere così e così»
«Questa è la Regina, si può muovere così e così»
«Questo è il Fante, si può muovere così e così»
«Questa è la Torre, si può muovere così e così»
«Questo è il Cavallo, si può muovere così e così»
«Questo è quanto», concluse Azazello.

Il quale guardò dalla finestra la pioggia fitta. Prese l’ombrello tricolore, lo aprì
e uscì sotto il sole cocente.

«Ecco, io per esempio, in una poesia di Giuseppe Gallo, trovo “cespuglio di ginestre” che, per un lapsus, è diventato “cespuglio di finestre”.
Ebbene, preferisco di gran lunga “cespuglio di finestre”, perché segna un allontanamento dal significato corrivo della prima versione: “cespuglio di ginestre”.
Affacciarsi dal balcone e scorgere in lontananza un “cespuglio di finestre”, lo trovo in linea con il nostro imperativo di prendere le distanze dai significati»,
disse il poeta Linguaglossa.

Anche «il quadrato rotondo prende le distanze dal significato», replicò un interlocutore striminzito e altissimo presente in quel momento negli stagni Patriarsci.

«Whatever it takes!», replicò il Signore con il papillon bordò.
Detto questo, Azazello si leccò i baffi, fece dietro front.
E scomparve.
Un attimo dopo anche il signore altissimo fu inghiottito dal nulla.

«Qual è lo scopo del pensiero? Trovare una via d’uscita dalla trappola»,
disse Wittgenstein.
Un gatto saltellò sulla tastiera della calcolatrice. Premette i tasti 25, X e 30.
Il risultato fu 500.
«Questo è un inganno!», replicò il filosofo «Non si può dimenticare
ciò che non si può ricordare».
E tornò ai suoi quaderni.

Il cardinale Tarcisio Bortone accusò la stampa di «procurato allarme».
La femboy thailandese Asiaboy indossò la mascherina bianca con la bandiera tricolore.
Vennero chiusi alberghi, bar, ristoranti, luoghi pubblici.
Venne istituito il contact tracing anche per le crossdresser di via Solferino.
Furono sospese messe e funerali.
Fu dichiarato lo «stato di emergenza».
La gente fece man bassa di carta igienica dai supermercati.
Dalle farmacie scomparvero mascherine e gel disinfettanti.
Il governatore del Veneto, Zaia, disse che «i cinesi mangiano i topi vivi», quello della Lombardia, Fontana, mise una taglia sul virus.

In via Gabriello Chiabrera il furgone dell’accalappiacani si scontrò contro una autoambulanza.
Un gabbiano beccò la testa di un corvo morto sul cofano di una Peugeout.
I malati di Covid19 vennero trasferiti nelle RSA.
Vennero sospese pure le partite di calcio.
Un politico cialtrone disse che il contagio era portato dai migranti sui barconi.
Un critico d’arte invece appurò che trattavasi di una lieve influenza.
I medici andavano alla ricerca del paziente Zero.

Vennero proibiti gli assembramenti e le manifestazioni pubbliche, alcuni legulei sporsero denuncia contro il Presidente del Consiglio.
La Chiesa, per voce della Congrega dei Vescovi, espresse disappunto per la chiusura dei luoghi di culto.
Il mercato del pesce venne bannato e disparvero anche le prostitute dalle strade.
Un cardinale accusò il divorzio e l’aborto, qualche prete dichiarò venuta la punizione divina per le pratiche contro natura…
Ci fu persino una protesta di squillo e crossdresser davanti a palazzo Chigi.

Da una porta di Borgo Pio uscì il cardinale Tarcisio Bortone a braccetto con il gatto Azazello.
Si diressero agli stagni Patriarsci dove ordinarono un succo di albicocca.
Un bicchiere si riempì di liquido giallastro con della schiuma sopra.
«Il Falcon 9 è sulla rampa di lancio 39/A, gli astronauti sono pronti»,
disse Azazello.

Il Covid19 saltellò qua e là, poi si diresse verso il succo di albicocca e venne inghiottito dal gargarozzo del cardinale il quale qualche giorno dopo venne portato in sala di rianimazione in stato confusionale.

Un corvo prese a beccare nel «cespuglio di ginestre» citato dal poeta Gallo presso la sede del Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani e rimase stecchito.

Il poeta di Milano scrisse su un quotidiano che la «società letteraria» era defunta.
Un altro poeta di Genova scrisse che il «bello» era morto.

Il giorno 23 aprile la società “Word and Flat” s.r.l. con sede fiscale in Lussemburgo incassò 25 milioni di euro come anticipo per delle mascherine chirurgiche, mai arrivate, provenienti dalla Cina.

Un branco di gabbiani affamati si levò in volo verso il Campidoglio.
I cassonetti delle immondizie tornarono vuoti.
Come un tempo.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Di genitori siciliani, nella sua stirpe convivono tracce degli antichi colonizzatori della Sicilia: fenici, cartaginesi, greci, siculi, spagnoli, francesi, arabi. Ha una laurea in Lettere. Per la poesia ha pubblicato nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).

Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019

Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, ha lanciato  una nouvelle vague, un nuovo modo di pensare la poesia denominata: Nuova Ontologia Estetica. Dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poesia della nuova civiltà telematica che teorizza la scomparsa dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico, ovvero, una poesia che contempli la contemporaneità e la  molteplicità di tempi e di spazi entro una unica cornice di poesia. Una forma-poesia come cornice di una molteplicità di fotogrammi e di enunciati.

35 commenti

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35 risposte a “Giorgio Linguaglossa, Poetry kitchen, Storia italiana del Covid19, I parte, scaricabile e acquistabile a 750 €,  La lampadina, di Maurizio Cattelan, acquistabile a 750 €

  1. milaure colasson

    Ma caro Giorgio,

    trovo il prezzo della poesia sul Covid 19 veramente troppo basso, visto che è un originale. Sono del parere che devi arrivare almeno a 750.000 euro.
    Visto il prezzo che chiede l’orrore del multiplo del geniale M Cattelan .

  2. antonio sagredo

    L’idea di Cattelan non è nuova, quindi abbassare il prezzo a euro 7,00 è auspicabile. L’idea di accollare un volto (sostituto di una lampadina) è operazione del primo surrealismo ceco; è arcinoto che simili operazioni “chirurgiche” appartengono all’immaginario surrealista sia francese che ceco, e subito dopo polacco. Allo stesso modo che a ciascun pezzo degli scacchi si possa accollare o incollare qualsiasi oggetto.

    a. s.

  3. cara Marie Laure,

    sono d’accordo con te.
    Allora, alzo il prezzo della mia poetry kitchen a € 750 mila, la consegno completa di cornice e di un corno rosso napoletano come scaccia guai e anti jettatura.
    Affrettatevi ad acquistarla!

  4. La poetry kitchen

    l’ultimo esito della nuova ontologia del poetico è una parola senza destino e senza identità, in grado di non esaurirsi nella sua articolazione, nella sua grammatica, nella sua lessicalità, nel suo tramandamento destinale, è, nelle mie intenzioni, l’obiettivo fondamentale del testo.
    Così il discorso poetico può nascere senza alcuna preparazione recondita, senza avvalersi di alcun tramandamento, in una sorta di aurorale ingenuità, pescando nel torbido e nella superficie della nostra epoca.
    Lo so, il testo è brutto, cacofonico, amusaico.
    Tutto ciò è vero.
    Ma io chiedo: Avevo altre parole? Avevo altra scelta?

    «Come tu ora parli, questo è l’etica» (G. Agamben)

    Ho assunto il linguaggio non più inquanto “mortale parlante”, non più sulla base negativa della Voce, ma pensando quest’ultima inquanto tale, solo così esperendo il linguaggio nel suo aver-luogo mi sono sentito a mio agio.

    «Come tu ora parli, questo è l’estetica»

  5. Che cosa sia un linguaggio senza Voce, una parola che non si fondi più su alcun [presupposto] voler-dire, è quanto certamente dobbiamo ancora imparare a pensare. Ma, altrettanto certamente, col venir meno della Voce, deve venir meno anche quella “relazione essenziale” tra linguaggio e morte che domina, non pensata, la storia della metafisica. L’uomo, in quanto parla, non è più necessariamente il mortale, colui che ha la “facoltà della morte” ed è rivendicato da essa, né, in quanto muore, è necessariamente il parlante, colui che ha la “facoltà del linguaggio” e ne è rivendicato.
    Stare nel linguaggio senza esservi chiamato da alcuna Voce, semplicemente morire senza essere chiamati dalla morte, è, forse, l’esperienza più abissale; ma questa è, precisamente, per l’uomo, anche l’esperienza più abituale , il suo ethos, la sua dimora che, nella storia della metafisica, si presenta sempre già demonicamente scissa in vivente e linguaggio, natura e cultura, etica e logica, ed è, perciò,attingibile solo nell’articolazione negativa di una Voce. E, forse, solo a partire dall’eclissi della Voce, dal non aver più luogo del linguaggio e della morte nella Voce, diventa possibile per l’uomo un’esperienza del proprio ethos che non sia più semplicemente una sigetica.
    Forse l’uomo – l’animale cui non sembra incombere alcuna natura e alcuna identità specifica – deve far ancora più radicalmente l’esperienza della sua povertà.1

    1 G. Agamben, Il linguaggio e la morte, pp.120-121

  6. Nel testo di Giorgio Linguaglossa, Storia italiana del Covid19, saltano linearità e consequenzialità, compiutezza e chiusura, tipiche di quello che ormai appare come il vecchio modo di scrivere testi della vecchia poesia;
    così come c’è un profondo e serissimo lavoro su quello che diremmo lo “stile” (misura, forma, ritmo, tono) il quale va da “mono” a “poli” andando da una strofa all’altra, strofe nelle quali entrano filosofia e scienza, cronaca e storia, antropologia, psicologia, letteratura, religione, politica, e altro e altro ancora, tutto in molteplici metricità. Se il testo linguaglossiano ha una unità di fondo essa probabilmente non è stata progettata dall’autore: questa unità, se si è ottenuta, si sarà formata a posteriori per adesione a flussi di pensieri e a movimenti perfino di umori e suggestioni e meditazioni e osservazioni nella interazione dinamica del pensiero di Giorgio Linguaglossa con la cronaca e con le storie del covid19.

  7. Opera ironica di Maurizio Cattelan, artista che stimo moltissimo. Questi non sono artisti che fan da sé: Cattelan si prenderà una parte degli utili, il resto a chi ha realizzato l’opera gadget e allo staff di vendita. Se capitate a Torino visitate il Museo Castello di Rivoli, lì ci sono alcune tra le sue idee migliori.

  8. Diverso è il linguaggio che Marina Cvetaeva adottava nelle lettere rispetto alle poesie. Infatti preferisco le lettere alle poesie. Questo è l’esempio che mi viene in mente. Ma anche Giorgio Linguaglossa cambia registro quando scrive di saggistica – e lì scorre leggero, molto sicuro di sé – e quando in poesia. Ma in questa nuova composizione scorgo una certa unità, o una vicinanza tra i due generi. Che auspicherei uniti nel linguaggio della saggistica, poesia e filosofia senza tema di invasioni di campo.
    E’ armai assodato che Giorgio sia campione di annullamento del “poetico”. Nel fare questo sono un po’ tutti impegnati, i poeti dell’Ombra.

    Questa poesia mi fa pensare ai dipinti dell’espressionista George Grosz, quel modo di dire all’aristocrazia tedesca nei drammatico periodo del dopoguerra, anni venti. In poesie antecedenti, di Giorgio, si possono trovare Torrette, Stivali, uniformi e cani. E’ come che l’inconscio gli vada contro per una resa dei conti. Questo a confondere l’impegno sociale, chissà se per riportarlo all’origine dei fatti, non a questa fiera delle vacche che oggi chiamiamo politica, Infatti le cose accadevano, verbo al passato.

  9. antonio sagredo

    “Diverso è il linguaggio che Marina Cvetaeva adottava nelle lettere rispetto alle poesie”….
    Questo che affermi, Mayoor, si può “usare” per qualsiasi poeta/poetessa : è la antichissima questione : prosa e poesia. Spesso il poeta ciò che scrive in prosa (qui sono le lettere) poi muta in versi; possibilissimo il contrario.
    Leggi di nuovo p.e. Emily Dickinson o se vuoi Anna Achmatova, ecc.

    • Non si avverte questa diversità nella Achmatova, che in poesia preferisco alla Cvetaeva. Alcuni vivono la poesia come un mito disturbante, che chiede loro un eccesso; questione etica; che Giorgio ha ben chiarito quando scrive : “dal punto di vista del nostro fare poiesis la nostra poesia è il nostro linguaggio, la nostra estetica è la nostra poetica e la nostra poetica è la nostra politica. Non si danno sfere separate, come credeva la metafisica del novecento”. Ma chiarire il concetto non basta, serve nella pratica un percorso de-condizionante, penso per ciascuno differente.

      • Fare esperienza del noto. Abitare il poetico.

        caro Lucio,

        scrivere una poesia non è far mostra di quanto uno è bravo ma, essenzialmente, un fare esperienza di linguaggio.

        L’esperienza di linguaggio che ho compiuto in questa ultima Storia italiana del Covid19, non ha più la forma di un viaggio e di un racconto (da Omero a Derek Walcott) che, separandosi dalla propria dimora abituale e attraversando il caleidoscopio dell’essere e il terrore del nulla, fa ritorno là dov’era già stato in origine, come accade ed è accaduto nella metafisica dell’Occidente, piuttosto qui la parola fa ritorno ad un luogo che non è mai stato, ovvero, ad un luogo di tutti, un luogo-non-luogo in cui ci siamo tutti da sempre, che non fa più questione e non fa più esperienza, un luogo che non è stato mai lasciato ma che ho trovato già fatto e compiuto ed è qui tra noi da sempre, un luogo della in-differenza.

        Tutto ciò assume la semplice figura di un’abitudine, di un abitare nel noto, di un prendere atto del noto e del notorio, di una in-differenza dove non si può fare alcuna esperienza di ciò che già sappiamo.

        Pensare il negativum (la Voce) in quanto tale senza rimarcarne il fondamento e per, eticamente, semplicemente, abitualmente oltrepassare l’essere e guadagnare l’avere, non più presupporre la finzione di un inizio, di uno svolgimento e la fine di un qualcosa che definisca e richiami a un qualche ritorno.

        Qui, mi trovo in consonanza con il pensiero di Agamben: quell’esperienza «abissale», sintagma tipicamente heideggeriano, e che in Heidegger ha a che fare con l’esperienza radicale della morte, dunque dell’Essere, viene, da Agamben, radicalmente ribaltata: non solo essa non ha più a che fare con la chiamata della morte e con l’Essere, ma – di più – da esperienza «abissale» essa, come esperienza del «semplice» svanire, deve farsi abitudine, esperienza abituale, abitazione nel noto, etica, abitazione del poetico.

        • Come dobbiamo pensare l’Ereignis nella prospettiva del nostro seminario? La coappartenenza e l’intreccio di essere e tempo sono stati qui posti in luce come l’aver-luogo del linguaggio nel tempo, cioè come Voce. Nell’Ereignis, potremmo allora dire, Heidegger tenta di pensare la Voce in se stessa, non più semplicemente come mera struttura logico-differenziale e come relazione puramente negativa di essere e tempo, ma come ciò che dà e accorda essere e tempo.
          Egli tenta, cioè, di pensare la Voce assolta dalla negatività, la Voce assoluta. La parola Ereignis, nell’accezione heideggeriana, è semanticamente prossima alla parola Assoluto: in essa occorre, infatti, intendere lo eignen, il proprio, come in Assoluto il sé e il suo.
          Ereignis potrebbe valere, in questo senso, quando as-sue-fazione, as-so-luzione. La reciproca appropriazione di essere e tempo che ha luogonell’
          Ereignis è, anche, una reciproca assoluzione, che li scioglie da ogni relatività e mostra la loro relazione come la relazione assoluta, la relazione di tutte le relazioni. […] Per questo Heidegger può scrivere che, nell’Ereignis, egli cerca di pensare “l’essere senza riguardo all’essente” – cioè, nei termini del nostro seminario,l’aver-luogo del linguaggio senza riguardo a ciò che, in questo aver-luogo, è detto, formulato in proposizioni
          (op. cit. p.127)

          La domanda che dobbiamo porre a questo punto è: è possibile una tale assoluzione e assuefazione della Voce? È possibile assolvere la Voce dalla sia costitutiva negatività, pensare la Voce assolutamente? Tutto si decide dalla risposta che diamo a queste domande. Quel che, tuttavia, possiamo già anticipare, è che l’ Ereignis non sembra essersi integralmente sciolto dalla negatività e dall’indicibile. “Noi non possiamo mai rappresentarci l’Ereignis”; “l’Ereignis non è né si dà”; esso è nominabile solo come un pronome, come l’ Esso (Es) o come il Quello (Jenes) “che ha destinato le diverse figure dell’essere epocale”, ma che, in se stesso, è “non storico, meglio: senza destino”. Anche qui, come nell’Assoluto hegeliano, nel punto in cui, nell’Ereignis, il destinante si rivela come il proprio, la storia dell’essere giunge alla fine […] e, al pensiero, non resta letteralmente null’altro da dire e da pensare che questa “assuefazione”. Ma questa è, nella sua essenza, una espropriazione (Enteignis) e un nascondimento (Verbegung) che, ora, non si nasconde più, non è più celato in figure storiche e in parole, ma si mostra come tale: puro destinar-sé senza destino, puro obliar-sé dell’inizio. Nell’Ereignis, possiamo dire, la Voce mostra sé come ciò che, restando non detto e insignificato in ogni parola e in ogni tramandamento storico,destina l’uomo alla storia e alla significazione, come il tramandamento indicibile che fonda ogni tradizione e ogni parola umana.
          Solo in questo modo la metafisica può pensare l’ethos, la dimora abituale dell’uomo.
          (G. Agamben, op. cit. p.128)

          In Heidegger, la figura dell’umanità as-sue-fatta, cioè post-storica, resta ambigua. Da una parte, infatti, che nell’ Ereignis avvenga lo stesso nascondimento dell’essere, ma non più celato in una figura epocale e, quindi, senza più destinazione storica, può soltanto significare, se ben si riflette, che l’essere è, ora, definitivamente obliterato e che la sua storia, come Heidegger ripete, è finita. Dall’altra, Heidegger scrive che vi sono ancora, nell’ Ereignis, possibilità di disvelamento che il pensiero non può esaurire e, quindi, ancora destinazioni storiche; inoltre l’uomo sembra qui avere ancora, in verità, la figura del mortale parlante. L’Ereignis è, anzi, proprio ilmovimento che porta il linguaggio come Sage alla parola umana. In questo senso, “ogni linguaggio autentico (eigentlich) – in quanto è, attraverso il movimento della Sage, assegnato all’uomo – è destinato (geschickt) e, perciò, destinale (geschicklich)”. Il linguaggio umano, pur non essendo più qui legato ad alcuna natura, resta destinato e storico.
          (p. 130)

          Poiché tanto l’Assoluto che l’ Ereignis sono orientati verso un esser stato, un Gewesen, di cui rappresentanola consumazione, i lineamenti di una umanità veramente assolta, as-sue-fatta – cioè integralmente senza destino – restano, in entrambi, nell’ombra.
          (p. 130)

          Assuefazione, assoluzione, ombra, per Agamben sono da dissipare. qui, ora in quanto mai state. L’essere si trasduce e traduce allora nell’avere, nell’habitus, nella veste modale: «la stessa prassi sociale, lastessa parola umana divenute trasparenti a se stesse»
          (p. 133).
          Per questo, se volessimo caratterizzare l’orizzonte del seminario rispetto all’esser stato in Hegel e in Heidegger, potremmo dire che il pensiero si orienta qui piuttosto in direzione di un mai stato. Il seminario pensa, cioè, a partire dalla definitiva cancellazione della Voce, pensa la Voce come mai stata, non pensa più la Voce, il tramandamento indicibile. Il suo luogo è l’ethos, la dimora in-fantile – cioè senza volontà e senza Voce – dell’uomo nel linguaggio. Questa dimora – la figura di una storia e di una parola universali e mai state, che non si destinano, perciò, più in un tramandamento e in una grammatica – è ciò che resta, qui, da pensare.
          (pp. 130-131)

  10. Voglio condividere con voi questo audio di quattro liriche di Montale musicate da Valeria Rabot, ormai scomparsa. Buon ascolto.

    https://wetransfer.com/downloads/2da76adbc645a27d31ecfb4f6e01740020200718064828/48d99623a0a6ac933e4a5548a40e54ed20200718065311/351269

  11. Cosa fa un Editore?

    Propongo una battuta che la leggenda attribuisce a vari maestri dell’editoria, da Arnoldo Mondadori a Valentino Bompiani, da Giangiacomo Feltrinelli a Marina Sellerio, da Livio Garzanti a Giulio Einaudi, ecc…

    Una signora, con forti aspirazioni letterarie, chiede che cosa faccia un editore:
    La signora:«Scrive libri?»
    Risponde l’editore:«No, quelli li scrivono gli autori»
    La signora:«Allora li stampa?»
    L’Editore:«No, quello lo fa il tipografo».
    La signora:«Li vende?»
    L’Editore: «No, lo fa il libraio».
    La Signora: «Li distribuisce alle librerie?»
    L’Editore:«No, quello lo fa il distributore»
    La signora, quasi nel pallone:«E allora che cosa fa?»

    Risposta dell’Editore:«Tutto il resto».
    *
    (da un intervento di Umberto Eco, La Repubblica, 2001)

    *

  12. L’impressione è che si voglia spingere il pensiero laddove il pensiero non può che mancare. Perché il pensiero stesso stabilisce la distanza con l’evento: se davanti a un tramonto pensi al tramonto, te lo perdi. Il pensiero è questo, è distante da tutto. Ma pensiero e voce possono andare in perfetto accordo, appunto grazie alla voce. La voce è come il fiore x l’arte ikebana, senza fiore il pensare ikebana non serve a nulla. Questo se si cerca immediatezza nell’arte. Normalmente, tra voce e pensiero, c’è sempre distanza. Se usiamo la voce per meditare, la mente si spaventa. Cercherà rimedi per restare in sella. Bisogna quindi che la mente impazzisca, cioè che esaurisca le sue difese. Poi si divertirà. Non c’è gioia nella mente, dice il mio Maestro, nessuna gioia, solo angoscia.
    Eugenio Montale non sapeva nulla di meditazione, forse per questo non trovò sbocchi l’infelicità, oltre a una borghese rassegnazione. Ma era a buon punto.

  13. Anni fa, nel 2007, avevo da poco ripreso a scrivere con continuità, decisi di spendere 1000 euro per partecipare a una esperienza zen sul linguaggio. Una settimana di totale solitudine, vitto pane acqua, e alloggio in cella. L’esercizio quotidiano consisteva nel parlare ininterrottamente, per 5 minuti, rivolto a una persona del gruppo seduta di fronte. Poi 3 minuti ad ascoltare le follie dell’altro. Si cambiava partner. Così dalle ore 7:00, con intervallo (pane e acqua), e si finiva alle ore 23. Al terzo giorno mi misi a urlare. Alcuni dei partecipanti avevano desistito, e io pure stavo per farlo. Ma d’improvviso accadde il contrario: che incominciai a parlare intelligentemente, vale a dire con creatività, senza alcun impedimento. Ero e dicevo, penso, esattamente nel modo teorizzato da Giorgio e dai filosofi. Poi tutto si normalizzò. Ma iniziai a frequentare l’Ombra delle parole, il frammento e quindi poi il distico.

  14. caro Lucio,
    non me le ritrovo, mettile qui che io poi le copio e le incollo in un post.

    Noi ci stiamo allontanando dalla tradizione alla velocità della luce, e non ce ne rendiamo conto. Avvolgerci nell’elegia è da ingenui mentecatti, sublimare ciò che non abbiamo è da sciocchi, continuare a parlare del passato come illudendoci che potesse ritornare è un fuori senso. Dobbiamo prendere atto che il presente è già passato, dobbiamo scrivere del presente come se fosse già passato. Il Dasein non può pensare se stesso, questo è il problema, pensa sempre altro. È per questo che va avanti senza volgersi a guardare indietro i cumuli di macerie e di devastazioni (come l’Angelo di Klee) se non per il tramite del canto dei poeti queruli e infingardi. «I poeti elegiaci sono tutti canaglie», scriveva Baudelaire.

    «la tradizione, che copriva ciò che si era destinato in figure [o in ‘epoche’], si mostra ora per quello che era: un tramandamento intramandabile, che non tramanda nulla, ma solo sé. La filosofia, cioè la tradizione di pensiero che poneva come sua arché la meraviglia, è, ora, risalita oltre l’arché e dimora nel suo ethos, pensa *se. Questo, la dimora dell’uomo e il suo fondamento più proprio, resta, nella tradizione, un puro destinare senza destino, un tramandamento indicibile. Ciò significa: l’uomo, l’animale parlante, è l’in-fondato che fonda se stesso andando a fondo nel proprio abisso e, come in-fondato, incessantemente ripete la propria infondatezza, abbandona sé a sé.Il *se è abbandonato (verlassen) come intramandabile alla tradizione e, solo in questo modo negativo, fondato in se stesso […]: esso è il mistero delle origini che l’umanità si tramanda come proprio e negativo fondamento.[…] La fondazione dell’uomo in quanto umano – cioè la filosofia, il pensiero del *se – è compiuta. L’in-fondatezza dell’uomo – l’ominizzazione – è ormai propria, cioè assolta da ogni negatività e da ogni esser stato – da ogni natura e da ogni destino. Ed è questa appropriazione, questa assoluzione, questa dimora etica in *se che deve essere attentamente pensata, con Hegel e oltre Hegel, con Heidegger e oltre Heidegger. ».1

    1 G. Agamben, *Se. L’Assoluto e l’“Ereignis. pp. 54-55

  15. Le ho trovate. Ecco le 4 poesie di Lucio Mayoor Tosi dedicate a Petr Kral.

    Oasi. Quattro poesie per Petr Král.

    N. 1
    Noi siamo abbandonati. Il mondo va nei bar mentre si discute
    di Covid 19, maiuscolo. Ma io ci faccio una pippa.

    Mascherina in fronte, suggerisce l’ascoltatore, un rapper
    d’alluminio anni 2030. Per chi ama le farfalle.

    Senti, ti chiamo. Abbiamo stenografiche del paleolitico
    ancora funzionanti. Codici a barre, cose così.

    La prima luna deroga d’affitto, un insieme di lampi
    al cherosene di marca comunista, Cose che mettono nostalgia.

    Ma naturalmente, sai, per via dei distici, guarda:
    mancano denti a sinistra, sotto. Alcuni scrivono

    come piovesse. Oddio, sempre come piovesse. Ripeto.
    Stile mio di carrozza a sonagli, d’altronde siamo,

    sono come sul vacillare del forno le cornucopie,
    direbbero certi scrittori del realismo. Fantastico,

    puoi toccare parole chiudendo gli occhi: Uh uh uh,
    queste sono vere farfalle. Quasi un digiuno.

    Cappotti che hanno perduto la fodera. Critici
    che andrebbero da Michelangelo a correggere baffi.

    Perché chissà quale odore, profumo di passato
    si nasconde nella terrapieno delle azalee. Comunque,

    difendersi dal senso di colpa, se viene Natale
    e non hai niente da regalare ai nipoti.

    Zio d’America scrive poesie ma è sfortunato.
    O ha qualcosa che non va nella testa. Karma negativo,

    quando le cose vanno bene, ecco che si rompe
    un bicchiere dei due che sono rimasti.

    L’effetto è immediato. Significa che siano a un passo
    dal tesoro, Antartide. Ora o mai più!

    N. 2
    Così se ne vanno in volo, il coro figli angeli
    in una faccia di vecchio inchiostro. Le spalle curve,

    gli anni a chiedersi come mai, e risponde Minosse
    ti sbrano in un hamburger. Più o meno

    un trapassare di scaltre fanciulle sopra il divano
    (oh! Sempre piove), ma come derelitti sperare

    nel flusso di corrente, che arrivi Broadway
    come Singapore chissà perché, tabacco a ciocche.

    Quindi sterminare mosche, sole amiche.
    O prendersi l’intervallo su cornicioni in centro città.

    Un po’ più in basso, ecco, dove scorre vecchia poesia
    e l’autore frigge uova – come piovesse. D’altronde

    piove sempre. I gatti pensano. Sono stoviglie, uccelli.
    E noi, chi noi, io, ecco. Allora infilo perline.

    N. 3
    L’archivio portaricordi in fretta seppellisce
    voli che altrimenti, morisse il gatto, le lune sarebbero

    filo d’aria in ascensori per paradise, non ricordo.
    Quindi scrivo Mio caro… Mia cara. Punto.

    Oggi molte teste in controluce sembrano ostriche
    che nel corpo riflettono sentimenti. Provare

    per smentire se altrimenti – e sempre piove –
    forse e volendo, anche l’angolo in cui saremmo morti.

    «Sono un pericolo pubblico, ecco perché
    vivo solo. Conto i giorni col loro nome».

    «Prima era diverso, fingevo luce alle finestre,
    Ma non vale. Finisce per strada un convoglio

    di idiozie».

    N. 4
    La durata di un film, e non andiamo oltre.
    Miss prevosto, prima che diventasse l’ultimo dei bastardi

    disse tra i quartieri il nome di ogni colpevole,
    più o meno all’ora dell’aperitivo.

    A destra fecero commenti di destra, a sinistra
    si stracciarono le vesti. I colpevoli sono parole

    marionette. Dimmi prima chi sei. Poi traduci
    per la folla. Sanno già tutto ma preferiscono

    sentirselo dire, che sono stronzi. Sì, come è vero
    lo sbattere d’ali di piccione sul sagrato. Niente più

    che somarelli addomesticati a rabbia latente,
    per via di congiure spropositate a danno di tutti.

    Ma che fa? L’azienda auto pensieri ha per nome
    meraviglia in dodici lingue, non una che vada bene.

    Al complotto finanziario aggiungiamo chiavi
    di violino, la caca-forte dei rimandi accesa.

  16. Auguro a Giorgio Linguaglossa e a Lucio Mayoor Tosi, presenti su questa odierna pagina de L’Ombra delle Parole con 2 autentiche opere d’arte, fortuna critica, consensi e diffusione dei loro versi nel silenzioso ma vasto pubblico dei lettori di poesia. Quelli di Giorgio Linguaglossa e di Lucio Mayoor Tosi sono 2 lavori poetici che non meritando e passare inosservati, né di essere tenuti sottotraccia.
    *
    Gino Rago
    Una nota sulla ‘fortuna’ di un libro e di un autore

    Sulla jacket de La Tavola Periodica di Primo Levi erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si suole metterli diremmo sempre per pro-muovere un libro con un nome famoso, o più nomi famosi, che il pubblico americano già conosca e apprezzi.

    Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg.

    Si sarà chiesto l’editore:«Sarebbero bastati?».

    Possiamo domandarci oggi noi:
    «Sono stati proprio loro a innescare la fortuna di Primo Levi negli USA?».

    La risposta, a distanza di tempo, oggi la sappiamo: non fu merito loro, non fu merito di Italo Calvino, di Umberto Eco, di Natalia Ginzburg.

    Questo esito lo apprendiamo da Domenico Scarpa, dal suo studio sapiente dell’opera di Primo Levi.

    Domenico Scarpa in una sua densa nota scrive:
    «[…] Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro, stremati o fucilati, moriranno), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), ma bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

    Ecco le poche parole, destinate a farsi decisivo catalizzatore a favore di Primo Levi e della Tavola Periodica, di Saul Bellow:
    « Primo Levi’s The Periodic Table. A book it is necessary to read. One of the finest writers in post-war Italy», Saul Bellow, author of Herzog, The Times
    *

  17. Sconsiglio di cercare il proprio personale linguaggio, fosse pure il linguaggio di una sera. Non conviene. Vero è che dà soddisfazione, tra vicolo D’azeglio e il Bar Sport, più o meno dove abito.
    Grazie Giorgio.

  18. Errato:
    “Quelli di Giorgio Linguaglossa e di Lucio Mayoor Tosi sono 2 lavori poetici che non meritando e passare inosservati, né di essere tenuti sottotraccia.”

    Corretto:
    “Quelli di Giorgio Linguaglossa e di Lucio Mayoor Tosi sono 2 lavori poetici che non meritano di passare inosservati, né di essere tenuti sottotraccia.”

    Mi scuso per i refusi.
    Gino Rago

  19. Primo Levi, Il Sistema Periodico, Einaudi, Torino, ET Scrittori,pp. 248
    € 12,00

    Nota.
    Azoto, carbonio, idrogeno, oro, arsenico…
    Sono ventuno gli elementi chimici che dànno il titolo ai racconti di questo libro, e ventuno i capitoli di un’autobiografia che per affinità e accostamenti corre sul filo di una storia personale e collettiva, affondando le radici nell’oscura qualità della materia, raccontando le storie di un mestiere «che è poi un caso particolare, una versione piú strenua del mestiere di vivere».

    È questo il gigantesco minuscolo gioco che lega osservazione, memoria, scrittura: ne esce ricostruita la vicenda di una formazione maturata negli anni del fascismo, poi nelle drammatiche vicende della guerra: di chi, partendo dalla concretezza del lavoro, impara a capire le cose e gli uomini, a prendere posizione, a misurarsi con ironia e autoironia.

    Un De rerum natura metafora dell’esistenza, in cui emergono, nel volgersi del racconto, stranezze, fallimenti e riuscite imprevedibili.
    Con un’intervista all’autore di Philip Roth.

    «Tutto in questo libro è essenziale, meravigliosamente puro…»
    Saul Bellow

  20. Tentativo di un nuovo ciclo poetico:
    STORIE DI UNA PALLOTTOLA
    *
    Gino Rago
    ANTEFATTO

    La caffettiera di van Gogh
    per tutta la notte ha litigato con il manichino di De Chirico.
    Diceva che lei almeno sa fare il caffè, invece un manichino
    è solo un manichino.
    Allora, è successo che De Chirico
    si è spazientito e ha disegnato un sole con i raggi
    che si mette in cammino, attraversa a piedi montagne e nuvole,
    entra nell’atelier di Marie Laure Colasson,
    si ferma allarmato davanti ad una “Struttura dissipativa” della pittrice
    posta sul cavalletto,
    e chiede: «E questo cos’è?»,
    domanda che ha molto seccato la pittrice francese la quale per ripicca
    lo ha punzecchiato con una forcina per i capelli
    dicendogli che era uno spazzacamino, un presuntuoso, un leghista, un feticista
    e un fascista …
    Squilla il telefono al 6° piano di Via Domodossola n. 25.
    Sylvie Vartan parla con George Perec.
    «Monsieur Perec, c’è un figuro che ci segue,
    dice che abita nel futuro e che è capitato per sbaglio
    nel presente».
    «È Jèrôme Lapalisse, di professione crittografo, di mestiere ammazzaparole
    e aggiustalampadari.
    Abita nel condominio al numero 11 di Rue Simon-Crubellier…
    Tappeti Bukhara, due dobermann, libri rilegati in pelle,
    porcellane cinesi, uccelli esotici, un pappagallo gialloverde del Madagascar,
    tavolini africani in mogano».
    Jèrôme Lapalisse a Sylvie Vartan:
    «Madame, quella signora elegante ci osserva».
    George Perec:
    «È Madame Colasson, pittrice, vive a Roma,
    ogni tanto torna ai passages, nel boulevard, passeggia con un foulard colorato,
    si ferma sempre davanti alle pasticcerie,
    pensa che il segreto delle sue “Strutture dissipative”
    sia racchiuso nelle torte con la panna…».
    *
    Storia di una pallottola n.9

    Cade un biglietto dal settimo piano di via Gabriello Chiabrera.
    Una folata di vento.
    Atterra sul balcone del Servizio Informazioni Riservate
    di via Pietro Giordani in Roma,
    accanto a delle scatole cinesi con l’immagine di un drago rosso.
    C’è scritto: «Tanti saluti mon amour!».

    Il commissario Ingravallo prepara la retata.
    Circonda l’abitazione del poeta Linguaglossa al quinto piano.
    Fa irruzione.
    Sequestra una piuma di struzzo, un chewingum, una scatoletta di tonno sott’olio
    e il famoso biglietto.

    «Linguaglossa, lei è formalmente inquisito».
    *

  21. Una proposta di lettura:
    Marie Laure Colasson, Les choses de la vie
    di Gino Rago

    Come spesso fa Tranströmer nei suoi versi, sia nelle 17 Poesie sia ne La lugubre gondola, anche Milaure Colasson mi pare che proceda nei suoi polittici per mònadi e direi di parlare sotto questo aspetto, da intendere-vedere-leggere-percepire come una delle tante possibilità del frammentismo poetico, di «Estetica del monadismo», vale a dire un susseguirsi di mònadi in cui entrano armoniosamente tutte le Muse, dalla letteratura alla danza, dalle arti visuali alla musica, con una capatina perfino nel “libro dei libri” quando la Colasson cita Lilith.

    Poi suggerirei in Les choses de la vie, in accordo con i pensieri nitidi e icasticamente espressi di Edith Dzieduszycka”, e con il saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa, come altra cifra chiara del poema della Colasson, la «Poetica del primato della estetica», secondo l’idea portante di tutta l’opera di Brodskij: «L’estetica è la madre dell’etica».

    Brodskij scrive: «La poesia non è un’arte, o una branca dell’arte, è qualcosa di più. Se la parola è ciò che ci distingue dalle altre specie, allora la poesia – l’operazione linguistica per eccellenza – è il nostro scopo antropologico. Chiunque consideri la poesia alla stregua di intrattenimento, di “lettura”, commette un crimine antropologico, in prima istanza contro se stesso[…] Il poeta è l’animale più sano: combina analisi e intuizione – analisi e sintesi – per giungere al risultato, alla rivelazione. Per questo la poesia è il più efficace acceleratore mentale. Leggerla e scriverla offrono lo strumento di conoscenza più rapido, il più economico che io conosca».

    Vale a dire che per Marie Laure Colasson poesia e letteratura rientrano nella categoria produttiva e fruitiva dell’estetica e l’estetica viene prima dell’etica. Ne segue che l’individuo educato all’arte (musica, letteratura, ecc.) sarà necessariamente un uomo etico, un uomo dotato di senso etico. Su ciò così Brodskij si esprime:

    «Credo che per rendere la società veramente vivibile sia necessario puntare sull’estetica, perché non può essere simulata. Vale a dire che gli uomini devono prima di tutto diventare esseri estetici. L’estetica, dal mio punto di vista, è la madre dell’etica.
    La Chiesa, per quanto possa eccellere nelle questioni etiche, non è in grado di produrre arte. Quantomeno, il modo in cui l’arte tratta le questioni ecclesiastiche è molto spesso ben più interessante del modo in cui le tratta la Chiesa. Per esempio, la versione dell’aldilà che ci fornisce Dante nella Divina Commedia è molto più interessante di qualsiasi cosa possiamo trovare nel Nuovo Testamento, per non parlare di Sant’Agostino o degli altri Padri della Chiesa».
    Se poi accendiamo l’attenzione anche su mònadi come queste

    “[…]
    Un naso guarda la sedia
    un piede batte un ritmo infernale
    Gli oggetti ballano freneticamente
    i condannati reclamano il silenzio […]

    saremmo tentati di soffermarci anche sulla «poetica degli oggetti», poetica da affiancare sia alla «Estetica del mònadismo», sia alla «Poetica del primato dell’estetica», il tutto in un sistema linguistico che risuona fra due lingue, la lingua francese e la lingua italiana, che si ibridizzano con arricchimenti fonetici, di ritmi, di stile, tipici effetti di, a differenza di quello compiuto di Edith Dzieduszycka, un translinguismo incompiuto.

    Les choses de la vie di Milaure Colasson, dunque, come un luogo di incontro di «Estetica del mònadismo» e di «Poetica del primato dell’ estetica» e punto di fusione di senso di immagini e parole in cui le interferenze coloristico-linguistiche chiamano i lettori a meditazioni attive sulla lingua e sulle parole, sui linguaggi diversi che si cercano e si intrecciano fino a farsi un unico filo, un filo di Arianna per sfidare il labirinto come correlativo oggettivo del nostro tempo.

    Nella stessa «patria linguistica» di Le choses de la vie inserirei En chute libre / In caduta libera

    Eredia regard mélancolique
    le balcon du deuxième étage
    un amour réduit en cendres

    Dante et Delacroix jouant aux échecs
    se partagent l’enfer

    Les chaises encordées
    dans leur chute l’une après l’autre
    remontent la pente

    Akram Khan gestes saccadés insecte prisonnier prodigieuse toupie
    immersion dans des méandres inextricables

    La pluie en trombes
    des annelides grouillant sur la pierre

    La Contesse Bellocchio
    villa palladienne
    entourée de jeunes artistes
    laisse tomber bagues et diamants

    Sébastien tout habillé chapeau melon
    sort de l’eau en tumulte
    Elisa portable à la main photo et fou rire

    *

    Eredia sguardo malinconico
    il balcone del secondo piano
    un amore ridotto in cenere

    Dante e Delacroix giocano a scacchi
    si dividono l’inferno

    Le sedie legate con la corda
    nella loro caduta l’una dopo l’altra
    risalgono la china

    Akram Khan gesti a scatti insetto prigioniero prodigiosa trottola
    immersione dentro meandri inestricabili

    La pioggia battente
    anellidi brulicanti sulla pietra

    La Contessa Bellocchio
    villa palladiana
    circondata di giovani artisti
    lascia cadere anelli e diamanti

    Sebastiano tutto vestito bombetta
    esce dall’acqua in tumulto
    Elisa cellulare in mano foto e risata a crepapelle

    Cosa nitidamente si coglie in questi versi di Marie Laure Colasson?
    In primo luogo,
    – il tema dello sguardo,
    in secondo luogo,
    – l’altro grande tema, la «caduta».

    Il tema dello sguardo nella Colasson è analogo a quello di Roland Barthes de La camera chiara. Nella fotografia, riguardo al rapporto parola-immagine, Barthes scrive: «dandomi il passato assoluto della posa la fotografia mi dice la morte al futuro, che il soggetto fotografato sia o non sia già morto, ogni fotografia è appunto tale catastrofe», nella ripetizione senza fine di ciò che ha avuto luogo una sola volta. Da qui lo straniamento in Marie Laure Colasson verso la poetica dell’istante infinito, o, se si vuole, dell’infinito istante.

    In secondo luogo, la caduta, direi la poetica della «caduta». Qui non si può fare a meno di pensare alla «caduta» di Tadeusz Różewicz, secondo l’idea di Nietzsche di caduta come «stato naturale» dell’uomo d’Occidente.
    Marie Laure Colasson, come per Ágota Kristóf che ha transitato dalla lingua ungherese alla francese, ha fatto il percorso inverso: dalla madrelingua francese alla italiana, ma continua a scrivere e a pensare nella sua madrelingua francese; in tal senso, non rientra nel fenomeno trans-linguistico dell’esilio sempre almeno secondo l’idea di **Iosif Brodskij, il quale ha trovato rifugio nella sua lingua d’origine: «La tua capsula è il tuo linguaggio: per uno che fa il mio mestiere la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico: uno scrittore esule è scagliato, o si ritira, dentro la sua madrelingua. Quella che era per così dire la sua spada, diventa il suo scudo, la sua capsula […]”».

    Giorgio Linguaglossa parla di «un retro-linguismo», perché la poetessa francese ritorna alla sua lingua a partire dall’italiano; approda al francese a partire dalla sua pittura astratta, dalla «struttura dissipativa» indagata nella sua pittura.

    “L’assenza di regole sintattiche e di punteggiatura sono la prosecuzione in poesia della sua ricerca figurativa, che non tratta di astrazioni geometriche o coloristiche come in Kandinsky o Rotcko, ma che considera l’astrazione come indagine sullo s-fondamento del fondo. Il che è una cosa ben diversa.
    Che poi la Colasson abbia individuato questo suo personalissimo percorso prima di incontrarsi con i nuovi orientamenti (parlo al plurale) della nuova ontologia estetica, non è dovuta a mera causalità o casualità. O meglio, c’è una ragione anche nella casualità, gli incontri non avvengono per caso.
    La scelta di un linguaggio figurativo astratto è la medesima scelta di un linguaggio poetico astratto (ma pieno, anzi, pienissimo di oggetti concretissimi).

    Come si spiega tutto ciò? È semplice, a mio avviso una scelta figurativa, una scelta di tematica per un poeta o un plot da parte di un narratore, non sono mai scelte innocenti ma il risultato di una politica estetica o, se volete, di una scelta di poetica, ovvero, una scelta figurativa e poetica che si sottragga alle petizioni ideologiche post-moderne o tardo moderne del tardo capitalismo globale in cui abbiamo la ventura di vivere”.
    «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1

    Condividendo le riflessioni sul retro-linguismo attribuito da Linguaglossa alla scritture della Colasson, devo notare che di fronte a questo genere di esperienza poetica, con la «caduta libera» ci troviamo di fronte a un fatto linguistico del tutto nuovo, tra bi-linguismo, trans-linguismo e retro-linguismo. La poetessa francese propone una poetica di «strutture dissipative», di entanglement, di «infiniti istanti», vale a dire frammenti di quella che convenzionalmente chiamiamo realtà.

    Questi frammenti spingono l’osservatore-lettore fuori della cornice, ad immaginare cosa possa esserci al di sopra o al di sotto, a sinistra o a destra di quei frammenti di forme raggelate e sottratte al tempo e cristallizzate in pose fotografiche:

    “[…] I suoi occhi frugavano e rovistavano
    da destra a sinistra
    da sinistra a destra
    una mobilità spaventosa […]”

    Perché questa procedura? Risponderei, in breve sintesi perché la Colasson si colloca a grande distanza dalla poesia rappresentazionale fondata sulla centralità dell’io panopticon. Di fronte al problema ventilato da lombradelleparole.wordpress.com «La fine della poesia e il compito del pensiero poetante», e «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?», la Colasson con i versi di In caduta libera si muove verso una poesia fortemente distopica, con un linguaggio distopico e frammentato in linea con i principi della nuova ontologia estetica che condenserei così: un polimorfismo nutrito di stile nominale, asimmetrie, dissimmetrie, entanglement con una nitida percezione del vuoto che si apre dopo la fine di ogni verso, come di ininterrotti abissi, spazi bianchi, spazi di non nominazione, horror vacui di contro alla ossessione del pieno della poesia rappresentazionale ed epigonale di questi ultimi decenni, una sorta di invariante petrarchesca.

    Nella poesia della Colasson il retro-linguismo, interagisce con tutti altri linguaggi: pittura, musica, immagini fotografiche, voce, danza… in un peculiarissimo stile entanglement.

    Tornando a Les choses de la vie di Marie Laure Colasson, mi soffermo su questi versi:

    22.
    Tout commence bien avant
    que l’impensable soit pensable

    Un corps flotte recouvert de serpents de mer
    barbe sertie de perles d’huitres

    L’eveque en robe pourpre
    boit son pastis à cheval

    Les armes sont désarmées
    et se mettent à chanter

    Dans le chapitre des immortels
    les morts dansent sur des fauteuils roulants

    Le jaune flirte avec un rouge flamboyant
    tout se transforme en encre noire

    Les nuages s’introduisent en voleurs
    dans les maisons aux vitrres brisées

    Michel Faoucault et Claude Levi Strauss
    boxent férocement pour un gateau aux amandes

    Le métronome rythme la poussiére de la réalité
    *
    Tutto ha inizio molto prima
    che l’impensabile sia pensabile

    Un corpo galleggia ricoperto di serpenti di mare
    barba incastonata di perle di ostriche

    L’arcivescovo in stola porpora
    beve il suo pastis a cavallo

    Le armi sono disarmate
    e si mettono a cantare

    Nel capitolo degli immortali
    i morti ballano su delle sedie a rotelle

    Il giallo flirta con un rosso fiammeggiante
    tutto si trasforma in inchiostro nero

    Le nuvole s’introducono come ladri
    nelle case dai vetri frantumati

    Michel Foucault e Claude Levi Strauss
    boxano ferocemente per un dolce alle mandorle

    Il metronomo ritma la polvere della realtà.
    *
    Quasi a rapido volo di uccello marino, Marie Laure Colasson in questa sua poesia mette a tacere l’Io e si denuda nell’ossimoro «dell’ottimismo pessimista». Dall’Ellenismo a Celan e fino ai giorni nostri la Colasson si appropria dell’essenza di uno dei temi centrali dell’opera di George Steiner da poco scomparso: «La poesia del pensiero».

    Esplora nei suoi versi nitidi, ma che hanno diversi livelli di lettura, i legami profondi che Steiner nella sua opera ha collocato alla base della cultura occidentale, i legami filosofia-poesia, vale a dire il linguaggio e l’analisi
    intellettuale.

    I colori, gli artisti, i musicisti, i romanzieri, i personaggi reali e/o usciti dai romanzi (Lolita, ad esempio, da Nabokov) costellano i versi di parole “abitate”, tutte abitate e autentiche nella loro verità nuda. La Colasson immette la vita nella sua poesia e fa «poesia pensante» nel suo perimetro del dire.

    Il verso che ha intercettato pienamente il mio scrigno emotivo e il mio patrimonio di pensiero?
    Il verso che per dirla con la stessa Colasson ha in me «lacerato il muro del suono»?
    Questo, davvero possente e che io adotterei come titolo della raccolta:

    “Il metronomo ritma la polvere della realtà”

    Un verso che in sé chiude l’intera Weltanshauung dell’autrice e il suo stesso modo di sentirsi e di stare nel mondo, una dichiarazione d’intenzioni artistiche e una dichiarazione di poetica tutte addensate in appena tre sostantivi: metronomo-polvere-realtà.

    Le meditazioni di Mario Lunetta in prefazione e il saggio psico-filosofico di Giorgio Linguaglossa hanno la forza di sostenere pienamente questo prezioso lavoro poetico che anche nel bilinguismo francese-italiano dei polittici ha una sua cifra esteticamente e linguisticamente di intoccabile originalità.

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113
    *
    Gino Rago

  22. Simone Carunchio

    2020-3_4
    A GRAPPOLI
    Diario dal confino casalingo da corona virus

    Tra gli uomini vige una certa sobrietà
    Di costumi
    Fra le donne no

    Tra gli uomini vige una certa smodatezza
    Negli usi
    Fra le donne no

    Succede a volte al vento che fischia
    Di cominciare a rombare
    Nello sclero dei marosi
    Poi la calma karmica

    Interrotte anche le onde radio
    Spente
    E trovare il tempo di chiedersi
    Umanismo
    Come chiedersi
    Ape operaia o ape operosa
    E poi
    Per le necessità della vita
    Cercare risorse interiori
    Che non si sarebbe voluto sfruttare
    Sono sempre per l’individualismo radicale
    E poi le necessità della vita
    È la lotta e l’organizzazione militare
    Della società

    Non mi ami ancora
    Ancora non mi ami

    Si procede
    Avanti

    E così là avanti
    In un profilo di nuvole
    Scorgere improvviso il confine
    Tra i continenti e il mare

    La luna lassù in alto stasera
    Una palla di neve

    Sulle montagne laggiù
    Mille luci osservano
    Mille voli di aerei vuoti e olandesi volanti
    Taluni ravvisano anche Mary celesti

    Dietro il velo di vetro della finestra

    Più studio l’organizzazione sociale
    L’esistenza che plasma la realtà
    Che la asservisce all’essere umano
    E più essa mi appare come
    Teleologicamente paradisiaca
    Non ci manca nemmeno il classamento
    Delle bestie pericolose
    Per l’essere umano
    Ma si tratta di un paradiso
    Meccanicistico troppo umano
    In cui a una causa corrisponde un effetto
    È la storia dei poveri
    Ma nel tempo circolare
    Una palla rotola senza motivo causa o ragione
    È la storia dei ricchi
    E del gioco d’azzardo
    Che casinì

    E se l’instabilità politico-istituzionale
    Del Medio-oriente abbia una causa spaziale?
    È la base di lancio o di atterraggio perfetta
    Per la conquista spaziale?

    Il processo tributario deve assumere dignità,
    Soprattutto amministrativa
    Il cui massimo cosesso
    È il Consiglio di Stato
    I commercialisti dovrebbero cominciare da avere
    La stessa dignità degli avvocati: l’Avvocatura
    Dello Stato deve diventare
    L’Avvocatura Commercialistica dello Stato
    Perché le parole sono importanti
    E l’impresa è bene comune

    Artisto-punk in ejaculazione d’emozione

    Voci perdute abitano i resti
    Di un’antica città
    Sogni fumati da tre uomini negri

    Il gioco del barocco o dello stile liberty
    Fraziona il tempo
    Come Ford fraziona il lavoro

    Nell’epoca della mercificazione
    I desideri individuali non hanno
    Più influenza sulla produzione

    Le ragioni di vita divengono esclusivamente
    Collettive
    La solitudine è per i più
    Inconcepibile
    La solitudine del collezionista
    Ordine enciclopedico
    Di res nullius
    Arcaicità
    La solitudine inconsapevole
    Di chiunque
    La solitudine del non acquirente

    Si rompe il cerchio magico
    Della moltiplicazione dell’identico
    Benché sappia godere dell’anonimato
    La merce mi ha sempre ripugnato
    La merce è il deposito della droga
    Dell’uguaglianza
    Ballerine di varietà e vecchi
    Sul palcoscenico del mondo

    Il giornalismo
    Si sforza di trasporre la gran massa degli eventi
    Dall’ambito del lavoro a quello dell’ozio
    L’habitus linguistico del giornale
    Paralizza l’immaginazione del lettore

    Sull’isola del confort
    Il confort isola

    Tra piccione e gabbiano
    Tra alchimista e archivista
    Un peu de deux
    Ou de quattre

    Respiri soffritti
    Di uova all’occhio di bua
    Ahi

    Ladri di cuscini e cuscini rubati

    Così liberi e così vincolati

    Tanto spazio
    Nel tempo senza tempo

    Reclusi con intimità
    Espostissime
    Televideochiamate

    Erotici desideri interrotti
    Gambe spalancate da realtà virtuali
    Tutine aderenti con zip
    Nei punti giusti

    Silenzio formicolante
    Stella cadente di desiderio realizzato
    O da realizzarsi

    Sesso goloso e lascivo oppiaceo
    Ti pompo al massimo
    Per vederti
    Scoppiare di godimento

    Un uomo
    E dietro i vetri
    S’innalzano panorami offuscati
    Dalla calda nebbia delle lacrime
    Anche col solleone

    Un profumo lascia sprofondare gli anni
    Nel profumo che ricorda
    Inesauribile
    Fiori evaporano sugli steli
    Imbiancano le spore del tempo

    Le campane delle anime si agitano
    Senza più avere storia

    Nottambuli stringono patti coi lumi
    Delle lune artificiali
    In reti luminose

    Notti più allegre dei dì di sole

    Profili di protesi e di innesti
    E di tesi interrotte
    Pompieri e streghe
    Tenebre splendenti

    Quanti relitti quanti
    Reietti abbandonati affondati
    Nell’asfalto

    Tipi identici si ripropongono
    Nel quadrato del sette
    Panchine baci cuori e prati
    Rettili e mele

    C’è qualcuno che all’anonimo contrapponeva
    Divise e uniformi
    Abbiamo saccheggiato parecchio

    Effluvi di petrolio salivano al firmamento
    Da fattori a fecondità ripetuta

    Cattiva coscienza rinuncia
    All’ultima avventura

    Non preoccuparti
    Brilla inesausto
    Al fondo della busta di tabacco
    L’indomito orecchino tuo d’oro tuo
    In tutte le forme dei più inimmaginabili
    Kamasutra

    • caro Simone Carunchio,

      sei sulla buona strada. Come scrive Lucio Mayoor Tosi «Oggi l’istituzione letteraria pare un carcere moderno: regole più permissive, ma in cucina i piatti hanno lo stesso unico sapore».
      Non ti far mal consigliare dai professori della poesia, scrivi in stile nominale, lascia stare gli aggettivi e guardati dai sostantivi, allunga, dove puoi, il verso; e accorcia, dove puoi, il verso.
      Io ti inviterei a procedere così:

      Tipi identici si ripropongono nel quadrato del sette
      Panchine baci cuori e prati, rettili e mele

      C’è qualcuno che all’anonimo contrapponeva
      Divise e uniformi. Abbiamo saccheggiato parecchio

      Effluvi di petrolio salivano al firmamento
      Da fattori a fecondità ripetuta

      Cattiva coscienza rinuncia
      All’ultima avventura

      Non preoccuparti, al fondo della busta di tabacco
      Brilla il tuo orecchino d’oro
      In tutte le posizioni del più inimmaginabile Kamasutra

      • Simone Carunchio

        Caro Giorgio,
        on posso che, come al solito, ringraziarti!!
        Sei riuscito a creare un ambiente di scambio e di crescita davvero unico nel suo genere.
        I tuoi consigli sono sempre preziosi. Ci lavorerò sopra. Come potrai immaginare quella che ho postato è una bozza (che infatti chiedeva confronto).
        Rispetto a quanto mi proponi (che mi stuzzica parecchio) mi si pone in particolare il problema della punteggiatura. Come avrai notato, in questo caso, non l’ho usata per niente. A volte ciò mi costringe a saltare da un verso a un altro con estrema rapidità…
        A presto, ancora grazie

  23. dalla calma karmica al kamasutra passando attraverso la cruna-idea lacerante dei desideri individuali che non hanno più influenza sulla produzione… sintagmi fondamentalmente nominali, privilegio concesso ai nomi, primato dei sostantivi, sinestesie in cui le immagini che il poeta inanella non richiedono d’essere trasformate in parole perché son esse stesse già idee compiute, e altro… simone carunchio non deve essere tenuto sottotraccia

    • Simone Carunchio

      Caro Gino,
      Mi permetto di chiamarti per nome e darti del tu anche se non ci conosciamo. Devi sapere che mi sono sempre appassionato ai tuoi scritti e breve mi concederò il tempo per “le betulle e i platani”. Ti ringrazio vivamente per il commento: spesso la la lettura altrui riesce a mettere lo scrittore davanti a intenzioni che rimangono anche per lui … sottotraccia!
      grazie ancora, a presto

  24. Succede che quando esci dal seminato, poesia ti arriva a grappoli. Oggi l’istituzione letteraria pare un carcere moderno: regole più permissive, ma in cucina i piatti hanno lo stesso unico sapore. Che dopo un po’ diventa indigeribile. Scrivi una lettera a casa, ti fai mandare un binocolo; mentre guardi il cielo, attraverso le sbarre, pensi all’aria fresca che da fuori ti sta portando benessere.
    Sedersi e scrivere del mondo è una necessità. Folle di morti e di vivi fanno compagnia. Un cioccolatino a te, Simone Carunchio. Entra, non stare sulla porta.

    • Simone Carunchio

      Grazie, accetto volentieri, Lucio!! Sai meglio di me di che lotta costante si tratta!! Lotta necessaria, piacevole e scomoda! In questo caso ho cercato di mettere insieme immagini e riflessioni, tentando di trovare un equilibrio, come sempre precario. A presto

  25. Caro Tallia,

    è che noi viviamo in mezzo alla spazzatura in ogni istante del nostro giorno: lessico salviniano, parole prossime alla betoniera, parole del museo delle discariche, parole dei cartelloni pubblicitari quali sono Istagram, Twitter e Facebook et similia.

    Come possiamo pensare di farla franca?
    Il polittico presuppone una grandissima distanza tra il sé e l’ego,
    presuppone una Gelassenheit dalle cose e alle cose, un rivolgimento del politico.

    Ma è difficile, oltremodo problematico avanzare lungo queste frontiera… occorrono lunghissimi sforzi, reiterati tentativi.
    Costruire un polittico non lo si può fare con il semplice ausilio della tecnica versificatoria dei vessilliferi della bona fides.

    Il polittico, nel quale siamo impegnati tutti noi, chi più chi meno, è la frontiera più avanzata del politico (appena una “t” di differenza) di una poesia difficile, sempre più problematica.

    So che queste mie osservazioni ti sono familiari.
    La tua poesia è protesa verso quest’obiettivo, ma è difficile, oltremodo.

    La mia e la tua poesia si nutre della spazzatura, dei rifiuti urbani, del ciarpame.
    Ed è un ottimo menù, credimi, perché questo è il mondo di oggi, non spetta a noi abbellirlo, semmai spetta al poeta mostrarlo per quello che è.

    Un Appunto sul libro di Letizia Leone, Viola norimberga (Progetto Cultura, 2028)

    Hier herrscht Stimmung, in italiano: qui regna l’allegria. La Stimmung non determina l’uomo, ma lo dispone emotivamente come apertura alle situazioni del e nel mondo. In tedesco il significato di Stimmung raccoglie insieme il concetto di con-sonanza, di risonanza, di accordo tra il di-dentro e il di-fuori. È un termine intraducibile in italiano. In italiano c’è anche il concetto liminare, o meglio sarebbe dire, il quid concettuale di allegria di naufragi, quella allegria che coglie il naufrago un attimo prima del deliquio. In quel momento forse l’uomo trova per un attimo lunghissimo il raccordo e l’armonia, la pace della sera del viandante sulla terra dura. La tonalità emotiva o disposizione esistenziale non ha nulla in comune con uno stato psicologico e deve essere distinta da quest’ultimo, è piuttosto qualcosa che è contenuto in una tonalità di fondo del modo di interagire con il mondo e una disposizione dell’animo che si è alleggerito di un peso terribile che lo affliggeva, una sensazione di allegrezza che segue alla gravezza, una sensazione di pace. Ecco, direi che è questa la tonalità dominante del libro di Letizia Leone: il mondo visto da un colore, dal «viola norimberga», un colore nuovo, inventato; questo suo dire in affermativo ciò che è giusto che sia detto, dire in affermativo ciò che può essere detto solo in negativo, dire ciò che non può essere detto, ciò che non ha parole. Leggiamo quindi alcuni versi:
    «Intanto una donna pia aveva messo tutto quel dolore sotto vetro e ne aveva fatto conserve invernali per tutti.
    Finché un giorno le prime scintille scappate fuori dal Libro dello Splendore fortificarono l’erbetta malata che brillò di pioggia mista a cenere.
    Nessuno riusciva a decifrarlo quel libro di vecchie storie.»

    C’è un luogo nella cultura occidentale, nella storia della nostra cultura che non può essere detto: è l’indicibile, il luogo auto contraddittorio della cultura occidentale, un luogo mentale, aporetico, una zona oscura per la quale ci mancano le categorie. La filosofia non ha una parola per indicare questa zona oscura, e così anche la poesia resta senza parola. Ci ha provato Celan a nominarlo, ci ha provato il poeta yiddish Itzik Manger, ci ha provato Nelly Sacks e molti altri poeti europei, ma in realtà forse quei poeti erano venuti troppo presto per cantare l’orrore della nostra storia. Per cantare una materia occorre lasciarla decantare. Bisognava lasciar decantare quella storia, il tempo doveva cancellare l’opera del tempo. C’è una zona d’ombra nella metafisica occidentale, una radura oscura che sfugge alla significazione, che si sottrae alla narrazione, alla identificazione. La storia dell’homo sapiens è la storia di una narrazione che contiene al suo interno altre innumerevoli narrazioni in innumerevoli lingue. C’è un punto in cui la nostra patria metafisica mostra una zona di indicibilità, ed è proprio da qui che ha inizio la narrazione poetica di Letizia Leone, da questa zona di indicibilità e di irriconoscibilità.

    È stata davvero una impresa temeraria questa di Letizia Leone: raccontare una storia che non si lascia ridurre a narrazione, narrare l’indicibile, ciò che sfugge alla significazione, ciò che sfugge alla reificazione, qualcosa da cui anche Dio è fuggito per non fare più ritorno sulla terra degli uomini. Non soltanto «Dio è morto» ma Dio forse è fuggito lontano per non far più ritorno sulla terra degli uomini. «Il nome di Dio non era cosa per bocca umana», scrive la Leone. Infatti.

    Per questo progetto occorreva una lingua di ferro, un linguaggio-scultura, un linguaggio che avesse preso congedo da tutti i linguaggi poetici del novecento e da tutti gli «ismi» di questi ultimi decenni pubblicitari, un linguaggio che fosse oltre ogni linguaggio, un linguaggio scabro, ossuto, roccioso, antipoetico, aporetico, fatto con gli stracci della nostra cultura, un linguaggio di «fatti bruti». Ed è questo il realismo della Leone, il suo modo personalissimo di inventare la sua personale nuova ontologia estetica. Un linguaggio che possedesse una così forte concentrazione di Stimmungen, di tonalità patiche ed emotive tali da poter essere i motori di una originalissima e profonda narrazione. Forse non è un caso che un libro così intriso di pathos apatico sia venuto alla luce in un momento di grave crisi del nostro paese sprofondato in una tristissima pandemia di razzismo e di sovranismo sciovinista. Considero questo libro il primo segnale di riscossa della poesia italiana di riprendere il filo del gomitolo e ricominciare a narrare.

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