La Neglitudine umana Poesie di Marina Petrillo, La razza aliena di Edith Dzieduszycka, video di Diego De Nadai, Il centro eccentrico della soggettività, Da dove scaturisce l’eccedenza di senso, di Carlo Livia, una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Homo sapiens, di Francesca Dono

Francesca Dono homo sapiens 26x34 su carta lavata Olio e acrilico, 2020

Francesca Dono homo sapiens 26×34 su carta lavata, olio e acrilico, 2020

Uno scarabocchio, questo è diventato l’homo sapiens di Francesca Dono, che non si distingue più dal fondo tonalmente opaco e slontanante, un mucchietto di linee tonde, arcuate e spezzate… Il segno, da indice testuale (cioè entità semiologica) si altera in entità organicamente partecipe del corpo. La difficoltà di questo punto è evidente: dire che nell’essenza del vivente vi è il tracciarsi (come semiosi ma anche come percezione di sé) significa pensare diversamente il vivente, ma anche la scrittura. Il vivente animale è quell’ente che si scrive sempre entro una tendenza a percepire il proprio movimento, percepire le tracce del suo vivere, e quindi, in qualche modo a fare dell’autobiografia. (g.l.)

Edith Dzieduszycka

La razza aliena

D’origine francese Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie stu­di classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa dedicandosi parallelamente al disegno e alla poesia (un premio nel 1967 e presenza in varie antologie). Nel 1968 si trasferisce in Italia: Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate. Dal 1979 vive a Roma. Oltre alla scrittura conduce un’attività artistica con personali e collettive in Italia e all’estero. Tra le sue pubblicazioni: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004; Diario di un addio, poesia, Passigli, 2007; Tu capiresti, poesia e fotografia, Il Bisonte, 2007; L’oltre andare, poesia, Manni, 2008; Nella notte un treno, poesia bilingue, Il Salice, 2009; Nodi sul filo, 20 racconti, Manni, 2011; Lo specchio, romanzo, Felici, 2012; Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013; Lingue e linguacce, poesia, G. Bentivoglio Ed., 2013; A pennello, poesia, La vita Felice, 2013; Cellule, poesia bilingue, Passigli, 2014; Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi, 2014; Incontri e scontri, poesia, Fermenti, 2015; Trivella, Genesi, 2015; Come se niente fosse, Fermenti, 2015 e La parola alle parole, 2016, Squarci (2017), L’immobile volo (2020) con Progetto Cultura; Intrecci, romanzo, Genesi, 2016; Haikuore, haiku, Genesi, 2017; Bestiario bizzarro (Fermenti); Squarci (ProgettoCultura); numerose antologie, tra cui Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di G. Linguaglossa, Progetto Cultura, 2016 e Inquiete indolenze, a cura di R. Piazza, Fermenti, 2017. Ha curato le pubblicazioni di: Pagine sparse – Fatti e figure di fine secolo, di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007; La maison des souffrances. Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Editions du Roure, 2011; Le sol dérobé, Souvenirs d’un Lorrain 1885-1965, de Marcel de Hody, Editions des Paraiges, 2016.

Si sfilano sfilacciano dissolvono
gli esseri le cose gli eventi
all’interno del tempo
ciste nebbiose dagli orli sbiaditi

giocano con la luna e le stelle filanti
le comete lontane dalla coda ritrosa
strascichi lenti dalle mosse sornioni
vengono trasportati da brezze impercettibili
verso contrade ignote

fanno finta di stare
immoti, lì, per sempre
non potersi staccare dalla loro memoria
estenuata
resistono, a lungo, lembi stropicciati
all’assalto del vento nel frattempo alzato
che li strappa e inghiotta
bocconi dal sapore ormai scipito

L’orrido buco nero in cui sprofonderà
un giorno che verrà ancor indecifrabile
l’immane umana massa dalle mosse inconsulte
che gremisce la scorza dell’albero ignaro
possiede labirinti anfratti nascondigli
cunicoli carnivori dai fetidi sentori
reconditi recessi ove stanno strisciando
le larve sontuose di una razza aliena

enumerate in ordine sopra le tavole
d’un disegno segreto a loro stesse ignoto
le loro maschere sono indecifrabili
icone immote e mute d’un segnale in attesa
avvolte nelle vele dai risvolti cangianti
di ali ripiegate intorno all’ignoto
ora stanno dormendo d’un sonno intermittente

sapranno cosa fare nell’ora della muta?
è stato loro infuso in onde virtuali
sentieri da scoprire percorsi da seguire
quando riapriranno i loro occhi spenti
strisciando verso l’uscita in uno slancio obliquo?
spazzeranno stridendo la torba brulicante
avvolta nell’inezia della sua ignavia?

Ma sarà tardi ormai per poterle respingere.

 

Marina Petrillo

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale vive da sempre. Ha pubblicato per la poesia, Il Normale Astratto. Edizioni del Leone (1986) e, nel 2016, a commento delle opere pittoriche dell’artista Marino Iotti (Collezione privata Werther Iotti), Tabula Animica, opera premiata nell’ambito del Premio Internazionale Spoleto art Festival 2017 Letteratura. Nel 2019 pubblica materia redenta con Progetto Cultura. Sta lavorando ad un’opera poetica ispirata a I dolori del giovane Werther di Goethe. Sue poesie sono apparse su riviste letterarie. È anche pittrice.

Lo splendore disarma l’Evento a prisma.
Avviene, eterno, in omeopatia costante.

Trae origine il gesto sino a disincarnarsi.
Fu antecedente all’intento primigenio.

Vuoto, cade a sua simiglianza
inviso al precursore della scalfita Ombra.

Spinge la frequenza alla consegna
del cielo a nuovi dei esenti da onnipotenza.

Un suono li precede come fossero untori
di incauto infinito tra spoliati sogni.

Semenza in mosto consapevole al delirio delle coscienze.

Neglitudine umana del cui diafano sole
conscia ne è la terra.

*

Si traccia a sua somiglianza
il pallido sorgere del sole.

Tace della natura il lascito
lunare e inciampa raggi annichiliti
da brividi albescenti.

Incerto sullo splendore, annida l’ombra
in emanante abbraccio e lì si abbandona.

Eterno è il suo momento
mai avvizzito dal ciclo delle divine stagioni.

 Azzardo una ipotesi ermeneutica: l’autos del discorso poetico di Marina Petrillo è prigioniero di un tempo-spazio intra-soggettivo precedente il costituirsi stesso della soggettività, tanto di quella cosciente quanto di quella subcosciente, la quale abita naturalmente le zone ibride fra le zone di attività e di passività della poiesis, quella zona neutra del linguaggio poetico che abbiamo più volte investigato.

Autos è, ad esempio, la funzione intra-soggettiva («Neglitudine umana») che fa perdere di pertinenza alla dicotomia sonno-veglia, così come a quella percepito-percepiente, e a tutte le altre che la riflessione può imbastire.

Il centro è allora in quelle zone, in quelle funzioni, in quelle mobili organizzazioni di relazioni tra interno ed esterno, l’alto e il basso sempre pre-verbali, le quali, a stretto rigore, non sono da nessuna parte e, purtuttavia, esistono e insistono e producono effetti intra-soggettivi. L’autos del discorso poetico petrilliano non è ubicabile nel tempo o nello spazio in modo identificabile ma in un altrove nel quale l’autos può esplicarsi.

All’autos pertiene una quota di staticità: è il provvisorio costituirsi come centro eccentrico della soggettività. Ciascuno di noi ha ed è la forma di un imbuto di raccolta degli stimoli sensoriali, o, in altri termini, ha ed è una trama di segni, una traccia, delle orme. Ma è anche vero che l’autos è già altro da sé (altro dall’autos) in quanto sede di dinamismo involontario, in quanto è ciò che mi ri-produce, che mi fa essere me, con adesione immunitaria e perfino auto-immunitaria del me. La poiesis petrilliana opera in questa no man’s land, espressione da intendere alla lettera come landa senza vivente umano. In questa terra di nessuno, dove l’uomo è senza uomo in quanto ancora mancante di sé, nasce l’impulso verso il linguaggio simbolico e verso la poiesis.

L’impulso verso la poiesis è un evento che, nella sua assenza di volumetria, sfiora il nulla ma che, essendo già strutturato, non è un nulla: in esso
occorre pensare la compresenza problematica di autocoscienza riflessiva e vigilanza, una forma di vigilanza orientata in senso percettologico e teleologico, un’estesiologia della scrittura poetica che promana dalla mentale corporeità.

(Giorgio Linguaglossa)

Grazie infinite Giorgio, per la tua vibrante ipotesi ermeneutica.
Essere presenti su questo piano di esistenza ; esserlo in parte o del tutto a sua insaputa, in paradosso generativo. Un continuo spostare i piani intersecantesi a precipizio, sino a non giungere che alla visione interiorizzata, memoria emanante se stessa. Fonte in cui i linguaggi interagiscono in latitudine difforme.
Agisce la sospensione in evanescenza convergente a multiverso. Si sommano e sottraggono le parole trasmutate in Verbo. La conoscenza si impreziosisce di immagini latenti al reale, tuttavia non esclusive di ciò che visibile, su questo piano, immaginiamo di poter tollerare.
Amplia il suo grado il potenziale la cui finitezza abita l’imperscrutabile.
Svapora e torna ad identificarsi in ciò che stato, è. Un fotogramma scardinato al dipanarsi di tempi avulsi da ogni contesto.
Non definibile il sacro. Insostenibile la capillarità delle sue emanazioni giunte da ogni silenzio. La solitudine sovrasta l’eco umana. Polverizza la meticolosa parsimonia del presente in atto volto a frantumazione.
Sublimante attracco ad un linguaggio graffiato della sua vibrazione terrestre e riportato a spazio estremo. Pessoa invaghito dell’alterità eterica subliminale all’essenza animica.
Si stabilizza quindi in rare parole evocative, attinte dall’archetipo profondo ancora privo di dimensione . Misterioso al suono evocato dall’oltre terreno in ibrida specie. E’ tocco che amplifica , genera onde di impermanenza.
Commuove, poiché estraneo ad ogni mondo.

(Marina Petrillo)

Da dove scaturisce l’eccedenza di senso

la semantica poliedrica, metamorfica, inafferrabile della poesia, e come può costituire un‘istanza palingenetica, soteriologica, fronteggiando la deriva metafisica oggettivante, nichilistica, distruttiva del pensiero tecnologico?

In Su verità e menzogna in senso extramorale Nietzsche enuclea l’origine convenzionale e l’implicita violenza ideologica della formazione del linguaggio convenzionale, razionale. Tutta la conoscenza scaturisce da un processo individuale di creazione di metafore, cioè simboli mediatori fra esperienza sensibile e attività psichica. L’esigenza sociale di comunicazione e coerenza determina l’imposizione, da parte dei dominatori, di alcune di questo errante esercito di metafore individuali, che vengono canonizzate attribuendovi, surrettiziamente, il valore di verità. Questo determina l’emarginazione e la subordinazione di tutta l’attività creativa degli altri sistemi simbolici, a cui viene negato valore e significato, se non come patologie o inutili fantasie.

Non solo a livello sociale, ma anche all’interno della psiche questo dominio gerarchizzante vincola e imprigiona in dogmi norme espressive cristallizzate. La formazione della coscienza razionale è l’esito di sistemi di forze in conflitto, da cui, per esigenze ancora una volta sociali, si costruisce una identità, precaria e instabile, che è la persona (maschera) che meglio sembra adeguarsi alle esigenze relazionali.

Questo processo di conformazione a codici e paradigmi logici e morali eteronomi, e quindi vincolante e alienante, nasce nel pensiero nicciano dalla metafisica platonica. La “decadence” del pensiero è nata dalla necessità di preservare l’immutabilità ed eternità dell’Essere, come era per Parmenide, dalla impermanenza del materialismo di Eraclito, per cui tutto è divenire, morte e mutazione, come nell’esperienza comune.
L’Essere viene così relegato nella dorata immutabilità del mondo delle idee, ma così anche mummificato e dimenticato (la res amissa dell’ultimo libro di Caproni). Perduto il senso dell’Essere come arkè e telos, il pensiero si concentra solo sugli enti, con un atteggiamento dominatore e distruttivo che è andato radicalizzandosi fino all’odierna ossessione capitalistica e consumistica.

Nietzsche, figlio e nipote di pastori protestanti, matura una crescente ribellione e risentimento nei confronti del cristianesimo, per cui non può o vuole capire che la vera liberazione dalla metafisica , da lui tentata invano, era già avvenuta proprio nel pensiero cristiano, certo non in quello che da Paolo alla patristica si ibrida di toni ellenistici, riproducendone gli stessi paradigmi ontologici, ma nella predicazione evangelica, come si evince dall’incipit di Giovanni. Cosa significa che il Verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi, se non rovesciare lo schema platonico e riunire trascendenza e immanenza?

Verbum traduce logos, che non è solo parola, ma pensiero e soprattutto relazione. Il “grande simbolista”, come lo stesso Nietzsche chiamava Gesù, opera la necessaria correzione morale al dogmatismo idealista, riducendo tutti i comandamenti alla carità, cioè all’unico evento che non si può comandare, perché eccede la sfera razionale, unendo individuo ed essere, libertà e necessità, come ben intuito da Spinoza.

La visione evangelica del predominio dell’agape sulla ragione offre anche l’unica via d’uscita alla strettoia ermeneutica, inaugurata dalla celebre frase “non vi sono più fatti ma solo interpretazioni”. Ha giustamente fatto notare Gianni Vattimo che non si è dato la giusta importanza alle parole che la chiudono, ribaltandola: ”ma anche questa è un’interpretazione”.
Evidentemente questa chiusa indica implicitamente l’ineludibile aporia sottesa al nichilismo.

L’ha evidenziata con molto acume Heidegger, che indica il limite dell’istanza iconoclasta di Nietzsche, e di tutti coloro che, volendo rovesciare la metafisica, non fanno altro che riproporla, mutandola di nome e prospettiva: la volontà di Potenza, o il nulla di Leopardi o Sartre, non sono altro che un nuovo fondamento metafisico, un’ontologia che ricalca lo stesso shema platonico-cristiano, solo che sostituisce il nome di Dio con un altro.

Anche Heidegger, figlio del sagrestano di Messkirch, fatto studiare teologia per iniziativa del parroco, tenta in tutti i modi di emanciparsi dalla sua formazione cattolica, che non odia e diffama, ma vorrebbe integrare alla filosofia greca e alla fenomenologia di Husserl. Cos’è infatti la sua visione dell’Essere se non una trascrizione in chiave esistenzialista della teologia apofatica dei grandi mistici cristiani, da Ekhart a Cusano?

Nel suo capolavoro, Holzwege, tenta sulla scia della poesia mistica di Holderlin, di fondare un nuovo pensiero, che sia “all’altezza delle immagini dei poeti”, che “seguono le tracce degli Dei fuggiti”, per rifondare sacralità e mistero, oltre la miseria del tempo del tramonto, in cui si attende la venuta di nuovi Dei.

Riflettendo sul famoso aforisma nicciano della Gaia scienza, in cui l’uomo folle annuncia la morte di Dio, conclude: “L’uomo pazzo…è colui che invoca Dio chiamandolo ad alta voce. Un pensatore ha mai realmente invocato così De profundis? E hanno udito le orecchie del nostro pensiero? O continuiamo ancora a non udire quel grido? Il grido continuerà a non essere udito finché non si incomincerà a pensare. Ma il vero pensiero incomincerà solo quando ci si renderà conto che la ragione glorificata da secoli è la più accanita nemica del pensiero”.

(Carlo Livia)

8 commenti

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8 risposte a “La Neglitudine umana Poesie di Marina Petrillo, La razza aliena di Edith Dzieduszycka, video di Diego De Nadai, Il centro eccentrico della soggettività, Da dove scaturisce l’eccedenza di senso, di Carlo Livia, una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Homo sapiens, di Francesca Dono

  1. Interessantissima pagina su diramazioni possibili della nuova poesia. Dagli sgarbi nel disegno di Francesca Dono (gli stessi sgarbi nelle sue poesie), che poi a me sembrano facce diverse di una, in una, in cerca d’altro, già di suo irriconoscibile, anche a se stessa, in perfetta tematica ontologica ed esistenziale (dello scontento). Quindi anche Edith Dzieduszycka, di cui apprezzo, anzi perfino mi diverte, quel suo non approdare a nulla, oltre a sentimento d’angoscia, ma almeno lì trovare stabile permanenza.
    Poetica del sentire in assenza di sentimento. Sentire: verbo infinito quindi privo di te di me; privo ma nell’abitare il nulla, che è presa di coscienza di un sé altro, inconoscibile se non per vanità. Ontologia estetica, che a mio avviso può tradursi in pop top, poetry kitchen, soap poetry solo per erculeo sforzo di mondanità, o quel che si vuole se nel linguaggio delle merci.

  2. Inviato alla mia e-mail, copio, incollo e rendo pubblico il commento di Marina Petrillo (che ringrazio) sul mio libro, I platani sul Tevere diventano betulle, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2020, pp.170 E 12
    *
    Amato Gino,

    solo il tuo libro ha accompagnato il mio cammino in una fase intensa ma evolutiva del presente.

    È stato esplorare un affresco attraversato dalla profondità della vita, in cui simultanee esperienze tracciano linee, in un Multiverso poetico-filosofico, intrise di mito e sequenze chimiche, in una reazione costante, duttile ad ogni trasformazione.
    Ho immaginato te poeta, colmo di ogni bellezza, sottratto al tedio della umana condizione, posto di fronte al dis-incanto. La forza generativa creante, in linguaggio molteplice e suadente. La morte silenziata dalla tua grande ombra, come se l’Ade ti attraversasse in emiciclo e anelassero respiro le mitiche creature, in litania celeste. La ferita sommaria della vita abita un grado irriconoscibile, mutante. Le infiorescenze detergono l’infinito a pura linea, sino a stemperare in immagini evocative: creature assenti da noi.

    La percezione dell’altro è sollievo al solipsismo infecondo. Nella poiesis limitrofa allo stato di presenza, ogni cosa dilata a cosmo. Natura diluente cieli in gemme, acque in fonti. Gialli essiccati in Sole mai arido della luce infuocata dell’Essere.

    Sei quel fuoco Gino.

    Con grande, immensa stima, mi onora aver trascorso il tempo accanto al mistero brillante della tua silloge. Ora platano. Ora betulla.

    Marina
    *
    Riprendo e ripropongo il commento lucido e squillante di Milaure Colasson sulla Storia di Passage n. 1
    *
    caro Gino Rago,

    questa volta ti meriti i miei complimenti, hai raggiunto la légéreté tipicamente francese che consente di rendere più leggera una realtà in sé asfissiante e l’hai trasposta nella poesia italiana come meglio non si poteva,
    Ha ragione Lucio Mayoor Tosi che dice che la tua poesia è di stampo giornalistico, è vero, e ben venga finalmente una poesia che impiega il linguaggio dei rotocalchi e lo converte in opere letterarie.
    La poesia di Giudici postata sopra era un tentativo di scrivere una poesia giornalistica, purtroppo non riuscito, al contrario il tuo tentativo è, a mio avviso, riuscito.
    *
    Sia Marina Petrillo sia Milaure Colasson, due voci altissime della nostra poesia contemporanea, colgono con pennellate precise il il quadro etico, intellettuale e più generalmente antropologico del mio «essere cittadino di questo mondo e in questo tempo » in quello che chiamerei la condizione dell’uomo contemporaneo nel « LABIRINTO DELL’ORDINARIO».

    Labirinto dal quale sono destinate a salvarsi, per me, pochissime modalità esistenziali, a cominciare da quella delle esplorazioni sistematiche del FLÂNEUR IN GRADO DI ANDARE DALLA PAGINA SCRITTA ALLA STRADA E VICEVERSA, alla Georges Perec, tanto per stabilire un punto estetico e stilistico di riferimento, come già si evince da quanto già in Un uomo che dorme Perec scrive:
    «Hai venticinque anni e ventinove denti, tre camicie e otto calzini, qualche libro che non leggi più… Sei seduto e vuoi soltanto aspettare».

    In questo nuovo ciclo poetico dei Passages ho in mente di far vagare Marie Laure Colasson per Parigi, senza aprire bocca, senza risentimenti e senza desiderare più nulla, tra la folla dei Grands Boulevards, per i caffè,
    le panchine dei giardinetti, i lungosenna, i musei, i monumenti, come una sorta di sonnambula-turista-in-casa-propria, ma desta, pronta e mai maldestra a inventariare orinatoi e immondezzai, chiese, monumenti equestri e ristoranti russi, pasticcerie e menù del giorno come ad esempio Il Medaglione di TONNO ROSSO affumicato con CORIANDOLI di ORTAGGI e VERDURE su letto di CREMA DI CECI E ZUCCA DI MANTOVA …
    *
    Problematica e lacerante l’idea di Homo Sapiens che Francesca Dono ci segnala in acrilico e olio su carta bagnata: ricorda da vicino la mia idea talvolta offerta in alcuni miei versi dell’UOMO DEL DOPO HIROSHIMA in filiformi gabbie di metallo… Ottima l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa nella sua doppia capacità di interpretazione dei testi e di icasticità della maniera di esporre le stesse interpretazioni.

    Gino Rago

  3. È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta
    guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo
    coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.

    Penso che per fare poiesis occorra mettersi nel luogo dell’evento e aspettare che qualcosa ci guardi mentre accade. Proprio all’incontrario di quanto la poiesis della antica metafisica ci prescriveva di fare.

    Occorre un triplo salto mortale. Altrimenti si ricade nella poiesis che promana dall’io supervisore ed egolalico.

  4. Alfonso Cataldi

    Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Scrive poesie dalla fine degli anni 90; nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Omaggio contemporaneo Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud.
    .

    Omaggio contemporaneo

    La conversione stupisce sempre un metro più avanti
    Il posto di blocco scompagina gli appunti.

    L’ampio parcheggio ospita la povertà di un resoconto
    matrimoni combinati omaggiano il bric-à-brac contemporaneo.

    Akiva è caduto nel tranello dei ghost painter
    dipinge a tempo pieno reprimende da pensionare

    la tenda mancante alla finestra
    i panni arrotolati in fondo al letto

    Dettagli. S’incollano in due ore alla barba di rappresentanza.
    Cosa twitterebbe l’Incompiuto?

    Un necrologio che penzola distratto
    e nessuno ha il coraggio di afferrare.

    Giacomo ha cinque anni e non ha chiesto mai perché
    In emergenza le risposte sono appese alle finestre dell’albergo.

    La conversione stupisce sempre un metro più avanti
    Il posto di blocco scompagina gli appunti.

    L’ampio parcheggio ospita la povertà di un resoconto
    matrimoni combinati omaggiano il bric-à-brac contemporaneo.

    Akiva è caduto nel tranello dei ghost painter
    dipinge a tempo pieno reprimende da pensionare

    la tenda mancante alla finestra
    i panni arrotolati in fondo al letto

    Dettagli. S’incollano in due ore alla barba di rappresentanza.
    Cosa twitterebbe l’Incompiuto?

    Un necrologio che penzola distratto
    e nessuno ha il coraggio di afferrare.

    Giacomo ha cinque anni e non ha chiesto mai perché
    In emergenza le risposte sono appese alle finestre dell’albergo.

  5. La maggior parte delle persone parla e scrive per nascondersi; lo scrittore dovrebbe essere quell’uomo di eccezione che scrive per manifestarsi
    (Andrea Emo, da Taccuini)

    “Quanto più perfettamente cvi esprimiamo, tanto più siamo certi di non essere compresi”
    (Andrea Emo, da Taccuini)

    “Accecati e maldestri ci muoviamo… provando a vivere”
    (Andrea Emo, da Taccuini)

  6. Leggo su twitter questa inserzione:

    @Martola__

    29 mar 2019
    Su Instagram è nato il profilo “Sono solo complimenti” un luogo in cui verranno raccontate in forma anonima tutte le testimonianze di cat calling, molestie e street harassment. Non volevo che restasse solo uno sfogo.

    Il profilo è questo:
    https://instagram.com/sonosolocomplimenti/

    e poi mi chiedo, davvero, è nata la top-pop reality, anzi, ci siamo dentro da un pezzo e non ce ne eravamo accorti.

    • Non traiamo conclusioni affrettate, lasciamo che Covid-19 faccia il suo corso. E non crediamo all’effimero, è solo vento… continuo cambiamento, apparenza, nulla di stabile. Senza ammetterlo ci identifichiamo in forme pensiero che hanno fatto il loro tempo. La nuova ontologia estetica è un fiore, non una battaglia all’ultimo sangue. Complimentiamoci con i defunti e continuiamo per il sentiero.

  7. Lo stantuffo storico.
    La macchina dell’eccedenza del riconoscimento anonimo. Delle pantofole invernali portate ancora in piena estate,” homo sapiens” nei circoli delle invenzioni,
    pure con le lenzuola di flanella. Un caldo
    insopportabile che riconosce il calco delle parole. Curarsi la cute dal prurito acuto.
    “Un necrologio che penzola distratto
    e nessuno ha il coraggio di afferrare.”
    E poi la calotta siderale contenuta nelle borse frigo. Finalmente i pinguini al polo nord.

    (Bentornati a Francesca Dono e ad
    Alfonso Cataldi.)
    Grazie OMBRA.

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