Prose poetiche inedite di Karel Šebek (1941-1995) scritte per scommessa, e una poesia, Tentativo di suicidio, traduzione di Antonio Parente con un dialogo tra Gino Rago e Giorgio Linguaglossa

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A seguito di una scommessa tra Karel Šebek e Petr Král, vinta da quest’ultimo,  Sebek dovette scrivere per un anno tutti i sogni che faceva durante la notte.
Eccone alcuni inediti in italiano tradotti da Antonio Parente.

Karel Šebek, agente doppio di se stesso, castoro-conquistatore, protettore e protégé di sua nonna, usurpatore e liberatore segreto di Jilemnice, mascotte e fantasma degli Istituti di Dobřany, Sadská e Kosmonosy, guardiano notturno e scrivano che con la sua veglia ha impedito che la realtà si addormentasse per sempre.

Nato il 3 aprile 1941 a Jilemnice, misteriosamente scomparso nella primavera del 1995 (come lui stesso aveva predetto in un testo degli anni Sessanta Il mondo si punisce e piange: «I cani da caccia non fiutano ancora il luogo dove una volta mi smarrii del tutto»); dal momento che il suo corpo non è stato mai trovato, si può supporre si sia trattato di omicidio più che di suicidio, che in precedenza aveva invano tentato più volte. Cugino del poeta e psicoanalista Zbyňek Havlíček, fu grazie a lui che si avvicinò alla poesia e prese a conoscere i surrealisti di Praga, soprattutto i rappresentanti della «terza generazione surrealista», con i quali socializzò intensamente prima della partenza di alcuni di loro per l’esilio. Sempre con l’aiuto di Havlíček, divenne infermiere dell’ospedale psichiatrico di Dobřany, dal quale tentò di fuggire in Germania in compagnia di due ricoverati, e dove fece ritorno come paziente successivamente all’arresto del trio di fuggitivi da parte della polizia; soggiornò di nuovo a Dobřany anche prima della sua scomparsa, avendovi trovato l’anima gemella e protettrice (e anche co-autrice) nella dottoressa Eva Válková. Qui:

https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/22/karel-sebek-1941-1995-3-x-nulla-cura-e-introduzione-di-petr-kral-traduzione-di-antonio-parente-mimesis-hebenon-milano-2015-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-un-compiuto-progetto-poe/

(Petr Král)

Karel Šebek nasce a Vrchlabi il 3 aprile 1941 e scompare nell’aprile del 1995. Poeta, collagista, paracadutista di poesia. I suoi scritti sono apparsi, tra l’altro, sulle riviste ceche “Analogon”, “Literarni noviny”, “Tvar”, “Orientace”, “Host”, “Vokno” e “Doutnik”, in Francia su “La Crécelle Noire”, “Camouflage” e “Melog”, in Italia su “Hebenon”. Inoltre, è presente nelle antologie Surrealistické vychodisko (Via d’uscita surrealista, 1969), Cesti prokleti basnici (Poeti cechi maledetti, 1998) e Le surréalisme en Tchéchoslovaquie (Parigi, 1983). Ha alle spalle una trentina di tentativi di suicidio; l’ha sempre scampata, ma dall’aprile del 1995 risulta scomparso. Può darsi che si sia avverato il suo sogno da bambino, il suicidio. Ha pubblicato le seguenti raccolte: Ruce vzhuru (Mani in alto, 1990), Probud se andeli, peklo spi (Svegliati angelo, l’inferno dorme, 1994), Ani hlt motyla (Nemmeno un sorso di farfalla, insieme con Eva Valkova, 1995), Divej se do tmy, je tak barevna (Guarda nel buio, com’è varipinto, 1996) e 3xnulla per Mimesis, 2015.

Motto: La poesia è un indimenticabile gioco alla propria vita

Karel Sebek

Caro Petr,
non tutto è perduto, te lo assicuro, ho anche capito come fare per assolvere in tempo la prossima volta il mio dovere verso i sogni e verso di te: ogni notte che salterò, andrà ad aggiungersi a quella di Capodanno, quando, come d’accordo, tireremo a sorte di nuovo. E quindi ora dovrà aggiungere martedì notte, mercoledì notte e lunedi notte, immagino. Allora, arrivederci al 3 gennaio 1968, per l’estrazione a sorte, per il momento. Vedo che ancora una volta, mi sono sobbarcato un bel carico.
Ti ho spedito davvero una cartolina postale terribile, che sembrava provenire dallo stesso mondo dal quale l’ho effettivamente inviata, dal momento che te l’ho scritta in uno stato di coscienza parziale.
Scusami, non lo farò mai più.

Vorrei ancora salvare almeno i sogni della notte tra giovedì e venerdì e tra venerdì e sabato / oggi è sabato /.

notte 13-14 aprile 1967
Sto andando verso l’ospedale di Vrchlabi, dove devo recarmi per una ragione che non conosco, prendo una porticina che non ho mai notato prima, a quanto pare è un’altra portineria, più piccola, sostitutiva, che viene utilizzato solo in casi estremi, in realtà qui passano occasionalmente solo i dipendenti, due uomini che vi lavorano, i quali altrimenti fanno da guida ai pazienti per il parco dell’ospedale; tutto ciò mi viene spiegato, su mia domanda, da uno dei due uomini. Oltrepassata la portineria, il terreno cambia radicalmente, la distanza fino all’edificio principale dell’ospedale ora è circa dieci volte maggiore, e tra la “portineria” e l’edificio vi sono ovunque delle gole profonde, in realtà qui parrebbe una versione un po’ caricaturale o maggiorata della collina dietro l’ospedale dove in passato andavo sullo slittino durante le vacanza di fine semestre.
Quindi, tutto qui è accresciuto, la recinzione è stata estesa, e forse anche la portineria era originariamente solo una casetta nei campi, ed è perciò che allora non la notai.
Ci sono anche gli sciatori, ma niente neve – vanno molto veloce per i prati, credo abbastanza primaverili – in realtà tutti intorno si muovono sugli sci, il postino, “i pedoni”, i medici, un poliziotto che scia sul prato, riconosco in lui con stupore il mio compagno di classe di una volta, Kubáček – tutto accade proprio in quei giorni in cui ho smesso di tenere il diario. Per questo mi è sfuggito tanto in così poco tempo – in sogno cerco solo di pensare e di non vedere immagini – ora in sogno riesco con la sola forza di volontà a fermare nella sala del cinema la proiezione del film –

notte 14-15 aprile 1967
Come tante volte di nuovo in viaggio per una città straniera – ma questo accade a sogno già iniziato, non ricordo l’inizio, soltanto il momento in cui sto tornando tra dei gitanti dopo aver, nel frattempo, lasciato la gita e fatto ritorno a casa per un po’ – tra i gitanti cerco mio padre, ma mi vergogno a chiedere a qualcuno e così rimango in piedi vicino alla porta – nel frattempo qui tutti hanno imparato molto, mi sono perso tutti i giochi erotici fondamentali – dappertutto grandi gruppi di ragazze, una di loro mi dice che qui non esiste più l’idea di timidezza, innocenza, morale e così via – io non la capisco, credo che tutto questo sia soltanto un camuffamento a scapito mio.
In un altro momento del sogno, Martin decora la parte esterna del cinematografo con fotografie di alcuni attori del cinema russo, lo aiuto, deve essere uno scherzo, ho l’impressione di poter conquistare una ragazza se fossi capace di procurarle almeno un numero del giornalino Frecce veloci.
Fuori città, in pieno mattino, la fine di qualche festa alla quale hanno partecipato quasi tutti i cittadini, passo tra due ragazze, sono ancora in abito da ballo e mi chiedono se non possa aiutarle a svestirsi a casa loro. La terza ragazza, che le precede, dice che lei si veste sempre da sola in casa.
Improvvisamente mi ritrovo ai piedi di un ripido pendio, sopra ci sono sono alcuni libri, mi arrampico gattonando, ci sono vespe o api, devo fare ritorno, dall’altra parte della collina c’è un accampamento indiano, bisogno avvicinarsi di nascosto, ora riesco a discendere il pendio, quasi perpendicolare, e in maniera di certo magistrale. Lassù trovo dei libri pornografici, come realizzo in sogno, per ragazzette, o anche ragazze. Forse è una lettura pornografica come lo possono essere le immagini pornografiche di D.Tanning.-.
Per il momento è tutto. Come ti ho scritto sulla cartolina, ti invierò una lettera, te lo giuro, domenica durante il turno notturno / oggi ho intenzione di divertirmi, dovrebbe arrivare Martin / “L’età dell’oro” te la spedisco lunedì insieme alla lettera. Forse riceverai tutto in una volta, perché oggi è il sabato libero e quindi anche questa lettera, purtroppo, ritarderà. Buon
sabato e domenica.
Tuo Karel

20 aprile 67
Gesù, Petr, dr. Miroslav,
già mi avrai sicuramente mandato al diavolo, me e tutta Jilemnice, e senza alcun dubbio me lo merito. Mi sento come se tornassi ora dopo una settimana trascorsa in birreria. Improvvisamente sento una grande responsabilità, ma è già troppo tardi. Mi sono appena dato uno schiaffo.
Quando avrò finito di scriverti, vado alla posta a spedire questa lettera e a comprare un mucchio di cartoline postali e da domani schioccherà la frusta.

notte 18-19 aprile 67
Ricordo vagamente che il sogno ha inizio in soffitta a Vrchlabi, nella metà superiore dove si sale la scala. Ma all’improvviso c’è un lungo corridoio, dove si sentono degli spari. Anch’io sparo col revolver, ma le pallottole volano talmente lentamente che non solo riesco a vederle, ma che quando, per esempio, sparo in alto, il colpo non raggiunge il soffitto.
A lunga distanza da me, in quel corridoio, un canadese insegue un uomo che ride di lui e alla fine riesce a ucciderlo. Quando mi avvicino, vedo che si tratta di – Benjamin Peret, in sogno però somiglia in parte ad un mio compagno di classe Zdeněk Paulu, è morto, ma allo stesso tempo ride.
D’un tratto mi ritrovo in una grotta profonda, c’è l’intera famiglia reale, sui quadri alle pareti, ma sono vivi e conversano. Cercano di accordarsi, nei dipinti, su chi fuggirà dall’immagine nelle macchie sul muro. Non lontana, l’amante principe, la quale non appartiene alla famiglia reale, ed è già nascosta in una macchia monocromatica, è il suo profilo. Indossa un cappello. Tutto ciò lo vedo da un buco nel muro di una stanza dell’appartamento di Vrchlabi dei miei genitori. C’è anche un tesoro nascosto in una sorta di ingranaggio, è possibile trovarlo solo in determinati intervalli di tempo, quando le rotelle ruotano in una certa posizione. Si tratta soltanto di pochi secondi.
Ho dieci minuti di tempo per trovare il tesoro, mi dico in sogno. L’intero ingranaggio improvvisamente mi rimane in mano. – In un altro punto del sogno di quella stessa notte, Zbynek mi critica per il mio scorretto uso delle virgole nelle frasi. – Sto tornando al cimitero dalla festa di ieri insieme a Martin, sullo stesso luogo dove eravamo ieri ora c’è una tenda e dentro due pipe.
– In un altro momento della notte, divento testimone del furto di una cassa di bombe a mano, I probabili colpevoli sono due ragazzini, ne vengo a conoscenza grazie a due piccoli telefoni, ognuno dei quali può essere utilizzato solo su un orecchio.

notte 19-20 aprile 67
È mattina e io discendo il ripido declivio che parte da Kukaček, dove una volta ho campeggiato, è completamente deserto, improvvisamente in una curva incontro una bella donna in là con gli anni, diciamo di 35 anni, e cado subito tra le sue braccia. Mi dice che potrei fare l’amore con lei solo giù su un ponte. Lungo la strada, si spoglia, ma una volta giù improvvisamente mi rendo conto che si tratta di una trappola, e che lei è una specie di agente che sobilla la gente per farla iscrivere all’Accademia delle arti performative. Giù proiettano un film, e il paesaggio aperto diventa abbastanza rapidamente una stanza chiusa, si tratta di 8 1/2, ma è una versione del tutto diversa,
lo dico a qualcuno che mi siede accanto nel cinema, ma lui mi dice che oltre a questa seconda versione ne esiste anche una terza, completamente dissimile dalla prima, e che corrisponde soltanto a tratti alla seconda. Il film che sto vedendo si svolge in una stanzetta, dove su due buchi profondi si trovano delle tavole marce di pioggia, tavole che bisogna attraversare per arrivare in una stanza successiva e salvare una donna che si è suicidata lì. Cerco di oltrepassare le tavole di legno, c’è anche un bambino piccolo, ma così piccolo che riesce a starmi nel palmo della mano, mi sta quasi per cadere in uno dei buchi, ma all’ultimo secondo riesco a riafferrarlo. In quella stanza c’è bisogno di salvare la suicida, e per ciò devo trovare due fili. Mi aiuta un grassone che sbuffa orribilmente e soffia tutto intorno a sé, alla fine facciamo a gara a tirare quei fili, io vinco e lego le mai della donna così saldamente che i fili penetrano la carne fino a scomparirvi del tutto.
La donna ulula di dolore. Sono confuso. Il grassone ora è disteso dietro un paravento e alletta a sé il bimbetto con vari gesti piuttosto ripugnanti. Bisogna impedirlo, preferibilmente correre verso i genitori, ma lui (il grassone) e il bimbetto sono miei fratelli. Cerco di fare delle smorfie in direzione del paravento e l’omaccione davvero ripete quelle stesse smorfie, quindi mi convinco che si tratta di mio fratello: Improvvisamente il suo viso fa delle smorfie dal giornale (è un’immagine vivente sul giornale) – Un congresso psicoanalitico, dove sono stato invitato a dimostrare
sperimentalmente l’uccisione di due miei amici di scuola (Kašlík e Mařas), Vado al deposito munizioni per la pistola, mi sembra d’un tratto, di una grande facilità uccidere quelle due persone e mi sento di ottimo umore, come se avessi preso le pillole. Mi dico che quando sarà a corto di pillole, lo farò più spesso. Intorno a me due soldati gettano dalla porta del magazzino delle grandi mine. Dicono che devo portare verso un non meglio specificato lungomare un sacco che somiglia a una enorme zampogna, Non ce la faccio a portarlo, tutti i soldati mi scherniscono. A uno di loro dico qualcosa tipo e se invece di quei due uccidessi due tenenti? Un tenente si avvicina a me estraendo la pistola. È sicuro che mi sparerà. Ma lui mi dice che non me la passerò tanto liscia per questo. Prende una una sorta di piastra con dei chiodi appuntiti e me la sbatte in faccia. ho un chiodo per occhio.

– Tornando dalla “prova”, percorro la strada di Roztock, dove accanto ad un edificio (dagli Horák), si staglia un gruppo di ragazze insieme a mia cugina. Spiego loro che non sono riuscito ad entrare alla Facoltà di arti perfomative, ma a quella di Arti musicali, Le ragazze improvvisamente prendono a festeggiarmi, corrono tutte verso di me, mi pongono domande e mi accompagnano a casa. –

Ora è giovedi e mi aspetta il turno di notte. Ho finito di copiare “L’età dell’oro” e stanotte finalmente vorrei finire di scrivere quella lettera con le domande. Ho la sensazione che domani mattina finalmente te lo spedirò davvero. Quindi per favore, Petr, non essere arrabbiato con me, ho passato dieci giorni terribili, una notte, forse Martin te l’ha raccontato, dalle due fino alle cinque del mattino sono andato in giro per la città alla ricerca di un agente di polizia, ho gridato a gran voce voglio un poliziotto, di fronte alla Pubblica sicurezza, ho chiesto a gran voce di entrare e ho gridato che voglio andare a casa, e così via.- Scenderò più in dettaglio nella lettera, quindi.

Ciao, allora, il tuo infame Karel

da Karel ŠebekGuarda nel buio, com’è variopinto, Il Ponte del Sale, 2007 a cura di Antonio Parente

TENTATIVO DI SUICIDIO NEL TESTO

(A Roman Erben)

Ho riempito completamente d’acqua il lavandino e vi ho immerso la testa
con la buona intenzione di non tirarla più fuori
in quell’istante davanti ai miei occhi iniziarono a scorrere in rapida successione tutti i sogni
che avrei dovuto sognare in alcuni ultimi mesi
quando ho vegliato in parte nella sala macchine
in parte ho piantato con te gli ortaggi neri negli orti degli altri
dopo averli consumati dovevano iniziare a sterminare gli insetti poi gli animali

sempre più superiori e alla fine se stessi
in parte ero appeso alla lanterna più vicina con la testa illuminata al posto
della lampada e illuminavo i dintorni:
la strada che porta a Lánov la calcara dove ho lavorato nel sessantuno
la stazione merci un pezzo di cortile col nastro palazzone
che assumeva un pò alla volta l’aspetto di tutti i ristoranti della città
l’alcol versato nel testo son riuscito a consumarlo da solo
ma per poter arrivare davvero a te avrei bisogno di una fune
molto lunga e un rampino in testa
la maggior parte del tempo quando dovevo lavorare sulla mia personalità passata
ad imperversare nei locali del comitato nazionale
come presidente e partiti allo stesso tempo
sono capace di imitare le voci di tutti gli abitanti locali
nella mia faccia da scimmia ho in deposito tutte le smorfie delle ragazze locali

sono commessa in un selfservice divido le persone secondo la loro eloquenza
sugli scaffali e fornisco i bigliettini con i titoli
dei temi dei discorsi più frequenti
è anche una scienza come si insegnerà presto nelle scuole
su questi concetti sarebbe buono una volta per tutte metterci una croce
se il poeta non zittito da altri non riesce nemmeno nel momento del bisogno fisiologico a tenere la bocca chiusa
mi iscrivo volontariamente col primo carico di bestie al macello
piuttosto che lasciarmi scorgere dal vostro corpo di balena quando mi ascoltate entusiasticamente
la vostra siluetta si sovrappone al cavallo da tiro apre la porta e si avvicina a me
sarò allora la pentola col coperchio inizio una zuffa per un pasto
mi scaverò una fossa ancora più profonda farò rinvenire le carcasse decomposte
in bocca ficcherò il naso nell’intruglio più schifoso
nella nostra città darei volentieri il benvenuto a qualche funzionario del governo oppure [scriverei per un giornale
in quell’articolo ci sarebbe tutto ciò su cui medito dalla mattina alla sera quando mi
dedico ad un’ispezione accurata delle dita dei piedi
sembrerebbe che abbia già tirato le cuoia ma qui qualcuno ulula nascosto
dietro al sofà come se fosse festa nazionale
sotto l’enorme pancia della pulce solo ora ti ascolterò con attenzione
quando parli dell’immaginazione come della mia balia la signorina Votocková quando quelle
idee davvero si materializzano c’è qui una sedia al sole davanti
alla porta il saponificio e il negozio del signor Vrabec ma già siede al tuo
posto e racconterà da sola quelle favole delle schegge
conficcate nelle labbra

caro Gino Rago

in Brave New World, Aldous Huxley rappresenta una umanità sottomessa ad un controllo totalitario del pensiero e delle emozioni attraverso tecniche di esaltazione delle emozioni e degli affetti da cui, tuttavia, sono banditi quelli “negativi”: ansia, sindromi depressive, rabbia, tristezza, angoscia. Gli strumenti di tale controllo psico-politico sono essenzialmente due: il continuo ricorso al «soma» – una droga, sicura a piccole dosi, che consente il mantenimento dell’equilibrio emotivo e la partecipazione a riti estetico-artistici come la fruizione di film sensorio-emozionali o la partecipazione a raduni collettivi para-orgiastici, in cui la droga somatica, la danza, la musica e il sesso si confondono inestricabilmente.

Al di là del suo valore estetico, il romanzo di Huxley raffigura nelle modalità del genere della distopia, una forma di vita umana quasi completamente ridotta alla sua dimensione emozionale o, per parlare con categorie più attuali, alla dimensione della «nuda vita», alla vita biologica del genere.

Ormai è chiaro che viviamo in una dimensione dis-topica, fatta da un ibrido mix tra pseudo metafisica (occultismo, pseudo scientismo, movimenti no-vax, fake news, verità fai-da-te, verità personali, religiosità regionali, ontologie regionali e provinciali, psicopatologie profilattiche, massificazione delle psicopatologie, etc.) e giornalismo d’accatto.
Sarò banale quando dico che è con questa dimensione ibrida che la poiesis di oggi deve fare i conti.

Secondo la suggestiva tesi di Kittler, «il Musikdrama wagneriano è il primo mass medium nel senso moderno del termine, il cui effetto simultaneo sui nostri sensi è frutto della sua tecnologia» (F. Kittler, Respiro del mondo. Latecnologia dei media in Wagner , in Id., Preparare la venuta degli dei. Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd , trad. it. di E. Mengaldo, L’ormaeditore, Roma 2013, p. 15).

Wagner usa l’orchestra come un amplificatore, «per questo nella sua autobiografia [egli] si mostra così affascinato da echi e feedback, da effetti di fading e di illusione uditiva […]. Gli amplificatori mettono fuori gioco ogni filosofia, perché sopprimono i valori musicali tradizionali come il lavoro sul tema o i movimenti polifonici per sostituirli con il sound: la musica di Wagner diviene una questione di pura dinamica e di pura acustica» (Ivi, p. 29)

Finché si resta all’interno della tradizionale critica dell’arte, non è possibile dare spiegazioni convincenti della sovraeccitazione estetica che viene ad evidenza nel sintomo-Wagner. E non è sufficiente menzionare le trasformazioni indotte dalla rivoluzione post-industriale, occorre approfondireo il discorso sulle cause; occorre far entrare in gioco i media: il giornale e la fotografia, se vogliamo limitare il discorso all’Ottocento; ma se ampliamo il nostro orizzonte dobbiamo far entrare in gioco il cinema, la televisione e i “nuovi media” informatici. Siamo qui in presenza di fenomeni di normalizzazione, anestetizzazione e de-simbolizzazione delle emozioni. Le forme di vita occidentali, a partire dalla fine dell’Ottocento, sono state percorse da profondi processi di de-simbolizzazione che hanno derubricato e de-fondamentalizzato interi generi artistici, la forma-poesia e la forma-romanzo sono cambiate radicalmente e sono cambiate le psicologie delle masse telemediatiche.
Dietro la crisi delle «Grande narrazioni», e del Politico si cela la crisi delle democrazie liberali dell’Occidente, sono leggibili complessi e individuabili processi di trasformazione dell’ordine simbolico nei diversi campi dell’esperienza umana. Tali processi sono stati preceduti dai cambiamenti nella tecnica, basti pensare ai rapidi progressi della biotecnologia, delle nanotecnologie, alla rapida diffusione della registrazione e documentalizzazione degli atti cartacei tra cui rientrano anche i manufatti artistici sotto forma documentale. Tutto ciò ha una fortissima ricaduta sul lessico e sugli alfabeti artistici. Che cosa significa questo? Una cosa molto semplice: che non si può più scrivere e fare poiesis come nel passato, perché quel lessico e quell’alfabeto sono scomparsi, non sono più in uso.

(Giorgio Linguaglossa)

Caro Giorgio,

per una parziale risposta alle cruciali questioni che poni ricorro a due citazioni ( Derrida e Barthes) che intendo come antefatti idedologici ed estetici alla top-po-poesia:

– In Il gusto del segreto Jacques Derrida scrive:

«Se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva, una possibilità per l’eccesso, di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti.
Se tutti possono capire subito quello che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; ma,poi, chiude il libro, ed è finita».
*
– Un pensiero di Roland Barthes che può contribuire a mutare il nostro punto di vista sul mondo. Così scrive Roland Barthes:

«Vi è un’età in cui s’insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui s’insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare».

Noi, con i vari tentativi di top-pop-poesia, siamo mi sembra esattamente qui: quello che sappiamo non ci serve per proseguire.

Adesso dobbiamo rimetterci a cercare, come ha evidentemente cercato di fare Karel Sebek in uno dei suoi sogni nella scommessa con Petr Král, quando cita anch’egli storie di pallottole….

Se considero che prima di questa davvero importante e meritoria pagina (lodevole, per dirla con Sagredo), pagina magnificamente allestita da Giorgio Linguaglossa, de L’ombra delle Parole non conoscevo Karel Sebek devo confessare la mia meraviglia davanti, a cospetto delle “sue” pallottole lente, così lente, da esser viste, in questo suo sogno della assai remota
notte 18-19 aprile 67

Karel Sebek difatti scrive:

«[…]Ricordo vagamente che il sogno ha inizio in soffitta a Vrchlabi, nella metà superiore dove si sale la scala. Ma all’improvviso c’è un lungo corridoio, dove si sentono degli spari. Anch’io sparo col revolver, ma le pallottole volano talmente lentamente che non solo riesco a vederle, ma che quando, per esempio, sparo in alto, il colpo non raggiunge il soffitto[…]».

(Gino Rago)

4 commenti

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4 risposte a “Prose poetiche inedite di Karel Šebek (1941-1995) scritte per scommessa, e una poesia, Tentativo di suicidio, traduzione di Antonio Parente con un dialogo tra Gino Rago e Giorgio Linguaglossa

  1. Scrive Derrida:
    «quando io scrivo vi è un sentimento di necessità, di qualche cosa che è più forte di me, che chiede che io scriva ciò che devo scrivere».1

    L’idea che la scrittura preceda il costituirsi stesso della soggettività, come espacement e temporalisation originaria, era già stata espressa in Della grammatologia : «la spaziatura come scrittura è il divenir-assente e il divenir-inconscio del soggetto», cioè l’«assenza originale del soggetto dalla scrittura», che lo «costituisce e lo disloca ad un tempo».2

    La scrittura non restituisce una totale trasparenza di sé, giacché mossa sin dai fondali pre-soggettivi da un«paradossale desiderio di non essere compresi».

    E Nietzsche, in La gaia scienza:
    «quando si scrive, non si vuole soltanto essere compresi, ma senza dubbio anche non essere compresi».3

    «nella scrittura c’è l’esigenza di un eccesso anche rispetto a ciò che posso comprendere di quanto dico – l’esigenza di lasciare una specie di apertura, di gioco, di indeterminatezza, che significa ospitalità all’avvenire: “Non si sa ancora che cosa vuole dire, si dovrà ricominciare, si dovrà ritornare, si dovrà proseguire».4

    La scrittura poietica è l’atto del tracciarsi, del lasciare tracce, inseguire tracce, ritracciarsi, rintracciarsi, ritrovarsi e poi perdersi nelle tracce seminascoste della scrittura che ci porta, ci guida in una sorta di automatismo pre-scritturale in un luogo che non conosciamo, ma che sondiamo con la sonda della scrittura tracciante. La traccia precede la costituzione della soggettività.

    «La traccia è sempre traccia finita di un essere finito. Può dunque essa stessa scomparire. Una traccia incancellabile non è una traccia. La traccia inscrive in se stessa la propria precarietà, la sua vulnerabilità di cenere, la sua mortalità […] Quanto dico della traccia e della morte vale per ogni “vivente”, per gli “animali” e per gli “uomini”
    […] «la traccia non è una sostanza, un ente presente, ma un processo che si altera in permanenza. Essa non può che reinterpretarsi e sempre, finalmente,
    asporta se stessa».5

    E Nietzsche:

    «L’origine di un pensiero nuovo», annotava sopra i suoi taccuini il filosofo tedesco, è «l’incontro casuale di due parole o di una parola e di uno spettacolo».6

    Già Platone nello Ione delinea la figura della provenienza da un altrove della mania poetica mediante le figure del rapimento del poeta, della mania, deldettato automatico da parte di un ente esterno, spesso teologico che perdura nell’idea di ispirazione del genio romantico e delle sue estasi (fuori-uscite
    da sé), per finire nel cuore delle poetiche delle avanguardie storiche delNovecento. Si pensi al Manifesto del Surrealismo del 1924, in cui André Breton scriveva: «SURREALISMO, n. m. Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere […] il funzionamento reale delpensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitatodalla ragione».7
    Il riferimento al Surrealismo non poteva mancare, considerando l’importanza nella riflessione di Derrida di autori come Georges Bataille o Antonin Artaud, e la sua intensa frequentazione di ambienti delle neo-avanguardie degli anni Sessanta e Settanta, come il gruppo di Tel quel , in cui senz’altro filtravano, sebbene rimodulati, alcuni aspetti riconducibili allanozione surrealista di scrittura automatica.

    «Senza intuire in qualche modo la vita del dettaglio attraverso la struttura,ogni aspirazione alla bellezza rimane pura fantasia. Struttura e dettagliosono sempre, in definitiva, carichi di storicità. È compito della criticafilosofica mostrare che la funzione della forma artistica è appunto questa:trasformare i dati storici che stanno alla base di ogni opera significativa incontenuti di verità. Questa metamorfosi dei dati di fatto in contenuti diverità fa sì che l’affievolirsi, decennio dopo decennio, del fascino originariodell’opera, diventi il germe di una nuova nascita, in cui ogni bellezzaeffimera viene completamente a cadere e l’opera si afferma come rovina».8

    1 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 101
    2 Ibidem.
    3 F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 381, in Opere di Friedrich Nietzsche, vol. V,tomo 1, Milano 1964, pp. 305-306
    4 J. Derrida, «Il gusto del segreto», cit., p. 28
    5 I. Derrida, Papier machine, p. 394
    6 F. Nietzsche, frammento 1 [51], 1879-1880, in Opere di Friedrich Nietzsche, vol. V, tomo1, Milano 1964, p. 278.
    7 André Breton, Manifesti del Surrealismo, Torino 1987, p. 30
    8 Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Einaudi p. 79

  2. Quanta passione in queste corrispondenze e la poesia. Un focolare in casa della gelida NOE, che nel volersi togliere dall’io forse dimentica l’importanza dell’esperienza individuale, pure che sia una sommatoria di istanti. Ma il poeta è nudo, non lo ami altrimenti. Altrimenti è tecnicale, si dice? ma allora bisogna vedere se via sia corrispondenza, soprattutto oggi che la tecnica è linguaggio, modo di pensare con altri segni, altre attenzioni. Il passato muore, se torna va tradotto e potrebbe non bastare. Battaglia inutile quella di volere innovare, superflua. Ma togliere sofferenza alla follia, disagio, con adeguato bagaglio di conoscenza introspettiva, che i mezzi non mancano, eviterebbe tanti ritorni all’ovvietà, di cui l’io abbonda.

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