L’ibridizzazione, la privatizzazione, la tribalizzazione generano un nuovo dispositivo testuale, denotabile come finzionale/testimoniale, citazioni da Jacques Derrida, Italo Calvino, Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa, La top-pop-poesia, la soap-poetry, la poesia pop-corn è una spettrografia, Il governatore della Lombardia Fontana, Putin, e un fotomontaggio di Papa Francesco con Salvini

sALVINI BANDA BASSOTTI

foto del Governatore della Lombardia Fontana con un suo fedelissimo

Guardo la foto del governatore della Lombardia e del suo fedelissimo ascaro e provo sgomento, mi accorgo che è terribile. La foto che avrebbe dovuto essere decorativa e ornamentale, con le due figure con il vestito di cerimonia tirato a lucido, è invece terribile. Perché?
Perché mette a nudo la figura del re e del suo serviciattolo. In realtà, la foto ritrae i due figuri nudi di fronte al destino. Le loro espressioni sono anch’esse nude, esprimono falsa coscienza e falsi pensieri, false azioni, ignominia, servitù e tracotanza… esprimono la dissimulazione a cui sono abituate da sempre.
La foto è un capolavoro involontario.
Le figure appaiono isolate, e come recisi gli illusori rapporti dell’immagine col resto del mondo. («La forma illustrativa rivela immediatamente, attraverso l’intelletto, che cosa rappresenta, mentre la forma non illustrativa passa prima per la sensazione, e solo in un secondo momento, lentamente riporta alla realtà»).
Come nei monumentali Baigneur di Cézanne, isolare la figura è il primo passo per abolire il rapporto illustrativo tra immagine e oggetto, per concentrarla nella sua fissità, per trasportarla dal piano simbolico alla sordità imperturbabile della «cosa» bruta, per operare una specie di fossilizzazione coatta e inverosimilmente accelerata della umanitas.
(g.l.)

Giorgio Linguaglossa

Storia italiana del Covid19

➡Marie Laure Colasson telefona al poeta Gino Rago.
«Non c’è più posto nelle mie “Strutture dissipative”!*», grida allarmata.

Tatarkiewick litiga con il filosofo Žižek, dice che “Brillo box”
è una scatola di detersivo e basta.

Robert Redford e Jane Fonda.
Backstage sul set del film The Chase (1966).
Lui indossa una tuta da operaio, un bicchiere di plastica.
Lei sorride, sta fumando.
Ha un impermeabile grigio, ma forse no, è la foto in bianco e nero.
Che confonde.
Sembrano gentili e sorridenti.

Un selfie della putiniana deputatessa Olga Kamjenska in monokini sulla spiaggia
finisce su facebook.
Un ammiratore le scrive: «Das Nichts nichtet».

➡Piazza del Plebiscito. Milano. Giugno 2020.
La deputatessa Santanchè va in piazza a gridare contro i Dpcm del governo Conte.
Scarpe con tacco a spillo da 350 euro.
Leggings da 750 euro con lista laterale argentata.
Permanente con meches, 250 euro.
Gilet, 650 euro.
Giacca, 3000 euro.
Occhiali Ray ban da sole ottagonali, 500 euro.
T-shirt. 700 euro.
Mascherina Trussardi, 180 euro.
La deputatessa Santanchè, “Fratelli d’Italia”,
con la borsetta Birkin n. 21
Urla:
«Il popolo ha fame!».

➡Giugno 2020, post-Covid.
Una tavola rotonda di aspiranti poeti su Zoom.
La showgirl Wanda Osiris svestita da cow boy brucia il perizoma in pubblico.
Passeggia sulla passerella per il quarto d’ora di celebrità.

L’agente 007 bacia Ursula Andress sul set del film Licenza di uccidere (1962).
Ha inizio la saga cinematografica di James Bond,
agente segreto di Sua Maestà britannica.

Renzi attua in Parlamento la tattica della «opposizione al pop-corn»
contro il governo Lega-5Stelle.

L’Ombra delle Parole lancia la poetica della top-pop-poesia,
la poesia pop-corn, o soap-poesia.

Gino Rago invia “Storia di una pallottola n. 14” al poeta Giorgio Linguaglossa
all’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani
con un biglietto: «caro Linguaglossa, Lei è in pericolo».

Marie Laure Colasson è in atelier per un’ultima “Struttura dissipativa”.
Ci stanno dentro Marlon Brando e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Telefona a Catherine Deneuve nel film “Belle de jour”,
le dice di cambiare il rossetto, di mettere quello rosso de l’Oreal n. 37.

La crossdresser Korra del Rio si fa fotografare nuda
avvolta in una tela di ragno
per la pubblicità di una marca di profilattici.

«Seguite la video-chat erotica di Lilla13», dice una inserzione promozionale
con tanto di pose osé della mitica star.
La poesia è «una questità di stati di cose», afferma il noto critico letterario
Giorgio Linguaglossa.

➡Il filosofo Stavrakakis fa una video-chiamata ad Ewa Kant.
Dice: «Pornostar di tutto il mondo, unitevi!».
La crossdresser esce dall’armadio
svestita di tutto punto: calzamaglia a rete, tacchi a spillo 16, perizoma.
Sta bevendo un caffè bollente.
Dice che presto salirà sul lampadario
e da lì verserà litri di “Aromatique elixir” sulla testa dei piccolo borghesi
con il naso all’in su.
Dice che vuole entrare in una “Struttura dissipativa” della Colasson
e invece si deve accontentare di un Covid garden di Lucio Mayoor Tosi.
La deputatessa Olga Kamjenska, “Forza Italia”,
chapeau a larghe tese Dolce & Gabbana, euro 370,
la invita ad una partouze con il Cavaliere
e l’ultrareazionario Pillon con la farfallina gialla sotto il collo.
Salvini mangia in diretta TV un cesto di ciliegie
e bacia il rosario della santissima Madonna immacolata.

I pronto soccorso in Sicilia da oggi li gestirà la Lombardia.
È stato firmato un protocollo d’intesa tra la regione Lombardia e quella di Sicilia
per una migliore organizzazione del servizio sanitario.

Un paparazzo fotografa l’assessore Gallera che se la spassa
con Korra del Rio,
dice che deve rimettersi dallo stress della pandemia.
Zaia, governatore del Veneto, dice che «i cinesi mangiano i topi vivi;
i pipistrelli invece li cuociono, ci fanno un budino».

«Se qui vi è della cenere, vi deve essere stato anche del fuoco.
Tutti i corvi sono neri», dice il generale Bava Beccaris
che si è risvegliato dalla tomba.

«La poesia è una posizione di significati», dice il critico letterario Linguaglossa.
«Ma anche esposizione di un mondo», aggiunge.
«Nella soap poesia c’è posto per tutti».

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché una mattina…
venne arrestato…»

* Serie di quadri della pittrice Marie Laure Colasson intitolati “Struttura dissipativa”.

Salvini e Papa Bergoglio(fotomontaggio trovato in rete)

Dove ci si trova allora?
Dove trovarsi?
A chi ci si può ancora
identificare per affermare la propria identità
e raccontarsi la propria storia?
A chi raccontarla, in primo luogo?
Bisognerebbe costruire se stessi, bisognerebbe poter
inventarsi
senza modello e senza destinatario garantito.

(Jacques Derrida)

«dal momento che vi è una traccia, quale che sia, essa implica la possibilità di ripetersi, di sopravvivere all’istante e al soggetto del suo tracciamento,
di cui essa attesta così la morte, la scomparsa, o almeno la mortalità. La traccia configura sempre una morte possibile, essa firma [signe] la morte».

(Jacques Derrida)

«bisognerebbe poter costruire se stessi , bisognerebbe poter inventarsi senza modello e senza destinatario garantito.Non si può far altro che presumere questo destinatario, certo, in tutte le situazioni del mondo».

(Jacques Derrida)

Nel testo del 1977 di Italo Calvino, La penna in prima persona, si respira pienamente l’atmosfera della scrittura generalizzata e del suo caratteristico pangrafismo quasi-ontologico. Quando si scrive, dice Calvino,«è la sostanza del segno grafico che si rivela come la vera sostanza del mondo, lo svolazzo o arabesco o filo di scrittura fitta fitta febbrile nevrotica che si sostituisce ad ogni mondo possibile».1
E «anche l’universo fisico procede nello stesso modo, io credo». Mediante la scrittura«il mondo è trasformato in linea,un’unica linea spezzata, contorta, discontinua. L’uomo anche. E quest’uomo trasformato in linea è finalmente il padrone del mondo, pur non sfuggendo alla sua condizione di prigioniero». 2
Fra le righe emerge, però, anche la domanda sulla prima persona singolare, e, con essa, un dubbio: «ogni linea presuppone una penna che la traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa».3

1,2,3 I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino 1980, p. 35 e ss.

Putin

La top-pop-poesia, la soap-poetry, la poesia pop-corn è una spettrografia

un’azione ibridante di simulacri e avatar, di luoghi, personaggi e situazioni disparati. La spettrografia è la condizione irriducibile della singolarità vivente umana giunta al punto della esistenza meramente bio-logica, un dispositivo di registrazione e trasmissione a distanza di qualcosa che non può più essere un messaggio, fors’anche in bottiglia.

La morfologia di questo tipo di  scrittura spazia entro un’ampia gamma di sottogeneri:
journal intime in forma epistolare, autoritratto, autobiografema, autobiologia, témoignage fictif, dialogue fictiv, intervista biografica, commento di cronaca e ready made, video documentario, testo testimoniale. Ma è anche vero che tutte queste sono categorie già codificate dagli specialisti del “genere”, ma è che qui si trovano a dover coabitare tutte insieme. È vero anche che si tratta di uno stile frammentato, densamente popolato di rinvii, di momenti cripto-autobiografici, di notizie di cronaca, di maschere, di auto-correzioni, di tentativi di autocritica, di iperboli cioè tutte articolazioni che limitano la presentazione di sé entro un’estetica del mero montaggio e che rinviano ad una struttura testuale che inaugura la discontinuità del tempo narrativo e dello spazio. Si tratta, in fondo di una scrittura frattale. Essa è strutturalmente molteplice e pluristilistica, capace di ospitare più autobiografismi  di nuovo conio dentro una stratigrafia cronachistica, fantasmatica e autobiografica.

L’ibridizzazione, la privatizzazione, la tribalizzazione generano un nuovo dispositivo testuale, denotabile come finzionale/testimoniale. Qui l’autentico, l’inautentico, l’in-autenticabile, il falso, il simulacro, il similoro, il gioco di specchi, l’entanglement, l’interferenza, la peritropè, la catacresi e la metafora sono costantemente intrecciati, organicamente incorporati nell’orditura del testo, guidato da una forma di spiccata artificialità. La continuità del testo è costantemente interrotta dalle interferenze di formazioni enunciative di tipo teoretico, da enunciati consunti della pubblicità, frasi fatte, descrizioni di fotogrammi di film o di fotografie. «Una scrittura senza modello e senza destinatario garantito».

Per finire: una Stimmung apatica che si esterna in politonie caratterizza lo stile di questo nuovo tipo di scrittura che è anche un nuovo concetto del reale che implica la massima perentoria di dover «reinventare il reale» (Baudrillard) e che misura la distanza che è intercorsa «dal postmoderno alla postverità», la quale altro non è che «la popolarizzazione del principio capitale del postmoderno (ossia la versione più radicale dell’ermeneutica), quello appunto secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni […] Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità (vale la pena di osservare che la fine dei grandi racconti coincide – in forma del tutto coerente con la creazioni di “razionalità regionali” – con i primi casi di negazionismo».1

1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, Bologna, 2017, p. 113

(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Di genitori siciliani, nella sua stirpe convivono tracce degli antichi colonizzatori della Sicilia: fenici, cartaginesi, greci, siculi, spagnoli, francesi, arabi. Ha una laurea in Lettere. Per la poesia ha pubblicato nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).

Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019

Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, ha lanciato  una nouvelle vague, un nuovo modo di pensare la poesia denominata: Nuova Ontologia Estetica. Dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poesia della nuova civiltà telematica che teorizza la scomparsa dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico, ovvero, una poesia che contempli la contemporaneità e la  molteplicità di tempi e di spazi entro una unica cornice di poesia. Una forma-poesia come cornice di una molteplicità di fotogrammi e di enunciati.

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9 risposte a “L’ibridizzazione, la privatizzazione, la tribalizzazione generano un nuovo dispositivo testuale, denotabile come finzionale/testimoniale, citazioni da Jacques Derrida, Italo Calvino, Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa, La top-pop-poesia, la soap-poetry, la poesia pop-corn è una spettrografia, Il governatore della Lombardia Fontana, Putin, e un fotomontaggio di Papa Francesco con Salvini

  1. Elenco alcuni frammenti, a completamento dei tanti altri che precedono questi di oggi, come antefatti tematico-ideologico-stilistico-estetici al transitare nella mia ricerca di poetica da I Platani sul Tevere diventano betulle (Ed. Progetto Cultura, Roma, 2020) alle «Storie di una pallottola»

    1- Salvatore Sciarrino
    A proposito della composizione in musica Salvatore Sciarrino scrive:

    «[…] E’ come se io partissi a rovescio, immaginassi il punto di arrivo e poi studiassi come arrivarci, e questo secondo me rovescia un po’ il modo di procedere della composizione così come la conosco io attraverso la scuola… per me l’immaginazione sonora è la prima cosa, il che non vuol dire soltanto immaginare un suono ma immaginare il modo verso il quale tu vai e dentro il quale tu vuoi visitare e che contiene delle cose che ti attirano e ti danno la voglia di prenderle con te e mostrarle agli altri… se non avviene dentro di noi uno sforzo molto forte di superare, non gli ostacoli, ma proprio di bucare i muri… aprire porte dove non ci sono porte, noi non otteniamo nessun risultato.

    Un pezzo di musica in più o in meno non ci serve.
    Noi abbiamo bisogno di cose che ci sorprendono, che ci rapiscano e ci trasformino. Quindi, la prima fase ideativa, è decidere in quale parte dell’universo noi ci stiamo recando… dentro quale parte ci vogliamo avventurare, questa è la prima cosa, il resto è già scontato, perché se c’è la immaginazione di una nuova opera, il resto riguarda più i dettagli o come realizzarla…»
    *
    2- José Saramago
    In una sua meditazione su Gabriel García Márquez e su Cent’anni di solitudine Josè Saramago scrive:

    «Gli scrittori si dividono (immaginando che accettino di essere così divisi) in due gruppi: il più ristretto, formato da quelli che sono stati capaci di tracciare nuovi cammini nella letteratura, il più numeroso, quello formato da chi arriva da dietro e si serve di questi cammini per il proprio viaggio, È così da sempre e la (legittima?) vanità degli autori non può nulla contro la chiara evidenza. Gabriel García Márquez ha usato il suo ingegno per aprire e consolidare la strada che è stata poi chiamata “realismo magico” su cui subito sono passati migliaia di seguaci e, come sempre succede, di detrattori di turno. Il suo primo libro che mi è capitato tra le mani è stato Cent’anni di solitudine e lo shock che mi ha provocato è stato tale che ho dovuto interrompere la lettura dopo cinquanta pagine. Avevo bisogno di mettere un po’ d’ordine nella testa, un pizzico di disciplina nel cuore, e, soprattutto, imparare a maneggiare la bussola con cui speravo di orientarmi per i viottoli del nuovo mondo che mi si presentava agli occhi. Sono state pochissime le volte in cui, nella mia vita di lettore, si è verificata un’esperienza di questo tipo. Se la parola traumatico potesse avere un significato positivo, l’applicherei di buon grado al nostro caso[…]».
    *
    3- Andrea Emo
    In In principio era l’immagine Andrea Emo scrive:
    «Un filosofo deve pensare con giusto orgoglio alle reazioni (più che alle azioni) che il suo pensiero susciterà. Le reazioni a lui ignote che il suo pensiero susciterà sono la miglior parte della sua opera[…]».

    sia nella Storia italiana del Covid19 oggi proposta da Giorgio Linguaglossa, sia nelle mie Storie di una pallottola (a partire dalla n. 1,la prima) alla Storia di una pallotola n.16 (l’ultima), che qui propongo), tout se tient
    *
    Gino Rago
    Storia di una pallottola n. 16

    Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani.
    Il titolare, Giorgio Linguaglossa, riceve il commissario Belfagor
    che ha sostituito gli incompetenti Ingravallo e Montalbano:
    «Dopo mesi di indagini, intercettazioni, pedinamenti e appostamenti
    quei due incapaci non hanno ancora detto una parola chiara
    sul revolver calibro 7,65
    e sulla pallottola di Marie Laure Colasson.
    All’Ambasciata di Francia di Piazza Farnese c’è aria di maretta».

    Piazza Cavour. Davanti al Palazzaccio scoppia una rissa.
    I poeti del “Verri” e di “Officina” si avventano contro i nuovi scrittori di “Nuovi Argomenti”,
    Luciano Anceschi è furioso con Moravia,
    Roberto Roversi aggredisce Enzo Siciliano.
    Alfredo Giuliani vuole strangolare un tizio della parola innamorata,
    un celerino prova a separarli.
    Arriva il commissario Belfagor.
    Scappano tutti verso il circo alla Circonvallazione Clodia
    per confondersi con la folla degli avvocati e degli assistenti alle udienze.

    Luna Park dell’Eur.
    Dal tiro a segno un colpo va a sbattere sulle montagne russe.
    Entra nell’atelier di Madame Colasson.
    La pallottola squarcia la Birkin posata su un divanetto rococò
    e buca la gonna della pittrice
    che sta terminando il collage “Notturno n. 14” in acrilico.
    Fa volare pennelli, tele, vinavil, tubetti di colore,
    limature di ferro, cartoncini, risme di carte, cartoline illustrate,
    album di foto, macchine fotografiche, cavalletti ed entra
    nel sogno del poeta ceco Karel Šebek.

    La pallottola viaggia così lenta che il commissario Belfagor
    riesce a seguirne la traiettoria sempre nello stesso sogno.
    Infine si spiaccica sul busto di bronzo di Eugenio Montale.
    E qui finisce la storia.

    Il commissario Belfagor telefona a Giorgio Linguaglossa
    all’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani.
    «Dottor Linguaglossa, ho risolto il caso,
    la pallottola dell’egregio poeta Gino Rago ha finito la sua corsa.
    Si è spiaccicata sulla statua di bronzo di Eugenio Montale…
    Dia la notizia all’Ambasciata di Francia».

    Gare de Lyon. Louis Malle gira l’ultima scena del film
    “Zazie dans le métro” e festeggia con Queneau e Philippe Noiret.
    Madame Colasson beve un pernod con ghiaccio.
    Telefona a Madame Philoméne Ragò: « Finalmente tutto è finito.
    Era diventato un incubo.
    Madame Ragò, accetto il Suo invito.
    Questa estate, verrò in vacanza all’Antica-Dimora-Palazzo-Rovitti».
    *
    Gino Rago

  2. Danto inizia la sua carriera come pittore prima di accorgersi che la pittura non aveva futuro. Fu allora che decise di dedicarsi solamente alla filosofia. Negli anni Sessanta la necessità storica di uno stile nei confronti di un altro viene meno: nell’analisi critica dell’arte si crea uno scollamento tra l’interpretazione e l’identificazione dell’opera, che viene meno, si riduce ad un’ombra di sé. Dalla Pop all’Iperrealismo all’arte concettuale essa si avvicina sensibilmente all’identificazione letterale: questo è così perché è così, «everything goes».
    Il termine opera d’arte rischia di essere diventato ridondante, superfluo, se non addirittura fuorviante.

    Scrive Danto nel 1964:

    «Vivevo a Parigi e stavo lavorando a … La filosofia analitica della storia.
    Un giorno mi fermai al Centro Americano a leggere qualche rivista, e vidi Il bacio di Roy Lichtenstein (stampato di lato) su Art News …
    Devo dire che rimasi senza parole. Sapevo che si trattava di un momento sorprendente e inevitabile, e nella mia mente capii immediatamente che se era possibile dipingere qualcosa di quel tipo ed essere presi abbastanza sul serio perché una rivista di punta del settore la recensisse allora tutto era possibile. E … se tutto era possibile, davvero non c’era un futuro specifico; se tutto era possibile, niente era più necessario oppure inevitabile, inclusa la mia visione di un futuro artistico …
    Per un artista era giusto fare quel che uno volesse. Significò anche che persi interesse nella produzione di arte e praticamente smisi. Da quel momento
    ero soltanto un filosofo …».1

    Danto, After the end of art, op. cit., pag. 123

  3. Considero le foto del governatore Fontana della Lombardia e del suo fedelissimo e, l’altra, del ceffone che papa Bergoglio rifila a Salvini dei veri e propri ready made che fanno corpo integrante del testo, né più né meno, compresa la foto di Putin con le sue parole pop corn.
    La realtà è pop-corn, non la finzione, che considero drammatica.

    • gentile Francesco Gallo,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/03/giuseppe-gallozona-gaming-poesia-in-distici-inedito-alla-maniera-della-nuova-ontologia-estetica-con-un-appunto-dellautore-e-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-55722
      complimenti per la sua riflessione, per risponderLe avrei bisogno di una ventina di pagine almeno, mi limiterò invece a raccontarLe un aneddoto. In una recente intervista Alain Bourdieu dice:

      « l’opera d’arte è un oggetto grezzo per chiunque non abbia categorie di percezione adeguate. Faccio un esempio semplicissimo. Un mio amico, Dario Gamboni, ha fatto una ricerca aneddotica, ma allo stesso tempo rivelatrice. Il fatto è avvenuto in una cittadina della Svizzera, la cui municipalità aveva avuto l’idea di esporre nei giardini pubblici degli oggetti d’arte moderna di avanguardia. Un giorno, degli spazzini hanno portato via un oggetto d’arte moderna prendendolo per un rifiuto, e l’hanno sbattuto nell’immondizia. Gamboni ha analizzato come le cose si sono svolte, ha cercato di individuare chi ha preso posizione pro, chi ha preso posizione contro ecc. Ebbene, questo è evidentemente un caso-limite, ma emblematico dello scarto tra l’oggetto in quanto costruito in un universo dove circolano degli agenti che hanno categorie di percezione capaci di costituire determinati oggetti come oggetti d’arte, e gli universi sociali ordinari, dove ci sono anche persone per le quali, in assenza di categorie di percezione adeguate, quell’oggetto ridiventa un oggetto grezzo, un oggetto qualsiasi.»

      Questo aneddoto mi rinfranca, vorrei anch’io che le mie, le nostre della NOE poesie venissero scambiate per degli scarabocchi incomprensibili e privi di valore, e fossero cestinati senza remore. Sono dell’idea che un poeta degno di questo nome del nostro tempo preferisca occuparsi di cenci, di scarti, di saldi invenduti, di dadi Knorr scaduti, di cianfrusagllie, di quisquilie, di rigatterie, di rifiuti, con preferenza per quelli tossici e inquinanti…
      E infatti noi ci stiamo attrezzando, ci occupiamo di scarti, di rifiuti alimentari, di cialtroni in gondola, di reperti inutili, e scorie, scalpi, parrucche in disuso, isotopi radioattivi, rettangoli, triangoli, ratti, gabbiani morti per aver ingurgitato i rifiuti di Roma, escrescenze varie… pagliacci, voltagabbana, portaborse, arrampicatori, trapezisti del Circo Togni disoccupati…

      La nuova ontologia estetica ha una particolare competenza con queste cose, ha pratica degli scarti alimentari e industriali, degli abiti dismessi, delle parrucche scarmigliate, delle signorine Felicite rimaste zitelle. E ci metto dentro anche tutti i wishful thinking, le buone intenzioni, le immagini poetiche, le poesie di Sandro Penna, le poesie di Sanguineti…
      In una parola: Il secchio della immondizia è la nostra poetica.

      Derrida si chiede chi è chi, si interroga sulla centralità del chi rimette in campo il soggetto-firmante, come auto-grafia che sconvolge la normale intenzionalità fenomenologica: l’auto-grafismo di cui ogni poiesis è ricca e fa cenno, rimanda infatti a una forma paradossalmente auto-intenzionale del soggetto, teso verso un “io” che non si può decostruire. Nel testo «Il gusto del segreto», Derrida si domanda nuovamente: «chi pensa? chi firma? che fare della singolarità in questa esperienza del pensiero?»

      La mia autoeterootobiografia va ad intrecciarsi con l’autoeterootobiografia di Gino Rago, con la transbiografia delle poesie di Marie Laure Colasson! Chissà mai, forse un giorno incontrerò nei miei versi la «bianca geisha» delle poesie della Colasson o i commissari Ingravallo, Montalbano e Belfagor di Gino Rago… è che Oggi tutto sconfina con il tutto e, in fin dei conti, il «chi parla» derridiano ormai ha poca importanza, potrebbe essere tutti e nessuno, che importanza ha?

      Che la nuova fenomenologia del poetico trovi più interessanti gli scarti alimentari e gli scarti tout court non è imputabile alla NOE nelle sue versioni top-pop e pop corn… l’imputazione semmai il prof Gallo dovrebbe rivolgerla alla produzione sociale della nostra epoca capitalistica. La poesia pop-top o pop-corn è decostruttiva nel mentre che è in atto, non vuole costruire niente di niente, non vuole essere ancella o apologia della produzione seriale, non vuole essere né apparire complice della produzione capitalistica. Il capitalismo è una immagine, una immagine di sé, e noi tutti ci stiamo dentro questa immagine… il capitalismo è un sistema immaginario costruito su un atto di fede, il seguente: che domani io abbia più soldi di oggi. Se viene meno questo atto di fede e di costanza, crolla il sistema dell’economia capitalistica.

  4. Le tre chiavi sono incastrate nella stessa serratura.
    Una sull’altra nella stessa strada si sono accartocciate le medesime istanze di captatio benevolentiae, del presente, del futuro, del passato,
    dei burattini di Godi, del mais, di beep beep; di Londra, di Città del Vaticano, di Calcutta, di Bari,di Candia Lomellina, di Roma, Campobasso, e Trebisacce; di San Pietro a Maida, di Parigi, Praga e Berlino, di Pittburgh e New York.
    Una spruzzata pure di signorina Richmond,
    that’s all folks!


    Grazie OMBRA.

  5. Un lettore mi ha scritto che

    «la Sua poesia “Storia italiana del Covid19” è una giustapposizione di enunciati disparati, qua e là anche brillanti, divertenti ma che non hanno nulla in comune, senza un filo conduttore, senza un collante che unisca… tutto è sbriciolato, quasi casuale, quasi improvvisato, non saprei dire. La poesia mi suscita molte perplessità…».

    Risposta.
    caro Omissis,

    qui ci sono tre chiavi. Mauro Pierno scrive che «Le tre chiavi sono incastrate nella stessa serratura».
    Allora, quello che dobbiamo fare è togliere almeno le prime due chiavi e provare ad aprire la serratura con la terza chiave.
    Quale sarà la chiave che apre la serratura?

    Il problema della chiave implica il problema del segno che si esprime soltanto entro il sistema reticolare dei rinvii, cioè delle relazioni che rendono possibile la significazione.
    La significazione è un rapporto differenziale rispetto a tutti gli altri elementi: è se stessa (autos) in quanto non rimanda a se stessa. Essa è il nomos che prescrive all’esperienza l’ordine della Lebenswelt da cui proveniamo ma al quale non possiamo mai attingere in modo diretto, giacché la vita stessa è traccia, diversione da se stessa, spettro dell’auto-distanziamento psicologico e sociale. Come insegna Derrida, ogni segmento di Erleben è in se stesso altro.
    È che la legge auto-eteronomica della nuova poiesis innerva l’esperienza della scrittura poietica in modo indipendente dai generi.

    Caro amico lettore,

    se lei legge la poesia con le categorie della bella eufonia di un Sandro Penna o di, mettiamo, un Franco Fortini (per rimanere entro l’ambito della nobile tradizione della poesia del novecento), è ovvio che si troverà spaesato, e magari anche spaventato dalla mia poesia e da quella di Gino Rago “Storia di una pallottola n. 16″… è che dovrà cambiare la sua griglia di lettura, le categorie concettuali con le quali legge un testo. Non saprei cosa dirLe, una nuova poiesis richiede sempre nuove categorie ermeneutiche.

    La spettrografia della nuova poiesis, cioè la scrittura stratigrafica, è una modalità strategica per rifuggire dalla proprietà identitaria del linguaggio che tutto rapporta e riferisce al nomos, alla regola. Ogni rapporto con la scrittura è un nascere della identità dalla propria scrittura che è sempre ed anche un andare oltre e contro la propria scrittura, un nuotare controcorrente.

    Una struttura testuale che operi di continuo un cambio di passo e un cambio di tono da non ridursi entro una prospettiva semplicizzante. Difatti l’intonazione nella prosa incorpora il proprio deragliamento e la propria caduta, conformandosi non a una monotonia, ma a una politonia e a una poligrafia

  6. Giorgio Linguaglossa nel suo precedente commento fra l’altro scrive:

    “Caro amico lettore,

    se lei legge la poesia con le categorie della bella eufonia di un Sandro Penna o di, mettiamo, un Franco Fortini (per rimanere entro l’ambito della nobile tradizione della poesia del novecento), è ovvio che si troverà spaesato, e magari anche spaventato dalla mia poesia e da quella di Gino Rago “Storia di una pallottola n. 16″… è che dovrà cambiare la sua griglia di lettura, le categorie concettuali con le quali legge un testo. Non saprei cosa dirLe, una nuova poiesis richiede sempre nuove categorie ermeneutiche.”

    A proposito di Franco Fortini propongo
    un abrégé del ritratto che Alfonso Berardinelli traccia di Franco Fortini.

    *
    Gino Rago (a cura di)
    Alfonso Beradinelli su Franco Fortini
    *
    Franco Fortini, figura centrale dell’intellighenzia di sinistra italiana.
    Ha esercitato un’influenza varia e ramificata per circa un ventennio (fine anni 50- fine anni 70) sulla scena italiana costituendo il punto di riferimento e l’ispiratore della Nuova sinistra italiana.
    Coniugando Marx con Goethe e con Kafka, ma collegandosi ai diversi tipi di eresia marxista apparse in un Europa dopo Marx, il cui magistero resta centrale nella sua esperienza intellettuale, Fortini ha voluto essere il letterato dell’epoca delle rivoluzioni proletarie, che non scrive una riga e non pensa un pensiero senza ricordare il primato della politica e la sovranità della storia.
    Ancora nel 1989 Fortini ribadisce la sua idea di comunismo.
    […]
    Provocatorio nella su fedeltà a un’idea assai difficile, in quel momento, da giustificare e da spiegare, Fortini si impegna in uno dei suoi strenui esercizi dialettici, dove a forza di precisazioni scarnificanti l’oggetto da definire diventa perfetto e invisibile.
    […]
    Poeta di formazione ermetica Fortini ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione. Il clima di tutta la sua saggistica è il clima di un duro inverno bellico.
    […]
    La riflessione politica di Fortini è la riflessione di un poeta lirico: di un uomo che non riesce a raccontarci una storia, ma torna a riproporci con circolare ossessività le stesse idee e le stesse figure.
    Berardinelli sottopone a dura critica non già la nozione di comunismo ma quella che ne aveva Fortini e che aveva ribadito in

    Non solo oggi. Cinquantanove voci, Editori Riuniti, 1991.

    Come ogni eretico, Fortini è, in rapporto alla tradizione marxista, un super-ortodosso. La sua aspirazione è sempre stata di mostrarsi, di fronte ai sacerdoti e ai tribunali dell’ortodossia marxista, più fedele ancora di loro, più inventivamente e culturalmente dotato per assolvere il compito, molto delicato e impegnativo, di tenere in vita la lettera e lo spirito della dottrina. […]
    Fortini è uno degli ultimi esempi, credo, di una serie di intellettuali europei che hanno sacrificato tutto il loro fantasioso e geniale acume di critico al culto di una sostanziale ortodossia. […] Direi che l’estremismo manieristico di Fortini è dovuto soprattutto alla sua diligente fedeltà. In un certo senso è tanto più tenace quanto più è indiretto e mediato. La ricerca. la verifica di una «giusta posizione politica marxista» viene sublimata e sollevata con ripetuti rituali retorici nel cielo dell’indiscutibile. […] Ogni volta, le lente, affilatissime ruote dentate del ragionamento di Fortini si mettono in moto per ridurre tutto a materia della rivoluzione che verrà. Ma la sua è davvero la connotazione culturale di una ideologia politica? Cos’è davvero il suo comunismo? La definizione che ci offre Fortini è in realtà un gesto pseudo- discorsivo , il calco vuoto di un discorso impossibile, l’inarcatura retorica che aspetta l’avvento di un avvento reale.
    […]
    Lo stile di Fortini è uno stile che si regge e lavora sui presupposti. Di qui le sue contrazioni e oscurità, il suo carattere allusivo, ellittico. Viene presupposto anzitutto un lettore che condivida con l’autore un’interpretazione hegeliana e marxista della storia umana, della cultura moderna e del pensiero sociale e politico.
    Nel suo immaginario culturale sovreccitato, da studente in gara, che ragiona per epoche e per grandi strategie, dentro l’enciclopedismo diligentemente aggiornato del suo sistema di allusioni, Fortini è un pensatore settario.
    *
    Gino Rago (a cura di)

  7. Guardo la foto del governatore della Lombardia e del suo fedelissimo ascaro e provo sgomento, mi accorgo che è terribile. La foto che avrebbe dovuto essere decorativa e ornamentale, con le due figure con il vestito di cerimonia tirato a lucido, è invece terribile. Perché?

    Perché mette a nudo la figura del re e del suo serviciattolo. In realtà, la foto ritrae i due figuri nudi di fronte al destino. Le loro espressioni sono anch’esse nude, esprimono falsa coscienza e falsi pensieri, false azioni, ignominia, servitù e tracotanza… esprimono la dissimulazione a cui sono abituate da sempre.
    La foto è un capolavoro involontario.

    Le figure appaiono isolate, e come recisi gli illusori rapporti dell’immagine col resto del mondo. («La forma illustrativa rivela immediatamente, attraverso l’intelletto, che cosa rappresenta, mentre la forma non illustrativa passa prima per la sensazione, e solo in un secondo momento, lentamente riporta alla realtà»).
    Come nei monumentali Baigneur di Cézanne, isolare la figura è il primo passo per abolire il rapporto illustrativo tra immagine e oggetto, per concentrarla nella sua fissità, per trasportarla dal piano simbolico alla sordità imperturbabile della «cosa» bruta, per operare una specie di fossilizzazione coatta e inverosimilmente accelerata della umanitas.

  8. milaure colasson

    il re e il suo serviciattolo.

    I re hanno sempre dei serviciattoli al loro seguito.

    Ma quando si scopre che il re è nudo… tutto crolla.

    Questi cialtroni da retrobottega prima o poi crolleranno, con un grande clash. Solo è che si porteranno dietro un intero Paese, in rovina.

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