la top-pop-poesia, la poetry kitchen, la soap-poetry, la pop-corn-poesia, Viviamo in un ibrido mix tra pseudo metafisica e giornalismo, Commenti, Collage, Notturno di Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa, poesie di Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, 

Marie Laure Colasson Notturno 4 collage 30x30 cm 2007

Marie Laure Colasson, Collage, Notturno 30×30 cm 2010

Scrive Giorgio Agamben:
«Il pensiero è vicino alla sua cosa solo se si perde in questa latenza, se non vede più la sua cosa. È, questo, il suo carattere di dettato: dev’esserci la dialettica latenza-illatenza, oblio-memoria, perché la parola possa avvenire, e non semplicemente essere manipolata da un soggetto. (Io – è chiaro – non posso ispirar-mi).»
La conoscenza è, per Adorno, questo perdersi à fond perdu negli oggetti. Noi scopriamo gli oggetti solo quando ci avviciniamo alla «cosa» che non vediamo, che non possiamo vedere. La poiesis ha sempre a che fare con la «cosa», non con gli «oggetti». Pur moltiplicando gli oggetti fino all’inverosimile, alla fin fine ci sfuggono, si confondono, si perdono in una nebulosa indistinta.
Oggi una «poetica degli oggetti» dovrebbe tenere presente questa problematica. Gli «oggetti» non sono delle cose che puoi convocare a piacimento sulla pagina bianca con un decreto prefettizio o con un Dpcm del Presidente del Consiglio.
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Scrive Adorno in Teoria estetica:
«Il frammento è l’intervento della morte nell’opera d’arte».
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Marie Laure Colasson scrive:
“oublions les choses ne considérons que les rapports ”.
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Il senso di questa poiesis lo si coglie se si pensa il «polittico» (in tale categoria può rientrare anche il collage) non come un manufatto che è qualcosa di evanescente e di fluttuante ma come un essere poliedrico che solo il discorso poetico può intuire, percepire e cogliere. Forse siamo ancora sotto la suggestione hölderliana dell’uomo che «abita poeticamente la terra». Un “abitare poetico”, questo della Colasson, che si configura come un esercizio del trapezista che esegua equilibrismi sul trapezio, è questo il suo modo di appartenere alla «terra». Il «progetto poetico» (dichtende) della verità che si pone in opera, avviene in una condizione di sospensione in una altezza. La terra per Heidegger è «fondamento autochiudentesi», fondo opaco e ascoso che custodisce, in contrapposizione a un mondo inascoso (fondamento autoaprentesi), che si apre e viene esposto. Ciò che è stato dato all’uomo deve essere portato fuori dal suo fondamento occultato e fatto poggiare su di esso. In tal modo questo fondamento si presenta come «fondamento sorreggente». La produzione d’opera, in quanto rappresenta un tirar fuori di tal tipo, è un«creare-attingente (schöpfen)» (Heidegger).1
L’orientamento della nuova poesia, della nuova pittura e del nuovo romanzo è antisoggettivistico. La «forma-polittico» è quella che meglio definisce e rappresenta la condizione di frammentarietà del nostro mondo. Possiamo definire il «polittico» come un mosaico di frammenti, di immagini dialettiche in movimento nella immobilità, compossibilità di contraddittorietà. Vengono a proposito le intuizioni di Benjamin sullo statuto delle immagini in movimento. Scrive Walter Benjamin:
«Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio».2
La forma-poesia prescelta dalla Colasson è il «polittico» di frammenti, analogamente anche nella sua pittura è il collegamento inferenziale delle forme dei colori, il luogo dove l’artista abita in modo spaesante i linguaggio figurativo. Nei suoi «polittici» la Colasson entra da subito nelle linee interne delle cose, illustra quasi didascalicamente la condizione ontologica di frammentazione dello spirito del tempo, il quale lo si può cogliere soltanto nelle «relazioni» spaziali e temporali, nelle spazialità e nelle temporalità dei personaggi che si affacciano nella cornice della poesia. Le Figure che compaiono sono gli Estranei. La lingua impiegata è una lingua straniera, che fa a meno dei segni di punteggiatura, dei nessi causali, formali, sintattici e fonosimbolici. Nei suoi «polittici», sia in pittura che in poesia, non v’è un punto di vista ma una pluralità di punti di vista, di scorci che non convergono mai verso un focus o una identità in quanto sono eccentrici e legati da leggi di probabilità e di entanglement. Il discorso poetico e figurativo cessa di essere un discorso identitario di una identità e diventa discorso plurale della pluralità. I legami tra le forme che emergono dal fondo ascoso dei suoi dipinti sono equivalenti ed equipollenti alle singole strofe irrelate delle poesie con i loro personaggi porta bandiera del nulla da cui provengono. Emissari del nulla e Commissari dell’essere.
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1 Cfr. M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio. Trad. A. Caracciolo. Mursia, 2007 – L’origine dell’opera d’arte. In: Sentieri interrotti. Trad. P. Chiodi. Firenze: La Nuova Italia,1984
2 2 W. Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi, Torino 2007, p. 516

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Lucio Mayoor Tosi

A Silvia.

Ora spunta Silvia Romano. Sì, quella rubata dall’Isis.
Ma sei ancora dei nostri?

Certo, cattolica e musulmana. Come tanti non credenti.

L’affare fatto si sgrana in profili di madame al super più
della cronaca in bocca al lupo. Travaglio di mimose.

Che dire del tutto in piena autonomia e stando attenti
nel condividere il polso dove scorre segreta verità

se non che viva in pace, anche lei tra i non morti
di questa parabola di spie? Vada dal parrucchiere,

si faccia le meches, scriva un bell’articolo su Repubblica,
una lettera d’amore anche. Che tanto la gente dimentica

e muore in fretta. Cartolina: non è bello qui,
dove adesso trema l’inchiostro disoccupato sul foglio?

Le margherite scoppiano di salute, i gatti si mangiano
la spesa in tanti bocconcini, e c’è pure il Parmigiano amico,

quello delle superstar che sgambettano su allevamenti
di bestiame al massacro; ed è questa l’opera d’arte,

il fine di tutti i mezzi; quello di tingersi nei colori
della propria tribù, la sacrosanta alleanza capitanata

da Covid-19, il nuovo server delle giurisprudenze
timbro in ceralacca su promesse di mantenimento

dello stato in battibecchi di foruncolosi graffitisti
anche loro in cerca di michelangiolesca meraviglia.

Eccetera. Poi sorride lo smalto sui denti.

Gino Rago

Storia di una pallottola n. 15

All’Ufficio Informazioni Riservate di Via Pietro Giordani
intercettano questa conversazione
«Psst! Ehi! Ahò! Oh! Hum! Ouf…Eh! Toh! Puah! Ahia! Ouch! Ellallà! Pffui! No!?
Boh! Sì! Beh!? Cacchio! Mizzica! Urca!? Ma va!! Che?!! Azz!!… Te possino!!
Ma no!?. Vabbé!?. Bravo!!
Ma sì…».

Ennio Flaiano litiga con il marziano di Roma.
È che le parole scappano, se la danno a gambe, finiscono
dietro un cespuglio di Circonvallazione Clodia dove un signore sta facendo pipì
e poi scappano fino al Pincio dove assistono al funerale
della Signora chiamata poesia.

Il critico letterario Giorgio Linguaglossa convoca d’urgenza
una conferenza stampa, dice:
«Adesso basta con questa storia della pallottola e del visconte dimezzato!
Mettiamo in una busta di plastica Italo Calvino
e tutta la letteratura
degli ultimi cinquanta anni!».

Che è che non è, una pallottola entra nell’appartamento di Marie Laure Colasson.
Litiga con un quadro attaccato alla parete.
Gli oggetti discutono.
Il manico della scopa litiga con lo scolapasta, la bottiglia di Bourbon
con il cavaturaccioli.
Le voci sono quelle della caffettiera, del manichino, del marziano di cartapesta,
del visconte dimezzato e dell’abat jour.
C’è il poeta di Milano che dirige il giornale “La Padania letteraria”
il quale sorseggia un crodino al bar.

Ennio Flaiano vuole girare un film con la sindaca di Roma, Virginia Raggi in giarrettiera,
Marcello Mastoianni, Anita Ekberg e la Santanchè in mutande.
C’è anche Lucio Mayoor Tosi con la mascherina tricolore!
Entra Ewa Tagher con lo scudiscio, dice che deve ammaestrare i poeti di Milano,
che sono peggio dei leoni del Circo Togni!

Madame Colasson invia un sms al Commissariato della Garbatella:
«Intervenite! Urgente!
Ci sono i marziani!
Stanno facendo a pezzi la poesia!».

 

Marie Laure Colasson

cari Gino Ragò, e Lucio Mayoor Tosi,

che dire di questa bella pagina dedicata a me? Innanzitutto: un Grazie all’Ombra.
Dirò che tutte queste ultime pitture le ho fatte durante il corso dell’epidemia di Covid19… quanto scrive Linguaglossa è vero, probabilmente dentro di me si è mosso qualcosa, si è presentato l’Estraneo al quale ho dato udienza. riconoscere l’Estraneo è compito della poesia e della pittura, l’inconoscibile… se dovessimo trattare solo di oggetti conosciuti, a che pro fare pittura o scrivere poesie?
Condivido pienamente il vostro pensiero. E’ vero che Alain Robbe Grillet e l’école du regard siano presenti nella mia mente in qualche cassetto, non lo nego, e che il “visivo” è di grande aiuto alla poesia, la quale però, non godendo del privilegio (che ha la pittura) di rifarsi alla immagine, deve ricreare l’immagine tramite le parole e le non-parole e i non-detti. Ma le parole sono equivalenti dei colori.

A Gino Rago suggerirei di porre attenzione particolare all’Ufficio Informazioni Riservate che il suo collega Linguaglossa dirige al V piano di via Pietro Giordani. Le cose non sono chiare. Tutto questo trambusto va elucidato, e questo è il compito per il quale il commissario Ingravallo è pagato mensilmente dallo Stato, Spero che il nuovo commissario, tale Montalbano, sia più efficiente e meno dispendioso del suo predecessore.

Teniamo a mente il detto di Adorno:
«Il frammento è l’intervento della morte nell’opera d’arte».

Io penso che dobbiamo imparare a pensare e a ragionare così:
«oublions les choses ne considérons que les rapports ».

Come scrive Michel Onfray: «siamo seduti sull’orlo di un vulcano», e non lo sappiamo, o facciamo finta di non saperlo.
Un abbraccio vivissimo ad entrambi.

Giorgio Linguaglossa

Viviamo e operiamo in una dimensione fatta da un ibrido mix tra pseudo metafisica (occultismo, pseudo scientismo, movimenti no-vax, fake news, verità fai-da-te, verità personali, religiosità regionali, ontologie regionali e provinciali, psicopatologie profilattiche, massificazione delle psicopatologie, etc.) e giornalismo.
Sarò banale quando dico che è con questa dimensione ibrida che la poiesis di oggi deve fare i conti. Sarò banale ma sono costretto ad annettere fiducia al detto colassoniano:
«oublions les choses ne considérons que les rapports».

Il che è un diverso modo di vedere le cose. Dal punto di vista dei rapporti le cose vengono derubricate in secondo piano. I «rapporti» sono opera di «artificio», e l’«artificio» è un modo di essere della tecnica.

Un aneddoto.

Un giorno, tanti anni fa, andai a sentire le poesie recitate di un poeta il quale calzava scarpe da ginnastica e tshirt con giacca alla moda casual. Le sue poesie invece erano popolate di immagini di campagna idillico-elegiache; insomma, c’era tutto il repertorio della natura com’era in un tempo primordiale. Alla fine, interrogato, commentai che c’era una discrasia tra le sue scarpe da ginnastica colorate e il mondo rurale delle sue poesie, che qualcosa non mi convinceva, che c’era una contraddizione: o era vera la sua poesia o le sue scarpe da ginnastica e la sua giacca casual.

Lucio Mayoor Tosi

 Una scopa appoggiata nel sottoscala, non problematizzata… darà sollievo a chi non ne può più di filtri simbolici e significanti, tra sé e la cosa. L’essere in campo vuole, cerca un rapporto diretto, non mediato. Non è un dramma, sembra più una resa dei conti. Già ogni giorno, sul far della sera il tramonto si presenta senza preamboli…
La mente, resa complessa e già sofferente di bombardamenti consumistici, continuamente distratta, incerta, divisa, non è in grado di darsi un’identità. Serve una cura, la qual cura è per me inizialmente un lasciare andare.
La semplificazione non è da condannare, così come non andrebbe condannato un bisogno. Ma è chiaro che alla semplificazione ci arriviamo da rovinati.
Né positivo, né negativo: è una scopa appoggiata nel sottoscala. Si ristabilisce l’amicizia, resta tempo per sentirsi infelici e felici.

*
 Non va sottovalutato l’apporto tecnologico, sia per il deposito di memoria utile, sia per i mezzi lavorativi e ricreativi. Una mente alleggerita da fatica, stress da responsabilità, non può più essere la stessa, nemmeno di appena cinquant’anni fa. Questo non comporta che si arrivi a totale disimpegno culturale, al contrario: proprio la sfera intellettiva e sensibile avrò bisogno di adatto nutrimento. Uscire ed entrare dal linguaggio con inserti creativi, per così dire nano-culturali, è quel che abbiamo anticipato noi della NOE in questi ultimi anni. Niente di simile era ancora stato fatto. Quale sia il posto della filosofia, non so. Ogni risposta filosofica è al tempo stesso nuova domanda…

Giorgio Linguaglossa

Con questi frammenti abbiamo puntellato la nostra poesia

 «Il nostro tempo non è nuovo, ma novissimo, cioè ultimo e larvale. Esso si è concepito come poststorico e postmoderno, senza sospettare di consegnarsi così necessariamente a una vita postuma e spettrale, senza immaginare che la vita dello spettro è la condizione più liturgica e impervia, che impone l’osservanza di galatei intransigenti e di litanie feroci, coi suoi vespri e i suoi diluculi, la sua compieta e i suoi uffici. […] Poiché quel che lo spettro con la sua voce bianca argomenta è che, se tutte le città e tutte le lingue d’Europa sopravvivono ormai come fantasmi, solo a chi avrà saputo di questi farsi intimo e familiare, ricompitarne e mandarne a mente le scarne parole e le pietre, potrà forse un giorno riaprirsi quel varco, in cui bruscamente la storia – la vita – adempie le sue promesse.»1

1 G. Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009.

 Sono propenso a pensare che tutta la nuova fenomenologia del poetico è, in certo modo, non solo una citazione senza virgolette (non c’è bisogno che sia necessariamente virgolettata) di altri poeti dell’età del modernismo e dell’umanesimo, o auto citazioni ma anche un montaggio, un compostaggio incessante di tutto ciò che può essere montato,  compostato, una costellazione di appuntamenti segreti, ricordi, parole trovate, parole dimenticate, di fotogrammi, di lapsus e, perché no, delle nostre ossessioni. Una «pallottola» che rimbalza qua e là e che produce una sequenza impensabile di disastri, un commissario inconcludente, un misterioso Ufficio di Informazioni riservate, un Faust che colloquia con Mefistofele, la vita come «Registro di bordo». Ci guida una idea di poesia ma non possediamo alcuna poesia.
Con questi frammenti abbiamo puntellato la nostra poesia.
Che male c’è?.

Marie Laure Colasson Notturno 1 collage 30x30 cm 2007

Marie Laure Colasson, Collage, Notturno 30×30 cm 2010

Gino Rago

 Cari Marie Laure Colasson e Giorgio Linguaglossa, 

in una delle Storie di una pallottola, mi pare la n.12, la stessa Madame Colasson pronuncia queste parole, precise, chiare, dirette a Italo Calvino:

“Marie Laure Colasson:
«La ringrazio, le farò sapere.
C’è un agente degli Affari Riservati che mi pedina,
e poi le sue Lezioni americane, sono banali, tristi,
le preferisco Queneau».”

Con queste parole sulla bocca di Milaure io dico da che parte mi sono collocato:
– dalla parte della sperimentazione senza limiti dello stesso Raymond Queneau la cui ricchissima produzione nasce dalla vastità dei suoi interessi che andavano da quelli filosofici a quelli antropologici, da quelli letterari a quelli matematici, linguistici, psicoanalitici, ecc., senza tacere quelli per le arti musicali e figurative, da un lato;

– dall’altro, dalla parte di Alain Robbe-Grillet e l’école du regard, ovvero dalla parte della registrazione dell “oggetto” secondo la pura percezione dello sguardo, nel tentativo del rifiuto definitivo di tutte le implicazioni psicologiche, ideologiche, morali, socio-politico-economiche nella sola volontà del superamento della recente deriva della “cultura umanistica” ancora fondata sullo strettissimo rapporto uomo-realtà teso alla ricerca di un “significato” da dare a ogni costo alla vita…

– Infine, ho guardato, ma con la coda dell’occhio, anche a Samuel Beckett, al Beckett che, in Acte sans paroles, mette sulla scena un uomo solo e assolutamente muto che cerca, senza riuscirvi, di afferrare oggetti, mentre gli cadono quasi addosso dall’alto…

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  1. In Brave New World, Aldous Huxley descrive una società umana sottoposta ad un controllo totalitario soprattutto estetico ed emozionale, prodotto attraverso tecniche di esaltazione (e non dire pressione) delle emozioni e degli affetti da cui, tuttavia, sono banditi quelli “negativi” (ansia, sindromi depressive, rabbia, tristezza…). Gli strumenti di tale controllo psico-politico sono essenzialmente due: il continuo ricorso al soma – una droga,
    sicura a piccole dosi, che consente il mantenimento dell’equilibrio emotivo e la partecipazione a riti estetico-artistici come la fruizione di film sensorio-emozionali o la partecipazione a raduni collettivi para-orgiastici, in cui la droga somatica, la danza, la musica e il sesso si confondono inestricabilmente.

    Al di là del suo valore letterario, il noto romanzo di Huxley perimetra, per quanto nelle modalità del genere della distopia, una forma di vita umana quasi completamente ridotta alla sua dimensione estetico-emozionale o, per parlare con categorie più attuali, alla dimensione della «nuda vita», alla vita biologica del genere.

    Viviamo e operiamo in una dimensione dis-topica, fatta da un ibrido mix tra pseudo metafisica (occultismo, pseudo scientismo, movimenti no-vax, fake news, verità fai-da-te, verità personali, religiosità regionali, ontologie regionali e provinciali, psicopatologie profilattiche, massificazione delle psicopatologie, etc.) e giornalismo.
    Sarò banale quando dico che è con questa dimensione ibrida che la poiesis di oggi deve fare i conti.

    Secondo la suggestiva tesi di Kittler, «il Musikdrama wagneriano è il primo mass medium nel senso moderno del termine, il cui effetto simultaneo sui nostri sensi è frutto della sua tecnologia» (F. Kittler, Respiro del mondo. Latecnologia dei media in Wagner , in Id., Preparare la venuta degli dei. Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd , trad. it. di E. Mengaldo, L’ormaeditore, Roma 2013, p. 15).

    Wagner usa l’orchestra come un amplificatore, «per questo nella sua autobiografia [egli] si mostra così affascinato da echi e feedback, da effetti di
    fading e di illusione uditiva […]. Gli amplificatori mettono fuori gioco ogni filosofia, perché sopprimono i valori musicali tradizionali come il lavoro sul tema o i movimenti polifonici per sostituirli con il sound: la musica di Wagner diviene una questione di pura dinamica e di pura acustica» (Ivi, p. 29)

    Finché si resta all’interno della tradizionale critica dell’arte, non è possibile dare spiegazioni convincenti della sovraeccitazione estetica che viene ad evidenza nel sintomo-Wagner. E non è sufficiente menzionare le trasformazioni indotte dalla rivoluzione post-industriale, Occorre allargare e rendere più complesso il discorso relativo alle cause: occorre far entrare in gioco i media, dal giornale alla fotografia, se vogliamo limitare il discorso alla fine dell’Ottocento; ma se ampliamo il nostro orizzonte dobbiamo mettere in gioco il cinema, la televisione, fino ai “nuovi media” informatici. Siamo qui in presenza di fenomeni di complessificazione. Le forme di vita occidentali, a partire dalla fine dell’Ottocento, sono state percorse da profondi processi di de-simbolizzazione che hanno derubricato interi generi poetici e la forma-poesia e la forma-romanzo e hanno cambiato la psicologia delle masse telemediatiche.
    Dietro la crisi della «grande narrazione», della Politica, del Lavoro e, in generale, delle democrazie liberali dell’Occidente, vi sono complessi ma individuabili processi di trasformazione dei legami simbolici nei diversi campi dell’esperienza umana. Tali processi sono stati preceduti dai cambiamenti nella tecnica, basti pensare ai rapidi progressi nella biotecnologia, alla rapida diffusione della registrazione e documentalizzazione degli atti cartacei tra cui rientrano anche i manufatti artistici sotto forma documentale.

  2. La poesia della crisi, ebbene, quella crisi si è rivelata una autentica fortuna

    “…le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero…”

    caro Gino Rago,

    è vero, quei due versi di Tomas Tranströmer che hanno cambiato il mondo, il mondo della poesia intendo, quelle righe de La lugubre gondola (1996) mentre le 17 poesie sono del 1954, del primo libro di Tranströmer, ma in Italia nessuno tradusse quelle poesie se non dopo quaranta anni, e la poesia italiana ha continuato a fare poesia dell’io, poesia ideologicamente orientata o inorientata, poesia di superfetazione letteraria o di giochi di prestigio verbali. Nella poesia che si è fatta in Italia dagli anni sessanta ad oggi la mancanza di principio è diventata una posizione di principio. La «nuova ontologia estetica» ha semplicemente preso atto dell’eclissi della poesia dell’io e ne ha tratto le conseguenze… La disseminazione che ne è scaturita è diventata una ricchezza imprevista, la distassia e la dismetria sono diventate una insperata risorsa e il linguaggio poetico si è rivitalizzato, di colpo. Quella che era la poesia in crisi, la poesia della crisi, ebbene, quella crisi si è rivelata una autentica fortuna. È paradossale, ma è stata la crisi della poesia che ha prodotto una nuova forma-poesia.

    Qualunque sia la via prescelta dalla «nuova poesia»: sovrarazionalità, extrarazionalità o razionalità ultronea in senso stretto e largo, è che si è preso atto che la ragione è a malapena sufficiente a fondare l’auto organizzazione di se stessa. Il funzionamento della tecnica, il fatto che «la cosa funzioni», è un pensiero della communis opinio. Non c’è una razionalità originaria che funzioni da giustificazione per la techné, l’inconscio agisce seguendo le proprie leggi che non sono quelle dell’io né quelle di una presunta «giustificazione», vocabolo che l’inconscio non conosce. È avvenuto che sia la «nuova» filosofia che la «nuova» poesia sono rimaste prive di norme, prive di normatività, a diretto contatto con l’impensato e l’impensabile, di qui gli odierni indirizzi della filosofia debole e della rifondazione di una filosofia dei segni o di una nuova ontologia su basi parmenidee… Ma rimane il dato di fatto che la «nuova» poesia dell’inconscio le norme deve costruirsele da sola.

    Ecco perché la poesia che va di moda oggi è quella proposizionale, assertoria, cioè fondata sul proposizionalismo, sull’ordine assertorio promulgato dall’io in quanto ogni proposizione si giustifica da sé, ha in sé una organizzazione perifrastica che corrisponde alla organizzazione dell’io giustificatorio. Si tratta di una poesia della giustificazione palesemente ideologica, della nuova ideologia che non vuole più mostrarsi come ideologia È una proposizionalità posta da quella istanza auto organizzatoria che va sotto il nome dell’io. Istanza posticcia ed effimera.

    • Caro Giorgio,
      per una parziale risposta alle cruciali questioni che poni ricorro a
      due citazioni ( Derrida e Barthes) che intendo come antefatti idedologici ed estetici alla top-po-poesia:

      – In Il gusto del segreto Jacques Derrida scrive:

      «Se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva, una possibilità per l’eccesso, di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti.
      Se tutti possono capire subito quello che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; ma,poi, chiude il libro, ed è finita».
      *
      – Un pensiero di Roland Barthes che può contribuire a mutare il nostro punto di vista sul mondo.
      Così scrive Roland Barthes:

      «Vi è un’età in cui s’insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui s’insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare».

      Noi, con i vari tentativi di top-pop-poesia, siamo mi sembra esattamente qui: quello che sappiamo non ci serve per proseguire.

      Adesso dobbiamo rimetterci a cercare, come ha evidentemente cercato di fare Karel Sebek in uno dei suoi sogni nella scommessa con Petr Král, quando cita anch’egli storie di pallottole….

      Se considero che prima di questa davvero importante e meritoria pagina (lodevole, per dirla con Sagredo), pagina magnificamente allestita da Giorgio Linguaglossa, de L’ombra delle Parole non conoscevo Karel Sebek devo confessare la mia meraviglia davanti, a cospetto delle “sue” pallottole lente, così lente, da esser viste, in questo suo sogno della assai remota
      notte 18-19 aprile 67

      Karel Sebek difatti scrive:
      «[…]Ricordo vagamente che il sogno ha inizio in soffitta a Vrchlabi, nella metà superiore dove si sale la scala. Ma all’improvviso c’è un lungo corridoio, dove si sentono degli spari. Anch’io sparo col revolver, ma le pallottole volano talmente lentamente che non solo riesco a vederle, ma che quando, per esempio, sparo in alto, il colpo non raggiunge il soffitto[…]».
      *
      Gino Rago

  3. Retrospettiva sulla privatizzazione e cannibalizzazione della ipoverità

    Scrive Giorgio Agamben:

    «È curioso come in Guy Debord una lucida coscienza dell’insufficienza della vita privata si accompagnasse alla più o meno consapevole convinzione che vi fosse, nella propria esistenza o in quella dei suoi amici, qualcosa di unico e di esemplare, che esigeva di essere ricordato e comunicato. Già in Critique de la sèparation, egli evoca così a un certo punto come intrasmissibile “cette clandestinité della vie privée sur laquelle on ne possède jamais que des documents dèrisoires” (p. 49); e, tuttavia, nei suoi primi film e ancora in Panégyrique, non cessano di sfilare uno dopo l’altro i volti degli amici, di Asger Jorn, di Maurice Wyckaert, di Ivan Chtcheglov e il suo stesso volto, accanto a quello delle donne che ha amato. E non solo, ma in Panégyrique compaiono anche le case in cui ha abitato, il 28 della via delle Caldaie a Firenze, la casa di campagna a Champot, lo square des Missions étrangères a Parigi… Vi è qui come una contraddizione centrale, di cui i situazionisti non sono riusciti a venire a capo e, insieme, qualcosa di prezioso che esige di essere ripreso e sviluppato – forse l’oscura, inconffessata coscienza che l’elemento genuinamente politico consista proprio in questa incomunicabile, quasi ridicola clandestinità della vita privata. Poiché certo essa – la clandestina, la nostra forma-di-vita – è così intima e vicina, che, se proviamo ad afferrarla, ci lascia fra le mani soltanto l’impenetrabile, tediosa quotidianità. E, tuttavia, forse proprio quest’omonimia, promiscua, ombrosa presenza custodisce il segreto della politica, l’altra faccia dell’arcanum imperii, su cui naufragano ogni biografia e ogni rivoluzione. E Guy, che era così abile e accorto quando doveva analizzare e descrivere le forme alienate dell’esistenza nella società spettacolare, è così candido e inerme quando prova a comunicare la forma della sua vita, a fissare in viso e a sfiatare il clandestino con cui ha condiviso fino all’ultimo il viaggio».1

    È noto che la poesia italiana ed europea in quegli stessi anni di fine settanta, subisce l’invasione della vita privata e del quotidiano nella forma-poesia. In Italia questa moda prende inizio con il libro di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1975) e, successivamente, con il libro di Valerio Magrelli, Ora serrata retinae (1980).

    In questi ultimi anni è diventato sempre più palese che quelle tematiche privatistiche si sono esaurite e si sono risolte nella cannibalizzazione e nella tribalizzazione della tribù letteraria. È un dato storico sotto i nostri occhi. Rimane presso gli epigoni di quella impostazione privatistica della poesia un intendimento situazionista e tribale, per un po’ sono rimaste in vigore le tematiche moraleggianti sub specie di riformismo orfico, e un descrittivismo psicologico di matrice neo-verista… ma, insomma, tutto sommato, una linea minoritaria di un tipo di poesia già minoritaria ai suoi albori.

    In questi ultimi anni, dicevo, è diventata sempre più palese una reazione a quella visione privatistica del privato e a quel minimalismo ingenuo. La nuova ontologia estetica è la più drastica e convinta reazione a un indirizzo e a un versante della recente poesia italiana che ha ormai esaurito (semmai ce l’ha avuto) l’iniziale effetto propulsivo. Quell’indirizzo di poesia privatistica è andata a sbattere sul muro dell’«impenetrabile tediosità del quotidiano» (per usare la dizione di Agamben), oltre di esso non era possibile andare. Quel tipo di autobiografismo introspettivo e auto ironico è finito nella rigatteria delle istituzioni stilistiche, questo mi sembra lampante per chi abbia occhi e orecchie per intendere e per osservare. Quell’autobiografismo è finito nella «nuda vita», nella vita vegetativa delle nuove post-masse che si nutrono di ipoverità. Quell’autobiografismo (nella poesia come nel romanzo nel cinema e nelle arti figurative) è finito nella ipoverità e nella insignificanza, nell’apologetica del tempo che fu e nell’apologia del corpo. Di tutta quella paccottiglia culturale oggi è rimasto un grande mercato di narrazioni agiografiche e ipoveritative.

    1 G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2017, pp. 11,12.

  4. milaure colasson

    carissimi Lucio e Gino,

    leggendo i vostri versi “sans queue ni tete” (sgangherati) posso solo rallegrarmi della vostra facondia, del vostro parlare al nulla e del nulla. Devo ammettere che mi sono divertita.
    A Gino dico che gli scrittori che lui cita: Raymond Queneau, Alain Robbe-Grillet e Beckett hanno fatto parte del mio bagaglio di letture.
    L’aspetto più divertente e inquietante e eclatante è che nelle vostre poesie, scritto un verso, si capisce che state camminando nel vuoto, non sapete come e cosa scrivere nel verso seguente, e questa cosa crea un non senso che a sua volta genera una suspense e un fuori-senso.
    L’aspetto decisivo della nuova poesia mi sembra che stia qui.
    Prometto che replicherò presto con dei versi (fuori-senso) ai vostri versi senza-senso.
    Un vivissimo abbraccio ad entrambi.
    Milaure

  5. Carlo Livia

    UN AMOUR APPELE’ ADIEU

    La Visione mi trasforma in ripostiglio.
    È l’urlo dell’insetto che solleva la notte.
    Mostra la soffitta malata, senza Padre.

    Il Santo beve l’ultima goccia di sposa dal canto dei boscaioli.
    Nel lampione drogato la morte alleva i suoi tesori.
    Gesti d’acquario, solitudini olandesi. Volti velati intorno all’amplesso che brucia.

    Nous vivono dans un suicide eternel, de l’istant blesse’ par le filles en fleur.

    Lei m’invoca dal buio ornamentale. Libero la sua tristezza dal bestiame furioso.

    Nel viale appena risorto, mangiamo e beviamo la sera che ci ha diviso.
    Insieme possiamo capovolgere l’abisso – dice.

    La via è piena di cadaveri ribelli, coperti di lunghe estasi.
    Canzoni nubili espatriano in un autunno osceno.
    Passano cipressi, in un sogno torbido.

    Sotto il piedistallo vuoto, bestie dementi danzano e sventagliano l’Immortale.

    /…/

    Lady Dark, sauve-nous de ton eclair initial.

    Uccelli e orologi trapuntano l’angoscia. Gridano che l’ora è giunta.
    Invece giunge l’Altro. Il Raggio Fossile, che distrugge il tempio.
    Il profumo della Dea fugge sugli spalti.

    Qualcuno, che mi sognava, si è svegliato.
    O è la mia anima, che falsifica gli approdi.

    Anche se il cielo svende i suoi celebri dipinti,
    il vento fruga le nudità delle navate,
    un tumulto di bambole tramuta la pietà in seta,
    lei emigra in trasparenza su antiche praterie,
    tutta sola e nuda come una vaga promessa,

    la Mariee mise a nu par ses celibateires, quittez la ceremonie,

    noi non possiamo più svanire.

  6. JEAN

    Il volo ebbe una fermata.
    Una fantasia Disney in una macelleria.
    Foto di gruppo con dama di carità

    Alla discesa di deportati seguì
    il licenziamento di Heydrich solo perchè
    l’ammoniaca usciva dalle piombature
    E avrebbe fatto bene uno scolo nell’inconscio.

    A Long Island si assistette all’ irruenza di un vagabondo.
    Il Tempo si poteva regolare anche così.

    Ostriche e vuoti sostavano nei campi del Sud Est.
    Greggi e poi eserciti, trincee che rifiutavano la datazione
    Pur di stare in un frullato..

    Non s’era mai visto perdere così lo scappamento.
    Qualcuno deve divertirsi a costruire orologi
    per differenziarli dagli Dei.

    Stalattiti che tornavano dalle doline.
    Cartesio rottamato nell’ Origine del mondo.

    Sull’ asse si piazzò il denaro, a sbalzi,
    con un passo di trapezista e uno da croupier.

    Ordinate addolcivano le battute
    come un parrucchiere i bigodini di Jean Harlow.

    Quanto vale la bellezza di un verso?
    Meglio un proiettile o un neutrone?

    Da “capitale umano” al rigo successivo
    Col passo di una chiave inglese sull’avambraccio
    l’imbottitura di una tigre morta.

    Basta dire che l’enjambement è perfetto
    per aguzzare le orecchie a una tuba:
    -Ho visto un banchiere nuotare da una tempia all’altra!

    Il tempo di accendere un fiammifero
    E vedere penne smuovere il culo.

    -Era tango ma sembrava olio di ricino
    per convincere una rosa al sonoro.

    (Inedito, Francesco Paolo Intini)

  7. Un «ispettore del commercio librario» nella Parigi del 1750 aveva registrato in città, attivi, 359 scrittori, tra cui Diderot e Rousseau. Oggi, anno 2014, sulla sola piattaforma di self-publishing ilmiolibro.it gli scrittori attivi sono oltre 20mila. Da un recente sondaggio sono risultati attivi in Italia nel 2020, 35 mila scrittori. Che dire?

    È evidente che nuotiamo in un universo pop, o meglio pop corn.

  8. … a proposito di top-pop-poesia o poesia pop corn, ecco una poesia di Karel Sebek, un poeta degno di essere annoverato tra i precursori.

    da Karel Sebek – Guarda nel buio, com’è variopinto, Il Ponte del Sale, 2007 a cura di Antonio Parente

    TENTATIVO DI SUICIDIO NEL TESTO

    (A Roman Erben)

    Ho riempito completamente d’acqua il lavandino e vi ho immerso la testa
    con la buona intenzione di non tirarla più fuori
    in quell’istante davanti ai miei occhi iniziarono a scorrere in rapida successione tutti i sogni
    che avrei dovuto sognare in alcuni ultimi mesi
    quando ho vegliato in parte nella sala macchine
    in parte ho piantato con te gli ortaggi neri negli orti degli altri
    dopo averli consumati dovevano iniziare a sterminare gli insetti poi gli animali

    sempre più superiori e alla fine se stessi
    in parte ero appeso alla lanterna più vicina con la testa illuminata al posto
    della lampada e illuminavo i dintorni:
    la strada che porta a Lánov la calcara dove ho lavorato nel sessantuno
    la stazione merci un pezzo di cortile col nastro palazzone
    che assumeva un pò alla volta l’aspetto di tutti i ristoranti della città
    l’alcol versato nel testo son riuscito a consumarlo da solo
    ma per poter arrivare davvero a te avrei bisogno di una fune
    molto lunga e un rampino in testa
    la maggior parte del tempo quando dovevo lavorare sulla mia personalità passata
    ad imperversare nei locali del comitato nazionale
    come presidente e partiti allo stesso tempo
    sono capace di imitare le voci di tutti gli abitanti locali
    nella mia faccia da scimmia ho in deposito tutte le smorfie delle ragazze locali

    sono commessa in un selfservice divido le persone secondo la loro eloquenza
    sugli scaffali e fornisco i bigliettini con i titoli
    dei temi dei discorsi più frequenti
    è anche una scienza come si insegnerà presto nelle scuole
    su questi concetti sarebbe buono una volta per tutte metterci una croce
    se il poeta non zittito da altri non riesce nemmeno nel momento del bisogno fisiologico a tenere la bocca chiusa
    mi iscrivo volontariamente col primo carico di bestie al macello
    piuttosto che lasciarmi scorgere dal vostro corpo di balena quando mi ascoltate entusiasticamente
    la vostra siluetta si sovrappone al cavallo da tiro apre la porta e si avvicina a me
    sarò allora la pentola col coperchio inizio una zuffa per un pasto
    mi scaverò una fossa ancora più profonda farò rinvenire le carcasse decomposte
    in bocca ficcherò il naso nell’intruglio più schifoso
    nella nostra città darei volentieri il benvenuto a qualche funzionario del governo oppure [scriverei per un giornale
    in quell’articolo ci sarebbe tutto ciò su cui medito dalla mattina alla sera quando mi
    dedico ad un’ispezione accurata delle dita dei piedi
    sembrerebbe che abbia già tirato le cuoia ma qui qualcuno ulula nascosto
    dietro al sofà come se fosse festa nazionale
    sotto l’enorme pancia della pulce solo ora ti ascolterò con attenzione
    quando parli dell’immaginazione come della mia balia la signorina Votocková quando quelle
    idee davvero si materializzano c’è qui una sedia al sole davanti
    alla porta il saponificio e il negozio del signor Vrabec ma già siede al tuo
    posto e racconterà da sola quelle favole delle schegge
    conficcate nelle labbra

    Karel Sebek nasce a Vrchlabi il 3 aprile 1941 e scompare nell’aprile del 1995. Poeta, collagista, paracadutista di poesia. I suoi scritti sono apparsi, tra l’altro, sulle riviste ceche “Analogon”, “Literarni noviny”, “Tvar”, “Orientace”, “Host”, “Vokno” e “Doutnik”, in Francia su “La Crécelle Noire”, “Camouflage” e “Melog”, in Italia su “Hebenon”. Inoltre, è presente nelle antologie Surrealistické vychodisko (Via d’uscita surrealista, 1969), Cesti prokleti basnici (Poeti cechi maledetti, 1998) e Le surréalisme en Tchéchoslovaquie (Parigi, 1983). Ha alle spalle una trentina di tentativi di suicidio; l’ha sempre scampata, ma dall’aprile del 1995 risulta scomparso. Può darsi che si sia avverato il suo sogno da bambino, il suicidio. Ha pubblicato le seguenti raccolte: Ruce vzhuru (Mani in alto, 1990), Probud se andeli, peklo spi (Svegliati angelo, l’inferno dorme, 1994), Ani hlt motyla (Nemmeno un sorso di farfalla, insieme con Eva Valkova, 1995), Divej se do tmy, je tak barevna (Guarda nel buio, com’è varipinto, 1996) e 3xnulla per Mimesis, 2015.

    Motto: La poesia è un indimenticabile gioco alla propria vita

  9. “questo perdersi à fond perdu negli oggetti” è anche perdita dell’insieme, quasi che gli oggetti vivano di una propria narrazione, indipendente e non comunicante con il pensiero che li vorrebbe compresenti in un solo significato, in una sola immagine, tempo e spazio.
    E’ successo anni fa: mentre ammiravo un dettaglio di Caravaggio, la misura della sua maestria nei pochi centimetri quadrati del drappeggio, mi resi conto che “La cena di Emmaus” era sparita! Mi resi conto, cioè, che l’insieme e il dettaglio parlano linguaggi differenti. Differenti e non comunicanti, come di universi troppo distanti. Dove porre l’attenzione, se tra dito e luna avviene un salto quantico tale per cui una cosa sparisce, e l’altra soltanto rimane?
    Ho idea che illatenza viva nel frammento (?) che è minimo di spazio e tempo. Con più spazio e tempo vive il pensiero, che è insieme di parole e argomenti.
    Non regredisce l’adulto se consapevolmente adotta la visione infantile, se lo fa per scelta, e se nota nel dettaglio l’alto potenziale che mina alla radice ogni discorso, senso e significato…

  10. La parata è iniziata.
    La folgore scarlatta è subentrata. Mania
    del presente ad osservare un minuto
    di eternità. Rilassati nelle forme del contatto,
    nella polvere di una galassia a pois.
    Le striature orizzontali sono metastasi,
    l’orecchino oscillava la stessa ora, ora a destra
    ora a sinistra. Sul cavallo a dondolo lo stesso giorno per dire basta.

    Grazie OMBRA.

  11. Sto cercando “la cosa”. Come la gallina che vidi giorni fa e mi sembrò bellissima. La fotografai, ben sapendo di fotografare un’emozione ( Oh Raffaello!). E poi la dipinsi, quell’emozione… quella gallina. E’ un navigare senza meta, il non significato giunge luminosissimo… E ho imparato, in questi giorni, a difendermi nella vita con parole dal magico effetto; ad esempio, dico grazie a tutto: il bene il male, l’aria le cose che non vanno, certi sentimenti addosso, grazie grazie grazie! Grazie a quel che non esiste, al cane alle mosche che rompono, grazie. Grazie. E così sono a posto, per la parte che riguarda l’esserci al mondo. Interiormente in pace. Pure la morte, grazie. Il morire, grazie. L’ingiustizia, grazie. Grazie, grazie davvero. Grazie. Grazie. Grazie, occhiali. E grazie, Ombra. Ma la Cosa… non smetto di pensarci, la cosa deve risuonare dentro luminosa, non deve essere un concetto, lo diventerà poi se questa è la sua substantia allora potrà essere detta. E’ questa l’odierna metafisica? Quella cosa che può trovarsi in una gallina?

  12. caro Lucio,

    in pieno Covid19, sono uscito di casa e… sono rimasto ammirato: un corvo appollaiato sul tetto di una Peugeout beccava le viscere di un topo morto. Ne sono rimasto affascinato. Pensai che prima o poi quella immagine sarebbe entrata in una mia poesia.

    Andy Warhol ammirava de Chirico perché – diceva – aveva trascorso gran parte della vita a ripetere, con variazioni, gli stessi quadri metafisici, dato che si vendevano bene.

    • E’ vero, sia Warhol che De Critico sapevano bene come vanno le cose. Lo dichiaravano apertamente, quindi passavano per essere dei provocatori.
      Il corvo non lo posso dipingere io, è capitato a te. Entrerà in una tua poesia quando meno te l’aspetti. Ho amici qui dove vivo, che sanno riconoscere anche nei miei fuori senso un reale accadimento. A volte si tratta di idee, come nel caso del mio dipinto “Falce e martello”… che poi sono idee trovate, quasi senza fatica. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di immagini ed eventi realmente accaduti. Il che, per certa pittura, ma anche per tanta poesia, non fa grande differenza. Ci si rifugia nello stile, nel linguaggio anche pittorico, sempre che questi siano stati dall’autore ben individuati.

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