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Lucio Mayoor Tosi gallina 2020

Lucio Mayoor Tosi, Gallina, acrilico 50×70, 2020

Due campiture di colore. La parte superiore rosso magenta, la parte inferiore, che occupa due terzi della superficie, di un verde ricco di giallo. Perfettamente al centro una gallina di colore nero con cresta rossa. È una magnifica rappresentazione del «bello» della nostra epoca. Il «bello» è ciò che si presenta come un fuori-piacere, un fuori-rappresentazione. Il «bello» è ciò che non può essere fondato, perché prima di esso non c’è nulla. Il «bello» è un fuori-significato. Ciò che la poetica pop-corn indica è proprio questo. E, se non v’è significato, non vi può essere neanche una ermeneutica. Il punto di inizio è, immediatamente, anche punto di fine. Non v’è nulla oltre di esso e non v’è nulla prima di esso, il quadro mostra una icona assoluta che non parla né all’intelletto né alla ragione né all’inconscio, che non si dà come un sapere ma neanche come un non-sapere. Semplicemente, è un fuori-significato, un drastico rifiuto del significato, un drastico rifiuto del giudizio e del valore di scambio. E qui cade ogni contraddizione, se pur ve ne fosse alcuna. Tutto e nulla potrebbe essere detto, ma ciò non infirmerebbe il fuori-significato del quadro il quale è bastante a se stesso, non dice nulla, precede la logica del linguaggio articolato. È un assoluto. E, come ogni assoluto, non parla.
(Giorgio Linguaglossa)

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Fantastico commento! Luce che rischiara le menti. Io troppo preso a capire il nuovo rosso-Ferrari, il giallo acido delle mele acerbe, quali simboli di vita, odierna e futura.
(Lucio Mayoor Tosi)

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Sono contento Lucio che il mio commento ti sembri illuminante. Ne ho parlato ieri sera con Marie Laure Colasson e lei è rimasta molto impressionata dalla tua “gallina”. Ha detto che è qualcosa che sconvolge. Ma non mi ha saputo dire nient’altro, tranne che la gallina è stata posta perfettamente al centro del quadro. Al centro della rappresentazione una volta c’era l’uomo. L’umanesimo europeo ha sempre tenuto fermo questo punto…Oggi, dopo la fine della metafisica e la fine dell’umanesimo, abbiamo le idee più chiare. E pensare che la Colasson fa una pittura apparentemente molto lontana dalla tua, eppure ha immediatamente colto il nocciolo della tua “gallina”. È evidente che certe cose sono nell’aria, e tutti possono coglierle. Tutti e Nessuno. Senza ricerca, senza semina, non c’è raccolto. Molti pittori o poeti cercano le scorciatoie, ma con le scorciatoie non si va da nessuna parte. La tua “gallina” è un Assoluto. E nell’Assoluto c’è Dio. Ovvero, il Nulla.
(Giorgio Linguaglossa)

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Gino Rago

Storia di una pallottola n.13

Burt Lancaster nella famosa scena de “Il Gattopardo”.
Sala degli specchi di Palazzo Rovitti.
Marie Laure Colasson esce da un quadro di Matisse
ed entra nel film “Il Gattopardo”.

Confessa ad Angelica che ama Tancredi.
«Il Logos è la questione fondamentale»
replica Angelica prima del famoso valzer.
«È colpa del regista, dopo quella scena non fui più la stessa.
I merletti, le sete, i pizzi, il guardinfante,
il bustino stretto alla vita…».

Una comparsa con la camicia rossa da garibaldino
irrompe nella sala.
È geloso di Angelica.
Uno sparo nella sala degli specchi.

La pallottola colpisce il lampadario di Murano,
vaga per il soffitto,
cade un candelabro con tutte le candele,
sfiora un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo,
manda in frantumi alcuni specchi,
e si infila in un guanto, in un tiretto rococò del salone da ballo
del Palazzo del Principe di Salina.

Dal balcone del Palazzo cadono reggicalze francesi, portafiori,
una giara, cannoli, frutta candita,
ricotte, cassate, biscotti di marzapane,
una granita di caffè,
e il libro di Filomena Rago, “Immagine di una immagine”.

Il Principe Fabrizio telefona all’Ufficio Informazioni Riservate.
«Arrestate Tomasi di Lampedusa. È lui l’assassino.
Bisogna fermare la storia,
altrimenti Antonioni ne farà un film
e lo scrittore ci scriverà un romanzo.
Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
bisogna che tutto cambi».

Marina Petrillo

THE FACTORY- LA SERIALITA’ DE “IL SENZA NOME”-

Seriale, il mondo attraversa la sua primi-genia.
Ibride contaminazioni permeano volti in disuso.

The Factory accresce l’immortalità a coefficiente numerico.
Volge il tempo enucleando suoi gli atomi.

Il tredicesimo Arcano soggiace al sofismo
se sia la Caballah il vertice del Nulla.

Expinge in battito la popular art condivisa
a metamorte, già traccia di transumanesimo.

In exemplum irrompe il bassorilievo dell’esistente replicato
a indivisa specie, ove sogni espirano virtù.

Trae nettare il disperante gesto a immota Genesi
mentre ultima la divinità trafuga la Sua immagine iconoclasta.

(Ispirata a SPARI DI WARHOL di Francesco Paolo Intini)

Una piattaforma multimediale, toponomastica evocativa. Entropia del divenire avverso alla statica. Suono di Cage invariato nel silenzio cosmico. Memoria della musica inferta a vedovanza. Traduce assenza il movimento, apice e abisso. L’ipotesi virtuale àncora il reale a grado infermo. Pone dicotomia l’assenso in negazione, bipolarità umana ascesa. Vertigine.
Punto di rientro metafisico antecedente ogni piano di realtà. “Significante fluttuante”.

(Suggestioni evocate dal video di Gianni Godi).

Giorgio Linguaglossa

la Storia di una pallottola (nn. 1-13) di Gino Rago è la folle ricerca della Verità, la Cosa perduta e mai più ritrovata. È un nostos, un viaggio a ritroso e sghembo tra realtà, finzione, fantasia e rappresentazione… in una dimensione che è, esattamente, il fuori-dimensione, il fuori-significato.

La Cosa perduta non è d’altronde qualcosa di effettivamente perduto che possa essere ritrovato magari attraverso un ritorno alla natura originaria. La Cosa è il prodotto del “taglio significante” che ha permesso al soggetto di diventare “soggetto umano”, gettato in una (per sempre) “imperfetta” esistenza nel simbolico. L’allucinazione della Cosa perduta attesta proprio la strutturale imperfezione della soggettività umana; segna ciò che “ci manca”, sia nel senso che è “quel che” ci manca per “essere”, sia nel senso che “ci manca”, ciò che va da un’altra parte permettendoci così di esistere. La Cosa, das Ding, è l’attrazione fatale potremo dire, perché è ciò che manca ma anche è ciò che, se (ci) fosse, sarebbe per noi la distruzione e la morte. Cercata in quanto causa di un desiderio che può perdersi fino alla morte, con essa il soggetto ha a che fare da che eksiste al/nel mondo; da che eksiste il soggetto deve fare i suoi  conti con questo “fuori mondo”, con questo “immondo”.
Scrive Lacan:

«Das Ding è originariamente ciò che chiameremmo il fuori-significato. È in funzione di questo fuori significato,e di un rapporto patetico con esso, che il soggetto conserva la sua distanza e si costituisce in una modalità di rapporto e di affetto primario, antecedente a qualunque rimozione».1

1 J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960), testo stabilito da J. A. Miller, edizione it. a cura di G. B. Contri, Einaudi,Torino 1994, p. 65.

*

Per Nietzsche l’arte è «il massimo stimolante della vita»1, ma solo perché l’arte è una forma della “volontà di potenza” e non perché sia un mero strumento di sovra-eccitazione nervosa. Già nel 1882 Nietzsche scriveva:

«La nostra epoca è un’epoca di sovraeccitazione, e proprio per questo non è un’epoca di passione;si surriscalda continuamente perché sente di non essere calda – in fondo ha freddo».

L’epoca a lui contemporanea gli si manifesta come un’epoca di affetti frenetici e fugaci ma anche come epoca priva di grandi passioni. Chi è in preda agli affetti si disperde in uno stato sentimentale confuso, vago, sovra-eccitato ma senza centro, mentre la passione, specie la grande passione, raccoglie la soggettività nel suo centro di forza e le consente di aprirsi al mondo,
volendo al-di-là-di-sé, ben al di là delle proprie convenienze e interessi. La passione così intesa ci fa capire qualcosa di ciò che Nietzsche chiama “volontà di potenza”.

Non c’è dubbio che la poesia che stiamo facendo e che qui stiamo delineando sia una poesia che fa larghissimo impiego di «sovraeccitazioni», di chock, di continui sussulti, di strappi, di traumi… È perché viviamo in una società traumatizzata, che fa del trauma una necessità di vita e una necessità del mercato. Basta osservare il panorama della politica di oggi: Trump, Bolsonaro, Putin, Erdogan, Salvini, Meloni, Orban, Di Battista, i populisti nazionalisti e sciovinisti fanno amplissimo uso della sovraeccitazione; gli stessi media Facebook, Instagram, Twitter, i telegiornali etc non sono altro che una vetrina e un diario di notizie che puntano sulla sovraeccitazione; la stessa forma-merce, nel design e nel marketing punta tutto sullo stato di sovraeccitazione delle masse di possibili acquirenti. Tutto punta allo stato di eccitazione e di surplus di eccitazione, non vedo perché la forma-poesia ne debba rimanere estranea.

La poesia di Gino Rago e quella di Francesco Paolo Intini mi sembra eloquente in proposito. 

Il pensiero logico-sequenziale, di tipo “alfabetico”, sembra essere stato in buona parte sostituito da un tipo di pensiero nello stesso tempo “olistico” e “multi-tasking”. Se leggessimo con concentrazione una poesia di Mario M. Gabriele ci accorgeremmo che ci troviamo davanti una testualità multi-tasking, una poesia pop-corn, una pop-corn-poetry. Il primo, cronologicamente in Italia e, che io sappia anche in Europa, che faccia una pop-corn-poetry.

(Giorgio Linguaglossa)

1 F. Nietzsche, La volontà di potenza, Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster Nietzsche, nuova edizione italiana a cura di M.Ferraris e P. Kobau, Bompiani, Milano 1995, p. 438

Un nuovo tentativo di top-pop-poesia in cui l’evento è ancora la pallottola, mentre l’idea che il tutto sorregge è l’immagine di una immagine (titolo del libro poetico di Filomena Rago) dove la “immagine” è quella secondo Andrea Emo, il quale scrive:

«In principio era l’immagine e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte: l’immagine è in principio (creatrice e creatura della sua negazione) […] Noi, svolgendo la nostra vita e avendone coscienza, la rappresentiamo mediante immagini. […] Noi creiamo immagini; la nostra conoscenza è continua creazione di immagini. […] Ogni immagine tende sempre a trasformarsi in azione, appunto perché rivela la possibilità, l’attitudine ad un’azione; ed un’azione dopo avere in sé assorbite e distrutte le immagini […]permette il sorgere di nuove immagini».

(Gino Rago)

 

L’idea che una pallottola possa generare un effetto a catena, dove le cose una dopo l’altra crollano, la trovo molto efficace. Diventa atto di rivoluzione. Spero in una nuova puntata del sequel poetico, dove si arrivi al fondo (che non c’è).

Il libro di Mario M. Gabriele (che non ho ancora finito di leggere) è un vero campionario, un manuale per la poesia che verrà. Ultima parola sul distico NOE e sua messa a punto. Chiude quindi il capitolo che ci ha visti impegnati in questi ultimi due tre anni. Basho non avrebbe saputo fare meglio. E vi è molto di quel pop di cui si sta parlando, perché ogni suo distico è un’etichetta. Andrebbe studiato alle scuole di comunicazione, al corso “Come evadere dal previsto”. Ma è un pop carico di umanità, o non è così tutta la cultura pop? –

(Lucio Mayoor Tosi)

Caro Lucio,

ti ringrazio di quanto scrivi a proposito di Registro di Bordo (2020). Devo confessarti una cosa ed è questa: quando ho tra le mani questo libro, mi chiedo come facciano i lettori a leggere 146 pagine, pari ad un romanzo e a tutto quello che c’è dentro e che può rivelarsi, come dice Abraham B. Yehoshua, per il personaggio Raskolnikov, di Dostoevskij, anche un appagamento estetico? Noi (io, tu, Giorgio, la Colasson ed altri) scriviamo e dipingiamo, con tutta la consapevolezza di determinare un tipo di estetica, come identificazione dell’opera. L’obiettivo è trasmettere al lettore un sentimento di compartecipazione. È questo il miglior risultato che si possa ottenere quando si scrive un libro.

(Mario M. Gabriele)

Il “viaggio” che l’autore fa compiere alla pallottola-evento (alla ricerca della “Cosa” perduta e mai più ritrovata) attraversa, volendo restare soltanto nel campo dell’arte della parola scritta, buona parte della storia della letteratura universale, da Carlo Michelstaedter a Daniil Charms, da Vladimir Majakovskij a Cesare Pavese, Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik, da Ian Fleming a Carlo Emilio Gadda, da Andrea Camilleri ad Anne Sexton, da Goethe a Marina Cvetaeva, da Kavafis a Dino Campana, da Sergej Esenin ad Anatolij Marienhof, da Tristan Todorov a Pietro Citati, da Marcel Proust a Wislawa Szymborska, da Eugenio Montale ad Antonin Artaud, da Italo Calvino a Giuseppe Tomasi di Lampedusa…

E che dire dei “luoghi antropologici” e dei non-luoghi (secondo Marc Augé) che la mia pallottola visita e attraversa, dal Cremlino a Gorizia, da Parigi a Cerchiara di Calabria, da Palermo a Torino, e poi Roma, riconsiderata tra la Circonvallazione Clodia e il quadrilatero Chiabrera-Gozzi-Giordani-Metro San Paolo… E i registi, le attrici, gli attori, i set cinematografici… E gli artisti e soprattutto gli “oggetti”, (un candelabro con tutte le candele, un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo, specchi, un guanto, un tiretto rococò, reggicalze francesi, portafiori,una giara, cannoli, frutta candita, ricotte, cassate, biscotti di marzapane, una granita di caffè, il libro di Filomena Rago, “Immagine di una immagine”, una vestaglia grigio topo, due fodere color fucsia, un paio di ciabatte, un colbacco, una sciarpa di seta, una bottiglia di plastica, due o tre turaccioli di Bourbon,una falce e martello di cartapesta e un comunicato dei 5Stelle, pareti con “strutture dissipative”, sculture fatte d’aria, anelli, cilindri, un grembiule imbrattato, abiti di scena, profumi, locandine,calici di cristallo, draghi di cartapesta, mascherine, frammenti di plexiglas, scatole di trucchi, bauli, spille con cammei, sciabole giapponesi, una falce e martello con la stella rossa dell’URSS,
lattine vuote di olio della Sabina, uno stiletto appuntito con il manico di avorio. ecc. ecc.), tutti incapaci di diventare “cose”?
Tutto inutile, tutto effimero e passeggero, tutto destinato al grande buco nero dell’oblio, tranne i due personaggi pressoché onnipresenti e quasi ubiqui, Marie Laure Colasson e il noto critico letterario Giorgio Linguaglossa, ai quali mi aggrappo per non essere ingoiato anche io né dalla stagnazione etico-estetica del nostro tempo, né dal Grande Gelo linguistico o dal deserto glaciale fra le parole, né dal buco nero dell’oblio…

(Gino Rago)

10 commenti

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10 risposte a “Storia di una pallottola n.13 di Gino Rago, Poesia di Marina Petrillo, top-pop-poesia, poetry kitchen, pop-poesia, pop-corn-poetry, La poesia è il fuori-significato, il fuori-dimensione, La Cosa, Das Ding, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Mario M. Gabriele Gino Rago

  1. Tutto è in me cambiato da quando ho tentato di fare pienamente mia
    questa perentoria esortazione linguaglossiana:

    «caro Gino Rago,
    guardati dal “significato” come dal diavolo in persona!».

    Così, anche o soprattutto per ciò, l’operazione pop-top-poetica-«pallottola» ho inteso svilupparla sul piano della lingua e, per dirla con Raymond Queneau, sul versante dello stile, muovendomi prevalentemente tra il grottesco e l’ironico, ma su uno sfondo tragico, perché tutta l’operazione delle 14 (fin qui) storie di una pallottola va vista anche come un’amara presa di coscienza di due fenomeni contemporanei:

    – quello della perdita definitiva del ruolo di «guida» etica, estetica, morale, culturale dell’intellettuale come pensiero pensante o come maître à penser in una società in cui la borghesia, piccola e grande, appare appagata del suo status sociale raggiunto;

    – quello dello stesso intellettuale che, non più sentito come maître à penser, sembra più attratto dai concorsetti di poesia o di narrativa da presiedere, dai festivals e dai convegni, dalle prime teatrali nelle quali occorre farsi vedere, dagli appuntamenti mondani, dalle sagre di paese o dalle feste patronali da inaugurare tagliando nastri, nei vorticosi passaggi da località di collina o di mare a località di montagna fianco a fianco ai vari assessori alla “cultura”…

    • caro Gino,

      ecco l’incipit del mio prossimo libro di riflessione sulla poiesis oggi, si intitola “Topologia della poiesis”:

      Come noto, gli scrittori sono i postini delle Poste assunti con contratti a tempo determinato.
      I pittori anch’essi sono dei disgraziati imbrattatele o facinorosi fabbricanti di orrendi manufatti che chiamano installazioni. I giornalisti sono i più utili, sono pagati per servire il padrone di turno e, a quanto mi risulta, lo fanno per bene. I critici sono ben pagati nelle inutili accademie che sfornano belletti per transessuali e crossdresser in passerella. I poeti, in ultimo, sono gli addetti alle pulizie dei lavabo e dei servizi igienici. E c’è una gran ressa là fuori per entrare.

  2. ad un autore di poesia che mi ha gentilmente inviato il suo libro, gli ho scritto:

    «caro […]

    possiedi molto bene il linguaggio poetico, lo usi per fargli fare quello che vuoi tu, i paesaggi sono ben descritti, i colori ben trattati, gli enjambement ineccepibili, lo stile prosastico anche, il punto di vista del soggetto ben fornito … ma, se posso farti una domanda: hai mai pensato di raccontare la “Storia di una sedia”? o la “Storia di un quadro rubato”?, insomma, hai mai pensato di raccontare una storia dal punto di vista di un oggetto?
    Probabilmente ne verrebbe fuori un’altra poesia, una poesia diversa…»

    • Condivido le tue posture, caro Giorgio, e confesso che nei miei recentissimi esercizi di scrittura fondati sulla idea di leggere, interpretare, accettare me stesso e gli altri/le altre nel mondo per decidere da quale parte di questo mondo stare alla fine, e non è mai stato facile né idearlo né realizzarlo, ho finito con il lavorare stilisticamente ed esteticamente sul passaggio (problematico e lacerante) da:

      – linearità a non-linearità;
      – consequenzialità a non-consequenzialità;
      – compiutezza a non compiutezza;
      – chiusura a non-chiusura

      in ogni testo, in ognuna delle 14 storie di una pallottola.

  3. antonio sagredo

    Non ha torto Linguaglossa di considerare il “significato come il diavolo in persona”, soltanto bisogna intendersi di che diavolo si tratta!
    Personalmente il termine “demone” sarebbe ben più terribile del termine “diavolo” che fa sorridere poiché ha una storia non solo “religiosamente” fallimnetare, ma fuorviante da medioevo esangue, puramente inutilizzabile.
    Mentre il termine “demone” come ben sa Linguaglossa ha natali degnissimi e direi intramontabili. Ma pure questo termine non ha senso di esistere come anche l’idea di un “dio creatore” (precedente mio intervento), perchè i due termini sono così quasi geneticamnete legati DA ESSERE UNA UNICA COSA.
    Ma il significato spesso ha ucciso la Poesia e perciò va udistrutto a sua volta,
    intendo come dèmone e non come diavolo.
    Il diavolo poi lo intendiamo come qualcosa che può essere rap/presentato in qualche figura materiale, il dèmone per nulla al mondo può essere rap/presenato, e questa sua natura lo rende più legato alla Poesia stessa.
    a. s.

  4. Claudia Mattiola

    Buonasera,

    questa volta non riesco ad aprire il link L

    volendo al-di-là-di-sé, ben al di là delle proprie convenienze e interessi. La passione così intesa ci fa capire qualcosa di ciò che Nietzsche chiama “volontà di potenza”. Leggi il resto dell’articolo

    Potete gentilmente verificare o in caso inviarmelo direttamente?

    Grazie infinite.

    Cordialmente,

    Claudia Mattiola

  5. Poesia del genere “action”, se non leggo male, la “Soria di una pallottola” di Gino Rago. Questa n.13 in particolare, a me sembra scritta in ottima prosa, ordinata ma ottima. Bene che sia così, se complicassimo anche il linguaggio, si farebbe strage di menti. Ottimo anche il finale, degno di un action cinematografico:
    «Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
    bisogna che tutto cambi».

    Dunque il poeta passa all’intrattenimento, e c’è amarezza (questa la storia non scritta), come nel romanzo Opinioni di un clown?

  6. caro Lucio,

    condivido il tuo appunto, si tratta di: «ottima prosa, ordinata ma ottima».
    Sfondato il metro, ci resta un metro ametrico che contiene al suo interno varie metricità. Per scrivere così occorre avere in mente tante e tali metricità da non sapere neanche quali accogliere quando si scrive, in ciò la scrittura di poesia si avvicina alla scrittura di un romanzo a puntate.
    E infatti, le “Storie di una pallottola” possono essere considerate un romanzo a puntate, suddiviso in capitoli. È così che va letta e fatta questa poesia. La poesia pop corn, la soap poesia, come le soap opere per la televisione, si sa quando hanno inizio ma non si sa come e quando finiscono.
    Il bello di questo nuovissimo tipo di poesia è che, letteralmente, non si sa nulla di quello che si scriverà, tutto dipende dal contingente, dalle sollecitazioni, dalle ibridazioni che nascono spontanee nella testa dello scrivente. È che occorre avere una testa come uno scolapasta…

  7. a proposito del lasciarsi trasportare dalle parole, o meglio, dalle situazioni del mondo delle parole in cui viene a trovarsi l’esserCi in quanto «gettato» nel mondo, scrive Andrea Brocchieri:

    «In Essere e tempo l’esserCi è caratterizzato dalla reciproca e intima connessione di tre “esistenziali”: Befindlichkeit (come ci si trova), Verstehen
    (la“comprensione”, cioè l’orientamento in cui ci si trova), Rede
    (il “discorso”, il tessuto di parole in cui ci si trova). Queste dimensioni dell’esistenza nel loro insieme costituiscono l’apertura del“mondo” in cui l’esserCi (l’uomo) si trova. Ora, la terza di queste dimensioni coappartiene alle altre due, il che significa che ci si trova “gettati” e ci si orienta in un
    mondo di parole, grazie alle parole, tramite esse. Ovvero: i “fenomeni”, prima di tutto quelli “in senso ordinario”, sono veicolati dalle parole; per es. la parola “sedia” non solo pre-orienta il nostro rapportarci alla sedia ma anche la cosa stessa ci viene incontro tramite la parola, cioè “sedia”. Noi dunque non facciamo esperienza di“cose” che poi interpretiamo a partire da un orizzonte linguistico dato (questa è la prospettiva dell’ermeneutica) ma noi abbiamo a che fare con “cose” in quanto sono dette, parlate, hanno un nome. Infatti se “mancano le parole” la “cosa” diviene sfuggente.Riguardo poi alla fenomeno-logia in senso filosofico, come dice il nome stesso, il suo compito è per Heidegger quello di portare ad apparire, tramite la parola, il non-detto che sta in mezzo a ciò che è detto, decostruendo (Destruktion) l’ovvietà del discorso ordinario. Perciò tale fenomenologia è “ermeneutica”, cioè è (etimologicamente) un “rendere noto”, un “rendere conto”, un far sì che “le cose stesse” si raccontino.

    La denominazione “fenomenologia ermeneutica”, proposta inizialmente da Heidegger stesso,non deve trarre in inganno. Per Heidegger non si tratta di
    interpretare il mondo. Anzi il contrario:non siamo noi a mettere in questione i fenomeni ma è il mondo dei fenomeni a mettere in questione noi; quindi l’uomo come tale è esclusivamente risposta.
    Ciò differenzia essenzialmente la fenomenologia di Heidegger dall’ermeneutica, nella quale è sempre l’uomo a domandare per primo; il che significa presupporre sia l’esistenza di un soggetto interrogante sia di una realtà-in-sé investita dal domandare umano; solo a partire da qui s’innesca il “circolo ermeneutico” – che dunque non è l’originario.»1

    1) https://www.academia.edu/5305113/La_desistenza_dellessere_Che_cos%C3%A8_metafisica_e_Sullessenza_della_verit%C3%A0_di_Heidegger

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