Acrilico di Marie Laure Colasson, Dialettica dell’immobilità, Storia di una pallottola n. 12, di Gino Rago, La conoscenza si getta à fond perdu negli oggetti

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Marie Laure Colasson, acrilico 2006 

«La conoscenza si getta à fond perdu negli oggetti. La vertigine che ciò suscita è un index veri, lo shock dell’aperto, la negatività». (Adorno) Il negativo del negativo è, ancora una volta, un negativo, non un positivo. Il positivilleggiare della cultura visuale della vetrina mediatica di oggi è un parcheggiare ad “U” l’automobile del design, del positivo entro le strisce della vetrina-parcheggio nella quale l’arte figurativa litiga e gesticola illudendosi disottrarsi così al suicidio annunciato. L’arte che gesticola e vetrineggia è un’arte da obitorio che fa della propria immobilità un movimento, ma all’incontrario, à rebours, verso il centro del buco nero dalla quale è nata e al quale anela tornare. Con le sue figurazioni Marie Laure Colasson opera una dialettica dell’immobilità coloristica,  spicca una radiografia delle tracce di colore, delle ombre di colore che si sovrappongono, una mappa delle orme semi cancellate di tutto ciò che non ci appartiene più, che ci è stato espropriato e che abbiamo dimenticato e rimosso. La figuralità della Colasson è un gettarsi à fond perdu nelle tracce, nei deboli segnali che stanno per spegnersi, nelle deboli ri-illuminazioni. E questa gettatezza è ciò che ci resta, con l’unica consapevolezza che quelle debolissime ri-illuminazioni non sono in grado di illuminare alcunché se non la nostra cecità, la connessione d’accecamento, l’impossibilità di «gettare» lo sguardo al di là dell’orizzonte degli eventi della nostra epoca, al di là della sindrome di accecamento che ci tiene avvinti nel soggiogamento, nel sortilegio. L’atto di dare un senso non è altro se non un conferimento di significati operato dal soggetto. Nella figuralità colassoniana non v’è un atto di senso né alcuna pluralità di atti di senso, siamo piuttosto nel fuori-senso, fuori dal senso. Questo gesto intende il mondo, la storia come un fuori-senso che non conduce in alcun luogo, è questa la posizione colassoniana, nella sua figuralità non v’è né Irrweg né Umweg, i sentieri sono interrotti e, di conseguenza, non v’è neanche una ermeneutica che possa decifrare la stazione del fuori-senso. L’enigma del fuori-senso non lo si può sciogliere tramite il suo risolvimento, lo si può solo abitare, lo si può solo vivere senza alcuna aspettativa né prospettiva di senso. La Colasson giunge così a fare una pittura priva di soggetto nella misura in cui mette in opera  una pittura de-ontologizzata, priva del fondamento e, quindi, anche de-oggettivata.
(Giorgio Linguaglossa)

*

Mi ha sempre colpito la frase di Adorno:

«La conoscenza si getta à fond perdu negli oggetti. La vertigine che ciò suscita è un index veri, lo shock dell’aperto, la negatività».1

E mi sono chiesto che cosa realmente volesse dire il filosofo tedesco. È che l’oggetto è quel prodotto del lavoro umano, e che quindi non è mai un prius, ma un post che è giunto fino a noi. Così l’oggetto quando ci raggiunge si è già incaricato il trasporto di tutto ciò che noi avevamo dimenticato o avevamo giudicato non essenziale. Ed è proprio lì il significativo, ciò che eccede il significato e rimanda alla cosa per essere di nuovo interrogata.

Allora, il racconto dell’oggetto «pallottola» in Storia di una pallottola di Gino Rago, è l’oggetto stesso nel suo farsi, nell’essersi così sedimentato. Descrivere degli «stati di cose» come avviene nelle poesie di Marie Laure Colasson o Mario Gabriele, significa fotografare l’istante della loro immobilità, l’istante del flash. In una poesia di Francesco Paolo Intini ciò che viene refertato nei suoi «stati di cose» è la radiografia del vuoto di significazione. Descrivere un oggetto significa gettarsi a fondo perduto in esso per scoprire le storie che in esso sono nascoste o sono rimaste mute, vuol dire aprire una interrogazione. E allora scopriamo che l’oggetto altro non è che la storia della nostra interrogazione su di esso, l’archeologia di tutte le nostre interrogazioni. L’oggetto parla soltanto se interrogato, altrimenti rimane muto. Alle volte accade che sia l’oggetto stesso che ci parla, e ci scuote dal nostro torpore significazionista.

Il non-identico è tutto ciò che rimane come residuo della conoscenza identificante del soggetto. Quanto essa non riesce ad adeguare viene relegato nell’ambito dell’eterogeneo e del contraddittorio: non-identico è quindi tutto ciò che si sottrae al dominio dell’identità e che quindi viene bollato come non-essente. Il non-identico non è perciò irrazionale, ma irrazionalizzato. Il resto, il residuo, lo scarto è tutto ciò che il pensiero identificante del soggetto non è riuscito ad irreggimentare. Possiamo allora dire che ciò che è significativo è tutto ciò che resta fuori del pensiero identificante del soggetto. Lì è la verità dell’oggetto.
Cogliere il quid dell’oggetto significa coglierne la singolarità, coglierla diventa un ripercorrere a ritroso il processo del suo divenire, in un fitto intreccio di motivi critici ed ermeneutici, di ingredienti fantasmatici e fantastici che hanno contribuito a modellarla, cogliere le ragioni profonde che hanno portato ad una certa modellizzazione secondaria dell’oggetto.

La realtà è un campo di sperimentazioni senza verità, intenzionali e/o prive di intenzioni, frammentate, interrotte. Ciò si configura nel linguaggio, nelle parole di un certo linguaggio che, esso stesso disgregato e frammentato, cerca di aprire l’interno della cosa ricorrendo ad una riconfigurazione delle figure retoriche e dei tropi, «un po’ come le serrature di casseforti ben custodite, aperte non solo da una singola chiave o numero, ma da una combinazione di numeri».2 Solo così può liberarsi quella storia nascosta, coagulata, quel processo storico e sociale accumulato che è la verità della cosa, o le cose della verità che la storia dimentica negli angoli più riposti del suo svolgimento.

«Oggi il filosofo ha di fronte un linguaggio disgregato (zerfallenen Sprache). Il suo materiale sono le macerie delle parole, alle quali la storia lo lega; la sua libertà è unicamente la possibilità della loro configurazione in base al vincolo di verità in esse (nach dem Zwange der Wahrheit in ihnen). Egli può tanto poco pensare una parola come già data quanto inventare una nuova parola».3

(Giorgio Linguaglossa)

1 T.W. Adorno, Ästhetische Theorie; trad. it. Teoria estetica, Einaudi, Torino 1977, p. 55
2 Ibidem p. 146
3 T.W. Adorno, Thesen über die Sprache des Philosophen, in Gesammelte Schriften, Band I, hrsg. von R. Tiedemann, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1973 (Tesi sul linguaggio del filosofo, trad. di M. Farina, in L’attualità della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico, Mimesis, Milano, 2009, pp. 81-86

Gif Hitchcock Sparo

Gino Rago
Storia di una pallottola n. 12

Il barone rampante già da piccolo si arrampicava sugli alberi.
Negli ultimi tempi vive su un platano della Circonvallazione Clodia.
Italo Calvino telefona alla Colasson:
«La vorrei inserire in un mio romanzo con il ruolo di protagonista», dice.

Reparto di cardiologia. Il dott. Carlomagno convoca d’urgenza
il poeta Gino Rago.
Tachiaritmia a 160 battiti al minuto,
il polmone destro è mal messo, l’aria circola a fatica.
Organizza una tavola rotonda.
Cavalieri, esperti di pneumologia, virologia, cardiochirurgia,
anestesia e medicina interna.
Rispondono all’appello anche Re Artù, Angelica,
Orlando furioso, Italo Calvino
e il presidente del consiglio Giuseppe Conte.

Marie Laure Colasson convoca gli Stati Generali presso la sua abitazione
Circonvallazione Clodia n. 21.
Italo Calvino citofona:
«Madame Colasson, ha ragione,
la vita è un romanzo, vorrei entrare anch’io in un suo quadro.
Prima o poi arriva sempre il corvo.
Mi inviti piuttosto agli Stati Generali…».

Marie Laure Colasson:
«La ringrazio, le farò sapere.
C’è un agente degli Affari Riservati che mi pedina,
e poi le sue Lezioni americane, sono banali, tristi,
le preferisco Queneau».

Il noto critico letterario Linguaglossa dà forfait.
Alle pareti “strutture dissipative”, sculture fatte d’aria, anelli, cilindri,
un grembiule imbrattato, abiti di scena, profumi, locandine,
calici di cristallo, draghi di cartapesta, mascherine,
frammenti di plexiglas, scatole di trucchi, bauli,
spille con cammei, sciabole giapponesi,
una falce e martello con la stella rossa dell’URSS,
lattine vuote di olio della Sabina.
E uno stiletto appuntito con il manico di avorio.
Che cade a strapiombo sulla strada
e uccide il cavaliere inesistente.

La sirena della squadra omicidi.
Entra il commissario Ingravallo.
Italo Calvino se la dà a gambe.
«Madame Colasson, lei è in arresto».

(Gino Rago, 10 giugno 2020)

Marie Laure Colasson

Egregio poeta Gino Ragò,

devo ammettere che stasera non sono lucida perché ho bevuto della vodka al melone… Le dico subito le mie rimostranze per essere stata coinvolta, di nuovo, mio malgrado, nella interminabile querelle innescata dal commissario Ingravallo, quell’energumeno incompetente che mi perseguita da anni e che ha già combinato un pasticcio con l’Ambasciata di Francia e il Ministero degli Esteri d’Italia con il suo ministro degli Esteri Di Maio, altro notorio incompetente.
Le dico subito che lo stiletto con il manico di avorio è ancora in mio possesso, ho dovuto recuperarlo dalla testa del cavaliere inesistente dove si era conficcato cadendo dal 4 piano della mia abitazione di Circonvallazione Clodia n. 21. Poiché, come dice Wittgenstein, «il mondo è tutto ciò che accade», anche questo accadimento fa parte del mondo, purtroppo in quel mondo ci sono degli imbecilli e dei mascalzoni come Salvini e i suoi fedelissimi della banda bassotti dei leghisti. Quanto ad Italo Calvino, non ne posso più, le sue Lezioni americane mi hanno annoiato a dismisura con quel panegirico sulla leggerezza che ho trovato veramente banale, gli preferisco Mauro Pierno il quale dimostra di possedere una legéreté invidiabile e un fuori-senso invidiabile. E’ che la poesia ha senso soltanto se è fuori-senso, tutta la poesia sensata che fa del sensorio il proprio catechismo è semplicemente ridicola.
Cmq, Le prometto che la convocherò nei miei prossimi Stati Generali della poesia in compagnia di quel lestofante del critico letterario Linguaglossa il quale sembra più interessato al suo Ufficio di Informazioni Riservate che alla salute della poesia italiana.
Quanto alle mie “strutture dissipative” lascerò un posto per il Signor Eugenio Montale e anche a quel bellimbusto di Italo Calvino… e anche al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Contento?
Lei, caro Gino Ragò, è un burlone, ma io sono una persona seria e non mi piace essere coinvolta in questioni che comportano risvolti di carattere penale. Spero che Lei capirà…
Ciò posto, devo dire che la sua composizione  mi aggrada e la trovo eloquente e folle almeno quanto la sottoscritta.
In attesa della Storia di una pallottola n. 13, La saluto con cordialità.
(Milaure)

Gino Rago

Gentilissima e amabilissima Madame Colasson,

le questioni che Lei solleva e che scaglia sul tappeto verde del biliardo poetico-letterario non soltanto italico sono assai delicate e meritano da parte mia una trattazione seria e ben articolata che ora non posso darLe, mi riservo di farlo presto, sperando di non deludere le Sue attese.
Vado di corsa, sono stato convocato di urgenza all’Istituto di medicina legale della Sapienza: il medico legale, dottor Tancredi, ha esaminato il cranio del cavaliere inesistente e ha fatto una rivelazione sconvolgente che
La scagiona da ogni responsabilità penale: il cavaliere inesistente era già morto quando il Suo stiletto gli si è conficcato nella testa vuota…
Le darò altre news, al più presto,
Le auguro buon tutto, con viva cordialità,
(Gino)

Gino Rago I platani sul TevereGino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e residente a Trebisacce (Cs) dove è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, dove si e laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005) e I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (EdiLazio, 2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019). È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” e redattore della Rivista on line lombradelleparole.wordpress.com”.

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9 risposte a “Acrilico di Marie Laure Colasson, Dialettica dell’immobilità, Storia di una pallottola n. 12, di Gino Rago, La conoscenza si getta à fond perdu negli oggetti

  1. Qualcuno ha obiettato che risuscitare la pop-art in poesia rischia di essere un repêchage che non contiene nulla di nuovo.
    Ritengo questo argomento specioso e fuorviante. Innanzitutto, la top-pop-poesia, la poesia pop-corn, la soap-poesia, chiamatela come volete, non è una riproposizione dell’antico ma una novità assoluta per la poesia italiana ed europea; la contro prova è ammessa, ovviamente; in secondo luogo già da alcuni decenni la poesia italiana è ridotta ad una passerella in cui ciascuno dei passerellisti può godere di un quarto d’ora di celebrità, le poesie che si scrivono oggi sono degli esercizi molto facili che non possono interessare nessuno. Continuare su questa strada non avrebbe alcun senso.

    Replicherei così a queste insinuazioni:
    Provate voi a scrivere una pop-top-poesia, la pubblicheremo subito. Vi accorgerete di quanto sia difficile scrivere una poesia pop-corn o una soap-poetry!

    Lascio la parola a Mario Perniola:

    «… l’arte alla portata di tutti i talenti è appunto il miracolo compiuto nei primi anni sessanta dalla pop-art, la quale con un uso spregiudicato del ready-made mostra come sia facile fare un’opera, sottraendo un qualsiasi oggetto dal contesto utilitario e immettendolo nel mercato dell’arte. In un primo tempo, l’effetto di questa strategia è l’attribuzione di un’enorme importanza al nome dell’artista, che diventa l’unico punto di riferimento per la determinazione del valore dell’opera.
    Tuttavia l’osservazione di Andy Wahrol secondo cui in futuro ognuno godrebbe di un quarto d’ora di notorietà esprime un totale scetticismo nei confronti della possibilità di fare opere artistiche che resterebbero come azioni significative per i contemporanei e per i posteri.
    Per opporsi al disincanto cinico della pop-art nascono tra gli anni Sessanta e Settanta movimenti che, come il Wiener Aktionismus, fanno capo del corpo dell’artista l’oggetto di performance autolesionistiche…»1

    Scrive Heidegger:

    «La cosa, nella sua modestia, si sottrae al pensiero nel modo più ostinato. Oppure proprio questo rifiutarsi della mera cosa, questa in sé riposante e non costretta compattezza della mera cosa, dovrà appartenere all’essenza della cosa? Ma allora ciò che di più strano e segreto l’essere della cosa porta con sé, non dovrà costituire l’obiettivo ultimo di un pensiero che cerchi di pensare la cosa?».2

    Oltre alle mere cose esistono le cose d’uso, cioè gli strumenti, in cui il rapporto materia-forma è modificato dall’intervento dell’uomo, il quale costruisce una cosa in funzione del suo uso. Lo strumento, il mezzo, è qualcosa più della mera cosa, ma qualcosa meno dell’opera d’arte vera e propria. Che cosa rende tale il mezzo? Verrebbe da rispondere: la sua usabilità, la funzione per cui è stato fatto; ma , a questo punto, Heidegger sceglie un mezzo concreto per esemplificare, e precisamente le scarpe da contadino del famoso quadro di Van Gogh.
    Quest’immagine dice qualcosa di più della semplice usabilità: parla di tutto un mondo contadino di fatica e di semplicità, del legame con la terra… la pienezza dell’essere viene definita “fidatezza” (Verlässigkeit).

    È di tutta evidenza l’idea che gli «oggetti» non sono le «cose». Moltiplicando gli oggetti non raggiungeremo mai le «cose». È proprio questa l’impasse nella quale si invischia ogni «poetica degli oggetti» rendendola obsoleta: l’impossibilità di raggiungere gli oggetti in quanto essi sono irraggiungibili, moltiplicarli all’infinito significa moltiplicare all’infinito la loro inafferrabilità, è questo il punto decisivo in favore della top-pop-poesia di Gino Rago e di tutti gli altri poeti della poesia pop corn.
    Nella poesia di Gino Rago abbiamo una moltiplicazione all’inverosimile degli oggetti che di solito cadono dal 5 piano dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani di Roma sulla testa di qualche malcapitato passante. Che cosa significa tutto questo? È che gli oggetti ci cadono addosso senza requie, dalla mattina alla sera, che gli oggetti sono il nostro incubo, la radice della nostra infelicità…
    È questo che fa della top-pop-poesia una poesia contemporanea, che ci parla da vicino di problematiche che ci riguardano.

    M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, Torino, 2009, p. 67
    2 M. Heidegger, Sentieri interrotti, op. cit., p. 21

  2. Un brano da
    Epistolario al tempo del COVID-19
    Milaure Colasson – Gino Rago

    Caro Egregio poeta Gino Ragò,

    ho deciso che della sua poesia ne farò un ragù… bando alle celie, Le anticipo che darò mandato al mio legale di fiducia, tale Avv. Alessandro Maxillovic di Piazza Umberto Lai di tutelare la mia onorabilità e la mia fama di coreografa e danzatrice, nonché pittrice francese in ordine alle intemperie intraprese da qual bellimbusto di commissario Montalbano sortito fuori dalla penna di Camilleri, tale e quale il suo predecessore, tale Ingravallo abitante del romanzo di Gadda “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana…”.
    E poi non capisco che cosa c’entri il romanziere francese Robbe Grillet con la crossdresser Ewa Kant… però opino che forse la bambola gonfiabile l’avrebbe potuto interessare, certo più di quell’Ingravallo, burino di Campobasso…
    Veda, io non nutro eccessiva fiducia nelle qualità indagatorie dei commissari di pubblica sicurezza della Capitale, Lei che dice?
    Quasi nutro nostalgia per quell’Ingravallo, inconcludente e incompetente commissario che si era ficcato in testa ch’io fossi la colpevole di tanti e tali efferati delitti…
    Lei ancora non ha esatta contezza della mia persona che può essere incendiaria e terrorista ad un tempo…
    Invece Le consiglio di guardarsi le spalle da quel figuro di via Pietro Giordani che, dietro le quinte, allestisce le peggiori commedie e contumelie.
    Cosa dire? la poesia n. 14 è più che divertente, effervescente come nitroglicerina e non si capisce mai dove andrà a parare nel verso che segue. La definirei poesia pop-corn o soap-poetry con mio grande divertimento e giubilo…

    Con stima, Sua amica.
    Milaure
    *
    Cara Milaure Colasson,

    mi rendono contento sia il Suo giubilo, sia il Suo divertimento con i quali accompagna anche la pallottola n. 14; ma se io fossi al Suo posto, mi creda, mi guarderei le spalle perché Lei, Milaure cara, qualche giorno fa ha corso un brutto rischio sulla scala mobile della Metro A-Barberini, uscita Via Veneto.

    L’ho appreso dalla giovanissima collaboratrice (che si fa chiamare Erika) del titolare dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani:
    Alain Robbe-Grillet, Natalhie Sarraute, Claude Simon e Marguerite Duras La stavano aspettando alla Fontana del Tritone…
    Non Le perdonano due cose in particolare:

    – il Suo allontanamento senza preavviso dalla école du regard;
    – il Suo rifiuto persistente a farli entrare in una delle Sue Strutture Dissipative.

    Erika e io l’abbiamo vista quella mattina alla fermata Barberini, ma Lei, cara Milaure, non si è accorta di nulla.

    Erika, poi, quella mattina era particolarmente contenta, portava al collo una stupenda collana di ambra polacca e mi disse:
    “Me l’ha regalata ieri sera il mio direttore, il titolare dell’Ufficio Informazioni Riservate di Via Pietro Giordani…”

    Vorrei condividere con Lei e con tutti/tutte de L’Ombra la mia gioia per l’ingresso in Redazione di Mauro Pierno

    Con tanto affetto e con tanta stima, cara, carissima Milaure Colasson,

    Gino Rago

  3. Un tempio greco, esemplifica Heidegger, non riproduce nulla, ma è eretto per creare uno spazio sacro, in cui Dio è presente in virtù del tempio; esso emerge e sorge dalla roccia, e l’insieme di questi elementi costituisce la
    physis del tempio, la Terra.

    «La Terra è ciò in cui il sorgere riconduce, come tale, tutto ciò che sorge come nel proprio nascondimento protettivo. In ciò che sorge è presente la Terra come la nascondente-proteggente.»1

    Il Mondo viene delineato a partire dal concetto di “esposizione”: le opere d’arte vengono esposte, ma la vera esposizione è in realtà solo la consacrazione.

    «L’esposizione vera e propria è erezione nel senso del votare e del celebrare. Esporre non significa in questo caso il semplice collocare. Votare significa consacrare, nel senso che nell’esposizione dell’opera viene aperto il sacro in quanto sacro, e viene invocato il Dio nell’aperto del sue essere
    -presente. Del voto fa parte la glorificazione che è considerazione della dignità e dello splendore del Dio. Dignità e splendore non sono proprietà accanto e dietro le quali, come qualcosa di accessorio, stia il Dio: il Dio è presente nella dignità e nello splendore. nel riflesso di questo splendore riluce, cioè si illumina, ciò che chiamammo Mondo.»2

    Tra Terra e Mondo esiste una lotta (Streit): la Terra è l’autochiudentesi, mentre il Mondo è l’autoaprentesi. Essi non sono mai separati, ma in dialogo, o più precisamente, in lotta, durante la quale si realizza l’esser opera dell’opera, con una valenza positiva in quanto proprio nella lotta sia afferma l’essenza di terra e Mondo. E:

    «La realizzazione della lotta è il raccoglimento, costantemente oltrepassantesi, del movimento dell’opera. E’ perciò nell’intimità della lotta che trova la sua essenza anche la calma dell’opera riposante in sé stessa».3

    «La verità è il non-esser-nascosto dell’ente in quanto ente. La verità è la verità dell’essere. La bellezza non è qualcosa che si accompagni a questa verità. Ponendosi in opera, la verità appare. L’apparire, in quanto apparire di questo essere-in-opera e in quanto opera, è la bellezza. Il bello rientra pertanto nel farsi evento della verità. Non è quindi qualcosa di relativo al piacere, quale suo semplice oggetto. Il bello riposa, sì, nella forma [Form], ma solo perché la
    forma prese luce dall’essere come‘entità’ dell’ente».4

    Commento

    Penso che la nuova poesia, la top-pop-poesia, la poesia pop-corn, la soap-poetry segni il punto di massimo allontanamento dalla concezione classica che Heidegger aveva dell’opera d’arte. Massimo allontanamento che il mondo della tecnica ha erogato all’arte. Le opere moderne sembrano estranee a questo conflitto (Streit) tra il mondo e la terra, tra l’autochiudentesi e l’autoaprentesi, e questa estraneità è la condizione ontologica in cui ci troviamo. Estraneazione che contagia ogni atto e pensiero dei contemporanei.
    Lo «spazio sacro, in cui Dio è presente in virtù del tempio» è, heideggerianamente, lo «spazio non-sacro del Dio assente» della poiesis odierna. Soltanto in questo «spazio non-sacro» la poiesis può sopravvivere, ma soltanto come fantasma, nella dimensione fantasmatica. Il «tempio» nel quale abita la poiesis non può che essere il luogo del Dio assente, là dove non v’è né apertura né chiusura di mondi.

    M. Heidegger, Sentieri interrotti, p. 28.
    ibi, p. 29.
    ibi, p.35
    ibi, p. 65

  4. antonio sagredo

    … ma Tu pensa se fossi un abitante di Saturno ( o altro corpo celeste del nostro sistema solare, o altro fuori di questo sistema, magari della stessa galassia, o altro ancora: fuori della – mia –galassia e cioè su una altra galassia, o fuori di qualsiasi altra galassia)… insomma in un dove che non fa parte di nessun dove… e allora da dove mi potrebbe venire l’idea di un dio (creatore) ?! …e di cristo, nemmeno a parlarne!
    …e da una altra galassia si vede appena come il nostro sistema solare (un puntino!) gira attorno alla sua galassia (la periferia di questa) in andamento ondulatorio; e poi se da Saturno la Terra appare come un puntino, immaginate come non è assolutamente visibile dal centro della sua stessa galassia; e, ancora, da quell’altra galassia (da cui osservo) il nostro sistema solare non appare più nemmeno come un puntino dall’andamento ondulatorio… scompare del tutto.
    La non osservabilità della Terra dal centro della sua stessa galassia sta alla quasi non osservabilità del nostro sistema solare dal centro di questa stessa galassia…
    …da una altra galassia , ripeto, questo nostro sistema solare a sua volta non è più osservabile: scompare del tutto.
    Ma tutto ciò è noto. o quasi del tutto ignoto.

  5. Da una intervista immaginaria ad Alain Robbe-Grillet

    l’intervistatore pone una domanda stringente sul rapporto fra il fondatore della école du regard e la critica letteraria francese del suo tempo. (Ciò che vale per la Francia può valere anche per l’Italia e quello che qui si dice sul romanzo può valere anche per la poesia? Ritengo di sì)
    Ecco il brano in questione della conversazione:

    Domanda
    Alla refrattarietà dell’editoria si è aggiunta quella della critica…

    Risposta di Robbe-Grillet:
    La critica, e mi riferisco soprattutto a quella francese dell’epoca, era alquanto arretrata, a tal proposito.

    I grandi critici dell’epoca, quelli che dettavano legge nelle riviste, nei giornali, non avevano in realtà letto niente dopo Dickens e Balzac e pensavano che fosse così che si dovesse scrivere, del resto alcuni parlavano di ciò che non avevano mai letto.

    Mi hanno definito un oppositore della tradizione occidentale della narrazione. Ma per me la letteratura è sempre stata nuova, il romanzo è sempre stato “nuovo”.

    Poco dopo Balzac, è stata la volta di Flaubert, la cui scrittura apportava già delle novità, rispetto al primo.

    Flaubert infatti introduceva, rispetto a Balzac, delle sovversioni riguardanti la persona, il soggetto narrante che parla, e anche la presenza particolare degli oggetti nella scrittura.

    Dopo Flaubert, il sovvertimento continua, e in occidente questa tradizione non cessa di esistere, in seguito c’è stato Dostoevskij, quindi Kafka, e poi ancora Proust, Faulkner, Borges, e anche in Italia, Italo Svevo…

    Il romanzo “balzacchiano”, era già stato ampiamente soppiantato da tutti i grandi scrittori che contavano in Europa occidentale.

    E sono stato molto stupito, forse vista la mia formazione di stampo scientifico, di vedere quanto la letteratura fosse ancorata al passato, al contrario della scienza, che è sempre nuova, non può fermarsi; per me la letteratura è ancora in movimento, alla ricerca continua, eppure i critici volevano che si fermasse a quel punto e che andasse bene così.

    Ma questo è impossibile perché, o la letteratura è morta, altrimenti, se è viva, non può che rinnovarsi senza sosta.

    Questo vuol dire che ci sarà sempre un “nouveau roman”…
    *
    E allora è una vera fortuna, non soltanto per noi che stiamo sperimentando nella direzione, per me e non soltanto per me, del tutto nuova della pop-topo-poesia, ma per tutto il mondo delle arti della Parola e della non-Parola, se il nostro destino vuole che incrociamo nel mare della diffusa non comprensione di ciò che stiamo tentando di fare rispetto a tutto il “vecchio” letterario-poetico italiano, un ermeneuta come Giorgio Linguaglossa in grado di scrivere un pezzo di modernissima critica letteraria come questo:
    “[…]
    È di tutta evidenza l’idea che gli «oggetti» non sono le «cose». Moltiplicando gli oggetti non raggiungeremo mai le «cose». È proprio questa l’impasse nella quale si invischia ogni «poetica degli oggetti» rendendola obsoleta: l’impossibilità di raggiungere gli oggetti in quanto essi sono irraggiungibili, moltiplicarli all’infinito significa moltiplicare all’infinito la loro inafferrabilità, è questo il punto decisivo in favore della top-pop-poesia di Gino Rago e di tutti gli altri poeti della poesia pop corn.

    Nella poesia di Gino Rago abbiamo una moltiplicazione all’inverosimile degli oggetti che di solito cadono dal 5 piano dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani di Roma sulla testa di qualche malcapitato passante. Che cosa significa tutto questo? È che gli oggetti ci cadono addosso senza requie, dalla mattina alla sera, che gli oggetti sono il nostro incubo, la radice della nostra infelicità…
    È questo che fa della top-pop-poesia una poesia contemporanea, che ci parla da vicino di problematiche che ci riguardano[…]”
    *

  6. AltrEdizioni Casa Editrice – L’Ombra delle Parole – Rossocorpolingua

    Tavola rotonda in web – 20 giugno 2020 – ore 17:00 -19:00

    Poesia e critica
    Punti di vista sullo stato delle cose
    a cura di Luciana Gravina

    Prima tavolo – Dibattito sulla critica ( 17 alle 17.40)
    Interventi di Marcello Carlino e Francesco Muzzioli
    Modera Luciana Gravina

    Secondo tavolo – Rosso Pagliarani (17.40 – 18.00)
    Cetta Petrollo, Roberto Milana, Giuseppe Andrea Liberti, Maria Grazia Calandrone
    Modera Cetta Petrollo

    Terzo tavolo – Nuove suggestioni (18.00 – 18.40)
    Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Mauro Pierno, Lucio Mayor Tosi, Marina Petrillo
    Modera Giorgio Linguaglossa

    Quarto tavolo – La via indipendente (18.40 – 19.00)
    Carlo Livia, Gianni Godi
    Modera Carmen Petrocelli

    Conclusioni Luciana Gravina

    Inviti a collegarsi sulla piattaforma ZOOM per la Tavola rotonda online
    Poesia e critica. Punti di vista sullo stato delle cose
    20 giugno 2020 ore 17:00 – 19:00

    1) Primo tavolo: Dibattito sulla critica, ore 17:00
    Join Zoom Meeting: https://us04web.zoom.us/j/2565886349?pwd=WUI1WkpJZnV2a3dYd05IVFFRRFk2UT09
    Meeting ID: 256 588 6349
    Password: 8dU2xx

    2) Secondo tavolo: Rosso Pagliarani, ore 17:40 (zoom time 17:40)
    Join Zoom Meeting:
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    Password: 8dU2xx

    3) Terzo tavolo: Nuove suggestioni, ore 18:00 (zoom time 18:09)
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    Meeting ID: 256 588 6349
    Password: 8dU2xx

    4) Quarto tavolo: la via indipendente, ore 18:40 (zoom time 18:39)
    Join Zoom Meeting
    https://us04web.zoom.us/j/2565886349?pwd=WUI1WkpJZnV2a3dYd05IVFFRRFk2UT09
    Meeting ID: 256 588 6349
    Password: 8dU2xx

    Promenade in Zelia Nuttal Gallery, di Gianni Godi su testo di Mario M. Gabriele

    https://www.watch2gether.com/rooms/giannigodi-c8w87so7rjfe4fm6v7?lang=it

  7. Dove ci si trova allora?
    Dove trovarsi?
    A chi ci si può ancora
    identificare per affermare la propria identità
    e raccontarsi la propria storia?
    A chi raccontarla, in primo luogo?
    Bisognerebbe costruire se stessi, bisognerebbe poter
    inventarsi
    senza modello e senza destinatario garantito.

    (Jacques Derrida)

    «dal momento che vi è una traccia, quale che sia, essa implica la possibilità di ripetersi, di sopravvivere all’istante e al soggetto del suo tracciamento,
    di cui essa attesta così la morte, la scomparsa, o almeno la mortalità. La traccia configura sempre una morte possibile, essa firma [signe] la morte».

    (Jacques Derrida)

    «bisognerebbe poter costruire se stessi , bisognerebbe poter inventarsi senza modello e senza destinatario garantito.Non si può far altro che presumere questo destinatario, certo, in tutte le situazioni del mondo».

    (Jacques Derrida)

    Nel testo del 1977 di Italo Calvino, La penna in prima persona, si respira pienamente l’atmosfera della scrittura generalizzata e del suo caratteristico pangrafismo quasi-ontologico. Quando si scrive, dice Calvino,«è la sostanza del segno grafico che si rivela come la vera sostanza del mondo, lo svolazzo o arabesco o filo di scrittura fitta fitta febbrile nevrotica che si sostituisce ad ogni mondo possibile».1
    E «anche l’universo fisico procede nello stesso modo, io credo». Mediante la scrittura«il mondo è trasformato in linea,un’unica linea spezzata, contorta, discontinua. L’uomo anche. E quest’uomo trasformato in linea è finalmente il padrone del mondo, pur non sfuggendo alla sua condizione di prigioniero». 2
    Fra le righe emerge, però, anche la domanda sulla prima persona singolare, e, con essa, un dubbio: «ogni linea presuppone una penna che la traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa».3

    1,2,3 I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino 1980, p. 35 e ss.

    La top-pop-poesia, la soap-poetry, la poesia pop-corn è, propriamente, una spettrografia, un’azione ibridante di simulacri e avatar, di luoghi, personaggi e situazioni disparati. La spettrografia è la condizione irriducibile della singolarità vivente umana giunta al punto della esistenza meramente bio-logica, un dispositivo di registrazione e trasmissione a distanza di qualcosa che non può più essere un messaggio, fors’anche in bottiglia.

    La morfologia di questo tipo di  scrittura spazia entro un’ampia gamma di sottogeneri:
    journal intime in forma epistolare, autoritratto, autobiografema, autobiologia, témoinage fictif, dialogue fictiv, intervista biografica, commento di cronaca e ready made, video documentario, testo testimoniale. Ma è anche vero che tutte queste sono categorie già codificate dagli specialisti del “genere”, ma è che qui si trovano a dover coabitare tutte insieme. È vero anche che si tratta di uno stile frammentato, densamente popolato di rinvii, di momenti cripto-autobiografici, di notizie di cronaca, di maschere, di auto-correzioni, di tentativi di autocritica, di iperboli cioè tutte articolazioni che limitano la presentazione di sé entro un’estetica del mero montaggio e che rinviano ad una struttura testuale che inaugura la discontinuità del tempo narrativo e dello spazio. Si tratta, in fondo di una scrittura frattale. Essa è strutturalmente molteplice e pluristilistica, capace di ospitare più autobiografismi  di nuovo conio dentro una stratigrafia cronachistica, fantasmatica e autobiografica.

    L’ibridizzazione, la privatizzazione, la tribalizzazione generano un nuovo dispositivo testuale, denotabile come finzionale/testimoniale. Qui l’inautentico, l’inautentico, l’in-autenticabile, il falso, il simulacro, il gioco di specchi, l’entanglement, l’interferenza, la peritropè, la catacresi e la metafora sono costantemente intrecciati, organicamente incorporati nell’orditura del testo, guidato da una forma di spiccata artificialità. La continuità del testo è costantemente interrotta dalle interferenze di formazioni enunciative di tipo teoretico, da enunciati consunti della pubblicità, frasi fatte, descrizioni di fotogrammi di film o di fotografie. «Una scrittura senza modello e senza destinatario garantito».

    Per finire: una Stimmung apatica che si esterna in politonie caratterizza lo stile di questo nuovo tipo di scrittura che è anche un nuovo concetto del reale che implica la massima perentoria di dover «reinventare il reale» (Baudrillard) e che misura la distanza che è intercorsa «dal postmoderno alla postverità», la quale altro non è che «la popolarizzazione del principio capitale del postmoderno (ossia la versione più radicale dell’ermeneutica), quello appunto secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni […]
    Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità (vale la pena di osservare che la fine dei grandi racconti coincide – in forma del tutto coerente con la creazioni di “razionalità regionali” – con i primi casi di negazionismo».1

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, Bologna, 2017, p. 113

    (Giorgio Linguaglossa)

  8. ESERCIZI DI STILE
    *
    Ma lo “stile” cos’è, cosa intendiamo per “stile”, soprattutto in poesia ma anche in prosa?
    Scelgo Raymond Queneau e i suoi esercizi di stile per tentare di dare una risposta a dimostrazione di come la stessa storia, raccontata tantissime volte, può sembrare tantissime altre storie distinte e separate se si cambia appunto lo stile nel raccontarla.

    Una delle modalità più efficaci per comprendere che significa raccontare la stessa storia cambiando stile ci viene, giova ripeterlo, da Raymond Queneau in Exercices de style (Esercizi di stile), libro sapientemente tradotto in italiano da Umberto Eco in cui la stessa storia, banalissima storia, viene dall’autore raccontata per 99 volte, cambiando per 99 volte lo stile…

    Io qui, a mò di esempio sulla importanza dello stile la propongo, in 3 modi con 3 stili diversi (Onomatopee, Telegrafico, Volgare)

    1- Storia iniziale
    Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

    2- Prevalenza dello stile delle Onomatopee

    A boarrrdo di un auto (bit bit, pot pot!) bus, bussante, sussultante e sgangherato della linea S, tra strusci e strisci, brusii, borbottii, borrrborigmi e pissi pissi bao bao, era quasi mezzodin-dong-ding-dong, ed eccoco, cocoricò un galletto col paltò (un Apollo col cappello a palla di pollo) che frrr! piroetta come un vvortice vverso un tizio e rauco ringhia abbaiando e sputacchiando «grr grr, arf arf, harffinito di farmi ping pong?!».
    Poi sguizza e sguazza (plaffete) su di un sedile e sooossspiiira rilassato.
    Al rintocco e allo scampanar della sera, ecco-co cocoricò il galletto che (bang!) s’imbatte in un tale balbettante che farfuglia del botton del paletò. Toh! Brrrr, che brrrividi!!!

    3- Prevalenza dello stile Telegrafico

    BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBANDONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTERLOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP

    4- Prevalenza dello stile Volgare

    Aho! Annavo a magnà e te monto su quer bidone de la Esse – e ‘an vedi? – nun me vado a incoccià con ‘no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e ‘na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglià con st’artro burino perché – dice – jé acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, ma cchi spinge? e certo che spinge! chi, io? ma va a magnà er sapone!
    ‘Nzomma, meno male che poi se va a sede.
    E bastasse! Sarà du’ ore dopo, chi s’arrivede? Lo stronzo, ar Colosseo, che sta a complottà con st’artro quà che se crede d’esse er Christian Dior, er Missoni, che so, er Mister Facis, li mortacci sui! E metti un bottone de quà, e sposta un bottone de là, a acchittate così alla vitina, e ancora un po’ ce faceva lo spacchetto, che era tutta ‘na froceria che nun te dico. Ma vaffanculo!
    *
    Gino Rago

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