Marie Laure Colasson, l’insorgimento dell’Estraneo nelle “Strutture dissipative” acrilico su tavola cm 40×40, 2020, Due poesie, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Eruzione A

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Eruzione

Marie Laure Colasson Struttura Dissipativa B 2020

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa X 2020

Marie Laure Colasson G Struttura dissipativa

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa F acrilico, 225x40

Marie Laure Colasson Scissione Struttura dissipativa 23x38 cm 2020

Marie Laure Colasson, l’insorgimento dell’Estraneo nelle “Strutture dissipative” acrilico cm vari formati, 2020

È lo stato di emergenza che produce l’immagine. È l’immagine che produce lo spazio, non il contrario. L’immagine fa lo spazio, fa spazio per altro spazio, rende possibile allo spazio di farsi spazio. Anzi, di più: l’immagine è la configurazione con cui si dà lo spazio nei linguaggi artistici, come avviene per le composizioni spaziali dei quadri di Marie Laure Colasson. Provate a togliere l’immagine dei colori dai quadri della Colasson, e tutto cade di colpo nella insignificanza amorfa.

La pittura della Colasson non è pittura astratta ma figuralità dello spazio, figuralità delle forme nello spazio, ricerca dello spazio mediante delle Forme che emergono da un luogo di cui non sapevamo nulla. Delle Forme abnormi, raccapriccianti sono sorte da uno stato di emergenza. L’inconscio politico che vive in un continuo stato di emergenza. Forme abrupte insorgono e lacerano il tessuto delle relazioni spaziali dello spazio che precedeva l’istante del loro insorgere distruggendo i fragili equilibri architettonici sui quali si reggeva la precedente costruzione spaziale. Queste Strutture dissipative indicano una emergenza, raffigurano questo insorgimento di Forme abrupte che non conosciamo, di cui non ne sappiamo nulla e di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. L’insorgenza dell’Estraneo è la tematica di questa pittura. Di qui il dis-equilibrio, il dis-formismo, il cataclisma, l’apocatastasi. Queste Strutture dissipative sono la raffigurazione dell’istante in cui una Forma estranea irrompe nel nostro ordinato universo percettivo e ne diffrange il lessico e la sintassi, producendone l’implosione, la erogazione di un dis-servizio che viene ad infirmare la struttura di forme in equilibrio che preesisteva all’atto dell’insorgimento dell’Estraneo. Accade il trauma. L’insorgere dell’abrupto ci respinge, volgiamo lo sguardo altrove. Non possiamo guardare più oltre, cerchiamo inavvertitamente il corrimano della distanza, siamo costretti a prendere le distanze dall’abrupto. Ci accorgiamo di essere prigionieri di una contraddizione. Non possiamo che avvicinarci a qualcosa che deve, per ora, rimanere a distanza. Non possiamo che anelare alla latenza di ciò che vorrebbe manifestarsi a noi nella illatenza. Mettiamo in atto istintivamente un distanziamento sociale.

Scrive appropriatamente Merleau-Ponty:

«Lo spazio non è più quello di cui parla la Dioptrique, un reticolo di relazioni tra gli oggetti (….) ma è uno spazio considerato a partire da me come punto o grado zero della spazialità. E non lo vedo secondo il suo involucro esteriore, lo vivo dall’interno, vi sono inglobato. (…). La visione riacquista il suo fondamentale potere di manifestare, di mostrare più che se stessa. E poiché ci dicono che un po’ di inchiostro basta per farci vedere foreste e tempeste, bisogna che la visione abbia il suo immaginario».2

Siamo in presenza della scomparsa della manifestatività scandalosa delle «cose». Nella pittura della Colasson, gli oggetti sono scomparsi, si tratta di una pittura de-oggettualizzata. Ciò che resta sono degli spigoli, delle striature, degli orli luminosi, delle semi superfici, emicicli e striature illuminati o in via di dis-illuminazione che nuotano in un fondo tinta lucido, monotonale, uniforme, un fondo tinta neutro, non quello liofilizzato dalla comunicazione medialmediatica ma come fondo-sfondo, come sfondo-fondo, come fondale neutralizzato e cieco, dove le cose che un tempo galleggiavano sono disparite e delle quali rimangono delle tracce, delle orme, delle striature, dei semi profili, degli spigoli, degli stipiti malamente illuminati da una luce che si profila e si prolunga e si indebolisce di contro allo sfondo-fondo tonalmente lucidato a dovere, quasi fosse un relitto kantiano quel dovere di lucidare lo sfondo-fondo dove le cose sono state inghiottite e sono scomparse.

Il reale emerge come le tracce del negativo nella lastra fotografica, come le tracce del corpo in una radiografia. Le tracce del negativo che il discorso poietico ha l’obbligo di far parlare per via del fantasma e per via fantasmatica contengono un barlume di verità per quel pensiero che è il massimo responsabile della disgregazione delle Forme. Il trascendimento del dominio (Herrschaft, dizione di Adorno), appare così legato non all’avvento di una ragione più luminosa e universale, ma di un linguaggio figurale che sappia finalmente dar voce al negativo, senza l’arbitrio soggettivo e senza la violenza del soggetto che legifica e che si esprime in tautogrammi.

(Giorgio Linguaglossa)

Marie Laure Colasson

Due poesie da Les choses de la vie (inediti)

29.

Un crayon vagabond renie la taxonomie
Eredia grimpe dans la publicité

Un papillon aux par-chocs chromés
avale une robe à fleurs

Au sourire démoniaque un crocodile
engloutit l’amiante rouillée

Sur ses bras son dos des taches de rousseur
dansent le hula-hop

Marie Laure cache dans son birkin
Une robe à taches de rousseur un hula-hop chromé
Un pistolet au pommeau de nacre
La blanche geisha y ajoute
Un papillon un crocodile des lambeaux publicitaires

Toutes deux s’enfuient avec le crayon vagabond
Refusant d’écrire la suite

Eredia muette se proméne avec Kôbô Abé
*

Un lapis vagabondo rinnega la tassonomia
Eredia si arrampica nella pubblicità

Una farfalla dai paraurti cromati
deglutisce una veste a fiori

Un coccodrillo dal sorriso demoniaco
inghiotte l’amianto rugginoso

Sulle sue braccia sul suo dorso macchie di lentiggini
ballano con l’hula-hop

Marie Laure nasconde nella sua birkin
Una veste a macchie di lentiggini un hula-hop cromato
Una pistola con l’impugnatura di madreperla
La bianca geisha vi aggiunge
Una farfalla un coccodrillo dei lacerti pubblicitari

Entrambe se la filano con il lapis vagabondo
Rifiutando di scrivere il seguito

Eredia taciturna passeggia con Kobo Abe

30.

Une procession de fourmis juteuses
envahit l’église

Le cocon de bave dorée glisse dans une bouche d’aération
dans la valve du purgeur de poésies

La blanche geisha peaufine son image
le miroir sort avec elle

Eredia chausse ses lunettes de soleil
et s’introduit à travers les fentes des portes

Chevelure affolée un ivrogne à l’oeil affolé
se balance sur une rocking-chair en palissandre
au centre d’une mer de serpents noirs se tortellant sur le sol

Couleur de la colère le génocide glisse entre les tuiles
la blanche geisha et Eredia enfilent leurs masques

Une foutue tribu de sauvages
transmet sur facebook une mélodie sirupeuse et chocolatéé

Le future virulent intercepte.

*
Una processione di formiche sugose
invade la chiesa

Il bozzolo di bava dorata scivola in un tunnel d’aerazione
nella valva di uno spurgatoio di poesie

La bianca geisha perfeziona la sua immagine
lo specchio esce con lei

Eredia si mette gli occhiali da sole
e s’introduce attraverso le fessure delle porte

Capigliatura stravolta un ubriacone dall’occhio sconvolto
oscilla in equilibrio su una rocking-chair in palissandro
al centro d’un mare di serpenti neri che si attorcigliano al suolo

Colore della collera il genocidio scivola tra le tegole
la bianca geisha ed Eredia s’infilano la maschera

Una fottuta tribù di selvaggi
trasmette su facebook una melodia sciropposa e cioccolatosa

Il futuro virulento intercetta.

Scrive Lucio Mayoor Tosi:

«Il cosiddetto “Problem solving” è oggi il modo di pensare più diffuso, non solo in ambito lavorativo. Come fare a raggiungere lo scopo prefissato nel modo migliore, e rapidamente. Ci allena a questa forma intellettiva l’uso del computer. E se abbiamo una certa età, nonostante la conoscenza e i tanti libri letti, davanti a un nuovo programma di informatica andiamo in confusione. Non è certo questo l’ambiente più idoneo al pensiero metafisico.
[…]
Nel pensare metafisico dovremmo tenere conto di questa mutazione, e il modo migliore per farlo è intervenire sul linguaggio; o, meglio, accogliere nel linguaggio, più che nuovi termini, il farsi di una diversa modalità cognitiva. E della modificata attenzione».

1 G. Bachelard, L’intuizione dell’istante, Bari, Dedalo Libri, 1973, p. 91
2 M. Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, SE, Milano, 1989, p. 42.

21 commenti

Archiviato in Senza categoria

21 risposte a “Marie Laure Colasson, l’insorgimento dell’Estraneo nelle “Strutture dissipative” acrilico su tavola cm 40×40, 2020, Due poesie, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Scrive Giorgio Agamben:

    «Il pensiero è vicino alla sua cosa solo se si perde in questa latenza, se non vede più la sua cosa. È, questo, il suo carattere di dettato: dev’esserci la dialettica latenza-illatenza, oblio-memoria, perché la parola possa avvenire, e non semplicemente essere manipolata da un soggetto. (Io – è chiaro – non posso ispirar-mi).»

    La conoscenza è, per Adorno, questo perdersi à fond perdu negli oggetti. Noi scopriamo gli oggetti solo quando ci avviciniamo alla «cosa» che non vediamo, che non possiamo vedere. La poiesis ha sempre a che fare con la «cosa», non con gli «oggetti». Pur moltiplicando gli oggetti fino all’inverosimile, alla fin fine ci sfuggono, si confondono, si perdono in una nebulosa indistinta.
    Oggi una «poetica degli oggetti» dovrebbe tenere presente questa problematica. Gli «oggetti» non sono delle cose che puoi convocare a piacimento sulla pagina bianca con un decreto prefettizio o con un Dpcm del Presidente del Consiglio.

  2. Scrive Adorno in Teoria estetica:

    «Il frammento è l’intervento della morte nell’opera d’arte».

    Marie Laure Colasson scrive:

    “oublions les choses ne considérons que les rapports ”.

    Il senso di questa poesia lo si coglie se si pensa il «polittico» non come un manufatto che è qualcosa di evanescente e fluttuante ma come un essere poliedrico che solo il discorso poetico può intuire, percepire e cogliere. Forse siamo ancora sotto la suggestione hölderliana dell’uomo che «abita poeticamente la terra». Un “abitare poetico”, questo della Colasson, che si configura come un esercizio del trapezista che esegue equilibrismi sul trapezio, è questo il suo modo diappartenere alla «terra». Il «progetto poetico» (dichtende) della verità che si pone in opera, avviene in una condizione di sospensione in una altezza. La terra per Heidegger è «fondamento autochiudentesi», fondo opaco e ascoso che custodisce, in contrapposizione a un mondo inascoso, che si apre e viene esposto. Ciò che è stato dato all’uomo deve essere portato fuori dal suo fondamento occultato e fatto poggiare su di esso. In tal modo questo fondamento si presenta come «fondamento sorreggente», talché la produzione d’opera, in quanto rappresenta un tirar fuori di tal tipo, è un«creare-attingente (schöpfen)» (Heidegger).1

    L’orientamento della nuova poesia e del nuovo romanzo è antisoggettivistico. La «forma-polittico» è quella che meglio definisce e rappresenta la condizione di frammentarietà del nostro mondo. Possiamo definire il «polittico» come un mosaico di frammenti, di immagini dialettiche in movimento nella immobilità, compossibilità di contraddittorietà. Vengono a proposito le intuizioni di Benjamin sullo statuto delle immagini in movimento. Scrive Walter Benjamin:

    «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente
    temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio».2

    La forma-poesia prescelta dalla Colasson è il «polittico» di frammenti, analogamente anche nella sua pittura è il collegamento inferenziale delle forme dei colori, il luogo dove l’artista abita in modo spaesante i linguaggio figurativo. Nei suoi «polittici» la Colasson entra da subito nelle linee interne delle cose, illustra quasi didascalicamente la condizione ontologica di frammentazione dello spirito del tempo, il quale lo si può cogliere soltanto nelle «relazioni» spaziali e temporali, nelle spazialità e nelle temporalità dei personaggi che si affacciano nella cornice della poesia. Le Figure che compaiono sono gli Estranei. La lingua impiegata è una lingua straniera, che fa a meno dei segni di punteggiatura, dei nessi causali, formali, sintattici e fonosimbolici. Nei suoi «polittici», sia in pittura che in poesia, non v’è un punto di vista ma una pluralità di punti di vista, di scorci che non convergono mai verso un focus o una identità in quanto sono eccentrici e legati da leggi di probabilità e di entanglement. Il discorso poetico e figurativo cessa di essere un discorso identitario di una identità e diventa discorso plurale della pluralità. I legami tra le forme che emergono dal fondo ascoso dei suoi dipinti sono equivalenti ed equipollenti alle singole strofe irrelate delle poesie con i loro personaggi porta bandiera del nulla da cui provengono. Emissari del nulla e Commissari dell’essere.

    1 Cfr. M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio. Trad. A. Caracciolo. Mursia, 2007 – L’origine dell’opera d’arte. In: Sentieri interrotti. Trad. P. Chiodi. Firenze: La Nuova Italia,1984
    2 2 W. Benjamin I “passages” di Parigi, Einaudi, Torino 2007, p. 516

  3. «Se lo spazio inaugurato dall’arte nella sua esperienza originaria non è più «lo spazio comune in cui tutti gli uomini, artisti e non-artisti si ritrovano in vivente unità» (p. 56), se solo attraverso l’atrofizzazione museale l’arte può ancora dirsi tale (cioè a prezzo della sua scomparsa poietica), se l’uomo, tanto come artista geniale che come spettatore, è nel suo destino ridotto ad un’assenza di contenuto, «com’è possibile accedere in modo originale a una nuova poiesis?» (p. 96), si chiede Agamben.

    Ineludibilmente, essa può rendersi possibile solo se si rende pensabile – e pensabile solo nella misura in cui se ne riattualizzi la portata essenzialmente nichilistica che ne contraddistingue la storicità: l’arte è locus dell’estremità, dell’ éskaton nichilistico della metafisica, nel quale parla l’urgenza del rivolgimento dell’uomo.
    Poiché nell’epoché dell’attuale, l’arte

    «è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva perché non può più identificarsi con alcuno di essi. E, in quanto l’arte è divenuta la pura potenza della negazione, nella sua essenza regna il nichilismo. La parentela fra arte e nichilismo attinge perciò una zona indicibilmente più profonda di quella in cui si muovono le poetiche dell’estetismo e del decadentismo: essa dispiega il suo regno a partire dal fondamento impensato dell’arte occidentale giunta al punto estremo del suo itinerario metafisico. E se l’essenza del nichilismo non consiste semplicemente in un’inversione dei valori ammessi, ma resta velata nel destino dell’uomo occidentale e nel segreto della sua storia, la sorte dell’arte nel nostro tempo non è qualcosa che possa essere decisa sul terreno della critica estetica o della linguistica. L’essenza del nichilismo coincide con l’essenza dell’arte nel punto estremo del suo destino in ciò, che in entrambi l’essere si destina all’uomo come Nulla. E finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia dell’Occidente, l’arte non uscirà dal suo interminabile crepuscolo.»1

    1 G. Agamben L’uomo senza contenuto, 1970, pp. 86-87

  4. “La cosa” in poesia è parola, non oggetto. O oggetto-parola. Poesia non è cavalier servente dell’immagine, se mai è della parola… da che ogni parola è portatrice di un numero infinito di immagini. Per quanto al suo insorgere ne porga una soltanto (ogni parola si presenta con una sua coda…) che non possiamo pre-vedere, ma scoprire grazie a misterioso senso che si va creando.
    Non siamo pittori, quando scriviamo siamo poeti. Così è anche per Marie Laure Colasson, immagino. Per gli artisti, le poesie sono al più dei vermicelli… o formiche, come appunto ha scritto Marie Laure.

    Penso però che la critica, l’ermeneutica filosofica sia la migliore per disporre su piani di logica il discorso, anche visivo. Ed è di grande aiuto.

  5. «Se all’arte sia concessa, in mezzo all’estremo pericolo, questa suprema possibilità della sua essenza, è cosa che nessuno può sapere. Ma possiamo almeno meravigliarci. Di che cosa? Della possibilità opposta […] Poiché l’essenza della tecnica non è nulla di tecnico, bisogna che la meditazione essenziale sulla tecnica e il confronto decisivo con essa avvengano in un ambito che da un lato è affine all’essenza della tecnica e, dall’altro, ne è tuttavia fondamentalmente distinto.Tale ambito è l’arte. S’intende, solo quando la meditazione dell’artista, dal canto suo, non si chiude davanti alla costellazione della verità riguardo alla quale noi poniamo la nostra
    domanda.
    Così domandando, noi attestiamo lo stato di difficoltà per cui, con tutta la nostra tecnica, non sappiamo ancora cogliere ciò che costituisce l’essere della tecnica, e con tutta la nostra estetica non custodiamo più ciò che costituisce l’essere dell’arte. Tuttavia, quanto più interrogativamente noi consideriamo l’essenza della tecnica,tanto più misteriosa diventa l’essenza dell’arte.Quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà [ Frömmigkeit ] del pensiero».1

    La poiesis si situa sulla linea di confine, sulla soglia, nel tra, sulla linea di limite, nel confine che attraversa, e decide la scissione, il solo modo perché il risvolto del e nel positivo/negativo possa aver luogo, perché il nulla si traduca nella poiesis.
    Richiamandoci al concetto heideggeriano dello Zwischen come luogo outopos, è possibile situare collocare la poiesis nel suo luogo ideale.

    M. Heidegger, Die Frage nach der Technik, in Holzwege, trad. it. La questione della tecnica, in Sentieri interrotti, Mursia, Milano, 1976, p. 26

  6. Un nemico intelligente, un Estraneo, si aggira per le nostre città, per le nostre metropolitane, per le strade, ovunque… si chiama Covid19, ovvero, Coronavirus.
    Si tratta di un micro organismo intelligente, scaltro, subdolo che si mimetizza in alcuni umani non manifestando alcun sintomo della sua presenza, sono i cosiddetti asintomatici, è aggressivo, mutante, subdolo, è stato creato dal modo di produzione capitalistico, paradossalmente ciò è avvenuto in un paese che si auto definisce “comunista” ma che è governato con polso di ferro da una autocrazia.
    Il Covid19 può prosperare soltanto in una natura che si fa incessantemente attraverso i suoi escrementi; una natura che si conosce, mediante l’accumulazione degli escrementi, dei profiterol dell’immondizia, delle merci invendute e obsolete, del trash, dello spam. La natura infatti è benigna, ci prende sul serio, crede che all’homo sapiens piacciano gli escrementi e ci ha propinato l’Ebola, la Sars, il Covid19.
    La natura fa sul serio, infatti, non agisce per paradosso ma per contiguità e coerenza della parte con il tutto, e delle parti con altre parti.

  7. Cara Milaure Colasson,

    dai versi delle 2 poesie, la 29 e la 30, delle tue Les choses de la vie e dalle
    riflessioni che intorno a esse sviluppa Giorgio Linguaglossa nella sua densa ermeneutica sarei incline a pensare che tu abbia frequentato a lungo nei tuoi esercizi di lettura proprio Alain Robbe-Grillet a la l’école du regard.
    E mi tornano alla mente sia Nel Labirinto, sia Istantanee, di Robbe-Grillet con le due meditazioni-chiave che in me i tuoi versi suscitano:

    – una sorta di mise en abyme rovesciata in cui situazioni, personaggi e oggetti dei tuoi versi sembra che escano da un dipinto appeso a una parete
    di una grande stanza de-contestualizzata rispetto alla storia e alla geografia;

    – il sasso di Istantanee di Robbe-Grillet che, al grado zero della sua scrittura, sta per infrangere la tranquillità di uno stagno, ma che la fotografia, l’istantanea appunto, ha fissato nella sua caduta a pochi centimetri dalla superficie dell’acqua… E noi non sapremo mai l’effetto della caduta della pietra nello stagno…

    Questi tuoi versi rovesciano sul lettore “modello” secondo il paradigma di Umberto Eco del lettore nei riguardi di un testo un senso di sgomento e di abisso come le scale della Metro in assenza di viaggiatori/viaggiatrici: salgono e scendono, continuano senza soste a scendere e a salire ma senza viaggiatori/viaggiatrici che scendono e salgono a fare?

    Che ne pensi, cara Milaure?

    E Giorgio Linguaglossa e Lucio Mayoor Tosi cosa pensano di questo mio brevissimo intervento?

  8. milaure colasson

    cari Gino Ragò, e Lucio Mayoor Tosi,

    che dire di questa bella pagina dedicata a me? Innanzitutto: un Grazie all’Ombra.
    Dirò che tutte queste ultime pitture le ho fatte durante il corso dell’epidemia di Covid19… quanto scrive Linguaglossa è vero, probabilmente dentro di me si è mosso qualcosa, si è presentato l’Estraneo al quale ho dato udienza. riconoscere l’Estraneo è compito della poesia e della pittura, l’inconoscibile… se dovessimo trattare solo di oggetti conosciuti, a che pro fare pittura o scrivere poesie?
    Condivido pienamente il vostro pensiero. E’ vero che Alain Robbe Grillet e l’école du regard siano presenti nella mia mente in qualche cassetto, non lo nego, e che il “visivo” è di grande aiuto alla poesia, la quale però, non godendo del privilegio (che ha la pittura) di rifarsi alla immagine, deve ricreare l’immagine tramite le parole e le non-parole e i non-detti. Ma le parole sono equivalenti dei colori.

    A Gino Rago suggerirei di porre attenzione particolare all’Ufficio Informazioni Riservate che il suo collega Linguaglossa dirige al V piano di via Pietro Giordani. Le cose non sono chiare. Tutto questo trambusto va elucidato, e questo è il compito per il quale il commissario Ingravallo è pagato mensilmente dallo Stato, Spero che il nuovo commissario, tale Montalbano, sia più efficiente e meno dispendioso del suo predecessore.

    Teniamo a mente il detto di Adorno:
    «Il frammento è l’intervento della morte nell’opera d’arte».

    Io penso che dobbiamo imparare a pensare e a ragionare così:
    «oublions les choses ne considérons que les rapports ».

    Come scrive Michel Onfray: «siamo seduti sull’orlo di un vulcano», e non lo sappiamo, o facciamo finta di non saperlo.
    Un abbraccio vivissimo ad entrambi.

    Milaure.

  9. Viviamo e operiamo in una dimensione fatta da un ibrido mix tra pseudo metafisica (occultismo, pseudo scientismo, movimenti no-vax, fake news, verità fai-da-te, verità personali, religiosità regionali, ontologie regionali e provinciali, psicopatologie profilattiche, massificazione delle psicopatologie, etc.) e giornalismo.
    Sarò banale quando dico che è con questa dimensione ibrida che la poiesis di oggi deve fare i conti. Sarò banale ma sono costretto ad annettere fiducia al detto colassoniano:
    «oublions les choses ne considérons que les rapports».

    Il che è un diverso modo di vedere le cose. Dal punto di vista dei rapporti le cose vengono derubricate in secondo piano. I «rapporti» sono opera di «artificio», e l’«artificio» è un modo di essere della tecnica.

    Un aneddoto.

    Un giorno, tanti anni fa, andai a sentire le poesie recitate di un poeta il quale calzava scarpe da ginnastica e tshirt con giacca alla moda casual. Le sue poesie invece erano popolate di immagini di campagna idillico-elegiache; insomma, c’era tutto il repertorio della natura com’era in un tempo primordiale. Alla fine, interrogato, commentai che c’era una discrasia tra le sue scarpe da ginnastica colorate e il mondo rurale delle sue poesie, che qualcosa non mi convinceva, che c’era una contraddizione: o era vera la sua poesia o le sue scarpe da ginnastica e la sua giacca casual.

  10. A proposito di quanto Giorgio Linguaglossa evidenzia nella sua tesi così esposta:

    “Viviamo e operiamo in una dimensione fatta da un ibrido mix tra pseudo metafisica (occultismo, pseudo scientismo, movimenti no-vax, fake news, verità fai-da-te, verità personali, religiosità regionali, ontologie regionali e provinciali, psicopatologie profilattiche, massificazione delle psicopatologie, etc.) e giornalismo.

    Sarò banale quando dico che è con questa dimensione ibrida che la poiesis di oggi deve fare i conti. Sarò banale ma sono costretto ad annettere fiducia al detto colassoniano:

    «oublions les choses ne considérons que les rapports».”

    pro-pongo un brano di un mio mini-saggio dalla pag. 20
    del Trimestrale Il Mangiaparole, n. 9
    sui
    FENOMENI LINGUISTICI DELLA MIGRAZIONE
    Tre casi di translinguismo a confronto
    di Gino Rago

    […]Quanto detto sul caso del poeta peruviano César Moro (nome d’arte di Alfredo Quispez- Asìn Mas) può ben valere anche per altri due casi di translinguismo, quelli di Edith Dzieduszycka e di Gëzim Hajdari: sia Edith, che ha avuto il francese come lingua madre, sia Gëzim, originario dell’Albania, scrivono da tempo i loro versi in italiano. Cosa si può pensare di questa loro esperienza:

    – sentono di avere acquistato o perso qualcosa?

    – sentono la lingua italiana come lingua straniera e/o
    di esilio linguistico?

    – destrutturando le lingue madri, il francese e l’albanese,
    Edith e Gëzim hanno anche destrutturato sentimenti
    e logica precedenti?

    – alle parole nuove della lingua nuova corrispondono
    le «cose»?

    – cosa si perde quando si lascia qualcuno o quando
    con la terra-madre alle proprie spalle si lasciano un focolare,
    una casa, un passato, un paesaggio, una luce, un timbro di campane,
    un colore e un suono delle/nelle cose, un’idea, un progetto di futuro?

    – vengono meno quelle stesse forze sotterranee in grado
    di tenere ancora in vita i matrimoni dopo l’amore, o
    altro?

    Per un poeta che approda a un lingua nuova lasciando la propria lingua madre, la questione linguistica forse è davvero lacerante, forse è come spaccare un vaso e incollarne i cocci, illudendosi che il vaso sia ancora nuovo di zecca…

    In conclusione, due poesie degli autori citati proprio sul tema delle erranze e delle migrazioni:

    I senza nomi
    di Edith Dzieduszycka

    In giacche d’ombra / e visiere di fango / arrancano /
    letali / i senza nomi / Sul ciglio del sentiero / su scogli
    e strapiombi / senza meta / a blocchi aggrovigliati / Le
    loro armature sono di pelle nuda. / Hanno perso la
    voce / la lingua / forse la voglia / Dai rovi / sornione
    s’alza / la brigata dei corvi iene sciacalli / L’orizzonte è
    fuggito / E’ andato lontano / dietro / più dietro ancora
    / Una mantella cupa / lo ricopre.
    (Edith Dzieduszycka)

    Dove vanno questi uomini insanguinati
    di Gëzim Hajdari

    Dove vanno questi uomini insanguinati / giunti all’alba?
    Hanno occhi sbarrati dal terrore. / Dicono che
    provengono dal Delta del Niger / e non vogliono tornare
    indietro. / Che ne sarà dei loro destini? / Fuggono
    lungo il confine / insieme alle bestie impazzite
    / in balia delle dimore ignote / e delle voci dei defunti.
    (Gëzim Hajdari)
    *

    • Ricevo da Edith Dziedzycka, (che ringrazio vivamente), questa sua risposta – che volentieri pubblico perché davvero ben articolata – alle 4 questioni che ponevo a proposito di translinguismo come Fenomeno linguistico della migrazione.
      La risposta di Edith Dziedzycka mi è giunta come e-mail e tal quale la con-divido con lettrici/lettori de L’Ombra delle Parole.
      Gino Rago
      *

      PER GINO RAGO
      FENOMENI LINGUISTICI DELLA MIGRAZIONE E TRANSLINGUISMO

      Caro Gino,
      So che il fenomeno del passaggio da una lingua all’altra ti ha sempre intrigato, e ti ringrazio una volta ancora per avermi inserita in quanto “caso”
      interessante fra i tre della tua analisi.

      Poni a Gëzim e a me una serie di domande alle quali cercherò di rispondere il più sinceramente e semplicemente possibile, anche se parlando e scrivendo ora in italiano da tanti anni, non mi pongo più domande e mi viene spontaneo. Non saprei nemmeno più in che lingua sogno!

      – Credo di aver acquistato più che perso. Si è raddoppiata la possibilità di esprimermi, con una quantità più ampia di parole disponibili; spesso si somigliano molto avendo la stessa radice latina, altre invece “false amiche” fanno soltanto finta di significare la stessa cosa.

      – La lingua italiana ormai non la sento più straniera, semmai complice; mi capita spesso di parlare o scrivere nelle due lingue contemporaneamente, e la cosa mi diverte molto! Certe cose si dicono meglio nell’una che nell’altra.

      – Credo che sentimenti e logica non si siano modificati cambiando lingua. Rimango sempre la stessa, soltanto più ricca di possibilità.

      – Mi divertono le parole che cambiano sesso nelle due lingue: la mer e il mare – le sable e la sabbia – le nuage e la nuvola – il pianeta e la planète – le soir e la sera – le dimanche e la domenica, le mensonge e la menzogna, ecc… Come mi piacciono certe parole gratificanti in italiano che non hanno l’equivalente in francese, come magari. Altre francesi invece non hanno l’equivalente in italiano e bisogna “tourner autour du pot” ! Mi piace anche la musicalità e il ritmo della lingua italiana, così diversi dalla “raideur” francese, con i suoi suoni chiusi, an e en, in, on, un,… difficili per gli italiani!

      – Ho lasciato sì, la famiglia, la lingua, il lavoro, tutto un passato. Ma per un futuro nato dai sentimenti, che poteva sembrare incerto come tutti i tuffi nell’ignoto – visto che sapevo ben poco di quello che mi aspettava – ma che si è rivelato l’inizio di una nuova vita con un nuovo matrimonio felice, purtroppo interrotto dalla morte nel 2005 di mio marito. Credo di aver risposto ora anche all’ultima domanda…

      Per concludere, non mi verrebbe più in mente di ritornare a vivere in Francia, anche se alcune caratteristiche, non della lingua, ma di certi italiani, mi danno proprio fastidio !

      (Edith Dziedzycka)
      *

  11. Prova a dare un credito alla storia.
    All’attimo adulto.
    A due sedie in tandem.
    Allo spiraglio raggrumito di una serratura ad asola.
    Al serramanico di un un controfagotto.
    Alle note a scatto che ha tutto apposto
    nell’astuccio della musica.
    Ad una sigaretta, ad una overture
    della mano digitale.
    In ordine di apparizione,
    riiconoscibili nei pixel di Gianni,
    Marie Laure sul dondolo,
    Gino in sdraio,
    Giorgio a nuoto e Lucio
    che sventola la bandiera
    quando la sua nanin
    ha fatto l’uovo.

    (Per inciso i quadri della Colasson hanno il limite della cornice. La bandiera della Nanin di Tosy è un manifesto.)

    Grazie OMBRA.

  12. cari amici dell’Ombra,

    è con piacere che annuncio che Mauro Pierno da oggi fa parte integrante della redazione dell’Ombra delle Parole. Del resto, Mauro ci segue da anni e in questi ultimi tempi ha affinato le sue notevoli qualità poietiche ed ha dimostrato di saper interagire sempre con intelligenza e tatto con i vari poeti della rivista.
    Lui si dichiara un «ciabattino» della poesia.
    Per noi va bene, lasciamo le candidature al Nobel agli psicopatici che abbondano dalla Lombardia al mare Jonio…
    Benvenuto tra di noi.

    Giorgio

    • GRAZIE OMBRA.
      …ho un paio di scarpe rotte che con tutti VOI, che abbraccio, ho imparato a riparare, risuolare
      e consumare.

      Abbraccio tutti.
      (Cazzarola… in redazione
      Alfredo De Palchi, capo treno
      ed infondo una lucina rossa Pierno…
      e ho detto tutto…

  13. Mauro Pierno è da tempo catturato nella ragnatela dei versi NOE. E’ per me più che benvenuto.

    Marie Laure Colasson scrive poesie-manga (…), con una gamma colore diversa, rispetto alle sue opere di pittura. Più luminosi e pastello.
    Intuisco cosa intende Gino Rago quando parla di Alain Robbe Grillet: a parlare sono gli oggetti, ma cosa dicono rimane un rebus. Sono rumori.
    Io ho qualche “fissa” nella mente, ad esempio che una poesia non dovrebbe contenere tanti articoli indeterminativi (un). Meno che meno all’inizio. Per due ragioni: 1 – le cose sono quella cosa, sono la cosa, hanno nome e storia. 2 – Ripetendo l’un, i versi acquistano un passo troppo cadenzato… Marina Petrillo ha abolito anche gli articoli…

  14. Per adesione incondizionata all’invito-help di Milaure Colasson cerco di sanare il contrasto Ingravallo-Montalbano.

    Gino Rago
    Storia di una pallottola n.14

    Il commissario Montalbano:
    «Madame Colasson, la pallottola calibro 7.65 del suo revolver
    può ridurre ad uno scolapasta quel distinto Signore di Stavrakakis,
    e invece ha colpito un platano
    del libro di Gino Rago I platani sul Tevere diventano betulle,
    mentre il suo autore, il distinto poeta,
    correva dietro le sottane di Catherine Deneuve…
    lo so, non è stata Lei a sparare…
    ritengo che in qualche modo abbia la sua parte quel Linguaglossa,
    il titolare dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani,
    l’energumeno che ha trattato la tangente per 65 milioni di dollari
    con gli emissari di Putin.
    I leghisti, lo sa, sono una banda bassotti della peggiore specie,
    dove possono arraffano…
    stia attenta anche a quel filosofo greco
    che si spaccia per marxista…
    in verità, io dei marxisti non mi fido,
    preferisco loro la crossdresser Ewa Kant,
    presidia sempre il marciapiede al Moulin Rouge…»
    […]
    Il dottor Montalbano:
    «Madame Colasson,
    vede quel Signore lì?, quello con la giacca a quadretti?, è Robbe-Grillet.
    Sì, lo scrittore.
    Dice di essere un avatar, un calzolaio, un aiuto lavapiatti,
    sta là dietro,
    nel retrobottega, in cucina come addetto alla lavanderia,
    e alle pulizie dello stabile,
    al pronto soccorso delle parole in ortopedia…».
    […]
    Filomena Rago legge qualche verso di Baudelaire,
    Liz Taylor e Audrey Hepburn litigano per un posto
    in una Struttura dissipativa della Colasson
    e invece vi precipita Italo Calvino con tutte le scarpe.
    Adesso Marlon Brando fa il posteggiatore abusivo a Fiumicino
    e Robert Mitchum l’autista di taxi in “Taxi driver”.

    Sulla testa di Robbe-Grillet cadono palloncini colorati, carte da gioco,
    un corno di corallo, una statuina decapitata, un collare per cani, una crema di aloe, un totem in alabastro, un fallo in lattice, una bambola gonfiabile,
    una confezione di taralli e un tubetto di dentifricio
    “Colgate” con fluoro activ…

    «Madame Colasson, Lei non ha un alibi!»
    *

  15. caro Gino Rago,

    stando alle parole di Heidegger, l’opera d’arte è apertura di un mondo. Per il filosofo tedesco la poesia in cui consiste l’essenza dell’arte va intesa come apertura di un mondo. Per “mondo”, secondo questa accezione, bisogna intendere non una totalità di fatti, ma di significati. E qui si innesta la questione del linguaggio. In questi termini si spiegherebbe il legame fra linguaggio e poesia ma non nel senso che le parole servono a indicare il mondo che viene fondato, quanto che l’aspetto peculiare del linguaggio poetico dipende almeno in parte dal modo in cui esso dischiude la inadeguazione di fondo del linguaggio poetico a rivelare l’essenza del mondo di oggi.
    Il mondo è troppo grande per il linguaggio (poetico). la pop-corn-poesia si assume tutta intera la responsabilità di questa inadeguazione. È una situazione drammatica se non fosse risibile.

  16. Giuseppe Gallo

    Cari amici dell’Ombra,
    la pallottola vagante di Gino ha colpito un Pierno solitario e lo ha assunto nella Redazione dell’Ombra. Le mie congratulazioni e i miei auguri di buon lavoro. Questa volta ringrazio io.
    Grazie, Ombra!
    Giuseppe Gallo

  17. milaure colasson

    caro Egregio poeta Gino Ragò,

    ho deciso che della sua poesia ne farò un ragù… bando alle celie, Le anticipo che darò mandato al mio legale di fiducia, tale Avv. Alessandro Maxillovic di Piazza Umberto Lai di tutelare la mia onorabilità e la mia fama di coreografa e danzatrice, nonché pittrice francese in ordine alle intemperie intraprese da qual bellimbusto di commissario Montalbano sortito fuori dalla penna di Camilleri, tale e quale il suo predecessore, tale Ingravallo abitante del romanzo di Gadda “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana…”.
    E poi non capisco che cosa c’entri il romanziere francese Robbe Grillet con la crossdresser Ewa Kant… però opino che forse la bambola gonfiabile l’avrebbe potuto interessare, certo più di quell’Ingravallo, burino di Campobasso…
    Veda, io non nutro eccessiva fiducia nelle qualità indagatorie dei commissari di pubblica sicurezza della Capitale, Lei che dice?
    Quasi nutro nostalgia per quell’Ingravallo, inconcludente e incompetente commissario che si era ficcato in testa ch’io fossi la colpevole di tanti e tali efferati delitti…
    Lei ancora non ha esatta contezza della mia persona che può essere incendiaria e terrorista ad un tempo…
    Invece Le consiglio di guardarsi le spalle da quel figuro di via Pietro Giordani che, dietro le quinte, allestisce le peggiori commedie e contumelie.
    Cosa dire? la poesia n. 14 è più che divertente, effervescente come nitroglicerina e non si capisce mai dove andrà a parare nel verso che segue. La definirei poesia pop-corn o soap-poetry con mio grande divertimento e giubilo…

    Con stima, Sua amica.
    Milaure

  18. Cara Milaure,

    mi rendono contento sia il Suo giubilo, sia il Suo divertimento con i quali accompagna anche la pallottola n. 14; ma se io fossi al Suo posto, mi creda, mi guarderei le spalle perché Lei, Milaure cara, qualche giorno fa ha corso un brutto rischio sulla scala mobile della Metro A-Barberini, uscita Via Veneto.
    L’ho appreso dalla giovanissima collaboratrice (che si fa chiamare Erika) del titolare dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani:
    Alain Robbe-Grillet, Natalhie Sarraute, Claude Simon e Marguerite Duras La stavano aspettando alla Fontana del Tritone…
    Non Le perdonano due cose in particolare:

    – il Suo allontanamento senza preavviso dalla école du regard;
    – il Suo rifiuto persistente a farli entrare in una delle Sue Strutture Dissipative.

    Erika e io l’abbiamo vista quella mattina alla fermata Barberini, ma Lei, cara Milaure, non si è accorta di nulla.

    Erika, poi, quella mattina era particolarmente contenta, portava al collo una stupenda collana di ambra polacca e mi disse:
    “Me l’ha regalata ieri sera il mio direttore, il titolare dell’Ufficio Informazioni Riservate di Via Pietro Giordani…”

    Vorrei condividere con Lei e con tutti/tutte de L’Ombra la mia gioia per l’ingresso in Redazione di Mauro Pierno

    Con tanto affetto e con tanta stima, cara, carissima Milaure,
    Gino

  19. CHARLIE

    Baffo al pistacchio, suola di liquirizia.
    Chaplin e la fame. Versi su ciascun livello
    delle Twin Towers, mangiando un orso.
    In un nodo l’ elettrone.

    -Un chilo di Leopardi , mezzo di Montale.
    Si vendono equazioni nella città di Kripton.
    Gesti senza frasi. Fico d’India in una rosa.

    L’ emissione di memoria durò un breve istante. Poterla calcolare
    senza definizione. Sfuggiva il brillamento.
    Baffi come tronchi, donne cannone.
    Dafne tra le ciglia.

    È’ un tempo inabissato. Di tanto in tanto un fotogramma
    Aurora boreale e Murgia sull’ East River.
    Calcare tra le rughe di scalpellino.
    Ferula black and white.

    Scrivere sulla fune
    “tenaglia nella scarpa, scimmia che rovina, ”.

    Cucina la Medea: primo d’orecchiette punto
    Ma sì, punto e virgola! Adbondandis adbondandum…!..

    (inedito)

    Ciao Ombra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.