Video di Gianni Godi con musiche di Antonio Amendola, Poesie, Storia di una pallottola di Gino Rago, Al 103esimo KIRK, di Francesco Paolo Intini

[il video di cui al link sopra riportato, è stato costruito utilizzando le notazioni grafiche su fogli di carta di Antonio Amendola e ascoltando il suono da lui creato. Poco prima della fine del video  potrai leggere spiegazioni più dettagliate.
Gianni Godi]

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caro Gianni,
grazie innanzitutto per il tuo lavoro, per noi è importantissimo questo incontro tra arti e poetiche artistiche diverse: poesia, romanzo, pittura, video-art e musica. È questo il nuovo modo di pensare e di condividere la nuovissima pop-arte, pop-poesia, pop-video-art, la poesia non può vivere da sola, non può sopravvivere nel suo «splendido» isolamento che è diventato solipsismo autarchico, la poesia ha bisogno del confronto critico e dello scambio tra tutte le arti e con il pensiero filosofico.
Se la patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, per la pop-poesia non ha senso parlare di «soluzioni immaginarie», la pop-poesia avverte l’esigenza di reinventare il reale come finzione, come gioco di specchi, come costruzione e decostruzione ad un tempo del linguaggio nel linguaggio.
Non si tratta di una riscrittura segnica della realtà, perché la realtà come noi la intendiamo non esiste, ma è già, in quanto tale, frutto di una simulazione; si tratta piuttosto di porre in essere una dissimulazione auto ironica della realtà, perché essa viene distrutta e insieme ricostruita proprio nel non-luogo che la contiene: nello specchio del linguaggio.
L’altra sera Marie Laure Colasson, dopo aver visionato il video di Gianni Godi, ha riconosciuto la grande capacità dell’autore di reinventare il linguaggio poetico in un altro linguaggio, un linguaggio simulacrale fatto di avatar, emoticon, figure tridimensionali che si avvale della stessa grammatica del web per ricostruire un video secondo un modernissimo concetto di spazio simulacrale-virtuale. Ha fatto un pop-video, se così possiamo dire.
(Giorgio Linguaglossa)
Per come la vedo io, Pop è scrivere nel geroglifico del banale. Merito dell’arte pop è quello di rendere manifesto e riconoscibile il banale. Dopo l’epoca della grande narrazione, il passo successivo. Nomi e oggetti del vecchio mondo, ancora qui: autentico vintage.
(Lucio Mayoor Tosi)
…lo finisco il pensiero. Il pop pensiero è l’autentico presente che a un certo punto ci siamo dimenticati che per una serie di ingolfamenti temporali torna finalmente a galla. Dalla deriva, dall’esclusione, a cui era stato sottoposto o riapparendo se preferite. Mi vengono in mente le tanto care missive che quell’instancabile di Rago ha inviato a Ewa Lipska, il prototipo delle lettere alla Maria nazionale. Ergo, quindi Ingravallo e li che deve indagare. Madame Colasson ha un gancio perfetto col buona camicia televisivo. (Uno dei miei scrittori preferiti è Sebastiano Vassalli per come riesce ad essere cronista e protagonista in una sua storia è strabiliante. Un teatro tutto suo, grande!). Termino. Cosa voglio dire? Appunto. Che c’è sempre una parte del presente che dovrà diventare futuro, e viceversa, che dovrà diventare passato.
La pop poesia è il presente che affiora.
(Mauro Pierno)

Gino Rago

Storia di una pallottola n. 10

Metro B. Fermata Colosseo. Sale il Fantasma del Louvre.
Porta una mascherina. Gialla.

Milaure Colasson con la sua Birkin è in fondo alla carrozza.
Sale nella metro il filosofo Stavrakakis.
«È Belfagor! Fermatelo! Le fantôme du Louvre!», grida.

Un agente in borghese pedina Marie Laure Colasson.
«Signora, pardon, mi sono invaghito di lei, non creda a Belfagor, non è possibile,
è una invenzione di Victor Hugo…».

Madame Colasson:
«Monsieur, è tutta colpa di Juliette Gréco.
Rivolga istanza all’Ufficio Informazioni Riservate».

Da una Beretta calibro 9 una pallottola di gomma
colpisce in pieno un kit anti-Covid-19 (mascherina e visiera in plexiglas)
fissata con una molletta sul filo dei panni del balcone del quinto piano.
Il filosofo Stavrakakis litiga con il filosofo Žižek.

Ingravallo dice che Linguaglossa è un sovversivo.
Una volante a sirene spiegate.
Tre giubbotti antiproiettili fanno irruzione al quinto piano di via Pietro Giordani.
Uno, due, tre spari.

Sequestrano tute, occhiali cinesi, una videocamera a raggi infrarossi,
guanti in lattice, un termoscanner, una soluzione idroalcolica, un reagente,
due confezioni di amuchina, mascherine chirurgiche FFP2, tamponi.
Cadono sulla strada dei vasi da fiori sulla testa di due clienti
proprio davanti al negozio di vini sfusi.

Apericena da Rosati a Piazza del Popolo.
Marie Laure Colasson incontra Catherine Deneuve.
Parlano di quella scena che girò tutta nuda in “Belle de Jour”.

Da una finestra:
«Quelli eran giorni, sì, erano giorni. Noi ballavamo anche senza musica…».
Vittorio Gassman parcheggia l’auto sportiva a Piazza del Popolo
nel film “C’eravamo tanto amati” (1974), regia di Ettore Scola con Nino Manfredi,
Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli.

Ripostiglio di sartoria teatrale al primo piano di via Gabriello Chiabrera:
manichini, scampoli, aghi, spolette, fili di seta, bottoni, ditali.
Montale sta provando una giacca di velluto a coste fini:

«Ahimè, la Musa mi ha abbandonato,
questi giovinastri preferiscono gli stracci, le discariche abusive, la plastica,
i cassonetti della immondizia…».

Marie Laure Colasson

Egregio poeta Gino Rago,

innanzitutto prendo le distanze da quel poliziotto in borghese che mi ha pedinato durante tutto il mese di agosto in pieno solleone… il figuro non faceva che sbirciare la mia gonna… e poi sono desolata che in questa triste vicenda con il commissario Ingravallo sia stata investita anche l’Ambasciata di Francia cagionando un incidente diplomatico. Tutto ciò per le intemperanze di un commissario inadeguato e incompetente. Sono contenta che Ingravallo sia stato rimosso dal suo incarico e rispedito a Campobasso, suo paese natale. Questo pettegolezzo mi è stato riferito dal Signor Linguaglossa il quale è un notorio “sovversivo” come bene sanno i servizi deviati di stanza nel bel Paese.
Però devo dirLe che il mio incontro con Catherine al caffè Rosati di piazza del Popolo è stato molto piacevole e con lei ho scambiato due chiacchiere sulle nostre rispettive “nudità”.
Non le nascondo, comunque, il mio apprezzamento franco e disinteressato per la sua Storia di una pallottola n, 10…
Aspetto con impazienza il seguito della Storia malfamata. Ma, per favore, non mi faccia più incontrare con quel buzzurro di Ingravallo!
Affettuosamente,
Milaure

Francesco Paolo Intini

Al 103esimo KIRK

Caricare Kirk di responsabilità.
Metterlo in un quadro e fargli suonare la chitarra
Perché non ha fatto “La strada” e non è entrato nel cast di “ Persona”

Kirk non ebbe scelta, rientrò dai 104 nel 70 a.C.
Fu vera gloria suonare sul monocordo “Libertà o Morte”
E Goya alla cinepresa
-Non è così che si alzano le braccia e si pronuncia “VIVA”.
stai presenziando l’ Oscar o l’Aspromonte?

In un genoma comunismo e critica cinematografica:
a ognuno secondo il sogno.

Mc Carthy? Una funzione di stato.
Il leninismo una vampa di calore.

Uomini e caporali sul campo di battaglia.
Da che parte è la guerra?

La classe operaia impara dai ricci a sotterrarsi.
E dopo i titoli di coda la Via Lattea fino a Capua.

Scartavetrando azzurro cenere
Soltanto un lampo di pessimismo
croce n. 2020 in un campo di papaveri

Si intravede l’etichetta di un pomodoro
Spartacus con le istruzioni di una battaglia 3D.
Michelangelo al rifiuto della Pietà

Poi perde la vita banalmente
per evitare che un ramarro finisca tra le ruote

 

SPARI DI WARHOL

C’è uno sbuffo tra le silver clouds
e dalle inferriate sfugge acroleina.

L’ala del corvo fa un cigolio
-Papà è lo sportello della cinquecento

L’albero della piazza ha dato i fichi in pegno
ma ci ha guadagnato investendo a Singapore.

C’è da credere a quello di Hong Kong.
Ride Ollio della libertà.

Bisogna riscaldare la scena milioni di gradi
per avvicinarlo a Lenin.

Dopo tutto la produzione di un pensiero pulito
richiede che si brucino due cartoon.

È’ scritto che qualcosa si perda nel telecomando.
Partono missili a zig zag. Acqua brucia nei polmoni.

L’accostamento in olio bollente
schiude l’uovo dell’universo.

Bucefalo scaccola le sue narici.
Alessandro ride a quaranta denti.

Totò compra la Cappella Sistina.

 

FIRME DI PRESENZA.

L’uomo di Cromagnon si affacciò con un pacco da firmare.
Chi era Dio tra loro?

L’autentica è scomparsa e duole stare in piedi dal big bang.

La penna è sul muro.
Calcinaccio che conserva gli occhi di cerva
E l’ordine dal più sudato al meno.

L’ odore ha la sua parte proibita.

HAL 9000 dunque e dopo un astronauta.
Palpa la camicia per riconoscere il male al petto.

Graffio di Caino sulla visiera.
Si diede da fare nella metallurgia e scoprì qualcosa che poi gli fruttò ricchezza.

Assomigliava al Neanderthal,
un brav’uomo deceduto durante una rapina in banca.
Ci morirono delle guardie giurate.

Sbrigarono la faccenda all’alba
e si accusarono a vicenda pur di nascondere
un tizio somigliante a Lorca.

La conservazione nell’inconscio è perfetta.
Soltanto di notte esce qualche indizio sulla vera identità.

In sostanza anche i versi furono assorbiti,
caddero giù per il pendio e si fissarono nella foiba.

Una stalattite ride del cobra su Wall Street

 

Giorgio Linguaglossa

C’è un «significante eccedente» che caratterizza la poesia moderna e contemporanea, questo è indubbio, ma ciò che caratterizza la poesia della nuova fenomenologia estetica della top-pop-poesia, della poetry-kitchen o pop-corn-poetry è una particolare idea di «significante eccedente». Pensare questa idea soltanto nel senso semantico come ha fatto lo sperimentalismo e la poesia tardo novecentesca, a mio avviso sarebbe limitativo. Qui occorre pensare l’«eccedente» nella accezione di uno scarto e di un residuo non assimilabile ad alcun significato stabilito; a questo punto si apre uno spazio di «gioco linguistico» nel senso di Wittgenstein sconosciuto alla poesia del Moderno, impensabile dalla poesia del modernismo del novecento. È questo salto mentale che bisogna fare, altrimenti si ricade inevitabilmente nella poetica del significato e del significante.

«Noi crediamo che le nozioni di tipo mana, per quanto diverse possano essere, considerate nella loro funzione generale… rappresentino esattamente quel significante fluttuante, che costituisce la servitù di ogni pensiero finito (ma anche la garanzia di ogni arte, di ogni poesia, di ogni invenzione mitica o estetica), sebbene la conoscenza scientifica sia capace, se non proprio di arrestarlo, di disciplinarlo parzialmente».1

Lévi-Strauss, citato da Giorgio Agamben, Gusto, Quodlibet, 2015 p. 47 e, in Enciclopedia Einaudi, vol. 6, Einaudi, Torino 1979.

 

11 commenti

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11 risposte a “Video di Gianni Godi con musiche di Antonio Amendola, Poesie, Storia di una pallottola di Gino Rago, Al 103esimo KIRK, di Francesco Paolo Intini

  1. Mi piace questo futurismo senza futuro, che con mosse di nonsenso e fuori-senso, arrivando al demenziale spurga la psiche di tutto il malsano capitato nei secoli del mondo; quindi ritrovando piacere, seppure in scaglie di bonheur. Terapeutico sentire.
    Gianni Godi ha filmato l’in una sola-voce.

  2. E’ vero, stiamo andando incontro a un’epoca di grande semplificazione. La cosa è la cosa, è ciò che è. Questo traspariva nella frammentazione NOE, come voler fermare la luce, l’attimo degli impressionisti ma nel pensare. Poi il distico, che mette alla prova, costringe a rinunce, a togliere (dove non è poesia). Ma no, serviva più narrazione, quindi il polittico. Ora il pop-top, che rimanda sì al pop, ma se riattiva un verso libero punto e a capo, lo capisco meno. Torna la sovrabbondanza, e questo è contrario alla semplificazione, che è de-strutturante ma al tempo stesso costruttiva, fondante…
    Sono perplesso.

  3. Verso la pop-top-poesia, ovvero, verso l’antropologia della cultura materiale
    sulla scia di Adorno:
    Quando una categoria si modifica muta la costellazione di tutte le altre
    Gino Rago

    In un suo recente commento Giorgio Linguaglossa scrive:«La Storia di una pallottola (nn. 1-13) di Gino Rago è la folle ricerca della Verità, la Cosa perduta e mai più ritrovata. È un nostos, un viaggio a ritroso e sghembo tra realtà, finzione, fantasia e rappresentazione… in una dimensione che è, esattamente, il fuori-dimensione, il fuori-significato[…]».

    Meglio non poteva esser detto.

    Il «viaggio» che io faccio compiere alla pallottola-evento (alla ricerca della «Cosa» perduta e mai più ritrovata) attraversa, volendo restare soltanto nel campo dell’arte della parola scritta, buona parte della storia della letteratura universale, da Carlo Michelstaedter a Daniil Charms, da Vladimir Majakovskij a Cesare Pavese, Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik, da Ian Fleming a Carlo Emilio Gadda, da Andrea Camilleri ad Anne Sexton, da Goethe a Marina Cvetaeva, da Kavafis a Dino Campana, da Sergej Esenin ad Anatolij Marienhof, da Tristan Todorov a Pietro Citati, da Marcel Proust a Wislawa Szymborska, da Eugenio Montale ad Antonin Artaud, da Italo Calvino a Giuseppe Tomasi di Lampedusa…

    Che dire dei “luoghi antropologici” e dei non-luoghi (secondo Marc Augé) che nelle 13 storie la mia pallottola visita, e attraversa, dal Cremlino a Gorizia, da Parigi a Cerchiara di Calabria, da Palermo a Torino…

    Per poi vagare per svariati quartieri di Roma, dalla Via Merulana alla Circonvallazione Clodia e da qui fino al quadrilatero Via Chiabrera-Via Gozzi-Via Giordani-Metro San Paolo, visitando ripostigli, balconi, appartamenti, bar, caffè, pasticcerie…

    E che pensare dei filosofi (Stavrakakis che litiga con il filosofo Žižek, Wittgenstein che pronuncia parole definitive), delle danzatrici, delle attrici, degli attori, dei registi ciascuno colto in azione sull’esatto set cinematografico…

    Per non parlare degli artisti della Parola-non-scritta…

    E poi soprattutto che pensieri attivare sugli “oggetti”
    ( un candelabro con tutte le candele, un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo, specchi, un guanto, un tiretto rococò, reggicalze francesi, portafiori,una giara, cannoli, frutta candita, ricotte, cassate, biscotti di marzapane, una granita di caffè, il libro di Filomena Rago “Immagine di una immagine”, una vestaglia grigio topo, due fodere color fucsia, un paio di ciabatte, un colbacco, una sciarpa di seta, una bottiglia di plastica, due o tre turaccioli di Bourbon,una falce e martello di cartapesta, un comunicato dei 5Stelle, pareti, tele con “strutture dissipative”, sculture fatte d’aria, anelli, cilindri, un grembiule imbrattato, coriandoli, colori, colle, spaghi, chiodi, abiti di scena, profumi, locandine,calici di cristallo, specchietti, rossetti, draghi di cartapesta, mascherine, frammenti di plexiglas, scatole di trucchi, bauli,spille con cammei, sciabole giapponesi, una falce e martello con la stella rossa dell’URSS, lattine vuote di olio della Sabina, uno stiletto con il manico di avorio, tute, occhiali cinesi, videocamere a raggi infrarossi, termometri, guanti in lattice, un termoscanner, una soluzione idroalcolica, un reagente, confezioni di amuchina, mascherine chirurgiche FFP2, tamponi, vini sfusi, cornetti, ecc. ecc.), oggetti tutti incapaci di diventare «cose»?

    Tutto inutile, tutto effimero e passeggero, tutto destinato al grande buco nero dell’oblio, tranne i due personaggi pressoché onnipresenti e quasi ubiqui, Milaure Colasson e il noto critico letterario Giorgio Linguaglossa, (ai quali da poco ho aggiunto il cardiologo dottor Carlomagno e la poetessa Filomena Rago) cui mi aggrappo per non essere ingoiato anche io né dalla stagnazione etico-estetica del nostro tempo, né dal Grande Gelo linguistico o dal deserto glaciale fra le parole, né dal buco nero dell’oblio…?

    Non ho la risposta, né mi preme di tentare di darne una.

    Ma so che nella tradizione dell’antropologia e delle scienze sociali si sta diffondendo, e imponendo, passo dopo passo, un nuovo modo di studiare la cultura: «La Antropologia della cultura materiale» , vale a dire l’analisi degli «oggetti» nei quali sono incorporati, per assumere così forme visibili e durevoli, i cosiddetti «aspetti immateriali» della cultura di un popolo e cioè i suoi saperi, le sue strutture, i suoi codici, i suoi valori…
    *
    Gino Rago

  4. caro Lucio,

    Scrive Adorno:

    «Il positivo in sé viene feticizzato anche all’interno del linguaggio volgare, che loda gli uomini qualora siano positivi, infine nello slogan omicida delle forze positive. Per contro la negazione irremovibile ha la sua serietà nel non prestarsi a sanzionare l’esistente. La negazione della negazione non annulla la negazione, piuttosto mostra che non era sufficientemente negativa; altrimenti la dialettica resta sí ciò per mezzo di cui in Hegel si integrò, ma a prezzo del suo depotenziamento, essendo in fondo indifferente a ciò che è posto al principio. Il negato è negativo fino alla sua scomparsa. Questo divide decisamente da Hegel. Appianare di nuovo la contraddizione dialettica, espressione del non identico insolubile, per mezzo dell’identità, significa ignorare il suo senso, ritornare alla pura logica deduttiva. Che la negazione della negazione sia la positività può essere sostenuto solo da chi presuppone fin dall’inizio la positività come astrazione universale. Egli incamera il bottino del primato della logica sul metalogico, dell’inganno idealistico della filosofia nella sua figura astratta, la giustificazione in sé. La negazione della negazione sarebbe ancora una volta l’identità, l’abbaglio rinnovato;la proiezione della logica deduttiva sull’assoluto, infine del principio della soggettività.»1

    Penso che oggi si debba ritornare al pensiero dialettico come possibilità estrema del pensiero. Il pensiero che pensa se stesso è dialettico. Si tratta di una dialettica con se stessi. Lo so, è un paradosso. Ma è così. Chi non pensa dialetticamente, anche in poesia o in pittura, si ritrova tra le mani un linguaggio da positiva villeggiatura turistica. Che è quello che maneggiano i poeti delle istituzioni e i pittori della domenica.
    Oggi viviamo in una dimensione che tende alla semplicizzazione di tutte le problematiche, in specie di quelle artistiche. La dialettica, il pensiero e la prassi dialettiche servono a questo, a problematizzare ciò che è stato sproblematizzato da un pensiero indecente.

    Il fatto che la dialettica negativa sia stata abbandonata alle ortiche dal pensiero indecente di questi ultimi anni è un segno della calamità nella quale ci troviamo oggi.
    Penso che bisogna ritornare a pensare alla poesia, al romanzo e alla pittura come ad una «dialettica della immobilità» di benjaminiana memoria.

    Pensare il significato come un positivo è questo l’errore che facciamo spesso. È che occorre pensare il significato come un negativo, per poi rovesciarlo sul tavolo. E così ribaltato rovesciarlo di nuovo. Senza sosta. Io almeno la intendo così. Rovesciare il tavolo ad ogni giro di posta, con il contante sul tavolo. Chiamare le carte ad ogni giro di poker. Alzare la posta in gioco ad ogni giro.
    E alla fine andare a vedere le carte.

    T.W. Adorno, Teoria estetica, Torino, Einaudi, 1979, p.144

  5. caro Gino Rago,

    come vedi e come risulta dalla elencazione che hai fatto degli «oggetti» della tua poesia, gli «oggetti» non stanno semplicemente di fronte al soggetto già configurato ma determinano la funzione della soggettività e la positura di essa nell’ambito della proposizione e del plot.

    Nella poesia della fenomenologia del novecento gli «oggetti» sono sempre concepiti nel loro star-di-fronte al soggetto già configurato, nella nuova ontologia estetica accade che gli «oggetti» sono, letteralmente, il soggetto.
    Nella poesia di Francesco Paolo Intini gli oggetti sono posti come sentinelle armate ai lati della strada dove passeggia il soggetto. Leggiamo il finale della poesia di Intini:

    In sostanza anche i versi furono assorbiti,
    caddero giù per il pendio e si fissarono nella foiba.

    Una stalattite ride del cobra su Wall Street

    In questi versi si vede subito che la positura degli «oggetti» è molto diversa da quello che la fenomenologia del poetico del novecento predicava. Qui gli «oggetti» hanno subito una traslazione, uno spostamento della loro posizione nell’ambito della proposizione. E questo spostamento determina anche lo spostamento del soggetto. Il soggetto è nient’altro che una funzione linguistica, una entità proposizionale, ed è in tal senso che Intini lo maneggia.

    Nella antica fenomenologia del novecento l’oggetto che viene configurato nella rappresentazione è contrapposto [das Gegen-standige] al soggetto.
    Grazie a questa contrapposizione viene a costituirsi anche il soggetto, proprio nel medesimo campo tematizzato della rappresentazione oggettivante. Dalla certezza del rappresentato si giunge quindi alla certezza fondamentale riguardo al subjectum visto come: il sempre sicuro esser-rappresentato-assieme dell’uomo rappresentante e dell’ente rappresentato, cioè oggettivo.

    In questa certezza fondamentale l’uomo sta al sicuro, è assicurato nel suo essere tale, cioè, ora, a tutti gli effetti, nel presente. Può presenziare nel presente. La critica della soggettività, inaugurata da Sein und Zeit, trova in questi luoghi un compimento inesorabile.

    La soggettività viene configurata dalla modalità di rappresentare e quindi di rappresentarsi. Il rappresentare non è una funzione dell’esserci, o meglio non in senso proprio, come se l’uomo possedesse una facoltà che possa essere usata o meno. Qualcosa come una facoltà non è pensabile se non a partire da un esserci divenuto soggetto: questa determinazione rappresentativa costituisce in un certo modo (quello rappresentazionale) anche il soggetto stesso.

    L’esserci di Heidegger «non conosce nessuna concupiscientia, nessun istinto, non sa cosa sia il maldi denti». (Gunter Anders)
    Ecco, possiamo dire che adesso noi facciamo una poiesis che ha il mal di denti, rispetto alla post-lirica sublimata che fa finta che il mal di denti non esista.
    Non dobbiamo pensare ad una poiesis difensiva dell’esistente ma ad una poiesis critica che parte dall’interno del concetto di poiesis per costruire una nuova poiesis.

    • Caro Giorgio Linguaglossa, Cara Milaure Colasson,

      in una delle storie di una pallottola, mi pare la n.12, la stessa Madame Colasson pronuncia queste parole, precise, chiare, dirette a Italo Calvino:

      “[…]Marie Laure Colasson:
      «La ringrazio, le farò sapere.
      C’è un agente degli Affari Riservati che mi pedina,
      e poi le sue Lezioni americane, sono banali, tristi,
      le preferisco Queneau»[…]”

      Con queste parole sulla bocca di Milaure io dico da che parte mi sono collocato:
      – dalla parte della sperimentazione senza limiti dello stesso Raymond Queneau la cui ricchissima produzione nasce dalla vastità dei suoi interessi che andavano da quelli filosofici a quelli antropologici, da quelli letterari a quelli matematici, linguistici, psicoanalitici, ecc., senza tacere quelli per le arti musicali e figurative, da un lato;

      – dall’altro, dalla parte di Alain Robbe-Grillet e l’école du regard, ovvero dalla parte della registrazione dell “oggetto” secondo la pura percezione dello sguardo, nel tentativo del rifiuto definitivo di tutte le implicazioni psicologiche, ideologiche, morali, socio-politico-economiche nella sola volontà del superamento della recente deriva della “cultura umanistica” ancora fondata sullo strettissimo rapporto uomo-realtà teso alla ricerca di un “significato” da dare a ogni costo alla vita…

      – Infine, ho guardato, ma con la coda dell’occhio, anche a Samuel Beckett, al Beckett che, in Acte sans paroles, mette sulla scena un uomo solo e assolutamente muto che cerca, senza riuscirvi, di afferrare oggetti, mentre gli cadono quasi addosso dall’alto…

      Gino Rago

  6. Una scopa appoggiata nel sottoscala, non problemattizzata… darà sollievo a chi non ne può più di filtri simbolici e significanti, tra sé e la cosa. L’essere in campo vuole, cerca un rapporto diretto, non mediato. Non è un dramma, sembra più una resa dei conti. Già ogni giorno, sul far della sera il tramonto si presenta senza preamboli…
    La mente, resa complessa e già sofferente di bombardamenti consumistici, continuamente distratta, incerta, divisa, non è in grado di darsi un’identità. Serve una cura, la qual cura è per me inizialmente un lasciare andare.
    La semplificazione non è da condannare, così come non andrebbe condannato un bisogno. Ma è chiaro che alla semplificazione ci arriviamo da rovinati.
    Né positivo, né negativo: è una scopa appoggiata nel sottoscala. Si ristabilisce l’amicizia, resta tempo per sentirsi infelici e felici.

    • Non va sottovalutato l’apporto tecnologico, sia per il deposito di memoria utile, sia per i mezzi lavorativi e ricreativi. Una mente alleggerita da fatica, stress da responsabilità, non può più essere la stessa, nemmeno di appena cinquant’anni fa. Questo non comporta che si arrivi a totale disimpegno culturale, al contrario: proprio la sfera intellettiva e sensibile avrà bisogno di adatto nutrimento. Uscire ed entrare dal linguaggio con inserti creativi, per così dire nano-culturali, è quel che abbiamo anticipato noi della NOE in questi ultimi anni. Niente di simile era ancora stato fatto. Quale sia il posto della filosofia, non so. Ogni risposta filosofica è al tempo stesso nuova domanda…

  7. Giuseppe Gallo

    “Ogni risposta filosofica è al tempo stesso una domanda…” dice bene Lucio Mayoor Tosi. Bene! Io vorrei ribadirlo oggi che il Covid-19 ci ha derubati di un filosofo acuto, profondo, moderno e rivoluzionario come Giulio Giorello.
    Giuseppe Gallo

  8. Marina Petrillo

    THE FACTORY- LA SERIALITA’ DE “IL SENZA NOME”-

    Seriale, il mondo attraversa la sua primi-genia.
    Ibride contaminazioni permeano volti in disuso.

    The Factory accresce l’immortalità a coefficiente numerico.
    Volge il tempo enucleando suoi gli atomi.

    Il tredicesimo Arcano soggiace al sofismo
    se sia la Caballah il vertice del Nulla.

    Expinge in battito la popular art condivisa
    a metamorte, già traccia di transumanesimo.

    In exemplum irrompe il bassorilievo dell’esistente replicato
    a indivisa specie, ove sogni espirano virtù.

    Trae nettare il disperante gesto a immota Genesi
    mentre ultima la divinità trafuga la Sua immagine iconoclasta.

    (Ispirata a SPARI DI WARHOL di Francesco Paolo Intini)

    Una piattaforma multimediale, toponomastica evocativa. Entropia del divenire avverso alla statica. Suono di Cage invariato nel silenzio cosmico.Memoria della musica inferta a vedovanza. Traduce assenza il movimento, apice e abisso. L’ipotesi virtuale àncora il reale a grado infermo. Pone dicotomia l’assenso in negazione, bipolarità umana ascesa. Vertigine.
    Punto di rientro metafisico antecedente ogni piano di realtà. “Significante fluttuante “.

    (Suggestioni evocate dal video di Gianni Godi).

    Marina Petrillo

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/06/15/video-di-giani-godi-con-musiche-di-antonio-amendola/comment-page-1/#comment-65196
    Idea della musa

    «A Le Thor, Heidegger teneva il suo seminario in un giardino ombreggiato da alti alberi. A volte si usciva,invece, dal paese, camminando in direzione di Thouzon o del Rebanquet, e il seminario aveva allora luogo davanti a una capanna sperduta in mezzo a un’oliveta. Un giorno che il seminario volgeva ormai al suo termine egli allievi gli si stringevano intorno senza più frenare le domande, il filosofo rispose soltanto: “Voi potete vedere il mio limite, io non posso”.

    Anni prima, aveva scritto che la grandezza di un pensatore si misura dalla fedeltà al proprio limite interno, e che non conoscere questo limite – e non conoscerlo per la sua prossimità all’indicibile -è il dono segreto che l’essere, rare volte, può fare. Che una latenza sia mantenuta, perché possa esservi illatenza, una dimenticanza custodita, perché possa esservi memoria: questo è l’ispirazione, il trasporto musaico che accorda l’uomo alla parola e al pensiero. Il pensiero è vicino alla sua cosa solo se si perde in questa latenza, se non vede più la sua cosa. È, questo, il suo carattere di dettato: dev’esserci la dialettica latenza-illatenza, oblio-memoria, perché la parola possa avvenire, e non semplicemente essere manipolata da un soggetto. (Io – è chiaro – non posso ispirar-mi).Ma questa latenza è, anche, il nucleo tartarico intorno a cui si addensa l’oscurità del carattere e del destino, ilnon-detto che, crescendo nel pensiero, lo precipita nella follia.
    Ciò che il maestro non vede è la sua stessa verità:il suo limite è il suo principio.

    Non vista, inesposta, la verità entra nel suo occidente, su chiude nel proprio Amente. “Che un filosofo cada in questa o quella forma di apparente incoerenza per amore di questo o quell’accomodamento, è concepibile: egli stesso può esserne stato cosciente. Ma ciò di cui egli non è consapevole, è che la possibilità di quest’apparente accomodamento ha la sua radice più profonda in un’insufficiente esposizione del suo principio.
    Se, dunque, un filosofo è veramente ricorso a un accomodamento, i suoi discepoli devono spiegare in base all’intimo, essenziale contenuto della sua coscienza ciò che, per lui stesso, ha preso forma di coscienza essoterica”. L’insufficiente esposizione del principio lo costituisce come limite musaico, come ispirazione. Ma, per poter scrivere, per poter diventare anche per noi ispirazione, il maestro ha dovuto smorzare la sua ispirazione, venirne a capo: il poeta ispirato è senz’opera. Questo spegnimento dell’ispirazione, che trae il pensiero dall’ombra del suo occidente, è l’esposizione della Musa: l’idea.» 1

    «Il nostro tempo non è nuovo, ma novissimo, cioè ultimo e larvale. Esso si è concepito come poststorico e postmoderno, senza sospettare di consegnarsi così necessariamente a una vita postuma e spettrale, senza immaginare che la vita dello spettro è lacondizione più liturgica e impervia, che impone l’osservanza di galatei intransigenti e di litanie feroci, coi suoi vespri e i suoidiluculi, la sua compieta e i suoi uffici. […] Poiché quel che lo spettro con la sua voce bianca argomenta è che, se tutte le città e tuttele lingue d’Europa sopravvivono ormai come fantasmi, solo a chi avrà saputo di questi farsi intimo e familiare, ricompitarne emandarne a mente le scarne parole e le pietre, potrà forse un giorno riaprirsi quel varco, in cui bruscamente la storia –
    la vita -adempie le sue promesse.»2

    Sono propenso a pensare che tutta la nuova fenomenologia del poetico, la top-pop-poesia, la poetry kitchen, è, in certo modo, non solo una citazione senza virgolette (non c’è bisogno che sia necessariamente virgolettata) di altri poeti dell’età del modernismo e dell’umanesimo, o auto citazioni ma anche un montaggio incessante di tutto ciò che può essere montato, una costellazione di appuntamenti segreti, ricordi, parole trovate, parole dimenticate, di fotogrammi, di lapsus e, perché no, delle nostre ossessioni.
    Con questi frammenti ho puntellato la mia poesia.
    Che male c’è?.

    1 G. Agamben, Idea della prosa, Quodlibet, Macerata 2002 (prima ed. Feltrinelli 1985), pp. 39-40
    2 G. Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009

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