Storia di una pallottola, Poesia di Gino Rago, Meditazione davanti all’eclissi, poesia di Carlo Livia, Sulla pop-poesia, Disattivare il significato da ogni atto linguistico, de-automatizzarlo, deviarlo, esautorare il dispositivo comunicazionale, creare un vuoto nel linguaggio, Giorgio Linguaglossa, Struttura dissipativa di Marie Laure Colasson

Marie Laure Colasson Ordo Rerum Struttura dissipativa

Marie Laure Colasson, Ordo Rerum, Struttura dissipativa, acrilico 40×40 cm, 2020

Il termine «struttura dissipativa» fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, spostando l’attenzione dalle situazioni statiche e di equilibrio studiate fino ad allora, a quelle dinamiche ed instabili, contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità.
Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando sono attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).
Marie Laure Colasson intende la pittura come uno spazio figurale, una «struttura dissipativa», una struttura complessa di forme e colori soggetta a biforcazioni e deviazioni non lineari che opera all’interno di un «sistema aperto» per eccellenza quale è lo spazio. Nello spazio il «processo conglobativo» si ripete trilioni di volte con una serie di variazioni pressoché infinite. Il linguaggio figurale della Colasson recepisce l’idea dello spazio figurale come la struttura tipica della complessità dell’ipermoderno.
Il discorso sulla verità e sul senso della pittura ancorata ad un concetto di mimesis è stato derubricato e sostituito da un discorso sulla vertigine e sulla reversione della profondità in superficie, dell’originale in simulacro, dell’ordo rerum in ordo idearum, in ordo phantasmaticum. Il discorso sul senso si è rivelato un similoro, un falso, un ideologema. La superficie, il simulacro, l’illusione, l’abbaglio sono gli avatar della figurazione colassoniana. Tutta la strategia della nuova figuralità è di portare le cose alla mera apparenza del loro insorgimento, di farle irradiare e consumarsi nel gioco dell’apparenza e della dis-apparenza.
(Giorgio Linguaglossa)

gif sparo tumblr

Gino Rago

Storia di una pallottola n. 11

Marciapiedi di via Gaspare Gozzi. Caffè “fulmini e saette”.
Sulla testa del noto critico letterario Linguaglossa
cadono a picco una vestaglia grigio topo, due fodere color fucsia,
un paio di ciabatte, un colbacco,
una sciarpa di seta, una bottiglia di plastica, due o tre turaccioli di Bourbon,
una falce e martello di cartapesta e un comunicato dei 5Stelle.

Marie Laure Colasson scrive su un post-it di colore giallo
«Porto mascherina, guanti monouso in lattice blu,
condivido la distanziazione sociale verso i poeti elegiaci di ritorno
“tutte canaglie” affermava Baudelaire,
“pronti ad ogni sordida nequizia”, dico io.
Mi equipaggio come posso contro il virus del significante e del significato
e anche contro tutte le referenze.
“À bientôt, mon ennemi”».

Cinecittà. Set del film “Pugni, pupe e pepite”.
Sergio Leone gira una scena.
Clint Eastwood.
Dalla sua Colt parte un colpo.
La pallottola colpisce il commissario Ingravallo mentre fa le valigie
per Campobasso dove è stato trasferito.
Il Ministero ha assegnato il caso al commissario Montalbano.
Andrea Camilleri litiga con Carlo Emilio Gadda,
Eugenio Montale, in pantofole, sorseggia un caffè,
sta correggendo il romanzo di Camilleri “Il ladro di merendine”,
dice che il titolo non va bene, non è eufonico
e torna dalla sua volpe.

Backstage del film.
Greta Garbo si innamora del poeta Gino Rago,
il quale, però, deve correre dalla moglie a Trebisacce.
“Le Figaro” intervista il poeta
sulla sua relazione con la coniglietta Carol Alt
che a 60 anni suonati ha posato nuda per “Playboy”,
ma lui nega, nega tutto, anche l’evidenza,
anche le foto che lo inchiodano,
dice che ha una «moglie gelosa e superegoica».

Il tutto rotola in una “struttura dissipativa” di Marie Laure Colasson
e Gino Rago diventa una macchia di colore.
Trovano posto nel quadro anche il commissario Ingravallo, Greta Garbo
e Brigitte Bardot.
Eugenio Montale bussa per entrare anche lui nel quadro
ma la Colasson oppone un netto rifiuto.
«È un poeta elegiaco – dice – anche lui è una carogna!».

Così tutto rotola tra la fogna e la rogna,
con tanto di assonanza per il gradimento del poeta premio Nobel,
perché «il mondo è tutto ciò che accade», «non ci sono cose ma solo fatti»,
ha scritto il filosofo Wittgenstein…

La Storia di una pallottola n. 11 ha trovato in me motivazioni e stimoli in certe dense meditazioni di Marie Laure Colasson, alcune in forma direi epistolare, altre in forma di dichiarazioni di intenti artistico-estetici sulla pop-poesia, che
qui di seguito riporto.
(Gino Rago)

*

Egregio poeta Gino Rago,

innanzitutto prendo le distanze da quel poliziotto in borghese che mi ha pedinato durante tutto il mese di agosto in pieno solleone… il figuro non faceva che sbirciare la mia gonna… e poi sono desolata che in questa triste vicenda con il commissario Ingravallo sia stata investita anche l’Ambasciata di Francia cagionando un incidente diplomatico.

Tutto ciò per le intemperanze di un commissario inadeguato e incompetente. Sono contenta che Ingravallo sia stato rimosso dal suo incarico e rispedito a Campobasso, suo paese natale.

Questo pettegolezzo mi è stato riferito dal Signor Linguaglossa il quale è un notorio “sovversivo” come bene sanno i servizi deviati di stanza nel Bel Paese.

Però devo dirLe che il mio incontro con Catherine al caffè Rosati di piazza del Popolo è stato molto piacevole e con lei ho scambiato due chiacchiere sulle nostre rispettive “nudità”.

Non le nascondo, comunque, il mio apprezzamento franco e disinteressato per la sua Storia di una pallottola n, 10…

Aspetto con impazienza il seguito della Storia malfamata.

Ma, per favore, non mi faccia più incontrare con quel buzzurro di Ingravallo!

Affettuosamente.

(Milaure Colasson)

*
Sulla pop-poesia 

«Il disallineamento frastico, il dislivello tra i singoli sintagmi, l’interruzione di ogni enunciato, è questo il lavoro nel quale sono personalmente impegnata.

Il significato deve essere bypassato, dribblato, eluso, solo così si può ottenere un significato ulteriore, citeriore, anteriore…

Aprire una parentesi all’interno di ogni enunciato, e un’altra parentesi fuori dall’enunciato, e così via…

Fare del terrorismo, terremotare ogni enunciato, dissestarlo, de-costruirlo, smobilitarlo.

Fare del terrorismo all’interno di ogni enunciato è un lavoro serissimo, che dovrebbe appartenere al bagaglio di ciascun poeta, perché oggi non si può adottare un significato così come ce lo consegna già confezionato il sistema delle emittenti linguistiche.»
*
[tutti i versi sulla “struttura dissipativa” della Colasson presenti nella Storia di una pallottola n. 11 sono scaturiti da queste riflessioni psico-artistico-estetiche di Giorgio Linguaglossa.]

(Marie Laure Colasson)

*

su “Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa Z, acrilico, 55×35 cm., 2015”

“[…] Tutto ciò il quadro lo raffigura in modo traslato e intersemico e lo convoca in una struttura auto sufficiente e auto immune, erige la propria struttura difensiva e ostensiva perfettamente in grado di rendersi indifferente ed estranea alla prassi, perché la felicità non è nella prassi ma al di là della prassi, al di là della storia. La sola felicità compossibile è quella che è contenuta nella prassi di una struttura dissipativa come atto di negazione del tutto.

Scrive Adorno nella Teoria estetica: «la forza della negatività nell’opera d’arte dà la misura dell’abisso fra prassi e felicità».

(Giorgio Linguaglossa)

*

cari amici e lettori,

se si leggesse con attenzione la poesia di Gino Rago, o quella che segue, di Carlo Livia, ci accorgeremmo che… una zona di indistinzione, di indiscernibilità, di indecidibilità, di disfunzionalità si stabilisce tra le parole e le frasi come se ogni singola unità frastica attendesse di trovare la propria giustificazione dalla unità frastica che immediatamente la precede o la segue… non si tratta di somiglianza o di dissimiglianza tra le singole unità frastiche ma di uno slittamento, una vicinanza che è una lontananza, una contiguità che si rivela essere una dis-contiguità, una prossimità che si rivela essere una dis-prossimità… si tratta di una dis-cordanza, di un dis-formismo che si stabilisce tra i singoli sintagmi… anche le unità di luogo e di tempo della mimesis aristotelica sembrano dissolversi in una fitta nebbia e, con la dissoluzione della mimesis, viene meno anche la giustificazione di un io plenipotenziario e panottico, viene meno anche la maneggevole sicurezza del corrimano del significato…
Tutto ciò lo abbiamo imparato dalla pratica e dalla ricerca teorica della nuova ontologia estetica. Tutto il resto dipende dall’estro e dal talento di ciascun poeta.

(Giorgio Linguaglossa)

Carlo Livia

MEDITAZIONE DAVANTI ALL’ECLISSI

” Gli anni più importanti della mia vita, furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori…La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente magmatica e minacciando di travolgermi…L’inizio numinoso che conteneva ogni altra cosa si diede allora. ”

(Carl Gustav Jung)

Una carrozza di materia oscura mi segue. Dentro c’è il mio corpo vuoto, che chiama. Un maestro biondo mi spiega come capovolgere la morte.

L’universo è una brezza antiquata. Sorride dai marmi, col profumo della Dea, che appassisce felice.

Tutto è rinchiuso nel giuramento dell’uragano lentissimo: aprirsi un varco nella Vergine che scompare. Ma è tardi per convocare gli animali trasparenti, o allestire un altare con la nostalgia del sax.

Il Padrone ha dimenticato a casa il pachiderma. E ogni giorno le schiave devono cambiargli i fiori.

/…/

L’Altro è ancora celibe. Batte alle finestre delle nozze. La Sposa è sparsa sull’erba triste. Canta e beve a sorsi l’antico voto. Cuce il cielo perseguitato dai macchinisti.

L’aria è molto confusa. Alla vista del Segno si copre di colombe, e agita stendardi illividiti.

All’altezza dell’Amore niente osa muoversi. L’universo installato nel ritratto sospira inutilmente. Fuori nevica, la notte è colma di dirupi, ogni istante malato, ogni pietra orfana.

/…/

Giaccio con l’animale fuggito dall’Eden. La sua anima ha tentacoli invisibili che rattristano le stelle.

Les petites poussetes anneriscono il cosmo. Una scarpata con il paradiso in fronte. O una canoa di lampi piena di Ofelie.

Il cielo del’amplesso si ribella ai numeri e uccide il caso. Ha schiave nel plenilunio. Spiagge immortali. Belve e cascate che non dormono mai.

La Resurrezione emigra in un borgo marino. Acque indivise, prima del pensiero.

Un’Avemaria entra nella gabbia. L’equinozio uccide la Madre che veglia.
Io resto nel tempo malato. Col Nome scomparso nella cenere del roveto.

Strilli Maria Rosaria Madonna Alle 18 in punto

caro Giuseppe Gallo,

L’idea della nuova poesia che stiamo tentando si può riassumere così: disattivare il significato da ogni atto linguistico, de-automatizzarlo, deviarlo, esautorare il dispositivo comunicazionale, creare un vuoto nel linguaggio, sostituire la logica del referente con la logica del non-referente. Ogni linguaggio riposa su delle presupposizioni comunemente accettate. Non è qui in questione ciò che il linguaggio propriamente indica, ma quel che gli consente di indicare.

«Una parola ne presuppone sempre delle altre che possono sostituirla, completarla o dare ad essa delle alternative: è a questa condizione che il linguaggio si dispone in modo da designare delle cose, stati di cose o azioni secondo un insieme di convenzioni, implicite e soggettive, un altro tipo di riferimenti o di presupposti. Parlando, io non indico soltanto cose e azioni, ma compio già degli atti che assicurano un rapporto con l’interlcoutore conformemente alle nostre rispettive situazioni: ordino, interrogo, prometto, prego, produco degli “atti linguistici” (speech-act)».1

Per la nuova poesia è prioritaria l’esigenza di disattivare l’organizzazione referenziale del linguaggio, aprire degli spazi di indeterminazione, di indecidibilità, creare proposizioni che non abbiano alcuna referenza che per convenzione la comunità linguistica si è data.

(Giorgio Linguaglossa)

1 G. Deleuze, in Gilles Deleuze Giorgio Agamben, Bartleby La formula della creazione, Quodlibet, 1993, p. 18

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23 risposte a “Storia di una pallottola, Poesia di Gino Rago, Meditazione davanti all’eclissi, poesia di Carlo Livia, Sulla pop-poesia, Disattivare il significato da ogni atto linguistico, de-automatizzarlo, deviarlo, esautorare il dispositivo comunicazionale, creare un vuoto nel linguaggio, Giorgio Linguaglossa, Struttura dissipativa di Marie Laure Colasson

  1. Gino Rago

    il Vuoto, lo specchio

    Cara Signora Jolanda W. ,

    […]
    Il mio amico [di Roma]*, quello che si occupa del Signor Nulla,
    litiga di nascosto con lo specchio.

    Lo fa tutti i giorni, non dategli molto credito,
    dice che fa i conti con il Vuoto,

    Il Vuoto che capta altro Vuoto.
    Il tempo cade sotto forma di polvere, opacizza l’immagine,

    sbiadisce le fotografie, scontorna il presente, il futuro e il passato,
    il mio amico se la prende con il Signor K.

    Una donna, la sgualdrina di Vivaldi, fa un valzer con il primo che passa,
    Mario Gabriele mangia una Sacher con panna,

    lo vedo attraverso la vetrata della Gebäck der Prinzessin Sissi.
    Che volete, i miei amici, quelli della nuova ontologia estetica,

    hanno un debole per le pasticcerie.
    Adesso lo vedo allo specchio mentre si rade la barba e fischietta.

    Una risata da dietro i gerani.*

    da I platani sul Tevere diventano betulle, 2020 Progetto Cultura, Roma

    • Un giudizio di Milaure Colasson sul tratto della mia ricerca poetica che va da I Platani sul Tevere diventano betulle ai primi esercizi di pop-top-poesia
      (la magnifica traduzione in italiano è di Edith Dzieduszycka, che ringrazio)

      *

      L’unité stilistique, la structure de la poésie de Gino Rago n’est ni le mot ni le rapprochement de deux termes surprenants, c’est la phrase telle qu’elle ne se connaît pas encore tant qu’elle ne s’est pas incarnée sur la page, la phrase créant sa propre pensée, sa propre invention, sa dérive infinie hors les normes du descriptif ordinaire.

      Le risque encouru est évidemment l’arbitraire, ce qu’on pourrait appeler la sortie du sens, ce qui ne se produit pas dans ces poèmes qui relancent leurs strophes dans des directions toujours nouvelles à l’aide de rythmes extrêmement variés.

      Où sommes-nous ? Je ne sais si nous le saurons jamais, et Gino Rago pas davantage. Les temps se confondent, les lieux nous habitent puis nous quittent, la poésie se donne à la prose des jours. Ce qui s’est passé, c’est aussi ce qui n’est pas advenu, ce qui n’a pas été écrit, la tenue d’un journal intenable.

      Milaure Colasson
      *

      L’unità stilistica, la struttura della poesia di Gino Rago non sono né la parola né la vicinanza tra due termini sorprendenti, ma la frase ancora sconosciuta finché non si ritrova incarnata sulla pagina, la frase creatrice del proprio pensiero, della propria invenzione, la sua deriva infine fuori dalle norme del descrittivo ordinario.

      Il rischio incorso è ovviamente l’arbitrario, che si potrebbe chiamare uscita dal senso, il che non avviene in queste poesie che rilanciano le loro strofe in direzioni sempre nuove aiutate da ritmi estremamente vari.

      Dove siamo?

      Non so se lo sapremo mai, forse non lo sa nemmeno Gino Rago . I tempi si confondono, i luoghi ci abitano poi ci lasciano, la poesia si dà alla prosa dei giorni. Quello che è successo è ugualmente quello che non è avvenuto, quello che non è stato scritto, la tenuta d’un diario difficile da condurre, da portare avanti.

      Milaure Colasson

  2. Per Nietzsche l’arte è «il massimo stimolante della vita»1, ma solo perché l’arte è una forma della “volontà di potenza” e non perché sia un mero strumento di sovra-eccitazione nervosa. Già nel 1882 Nietzsche scriveva:

    «la nostra epoca è un’epoca di sovraeccitazione, e proprio per questo non è un’epoca di passione;si surriscalda continuamente perché sente di non essere calda – in fondo ha freddo».

    L’epoca a lui contemporanea gli si manifesta come un’epoca di affetti frenetici e fugaci ma anche come epoca priva di grandi passioni. Chi è in preda agli affetti si disperde in uno stato sentimentale confuso, vago, sovra-eccitato ma senza centro, mentre la passione, specie la grande passione, raccoglie la soggettività nel suo centro di forza e le consente di aprirsi al mondo,
    volendo al-di-là-di-sé, ben al di là delle proprie convenienze e interessi. La passione così intesa ci fa capire qualcosa di ciò che Nietzsche chiama “volontà di potenza”.

    Non c’è dubbio che la poesia che stiamo facendo e che qui stiamo delineando sia una poesia che fa larghissimo impiego di «sovraeccitazioni», di chock, di continui sussulti, di strappi, di traumi… È perché viviamo in una società traumatizzata, che fa del trauma una necessità di vita e una necessità del mercato. Basta osservare il panorama della politica di oggi: Trump, Bolsonaro, Putin, Erdogan, Salvini, Meloni, Orban, i 5Stelle, i populisti nazionalisti e sciovinisti fanno amplissimo uso della sovraeccitazione; gli stessi media Facebook, Instagram, Twitter, i telegiornali etc non sono altro che una vetrina e un diario di notizie che puntano sulla sovraeccitazione; la stessa forma-merce, nel design e nel marketing punta tutto sullo stato di sovraeccitazione delle masse di possibili acquirenti. Tutto punta allo stato di eccitazione e di surplus di eccitazione, non vedo perché la forma-poesia ne debba rimanere estranea.

    La poesia di Gino Rago e quella di Francesco Paolo Intini mi sembra eloquente in proposito.

    1 F. Nietzsche, La volontà di potenza, Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster Nietzsche, nuova edizione italiana a cura di M.Ferraris e P. Kobau, Bompiani, Milano 1995, p. 438

    • Caro Giorgio,
      da molto tempo non mi concedevo un paio di ore per zigzagare tra le vie del mio quartiere. Una particella di metano tra arcobaleni sfusi, gettati qui e là accanto a strimpellate di rondini e parrocchetti. La meraviglia di farsi accendere da una scintilla di Sole mediterraneo.

      Il cavallo bardato a lutto è passato lasciando strascichi persino sugli scogli dove il granchio discute di maschere usate con un refolo di scirocco. Raccontano di lui che nitrisce altrove e miete vittime galoppando tra chi non lo considera all’altezza di una superpotenza.

      Hanno strisciato molti serpenti sulla superficie della terra ma mai nessuno ha trasformato le sue foreste in crateri e gli oceani in terra rossa, ferrigna. E dunque si tratta di una diavoleria pensata dal Neanderthal per far fuori il Cromagnon!

      In mano ai media la malevolenza della Cina funziona come un potente antipsicotico nei confronti dell’Occidente. Chi altro c’è che sia in grado di smuovere l’asse terrestre e bloccarne la popolazione se non la nazione che ha dimostrato nei fatti di saper costruire una muraglia di seimila Km e oltre?

      Non c’è nemmeno da pensare a una presunta creatività della natura. Trump e derivati, non hanno dubbi soprattutto perché si tratta di comunisti oltretutto feticisti e adoratori della mummia di Mao Tze Tung, orgogliosi di averla al centro della loro nazione.

      L’ex nihilo appartiene ormai al Sapiens Sapiens che a gran fatica l’ha strappata a Dio. La Natura si arrangi con la sua arroganza di spinoziana autosufficienza che non va però al di là della interconversione di massa ed energia.

      Ma vuoi competere con le App e le Chat?

      In questo giorno di primavera mi riempio le tasche di semi di malva, spero che fioriscano presto tra i miei versi, perché il resto sembra morto.
      Crescere selvaggiamente una foresta di nessuno scopo e vanto, equivale a gettare nella mischia il dado dell’esistenza. D’altro canto l’ Io piglia tutto potrebbe reclamare la paternità se nascesse una bella di notte nel suo lilla profumato.

      Tu scrivi di sovra eccitazione e nel frattempo io penso a Totò, la mia piccola miniera preziosa. Ecco, i grandi geni della comicità mettono un uovo in tavola e vorrebbero banchettare con eleganza, dividendo alla pari anche la buccia di calcare, ma si sa che la fame ha i denti del lupo, gli stessi della contraddizione irrisolvibile con chi vorrebbe poesia e riceve calci.

      Calci di appetiti insaziabili, salti da gladiatore per la vita o la morte in un clima di tensione continua tra una tecnologia facilmente adattabile alle circostanze e la fisiologia che spinge il carro della carne sempre alla stessa maniera nella macelleria del riciclo degli elementi.

      Anche Totò recita l’Edipo re, come Fracchia, Charlot e Ollio. Appartiene al cuore passionale della terra, impossibile da pesare e storcere e a malapena avvicinabile con parole di nuovissima tecnologia senza pretese di esaustività e più adatte alla teoria dei buchi, dei vortici e dei dubbi che non a procurare tranquillità e pace al cuore di chi incontra.

      Ho di fronte uno spicchio di mare Adriatico, su cui s’affaccia da lontano una betoniera che sbuffa luce di pulsar. Il rumore non si sente ma lo immagino girare e versare cemento in pilastri che ricominciano a crescere e gru che applaudono.

      Bari è anche questo mulinare continuo di leve giganti tra gabbiani e tintinnare di denari. Le sue vie sono geometrie perfette che provano a dimenticare la paura dei giorni quando il sindaco rincorreva gli sparuti cittadini sorpresi a catturare una pelosa sul lungomare.

      La città ha ripreso ad abitarci col suo fiato di colombi e amuchina. Bisogna percorrere gli angoli del centro a novanta gradi, riempirsi i polmoni del profumo di tessuti orientali e provare il piacere di crescere da ortica in una foresta di magnolie e peonie, avvezza agli scarti delle pizzerie e ai mozziconi dei ragazzi e dunque estranea al luccichio e alla magnificenza delle insegne buone e altisonanti.

      Una robinia vicina di casa, ha ceduto i fianchi a un fico, ma il cuore è lontano dall’essere catturato e pulsa ancora odore rosso sangue, del tutto incoerente con il mercantilismo che scambierebbe la propria madre pur di rincorrere un buon affare e concluderlo con profitto.

      La comica di un viandante a contatto con le gole di Cerbero eternamente sovraeccitate ma non più vive.

      Ciao

  3. Ho idea che “Pop” sia questione eminente di superficie, ciò che nel linguaggio aziendale viene riservato al consumatore finale. Conta lo stravolgimento del pensare comune, restituito per intero così come sembra, ma con una marcia in più… o diversa, che riguarda, non il pensiero ma “il pensare”.

    • … il “come vero” è caratteristica di ogni tentativo di mimesi realista. Ma questo è pensiero, pensiero sorretto dall’azione di scrivere. La scrittura NOE è più vicina al pensare stesso, ne riprende le modalità. Per questo, nonostante le stranezze, i salti semantici, penso si tratti di poesie ri-conoscibili. Perché tutti pensano, e spesso parlano, in modo incoerente. NOE è vicina all’aspetto sorgivo del pensiero… come anche tutta la poesia di sempre, solo che in altri modi si avverte il profumo del potpourri, violette e lavanda, cose del consueto, del corredo.

  4. Il pensiero logico-sequenziale, di tipo “alfabetico”, sembra essere stato in buona parte sostituito da un tipo di pensiero nello stesso tempo “olistico” e “multi-tasking”.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/06/13/storia-di-una-pallottola-poesia-di-gino-rago-meditazione-davanti-alleclissi-poesia-di-carlo-livia-sulla-pop-poesia-disattivare-il-significato-da-ogni-atto-linguistico-de-automatizzarlo-deviar/comment-page-1/#comment-65148
    Luciana Lanzarotti

    ETTI&OTTI sono 2 amiche che si ritrovano ad una Certa Età e parlano a ruota libera tanto che importa! Il mondo va a rotoli il clima è impazzito nulla sembra andare come prima e quindi….”ora che stiamo per morire….” il momento è propizio per dire tutto ciò che passa per la mente.

  6. Riecheggiando Nietzsche, anche Bataille sostiene che la funzione
    dell’arte sia stata quella di permettere un certo sapere della morte e della passione auto-distruttiva che anima e dirige l’umanità.
    È la produzione di una certa“distanza”, una doppia distanza, fisica e illusiva, che ha definito la funzione dell’arte, in questo erede degli antichi riti sacrificali. In un testo sulla morte e il sacrificio egli scrive: «Nel sacrificio, il sacrificante si identifica con l’animale colpito a morte. Così muore vedendosi morire […]
    Ma è una commedia! O almeno sarebbe una commedia se esistesse un altro metodo per poter rivelare a chi vive l’irruzione della morte. […]
    Bisognerebbe che l’uomo vivesse nel momento in cui realmente muore […]. Questa difficoltà rivela la necessità dello spettacolo, o in generale della
    rappresentazione; senza la ripetizione dello spettacolo e della rappresentazione noi potremmo, di fronte alla morte, restare estranei, ignoranti, come apparentemente rimangono le bestie. Nulla in effetti, è meno animale della finzione, più o meno distante dal reale, della morte».

    (G. Bataille, Hegel, la mort et le sacrifice, citato inDerrida, Dall’economia ristretta all’economia generale. Un hegelismo senza riserve, in Id., La scrittura e la differenza,, trad. it. di G. Pozzi, Einaudi, Torino
    1971, p. 334).

    • E’ il quesito di questi giorni, post coronavirus, che mi attanaglia. Se sia giusto continuare a credere nel dato evidente Vita e Morte (quindi all’irruzione della morte nella vita), o non convenga piuttosto pensare a una morte-vita come unica cosa. Penso cioè a quell’essere mortali dell’epoca pre cristiana… se vivere non sia altro che un lento ma avvincente morire. E quindi non esita morte ma un morire, che chiamerei poeticamente “morir”. “Tutto dimora nella morte” scriveva Jack Kerouac in una poesia che ricordo ma non mi piaceva tanto per la piega elegiaca. Ma forse sbagliavo nel giudizio.

  7. Un nuovo tentativo di top-pop-poesia in cui l’evento è ancora la pallottola,
    mentre l’idea che il tutto sorregge è l’immagine di una immagine (titolo del libro poetico di Filomena Rago) dove la “immagine” è quella secondo Emo.

    Andrea Emo scrive:«In principio era l’immagine e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte: l’immagine è in principio (creatrice e creatura della sua negazione) […]Noi, svolgendo la nostra vita e avendone coscienza, la rappresentiamo mediante immagini. […] Noi creiamo immagini; la nostra conoscenza è continua creazione di immagini. […]Ogni immagine tende sempre a trasformarsi in azione, appunto perché rivela la possibilità, l’attitudine ad un’azione; ed un’azione dopo avere in sé assorbite e distrutte le immagini […]permette il sorgere di nuove immagini».

    Gino Rago
    *
    Storia di una pallottola n.13

    Burt Lancaster nella famosa scena de “Il Gattopardo”.
    Sala degli specchi di Palazzo Rovitti.
    Marie Laure Colasson esce da un quadro di Matisse
    ed entra nel film “Il Gattopardo”.

    Confessa ad Angelica che ama Tancredi.
    «Il Logos è la questione fondamentale»
    replica Angelica prima del famoso valzer.
    «È colpa del regista, dopo quella scena non fui più la stessa.
    I merletti, le sete, i pizzi, il guardinfante,
    il bustino stretto alla vita…».

    Una comparsa con la camicia rossa da garibaldino
    irrompe nella sala.
    È geloso di Angelica.
    Uno sparo nella sala degli specchi.

    La pallottola colpisce il lampadario di Murano,
    vaga per il soffitto,
    cade un candelabro con tutte le candele,
    sfiora un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo,
    manda in frantumi alcuni specchi,
    e si infila in un guanto, in un tiretto rococò del salone da ballo
    del Palazzo del Principe di Salina.

    Dal balcone del Palazzo cadono reggicalze francesi, portafiori,
    una giara, cannoli, frutta candita,
    ricotte, cassate, biscotti di marzapane,
    una granita di caffè,
    e il libro di Filomena Rago, “Immagine di una immagine”.

    Il Principe Fabrizio telefona all’Ufficio Informazioni Riservate.
    «Arrestate Tomasi di Lampedusa. È lui l’assassino.
    Bisogna fermare la storia,
    altrimenti Antonioni ne farà un film
    e lo scrittore ci scriverà un romanzo.
    Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
    bisogna che tutto cambi».
    *
    Gino Rago

    • L’idea che una pallottola possa generare un effetto a catena, dove le cose una dopo l’altra crollano, la trovo molto efficace. Diventa atto di rivoluzione. Spero in una nuova puntata del sequel poetico, dove si arrivi al fondo (che non c’è).

  8. Marie Laure Colasson

    caro Mario,

    leggo adesso la tua top-pop-poesia,
    devo dire che è straordinariamente viva e frizzante

    come uno spumante Brut della cantina Righetti del Friuli,
    Derrida ne sarebbe rimasto elettricamente colpito e, forse,

    anche Deleuze… so che in Italia questo genere di poesia
    non è molto amata.

    Voi italiani i poeti li lasciate volentieri in uno sgabuzzino,
    meglio se in presenza di scope e di aspirapolveri,

    scolapasta e pentolame di latta colorata. Sai, penso che
    anche così la poesia possa, anzi, debba saper sopravvivere,

    a lato di scatole di fagioli e confezioni di spaghetti scaduti.
    La top-pop-poesia si nutre di scatolami e di mascalzoni,

    di pantaloni dismessi e di camicie verdi…
    tra bacheche di Bergen Belsen e cocktail di Bull Shit…

    [mi sono permesso di riscrivere in distici una missiva di Marie Laure Colasson diretta a Mario Gabriele]

    • Il libro di Mario M. Gabriele (che non ho ancora finito di leggere) è un vero campionario, un manuale per la poesia che verrà. Ultima parola sul distico NOE e sua messa a punto. Chiude quindi il capitolo che ci ha visti impegnati in questi ultimi due tre anni. Basho non avrebbe saputo fare meglio. E vi è molto di quel pop di cui si sta parlando, perché ogni suo distico è un’etichetta. Andrebbe studiato alle scuole di comunicazione, al corso “Come evadere dal previsto”. Ma è un pop carico di umanità, o non è così tutta la cultura pop?

      • mariomgabriele

        Caro Lucio,
        ti ringrazio di quanto scrivi a proposito di Registro di Bordo. Devo confessarti una cosa ed è questa: quando ho tra le mani questo libro, mi chiedo come facciano i lettori a leggere 146 pagine, pari ad un romanzo e a tutto quello che c’è dentro e che può rivelarsi, come dice Abraham B. Yehoshua, per il personaggio Raskolnikov, di Dostoevskij, anche un appagamento estetico? Noi (io, tu, Giorgio, la Colasson ed altri) scriviamo e dipingiamo, con tutta la consapevolezza di determinare un tipo di estetica, come identificazione dell’opera. L’obiettivo è trasmettere al lettore un sentimento di compartecipazione.E’ questo il miglior risultato che si possa ottenere quando si scrive un libro.

    • mariomgabriele

      Ottimi questi distici da parte tua, Giorgio, pur trattandosi di un graditissimo commento di Marie Laure Colasson. Direi, che anche le altre prove on air di alcuni autori, in disservizio poetico.si fanno leggere.Attenzione a non ritornare alla poesia visiva o di altra nomenclatura, Un cordiale saluto.

  9. «La morte ronza attorno alla mia penna. Come mi sento? Non sento nient’altro che debole accettazione» (O Eugene O’Neill!) «Una specie di pazienza che è più sognata che reale. I grandi giochi di carte, le tremende partite e quelle coi dadi vanno avanti nel refettorio, Pop è lì col suo bocchino e la sigaretta, il berretto, con la sua pazza ricca risata dissoluta, alcuni dei lavoratori della base coinvolti nei giochi, la scena candida con personaggi possibili, linguaggio merdoso, ricca tiepida luce, tutti i tipi di uomini che si giocano via d’azzardo la loro paga in una fila con Nettuno… Somme di denaro che cambiano mani con la morte accanto. Che immensa nave d’azzardo è questa…

    Jack Kerouac. Da “Vanità di Duluoz”

  10. la Storia di una pallottola (nn. 1-13) di Gino Rago è la folle ricerca della Verità, la Cosa perduta e mai più ritrovata. È un nostos, un viaggio a ritroso e sghembo tra realtà, finzione, fantasia e rappresentazione… in una dimensione che è, esattamente, il fuori-dimensione, il fuori-significato.

    La Cosa perduta non è d’altronde qualcosa di effettivamente perduto che possa essere ritrovato magari attraverso un ritorno alla natura originaria. La
    Cosa è il prodotto del “taglio significante” che ha permesso al soggetto di diventare “soggetto umano”, gettato in una (sempre) “imperfetta” esistenza simbolica. L’allucinazione della “Cosa perduta” attesta proprio la
    strutturale imperfezione della soggettivazione umana; segna ciò
    che “ci manca”, sia nel senso che è “quel che” ci manca per“essere”, sia nel

    senso che “ci manca”, va da un’altra parte (magari sfiorandoci) permettendoci così di esistere. La Cosa, das Ding, è l’attrazione fatale potremo dire, perché è ciò che manca ma anche è ciò che, se (ci) fosse, sarebbe per noi la distruzione e la morte. Cercata in quanto causa di un desiderio che può perdersi fino alla morte, con essa il soggetto ha a che fare da che eksiste al/nel mondo; da che eksiste il soggetto deve fare i suoi
    singolarissimi conti con questo “fuori mondo”, con questo “immondo”.
    Scrive ancora Lacan:

    «Das Ding è originariamente ciò che chiameremmo il fuori significato. È in funzione di questo fuori significato,e di un rapporto patetico con esso, che il soggetto conserva la sua distanza e si costituisce in una modalità di rapporto e di affetto primario, antecedente a qualunque rimozione».1

    1 J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960),testo stabilito da J. A. Miller, edizione it. a cura di G. B. Contri, Einaudi,Torino 1994, p. 65.

    • Giorgio Linguaglossa scrive:«La Storia di una pallottola (nn. 1-13) di Gino Rago è la folle ricerca della Verità, la Cosa perduta e mai più ritrovata. È un nostos, un viaggio a ritroso e sghembo tra realtà, finzione, fantasia e rappresentazione… in una dimensione che è, esattamente, il fuori-dimensione, il fuori-significato[…]».

      Meglio non poteva esser detto.

      Il “viaggio” che l’autore fa compiere alla pallottola-evento (alla ricerca della “Cosa” perduta e mai più ritrovata) attraversa, volendo restare soltanto nel campo dell’arte della parola scritta, buona parte della storia della letteratura universale, da Carlo Michelstaedter a Daniil Charms, da Vladimir Majakovskij a Cesare Pavese, Cristina Campo adAlejandra Pizarnik, da Ian Fleming a Carlo Emilio Gadda, da Andrea Camilleri ad Anne Sexton, da Goethe a Marina Cvetaeva, da Kavafis a Dino Campana, da Sergej Esenin ad Anatolij Marienhof, da Tristan Todorov a Pietro Citati, da Marcel Proust a Wislawa Szymborska, da Eugenio Montale ad Antonin Artaud, da Italo Calvino a Giuseppe Tomasi di Lampedusa…

      • E che dire dei “luoghi antropologici” e dei non-luoghi (secondo Marc Augé) che la mia pallottola visita e attraversa, dal Cremlino a Gorizia, da Parigi a Cerchiara di Calabria, da Palermo a Torino, e poi Roma, riconsiderata tra la Circonvallazione Clodia e il quadrilatero Chiabrera-Gozzi-Giordani-Metro San Paolo… E i registi, le attrici, gli attori, i set cinematografici… E gli artisti e soprattutto gli “oggetti”
        ( un candelabro con tutte le candele, un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo, specchi, un guanto, un tiretto rococò, reggicalze francesi, portafiori,una giara, cannoli, frutta candita, ricotte, cassate, biscotti di marzapane, una granita di caffè, il libro di Filomena Rago, “Immagine di una immagine”, una vestaglia grigio topo, due fodere color fucsia, un paio di ciabatte, un colbacco, una sciarpa di seta, una bottiglia di plastica, due o tre turaccioli di Bourbon,una falce e martello di cartapesta e un comunicato dei 5Stelle, ecc. ecc.) tutti incapaci di diventare “cose”? Tutto inutile, tutto effimero e passeggero, tutto destinato al grande buco nero dell’oblio, tranne i due personaggi pressoché onnipresenti e quasi ubiqui, Milaure Colasson e il noto critico letterario Giorgio Linguaglossa, ai quali mi aggrappo per non essere ingoiato anche io né dalla stagnazione etico-estetica del nostro tempo, né dal Grande Gelo linguistico o dal deserto glaciale fra le parole, né dal buco nero dell’oblio…

        Gino Rago

        • Giorgio Linguaglossa scrive:«La Storia di una pallottola (nn. 1-13) di Gino Rago è la folle ricerca della Verità, la Cosa perduta e mai più ritrovata. È un nostos, un viaggio a ritroso e sghembo tra realtà, finzione, fantasia e rappresentazione… in una dimensione che è, esattamente, il fuori-dimensione, il fuori-significato[…]».

          Meglio non poteva esser detto.

          Il “viaggio” che l’autore fa compiere alla pallottola-evento (alla ricerca della “Cosa” perduta e mai più ritrovata) attraversa, volendo restare soltanto nel campo dell’arte della parola scritta, buona parte della storia della letteratura universale, da Carlo Michelstaedter a Daniil Charms, da Vladimir Majakovskij a Cesare Pavese, Cristina Campo adAlejandra Pizarnik, da Ian Fleming a Carlo Emilio Gadda, da Andrea Camilleri ad Anne Sexton, da Goethe a Marina Cvetaeva, da Kavafis a Dino Campana, da Sergej Esenin ad Anatolij Marienhof, da Tristan Todorov a Pietro Citati, da Marcel Proust a Wislawa Szymborska, da Eugenio Montale ad Antonin Artaud, da Italo Calvino a Giuseppe Tomasi di Lampedusa…

          E che dire dei “luoghi antropologici” e dei non-luoghi (secondo Marc Augé) che la mia pallottola visita e attraversa, dal Cremlino a Gorizia, da Parigi a Cerchiara di Calabria, da Palermo a Torino, e poi Roma, riconsiderata tra la Circonvallazione Clodia e il quadrilatero Chiabrera-Gozzi-Giordani-Metro San Paolo… E i registi, le attrici, gli attori, i set cinematografici… E gli artisti e soprattutto gli “oggetti”,
          ( un candelabro con tutte le candele, un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo, specchi, un guanto, un tiretto rococò, reggicalze francesi, portafiori,una giara, cannoli, frutta candita, ricotte, cassate, biscotti di marzapane, una granita di caffè, il libro di Filomena Rago, “Immagine di una immagine”, una vestaglia grigio topo, due fodere color fucsia, un paio di ciabatte, un colbacco, una sciarpa di seta, una bottiglia di plastica, due o tre turaccioli di Bourbon,una falce e martello di cartapesta e un comunicato dei 5Stelle, pareti con “strutture dissipative”, sculture fatte d’aria, anelli, cilindri, un grembiule imbrattato, abiti di scena, profumi, locandine,calici di cristallo, draghi di cartapesta, mascherine,
          frammenti di plexiglas, scatole di trucchi, bauli,spille con cammei, sciabole giapponesi, una falce e martello con la stella rossa dell’URSS,
          lattine vuote di olio della Sabina, uno stiletto appuntito con il manico di avorio. ecc. ecc.), tutti incapaci di diventare “cose”?
          Tutto inutile, tutto effimero e passeggero, tutto destinato al grande buco nero dell’oblio, tranne i due personaggi pressoché onnipresenti e quasi ubiqui, Milaure Colasson e il noto critico letterario Giorgio Linguaglossa, ai quali mi aggrappo per non essere ingoiato anche io né dalla stagnazione etico-estetica del nostro tempo, né dal Grande Gelo linguistico o dal deserto glaciale fra le parole, né dal buco nero dell’oblio…

          Gino Rago

  11. Tre distici, dono a Mario M. Gabriele:

    Tutto è in ordine, tutto procede. Nell’angolo dell’abitacolo
    dove riposano le scope.

    A dirlo adesso può sembrare da spia che ruba le caramelle.
    Con stile disgraziato nella bile.

    Fuori di me un mazzo di fiori. Certe navi al tramonto in Corsica.
    Morte: fine del ritratto.

    (May jun 20)

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