La poesia come indicazione di uno stato di cose, La poesia è un certo ordine proposizionale, Poesie di Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Commenti di Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa

Foto monna lisa popMauro Pierno

Con dedica a M.R. Madonna.

Abbiamo tre corde di acciaio.
Abbiamo consonanti di piombo.
Abbiamo brioches,
Abbiamo dazzi, siluri, razzi e mazze da baseball.
Abbiamo tazze, tovaglie e stoviglie.
Abbiamo cortisone, dpcm e mascherine.
Abbiamo guanti di velluto, di cotone, di gomma.
Abbiamo i morti, la fame, la tragedia, abbiamo la Russia, l’America, l’estuario.
Abbiamo il bivio, l’Africa, l’Europa.
Abbiamo forbici, materazzi, federe, cuscini.
Abbiamo giovani, abbiamo vecchi, pallottole cugini, nipoti, amanti.
Abbiamo cucchiai, forchette, pugnali.
Abbiamo echi, susine, ciliegie.
Abbiamo forni.
Abbiamo lividi, strappi, supposte.
Abbiamo fame.
Abbiamo guerra, incenso, pudore.
Abbiamo…

con riferimento alla «struttura tragica» della poesia di Maria Rosaria Madonna, penso che oggi non si possa mantenere alcuna struttura tragica, non ci sono le condizioni oggettive, storiche per la manutenzione di una resistenza frontale contro il sistema di dominio planetario quale è il capitalismo, ma ciò non significa che non possiamo fare poesia in modo diverso e serio, cioè critico.

(Marie Laure Colasson)

Francesco Paolo Intini

 Rotoli del Mare Nostrum

 Encefalogramma del Mare Nostrum in coma.
Il sottofondo di piccione più gazza e ola di zizzania.
Due gatti con la copertina del “Manifesto del Partito Comunista” sulla pelle.

La sceneggiatura era pronta. Ancora per un giorno il grigio avrebbe resistito.
Spavento notturno e comica del giorno seguente.
Una vipera soffiante sul balcone di Giulietta

Vennero fuori dei rotoli che raccontavano come era finita l’epoca (omissis).
Di quale si trattasse s’era perso il frammento. Alcuni come questi erano isolati

“C’è la cronaca per le strade. Cane da tartufo
Che s’ accontenta di un Boletus satanas.”

Altri ancora parlavano di un’ala e 129 morti in un giorno.
Se ne descriveva il rombo. Il passaggio sui tetti e come vennero sfiorati gli embrici.
La fine sulle antenne.

Un marziano si eccita a una battuta di Stan Laurel.

Anche il giorno successivo cadde lo stesso aereo.
Alla stessa ora, per bocca di un mezzobusto di nome Omer
L’annuncio del disastro e le misure intraprese:

129…!

La chiusura degli aeroporti si era rivelato inutile.
L’allerta del pronto soccorso, il potenziamento nelle prefetture.

La Regina versò due cent nell’aorta di un industriale di lamette
Il cuore si riaccese e il barbiere tornò a radere la barba al Presidente.

I frammenti più consistenti parlavano di cianuro grandinato sul Mare Nostrum
Antonius concepì uno scacco matto ma non volle metterlo in pratica
Batman non potè evitare la caduta dell’ aereo successivo

129…!

-Finirà per atterrire i boccioli del melograno.
Gli appestati stanno uscendo dai fotogrammi
Anche il Nulla dagli occhi della strega
Persino Bergman toglie la danza dall’ultima scena
E nutre seri dubbi sulla fuga in Egitto.

In geroglifico il fumetto di Tutankhamon con il mento fuori asse:
-Obelisco in vendita.
Un affare.

caro Francesco Paolo Intini,

le proposizioni delle tue composizioni intendono raffigurare gli «stati di cose» in modo speculare nel linguaggio mediante la configurazione di proposizioni che rimandano alla configurazione degli oggetti così come sono o possono essere nel mondo. Indicare un oggetto con il linguaggio lo si può fare mediante la costruzione di una proposizione, ma, di fatto non è detto che ad una proposizione linguistica corrisponda sempre un oggetto nello «stato di cose», allora, in questo caso la proposizione designa una immagine che in sé non è né vera né falsa, infatti lo statuto di verità o di falsità compete alla esistenza speculare dei corrispondenti oggetti nel mondo.

Indicare un oggetto significa insieme indicare il campo delle sue sintassi possibili. Ma ciò è quanto dire che la forma di raffigurazione del nostro linguaggio, per poter salvaguardare il principio di sensatezza e quindi di raffiguratività della proposizione, deve in linea di principio escludere la possibilità di connessioni insensate tra oggetti. Una volta indicati gli oggetti — i significati del linguaggio — la forma del mondo segue da sé, perché è già data la totalità delle situazioni possibili e la forma dello spazio logico
che le contiene.

Ciò che è vero delle proposizioni e degli stati di cose (il loro essere sospese tra le possibilità del vero e del falso, dell’essere e del non essere) non vale invece per i nomi e per gli oggetti: qui una simile alternativa non sussiste, e ciò è quanto dire che gli oggetti del mondo esistono necessariamente — dato il nostro linguaggio. Il punto è tutto qui: comprendere una proposizione significa intendere che cosa accada se essa è vera, — e ciò è quanto dire che il presupposto della sensatezza non decide nulla circa l’esistenza o la non esistenza dello stato di cose della cui possibilità l’immagine si fa garante. Ma l’ipotesi della sensatezza avanza un diverso presupposto per i nomi: per essere un nome, un segno deve stare per un oggetto, e ciò è quanto dire che una volta che siano stati dati i nomi del linguaggio si è anche detto quali siano gli oggetti che necessariamente sono. La loro esistenza è, in altri termini, necessariamente implicata dalla sensatezza del linguaggio.

Dati questi significati, ogni possibile situazione nel mondo avrà come suoi costituenti gli oggetti denotati dai nomi, ed al variare delle situazioni nel mondo non farà eco un qualche mutamento degli oggetti, ma solo la variazione delle loro possibili combinazioni.

È in questo senso che Wittgenstein ci invita a parlare degli oggetti come della sostanza del mondo. I fatti sono accidentali: il loro consistere in una connessione di oggetti li espone necessariamente alla possibilità dell’essere altrimenti. Gli oggetti, invece, non possono mutare ed esistono necessariamente: sono appunto, per dirla con Spinoza, «quod in se et per se concipitur». Dati questi significati e questi nomi, abbiamo anche
deciso una volta per tutte quali siano gli oggetti del mondo e quindi anche i possibili stati di cose che possono accadere.

È possibile un fraintendimento: un certo ordine proposizionale ci inviterebbe infatti a pensare che gli oggetti del mondo esistano alla stessa stregua in cui esistono o accadono gli eventi del mondo. Ora, di un qualsiasi fatto ha senso dire che è, proprio perché è comunque sempre pensabile che non sia: uno stato di cose è una connessione di oggetti e nulla vieta che una simile connessione venga meno o sia alterata.

Sembrerebbe infatti impossibile negare che gli oggetti esistano, ma non sembrerebbe ancora necessario astenersi dall’affermarne l’esistenza. Basta tuttavia riflettere un poco per rendersi conto che le cose stanno proprio come abbiamo detto: dire di un oggetto “a” che esiste non significa evidentemente nulla di più di questo — che il segno “a” è davvero un nome del nostro linguaggio e ha quindi un significato.

Sul terreno del linguaggio è quanto dire che degli oggetti del mondo non si può affermare né che sono, né che non sono, poiché il loro esserci è la condizione di possibilità su cui poggia la natura significante dei nomi e il carattere raffigurativo della proposizione. Dire di un oggetto “a” che non c’è vuol dire soltanto che il nome “a” non è un affatto nome e che — quando l’abbiamo pronunciato — credevamo forse di fare qualcosa e di denominare, ma in realtà non facevamo nulla di più che emettere un innocente versetto a-significante e a-veritativo.

(Giorgio Linguaglossa)

Lucio Mayoor Tosi

A Silvia.

Ora spunta Silvia Romano. Sì, quella rubata dall’Isis.
Ma sei ancora dei nostri?

Certo, cattolica e musulmana. Come tanti non credenti.

L’affare fatto si sgrana in profili di madame al super più
della cronaca in bocca al lupo. Travaglio di mimose.

Che dire del tutto in piena autonomia e stando attenti
nel condividere il polso dove scorre segreta verità

se non che viva in pace, anche lei tra i non morti
di questa parabola di spie? Vada dal parrucchiere,

si faccia le meches, scriva un bell’articolo su Repubblica,
una lettera d’amore anche. Che tanto la gente dimentica

e muore in fretta. Cartolina: non è bello qui,
dove adesso trema l’inchiostro disoccupato sul foglio?

Le margherite scoppiano di salute, i gatti si mangiano
la spesa in tanti bocconcini, e c’è pure il Parmigiano amico,

quello delle superstar che sgambettano su allevamenti
di bestiame al massacro; ed è questa l’opera d’arte,

il fine di tutti i mezzi; quello di tingersi nei colori
della propria tribù, la sacrosanta alleanza capitanata

da Covid-19, il nuovo server delle giurisprudenze
timbro in ceralacca su promesse di mantenimento

dello stato in battibecchi di foruncolosi graffitisti
anche loro in cerca di michelangiolesca meraviglia.

Eccetera. Poi sorride lo smalto sui denti.

caro Lucio,

come apparirà chiaro leggendo la poesia della nuova ontologia estetica, la forma grammaticale non è una eco visibile di un pensiero invisibile che si trova nella cellula monastica dell’io del poeta. Al contrario, è la forma grammaticale che determina ciò che io penso, è la struttura grammaticale e la struttura sintattica che determinano ciò che io penso. L’io è quindi un epifenomeno. Ecco spiegato perché nella nuova ontologia estetica l’io è quasi assente, o, se è presente, è presente come un io tra i tanti. Il significato è un evento secondario del linguaggio, direi un evento terminale, l’evento primario sta a monte del significato e, a rigore, a monte del linguaggio, alla sorgente del linguaggio. L’evento è l’atto sorgivo del linguaggio.

Per Wittgenstein il significato non è un evento mentale: Quando Wittgenstein nelle sue osservazioni filosofiche, analizza il grido «Lastra!» che il muratore dice al manovale di passargli una lastra, cioè che qualcuno deve portargli una lastra, vuole far capire che tutto dipende dal modo in cui quel grido è usato, dal contesto in cui accade e, più in generale, dall’insieme delle relazioni che sussistono tra i parlanti, non da ciò che eventualmente passa per la mente di chi parla. Ma ciò è quanto dire che non possiamo fare riferimento al pensiero per considerare incompleta una forma linguistica: ciò che pensiamo, per Wittgenstein, non determina il significato delle nostre parole.

Quando metto sotto accusa il capitalismo internazionale non mi passa per la mente un giudizio già preso perché so che ciò che io chiamo il mio pensiero è una diretta conseguenza dello stato delle cose che il capitalismo determina nel mondo. Io non sono un populista che mescola patate e pomodori e arsenico, io mi limito ad argomentare che le patate e i pomodori sono cose diverse dall’arsenico, anche se tutti e tre questi prodotti sono manufatti del capitalismo. Il marxista comunista che esprime un pensiero critico sa che il significato che noi diamo alle nostre parole è un epifenomeno del linguaggio che viene impiegato. Ma una poesia di Intini o di Gino Rago o di Marina Petrillo sono cose diverse proprio in quanto manufatti distinti, ma sono tutti prodotti del sistema capitalistico e del pensiero critico che si innerva nel linguaggio.

Wittgenstein ci dice che un gesto linguistico ha un significato non già in virtù dei pensieri che attraversano la mente di chi parla, ma in ragione della sua appartenenza ad un determinato «gioco linguistico». Ne segue che alla forma grammaticale del linguaggio non è affatto chiesto di rispecchiare i pensieri che abitano e sgomitano nella nostra mente mentre la esterniamo, poiché il senso di una proposizione dipende dall’uso che se ne fa in una circostanza determinata. E ogni nuova circostanza determina un nuovo «gioco linguistico», e così il «gioco» va avanti e il «significato» delle parole cambia, si modifica. Ciò che pensiamo non determina il significato delle nostre parole. Il significato è determinato dal «gioco» di innumerevoli fattori che intervengono all’interno del campo del linguaggio.

(Giorgio Linguaglossa)

Scrive Wittgenstein:

«Quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda e ordine? — Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti di impiego di tutto ciò che chiamiamo «segni», «parole», «proposizioni». E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici (come potremmo dire) sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. (Un’immagine approssimativa potrebbero darcela i mutamenti della matematica). Qui la parola «gioco linguistico» è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita. Considera la molteplicità dei giochi linguistici contenuti in questi (e in altri) esempi: comandare e agire secondo il comando — Descrivere un oggetto in base al suo aspetto e alle sue dimensioni — Costruire un oggetto in base a una descrizione (disegno) — Riferire un avvenimento — Far congetture intorno all’avvenimento — Elaborare un’ipotesi e metterla alla prova — Rappresentare i risultati di un esperimento mediante tabelle e diagrammi — Inventare una storia; e leggerla — Recitare in teatro — Cantare in girotondo — Sciogliere indovinelli — Fare una battuta; e raccontarla — Risolvere un problema di aritmetica applicata — Tradurre da una lingua in un’altra — Chiedere, ringraziare, imprecare, salutare, pregare».1

1 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 23.

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18 risposte a “La poesia come indicazione di uno stato di cose, La poesia è un certo ordine proposizionale, Poesie di Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Commenti di Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa

  1. Pingback: La poesia come indicazione di uno stato di cose, La poesia è un certo ordine proposizionale, Poesie di Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Commenti di Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa — L’Ombra delle Parole Rivista

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/06/09/la-poesia-come-indicazione-di-uno-stato-di-cose-la-poesia-e-un-certo-ordine-proposizionale-poesie-di-mauro-pierno-francesco-paolo-intini-lucio-mayoor-tosi-commenti-di-marie-laure-colasson-giorgi/comment-page-1/#comment-65080
    tentativo in itinere di pop-poesia

    Robert Redford e Jane Fonda.
    Backstage sul set di “The Chase”, (1966).
    Lui indossa una tuta da operaio, un bicchiere di plastica in mano,
    beve qualcosa, lei sorride, rivolta verso di lui, sta fumando.
    Lei indossa un impermeabile grigio, ma forse no,
    è la foto in bianco e nero. Che confonde.
    È un fotogramma che Olga Kamjenska mette sul suo diario su facebook.
    Sembrano gentili e sorridenti.
    In un altro fotogramma un selfie di Olga Kamjenska sulla spiaggia, giugno 2020.

    Giugno 2020, la deputatessa Santanchè.
    Scarpe con tacco a spillo
    da 350 euro.
    Leggings da 750 euro con lista laterale argentata.
    Permanente con meches
    da 250 euro.
    Gilet
    da 800 euro.
    Giacca
    da 3000 euro.
    Occhiali Ray ban da sole esagonali
    da 500 euro.
    T-shirt
    da 700 euro.
    Mascherina Trussardi
    da 180 euro.
    Va in piazza a gridare contro i DPCM del governo Conte.
    Piazza del Plebiscito. Milano.
    La deputatessa Santanchè, Fratelli d’Italia,
    ➡con la sua borsetta Chanel20 ➡
    Urla:
    «Il popolo ha fame!»

    Sempre giugno 2020, post-Covid.
    Una tavola rotonda di aspiranti poeti su Zoom.

    L’agente 007 bacia Ursula Andress sul set del film Licenza di uccidere (1962).
    Ha inizio la saga cinematografica di James Bond, agente segreto di Sua Maestà britannica.
    53 anni più tardi Renzi attua in Parlamento la tattica della opposizione al pop-corn
    contro il governo Lega-5Stelle.
    Passano due anni e L’Ombra delle Parole lancia la poetica della top-pop-poesia
    o pop-corn-poetry.

    Gino Rago invia “Storia di una pallottola” a Giorgio Linguaglossa
    all’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani
    per un parere.
    Marie Laure Colasson sta producendo un’ultima “Struttura dissipativa”.
    Telefona a Catherine Deneuve nel film “Belle de jour”,
    le dice di cambiare il rossetto di mettere quello rosso de l’Oreal n. 37.

    La crossdresser Korra del Rio si fa fotografare nuda avvolta in una tela di ragno
    per la pubblicità di una marca di profilattici.
    La poesia è «una questità di stati di cose» afferma il noto critico letterario
    Giorgio Linguaglossa.


  3. ABBIAMO…

    Abbiamo il lato fresco del cuscino d’estate
    tostato un caffè tosto al riaperto bar
    non più come d’inverno tisane freddolose latte caldo
    i vestiti cambiati nell’armadio sconvolto
    una scorta di guanti che fan sudare le dita
    abbiamo l’inchiostro nero
    quello che si consuma in un lampo fugace
    padrone delle parole le sue ancelle umili
    che ci seppelliranno in un batter di ciglio
    abbiamo pipistrelli e topi in salmi
    con salse variegate di destra e di sinistra
    abbiamo la rapita verde e sorridente
    abbiamo vortici di capi di testate
    di covid non so nulla ché nessuno ci pensa
    e neanche ne parla alla stessa maniera
    abbiamo di sicuro un certo vague à l’âme
    più del calendario sicuro sintomo del cambio di stagione
    wow… dimenticavo
    abbiamo sì… abbiamo… il decreto rilancio
    che rima con bilancio
    e lì mi fermo.

    edith dzieduszycka
    18.5.20

    Abbiamo tre corde di acciaio.
    Abbiamo consonanti di piombo.
    Abbiamo brioches,
    Abbiamo dazzi, siluri, razzi e mazze da baseball.
    Abbiamo tazze, tovaglie e stoviglie.
    Abbiamo cortisone, dpcm e mascherine.
    Abbiamo guanti di velluto, di cotone, di gomma.
    Abbiamo i morti, la fame, la tragedia,
    abbiamo la Russia, l’America, l’estuario.
    Abbiamo il bivio, L’Africa, l’Europa.
    Abbiamo forbici, materazzi, federe, cuscini.
    Abbiamo giovani, abbiamo vecchi, pallottole cugini, nipoti, amanti.
    Abbiamo cucchiai, forchette, pugnali.
    Abbiamo echi, susine, ciliegie.
    Abbiamo forni.
    Abbiamo lividi, strappi, supposte.
    Abbiamo fame.
    Abbiamo guerra, incenso, pudore.
    Abbiamo…

    Versione di Linguaglossa
    Rispondi

    (Giorni fa in preda a deliri Contiani
    avevo invitato un po’ tutti a formulare una propria versione di “Abbiamo”.
    L’intenzione era di farne una versione ininterrotta.
    Rinnovo nuovamente l’invito a tutti e pubblicamente ringrazio Edith e Giorgio per le loro proposte.
    Dai, dai…Abbiamo…

    Grazie OMBRA.

  4. milaure colasson

    Come dice Mentana, il direttore del TELEGIORNALE DELLA 7, con un tic verbale automatico, “la verità vera”, io dico che non c’è “verità” e quindi ciascuno può riscrivere la poesia “Abbiamo” secondo la propria fantasia. E quella di Mauro mi sembra molto audace e spiritosa in entrambe le versioni.
    Quanto alla top-pop-poesia, questo metodo di fare poiesis che mescola cronaca con le esperienze personali e con lo scambio di personaggi e situazioni immaginarie tra un poeta e l’altro, lo trovo un arricchimento e una novità per la poesia non solo italiana, con delle risonanze e contaminazioni tra autori diversi che possono portare ad esiti inusitati e innovativi. Mi fa piacere di essere un personaggio ormai fisso delle poesie di Gino Rago e di Linguaglossa, cercherò di non deluderli, magari ricorrendo a qualche trucco.

  5. Carlo Livia

    GIOCHI PROIBITI

    “Poi vidi un angelo, che scendeva dal cielo, e aveva la chiave dell’abisso, e una grande catena in mano.
    E prese il dragone, il serpente antico, Satana, che seduce il mondo, e lo gettò nell’abisso…
    Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra…e la città Santa, la nuova
    Gerusalemme, che scendeva dal cielo, accanto a Dio, come una sposa, adorna per lo sposo.”

    Apocalisse, Cap.XX , XXI

    Le jeu florissant rit dans un douleur ancien.

    Cunicoli femminili tradiscono il segreto del lungomare.
    È musica, non sepolcreto.
    (Il sogno è chiuso ai quattro angoli da un grido).

    La donna nuda si copre di occhi orientali. Raccoglie un mazzo di La bemolle. Canta: Everyone wants to go to heaven, but nobody wants to die.

    (Coro di voci bianche, fuggite dal Cantico):

    Le sue gambe sono pleniluni assetati.
    I suoi capelli, uno sciame di mattini reclusi.
    Gli occhi, paradisi in esilio.
    Le labbra, cieli nudi e sottomessi.

    Un gruppo di anime attraversa la luce, e lascia cadere un guanto dell’Enigma.

    Il terrore dei risorti si affaccia dal marmo gotico.
    Nell’istante senza fine, pieno di usci socchiusi.
    (Sull’insenatura degli adulteri).

    Un altro naufragio, nella corsia n. 6.
    Le madrine gelide non rispondono più.

    ( Voce dell’Angelo Sterminatore):

    Non so che farmene dei vostri sogni. Il dolore è un dettaglio che non mi riguarda. Io eseguo l’ordine: un ricambio necessario, improrogabile.

    Con la testa di sonno redigono il verbale.
    La nudità scatena il nubifragio.
    La malattia dei sagrestani sul chiarore delle chitarre.

    È scritto sulla porta:
    per sempre vuol dire mai più.

    /…/

    Piangendo, la ragazza piovra divora il mio cuore.
    Si allontana nuotando nel corridoio vedovo.

    Le bambole pazze hanno rubato l’ampolla con il Credo.
    Ora spogliano il cielo, per giocare al dottore.

    Sguardi verde-rame traboccano dall’aldilà.
    E uccidono le belle prospettive francesi.

    Je suis une larme secrete, que personne ne peut consoler.

    Spose rinchiuse nel velo psichico. Allattano il buio dei profeti.
    Una promessa di pioggia conduce al tempio degli assassini.
    Dividono le ombre, e sciolgono nel farmaco la Dea.
    La Grazia è custodita dalle schiave.

    Un ragno triste solleva la notte.
    Scopre la malattia del Padre.

    Il Nulla ammaestrato serra le porte.
    Una brezza pallida aspetta in piedi, per la confessione.
    Ha rubato armi e ritratti dal bagaglio della luna di miele.

    Puis le Signe apparait
    e tout s’illumine a l’elevation
    deus jeunes filles en fleurs.

    /…/

    Chiudo il Santo da parati nello scompiglio delle finestre cieche.
    Lunghe acque psicotiche, senza domicilio, seguono l’anticristo.
    È lo stesso addio di tutti i sacchi amniotici.

    Un’eternità verde-acqua, fuggita dai ripostigli.
    Feriti scavano nel giorno del Signore.

    Solo alla pioggia bruna ho mostrato la mia distanza dalle stelle.

    Alto sulle betulle il lebbrosario cafè-chantant.
    Con i salmi schierati sulla dissolvenza.
    Lo sguardo fertile sulla valle femmina.

    Idolo sparso invano.
    Malinconia dell’Altro.

  6. Si ha che il mondo, tutto il mondo, è oggi riconoscibile. Una volta non era così, venivi a sapere le cose mentre te ne stavi per la via esistenziale, pochi chilometri e al massimo i cambi climatici. Via via il mondo si è fatto piccolo e conoscibile. A informarti ci pensa il “sistema globale capitalistico”, il quale farà di tutto per convincerti che ogni cosa ti riguarda. E’ un tenersi insieme per. E qui nasce il pensiero critico, dall’istintivo ritrarsi dell’individuo il quale non riconosca come proprie le scelte che di volta in volta è costretto ad accettare, comportamentali, estetiche e che perfino gli vanno nel profondo.
    Quanto sto dicendo non deriva da un pensare comunista, che è un pensare critico pre-stabilito, ma da ribellismo che il pensiero critico comunista considera come individualistico e perciò esecrabile. Non a caso viene detto degli americani, anche della loro arte, che esalta la collettività diseguale e chi ce la fa buon per lui o lei, eccetera.
    Non so di preciso cosa significhi essere un populista, anzi, proprio non lo so. Si ha la sensazione che nel populismo regni l’improvvisazione, e che questa prevalga sulla buona volontà di decidere in modo non pre-stabilito. E questo farebbe il gioco di potenti che la sanno storicamente lunga.
    Dunque la situazione è questa: stagnante.
    Fa bene Intini a rinunciare al pensiero critico, e limitarsi a rispecchiare l’insensatezza di questo stato di cose. Vale anche per me, ma è diverso il mio approccio, che è principalmente linguistico: scrivo dove manca il pensiero, e mi piace che si senta là dove manca… dove non voglio che sia. Perché si tratta di ripensamenti, cose già sentite. Perciò artisticamente di nessun valore.
    Il pop, il kitsch, è quel che passa il convento. Scriviamo con questa roba (sì, roba) perché poesia è una santerella. Tutto ciò che siamo, divenendo. Quindi, per quel che mi riguarda, scrivo cancellando. E tentennando, come in questa poesia “social” che ho scritto senza averci un’idea, ma appunto perché “social” con qualche reminiscenza e luogo comune. Perché questo è pop… ma non è pop del disimpegno.

  7. Un Enigma ci parla, ma noi non comprendiamo quella lingua.
    L’Enigma non può essere sciolto, può solo essere vissuto.

    *
    Un nuovo tentativo di pop-top-poesia
    Gino Rago
    Storia di una pallottola n. 12

    Il barone rampante già da piccolo si arrampicava sugli alberi.
    Negli ultimi tempi vive su un platano della Circonvallazione Clodia.
    Italo Calvino telefona alla Colasson:
    «La vorrei inserire in un mio romanzo con il ruolo di protagonista», dice.

    Reparto di cardiologia. Il dott. Carlomagno convoca d’urgenza
    il poeta Gino Rago.
    Tachiaritmia a 160 battiti al minuto,
    il polmone destro è mal messo, l’aria circola a fatica.
    Organizza una tavola rotonda.
    Cavalieri, esperti di pneumologia, virologia, cardiochirurgia,
    anestesia e medicina interna.
    Rispondono all’appello anche Re Artù, Angelica,
    Orlando furioso, Italo Calvino
    e il presidente del consiglio Giuseppe Conte.

    Marie Laure Colasson convoca gli Stati Generali presso la sua abitazione
    Circonvallazione Clodia n. 21.
    Italo Calvino citofona:
    «Madame Colasson, ha ragione,
    la vita è un romanzo, vorrei entrare anch’io in un suo quadro.
    Prima o poi arriva sempre il corvo.
    Mi inviti piuttosto agli Stati Generali…».

    Marie Laure Colasson:
    «La ringrazio, le farò sapere.
    C’è un agente degli Affari Riservati che mi pedina,
    e poi le sue Lezioni americane, sono banali, tristi,
    le preferisco Queneau».

    Il noto critico letterario Linguaglossa dà forfait.
    Alle pareti “strutture dissipative”, sculture fatte d’aria, anelli, cilindri,
    un grembiule imbrattato, abiti di scena, profumi, locandine,
    calici di cristallo, draghi di cartapesta, mascherine,
    frammenti di plexiglas, scatole di trucchi, bauli,
    spille con cammei, sciabole giapponesi,
    una falce e martello con la stella rossa dell’URSS,
    lattine vuote di olio della Sabina.
    E uno stiletto appuntito con il manico di avorio.
    Che cade a strapiombo sulla strada
    e uccide il cavaliere inesistente.

    La sirena della squadra omicidi.
    Entra il commissario Ingravallo
    Italo Calvino se la dà a gambe.
    «Madame Colasson, lei è in arresto».

    *
    Gino Rago
    10 giugno 2020

    • milaure colasson

      Egregio poeta Gino Ragò,

      devo ammettere che stasera non sono lucida perché ho bevuto della vodka al melone… Le dico subito le mie rimostranze per essere stata coinvolta, di nuovo, nella interminabile querelle innescata dal commissario Ingravallo, quell’energumeno incompetente che mi perseguita da anni e che ha già combinato un pasticcio con l’Ambasciata di Francia e il Ministero degli Esteri d’Italia con il suo ministro degli Esteri Di Maio, altro incompetente.
      Le dico subito che lo stiletto con il manico di avorio è ancora in mio possesso, ho dovuto recuperarlo dalla testa del cavaliere inesistente dove si era conficcato cadendo dal 4 piano della mia abitazione di Circonvallazione Clodia n. 21. Poiché, come dice Wittgenstein, il mondo è tutto ciò che accade, anche questo accadimento fa parte del mondo, purtroppo in quel mondo ci sono degli imbecilli e dei mascalzoni come Salvini e i suoi fedelissimi della banda bassotti dei leghisti— Quanto ad Italo Calvino, non ne posso più, le sue Lezioni americane mi hanno annoiato a dismisura con quel panegirico sulla leggerezza che ho trovato veramente banale, gli preferisco Mauro Pierno il quale dimostra di possedere una legéreté invidiabile e un fuori-senso invidiabile. E’ che la poesia ha senso soltanto se è fuori-senso, tutta la poesia sensata che fa del sensorio il proprio catechismo è semplicemente ridicola.
      Cmq, Le prometto che la convocherò nei miei prossimi Stati Generali della poesia in compagnia di quel lestofante del critico letterario Linguaglossa il quale sembra più interessato al suo Ufficio di Informazioni Riservate che alla salute della poesia italiana.
      Quanto alle mie “strutture dissipative” lascerò un posto per il Signor Eugenio Montale e anche a quel bellimbusto di Italo Calvino… e anche al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Contento?
      Lei, caro Gino Ragò, è un burlone, ma io sono una persona seria e non mi piace essere coinvolta in questioni di carattere penale. Spero che Lei capirà…
      Ciò posto, la sua composizione devo dire che mi aggrada e che la trovo eloquente e folle almeno quanto la sottoscritta.
      In attesa della Storia di una pallottola n. 13, La saluto con cordialità
      Milaure

      • Gentilissima e amabilissima Madame Colasson,
        le questioni che Lei solleva e che scaglia sul tappeto verde del biliardo poetico-letterario non soltanto italico sono assai delicate e meritano da parte mia una trattazione seria e ben articolata che ora non posso darLe, mi riservo di farlo presto, sperando di non deludere le Sue attese.
        Vado di corsa, sono stato convocato di urgenza all’Istituto di medicina legale della Sapienza: il medico legale, dottor Tancredi, ha esaminato il cranio del cavaliere inesistente e ha fatto una rivelazione sconvolgente che
        La scagiona da ogni responsabilità penale: il cavaliere inesistente era già morto quando il Suo stiletto gli si è conficcato nella testa vuota…
        Le darò altre news, al più presto,
        Le auguro buon tutto, con viva cordialità,
        Gino

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/06/09/la-poesia-come-indicazione-di-uno-stato-di-cose-la-poesia-e-un-certo-ordine-proposizionale-poesie-di-mauro-pierno-francesco-paolo-intini-lucio-mayoor-tosi-commenti-di-marie-laure-colasson-giorgi/comment-page-1/#comment-65104

    La top-pop-poesia è figlia del nostro tempo riflette il gigantesco fenomeno planetario della de-valorizzazione
    caro Lucio,

    se si leggesse con attenzione la poesia di Gino Rago ci accorgeremmo che la sua poesia (come del resto anche la mia o quella di Intini, di Mauro Pierno, di Mario Gabriele e della Colasson) nasce dal dialogo e dal confronto e dalla presa d’atto di ciò che il mondo è diventato. La top-pop-poesia è la poesia del nostro tempo perché è uscita fuori dal periscopio dell’io e dalla metafisica del novecento, la sua metafisica è la constatata assenza di metafisica. E così in una poesia ci può tranquillamente stare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, lo scrittore Italo Calvino, il barone inesistente assieme al commissario Ingravallo e a Marie Laure Colasson.

    Personaggi veri, inventati, personaggi di romanzi, personaggi e situazioni di film o di fotografie, tutto si mischia con tutto, il reale con il virtuale e l’irreale. E si confonde con tutto. Nella de-valorizzazione della forma-merce universale indotta dal capitalismo globale le parole di Wittgenstein, i romanzi di Italo Calvino e le parole di Ingravallo si equivalgono. Le parole di Trump che invita gli americani a iniettarsi l’amuchina o quelle di Bolsonaro che sfida il Covid19 dicendo che bisogna essere machi sono prese sul serio da una sterminata massa di tele utenti. Il populismo, caro Lucio, è questo, fa parte di questo processo di de-valorizzazione universale che mette sullo stesso piano le categorie di Stavrakakis e di Zizek con le chiacchiere di un Salvini o di una Santanchè vestita con abiti di 6 mila euro e spiccioli che grida in piazza: «il popolo ha fame!».

    Dire che la destra e la sinistra sono la stessa cosa e che si può fare un governo con la destra o con la sinistra, questo è un pensiero che può nascere soltanto in una realtà profondamente intaccata dalla ideologia della de-valorizzazione di tutti i valori. Il Salvini che citofona a una famiglia chiedendo se vendono cocaina, si rivela essere un populista da spazzatura oltre che un cialtrone. Ma ve lo immaginate voi oggi un Aldo Moro o un Enrico Berlinguer che citofonano a una famiglia chiedendo se loro spacciano cocaina?. Questo gigantesco processo di devalorizzazione segna la fine della metafisica con la sua gerarchia di valori fondati e credibili.
    Questa de-valorizzazione universale si presenta come una «seconda natura» (Adorno e Lukacs docent), non è una determinazione storica del capitalismo, ma è un principio insito nella forma razionale che il capitalismo ha preso. Le leggi di produzione, riproduzione, valorizzazione e de-valorizzazione della forma-merce e della forma-idea corrispondono alle leggi della razionalità identificante del capitalismo. Un pensatore marxista sa che questo pensiero identificante è esso stesso il prodotto del capitalismo. Questa non è (solo) una accusa al sistema capitale ma è un dato di fatto che proviene dalla analisi dello stato delle cose.

    La top-pop-poesia è figlia del nostro tempo, in essa si riflette questo gigantesco fenomeno planetario della de-valorizzazione. Un poeta, un romanziere o un pittore di valore non possono nascondere questa realtà di fatto, anzi, non la devono nascondere, la devono rappresentare.

    Nella top-pop-poesia è ben visibile… una zona di indistinzione, di indiscernibilità, di indecidibilità, di disfunzionalità che si stabilisce tra le parole e le frasi come se ogni singola unità frastica attendesse di trovare la propria giustificazione dalla unità frastica che immediatamente la precede o la segue… non si tratta di somiglianza o di dissimiglianza tra le singole unità frastiche ma di uno slittamento, una vicinanza che è una lontananza, una contiguità che si rivela essere una dis-contiguità, una prossimità che si rivela essere una dis-prossimità… si tratta di una dis-cordanza, di un dis-formismo che si stabilisce tra i singoli sintagmi… anche le unità di luogo e di tempo della mimesis aristotelica sembrano dissolversi in una fitta nebbia e, con la dissoluzione della mimesis, viene meno anche vecchia metafisica e la giustificazione di un io plenipotenziario e panottico, viene meno anche la maneggevole sicurezza del corrimano del significato…

    Tutto ciò lo abbiamo imparato dalla pratica e dalla ricerca teorica e pratica della nuova ontologia estetica. Tutto il resto dipende dall’estro e dal talento di ciascun poeta, di ciascun romanziere, di ciascun pittore dalla loro capacità di captare i segnali che provengono dal mondo che nel frattempo è cambiato…

    • Dice bene la Professoressa Fornero: Salvini è un camaleonte, si adagia ovunque ci sia da raccogliere consenso. Il suo populismo è a buon mercato, di basso e larghissimo consumo, versione plebea del populismo inaugurato da Berlusconi. Di questo populismo si dovrebbe parlare, e a maggior ragione se si considera che gli dobbiamo un ventennio di sconfitte della sinistra.
      In fondo a questa pagina campeggia l’immagine di Salman Rushdie, uno scrittore che il discorso che fai sulla de-valorizzazione lo aveva capito per bene già nel 1988, anno della pubblicazione de I versi satanici, a cui, più o meno consapevolmente, molti di noi fanno riferimento. Ed è questa una scelta coraggiosa, un buttare e buttarsi allo sbaraglio nelll’insensatezza. Da questa pratica, ne sono convinto, può nascere la fiducia a trasformare, creare nella baraonda qualche finestrella di luce. Tu stesso, caro Giorgio, ma anche caro Gino Rago, tra una facezia e l’altra non mancate di trasmettere domande e momenti di pensiero, che sembrano di contrabbando. Ma io, son quelli che vado a cercare.

  9. con le parole di Herbert Marcuse: «È probabile che il secondo periodo di barbarie coinciderà con l’epoca della civiltà ininterrotta».

    Nel 2010 così rispondevo ad una domanda postami da Luciano Troisio:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/…/…/comment-page-1/…

    Domanda: Tu individui linee laterali del secondo Novecento…

    Risposta: Infrangere ciò che resta della riforma gradualistica del traliccio stilistico e linguistico sereniano ripristinando la linea centrale del
    modernismo europeo. È proprio questo il problema della poesia contemporanea, credo.
    Come sistemare nel secondo Novecento pre-sperimentale un poeta urticante e stilisticamente incontrollabile come Alfredo de Palchi con La buia danza di scorpione (1945-1951) e Sessioni con l’analista (1967)? Diciamo che il compito che la poesia contemporanea ha di fronte è: l’attraversamento del deserto di ghiaccio del secolo sperimentale per approdare ad una sorta di poesia sostanzialmente pre-sperimentale e post-sperimentale (una sorta di terra di nessuno?); ciò che appariva prossimo alla stagione manifatturiera dei «moderni» identificabile, grosso modo, con opere come il Montale di dopo La bufera (1951) – (in verità, con Satura – 1971 – Montale opterà per lo scetticismo alto-borghese e uno stile narrativo intellettuale alto-borghese), vivrà una seconda vita ma come fantasma, allo stato larvale, misconosciuta e disconosciuta.

    Ma se consideriamo un grande poeta di stampo modernista, Angelo Maria Ripellino degli anni Settanta: da Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima
    opera Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta
    (1972) e Lo splendido violino verde (1976), dovremo ammettere che la linea centrale del secondo Novecento è costituita dai poeti modernisti.
    Come negare che opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni non abbiano una matrice modernista? La migliore produzione
    della poesia di Alda Merini la possiamo situare a metà degli anni Cinquanta, con una lunga interruzione che durerà fino alla metà degli anni
    Settanta: La presenza di Orfeo è del 1953, la seconda raccolta di versi, intitolata Paura di Dio con le poesie che vanno dal 1947 al 1953, esce
    nel 1955, alla quale fa seguito Nozze romane; nel 1976 il suo capolavoro: La Terra Santa. Ragionamento analogo dovremo fare per la poesia di
    una Amelia Rosselli, da Variazioni belliche (1964) fino a La libellula (1985). La poesia di Helle Busacca (1915-1996), con la fulminante trilogia degli anni Settanta: I quanti del suicidio (1972), I quanti del karma (1974), Niente poesia da Babele (1980), è un’operazione di stampo schiettamente modernista.
    Il piemontese Roberto Bertoldo si muoverà, invece, in direzione di una poesia che si situi fuori dal post-simbolismo con opere come Il calvario
    delle gru (2000) e L’archivio delle bestemmie (2006). Nell’ambito del genere della poesia-confessione già dalla metà degli anni ottanta emergono Sigillo (1989) di Giovanna Sicari, Stige (1992) di Maria Rosaria Madonna; in questi ultimi anni ci sono figure importanti: Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Ubaldo De Robertis, Donatella Giancaspero; né bisogna dimenticare la riproposizione del discorso lirico da parte del lucano Giuseppe Pedota (Acronico – 2005, che raccoglie Equazione dell’infinito – 1995 e Einstein: i vincoli dello spazio – 1999), che sfrigola e stride con l’impossibilità
    di adottare una poesia lirica dopo l’ingresso nell’età post-lirica.

    È noto che nei micrologisti epigonici che verranno, la riforma ottica inaugurata dalla poesia di Magrelli, diventerà adeguamento linguistico ai movimenti micro-tellurici del «quotidiano». La composizione assume la veste di frammento incompiuto, dove il silenzio tra le parole assume un valore semantico preponderante. Il questo quadro concettuale è agibile intuire come tra il minimalismo romano e quello milanese si istituisca una alleanza di fatto, una coincidenza di interessi e di orientamenti «filosofici»; il risultato è che la micrologia convive e collima qui con il solipsismo più asettico e aproblematico; la poesia come fotomontaggio dei fotogrammi del quotidiano, buca l’utopia del quotidiano rendendo palese l’antinomia di base di una impostazione culturalmente acrilica.

    Lo sperimentalismo ha sempre considerato i linguaggi come neutrali, fungibili e manipolabili; incorrendo così in un macroscopico errore filosofico.
    Inciampando in questo zoccolo filosofico, cade tutta la costruzione estetica della scuola sperimentale, dai suoi maestri: Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto, fino agli ultimi epigoni: Giancarlo Majorino e Luigi Ballerini. Per contro, le poetiche «magiche», ovvero, «orfiche », o comunque tutte quelle posizioni che tradiscono una attesa estatica dell’accadimento del linguaggio, inciampano nello pseudoconcetto di una numinosità quasi magica cui il linguaggio poetico supinamente si offrirebbe. anche questa posizione teologica rivoltata inciampa nella medesima aporia, solo che mentre lo sperimentalismo presuppone un iperattivismo del soggetto, la scuola «magica» ne presuppone invece una «latenza».

  10. (Questa terza parte è tutta per Lucio Mayor Tosy)

    (Avvincenti)
    M: Erano le quattro!
    R: già, le tredici
    Ma: precisamente le otto!
    C: esatte le sedici!
    E: in punta le nove!
    G: erano le sei!
    A: appunto le ventidue!
    F: … (Leggendo l’orario) …sono le… (Generale disapprovazione)
    S: vuota!

    (Squilli di telefono)
    M: Pronto?
    R: pronto?
    Ma: pronto?
    C: pronto?
    E: pronto?
    G: pronto?
    A: pronto?
    F: chi parla? (Crescente disapprovazione)
    S: vuota! (Terminano gli squilli)

    M: È per te?
    R: no! È per te?
    Ma: no! È per te?
    C: no! È per te?
    E: no! È per te?
    G: no! È per te?
    A: no! È per te?
    F: È per me! (Nervosismo dilagante)
    S: vuota!

    M: Vuole distoglierci.
    R: è vero
    Ma: allora, resistere
    C: continuare e basta
    E: senza tregua
    G: senza arrendersi
    A: giammai
    F: diritti alla meta! (Seppur sconcertati, cenni di consenso)
    S: vuota!

    (Caricati ripetono la strofa)
    M: Vuole distoglierci.
    R: è vero
    Ma: allora, resistere
    C: continuare e basta
    E: senza tregua
    G: senza arrendersi
    A: giammai
    F: diritti alla meta! (Tripudio di consenso)
    S: vuota!

    (Riprendono gli squilli)
    M: Non bisogna rispondere alle provocazioni
    R: ogni provocazione resterà impunita
    Ma: abbasso la violenza
    C: viva, via Ghandi
    E: mio padre non mi picchia
    G: mia madre neanche
    A: evviva, evviva
    F: diritti alla meta! (Ancora consensi)
    S: vuota! (Gli squilli terminano)

    M: Dove eravamo rimasti?
    R: dove eravamo rimasti?
    Ma: dove eravamo rimasti?
    C: dove eravamo rimasti?
    E: dove eravamo rimasti?
    G: dove eravamo rimasti?
    A: dove eravamo rimasti?
    F: diritti alla meta! (Costernati tutti. Ricomincia)
    S: vuota!

    GRAZIE OMBRA.

  11. Eccellente al laccio. Il pulviscolo della parola.
    Benedetta la fragranza, il tango ancora di più.

    Poiché la pioggia è inversamente proporzionale
    il do di petto sale in alto, molto di più.

    E la frequenza è alla base.
    Persino la maga Circe scommise nel letargo.

    Un presagio, come un berretto, la O socchiusa
    appena. Rimbaud che non ingrana.

    (Un tentativo di pot- poesia!)

    Aiutatemi a trovare l’acronimo per POT!

    GRAZIE OMBRE.

  12. Giuseppe Gallo

    Caro Mauro Pierno, vuoi un acronimo di POT?
    Che ne dici di Poetica Potenziale? POE… POT= POT
    Se ci aggiungi anche POLitica avremo POL POT e si diventa tutti khemer rossi… a presto!
    Giuseppe Gallo

    • …che mistero ciclico le parole! Caro Gallo è bellissima POT: Poetica Potenziale…

      Per te la quarta parte:
      TUTTI ALLO STESSO TEMPO
      Caricati ripetono la strofa)
      M: Vuole distoglierci.
      R: è vero
      Ma: allora, resistere
      C: continuare e basta
      E: senza tregua
      G: senza arrendersi
      A: giammai
      F: diritti alla meta! (Tripudio di consenso)
      S: vuota!

      (Riprendono gli squilli)
      M: Non bisogna rispondere alle provocazioni
      R: ogni provocazione resterà impunita
      Ma: abbasso la violenza
      C: viva, via Ghandi
      E: mio padre non mi picchia
      G: mia madre neanche
      A: evviva, evviva
      F: diritti alla meta! (Ancora consensi)
      S: vuota! (Gli squilli terminano)

      M: Dove eravamo rimasti?
      R: dove eravamo rimasti?
      Ma: dove eravamo rimasti?
      C: dove eravamo rimasti?
      E: dove eravamo rimasti?
      G: dove eravamo rimasti?
      A: dove eravamo rimasti?
      F: diritti alla meta! (Costernati tutti. Ricomincia)
      S: vuota!

      (Ignorandolo)
      M: Scomparse
      R: giusto
      Ma: inopinabile
      C: d’accordo
      E: più che giusto
      G: giustissimo
      A: verissimo
      F: diritti alla meta! (Tutti al limite della sopportazione)
      S: vuota!

      M: Ma che ha?
      R: ma che ha?
      Ma: ma che ha?
      C: ma che ha?
      E: ma che ha?
      G: ma che ha?
      A: ma che hai?
      F: diritti alla meta!
      S: vuota!

      M: Non è proprio il caso di scherzare!
      R: proprio non lo è!
      Ma: certo!
      C: insomma!
      E: manchi di eleganza!
      G: alla tua età!
      A: vergognati!
      F: (Afono) diritti alla meta!
      S: vuota!

      M: Finalmente
      R: diventava insopportabile!
      Ma: ripetitivo
      C: fastidiosissimo
      E: sgradevole
      G: amarissimo
      A: disgustevole
      F: diritti alla meta!
      S: vuota!

      M: allora è un problema politico…
      R: non necessariamente…
      Ma: ma insiste…
      C: allora è sociale…
      E: no, politico.
      G: no, sociale.
      A: no, politico.
      F: diritti alla meta!
      S: vuota. Vuota alla meta!

      (Senza scampo)
      M: vuota alla meta!
      R: vuota alla meta!
      Ma: vuota alla meta!
      C: vuota alla meta!
      E: vuota alla meta!
      A: vuota alla meta!
      F: diritti alla meta!
      S: vuota!

      (Disperazione crescente. Sguardo ai piedi)
      M: Senza non andremo lontani
      R: soltanto pochi passi
      Ma: ai lati della strada
      C: seppure
      E: non più lontano di tanto
      G: vicino
      A: più vicino
      F: immobili! (Pare rinsavito…)
      S: vuota!

      Grazie OMBRA.

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