Disattivare il sistema semantico e semiotico del dominio è il compito precipuo della nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico, Poesia di Francesco Paolo Intini con una Lettera a Giorgio Linguaglossa, Fracchia recita Edipo re, 

Gif Sparo
caro Francesco,
è che viviamo ormai tutti sotto il mirino di un revolver. È la pallottola del senso e del significato che ci sta uccidendo. Il senso e il significato dell’Altro. Ogni giorno in ogni istante del nostro giorno obbediamo all’ordine del giorno del significato, alle ingiunzioni del significato (questo è questo e quello è quello, questo non è quello, etc.). Siamo così abituati ad obbedire che obbediamo anche quando disobbediamo, anche quando diciamo “no”. Anzi, il sistema richiede il nostro “no”, lo prevede e lo contempla, lo protegge addirittura. Il “no” dell’homme revolté è diventato il “sì” dell’homme bourgeois, dell’uomo cittadino di internet. Tu scrivi: «Fracchia recita Edipo re». A questo punto non resta altro da fare che disapplicare il sistema di comando, disattivare il sistema di dominio con un gesto di sottrazione, di inappropriabilità, di esproprio di noi da noi stessi. Disattivare il sistema semantico e semiotico del dominio è il compito precipuo della nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico.
(Giorgio Linguaglossa)

Francesco Paolo Intini

Caro Giorgio,
nel leggere i tuoi ultimi interventi inevitabilmente il pensiero è corso alla scena del supplizio della povera ragazza messa al rogo nel film di Bergman “ Il settimo sigillo”.
In qualche modo il poeta si trova su quella scala mentre cerca di convincere Antonius che qualcosa c’è, questi e più di lui il suo scudiero hanno contezza che così non è.
La scena scorre, la condanna, il tempo impongono leggi ed eventi che non vogliono domande ma solo obbedienza e conformità di veduta. Il pensiero dei due cammina sui binari dell’evidenza e del dubbio mentre quello dei carnefici e della strega su quello della certezza e della positività.
D’altronde come potrebbe entrare a far parte della vita il Nulla?
Solo in punta di morte, quando la successione degli eventi diventa singolare e violenta, si manifesta con quello che fa, la distruzione di cui è portatore.
Il poeta dunque si trova di fronte a questa evidenza di un Nulla che scaturisce sul crinale degli avvenimenti. Ma ce ne vuole a convincerlo che questo stesso sia l’ interlocutore che svuota il paesaggio ed il coro di uomini, l’unico in grado di indicargli un senso e un modo per scendere dalla scala.
Il salto è tutto qui.
Quando questo diventa chiaro il ruolo di ognuno all’interno della sua narrazione si scolla e con esso anche il pensiero logico che vi corrisponde.
Non è follia ma lucida presa d’atto di un problema di cui la poesia è manifestazione nella misura in cui si fa indeterministica, lontana cioè dal dare un peso e un senso preciso a ciò che scrive.
Tutto è chiaro se al centro dell’universo poetico c’è l’Io domatore di leoni con i suoi trucchi di verseggiatore capace di attrarre l’attenzione su un numero di bravura e piacevolezza, ma cosa succede se qualcuno di questi manifesta il suo animo di violenza e predazione e nessuno è in grado di controllarlo?
L’evidenza è intorno a noi con questo costante saltare del COVID -manifestazione di una natura imprevedibile e infinitamente indomabile- addosso a qualcuno, ma lo era già da parecchio tempo, solo che non eravamo su quella scala con il rogo sotto e potevamo illuderci che l’Io avrebbe dominato il gioco di equilibrio tra terrore e ragione o che qualcun altro lo avrebbe fatto per noi.
C’è di fatto che questo tipo di domatore non è più credibile se di fronte al Nulla continua a dire che c’è un interlocutore su cui modellare il discorso e con cui val la pena di rapportarsi ” dicendo la messa e ascoltandola” per dirla con Mandel’štam.
La poesia indeterministica, come il sottoscritto la intende, è fatta di interferenze e suggerimenti, percorsi illogici del tempo e salti di epoche. La nuvola che, come dice il poeta di sopra non si fa beffe di nessuno, riempie un foglio che non è di cellulosa.
Ma di cosa è fatto il suo nucleo?

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti: “ NATOMALEDUE” è in preparazione

.

[PACK]

Intervistarono il lavoro, proiettore in pensione,
e dichiarò che non ce la faceva più a tener fermo il frigo.

Il Po gli chiedeva cosa fare di versi e spleen

L’ ossigeno aveva denti di carbone.
Zolfo che sgorgava dall’idrogeno.

Anche la mente rimandava allo stomaco
Impossibile sostenere il ritmo della carie

Immagini sfocate fuori Capitale.
Una cucina a raccontare il piacere della dispersione

Ritornò in casa dopo un sopralluogo alla corteccia cerebrale.

Opportunità che offriva la cornetta del telefono.

Installare cardellini nel ciliegio
da una stalattite una margherita.

E quando fu piazzato un geyser oltre la veranda
il discorso cadde sulla caldera sottostante
-In una spiga si può essere vicini a Dio
E sentire mille ampere tra stelo e Sole

Piccoli roditori delle immagini costruivano cattedrali sulla calce viva.
Il freon rigenerato dalle scene di paura .

Fracchia recita Edipo re.
-Tornai da figliol prodigo dopo aver vagato per l’Antartide.
E niente d’incomparabile a una cena ultraterrena.

Non più di una Spagnola alla volta se non si ha posto tra i Sigilli.
E infatti la più grassa, creatura di Otero, non riusciva a rientrare nel Settecento.
Decise di liberare una pulce dalla parrucca e si trovò nel 2020.

Dov’era la testa mozzata dei colombi?

Attese la fine del quaternario intanto che in un angolo riprendeva fiato.
Cominciò con una storia di pressione e ingrossamento del fegato

Ma ci finirono dentro calcoli biliari e sedia elettrica,
lieviti e ostruzione della coronaria

E ora quest’intervista sul vapore
che si disperde da una pentola sul pack.

[CERCASI CAPOSTAZIONE]

Al rifiuto del geranio l’acqua sale nel rubinetto.
L’ictus abbandona il campo a Stalin furioso.
-Finire da chierichetto una vita così.

Sole e Pioggia giocano a roulette russa
Nessuno dei due azzarda una regola
Perché angosciarsi con gli scacchi
se il Logos ha già pensato a tutto?

Terza tra le Grazie, una Kapò balla la polka.
Chi l’avrebbe detto di questi postumi fuori della fossa.

L’epoca fu propizia alle birrerie. Il grano violentava i crucchi.
I popoli ricevettero un filetto di piombo al giorno
Ma adesso il botulino fa da chairman a un congresso di virologi.

Finiscono seduti a un giardinetto. Bere novello
Forchetta e piatto con un occhio alle scintille.

La firma di Duchamp sulla confezione da un Ampere.
E intanto da una polla nella rocca sgorga Cagliostro.

L’uscita dagli ovuli fu un rompicapo
mettere in ordine feti e chiavi inglesi

ai gatti nati dai baccelli fu tagliata la testa

Non si può progettare un esperimento come un binario
Prima o poi un bunsen si mette in proprio

Le leggi ridiscesero le scale ma era il ‘39 e diluviava
Da una crepa nella carena un fotone contagiò Noè.

[LA LUCCIOLA SPENSE IL FALÒ]

Calcabrina chiuse via Glamorelli
Rimasero secchi a riempirsi di cieli stellati

Plutone interviene ad un pranzo di cassintegrati:

-Milioni di piedi hanno smesso di cercare un predellino
E la calcolatrice non ha il tasto dello spread.

C’è odore d’amuchina nel pensiero di Cartesio

Nacquero sillogismi con vibrioni in premessa.
Il museo di Pietro il Grande non conobbe crisi

Il mostro a tre teste del declassamento
I nervi prospettano un meteorite nello Yucatan

D’altronde si sa che alla scomparsa dei mammiferi
subentrarono i Tirannosauri.

Alcuni, con donne bellissime a fianco,
indossavano lo scalpo di Marylin

Altri avevano il mouse a trentadue denti
I Poli invece voltarono faccia e decisero per un altro momento.

Il tempo era propizio alla glaciazione
e non si poteva lasciar fuggire l’occasione.

[GLENN]

Tre chitarre sulla clinica di fronte.
Cinque dita per una gru.

Per tutti un infinito a divisore.
Ruota il sole in un bagaglio a mano.

Così cominciò la prevendita di biglietti.
Ci si sarebbe accaniti per un posto in un secondo.

Immettere velocità nella pigrizia dei poeti.
La montagna russa al lancio dello Shuttle

In diretta e la garanzia di poter scegliere
tra bandiera rossa e stelle e strisce.

Quel giorno la chitarra mise una corda
in una bottiglia e scolò il pvc.

Ci furono vittime senza preavvisi
e interviste all’uranio arricchito.

Al licenziamento di ulivi seguirono piramidi
con radici esagonali.

Tafferugli tra tifoserie
per l’acquisto di triangoli.

Negli occhi la trasparenza delle api
mentre sputava whisky il collo in fiamme.

La scomparsa dei diodi muschiati
in favore di una scheda perforata.

Toccano il naso i denti buoni. Cardellini
nelle trombe di Eustacchio.

La corteccia dei Beati.
John Glenn in tutti i Noi.

Il saluto dall’universo e una certezza
Integrale triplo in punto di morte.

Gli altri.
La divisione a palate sulle spalle.

[BREVE INTERVALLO IN UN GIORNO DI PIOGGIA]

Un Io cade sul pino, un altro scivola sulla veranda.
Tanti annaffiano i trifogli

È pioggia, diluvio, tzunami

Una goccia ha perso le dita stanotte.
Batteva forte alle finestre del quartiere.

I dati confermano un tonfo nel mercato dell’oro.
Gli smeraldi escono da soli dalle miniere.

I diamanti invece hanno crepe d’argilla.
I batteri muoiono d’invidia.

Bandito il rimorso dalla coscienza
si procede a sperimentare un volo di corvo.

I topi confermano il pessimo andamento della stagione.
Piazzare peste è davvero difficile.

Di gatti feroci nemmeno l’ombra.
Solo quelli di casa conoscono lo Spread.

Un agguato di cani in diretta TV.

A uno che diceva NOI hanno dato dell’untore
e dopo averlo ucciso, ha potuto bestemmiare.

C’è un ritorno di pioggia. Cade sul soffitto, scivola sul canale del gas
Si affaccia ai vetri. Fa un breve intervallo di pubblicità.

Poi torna la conta oltre il cento, mille, infinito
In giacca e cravatta su tondo, oblungo, fico secco, cipolla

goccia dopo goccia ovvio, sulle antenne, le cucine le case

(Inediti, Francesco Paolo Intini)

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6 risposte a “Disattivare il sistema semantico e semiotico del dominio è il compito precipuo della nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico, Poesia di Francesco Paolo Intini con una Lettera a Giorgio Linguaglossa, Fracchia recita Edipo re, 

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  2. Ecco un esempio di poesia top-pop-poesia trascritta direttamente da facebook

    La deputatessa Santanchè

    Scarpe con tacco a spillo
    da 350 euro.
    Leggings da 750 euro con lista laterale argentata.
    Permanente con meches
    da 250 euro.
    Gilet
    da 800 euro.
    Giacca
    da 3000 euro.
    Occhiali Ray ban da sole esagonali
    da 500 euro.
    T-shirt
    da 700 euro.
    Mascherina Trussardi
    da 180 euro.
    Va in piazza a gridare contro i DPCM del governo Conte.
    Piazza del Plebiscito. Milano.
    La deputatessa Santanchè, Fratelli d’Italia,
    ➡con la sua borsetta Chanel20 ➡
    Urla:
    «Il popolo ha fame!»

  3. Francesco Paolo Intini è forse il poeta italiano che con più profondità e più severità costruisce le sue proposizioni poetiche mediante un sistema automatico di traslazione e tradimento del significato e con la sostituzione di quest’ultimo con un significato arbitrario. Il poeta pugliese parte dalla presupposizione che quando si costruisce una proposizione poetica non lo si fa per soddisfazione individuale né tanto meno sociale o collettiva, ma si entra in sistema generalizzato di produzione e di scambio di parole-valori codificati. Nel privato, nel domestico, nel pubblico la proposizione non è mai partecipe di alcuna zona di rifugio e di libertà dalle costrizioni linguistiche e, quindi, sociali, il soggetto/oggetto non smette mai di intervenire, anzi, esso pretende e impone una legittimità e un’identità per mezzo dei segni, e impone il proprio modello proposizionale, e mediante esso impone anche l’immanenza di una legittimità linguistica e valoriale totale e totalizzante.

    Lo scambio comunicativo nel linguaggio di relazione non è mai espressione libera, ma deriva sempre da un posizionamento linguistico coercitivo che si esplica all’interno di un sistema di differenziazione linguistica e sociale da cui non vi è via di uscita. Come non vi è il linguaggio perché vi è un bisogno individuale, allo stesso modo il consumo di linguaggio è una struttura di scambio, contemporanea al senso e al contro-senso, ed è su questa struttura-di-scambio che si articola l’intenzione individuale della parola e dello scambio linguistico. Ed è a questo punto che interviene, con un grimaldello, la struttura-di-scambio linguistico di Francesco Paolo Intini, un automatismo che rivela l’arbitrarietà del significato e del significante del linguaggio di relazione mediante la sostituzione del significato comunemente accettato con un significato posto dal soggetto operatore della articolazione proposizionale.

  4. Recupero da La Presenza di Erato questa segnalazione by Luciano Nota
    *
    Riapre la mostra dedicata a Raffaello alle Scuderie del Quirinale a Roma, “Raffaello 1520-1483”
    *
    Riapre oggi, visitabile fino al 30 agosto, alle Scuderie del Quirinale la mostra “Raffaello 1520-1483” dedicata al grande pittore.
    Chiamato da Giulio II, su proposta del Bramante che esaltava le doti, Raffaello si reca a Roma ad affrescare le Stanze Vaticane. Oltre alle Stanze, durante il periodo romano (durato dall’autunno del 1508 sino alla morte avvenuta il 7 aprile del 1520) il pittore lavora anche per papa Leone X, le famiglie romane Chigi e Altoviti, e per amici quali il Bembo, il Castiglione, il Navagero, il Bibbiena…

    Nei ritratti del periodo romano Raffaello acquista una nuova vigoria stilistica e una nuova profondità psicologica. I ritratti sono quelli di Giulio II, Leone X, del bibliotecario papale Inghirami, del letterato Baldassarre Castiglione e del Cardinal Alidosi. La Velata di Pitti, è tra i rari ritratti femminili di Raffaello; è incontro magico, tutto giocato sui bianchi del costume.

    La donna siede tranquilla, una mano nel corsetto, l’occhio senza espressione se non un umido vagare, la morbida curva del collo sottolineata dalla collana. Baldassarre Castiglione del Louvre è figurazione ideale del perfetto cortigiano, del gentiluomo italiano: occhio grigio, dolcezza della bocca, gravità di chi è esperto del mondo. Delle Madonne romane quella Sistina (cosidetta perché stette nella chiesa di San Sisto a Piacenza, ora a Dresda) è l’ultimo omaggio di Raffaello alla Signora Celeste.

    Tra le altre opere presenti alla mostra la Madonna del Granduca nella quale la preoccupazione leonardesca dell’ombra sembra dominare. La vergine balza nel chiarore stringendosi al petto il bambino; il ritratto di Giulio II (1513), il papa appare vecchio e stanco, leggermente ingobbito e con gli occhi tristi, ma la sua energia traspare dal gesto della mano che stringe il bracciolo e dalle labbra serrate; Leone X (1518), il papa è colto in un momento di studio tra due cardinali: la mano tiene una lente d’ingrandimento per osservare meglio un libro di preghiere, i tratti bonari leggermente corrucciati.
    *

    breve commento di GINO RAGO

    L’ eco raffaelliana nell’arte contemporanea….

    Ammiro questo gesto di Luciano Nota volto a segnalare uno degli eventi più alti e imperdibili di tutta la storia dell’arte, non soltanto italiana: la ri-apertura in Roma della mostra dedicata a Raffaello alle Scuderie del Vaticano. Raffaello, so di non dir nulla di nuovo, ma forse giova ricordarlo, è pittore rinascimentale per eccellenza, la massima espressione degli ideali di armonia e bellezza perseguiti negli anni della prima “maniera moderna”, come la definì Giorgio Vasari.

    Da cinquecento anni il suo mito compete con quello dei più altisonanti nomi della storia dell’arte. Interrogarsi sulla resistenza e sulle evoluzioni di questo mito nel tempo è appassionante esercizio di analisi storica, oltre che un utile strumento di lettura dei linguaggi visivi del nostro presente.

    Così come andrebbe indagato, da Giorgio De Chirico e Picasso al ciclo delle «Dissipazioni» di Marie Laure Colasson, il vasto filone dell’eco raffaelliana nell’arte contemporanea….
    *
    Bravo, Luciano Nota.
    *
    Gino Rago

  5. 1909 l’editore berlinese Bruno Cassirer pubblica una silloge di poesie walseriane con 16 incisioni di Karl Walser. Penso sia utile riproporre qualche poesia di uno scrittore di indubbio talento anche in considerazione della crisi dell’io legislatore che si rinviene nelle sue poesie e prose. Sono passati 109 anni da allora…

    «A proposito di Robert Walser, Walter Lussi ha inventato il concetto di “esperimento senza verità”, cioè di un’esperienza caratterizzata dal venir meno di ogni relazione alla verità. La poesia di Walser è “poesia pura” (reine Dichtung), perché “rifiuta nel senso più ampio di riconoscere l’essere di qualcosa come qualcosa”.
    Occorre allargare questo concetto a paradigma dell’esperienza letteraria. Poiché non solo nella scienza, ma anche nella poesia e nel pensiero si allestiscono esperimenti. Questi non concernono semplicemente, come gli esperimenti scientifici, la verità o la falsità di un’ipotesi, il verificarsi o il non verificarsi di qualcosa, ma mettono in questione l’essere stesso, prima o al di là del suo essere vero o falso. Questi esperimenti sono senza verità, perché in essi ne va della verità».1

    Quando leggo i distici di Francesco Paolo Intini ho la medesima sensazione di Agamben che legge Robert Walser: «Questi [ esperimenti ] non concernono semplicemente, come gli esperimenti scientifici, la verità o la falsità di un’ipotesi, il verificarsi o il non verificarsi di qualcosa, ma mettono in questione l’essere stesso, prima o al di là del suo essere vero o falso. Questi esperimenti sono senza verità, perché in essi ne va della verità».

    1 G. Agamben in Gelles Deleuze Giorgio Agamben Bartleby La formula della creazione, Quodlibet 1993 pp. 72,73

    da https://www.zibaldoni.it/2015/09/29/linfinita-pazieza-i-i-mikgrogramme-e-la-poesia-di-robert-walser/

    Robert Walser

    In ufficio

    La luna insinuandosi guarda verso di noi,
    vede me, povero commesso,
    languire sotto lo sguardo severo
    del principale.
    Mi gratto imbarazzato il collo.
    Mai conobbi
    durevole la luce del sole;
    assenza è il mio destino;
    essere costretto a grattarmi il collo
    sotto lo sguardo del principale.

    La luna è la ferita della notte,
    gocce di sangue le stelle.
    Se anche lontano dalla colma felicità,
    sono per questo di carattere modesto.
    La luna è la ferita della notte.

    Come sempre

    La lampada è ancora qui,
    anche il tavolo è ancora qui
    ed io sono ancora in camera
    e il mio struggimento, ah,
    esso sospira come sempre.

    Viltà, sei ancora qui?
    e, menzogna, anche tu?
    Odo un oscuro Sì:
    l’infelicità è ancora qui
    ed io sono in camera
    come sempre.

    In disparte

    Vado per il mio cammino;
    esso conduce per un pezzo lontano
    e pure verso casa; poi senza suono
    né parola io sto in disparte.

    Distensione

    Da quando mi sono arreso al tempo
    sento vivere qualcosa in me,
    una calma calda, meravigliosa.
    Da quando scherzo apertamente
    coi giorni, con le ore,
    sono finiti i miei lamenti.

    E sono sgravato dal peso
    delle mie colpe, che mi fanno male,
    grazie ad una semplice parola:
    il tempo è il tempo, può assopirsi,
    sempre mi troverà, brav’uomo,
    nello stesso posto.

    • Caro Giorgio

      Mi chiedevo, leggendoti, fino a che punto un critico riesca a penetrare nel modo di far poesia di un autore. Si tratta infatti di acciuffare l’arbitrarietà delle sue espressioni, il perché insomma del qui ed ora di certe scelte nel linguaggio e non di altre.

      Viene facile con la poesia che naviga nell’opera di persuasione. Alla fine ci si accorge che funziona perché è quello che si vorrebbe sentir dire da un poeta come da ogni buon uomo. Mettere su una costellazione di frasi capaci di girare nella mente del lettore\ ascoltatore le chiavi delle sue emozioni.

      Ma non è così quando il discorso prende un senso inaspettato, che intenzionalmente scaglia molotov di incertezza\indeterminatezza contro una vetrina da spettacolo divertente, distraente, persino commovente ma inesorabilmente sotto le leggi della razionalità.

      Scrivere versi come questi:

      L’ictus abbandona il campo a Stalin furioso.
      -Finire da chierichetto una vita così.

      Equivale a rinunciare non solo all’evidenza del linguaggio cosciente ma anche a quelle della fisica. In questo senso in essi “ ne va della verità “ .

      Trovo magnifico a tal proposito la poesia di Walser che sembra avere col tempo un rapporto privo di direzione per cui quest’ultimo può assopirsi e ritornare sui suoi passi. esattamente come nel mio verso citato:

      Distensione

      Da quando mi sono arreso al tempo
      sento vivere qualcosa in me,
      una calma calda, meravigliosa.
      Da quando scherzo apertamente
      coi giorni, con le ore,
      sono finiti i miei lamenti.

      E sono sgravato dal peso
      delle mie colpe, che mi fanno male,
      grazie ad una semplice parola:
      il tempo è il tempo, può assopirsi,
      sempre mi troverà, brav’uomo,
      nello stesso posto.

      Un ottimo esempio di poeta che sento istintivamente fraterno.

      Ciao e grazie

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