Foto di Kim Jong un, Teorema, poesia inedita di Carlo Livia, Mauro Pierno, Commento di Giorgio Linguaglossa

Dittatore

[Foto di Kim Jong un. Direi una foto-pop. La foto pop di una pornostar. La tranquilla banalità del porno è ben visibile in questa fotografia, addirittura ingenua, direi igienizzata, scattata e studiata con meticolosa precisione dal suo staff pubblicitario per dare ai sudditi coreani una immagine normale del dittatore impegnato a sbrogliare gli affari di stato,  con il gatto nero che osserva qualcosa fuori quadro, la carta geografica con isole e oceano azzurro, la grande tavola con scritture e cifre in geroglifici coreani, i telefoni bianchi in fila, il retro di un porta fotografie, un innocuo monitor, un tavolo in cristallo, carte e scartoffie, una biro e, infine, il faccione del dittatore un po’ obeso chino nell’atto della scrittura con la pappagorgia pendula e il taglio dei capelli come va di moda oggi in tutto il mondo presso i giovani… Non è possibile nessun commento a questa fotografia, è essa che commenta se stessa, il commentatore non è più necessario perché non c’è niente da commentare, l’evidenza è auto evidente, si mostra perché è. Al pari del nostro aspirante dittatorello che chiede «pieni poteri» a torso nudo da una spiaggia del Papeete beach. L’istante esce dalla storia per abitare la storialità. L’istante diventa eternità, l’eternità del banale normale. «A quest’ora l’Eternità è quasi deserta», scrive Carlo Livia in una sua poesia. (g.l.)]

Carlo Livia

TEOREMA

(Per coloro che si incontrano nei sogni)

A quest’ora l’Eternità è quasi deserta.

La notte liturgica, piangendo, si offre al branco.
Passa una pioggia nuda, senza pensieri.
Due cieli isterici, con i capelli del pazzo.
Un morto solitario, stralunato, insegue la sposa per le scale.
Il giardino proibito, fuggito dai teatri, cerca nelle cisterne la rugiada delle fanciulle.

(Voce bianca, tremante, inginocchiata davanti al Cosmo):

Lo scopo dello schianto è addentrarsi nella Dea.
Dovunque si sente l’animale triste, che vuole l’opposto. Dice che hanno nascosto l’ala spezzata dell’Universo nel congegno psichico, sorvegliato dalle macchine.
In sogno ricevo la Ferita. E uccido le belle penombre cinesi.
È caduta la scatola nera che contiene la morte. L’ho voluto io. Sono io il segreto, il segno sbagliato, che sfugge.

(Forma azzurra, disanimata dal lungo esilio):

La Signora delle vallate convoca il delirio nel clavicembalo.
Nell’androne, angosce navigabili. Pianto di serpi, dal fondo dell’oltredio.
La settima luna, sul miracolo bagnato.
Clessidre cieche, furiose, piene di morti.
Il risvolto del sogno è il prezzo della Croce.
Per sfuggire al Santo, molti bevono il nero che non c’è.
La Sposa torna nell’alabastro, velata dal profumo di danze.
Gioca all’addio, nel vagone spento.

La macchina sognante spaventa le consustanziazioni.
Padroni cadono come pietre, quasi blu.
L’occhio dell’amplesso cresce, suscitando tendaggi e girasoli monumentali.
L’interno dell’eremita contagia il Limbo. Ragazze postume si addentrano nel sacrario, nude come primavere. L’addio del cielo si copre di spine, per accarezzare quelle cosce.
La nostalgia sciolta nell’acqua benedetta dice – Amore, vieni con la corona di spine.
La caduta del guscio spalanca membra sature d’abisso. Costringe a gettarsi nelle fiamme.

Se ti penso il pascolo pullula di numeri e astronavi.
Se ti parlo la brezza abbandona le statue
e lascia morire celebri corsieri.

(Riflessione nell’acqua sottile):

The mind enclosed in the soft machine reclines at the fake dusk.
Shattered sky, why don’t you play anymore?

Il mandorlo presagisce l’estasi dei gendarmi.
Paradiso confuso in oscuri colombai.

Morirò nel filone rotto della tua anima.
Bel marmo silenzioso di garofani.

Invece di carezze
il vento porta frange di tristezza
tagliate da una scure.

Un jardinier cruel surgit dans le silence de la guitare
et il fond dans le vaisseaux aux cheveux laches.

Gli occhi dei risorti corrono sulle grondaie
perdendo pomeriggi scandalosi.

Dame di velluto ondeggiano nei salici
appena bagnate dal mistero.

L’odore di serpenti devoti staziona davanti all’incesto.

Les amants entrent dans l’image qui tombe
sur les escaliers tourmentes par les prophetes.

Donne fulve e inesplorabili tramontano a distesa
in stelle di mare ammobiliate di verdi silenzi.

Perché sogni per sempre dietro grandi ventagli
impazziti nella strana quiete degli angeli.

[Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010. Con Progetto Cultura, nel 2020 è uscita la raccolta, La prigione celeste.]

La poesia di Carlo Livia si nutre quasi esclusivamente di Figurazioni (la Sposa, la Fanciulla, l’Eternità, i Padroni, il Sogno, il Giardiniere, l’Angelo, gli angeli, la Signora, la Ferita, il Paradiso, la Dea, l’Universo, la Clessidra, la Croce, il dado, il pazzo, il morto, le ragazze, i silenzi etc.). È ovvio che qui le figurazioni sono delle vere e proprie personificazioni. L’astratto diviene concreto e il concreto, astratto. C’è scambio di attanti. Shifter. Deviazioni, sostituzioni, salti, peritropè… Tutti espedienti retorici che attingono alla tradizione letteraria, non solo poetica, che, però, nella scrittura di Livia diventano elementi di una poesia post-metafisica e, se mi è concesso di dire, post-pop, una sorta di allegria di naufragi presenti e prossimi venturi. C’è tutto un mix di ingredienti della Controriforma e chiesastici fino a un repertorio di derivazione surrealistica reinventato di sana pianta. Nei suoi momenti migliori Livia è un autore di indubbia caratura, unico nel panorama della poesia di oggi in Italia. Quando rinuncia ai toni tenui e preraffaelliti attinge esiti, a mio avviso, ancora più alti. E anche quando sopprime quasi integralmente gli aggettivi, come in questa poesia.
Livia è un poeta che proviene da una sua personalissima metafisica, e da lì attinge il suo repertorio e le sue figurazioni.

Mauro Pierno

La pagina elettronica ha le sinapsi allungate

una silhouette a basso costo,
le code dei cavalli arrugginite.
La scopa, Hansel,
ha in dotazione un aspiratore elettronico
ed un pettine per crani calvi
e sdentati.

*

Quella la pioggia
ha un corpo pieno di lentiggini
si dispera nei punti degli incontri
lascia asole piccolissime.
Si contraddistingue dai pois del giorno
sempre più rotondi.
Dopo il temporale la censura del tempo
sfiora nelle strade i cammini.

[Nato a Bari nel 1962, vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014) e altri dei quali ne ha curato anche la regia. In poesia è presente nell’antologia – Il sole nella città – La Vallisa (2006), fra le raccolte più significative, non tutte edite, possiamo ricordare Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su Poetarum Silva, Critica Impura, Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (2017) e, nel 2018, in collaborazione con Francesco Lorusso sulla rivista letteraria incroci è uscita la silloge, 37 Pedisseque istruzioni. La sua scrittura è presente anche sulle pagine innovative del gruppo NOE di Roma e parte dei suoi versi si possono leggere sul Blog “L’ombra delle parole”. Da anni promuove in rete il blog “ridondanze”. È in corso di stampa, con Progetto Cultura, Compostaggi.]

Giorgio Linguaglossa

Questa ultima poesia postata da Mauro Pierno mi convince in pieno. Più che di poesia completa, parlerei di un frammento di poesia, che forse verrà in seguito o forse non verrà affatto e rimarrà allo stato di frammento. Mauro riesce bene a mio avviso quando si limita a stilare dei frammenti, senza capo né coda, disorganizzati e disarticolati. Una cosa però la possiamo dire: che da questa poesia quello che è scomparso è il famigerato Soggetto. Non ce n’è più traccia.

Il secolo che da poco si è concluso non ci sta alle spalle, ma ci viene incontro, nel nuovo millennio che si annuncia, con l’onda d’urto delle questioni che sono giunte a conflagrazione. Il Novecento non è solo il nome di un periodo storico segnato da eventi dirompenti: i totalitarismi, Auschwitz, la bomba atomica, la cortina di ferro, il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione, la crisi del Politico, la Sars, il Covid19, l’impoverimento della classe media internazionale, i populismi, le sfide della tecnica, il post-umano, la devastazione ambientale, una costellazione cui, con grande preveggenza, Nietzsche diede il nome di nichilismo, «il più inquietante degli ospiti».

Il Novecento è il nodo inestricabile di tutti questi problemi, e di quelli ad essi strettamente intrecciati, in primo luogo la crisi irreversibile del Soggetto moderno,che oggi con urgenza chiedono di essere pensati, tornando a scandagliare quella che indubbiamente è stata una straordinaria stagione
del pensiero, di cui non possiamo non riconoscerci gli eredi e la cui potenza di interrogazione è ancora ben lungi dall’essersi affievolita.

Il Novecento non allude alla mera delimitazione di un arco temporale, aperte e ineludibili rimangono le sue domande, alle quali la poesia non può sottrarsi.

10 commenti

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10 risposte a “Foto di Kim Jong un, Teorema, poesia inedita di Carlo Livia, Mauro Pierno, Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Ecco un mio schizzo di poesia pop o pop-poesia. Fate voi.

    Così… me ne sono andato

    Così… me ne sono andato, non esistevo più. E mi sono accorto che ero felice.
    Poi mi sono risvegliato, ho aperto gli occhi»,
    disse Xabratax ingollando un tramezzino.
    Il parrucchiere François finì di tagliare la zazzera al ministro degli esteri,
    il quale se ne andò senza pagare.
    Un elicopter-money si alzò in volo e fece cadere banconote da 50 euro
    sulle teste dei cittadini a piazza del Popolo.

    «Sì, in casa ho un busto di Mussolini – replicò Žižek –
    Però non mi è chiaro come faccia un drone a localizzarmi».

    «Either you’re the butcher or you’re the cattle» [o sei il macellaio, o il bestiame] rispose Mister Bim, ma l’interlocutore era andato al bagno a fare la pipì…

    Cianfax fece un giro attorno al tavolo.
    «Tutto quello che ci circonda, comprese queste sedie, è una produzione della mia mente, una creazione del mio pensiero».
    Žižek non replicò.
    La lampadina prese a tossire.
    Entrò una femboy di polistirolo liquido e silicone in calzamaglia nera
    e diede un bacio ad Azazello.

    Petit déjeuner dans un hôtel à New York.
    Sur fond de télévision allumée en permanence.
    Deux grands écrans plats encadrent cette petite salle à manger
    où les hôtes sirotent leur café et mâchent leurs bagels.
    Les images d’actualité défilent en boucle,
    les commentateurs commentent, leurs mots bourdonnent en bruit de fond.
    Nous écoutons distraitement.

    Il cavaliere solitario siede sulla riva del mare.
    Gioca a scacchi con la Morte.
    È una inquadratura della famosa scena del film Settimo sigillo di Ingmar Bergman (1956).
    Entra una sventola, dice che è la controfigura di Ursula Andress,
    invece è una ladyboy di Rekjavik, una famosa pornostar,
    adesso sta orinando davanti alla webcam.
    Il Cavaliere di Coppe cita Wittgenstein: Il mondo è una scacchiera
    e noi gli scacchi.

    Lili Gruber grida alla telecamera: «Ridatemi il mio vero volto!».
    Xabratax gridò: «L’imperfezione del nulla è il reale!»,
    e si richiuse nel loculo da dove era improvvidamente sortito.
    Il tenente Sheridan appende la giacca sull’attaccapanni,
    dice che Ingravallo non capisce niente.
    Marilyn ritornò sulla scena con il famoso vestito rosso che si sollevava al vento.
    Ci fu un gran fracasso di telecamere.
    Un gabbiano beccò la testa di un corvo. E sparì.

    È la scena finale di À bout de souffle di Godard (1960):
    Jean Paul Belmondo viene raggiunto dalla pallottola di un poliziotto.
    Fugge. Caracolla. Inciampa e muore sull’asfalto.
    Le ultime parole…
    Scusate, ho dimenticato le ultime parole.

  2. … la pop-poesia è un ossimoro. In greco, oxymoron vuol dire “acuta follia”. C’è, infatti, dell’acuta follia a mettere insieme termini in apparenza così distanti e inconciliabili come il pop, cioè il popolare, e la poesia, la disciplina più elitaria, almeno se la si pensa in termini di disciplina di nicchia riservata ai professionisti della «poesia». Ma, se si esce da questa visione angusta e mortifera che concepisce la poesia come un discorso fatto da cerchie ristrette di professionisti auto nominatisi «poeti» per cerchie ristrette di altri auto nominati «poeti» che non sempre si capiscono tra di loro, ecco che allora l’ossimoro non sarà più tale….

  3. Si potrebbe parlare qui di poesia umida e di poesia secca, come si usa dire in magia per le vie iniziatiche. Ma principalmente per la ritualità, forma e linguaggio. Che Livia porta a sublimazione – di un fatto intimo che lo riguarda, riguarda il sé in relazione col misterioso campo energetico naturale, maschile/femminile. Pierno, le minute istanze e non gli serve altro. Quindi anche le scritture sono diverse.

  4. letizialeone

    Scrive Jean Clair ne “L’inverno della cultura”: “Il cranio rasato, le braccia tatuate dalla spalla fino al polso, anelli infilati nelle orecchie, con addosso dei pantaloncini da cui spunta il bordo delle mutande e una canottiera che lascia scoperto il torace peloso e puzza di sudore, quest’uomo, pancia in fuori, aspetta insieme ad un migliaio di altre persone di fare il suo ingresso al Louvre. Sembra una di quelle figure rappresentate sulle tavole di un atlante di criminologia ottocentesco…” Il contesto di riferimento dello studioso è la prassi turistica del museo contemporaneo, inedito “mattatoio culturale”, dove la fruizione massiccia di immagini e opere d’arte si svolge nella completa “ignoranza della loro causa”. Nell’osservare la foto di Kim Jong Un mi è tornata in mente questa efficacissima notazione antropologica di J. Clair per sottolineare il grado di capovolgimento dei riferimenti e dei referenti. Nel confronto delle immagini (da una parte i pacifici turisti occidentali tribalizzati in un look alla moda, e dall’altra l’immagine pingue e bonaria del dittatore orientale) si è persa la distinzione tra realtà ed apparenza, tra il contingente e la sua rappresentazione, i piani si mescolano, si confondono in un ridicolo rovesciamento carnevalesco che tutto assimila nelle sabbie mobili del surreale, o per meglio dire con Baudrillard, del simulacro.
    Immagini prive di radicamento, al significante non corrisponde alcun significato, si opera per simulazione ed effetti illusionistici. Sebbene l’involucro minimalista (con animale domestico) di questo selfie di regime, sorta di pornografia Kitsch come rilevato da Linguaglossa, smascheri immediatamente la valenza di pubblicità funzionale e costruttiva (mediaticamente). Non a caso Sloterdijk ne denuncia l’incoerenza performativa di questi nuovi modelli “neo-cinici” (anche Salvini in calo consensi ha studiato un nuovo look sobrio e rassicurante: occhiali, giacca con spilletta-distintivo, cravatta e scrivania). Forme di comunicazione piuttosto semplici e immediate.
    In questo hic et nunc si colloca il “metalinguaggio” della pop-poesia che sforando ogni narrazione e intenzione “poietica”, procede per Figurazioni/Astrazioni concettuali. Scrive Linguaglossa: «La pop-poesia non redige alcun senso del mondo e nessun orientamento in esso, non è compito dei poeti dare orientamenti ma semmai di svelare il non orientamento complessivo del mondo.»
    Dunque poesia di esasperata autoconsapevolezza filosofica dove è inevitabile la convocazione fantasma di molti principi dichiarati della pop art, là dove l’arte viene esibita nella sua scomparsa: il nulla è perfetto perché non si oppone a nulla. Oppure il paradosso di «una “forma significante” che però non deve, a nessun costo, significare qualcosa» (Lager); e ancora la registrazione di Danto che «i significati dopotutto sono invisibili»…

    Una pop-poesia dalla larga spazialità concettuale è esemplificata in queste pagine:

    A quest’ora l’Eternità è quasi deserta.
    La notte liturgica, piangendo, si offre al branco.
    Passa una pioggia nuda, senza pensieri.
    (C. Livia)

    La scopa, Hansel,
    ha in dotazione un aspiratore elettronico
    ed un pettine per crani calvi
    e sdentati.
    (M. Pierno)

    Tutto rotola e va in basso. Sale e scende.
    Linee nere e linee rosse. Si cerca il punto originario.
    (M. Gabriele)

    Ursula Andress ritornò all’isola dei Caraibi,
    sulla spiaggia, in bikini, nella famosa scena del film di Jan Fleming.
    Un cormorano passò di lì.
    E salutò.
    (G. Linguaglossa)

    Molto appropriata allora la notazione di R. Barthes: «La pop art vuole distruggere l’arte (o se non altro farne a meno), ma l’arte le è subito addosso: è il contro-soggetto della nostra fuga. Non solo la pop art è un’arte, ma per di più il suo riferimento alla fine è la Natura; certo, non più la Natura vegetale, o paesaggistica, o umana, psicologica: oggi la Natura è il sociale assoluto, o meglio ancora: il Gregario. La pop si appropria di questa nuova Natura e la critica. Come? Imponendo al suo sguardo (e dunque al nostro) una distanza.»
    Eppure il «distanziamento» di questa pop-poesia alla lettura rivela una forte istanza di falsificazione, una carica critica essenziale e direi politicamente urgente.

  5. Ringrazio Letizia Leone per questo esauriente chiarimento critico sul nuovo concetto di pop-poesia e pop-arte che stiamo disegnando in Italia.

    Carlo Livia in una email mi chiede il senso di accostare la sua poesia alla foto di regime di Kim Jong un.

    Caro Carlo,

    penso che il «senso» sia che ormai (come bene illustrato da Letizia leone) il significato si è distaccato totalmente dal significante, e, penso che dovremmo prendere atto da questo assunto e dedurne le conseguenze in seno alla poiesis.
    Vorrei ricordare questa asserzione di Giorgio Agamben: «La metafisica della scrittura e del significante non è che l’altra faccia della metafisica del significato e della voce». Quella metafisica è ormai un relitto, dobbiamo trovare il coraggio di camminare in un mondo privo di metafisica senza appoggiarci sulla mistica del significante e del significato, ignorando che tra di essi si è interposta una frattura irresolvibile. Una poiesis che non trae le conseguenze di questo assunto è una poiesis acritica.

    La foto di regime, il selfie di regime di Kim Jong un, seduto, bonario e tranquillizzante alla sua scrivania con il gatto miagolante non è molto diversa dal nuovo look di Salvini in giacca e cravatta e occhiali severi sulla faccia per dare un significato rassicurante rispetto alle immagini di qualche mese fa che lo ritraevano in canottiera o torso ignudo sulla spiaggia del Papeete e in quelle di Rimini e della Versilia a fare il disc-jay.

    La nostra è l’epoca del totalitarismo e del populismo, la crisi delle democrazie liberali è sotto i nostri occhi, è la nostra crisi. Postando la foto di regime di Kim Jong un ho inteso creare un implicito confronto critico, un effetto di estraneazione tra la tua poesia e la foto di regime, è questo il legame che dis-unisce il selfie di regime del dittatore coreano e la tua, la nostra, poesia.

  6. Ultima stesura

    Storia del Covid19

    «Ecco, io per esempio, in quella poesia di Giuseppe Gallo, trovo quel “cespuglio di ginestre” che, per un lapsus, è diventato un “cespuglio di finestre”.
    Ebbene, io preferisco di gran lunga “cespuglio di finestre”, perché segna un allontanamento dal significato usuale e un po’ scontato della prima versione “cespuglio di ginestre”.
    Affacciarsi dal balcone e scorgere in lontananza un “cespuglio di finestre”, lo trovo in linea con il nostro imperativo di prendere le distanze dai significati», disse il poeta Linguaglossa.

    «Whatever it takes!», replicò il Signore con il papillon bordò.
    Detto questo Azazello si leccò i baffi, fece dietro front, e scomparve.
    «Qual è lo scopo del pensiero? Trovare una via d’uscita dalla trappola», disse Wittgenstein.
    Un gatto saltellò sulla tastiera della calcolatrice. Premette i tasti 25, X e 29,
    il risultato fu 500.
    «Questo è un inganno!», replicò il filosofo «Non si può dimenticare
    ciò che non si può ricordare».
    E tornò ai suoi quaderni.

    Il cardinale Tarcisio Bortone accusò la stampa di «procurato allarme».
    Vennero chiusi alberghi, bar, ristoranti, luoghi pubblici.
    Furono sospese messe e funerali.
    Fu dichiarato lo «stato di emergenza».
    La gente fece man bassa di carta igienica dai supermercati, dalle farmacie scomparvero mascherine e gel disinfettanti.
    Il governatore del Veneto, Zaia, disse che «i cinesi mangiano i topi vivi», e quello della Lombardia mise una taglia sul virus.
    In via Gabriello Chiabrera il furgone dell’accalappiacani si scontrò contro una autoambulanza.
    I malati vennero trasferiti nelle RSA.
    Vennero sospese pure le partite di calcio.
    Un politico cialtrone disse che il contagio era portato dai migranti sui barconi.
    Un critico d’arte invece appurò che trattavasi di una lieve influenza.
    I medici andavano alla ricerca del paziente Zero.
    Vennero proibiti gli assembramenti e le manifestazioni pubbliche e alcuni legulei sporsero denuncia contro il Presidente del Consiglio.
    La Chiesa, per voce della Congrega dei Vescovi, espresse disappunto per la chiusura dei luoghi di culto.
    Il mercato del pesce venne bannato e disparvero anche le prostitute dalle strade.
    Un cardinale accusò il divorzio e l’aborto, qualche prete dichiarò venuta la punizione divina per le pratiche contro natura…

    Da una porta uscì il cardinale Tarcisio Bortone a braccetto con il gatto Azazello.
    Si diressero verso gli stagni Patriarsci dove ordinarono un succo di albicocca.
    Un bicchiere si riempì di liquido giallastro con della schiuma sopra.
    Il Covid19 saltellò qua e là, poi si diresse verso il succo di albicocca e venne inghiottito dal gargarozzo del cardinale il quale qualche giorno dopo venne portato in sala di rianimazione in stato confusionale.

    Un corvo prese a beccare nel cespuglio di ginestre accanto alla abitazione del Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani e rimase stecchito.
    Il poeta di Milano scrisse sulla Stampa che la «società letteraria» era defunta.
    Il giorno 23 aprile la società “Word and Flat” con sede fiscale in Lussemburgo incassò 25 milioni di euro come anticipo per delle mascherine chirurgiche, mai arrivate, provenienti dalla Cina.
    Un branco di gabbiani affamati si levò in volo verso il Campidoglio.
    I cassonetti delle immondizie tornarono vuoti.
    Come un tempo.

  7. gino rago

    Questo nuovo tentativo di poesia , battezzata come pop-poesia (Gabriele, Pierno, Linguaglossa, Livia, Gallo) a ben guardare intreccia melanconia dell’anatomia e anatomia della melanconia, attraverso la teoria Elementi/ Umori, secondo la visione di Ippocrate dei quattro elementi sangue, flegma, bile gialla, bile nera, a loro volta legati all’aria, all’acqua, al fuoco e alla terra.

    A ciò si aggiungono enciclopedismo, dialogo, citazionismo, pensiero, immagine, figurazioni, arti verbali e non verbali. E la pop-poesia così contiene ciò che direi “tutto”.

    Forse è lo stadio più avanzato del fare poetico del nostro tempo.

  8. Come ben intuito da Gino Rago qui siamo nel pieno della poesia gestuale, o meglio, del gesto in poesia. Il gesto scaccia il significante, è estraneo al significante, lo ripudia, e così scaccia anche il significato. Quando c’è il gesto linguistico non c’è il significante, potremmo chiosare. E non c’è neanche il significato.
    Forse questo elemento non è ben chiaro a tutti coloro che ci seguono, qui stiamo facendo un qualcosa che non è mai stato esperito nella poesia italiana. In tal modo la poesia ritorna ad essere libera, torna ad essere il prodotto di una azione. Il gesto è nient’altro che una azione. Ma, ovviamente, una azione non sprovvista affatto di pensiero, anzi, il pensiero nel gesto è libero; quando invece intrappolato in un significante e in un significato il pensiero perisce perché inscatolato, bollinato, brevettato.

  9. Mia opinione è che poesie come questa di Giorgio Linguaglossa svolgano un eccellente lavoro di rottura di tradizionali schemi. Hanno quindi validità terapeutica, de-condizionante, liberatoria. Mi rendo altresì conto che versi siffatti non possano essere passati al vaglio del distico: operazione severa e forse prematura su versi che a mio avviso potrebbero portare a ulteriori sviluppi. Nell’ordine, il distico viene dopo la fase catartica. La quale però è necessaria.

  10. La rapsodia con meches svirgola una rasoiata di collo pieno.
    Tre carte scompigliate, una voglia di caffè.

    Alquanto in fretta che poi si fredda.
    Goal di assembramenti.

    La porta con un solo palo a vista piena!
    La seconda a destra con una esatta raffigurazione.

    grazie Ombra.

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