Agota Kristof, Marie Laure Colasson, Gino Rago, Mario Lunetta, Marina Petrillo, Giorgio Linguaglossa, La struttura dissipativa, Struttura polittico, Storia di una pallottola, Antonella Zagaroli, Il mio corredo da sposa, Nuova ontologia estetica

Marie Laure Colasson G Struttura dissipativa

[Marie Laure Colasson, G Struttura Dissipativa, acrilico, 35×25, 2020]

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C’è un fondo di oscurità che appartiene all’ordine della ragione e che fonda la ragione. Quel fondo ci ricorda che la violenza è stata scacciata dalla scena dell’Homo sapiens mediante altrettanta violenza. Azione e reazione sono il conflitto e la soluzione del conflitto con il fondo della irragione. Così, il Logos si è emancipato dal fondo della irragione, dalla condizione animale e ferale che l’umanità ha sempre avvertito come suo sfondo, e da cui, pur sapendosi in qualche modo uscita, ancora si difende, temendo la sempre possibile irruzione del fondo non-umano sulla scena della antropogenesi. L’operazione figurale di Marie Laure Colasson ha il compito di illuminare ciò che sta al fondo del fondo, quel fondo che gli uomini non possono più abitare e dal quale si sono con orrore emancipati. Il quadro di Marie Laure Colasson schiude con una luce debole e radente l’abisso di quel fondo melmoso e oscuro, lancia uno scandaglio sulla terribile apertura verso l’origine opaca e oscura che chiama in causa il fondamento stesso del Logos e della Rappresentazione. C’è inscritto in quel fondo il profilo di una porta e, oltre di essa, c’è il buio. Oltre quella soglia non è concesso di gettare lo sguardo. Non c’è un oracolo che possa parlare, c’è un Enigma. L’Enigma ci parla senza parole, interrogandoci, spingendoci alla interrogazione. Non c’è alcun mistero nel fondo oscuro di quell’abisso perché è l’Enigma della condizione animale primigenia dell’Homo sapiens. Osservato dal punto di vista del Logos quel fondo è il luogo dell’indicibile, dell’irrazionale. L’Enigma ci parla interrogandoci, non ha la soluzione ma indica il fondo oscuro dal quale il Logos si è emancipato, quella zona oscura di forze terribili perché non ascritte nella norma, nel nomos. Quelle forze  sono raffigurate dalla porta immersa nel buio, che non ci parla ma è una presenza muta e oscura per noi che abitiamo la chiarezza del Logos e della storia fatta di sangue. La porta assume una forma che emerge gradualmente a partire da un fondo che,  lungi dallo scomparire, permane come sfondo di ogni possibile ulteriore individuazione. Il Logos, infatti, parla il linguaggio della sfera, si staglia nelle forme delle sfere illuminate dai colori smaltati e smaglianti della ragione poste in primo piano. Quelle forme abitano la storia, in quanto emergono dai fondali dello stato ferino.

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Penso che l’Evento non è assimilabile ad un regesto di norme o ad un’assiologia, non ha a che fare con alcun valore e con nessuna etica. È prima dell’etica, anzi è ciò che fonda il principio dell’etica, l’ontologia. Inoltre, non approda ad alcun risultato, e non ha alcun effetto come invece si immagina il senso comune, se non come potere nullificante. La nientificazione [la Nichtung di Heidegger] opera all’interno, nel fondamento dell’essere, e agisce indipendentemente dalle possibilità dell’EsserCi di intercettare la sua presenza. Si tratta di una forza soverchiante e, in quanto tale, è invisibile, perché ci contiene al suo interno.
L’Evento è l’esito di un incontro con un segno.

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«Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1
Penso che stiamo tutti andando, senza farci caso, verso la tribalizzazione della verità. Così, anche le merci devono essere prodotte in modo da potersi accordare con la tribalizzazione delle moderne società post-democratiche e con le nuove esigenze del consumo.
La privatizzazione della forma di vita nelle odierne società post-democratiche si trasforma in maniera invisibile nella tribalizzazione della vita personale e dei feticci artistici prodotti in larghissima scala.
1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113)
(Giorgio Linguaglossa)

Agota Kristof

Lentamente la porta si è aperta e le mie mani abbandonate hanno sentito con terrore il pelo serico e dolce della tigre.
– Musica! – Ha detto. – Suoni qualcosa. Al violino o al piano. Meglio al piano. Suoni!
– Non sono capace, – ho detto. – Non ho mai suonato il piano in tutta la mia vita, non ho nemmeno un pianoforte, non l’ho mai avuto.
– In tutta la sua vita? Che sciocchezza! Vada alla finestra e suoni!
Davanti alla mia finestra c’era un bosco. Ho visto gli uccelli riunirsi sui rami per ascoltare la mia musica. Ho visto gli uccelli. Le piccole teste inclinate e gli occhi fissi che guardavano da qualche parte attraverso di me.
La mia musica si faceva sempre più forte. Diventava insopportabile.
Un uccello morto è caduto da un ramo.
La musica è cessata.
Mi sono voltato.
Seduta in mezzo alla camera, la tigre sorrideva.
– Per oggi basta, – ha detto. – Dovrebbe esercitarsi più spesso.
– Sì, glielo prometto, mi eserciterò. Ma attendo visite, lei capisce, per favore. Essi, loro, potrebbero trovare strana la sua presenza qui, a casa mia.
– Naturalmente, – ha detto sbadigliando
A passi felpati ha varcato la porta che subito ho richiuso a doppia mandata dietro di lei.
Arrivederci, mi ha gridato ancora.*

*Agota KristofHier, 1995 Editions du Seuil, Paris, tra. it. Ieri, Einaudi, Torino, 1997, pp. 3,4

Gino Rago

Storia di una pallottola 5

Qui Radio Londra. Domani si chiude.
Trasmettiamo gli ultimi messaggi.

Il Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani è in subbuglio.
Alcune poesie dell’antologia “Poesia al tempo del COVID-19”
sono state trafugate.

Felice a Milano non è felice. I gabbiani sono tutti nella discarica,
i corvi saltellano tra i cassonetti della immondizia.
Milton urla dal Paradiso Perduto:
«È inferno. Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

L’agente Popov svela il rapporto al Comitato di Liberazione della Poesia.
Madame Colasson ha confessato:

« Anch’io nei versi adultero tempi e luoghi,
storia e geografia, poeti vivi, poeti morti, poeti contigui alla nuova poesia.
Anne Sexton discute con Goethe, Marina Cvetaeva
con Dino Campana.
Che dire di uno che incontra l’alcol a quindici anni,
le droghe a diciotto, la morte a trentadue?».

A Berlino uno scrittore cerca qualcosa negli uffici della “Exberliner Magazine”.
Con lo sguardo fruga dappertutto.
Il commissario Ingravallo gli si accosta.

«Ti ho letto dentro.
Il vuoto sa difendersi, ripudia la tortura delle forme.
Tu cerchi una traccia, un segno della protagonista del tuo romanzo.
Ma lei non ha lasciato tracce.
Tutto di lei è rimasto in quel vagone del treno blindato
che trasportava Lenin verso Mosca.
C’era anche un certo Cogito, se non sbaglio, su quel treno.
Ecco perché Cogito non è mai tornato».

Un clochard-capelli-bianchi pronuncia un nome: «Ravensbrück».
Wolfgang vacilla: «Nessuna tornò da quel campo…
Nemmeno mia madre».

Via delle Ciliegie, Kavafis trita semi di acero sull’asfalto.
Un angelo zoppica.

Il vicequestore irrompe nella stanza: «Madame Colasson,
la quarantena non è finita, Lei è senza autocertificazione.
Apra la Sua borsetta. La dichiaro in arresto».

«Perle, un bottone, una cartolina di Derrida, bracciali, coriandoli, una pipa
e un revolver a tamburo con il manico di madreperla».

Parte una pallottola tracciante.
Esce dal set del film “La piscina” con Alain Delon e Romy Schneider
ed entra nel commissariato della Garbatella.
Ma poi ci ripensa e torna indietro, verso la sua legittima proprietaria,
nella borsa Birkin di Madame Colasson.

Dei protagonisti presenti e assenti si perdono le tracce.
Il Covid19 saltella per la Berlinerstrasse.
Entra il commissario con l’impermeabile blu. Esce Madame Colasson
con la collana di perle…

(inedito)

Marina Petrillo

Sento che giunge, non so cosa sia.
È una lingua di fuoco azzurra, creante, a scendere e a soffiare la vita.
Abita il cielo dell’onnipotente pensiero tralasciando ogni altra forma.

Non giace immobile il mare e torna in risacca
dopo aver compiuto traccia del suo esodo.
In ipotesi estatica, trae luce il Verbo, a solstizio armonico,

come se sottili lettere ambissero nuovo lemma.
Ad aereo suono risponde la compagine alfabetica, assorta
in emisferi dello spirito limitrofi alla linea iniziale.

Contemplare l’ombra a sua luce è espediente noto.
Non lasciare adito a supponenti orchestrazioni filosofiche
ma allo spazio derivante da conoscenze eterne,

ne è la traduzione in diagramma plurimo.
Si dissolve il pensiero, algoritmo dimostrabile in sequenza
tendente al non finito.

Essere sulla soglia non contempla l’azione dell’entrare
se il passo non si attiva e le sinapsi non determinano la funzione di controllo. Procede il ripetersi di azioni conclamate ad avvio della coscienza,

non suffragate da eventi coerenti all’agire stesso.
Riflessioni animano spazi verbali ma non vi sostano se, combacianti a specchio, negano il respiro in asfissia della coscienza

Resta immobile il respiro e in sua apnea,
giunge un suono tramutato in parola.
Indaga il suo doppio e lì permane a scrutare i cieli possibili.

I più imponderabili.
Contraddizione in termini mai sazia di indizi lessicali.

(inedito)

[Marina Petrillo ha pubblicato Normale astratto (1986) e materia redenta (2019), è anche pittrice e vive a Roma]

Antonella Zagaroli

Il mio corredo da sposa

Venti colombi sui fili elettrici
Quaranta ulivi invecchiati
I sogni di 100 bambini a caso
Gli ultimi segreti della fisica quantistica
DNA homo sapiens random

DNA dei poteri negli ultimi 2000 anni
DNA africani neozelandesi curdi mongoli malesi apaches indios amazzonici
30 visioni alla Van Gogh
15 forme da Giotto Leonardo Michelangelo
nel colore di Rotko

Su e giù per le scale mozartiane
in fuga con Bach Glass Haendel

Le poesie di Emily Dickinson 3 versi di Blake 5 di Baudelaire
1 canzone di De Andrè o Dylan o Cohen
Tutte le passioni di Lorca
2 rock alla Springsteen in un twist con Presley
30 fermo immagine dolenti
da Rosi Risi Monicelli Rossellini De Sica
20 vite alla Piaf
Le voci di Marlene e Mina nel corpo di Marilyn

Tutta La Divina Commedia

Saltellare di corde alla Del Monaco Pavarotti Domingo
fin dentro gli acuti della Callas

Ridere con Totò pensando come Kubrick e Von Trier
Labbra sempre aperte allo stupore
con Chaplin Allen e Benigni

Cercare Cristo Buddha Maometto il Tao
per il centro pungente dell’io
comprendere Shakespeare
incontrare Leopardi sulla luna
nei cervelli pronti a morire

Leggere tutta La Divina Commedia

Chiedere ospitalità fra gli scaffali della biblioteca di Borges
fra i volumi bruciati d’Alessandria
contando le lingue di Babele

Rileggere La Divina Commedia

Giocare a distruggere ogni bandiera
Rinnegare chi ha annientato annienta e offende le donne
Espellere il razzismo da ogni bocca e sinapsi

Correre su elefanti cammelli cavalli libellule
diventare usignolo giraffa corvo maiale pecora pantera girino delfino

Bere la linfa direttamente da tronchi germoglianti

Sorprendesi a coprire testa e gola come Fellini
scoprirsi clown e acrobata della fantasia
Accettare la vita delle onde
Azzannare con tenacia gli ipocriti

Rileggere la Commedia

Ragionare di logica e illogica
per denudarsi agli altri più di Moana
restare in equilibrio con l’essenza naturale

Raggomitolarsi per scoprire la notte più scura
Allertare tutte le proprie cellule
disperderle nelle galassie

Partorirsi senza pudore o censura
Dormire e svegliarsi

Sognare dormire svegliarsi
Chiudere gli occhi in un silenzio senza ma

è tempo di sentirsi “rosa di Jerico”[1] sposa

[1] Fiore del deserto

*

Antonella Zagaroli è una scrittrice e poetessa italiana, nata a Roma nel 1955. Ha pubblicato:

La maschera della Gioconda, poema in plaquette, Edizioni Hetea (1986)
La maschera della Gioconda, poema in cui sono inclusi i poemi Pi greco quinto, e Coiffeur distratto, Introduzione di Walter Pedullà (http://www.literary.it/dati/literary/Pedulla_walter/intr_a_la_maschera_della_gioc.htm) Edizioni Crocetti (1988).
Counseling e Poesia – Linguaggio poetico e consapevolezza di sé, saggio, Edizioni A.S.P.I.C. (1994)
Terre d’anima, raccolte di poesia, Edizioni Libroitaliano (1996)
La volpe blu, antologia di prose poetiche e racconti, Edizioni Armando (2002)
Serrata a ventaglio, Edizioni Onyxebook (2004)
Quadernetto Dalìt, reportage poetico-sociale, Edizioni Rupe Mutevole (2008)
Come filigrana scomposta – racconto d’amore tango e poesia, testo di teatro-danza, Edizioni Rupe Mutevole (2008)
Venere Minima, romanzo in versi e prosa, Edizioni Rupe Mutevole (2009)
La nostra Jera, raccolta di poesie e immagini n collaborazione con la fotografa Mariangela Rasi, Edizioni Laubea (2010)
Mindskin A selection of poems 1985-2010, raccolta di poesie con testo a fronte in inglese Chelsea Editions (2011).
Primule, antologia poetica, Edizioni Laubea (2011)
Intuire come possedere – Corrispondenza in versi, duetto poetico col poeta Alfredo De Palchi, Italian Poetry Review (2013)
Trasparenze in vista di forma, raccolta di poesie e immagini in collaborazione con la fotografa Mariangela Rasi, Edizioni Libreria Padovana (2013)
VIS, poesie, Edizioni Rupe Mutevole (2017)
Racconti Pollicini, raccolta di racconti, Edizioni Laubea (2018)

13 commenti

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13 risposte a “Agota Kristof, Marie Laure Colasson, Gino Rago, Mario Lunetta, Marina Petrillo, Giorgio Linguaglossa, La struttura dissipativa, Struttura polittico, Storia di una pallottola, Antonella Zagaroli, Il mio corredo da sposa, Nuova ontologia estetica

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/05/06/agota-kristof-marie-laure-colasson-gino-rago-mario-lunetta-marina-petrillo-giorgio-linguaglossa-la-struttura-dissipativa-struttura-polittico-storia-di-una-pallottola-nuova-ontologia-estetica/comment-page-1/#comment-63967
    L’unité stilistique, la structure de la poésie de Gino Rago n’est ni le mot ni le rapprochement de deux termes surprenants, c’est la phrase telle qu’elle ne se connaît pas encore tant qu’elle ne s’est pas incarnée sur la page, la phrase créant sa propre pensée, sa propre invention, sa dérive infinie hors les normes du descriptif ordinaire. Le risque encouru est évidemment l’arbitraire, ce qu’on pourrait appeler la sortie du sens, ce qui ne se produit pas dans ces poèmes qui relancent leurs strophes dans des directions toujours nouvelles à l’aide de rythmes extrêmement variés.
    Où sommes-nous ? Je ne sais si nous le saurons jamais, et Gino Rago pas davantage. Les temps se confondent, les lieux nous habitent puis nous quittent, la poésie se donne à la prose des jours. Ce qui s’est passé, c’est aussi ce qui n’est pas advenu, ce qui n’a pas été écrit, la tenue d’un journal intenable.

    (Marie Laure Colasson)

    L’unità stilistica, la struttura della poesia di Gino Rago non sono né la parola né la vicinanza tra due termini sorprendenti, ma la frase ancora sconosciuta finché non si ritrova incarnata sulla pagina, la frase creatrice del proprio pensiero, della propria invenzione, la sua deriva infine fuori dalle norme del descrittivo ordinario. Il rischio incorso è ovviamente l’arbitrario, che si potrebbe chiamare uscita dal senso, il che non avviene in queste poesie che rilanciano le loro strofe in direzioni sempre nuove aiutate da ritmi estremamente vari.
    Dove siamo? Non so se lo sapremo mai, forse non lo sa nemmeno Gino Rago . I tempi si confondono, i luoghi ci abitano poi ci lasciano, la poesia si dà alla prosa dei giorni. Quello che è successo è ugualmente quello che non è avvenuto, quello che non è stato scritto, la tenuta d’un diario difficile da condurre.

    (trad. par Edith Dzieduszycka)

    • gino rago

      Magnificamente tradotta in italiano da Edith Dzieduszycka, che ringrazio sentitamente, la densa nota di Marie Laure Colasson coglie come meglio non può esser fatto l’essenza dei cinque polittici da me proposti come cinque storie di una pallottola, storie nelle quali la Colasson entra come protagonista, sì, ma senza mai invadere la scena sottraendo spazio, respiro e fiato agli altri personaggi… una presenza forte che mai si fa ingombrante, ma su ciò si potrà discettare più diffusamente in altre sedi e in altri tempi. Qui mi preme evidenziare che una nota critica come questa di Marie Laure Colasson che corre al centro del bersaglio senza deragliamenti è possibile pensarla e scriverla, per me, per le lunghe, fedeli, consapevoli frequentazioni con il mondo di Antonin Artaud… E anche qui e ora si ha conferma che ogni lettrice/lettore vede nell’altrui poesia soltanto ciò che è in grado di vedere, e mi fermo qui, si parla a nuora perché suocera intenda.
      Gli esiti estetico-formali dei miei polittici, svelati nella loro vera essenza dalla nota della Colasson, sono un risultato, uno dei risultati possibili, da ricondurre, fin dal primo fulmine dell’incontro, a questa dichiarazione di poetica (che desidero proporre integralmente) diTomas Tranströmer:

      «Le mie poesie sono luoghi di incontro. Vogliono stabilire un legame inatteso tra parti della realtà che lelingue e i modi di veder convenzionali sono soliti mantenere separate. Piccoli e grandi dettagli del paesaggio si incontrano, culture e uomini differenti confluiscono in un’opera artistica, la natura incontra l’industria e così via. Ciò che ha l’apparenza di un confronto svela un legame. Le lingue e i modi di vedere convenzionali sono necessari quando si tratta di relazionarsi con il mondo, di raggiungere scopi limitati, concreti. Ma nei momenti più importanti della vita abbiamo spesso sperimentato che non funzionano. Se riescono a dominarci completamente si va verso la mancanza di contatto e verso la rovina. Considero la poesia, tra l’altro, come una controtendenza nei confronti di questo processo. Le poesie sono meditazioni attive che non voglio addormentare ma ridestare».

      Da qui, dopo tantissimi tentativi di scrittura, non potevo non approdare a questo risultato che Giorgio Linguaglossa condensa nel suo precedente commento:

      “Il disallineamento fraseologico, la compresenza di salti e sovrapposizioni temporali e spaziali, l’intervento e la compresenza di interferenze e l’impiego di Avatar, Icone, Luoghi e personaggi svariati danno alla poesia della nuova ontologia estetica una mobilità e una imprevedibilità assolutamente originale.

      Nella NOE non c’è più il «soggetto» che commenta, glossa, legifera o delegifica intorno ad un oggetto, anzi, l’oggetto si è liofilizzato, è diventato polistirolo liquido, si è atrofizzato e non se ne trova più traccia… se non nelle discariche, nei rifiuti urbani e suburbani, nei retrobottega del Monte del Banco dei Pegni, nei retrobottega dei rigattieri e nei magazzini di Porta Portese…”

      Gino Rago

  2. Prendiamo, ad esempio, la poesia di Gino Rago e confrontiamola con quella del tardissimo Montale, quello del Diario del ’71 e del ’72. Il disallineamento fraseologico, la compresenza di salti e sovrapposizioni temporali e spaziali, l’intervento e la compresenza di interferenze e l’impiego di Avatar, Icone, Luoghi e personaggi svariati danno alla poesia della nuova ontologia estetica una mobilità e una imprevedibilità assolutamente originale. Nella NOE non c’è più il «soggetto» che commenta, glossa, legifera o delegifica intorno ad un oggetto, anzi, l’oggetto si è liofilizzato, è diventato polistirolo liquido, si è atrofizzato e non se ne trova più traccia… se non nelle discariche, nei rifiuti urbani e suburbani, nei retrobottega del Monte del Banco dei Pegni, nei retrobottega dei rigattieri e nei magazzini di Porta Portese…

    La mia Musa è lontana: si direbbe
    (è il pensiero dei piú) che mai sia esistita.
    Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
    alzato a malapena su una scacchiera di viti.

    Sventola come può; ha resistito a monsoni
    restando ritta, solo un po’ ingobbita.
    Se il vento cala sa agitarsi ancora
    quasi a dirmi cammina non temere,
    finché potrò vederti ti darò vita.

    La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
    di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
    chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
    di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
    e con quella dirige un suo quartetto
    di cannucce. È la sola musica che sopporto.

    Eugenio Montale, Diario del ’71 e del ’72

    Dal «ripostiglio di sartoria teatrale» all’attuale miniera di rifiuti fetidi e di stracci delle discariche abusive di oggi che noi della nuova poesia abbiamo preso ad oggetto della nostra poesia, dicevo, dal 1972, dal Diario di Montale ne è passato di tempo. La sola musica che io personalmente sopporto è quella che promana dagli stracci e dai depositi di liquame fetido delle discariche. Spero che questo sia anche il Vostro intendimento cari amici di cordata.
    In tal senso, noi rinnoviamo e proseguiamo la tradizione. Siamo noi i veri alfieri della migliore e più critica tradizione del novecento italiano. Questo almeno lo dovranno ammettere i nostri accusatori-detrattori.

  3. Quella la pioggia
    ha un corpo pieno di lentiggini
    si dispera nei punti degli incontri
    lascia asole piccolissime.
    Si contraddistingue dai pois del giorno
    sempre più rotondi.
    Dopo il temporale la censura del tempo
    sfiora nelle strade i cammini.

    (“continuando a dipingere un cespuglio di finestre”…e ringrazio Gallo per questi bei versi…
    Pensavo… è un titolo perfetto per una antologia!
    Con la suggestione di questo verso e questo post…continuo a
    scrivere…Poi penso anche che siamo in questo periodo come fossimo tanti Steven Grieco…scriviamo da posti che si allontanano sempre di più. L’esplosione,
    il big bang…Chissà…La ritengo una condizione privilegiata.
    …La poesia della Zagaroli, che ora vado a rileggere, ha uno spasimo tra il divenire e l’essere. “Rileggere la commedia” Bella.

    GRAZIE OMBRA.

  4. Sulla poesia di Antonella Zagaroli

    Nei suoi riferimenti alla topologia Lacan utilizza la figura toroidale per fornire un’immagine figurale del reale: il vuoto al centro del toro è quel fuori attraverso cui si definisce il dentro. L’intimità del toro ne è a sua volta l’esteriorità, il suo dentro più intimo è al di fuori di sé stesso, ed è proprio ciò in base a cui si definisce la sua dimensione ambivalente e o la ibridizzazione dei propri confini. In Lacan, dunque, la nozione di extimità si costituisce come quella soglia indeterminabile che lega insieme il fuori e il dentro, a partire dalla presenza di un vuoto centrale, di un buco, di uno iato. In questo senso, quel vuoto centrale è ciò che stabilisce i confini della Cosa, das Ding.

    Anche questa poesia di Antonella Zagaroli è concepita in forma toroidale con il vuoto al centro e le parole che si agglutinano all’esterno e ai bordi del vuoto posto al centro come un elenco telefonico in un ordine che sconosce l’interno e l’esterno, il dentro e il fuori. Qui non c’è più alcuno scambio tra il simbolico e il reale, la determinazione del soggetto la si ha attraverso la extimità, quello stesso vuoto che Martin Heidegger descrive in relazione allo spazio vuoto interno alla brocca che genera per ciò stesso la possibilità di un pieno. Pieno e vuoto, fuori e dentro, interno ed esterno; la topologia, in riferimento alla figura toroidale, è quella categoria ermeneutica indispensabile per spiegare la dimensione di un’intimità estima,o più esplicitamente, di un vuoto centrale che è immediatamente esterno ed interno. E lungi dall’essere una dimensione puramente astratta, il reale, descritto in termini di extimità, è il reale proprio del soggetto.

    Nella poesia della Zagaroli lo stile nomenclatorio e nominale illumina la scena: il centro della soggettività è all’esterno di essa. Il reale appare come uno spazio vuoto centrale che inghiotte le parole in ordine sparso posiziometrico ed elencatorio. Così descritto, allora, il reale è sempre il reale del soggetto, ma il soggetto è fuori, non è più all’interno. Ancor più radicalmente, si può dire che il processo di soggettivazione sia il luogo dell’extimità del soggetto, o ancora, quello spazio instabile in cui avviene la torsione metamorfica tra l’interno e l’esterno. C’è qualcosa, nel soggetto, che si configura, come ebbe a dire Sigmund Freud in relazione all’Es, nei termini di un «territorio straniero interno». In termini lacaniani, questo territorio scosceso è, per l’appunto, ciò in forza del quale è possibile tentare di definire il soggetto ricorrendo alla nozione di extimità,nella misura in cui con tale categoria non è possibile riferirsi al mondo interiore del soggetto, o alla sfera dell’interiorità.

    Non a caso infatti la dizione nominale della poesia della Zagaroli è la determinazione stilistica che compete al soggetto s-centrato rispetto al suo oggetto.

  5. Sabino Caronia

    Se non si muore si vive.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/05/06/agota-kristof-marie-laure-colasson-gino-rago-mario-lunetta-marina-petrillo-giorgio-linguaglossa-la-struttura-dissipativa-struttura-polittico-storia-di-una-pallottola-nuova-ontologia-estetica/comment-page-1/#comment-64010
    La Cosificazione nella poesia della nuova ontologia estetica

    Ciò che usualmente intendiamo con interiorità è uno spazio aperto, un vuoto che taglia, che genera una differenza dirimente, una irriducibile estraneità che, in quanto intima, incide inesorabilmente il soggetto. Il soggetto è il territorio straniero interno. Ciò che è significativo è che questa intima esteriorità si configura come un vuoto a perdere originario e irrappresentabile per il soggetto stesso. Il carattere trascendentale dell’extimità nei confronti del soggetto fa sì che essa, precedendo di diritto qualsiasi opposizione logica tra interno ed esterno, si configuri come quello spazio pre-simbolico in cui ogni dualismo perde la propria fatticità. C’è un vuoto originario, causativo, c’è un limite trascendentale al fondo di ogni soggettivazione. Se il soggetto si genera dal proprio vuoto interno eppur esterno a sé stesso, il reale è ciò che viene pro-vocato da tale intima esteriorità. Questo nucleo vuoto, per certi versi irrappresentabile, attorno al quale il pensiero di Lacan si è arrovellato fin nell’ultimo periodo della sua vita, si costituisce come quella totalità originaria sulla quale si sviluppano tutte le concrezioni della soggettività.

    Il reale è così profondamente intimo alla soggettività da essere invisibile, irrappresentabile. Come quella forma di cecità auto-indotta da chi osserva troppo da vicino gli oggetti, tanto da non poterne distinguere nitidamente tutte le smagliature. Il reale del soggetto è figurato da quell’intima esteriorità vuota al centro del soggetto stesso, che ne ostacola, ogni sorta di rappresentazione.
    In una parola: il reale è irrappresentabile.

    Nella sua extimità, lo statuto della Cosa è al di là di ogni sua possibile rappresentazione, oltre ogni sua possibile chiusura nel sistema della significazione. La Cosa è ciò che viene pro-vocata dalla prossimità del reale. La comparsa nell’arte moderna del ready made ad opera di Duchamp rende evidente questo processo di cosificazione dell’arte e della coscienza della soggettività.
    Questo processo di cosificazione è evidente nei risultati della poesia della nuova ontologia estetica dove il fuori-senso è la categoria centrale che guida la rappresentazione dell’irrappresentabile, ovvero, dell’interno esteriorizzato o dell’esterno interiorizzato che costituisce l’origine irrappresentabile della rappresentazione.

    Per Lacan il reale si costituisce come quel registro di un’esperienza refrattaria all’ordine simbolico del linguaggio, che è definibile soltanto nei termini di uno spazio vuoto che buca ogni concettualizzazione o, il che è lo stesso, ogni possibilità di iscrizione dell’esperienza in un sistema di senso. La Cosa si situa al di fuori di ogni significato. Se è vero, infatti, come sostiene il celebre psicoanalista francese, che la Cosa è «quel che del reale patisce del significante», allora la vacuità nel cuore del reale (il reale del soggetto, ma anche il reale nella sua totalità, il reale inassimilabile al senso) non è altro che la condizione di possibilità di un pieno. Così come infatti il vuoto è la condizione necessaria del pieno, il fuori senso è la condizione di possibilità di ogni senso e di ogni non-senso. Ecco dunque il motivo per cui la Cosa, in questi termini, è utilizzata da Lacan come manifestazione del reale stesso: costituendosi in un paradossale regime di intima esteriorità, la Cosa è ciò che, eccedendo i limiti del linguaggio, buca dal suo interno il linguaggio medesimo, rigettandosi così ad ogni sua eventuale rappresentazione

  7. E’ una poesia questa, di Marina Petrillo, che a me pare del corpo. Scritta con parole non sospese, che non toccano, ma con parole che entrano nel corpo. E profondamente. Una dichiarazione impudica, di fisica deità. A conferma di quanto dichiarato da M.R. Madonna a proposito della corporeità della poesia.

    “Essere sulla soglia non contempla l’azione dell’entrare
    se il passo non si attiva e le sinapsi non determinano la funzione di controllo. Procede il ripetersi di azioni conclamate ad avvio della coscienza,

    non suffragate da eventi coerenti all’agire stesso.
    Riflessioni animano spazi verbali ma non vi sostano se, combacianti a specchio, negano il respiro in asfissia della coscienza

    Resta immobile il respiro e in sua apnea,
    giunge un suono tramutato in parola.
    Indaga il suo doppio e lì permane a scrutare i cieli possibili.

    I più imponderabili.
    Contraddizione in termini mai sazia di indizi lessicali”.

    Fanno seguito i versi di Antonella Zagaroli:
    “Partorirsi senza pudore o censura”

    Bentornata, Antonella, grazie per averci mostrato questo tuo ricco corredo da sposa. Pure che sia una parte soltanto, e il resto chissà. Vedo che hai pubblicato molti libri: non ne sapevo, ma eri tra le mie preferite nell’antologia italiana “Come è finita la guerra di Troia non ricordo”.


    Gino Rago: all”opera con poesie per ingarbugliare il senso. Quasi a voler cementare l’antro da cui sono usciti quei pochi che leggiamo qui. Chiudere le vie del ritorno a una poesia che non ce la può fare; il volo, in questa atmosfera, resa ancor più densa in questo periodo, è impresa difficile… Le parola scendono a difesa dei corpi.

  8. Steve Jobs raccontava, nel famoso discorso agli studenti di Stanford: Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così:

    «Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte al-l’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore cheio conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere.
    Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.»

    E così continua :

    «La Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. È l’agente di cambiamento della Vita. S pazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro.
    Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone.
    Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore.» 1

    La morte, dirà Heidegger in Essere e tempo, va dunque “anticipata”, non nel senso di un precorrere il tempo della propria morte, ma nel senso di porla come punto di partenza imprescindibile e invalicabile dell’esistenza umana.

    Essa apre gli occhi alla realtà come possibilità e come temporalità. Apre gli occhi innanzitutto all’avvenire, al futuro, inteso in senso autentico: non continuazione del presente, ma ad-venire, un venirci incontro che ci interpella. Ma anche al passato, in quanto quel “già stato” che struttura ancora il nostro presente, e non è dimenticato nell’oblio. È possibile dire che la morte, la sua cosiddetta “anticipazione”, ci porta a comprendere il nostro stare nel mondo come “dono” e “responsabilità”.

    S. Jobs, 2005, Stanford Commencement address, «Stanford Report», June 14,2005, tr. it. A. Dini, «L’Espresso», 27 dicembre 2006

    .

  9. LEZIONE UNO

    una molla caricata a salve che depone le uova nella salubre atmosfera, descrivetemi il momento.

    si è interrotta l’ora e la lezione è terminata.
    la cucina in questa solita stanza è apparecchiata,

    dovresti deciderti ora a rimodernarla,
    sventolano dal televisore polpette al sugo sempre.

    hai interrotto il flusso
    e l’eternità si predispone al sole, allungata ha le gambe lunghissime.

    due traiettorie che sgambettano a malapena. dato un segmento ics,
    parlano di integrali e differenziali. il costume è tricolore.

    grazie Ombra.

  10. caro Mauro,

    questo verso:

    e l’eternità si predispone al sole, allungata ha le gambe lunghissime…

    e quest’altro:

    una molla caricata a salve che depone le uova nella salubre atmosfera

    e quest’altro:

    due traiettorie che sgambettano a malapena. dato un segmento ics…

    Testimoniano della tua raggiunta maturità di poeta della nuova poesia che ha preso congedo dal significante e dal significato e da tutto quel repertorio di rime e anti rime e da tutto il repertorio della poesia topologica del senso che, davvero, oggi, nel mondo di oggi e nell’Epoca del Covid19 non ha più senso alcuno. Il senso si è depistato da solo, è stato stravolto. E chi ancora non l’ha capito, davvero, non lo capirà mai…

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