In questa situazione, che cosa può scrivere un poeta che vive nel paese più a rischio democratico d’Europa come l’Italia? Poesie, Commenti di Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Ewa Tagher

Ewa Tagher

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sè stesso senza essere “superato”.1

1 Albert Einstein, Il mondo come io lo vedo, 19

Giorgio Linguaglossa

cara Ewa Tagher,

giunti, come parrebbe che stiamo, al punto culminante della Crisi, abbiamo il dovere di percorrere con lo sguardo la crisi per abbracciare, con un colpo d’occhio, con l’occhio della crisi, l’arte che è stata fatta in questi ultime decadi. E derubricare quel modo di fare poiesis. E la poesia? Che cosa si penserà di noi tra cento, duecento anni? Che cosa si citerà di significativo della crisi di questi anni?

Vorrei attirare l’attenzione dei lettori su questo punto: sulle conseguenze nel discorso poetico della assunzione di questa pratica e di questa petitio principiis: una pratica della differenza e della contraddizione.
La nuova fenomenologia poetica vuole liberare la differenza dalla differenza per dare luogo a un discorso poetico che preveda e consenta la differenza, la contraddizione, la dialettica senza negazione, la dialettica negativa. Un discorso poetico che dica sì alla differenza, alla contraddizione; un discorso poetico del molteplice, della molteplicità che non si limiti alla omogeneizzazione fonologica e stilistica, come è stato fatto finora, che riesca a liberarsi dall’assoggettamento alle categorie, che vogliono costringere lo sguardo che osserva dall’alto in basso secondo l’ideologema di un io plenipotenziario e panottico che crede ingenuamente di tutto abbracciare e tutto governare, che squadra l’oggetto e lo descrive, o crede di descriverlo.

La ragione è in se stessa l’atto che differenzia, che mette in opera quell’Unter-scheidung (differenza), figlia dell’Ent-scheidung (decisione), che realizza la Scheidung, il taglio dei significati e dei significanti, la moltiplicazione dei significanti. La poesia della nuova fenomenologia del poetico ha questa spiccata consapevolezza, che quel logos, quella ragione è inappropriata a rappresentare ciò che sfugge alla rappresentazione, l’origine non rappresentabile della rappresentazione.

 

Inedito di Mario M. Gabriele da altervista il blog di Mario Gabriele

Andando per vicoli e miracoli
ritrovammo l’albergo e il trolley.

Non si dà nulla per certo, neanche prendere contatti
con il gobbo di Notre Dame per suonare le campane.

Bisognava partire.
Tu non vuoi più le carezze?

Il fatto è che se ci mettiamo a seguire Ketty
non leggeremo Autoritratto in uno specchio convesso.

I Simpson si riconoscono per il colore giallo.
Giulia ne ha fatto una raccolta di figurine acriliche.

Tutto rotola e va in basso. Sale e scende.
Linee nere e linee rosse.Si cerca il punto originario.

Cerca di distrarti! Prova a chiamare
le cugine di Sioux City.

Ti suoneranno l’Hukulele
ricordandoti C’era una volta l’America.

Oh bab, baobab, invocò il nigeriano
alla fermata del Pickup.

Controlla tutto e bene nel trolley.
Vedi se c’è anche questa sera il Roipnol.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Proprio nel momento in cui l’erede di Giovanni Agnelli, il topastro John Elkann, ha liquidato il direttore di “Repubblica”, Carlo Verdelli, sostituendolo con un fedelissimo moderato pony express del moderatismo internazionale Maurizio Molinari, e comprato l’asset per un pugno di dollari, possiamo comprendere come il capitale internazionale disdegni le testate giornalistiche «diverse» e comunque «critiche» del sistema-Capitale. Il problema è che si preannuncia in Italia, in Europa e nel mondo occidentale un acutizzarsi della crisi e dello scontro in atto tra i ricchissimi e il nuovo proletariato internazionale che ama visceralmente i Bolsonaro, i Trump, i Salvini, le Meloni, gli Orban, i Putin, i Di Battista… Le democrazie liberali sono a rischio di sopravvivenza, questo è chiarissimo anche in Italia dove l’accoppiata fascista-leghista Salvini-Meloni lancia accuse incandescenti e bugiarde contro un governo parlamentare che sta affrontando la crisi più grave del novecento e del post-novecento.

In questa situazione, alla poesia viene sottratto il terreno da sotto i piedi, le parole diventano sempre più difficili, scottano, non possono più essere maneggiate, i poetini e le poetine alla Mariangela Gualtieri e alla Franco Arminio vengono citati sulle pagine della stampa e dei media per le loro poesiouole sul Covid19 e sull’ambaradam dello sciocchezzaio, mentre un poeta laureato di Milano discetta sulla fine della «società letteraria» d’un tempo, e altri autopoeti parlano di «Bellezza» e altre amenità consustanziali allo stupidario di massa di oggi.

In questa situazione, che cosa può scrivere un poeta che vive nel paese più a rischio democratico d’Europa come l’Italia? Può solo scrivere con sconcertante umiltà:

«Tutto rotola e va in basso»

per concludere:

Controlla tutto e bene nel trolley.
Vedi se c’è anche questa sera il Roipnol.

Mario M. Gabriele

Quanto scrivi, caro Giorgio, non può che accomunarsi a quanto da me riportato nel commento del 24 aprile, a proposito della “divisività”, che ha dominato e domina la poesia italiana di oggi, dove un poeta, con idee nuove, debba rimanere sempre al buio in quanto nemico dell’establishment culturale che si consolida con la politica statica e conservatrice..

Mi duole se nel trolley dobbiamo portarci il Roipnol per dimenticare tutto ciò che la classe dirigente e i comandamenti che ogni anno provengono da Davos, unificano la classe sociale e culturale,dove basta un semplice agente patogeno, il Covid 19 a fare piazza pulita di tutto il sistema collettivo dove si frantuma un corpo sociale in mille pezzi costruito da una cultura di comunicazione virtuale dove prevalgono le Fake News e i continui attacchi dell’opposizione alla classe dirigente di oggi che si trova a dover allontanare il Default come la nube di Chernobyl.

Se c’è qualcosa che ci accomuna è la nostra fragilità, l’essere una massa enorme e impotente all’interno di un mondo diviso. .Ma ciò che più determina il nostro disagio è la degenerazione culturale di tipo fascista, che tipografa sui muri le svastiche o incendia le lapide dei partigiani.

Alla luce di quanto finora detto non possiamo permettere come normalizzazione e appiattimento l’idea di una Nazione, la nostra, che diventi ancella della Merkel,e della Troika che hanno fucilato la Grecia.

La poesia è anche un Kit di pensieri e azioni, rispetto al nostro mondo desacralizzato dalla pandemia, che ha rimesso tutto in campo, facendo rinascere una società in cui ciò che conta è la capacità di reinventarsi nuove occupazioni lavorative, anche se il Capitale sta a guardare e ad adoperare come un bodyguard.
Ti ringrazio, caro Giorgio, per aver ospitato un mio testo,da te rivelato nelle sue parti più essenziali.

Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 4

Il Signor F. frugò nel taschino del gilet e saltò fuori il nano Proculo,
con la giacca a quadretti azzimata, un pantalone liso e sdrucito
e un cappello a cilindro.

Il quale scrisse una lettera al Presidente del Consiglio Conte,
per riavere indietro i trenta denari dati in prestito e ancora insoluti
per via del precoce decesso del legittimo proprietario.

Si accomodò in poltrona dal barbiere François, accavallò le gambe
e si fece radere il mento.
Poi sputò nella sputacchiera e si diresse all’angolo della tosse

dove i liberi erano in quarantena.
Spalancò la finestra.
«Aria! Aria! Cambiate l’aria!», gridò.

[…]
Chiese uno stuzzicadenti.
Il Coronavirus saltellò qua e là e decise di uscire
a prendere un po’ di aria fresca.

Il poeta di Milano fece un gran fracasso.
Gridava che la «società letteraria» era scomparsa e altre quisquilie.

Inutilmente il direttore d’orchestra intimò il silenzio.
La grancassa riprese a fare fracasso.

[…]

Come prima. Più di prima.
Il direttore disse: «Ti amo» alla prima violinista.

Un gran numero di topi di fogna presero il largo
dicendo che in democrazia anche i topi erano liberi.
Accadde tutto così di fretta che il commissario non intervenne.
Un altro poeta gridò:

«La bellezza salverà il mondo!», e scomparve.
Dei turisti giapponesi si accalcarono per vedere il Prof. Tarro con il virus nell’ampolla.

Scattavano fotografie dappertutto, entravano anche nel bagno.
Dicevano ai bambini: «State zitti, contegno, state in casa del prof. Tarro!».
Poi le cose periclitarono, l’Italia fu dichiarata «zona rossa»

e venne bannata dalle guide turistiche.
Nadeche Hackenbusch, la bella presentatrice di un realiy show
scorrazza per il lager con la sua jeep zebrata

la accompagna la sua devota biografa, la redattrice della rivista Evangeline ,
Astrid von Roëll, entrambe in minigonna e tacchi a spillo

intervistano gli africani del lager.
Lui, anzi Lei, la loro amante, ribattezzata Lionel perché il nome tedesco
è troppo difficile, le asseconda.

Ursula Andress prende il revolver di Marie Laure Colasson,
dice che ha licenza di uccidere, e spara un colpo in aria
e un altro nella testa di Azazello

il quale crolla all’istante, e così Bulgakov non trova più il suo personaggio
che nel frattempo si è insinuato nel romanzo di Gadda
dove c’è il commissario Ingravallo che svolge le indagini.

Interviene il cardinale Tarcisio Bortone portando i buoni uffizi del Vaticano
ma non ci fu niente da fare, le cose tornarono a posto da sole.

[…]

Il nano Proculo si diresse verso la botola e riprese il suo posto.
Il Signor F. disse che aveva scherzato.
E si ritirò nella fogna.

Ursula Andress ritornò all’isola dei Caraibi,
sulla spiaggia, in bikini, nella famosa scena del film di Jan Fleming.

Un cormorano passò di lì.
E salutò.

Mario M. Gabriele

Certo, ce ne vuole per scrivere un testo come questo, tra report, cronaca quotidiana, personaggi del Vaticano e della Politica, del cinema e del reality show, con tante inclusioni di citazioni che amplificano un teatro all’aperto, dove non mancano connessioni ironiche e squarci in versi.

Giorgio Linguaglossa

caro Mario,

sai, stamane mi sono alzato, ho preso il caffè… percepivo il fetore di marcio che proveniva dalle fogne qui di via Pietro Giordani a Roma, quartiere San Paolo, dove abito… Ero elettrico. Poi ho letto la tua poesia in severi distici e sono diventato ancora più elettrico. Ho letto alcuni post di fascisti e di leghisti su FB. La cosa mi ha allarmato e irritato. Sono andato alla tastiera e ho scritto su FB questo messaggio:

«Chiedo a tutti i leghisti-fascisti di togliermi l’amicizia perché io sono un democratico comunista. Grazie x la buona volontà».

Sono andato alla tastiera e ho scritto, di getto, questa composizione dalla quale è saltata come sulla dinamite la struttura in distici. Doveva essere un lungo monologo. Sentivo che non potevo fare altrimenti. Che i tempi stringono. L’Italia è in pericolo di default. Anzi, senza l’Europa che compra i titoli di stato italiani, il Paese sarebbe già fallito da un pezzo. La Banca d’Europa sta comprando i titoli italiani di carta straccia, noi tutti siamo diventati, senza accorgercene, carta straccia. Mi sono detto che qui ci vorrebbe un secondo Bulgakov per dipingere la canea della politica italiana, della realtà italiana, un teatro di miserie e di escrementi, con capitan Fracassa e la bborgatara della Garbatella. Uno spettacolo indegno, rivoltante.

Mario M. Gabriele

Questa che stiamo vivendo è una pre-atmosfera fascista davanti alla democrazia italiana.Ho paura che si torni al tempo di Fahrenheit anche perchè dopo il Covid 19 ci saranno in Italia, povertà e disoccupazione, diminuzione della libertà e soppressione della cosiddetta Ricchezza delle Nazioni teorizzata da Adam Smith.

Il calo del’occupazione genererà uno stress vertiginoso tra domanda e offerta.Le auto invendute hanno raggiunto la percentuale del 51%. Le Università saranno deserte perchè le famiglie non potranno più pagare le quote di iscrizione e far frequentare i propri figli ai Masters.

Sarà un casino enorme, uno squilibrio dell’organizzazione sociale e comunitaria con un addio al pensiero liberale.Speriamo che ciò non accada perchè, essendo nato nell’era nazifascista, non vorrei morire con un’altra alle porte.

 

10 commenti

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10 risposte a “In questa situazione, che cosa può scrivere un poeta che vive nel paese più a rischio democratico d’Europa come l’Italia? Poesie, Commenti di Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Ewa Tagher

  1. Domanda
    In questa situazione, che cosa può scrivere un poeta che vive nel paese più a rischio democratico d’Europa come l’Italia?

    Risposta
    In questa situazione storica il ruolo e la funzione del soggetto è crearsi uno spazio di resistenza e di destrutturazione delle pratiche costrittive indotte dal blocco storico.

    La pratica mediante la quale il soggetto si costituisce non è l’attività di un soggetto che plasma se stesso come una materia inerte. «Parlare della vita come un’opera d’arte implica […] revocare in dubbio il paradigma dell’artista creatore esclusivo di un’opera oggetto».1 Occorre comprendere la radice nietzscheana di queste idee: non si danno soggetti, ma solo processi di soggettivazione. Il soggetto si costituisce come una pratica di senso che scaturisce da rimandi tra istanze di verità entro i quali è preso, è giocato, ma rispetto ai quali può anche esercitare un quid di resistenza. L’attenzione dell’ultimo Foucault per le tecniche del sé non è in contrasto con la riflessione foucaultiana sul potere, ma ne è implicita. Da una parte, i processi di soggettivazione derivano da pratiche di assoggettamento, dall’altra da «pratiche di libertà» e di resistenza. Il soggetto si costituisce come la risultante di un sistema di forze, di una trama di rapporti di potere che si danno sempre anche come giochi di verità. Il soggetto in questione non è quello dell’on-tologia tradizionale, «non è mai dato in anticipo, e l’opera da costruire è lo stesso soggetto costruente»2.

    Ciò che è in gioco è la possibilità per il soggetto di costituire se stesso in quanto soggetto. L’esistenza non è altro che una auto ermeneutica, intesa come un gioco di verità in cui la resistenza alla imposizione tramite l’epoché del soggetto, destruttura l’ordine soggetto-oggetto. Questa resistenza è del tutto simile al gesto di Bartleby che «ad ogni domanda, questione, pressione, richiesta, ordine […] risponde senza rispondere, né passivo né ativo: “I would prefer not to”».3
    «Soggetto e oggetto sono così disattivati e resi inoperosi».4 (Agamben) Questa interruzione del proprio, questo movimento autoimmunitario, è esattamente ciò che, secondo Derrida, espone alla possibilità dell’evento, all’accadere del nuovo, alla venuta dell’altro.

    C’è nel soggetto un congegno autoimmunitario che lo mette in condizione di prendere le distanze dalla propria soggettività, a trattare sé come un altro. In tal modo il soggetto decostruisce la propria soggettività. Il soggetto è sempre in decostruzione, lo è costitutivamente, nella misura in cui in esso opera una pulsione di auto destrutturazione come condizione per la trasformazione della soggettività.

    1 G. Agamben, L’uso dei corpi. Vicenza, Neri Pozza (2014) p. 55
    2 Ibidem p. 139
    3 G.Deleuze, G. Agamben Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, (1993-2014), p.83
    4 G. Agamben, op. cit. p. 56

    • Ewa Tagher

      Antonio Scurati nel libro “La letteratura dell’inesperienza”, scritto nel 2006, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle e contemporaneo alla Seconda Guerra del Golfo, stabilisce un nesso tra la dimensione apocalittica di una guerra inedita e il divario ormai incolmabile tra la rappresentazione mediatica e l’esperienza individuale di essa: “la catastrofe mediatica dell’11 settembre segna la fine dell’universo consistente, sperimentabile, pianificabile, modificabile della modernità perché genera una bolla in perpetuo espansione di superfetazioni immaginarie, di rinvii segnici, per sempre sganciata dall’ ipotesi, e dalla speranza, di approdare in un referente qualsiasi, di giungere a una conclusione.”
      Credo possa essere plausibile il nesso tra la situazione vissuta dopo l’11 settembre e il nostro vissuto sotto la minaccia del Covid 19. Anche qui e ora è evidente la fine dell’ esperienza di un “universo pianificabile e modificabile” a nostro illusorio piacimento. Oggi come più e più volte Lei, caro Linguaglossa ha suggerito, il significante e il significato non hanno rimando reciproco: se nel racconto del post 11 settembre, come afferma Scurati si creò “una bolla di rinvii segnici [..] sganciata dall’ipotesi di approdare in un referente qualsiasi”, io direi che oggi in epoca Covid19, ebbene quella bolla è definitivamente esplosa. Tra il reale e la comunicazione del reale, l’esperienze del reale, l’elaborazione del reale, non vi è più alcun nesso. La narrazione del reale è così spiazzante e inconsistente, che solo una nuova poesia potrà trovare le parole per farlo.

  2. INTERVISTA A UN CUCCIOLO DI LIBRO

    Chiusa e aperta la bocca.
    Affrancato dalla fatica il fumetto, suo pastore.
    Il bufalo vivrà due giorni, forse tre
    poi soccomberà.

    Il drago di Komodo pazienta.
    L’ algebra a servizio dei batteri.
    Non sorprenderà veder sorridere.
    Attimi di giglio nella lingua.

    Barcolla a tanta chimica biologica nella saliva.
    In queste condizioni non si può fare un’intervista.
    Saltano le pupille da una spazzola all’altra.
    D’un tratto ci si arrampica all’intonaco
    L’interesse del geco si sposta su mosche Tze Tze.
    Qui la curva epidemiologica ha un picco inaspettato.
    Joker ai microfoni di radio Londra
    spiega l’avvento del metro tra le relazioni.

    Una razionalità piegata in valigia di cartone e spago.
    Naftalina di Totò e Peppino alla stazione di Milano.
    Molti Io-ridens attorno. Cavalloni in tempi sterili.

    Salta però il lucchetto.
    Non lo sapevi che tanta tecnologia fluisce nei cortili
    Avresti giurato su profumi senza costo del lavoro?
    L’esploso di salumi in una stanza
    per parlare di come la meccanica celeste c’entri con l’odore di formaggio
    E invece si tratta di un fulmine
    forse plasma di equazioni differenziali.

    A bufalo impietrito cosa risponderà?
    La bocca scende nella cellulosa:
    -La grammatica da inventare, forse l’aritmetica.
    Aperta e chiusa la finestra
    nessuna stele di Rosetta dopo i semafori.

    S’attarda un momento sui gradini dello stomaco
    Dopo tutto c’è sempre l’ elicobacter
    Poi risale a vedere i fratelli, già attorno per il pranzo.
    La sorella, il nipote. Razzola una gallina.
    Tempesta di Pantorc in arrivo dalle Canarie.
    Peppino scrive Totò detta.

    Ciao

    (Francesco Paolo Intini)

  3. gino rago

    Giorgio Linguaglossa:
    «La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi e per nuovi cittadini»
    *
    Mario Gabriele, Registro di bordo, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2020, pp. 152, E.12
    Prefazione di Giorgio Linguaglossa
    *
    Lettura di Gino Rago

    Scendiamo in medias res leggendo insieme questo polittico in distici di Mario Gabiele tratto da Registro di bordo, Progetto Cultura, Roma, 2020:

    9
    Sei rimasta come le foglie del bonsai.
    Mi scrivi: – salutami Stella e le amiche di Parma. –

    Esco di rado. Qualche volta mi fermo al Cabaret.
    Riapre il Nasdaq di Londra con le start-up a 10 Buy.

    Non lontana dai borghi
    c’è la discarica delle stagioni.

    Ci riserviamo le prognosi future
    e le segrete stanze dell’illusione.

    Rispuntano gli ologrammi.
    Stasera ci fermiamo con i turisti by night.

    Leggo e ripongo After Strange Gods
    dopo una giornata di meteo invernale.

    Qui prepariamo i bouquet
    per i compleanni della famiglia.

    – Signora, sono arrivati i tulipani. Glieli mando a casa
    così nessuno potrà dire: per chi suona la campana! –

    C’è sempre un tempo per nascere
    e un tempo per morire.

    A digiuno ci fermammo nella certosa
    ricordando Debora e Barak.

    La nostra amica americana si è sposata con la tristezza
    da quando ha letto Day by Day.
    *
    “[…]Non lontana dai borghi
    c’è la discarica delle stagioni[…]”.

    e, poco più giù, nello stesso polittico, il lettore, già tramortito dalla valanga di immagini-parole-metafore cinetiche che Mario Gabriele crea e intreccia, con la maestria e la sapienza dei vecchi cestari, si imbatte in un altro distico non meno spiazzante del primo

    “[…] C’è sempre un tempo per nascere
    e un tempo per morire […]”

    Lo spaesamento dell’uomo d’occidente è totale: le stagioni è possibile rinvenirle nella discarica e tra il “nascere” e il “morire” del secondo distico manca ciò che si verifica o che dovrebbe verificarsi tra le due polarità estreme del nascere e del morire: vivere, semplicemente vivere.

    C’è tutto, anche se mai viene nominato, ciò che non riesco a dire diversamente “il dolore” dell’uomo d’Occidente nella gabbia filiforme di una Europa ipermoderna cristallizzata in quello che Zygmunt Bauman ha saputo indicare come il-tempo-di-mezzo, tra un «non più» non ancora concluso e un «non ancòra» che stenta ad albeggiare; e il poeta d’avanguardia come Mario Gabriele avverte la lacerazione tra «cosa» e «parola», lacerazione ribadita da Giorgio Linguaglossa: « Tra la parola e la cosa si apre una distanza che il tempo si incarica di ampliare e approfondire…»,

    e rimangono le interferenze, le ibridizzazioni, le immagini metaforiche, gli sparpagliamenti, le dissipazioni: una entropia di linguaggi in un moto entropico perpetuo…

    Per questo forse

    “[…]Marisa riordinò gli arredi
    lasciando al gatto Musumeci i residui di Gourmet[…]”

    mentre in altra parte dello spirito d’Occidente, benché ad altre latitudini e ad altre longitudini,

    “La nostra amica americana si è sposata con la tristezza
    da quando ha letto Day by Day.”

    Il congedo qui si è fatto definitivo dai direi tòpoi di tantissima nostra poesia, le discariche, i residui di Gourmet, il matrimonio con la tristezza della sposa americana, le foglie del bonsai prendono il posto definitivamente in un luogo poetico «altro», un luogo distante da quello delle linee-luoghi comuni fiore-sole-cuore-luna-amore…

    Qui lo spaesamento dell’uomo d’Occidente convoca altri approdi, in questo Registro di bordo l’estraneazione richiede altre poetiche, un’altra estetica, una altra morale, un’altra etica, qui siamo alla «poetica della indignazione morale», alla «estetica della disperazione».

    Ogni lettore «vede» in un componimento poetico ciò che egli per cultura, per vastità di letture, per frequentazioni dell’altrui poesia è in grado di vedere, basti pensare al Suonatore Jones di Edgar Lee Masters, ri-adattato alle sue esigenze musicali da De André: in quel «vortice di polvere» nel quale tutti vedevano i segni della siccità, lui soltanto, il suonatore nella/della libertà vedeva in quello stesso vortice di polvere, in quel forse mulinello di stracci, «la gonna di Jenny» in un ballo di tanti anni fa…

    Ciò per suggellare, fra le tante già a più riprese messe lucidamente in evidenza da Giorgio Linguaglossa nella sua ermeneutica, una cifra che poi è un punto di forza della lunga storia poetica di Mario Gabriele:
    la libertà di interpretazione dei suoi testi poetici che il poeta riconosce e lascia ai suoi lettori i quali così giocano, quasi sono invitati o chiamati a giocare lungo la direttrice autore-poesia-lettore, un ruolo non meno «creativo» di quello dello stesso autore.

    E’ poesia che da Ritratto di Signora (2014) a Registro di bordo (2020), passando per L’erba di Stonehenge (2016) e In viaggio con Godot (2017), vuole un tête à tête con l’uomo cui Mario Gabriele si rivolge, una poesia che con l’uomo del nostro tempo desidera stabilire rapporti diretti, senza intermediari di nessun genere nei tre modi a noi noti della cognizione, modo analitico, modo intuitivo, modo epifanico-rivelatore, tutti e tre compresenti nella poesia di Mario Gabriele, in accordo pieno con la idea di “libro” di Brodskij: «[…]Nella storia della nostra specie, nella storia dell’ homo sapiens, il libro è un fenomeno antropologico analogo in sostanza alla invenzione della ruota».

    La poesia di Mario Gabriele vuole il tête à tête poeta-uomo, rivendica il dialogo diretto autore-lettore, si muove all’interno di quella petizione linguaglossiana «per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini».

    Su questo Giorgio Linguaglossa scrive: «La nostra proposta di una nuova ontologia implica la petizione di una nuova idea del tempo, dello spazio, della vita psichica, della vita erotica, dell’esistenza e della storia, implica la petizione di una nuova esperienza del vivere e dell’agire, qui e ora, nel tempo. Questa petizione di un ripensamento categorico dei pilastri dell’ontologia, della filosofia, dell’etica e della politica occidentali, implica e richiede un rivolgimento di tutti i nostri sensi, del nostro modo di vita […]. Una nuova ontologia poetica richiede fortemente una nuova forma di vita […]. Liberare la poesia è il primo passo per liberare e rinnovare la nostra forma-di-vita. La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi e per nuovi cittadini».

    Perché?

    Perché la scrittura in versi per il poeta è un possente acceleratore di coscienza, di pensiero, di comprensione dell’universo, per ricordare ancora Brodskij, e se vale per il poeta, per Mario Gabriele la scrittura in versi come catalizzatore di pensiero, coscienza e comprensione deve valere anche per il lettore, nella casa comune della poesia.
    *
    (gino rago)

  4. gino rago

    In ricordo del GRANDE TORINO
    Gino Rago
    Superga
    4 maggio 1949
    *
    Rosso-bianco-verde. Due fazzoletti.
    Uno sul collo di Calamandrei

    L’altro su quello di mio padre prigioniero.
    Hanno spaccato le lapidi dei loculi.

    Sono alla testa di tutti i cortei.
    Mio padre disse NO al cibo, agli scarponi,

    Alla divisa cucita su misura.
    Rimase negli stracci, nella fame,

    Nei pidocchi. Partì con altri a venticinque anni.
    Tornò. La giovinezza mai vissuta

    Per sempre alle sue spalle.
    […]
    Con Calamandrei
    Stasera mio padre senza farsi vedere

    Sarà forse a Marzabotto con i fratelli Cervi.
    O forse a Porta San Paolo,

    Forse a Via Tasso o alle Ardeatine.
    Da anni esce dalla tomba.

    Si fa fiore tra i fiori mai secchi
    Sotto le croci di legno sui prati,

    Alle rive dei fiumi, sulle montagne:
    «La libertà… Il meglio fiore…

    Ma vuole sempre acqua».
    […]
    Calamandrei e mio padre lo dicono ancora:
    «La libertà… E’ di tutti.

    Anche di quelli
    che la negarono a tutti.»
    […]
    Né al fronte né in prigionia.
    Né in guerra né in pace

    Nessuno mai lo aveva visto piangere.
    Fino al pomeriggio

    Del 4 maggio del 1949.
    Cielo di piombo. Superga.

    Tutti i suoi amici sapevano
    Della filastrocca di mio padre

    Ripetuta da solo per giorni
    Nei singhiozzi e nel muco:

    Bacigalupo,

    Ballarin, Maroso,

    Grezar, Rigamonti, Castigliano,

    Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola
    […]
    Le scarpe battute sui legni del Filadelfia.
    Lo sguardo di Valentino.

    Il segno d’intesa con il capo stazione.
    La tromba di Oreste Bolmida.

    Le maniche della maglietta
    Tirate su da Mazzola. La carica.

    Il quarto d’ora dei granata.
    Non ce n’era più per nessuno.

    Ma il 4 maggio del 1949 a Superga
    Il grande Torino andò in trasferta altrove.

    Per sempre.
    Mio padre fino alla morte ha ripetuto

    Senza mai farsi sentire
    La sua filastrocca:

    «Bacigalupo-Ballarin-Maroso

    Grezar-Rigamonti-Castigliano

    Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola…»
    *
    Gino Rago

  5. Giuseppe Gallo

    Scrive Giorgio Linguaglossa:

    “C’è nel soggetto un congegno autoimmunitario che lo mette in condizione di prendere le distanze dalla propria soggettività, a trattare sé come un altro. In tal modo il soggetto decostruisce la propria soggettività. Il soggetto è sempre in decostruzione, lo è costitutivamente, nella misura in cui in esso opera una pulsione di auto destrutturazione come condizione per la trasformazione della soggettività”.

    A proposito, quindi, di “congegno autoimmunitario” del soggetto suggerisco alcune riflessioni.
    Una scrittrice cinese, Yiulyn Li, laurea in medicina, emigrata negli Usa, e pubblicata da Einaudi e da NNE, confessava: “Quando rinunciai alla scienza confidavo ciecamente nella scrittura per annullare il mio io”. Il problema sembra ripresentarsi: -Abbiamo noi, come uomini , il diritto di dire ancora “io”? E i nostri testi devono registrare tale domanda o è semplice ritorno a un’istanza esistenzialistica?
    Il suo testo, quello della cinese Yuyn Li, è edificato sul diritto di dire ancora “io”… che diritto ha, chi vive, di dirlo e dunque di esistere? Se la scrittura è morte o continuo suicidio, che diritto ha l’io di esistere e di continuare a sopravvivere?

    “Solo ciò che è senza vita può essere immune dalla vita”.
    “Mi piaceva il concetto alla base del sistema immunitario. Il suo compito è quello di individuare e aggredire il non-io”
    “Come può il vuoto più assoluto dare vita a un pieno?
    “Dentro di me c’è un vuoto”. Ecc., ecc.,..

    È il vuoto che riempie le sue pagine… Questo vuoto lo può avvertire solo nel momento in cui intravede se stessa in qualche altro elemento o meccanismo. Distinguendo, per esempio, fra “macchina” e “uomo”. La macchina è piena, completa, agisce e interagisce autonomamente; l’uomo, invece, continua a dissipare se stesso, a non avvertire di sé la completezza.

    Ewa Tagher suggerisce che “Tra il reale e la comunicazione del reale, l’esperienze del reale, l’elaborazione del reale, non vi è più alcun nesso. La narrazione del reale è così spiazzante e inconsistente, che solo una nuova poesia potrà trovare le parole per farlo”. Credo che questo sia un problema “reale”. Andiamo per ordine e cominciamo a chiederci: quali sono gli strumenti più adeguati per afferrare tale spiazzamento”? Oppure, è la scrittura la controparte della scienza? O la scienza è la soluzione per ritornare all’evento originario della parola, non perdendosi nelle fregature retoriche e ordinarie del linguaggio?
    Possiamo rovesciare il discorso per essere più chiari?. Chi ha diritto di parola, oggi, non è l’uomo, ma la macchina, il robot, l’altro uomo o l’altrove distopico dell’uomo. Si prenda, ad es., il tentativo di correggere alcuni tratti dei genoma quando questi presentano alcune variazioni che trasmettono malattie. La scienza è già in grado di innestare in ogni Dna porzioni corrette. Catapultare, allora, sugli android e sulla tecnologia quelle tematiche che le spalle dell’uomo non riescono più a sorreggere? Mitizzare queste nuove figure, questi novelli esseri, e farli parlare al posto degli umani? Dare loro il linguaggio e la parola, ma non come mimesi e pretesto, ma come avviso reale del nostro disfacimento di uomini.

    Tanto ormai lo sappiamo tutti, che per non far morire l’uomo, bisognerà far agire le macchine e delegare a loro il compito della nostra salvaguardia, (anche Intini, credo, abbia espresso insinuazioni simili) solo esse, infatti, hanno e avranno sempre di più, la capacità di non debordare dai nostri desideri più consoni alla civiltà e al progresso, vedasi oggi la lotta contro la pandemia del Covid-19. Se l’umanità rimanesse ancora impigliata nel pensiero e nelle azioni del genere umano e delle potenze economiche e politiche, come oggi queste concepiscono se stesse, il trapasso, il decadimento e la fine di tutto sarebbero sempre più prossimi e inevitabili… quindi è inutile pensare e ripensare al futurismo, al dadaismo, all’ermetismo, modernismo, alla pop art, al post modernismo, ecc,… al mondo come è stato finora; è tutto tempo perso!

    Ci sono problemi molto più urgenti. E questo tipo di analisi va fatta, non la si può rinviare ulteriormente. Bisogna raccordarsi con i tempi, tagliare ciò che è ancora legato alla mitologia del cuore e dell’anima, della natura e della teologia, all’universo antropologico, ecc. Il mondo non è più lunare o sublunare, sembra che cominci ad avverarsi l’infinito bruniano e il suo ricorso ad una specie di nuova dislocazione dell’uomo al suo interno. L’uomo è ormai una “COSA” , come l’astronave in cui viaggia nell’universo, come la sua mente che non esiste se non nei prodotti e di cui ha quasi nostalgia perché ormai non ha la possibilità più di contenerli…

    Può un uomo essere ciò che l’uomo è stato finora? O ha finora prodotto? Non credo. Così il problema ritorna. Bisogna trovare e qualificare la parola in senso attuale, senza infingimenti e perplessità. La perplessità, i dubbi, le remore sono solo e soltanto lamentazioni di carattere fiabesco e non più, nemmeno, di natura poetica. Se ne deduce che bisogna tuffarsi nella vita reale e quotidiana, in quella materiale degli oggetti di consumo e di uso, in tutti gli strumenti per le nostre operazioni e attività. In questi decenni si è constatata una divaricazione fra ciò che esiste nella nostra esperienza e ciò che esiste nel pensiero, quando fantastichiamo, quando immaginiamo, quando esprimiamo sentimenti, quando scriviamo, ecc. Da una parte le azioni hanno il loro riquadro, le loro quattro pareti, i luoghi degli avvenimenti, ma questi luoghi e questi ambienti e questi giardini e queste stanze e questi alberi e questi mari e questi panorami (tutto ciò che Mario Gabriele evoca nei suoi distici) e questi confratelli non corrispondono più all’esperienza che li ha elaborati e che ancora permangono nella fantasia e nell’immaginario collettivo. Infatti, la letteratura, ha nell’alfabeto il proprio sistema immunitario: intercetta la vita, prima, poi l’attacca e la porta sulla pagina.

    Chi scrive annulla la vita, creando poi l’illusione che sia la vita all’ennesima potenza sprigionata in chi legge. Vedasi i suggerimenti di Linguaglossa in margine e a commento dell’opera di Mario Gabriele quando afferma che abbiamo bisogno di liberare la poesia e di fondare nuovi rapporti: “la nostra petizione di una nuova ontologia è quindi petizione per una nuova polis, per nuove leggi e per nuovi cittadini”. Anche qui ne consegue che noi non dovremmo annullare la vita, ma approfondirne la portata, non dico il senso, ma le sue latitudini… E magari urlare come Munch nel momento in cui gli pare di essere sommerso dal sangue dell’orizzonte e della natura. In quell’ urlo, ha suggerito qualcuno, c’è anche l’impossibilità del dire, sia dell’inizio che della fine, ma è anche l’urlo di chi esiste ed è vivo, indipendentemente dal passato e dal futuro.
    Quella bocca spalancata manifestando “l’impossibilità di ogni dire; o anche la radicale impotenza” di ogni discorso, testimonia ciò che abita dentro ogni poeta prima della parola. Così tutta la poesia umana, diventata discorso, non fa altro che tradire il nostro urlo aurorale. Ma questa impossibilità di dire perché collegarla solo all’uomo e non anche alle sue macchine?

    Ovvero, io considererei quel fantasma di Munch come il prolungamento dell’uomo che è stato “passato” e si appresta ad essere “futuro”, ma sempre con i piedi nel presente: ovvero un uomo qualunque, un oggetto tra gli oggetti, una macchina fra le macchine…
    Chiudo, congratulandomi per la bella pagina di analisi estetica di Giino Rago sui distici di Mario Gabriele, e come al solito, postando l’ultima situazione in cui è venuto a trovarsi Jerry.

    Le ginestre

    Si mise il pennello nell’occhio destro.
    La Madre lo colse sul fatto.
    -Perché vuoi accecarti, Figlio mio?
    Il Figlio rimase perplesso.
    La intravedeva ancora con l’occhio sinistro.
    Allora prese un altro pennello e lo ficcò dentro l’occhio sinistro.
    -Perché sei cieco, Figlio mio?
    -Per vedere il resto del mondo!
    Le rispose il Figlio,
    continuando a dipingere un cespuglio di ginestre.

    Giuseppe Gallo

    • mariomgabriele

      Quando si fanno questi rapporti di ampia angolatura, con riflessioni plurioculari sul mondo, non si può che rimanere legati alla traccia della lettura. L’esame di eventi e comportamenti che ne fa Giuseppe Gallo, è senza dubbio di grande interesse, perchè analizza dati che portano ad una revisione e verifica del proprio Essere, prigioniero delle reti politico- economiche del nostro sistema mondiale, dove il ridimensionamento dei rapporti umani si minimizza ad ogni evento, il Covid 19 ne è un esempio.

      Ecco, allora che contro questo stato di cose, si può benissimo aprire l’audium della nostra vita, accelerandone i decibel, e gli orizzonti presenti e futuri, fuori da ogni indebolimento del nostro essere, rispetto ad una nuova differenza ontologica, dove se il RE è caduto, bisogna trovare la Verità nel quotidiano, senza ricorrere a supporti allucinogeni della realtà, che va ogni volta esaminata a fondo, in base alla sua evoluzione.

      In questa accurata analisi pluridimensionale esposta da Giuseppe Gallo, ogni strofa andrebbe validata e accettata, per questo ho tentato di evidenziarne il senso ringraziandolo della specifica attenzione, così come pure per Gino Rago, che ha fatto una accurata esegesi della mia poesia, esaminata a fondo e con molta attenzione, così come ha fatto, con grande esperienza ermeneutica, Giorgio Linguaglossa. Un grazie sincero a tutti voi.

  6. Giuseppe Gallo

    Gent,mo Mario Gabriele, dovrei essere io a ringraziare te per la poesia che promani…
    Con profonda stima… a presto!
    Giuseppe Gallo

  7. Cari Ewa Tagher, Giuseppe Gallo e Mario Gabriele,

    l’epoca del liberalismo democratico corrisponde ad una forma di poiesis nella quale lo scrittore, l’artista o creatore (parola da prendere con doppie pinze) esternava la sua, diciamo, visione del mondo o, più semplicemente, delle cose. Bene, quest’epoca è finita. Chiusa. La concessione che ha fatto il liberalismo democratico a ciascuno di dire e fare quello che voleva è sfociato nel postruismo, nel populismo e nel banalismo. Quel tipo di poiesis è diventata oggi una apologia delle cose come sono.
    Leggiamo una poesia di un autore che ha pubblicato tutti i suoi libri nella collana bianca Einaudi:

    Avrebbe minacciato un benzinaio
    con la pistola carica
    di un proiettile d’oro.
    Cineasta e poeta, orafo e orco!
    Ma cosa contestare a quest’accusa,
    l’arma o la sua pallottola?
    Cosa rivendicare,
    santa Romana Chiesa o l’usignolo?
    Quel colpo mai sparato
    traversa la sua opera
    piegandola ad un duplice ossimoro,
    fantastico e fantasma
    di violenza e pietà,
    di sangue e alloro.

    Si tratta di un commento, di una libera glossa, come si conviene all’epoca del liberalismo. Un commento dove il «poeta» fa mostra della sua intelligenza causidica e didattica che finisce non si capisce bene con quale messaggio bonifico o bonificato, tanto è gratuito e confuso.
    Bene. Oggi una poesia di questo tipo è semplicemente postruismo. Apologia del banale, quel banale che l’ideologia del liberalismo ha insufflato in ogni dove.
    Io sono dell’opinione che questo tipo di poiesis possa essere rubricata nel truismario e nello sciocchezzaio senza reticenza alcuna.

  8. Un profondo rispetto. nel divieto di decesso. nel divieto.
    gli occhi stanchi anche nei giardini.
    quelle le mani si riposero delicatamente
    in un astuccio di pelle. con le stesse parole,
    quante parole che ancora addormentano.
    ben presto con un vento meccanico, Jerry
    ripresero la scorciatoia.
    si introdussero nei precipizi della corrente,
    negli ingranaggi,
    dentro i container
    annidandosi.
    [“continuando a dipingere un cespuglio di ginestre.”]

    “continuando a dipingere un cespuglio di ginestre.”

    (Leggendo Gallo ho trovato la copertina, finalmente, di “compostaggi”).
    immagine a tutta pagina di container coloratissimi.).

    Grazie Ombra.

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