Poesia in dialogo Gino Rago, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Alfonso Cataldi, Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 11

frrrrr [rumore di fondo] frrrrr
lo specchietto retrovisore!, guardo sempre dietro…
per andare avanti…

«… Pronto, pronto?
non riesco a venire cara, ho bucato la gomma…
sì, sono qui al cellulare… sulla circonvallazione, sotto il cavalcavia…
mi aspetti?, vai di fretta?, sono qui,
all’Autogrill…»

– frrrr, rumore di motocicletta – «no, no, è una voce fuori campo,
non è nulla, un’ interferenza…».

«Dicevi, amore?, dicevi qualcosa?, ah, sì,
che hai bucato una gomma?».

«Qualcosa resiste. Qualcuno si rifiuta di rispondere…»
Ewa Tagher scrive: «È il paradigma del mondo che si è spento»

«Non sono dentro.
E non sono neanche fuori, mi sono detta ,
non sono né dentro né fuori ma in entrambe queste dimensioni,
all’interno e all’esterno.
È strano, improvvisamente mi sono vista dal
di fuori e dal di dentro,
ma come in uno specchio, con le immagini rovesciate».

«Sì cheri, ho bucato la gomma, un chewing gum, non so,
qui, sotto la scarpa,
un chiodo nella gomma…».

“La piscina”, un film del 1969 con Romy Schneider e Alain Delon.
In un fotogramma c’è Madame Colasson di profilo
che impugna un revolver a tamburo con il manico di madreperla.
Parte un colpo che colpisce lo stipite di una finestra,
rimbalza su un elefante di cristallo posato sul comò
e attinge il commissario Marsanier di Marsiglia che indaga sul delitto,
ma di striscio, perché va a finire sul lampadario di cristallo
che brilla per un attimo,
prima
della totale oscurità.

«È che cammino male, cheri, con i tacchi a spillo…
sai, sono serena, in fin dei conti…
mi sono detta: non posso tenere due porte aperte, contemporaneamente,
non posso stare dentro e fuori contemporaneamente…
devo scegliere, cheri, o l’una o l’altra…
una porta, o l’altra.

Dico, la devo chiudere… devo chiuderla… capisci?, o forse aprirla!,
dicevi questo?,

Dicevi questo, tu?».

Marie Laure Colasson

Sapessi, caro Giorgio,

quanti uomini ho ucciso senza volerlo, anche senza tacchi a spillo, questa pistola di madre perla ha dei movimenti inconsiderati, a Saint Tropez, in questa villa non sono mai stata una santa, s’intende, ma un fotogramma delatore mi ha denunziato. E questo sul serio l’ammazzo !

da Les choses de la vie

28.

Un trou dans un drap violet
Beckett soliloque sur l’absurdité

Un seul doigt court dans le parc
Un cerveau crible les souvenirs toxiques

Le poète de sept ans mord les fesses de la petite Sauvage
“il n’aimait pas Dieu”

Eredia retrouve sa crinoline et son bustier
Beethoven refuse le vide du silence

Beckett danse avec Eredia sur l’Appassionata
la blanche geisha fixe James Joyce

Marie Laure dissimule Rimbaud Beckett James Joyce
dans son sac crocodile

Eredia et la blanche geisha s’échangent
leurs habits le temps d’une journée

*

Un buco in un lenzuolo violetto
Beckett strologa sull’assurdità

Un solo dito corre nel parco
un cervello setaccia i ricordi tossici

Il poeta di sette anni morde le natiche della piccola Selvaggia
“il n’aimait pas Dieu”

Eredia ritrova la sua crinolina e il suo busto
Beethoven rifiuta il vuoto del silenzio

Beckett danza con Eredia sull’Appassionata
la bianca geisha fissa James Joyce

Marie Laure dissimula Rimbaud Beckett James Joyce
nella sua borsa coccodrillo

Eredia e la bianca geisha si scambiano
gli abiti per il tempo d’una giornata

http://www.mymovies.it/streaming/wide/

Giorgio Linguaglossa

cara Marie Laure Colasson,

stanza n. 11 è una poesia cresciuta piano piano, un fotogramma dopo l’altro, di elementi eterogenei, frutto di interferenze, di fari abbaglianti. Ricordo che le interferenze sono preziosissime per la poesia della nuova ontologia estetica perché contribuiscono a decostruire il «significato» e i «significati» della poesia della antica ontologia del novecento. La decostruzione è già di per sé una strategia di costruzione.
Ho inserito oggi la parte riguardante il film “La piscina” del 1969 al quale tu hai partecipato con una particina che però non ho trovato su youtube. Il film è diventato un cult degli anni sessanta, ma l’ho ripreso come citazione e interferenza in una poesia in forma di colloquio telefonico interrotto da altre interferenze e stralci di ricordi personali.

Lo stesso Covid19, la pandemia determinata dal virus, può essere considerato una figura di interferenza che va a scompaginare come una minuscola impercettibile perturbazione l’ordine razionale dell’economia capitalista globale facendo così precipitare l’Occidente e il mondo intero in una recessione improvvisa e imprevedibile.
Quindi quello che «narra» la poesia si può dire che è l’Evento di una «interferenza», o di più «interferenze» che si dipanano per ondate successive e determinano una serie di perturbazioni del sistema globale.

E questo è nient’altro che il procedimento della nuova ontologia estetica, come tu ben sai.

Gino Rago

(una bozza di risposta a Un cocon de bave dorée di Milaure Colasson e a Stanza n. 77 di Giorgio Linguaglossa)

Storia di una pallottola 4

Il tavolo verde da biliardo. Il lampadario brilla.

ll commissario gioca senza stecche con la blanche geisha.

M.me Hanska fa il doppio gioco.
Negli ambienti dello spionaggio il suo nome è Block.

Il commissario interroga il poeta Giorgio Linguaglossa,
(Spartaco per gli amici)
direttore del Servizio informazioni riservate di via Gaspare Gozzi.

Un nano gobbo, un lituano, getta perle ai maiali.
Ha assunto alle sue dipendenze un altro nano, lo chiama Covid19.

Entra Madame Colasson con la sua birkin,
una rosa gialla tra i capelli, una sciarpa di seta al collo.
Profumo Chanel n. 5. Maquillage. Veletta noire.

Una pallottola calibro 7.65 percorre il tragitto orizzontale
e attinge il nano Covid19.
Un foro nella tempia. Il commissario Ingravallo

interroga il poeta. Dice: «È lei l’assassino».

C’è Ian Fleming sul set. Sta girando “Dalla Russia con amore”.
Fa ingresso Block che grida “Banque ouverte!”.

Dal revolver con il manico di madreperla parte una pallottola.
percorre un tragitto orizzontale e colpisce un manichino

del negozio di abbigliamento di via Sistina n. 33. A Roma.
Il nano gobbo perde cinquantamila dollari al Casinò…

Poi non ricordo più nulla.
Ricordo però che la pallottola di Madame Colasson

ha bruciato i capelli del nano ed è andata a finire a Milano
dove abita il mediocre poeta degli aggettivi facili.

Il colpo fa alzare in volo i gabbiani sul Tevere
e i cinghiali a Monte Mario lasciano gli immondezzai…

Milaure Colasson

Ho potuto apprezzare sia la concisione della poetica di Luciano Nota che i commenti fatti da tutti voi, ma andrò dritto dritto alla storia della quarta pallottola di Gino Rago che è piena di folle immaginazione, uno scenario libero di tutte le solite convenzioni. Madame Colasson mi appare molto sofisticata e questo mi piace ma è maledettamente maldestra, il che me la rende atrocemente simpatica.
Gino, un enorme piacere nel seguire le tue poe”z”ie , e te ne ringrazio.
Milaure

 

Finiamola con questa storia, che a Milano
poeti mediocri scrivano versi con aggettivi facili.

E che solo a Roma, perché piena di cinghiali
e gabbiani sul Tevere, lì soltanto ci si possa riposare

sugli allori, un giorno sì e una notte no; come conviene,
se si è poeti di avanspettacolo, entraîneuse e figli

di pettute buonedonne felliniane, assetati d’amore
peggio di Vaclav Fomič Nižinskij, il ballerino

che vedeva se stesso danzare mentre danzava.

Oh, sante sere ai Navigli! Che ne sanno a Roma
di pallottole e malavita? A Milano i poeti scrivono,

un tot a parola, ma mica li ammazzano, i poeti
a Milano. A Milano, su marciapiedi, fanno carriera.

Se fai carriera stai davanti a tutti. Donne e uomini
ti corrono dietro, con paroline perbene e, certo,

con aggettivi itec per ferrotubi della finanziaria
dove mammole sempre all’erta, culo stretto

e mamma non vuole, si trattano fra di loro
come vermigli su balconi al bagnasciuga. Altro che

sonnolente astrazioni al piè di porco e grappoli
d’uva, succosi versi e ballate oltre-ticinesi, a Varsavia

con amore; nel mentre che cascano dal divano,
e solo per raccogliere il fazzoletto!

Giuseppe Gallo

Scrive Giorgio Linguaglossa:

«…Non sono dentro.
E non sono neanche fuori, mi sono detta ,
non sono né dentro né fuori ma in entrambe queste dimensioni,
all’interno e all’esterno.
È strano, improvvisamente mi sono vista dal
di fuori e dal di dentro,
ma come in uno specchio, con le immagini rovesciate».

Sembra che questo sia, ormai, il nuovo “paradigma del mondo che si è spento” come suggerisce Eva Tagher. Il dentro, il fuori, il presente che li contiene entrambi, la nostra voglia di rovesciare tutto, metafore ed immagini, tecnologia, biologia, ecc…. per una boccata di ossigeno.
Purtroppo, bisogna fare i conti con tutto ciò che sta avvenendo…
“L’UMANESIMO MILITANTE”, evocato da Gino Rago, ha bisogno di fare i conti con la Tecnologia. Prima o poi bisognerà trovare un modo per mediare tra le due istanze.
Ecco cosa accade a Mary, in uno di questi nostri giorni di “prigionia”

Da un giorno all’altro

Era un giorno come un altro…
la Madre, annoiata più del solito,
afferrò quel giorno
e lo rivoltò come fosse un blue-jeans di Jerry.
Ciò che era fuori lo ficcò dentro
e ciò che era dentro lo portò fuori.
Il giorno dentro scomparve del tutto;
e gli altri giorni, tornati alla luce,
andarono a fare compagnia ai giorni che Mary aveva vissuto.
Così, da un giorno all’altro,
Mary si ritrovò con il doppio degli anni.
Il Marito non la riconobbe più.
-Sei sicura d’essere sempre la mia Mary?
Anche Jerry era perplesso.
-Secondo me è la nonna! Propose il Figlio al Padre.
-Forse è un miracolo! Suggerì la Figlia.
Mary, inquieta, non sapeva cosa dire
e si trascinava dal bagno alla camera da letto.
Poi Jerry la vide curva sul sofà.
Con le forbici in mano.
Che sfrangiava i suoi jeans.
Alla ricerca dell’unico giorno che le mancava.

Alfonso Cataldi

Qui ed ora

L’ultimo gradino della scala
ha esaudito ogni sconcerto

ancora prima di essere calcato
la costipazione delle ugole

ha tradito il libeccio degli incarnati.
Che sia l’orfanotrofio prematuro di un dio dato

a determinare il tacco della sofferenza
l’indice ritratto di rancore

qui ed ora un passo indietro
del suo impostore

la sindrome rispetti
dietro le sventurate diplomazie da TG.

Il clavicembalo riordina svolazzi di fortuna
dal teatro escono due accordi semplici alla volta

li attende un piazzale svuotato di anticorpi
i taxi sono diretti al litorale più vicino.

Dove si annida la conferenza stampa
sulla necessità del lungo viaggio?

L’ospitalità è un fatto di ordinaria immaginazione.
Lo strano pupazzo si fa vivo

raccoglie dall’isolamento un racconto borderline.

8 commenti

Archiviato in nuova ontologia estetica, Senza categoria

8 risposte a “Poesia in dialogo Gino Rago, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Alfonso Cataldi, Giorgio Linguaglossa

  1. Agota Kristof

    Lentamente la porta si è aperta e le mie mani abbandonate hanno sentito con terrore il pelo serico e dolce della tigre.
    – Musica! – Ha detto. – Suoni qualcosa. Al violino o al piano. Meglio al piano. Suoni!
    – Non sono capace, – ho detto. – Non ho mai suonato il piano in tutta la mia vita, non ho nemmeno un pianoforte, non l’ho mai avuto.
    – In tutta la sua vita? Che sciocchezza! Vada alla finestra e suoni!
    Davanti alla mia finestra c’era un bosco. Ho visto gli uccelli riunirsi sui rami per ascoltare la mia musica. Ho visto gli uccelli. Le piccole teste inclinate e gli occhi fissi che guardavano da qualche parte attraverso di me.
    La mia musica si faceva sempre più forte. Diventava insopportabile.
    Un uccello morto è caduto da un ramo.
    La musica è cessata.
    Mi sono voltato.
    Seduta in mezzo alla camera, la tigre sorrideva.
    – Per oggi basta, – ha detto. – Dovrebbe esercitarsi più spesso.
    – Sì, glielo prometto, mi eserciterò. Ma attendo visite, lei capisce, per favore. Essi, loro, potrebbero trovare strana la sua presenza qui, a casa mia.
    – Naturalmente, – ha detto sbadigliando
    A passi felpati ha varcato la porta che subito ho richiuso a doppia mandata dietro di lei.
    Arrivederci, mi ha gridato ancora.*

    *Agota Kristof, Hier, 1995 Editions du Seuil, Paris, tra. it. Ieri, Einaudi, Torino, 1997, pp. 3,4

  2. gino rago

    Storia di una pallottola 5

    Qui Radio Londra. Da domani si chiude.
    Trasmettiamo gli ultimi messaggi

    Le nespole dell’antologia poesia al tempo del COVID-19
    a Via Pietro Giordani sono mature.

    Felice a Milano non è felice. I gabbiani sono tutti nel nido.
    Milton urla dal Paradiso Perduto:
    «È inferno. Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

    L’agente Popov svela il rapporto al Comitato di Liberazione della poesia.
    M.me Colasson ha confessato:
    « Anch’io nei versi mischio tempi e luoghi,
    intreccio storia e geografia, poeti vivi, poeti morti,
    poeti contigui alla nuova poesia. Anne Sexton parla con Goethe,
    Marina Cvetaeva con Dino Campana.
    Che dire di uno che incontra l’alcol a quindici anni,
    le droghe a diciotto, la morte a trentadue?».

    A Berlino uno scrittore cerca qualcosa,
    con lo sguardo fruga dappertutto. Il poeta-indovino gli si accosta :
    «Ti ho letto dentro: il vuoto sa difendersi, ripudia le torture delle forme.
    Tu cerchi una traccia, forse un segno della protagonista del tuo romanzo.
    Ma lei non ha lasciato tracce.
    Tutto di lei è rimasto in quel vagone del treno blindato
    che trasportava Lenin verso Mosca».

    Un clochard-capelli-bianchi pronuncia un nome: «Ravensbrück».
    Wolfgang vacilla:«Nessuna tornò da quel campo…
    Nemmeno mia madre».

    A Via delle Ciliegie Kavafis trita semi di acero sull’asfalto,
    Un angelo zoppica.

    Il vice-questore irrompe nella stanza:«M.me Colasson,
    La quarantena non è finita, Lei è senza autocertificazione.
    Apra la Sua borsetta. Che dichiara».

    «Perle, bottoni. bracciali, coriandoli, una pipa e una pistola».

    Parte una pallottola tracciante, entra nel commissariato.
    Fuga generale. Dei presenti nella stanza si perdono le tracce.

    Ecco perché Cogito non è mai tornato.

    *
    Seconda versione

    Storia di una pallottola 5

    Qui Radio Londra. Domani si chiude.
    Trasmettiamo gli ultimi messaggi.

    Il Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani è in subbuglio.
    Alcune poesie dell’antologia “Poesia al tempo del COVID-19”
    sono state trafugate.

    Felice a Milano non è felice. I gabbiani sono tutti nella discarica,
    i corvi saltellano tra i cassonetti della immondizia.
    Milton urla dal Paradiso Perduto:
    «È inferno. Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

    L’agente Popov svela il rapporto al Comitato di Liberazione della Poesia.
    Madame Colasson ha confessato:

    « Anch’io nei versi adultero tempi e luoghi,
    storia e geografia, poeti vivi, poeti morti, poeti contigui alla nuova poesia.
    Anne Sexton discute con Goethe, Marina Cvetaeva
    con Dino Campana.
    Che dire di uno che incontra l’alcol a quindici anni,
    le droghe a diciotto, la morte a trentadue?».

    A Berlino uno scrittore cerca qualcosa negli uffici della “Exberliner Magazine”.
    Con lo sguardo fruga dappertutto.
    Il commissario Ingravallo gli si accosta.

    «Ti ho letto dentro.
    Il vuoto sa difendersi, ripudia la tortura delle forme.
    Tu cerchi una traccia, un segno della protagonista del tuo romanzo.
    Ma lei non ha lasciato tracce.
    Tutto di lei è rimasto in quel vagone del treno blindato
    che trasportava Lenin verso Mosca.
    C’era anche un certo Cogito, se non sbaglio, su quel treno.
    Ecco perché Cogito non è mai tornato».

    Un clochard-capelli-bianchi pronuncia un nome: «Ravensbrück».
    Wolfgang vacilla: «Nessuna tornò da quel campo…
    Nemmeno mia madre».

    Via delle Ciliegie, Kavafis trita semi di acero sull’asfalto.
    Un angelo zoppica.

    Il vicequestore irrompe nella stanza: «Madame Colasson,
    La quarantena non è finita, Lei è senza autocertificazione.
    Apra la Sua borsetta. La dichiaro in arresto».

    «Perle, un bottone, una cartolina di Derrida, bracciali, coriandoli, una pipa
    e un revolver a tamburo con il manico di madreperla».

    Parte una pallottola tracciante.
    Esce dal set del film “La piscina” con Alain Delon e Romy Schneider
    ed entra nel commissariato della Garbatella.
    Ma poi ci ripensa e torna indietro, verso la sua legittima proprietaria,
    nella borsa Birkin di Madame Colasson.

    Dei protagonisti presenti e assenti si perdono le tracce.
    Il Covid19 saltella per la Berlinerstrasse.
    Entra il commissario con l’impermeabile blu. Esce Madame Colasson
    con la collana di perle…

    • gino rago

      AUTOCRITICA

      Cosa si è messo in moto dentro di me tra la prima versione e la seconda di
      Storia di una pallottola 5?
      Un bisogno di miglioramento di stile, una presa di coscienza di necessità di intervento sull’economia estetica generale della Prima versione del polittico, strofa dopo strofa.

      Quale è stata la spinta catalitica sulla cinetica della revisione del testo e del conseguente passaggio dalla prima versione alla seconda?
      La lettura e la ri-lettura, fra smarrimento e ammirazione, del brano-racconto breve di Ágota Kristóf, (tratto da Hier, 1995, Editions du Seuil, Paris,- Ieri, Einaudi, Torino, 1997, pp. 3,4), proposto da Giorgio Linguaglossa con ottima scelta di gusto estetico-stilistico.

      Uno stile asciutto, senza fronzoli né arabeschi, senza fughe verso il vuoto del barocchismo da quattro soldi fitto di aggettivi e di sintagmi preposizionali, con tutti i limiti del truismario d’accatto.

      Uno stile essenziale che fa dell’opera di Ágota Kristóf un modello esemplare di scrittura in tutta la letteratura d’occidente del secondo Novecento in cui si esprime tutto lo smarrimento dell’uomo post-bellico europeo.

      Quanti sono in grado di conversare alla pari con una tigre esperta di musica?
      E’ assurdo, ma verosimile.

      Come assurda ma verosimile è la pallottola tracciante che inverte la sua corsa per fare ritorno nella birkin della Colasson…

      Forse soltanto il Bulgakov del grottesco e del fantastico e il Gadda del miglior espressionismo linguistico del dottor Ciccio Ingravallo, del commissariato di polizia di Santo Stefano del Cacco, collocherei accanto ad Ágota Kristóf di “Ieri”.

      Una grande lezione di stile, come quella del commissario Ingravallo che con il suo ‘pasticcio’ linguistico si fa icona indiscutibile del pasticciaccio italiano senza fine, senza sbocchi…

      Gino Rago

      • milaure colasson

        ;Caro Gino ti posso fare solo dei complimenti , come d’altrettante a Giorgio Linguaglossa,alla lettura di Agota Kristof come alla poesia di lucio Mayoor Tosi ; vi ringrazio per il vostro modo personale di scrivere che mi riempie di un folle piacere nel sapere che esistete .
        La mia rivolta di madre perla rimane nella birkin e la collana di perla per amore di Vermeer delicatamente orna il mio collo
        Un vivo saluto milaure

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/28/poesia-in-dialogo-gino-rago-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-63787
    Scriveva T.S. Eliot a proposito della poesia di Marianne Moore:

    «È possibile prevedere la gloria futura di un poeta?Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione.
    Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto da un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.

    Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.

    Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo – si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina».

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/28/poesia-in-dialogo-gino-rago-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-63789
    Retrospettiva sulla poesia-polittico

    … la «nuova ontologia estetica» sostenuta da alcuni poeti riuniti sotto l’egida dell’Ombra delle Parole, intende il polittico di immagini e la poesia-polittico come un work in progress della fortune-telling book, un coacervo di bisbidis di quisquilie e di filosofemi, di post-it, di appunti sul recto di cartoline postali, di poscritti su attaches, di appunti persi e poi ritrovati. Sembra pleonastico dirlo ma è bene ricordarlo: ad ogni nuovo concetto di immagine corrisponde un nuovo concetto di arte.

    «Ciò che preferisco nella cartolina, è che non si sa ciò che è davanti o ciò che sta dietro, qui o là, vicino o lontano, il Platone o il Socrate, recto o verso. Né ciò che importa di più, l’immagine o il testo, e nel testo, il messaggio, la legenda, o l’indirizzo. Qui, nella mia apocalisse da cartolina, ci sono dei nomi propri. S. e p., sull’immagine, e la reversibilità si scatena, diventa folle – te l’avevo detto, la folle sei tu – a legare. Tu travisi in anticipo tutto quello che dico, non ci capisci niente, ma allora niente, niente del tutto, o proprio tutto, che annulli subito, ed io non posso più smettere di parlare.
    Si è sbagliato o non so cosa, questo Matthew Paris, sbagliato di nome come di cappello, piazzando quello di Socrate sulla testa di Platone, e viceversa? Sopra i loro cappelli, piuttosto, piatto o puntuto, come un ombrello. In questa immagine c’è qualcosa della gag. Cinema muto, si sono scambiati l’ombrello, il segretario ha preso quello del padrone, il più grande, tu hai sottolineato la maiuscola dell’uno la minuscola dell’altro sormontata ancora da un piccolo punto sulla p. Ne consegue un intrigo di lungo metraggio. Sono sicuro di non capirci niente di questa iconografia, ma ciò non contraddice in me la certezza di aver sempre saputo ciò che essa segretamente racconta (qualche cosa come la nostra storia, almeno, un’enorme sequenza dalla quale la nostra storia può essere dedotta), ciò che capita e che capita di sapere. Un giorno cercherò quel che c’è successo in questo fortune-telling book del XIII, e quando saremo soli, ciò che ci aspetta.

    […]

    Il racconto letterario è un’elaborazione secondaria e, perciò, una Einkleidung, si tratta della sua parola, una veste formale, un rivestimento, il travestimento di un sogno tipico, del suo contenuto originario e infantile. Il racconto dissimula o maschera la nudità dello Stoff. Come tutti i racconti, come tutte le elaborazioni secondarie, esso vela una nudità.
    Ora qual è la natura della nudità che in tal modo ricopre? È la natura della nudità: lo stesso sogno di nudità ed il suo affetto essenziale, il pudore. Poiché la natura della nudità così velata/disvelata è che la nudità non appartiene alla natura e che possiede la propria verità nel pudore.
    Il tema nascosto de I vestiti nuovi dell’imperatore [fiaba di Andersen] è il tema nascosto. Ciò che l’Einkleidung formale, letterario, secondario vela e disvela, è il sogno di velamento/disvelamento, l’unità del velo (velamento/disvelamento), del travestimento e della messa a nudo. Tale unità si trova, in una struttura indemagliabile, messa in scena sotto la forma di una nudità e di una veste invisibili, di un tessuto visibili per gli uni, invisibile per gli altri, nudità allo stesso tempo apparente ed esibita. La medesima stoffa nasconde e mostra lo Stoff onirico, vale a dire anche la verità di ciò che è presente senza velo.»1

    Rappresentazione o Metarappresentazione?

    Se penso a certe figure della nostra, mia poesia: il Re di Denari, il Re di Spade, l’Otto di spade, il Cavaliere di Coppe, Madame Hanska, Cogito, K. etc.; se penso a certi ritorni di figure di interni di certe poesie di Mario M. Gabriele o a certi personaggi parlanti della poesia di Francesco Paolo Intini (Faust, Mefistofele etc.) o di Giuseppe Talìa (Germanico) che si ritrovano e si rincorrono da un libro all’altro non posso non pensare che tutte queste figure non siano altro che Einkleidung, travisamenti, travestimenti, maschere di una nudità preesistente, di una nudità primaria, indicibile, della scena primaria, della scena secondaria che richiama inconsciamente la scena primaria che non può essere descritta o rappresentata se non mediante sempre nuovi travestimenti, travisamenti, maschere, sostituzioni. Si ha qui una vera e propria ipotiposi della messa in scena della nudità primaria fatta con i trucchi di scena propri della messa in scena letteraria. E se questo aspetto è centrale in tutta la nuova ontologia estetica, una ragione dovrà pur esserci. Chiedo: siamo nella rappresentazione o nella meta-rappresentazione?

    Che cos’è il «poetico»?

    Si può affermare che la verità del testo è il «poetico»? E che il «poetico» sia il contenuto di verità di un testo?

    La verità del testo o il testo della verità? Questo è il problema? Qual è lo statuto di verità che si propone la poesia? Pensi che la poesia vada verso un tipo di scrittura ipoveritativa?. La posta in gioco qui è molto alta: nientemeno che lo statuto di verità del discorso poetico non più fondato su una epifania e semantica del linguaggio, ma sul suo fondo veritativo, sul fondo veritativo che, ad esempio, la psicanalisi freudiana chiama la «scena primaria».

    «A voler distinguere la scienza dalla finzione, si sarà infine ricorso al criterio della verità. E a domandarsi “che cos’è la verità”, si tornerà molto presto, al di là dei turni dell’adeguazione o dell’homoiosis, al valore di disvelamento, di rivelazione, di messa a nudo di ciò che è, come è, nel suo essere. Chi pretenderà da allora in poi che I vestiti non mettano in scena la verità stessa? la possibilità del vero come messa a nudo? e messa a nudo del re, del maestro, del padre, dei soggetti? E se l’imbarazzo della messa a nudo avesse qualche cosa a che vedere con la donna o con la castrazione, la figura del re interpreterebbe in questo caso tutti i ruoli.
    Una “letteratura” può, dunque, produrre, mettere in scena e davanti a qualcosa come la verità. È dunque più potente della verità di cui è capace. Una “letteratura” simile si lascia leggere, interrogare, anzi decifrare a partire da schemi psicoanalitici che siano di competenza di ciò che essa produce da sé? La messa a nudo della messa a nudo, come la propone Freud, la messa a nudo del motivo della nudità così come sarebbe secondariamente elaborato o mascherato (eingekleidet) dal racconto di Andersen…».2

    L’incasellamento dei versi

    Lucio Mayoor Tosi afferma che con il distico sembra che i versi vengano ad «incasellarsi» in uno schema metamorfico che sarebbe il «polittico». Ed è vero, penso anch’io che il distico imponga, inconsciamente o consciamente, una ferrea disciplina all’autore; richieda un cambio di passo. Ecco il punto: il passo e il cambio di passo. Una poesia che non abbia in sé un «passo» e un «cambio di passo», è una poesia polifrastica generica come se ne legge a miliardi di esemplari. È il «passo» che detta il ritmo, e il ritmo detta il tipo di versificazione, non viceversa.
    Prima viene il «soggetto polittico», bisogna lavorare sul «soggetto molteplice e moltiplicato», e solo in un secondo momento si potrà adire alla «poesia polittico», se è vero che la crisi del logos è la crisi del soggetto, è da qui che bisogna ripartire, è questo il luogo su cui occorre lavorare.

    Lucio Mayoor Tosi scrive:

    «Esserci e perdersi vanno di pari passo. Il logos abita il divenire, che è divenire tempo. Nel divenire, «Madame Hanska scrive una lettera al suo amante» (…) «ho tanto da dirti, / ma tutto dovrà stare qui nello spazio di questa / cartolina…». Il destinatario leggerà come districando una ragnatela; tutto sta nel fare in modo che i fili siano argentati, e/o conduttori di energia, perché l’essere non è oltre il pensare, l’ente, ma è il pensare stesso. Mentre Heidegger pensava l’ente, l’ente se ne stava pensato in quella strana maniera, propria di Heidegger».

    La «struttura a polittico» è, di fatto, una struttura circolare. Se esaminiamo il primo verso della mia poesia polittico, c’è scritto:

    Madame Hanska scrive una lettera al suo amante,
    Albert Montgomery…

    Quindi, si tratta di una lettera che Madame Hanska scrive ad un suo amante usato per tradirlo, trafugare dei segreti militari per passarli poi ai tedeschi. Penso che la poesia narri, con le categorie lacaniane, la struttura della fuga del significante dal significato e del significato dal significante (lo spostamento del segreto da una parte all’altra dei contendenti esemplifica come la trasmissione di un messaggio equivale alla trasmissione di un significante da un referente all’altro, da un ambito all’altro). Infatti, il primo verso dell’ultima strofa capovolge l’account, ribalta i piani immaginativi e simbolici, sarà un altro amante di Hanska, il principe di Homburg a scrivere una lettera a lei indirizzata:

    Adesso è il suo amante, il principe di Homburg,
    che scrive una lettera…

    E qui il cerchio si chude. Hanska è il significato dei due significanti (dei due amanti); Hanska, come soggetto significato, è il prodotto della collisione divergenza dei due significanti (dei due amanti); e la storia, o meglio le storie che si incapsulano e si incasellano l’una dentro l’altra, o meglio, l’una fuori dell’altra, (assume) assumono la veste del significante che indica sempre qualcosa d’altro in quanto la legge del significante è che «manque à sa place», manca di un luogo, ed è costretto a peregrinare da un luogo ad un altro, da una storia ad un’altra alla ricerca di un significato-senso.

    La poesia-polittico è dunque una costruzione complessa e niente affatto gratuita, non si dà gratis come la poesia monologo della tradizione novecentesca.

    Scrive Lucio Mayoor Tosi:

    «Oh oh, avevo ben capito che Madame Hanska era di filo argentato (e conduttore, soggetto e fonte di energia). Ma ora che comprendo l’architettura della ragnatela, del componimento – sulla poesia non discuto, figure alate e cavalieri piacciono anche a me; e il valore umano, diciamo pure terrestre, il pathos – ora, con la giusta distanza, anche questa cinematografia complessa, il polittico, mi diventa trailer di lungometraggio (di nostra poesia, in quanto trailer è frammento di). Beh, non vedo come si possa scrivere diversamente, se non abbandonando il secolo appena trascorso e le sue macerie».

    L’andatura atetica della «nuova poesia»

    è fatta di vacillamenti, di zoppicamenti, di passi all’indietro (ma verso dove?); un passo in avanti e due all’indietro. Si va per passi laterali, per tentativi, per scorciatoie, per smottamenti laterali, e ribaltamenti e ritrosie, per tracciamenti di sentieri che si rivelano Umweg e ritracciamenti all’indietro, di lato… È che non essendoci più una fondazione sulla quale fondare il discorso poetico, anch’esso se ne va ramengo, senza un mittente e senza un destinatario, contando unicamente sulla destinazione: si invia, si destina qualcosa a qualcuno pur sapendo che non giungerà nulla a nessuno, la destinazione è priva di destino, si vive alla giornata seguendo il Principio Postale, la spedizione della cartolina, delle cartoline.

    Il «polittico» è una sommatoria di cartoline,

    di invii, di rinvii, di post-it, di scripta improvvisati. Si tratta di un meccanismo di invii e di tracciati destinati allo sviamento e all’evitamento, dove il messaggio, che reca impresso il desiderio, la pulsione, non arriva mai a destinazione in quanto per definizione freudiana inibito alla meta, e il Principio di Piacere che ha prodotto il desiderio approda infine al Principio di Realtà. E così facendo perpetua il meccanismo di riproduzione del capitale del piacere non ottenuto mediante la riproduzione del piacere in piacere sublimato, piacere tras-posto, tras-ferito.

    1] J. Derrida, La carte postale, Mimesis, . p. 39
    2] Ibidem p. 414

  5. gino rago

    Poesia contemporanea: Ewa Tagher
    Nota completa di lettura (in forma di epistola) di Gino Rago
    *
    Ewa Tagher
    Addio routine

    Stamattina gli abitanti di Roma Nord sono scesi in strada.
    I letti, nella notte, hanno ingoiato chiavi, bancomat e forbicine.

    L’edizione delle otto ha annunciato: “Non sono più possibili i ritagli di tempo”.
    Per le strade si discute se scendere nelle catacombe o lasciare la città ai nuovi venuti.

    Qualcuno per disperazione si accovaccia sui rami della tangenziale
    e batte i denti a tempo: un abuso di semiminime.

    La Storia, materiale di risulta, ha un fremito, poi collassa.
    “Porta Pia è un varco aperto verso la dimensione dell’ Unheimliche”.

    La Pasqua non sarà trionfo di trombe, Cristo si rifiuta di morire.
    Gli piace pensare che gli uomini siano inutili. Per cinque minuti.

    Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
    sui binari del tram Casaletto.
    *

    Commento

    Gentile Ewa Tagher,

    Lei mostra di possedere al massimo grado quella che comunemente viene detta «la parola del poeta», parola poetica che intendo come capacità di sintesi e di pre-percezione di un certo momento della storia colto come limen culturale di una epoca, la nostra, sotto i colpi del COVID-19.

    La Sua parola qui mostra di saper cogliere il cambiamento in atto nel suo farsi, da un lato, e di sapere avvertire i coevi umani della imminenza di questa svolta.

    La Sua parola non si incarica di indicare i termini della inevitabile perestrojka, non rientra nei compiti e nei fini del poeta, ma si carica del peso etico ed estetico di catalizzare una riflessione collettiva verso un mondo “altro” assumendo come principio-guida l’impossibilità per l’uomo di questo tempo di «pensarsi-sano-in-un-mondo-completamente-malato».

    La Sua parola per questa abilità, per questa facoltà doppia, sia di epifania di fenomeni in atto, sia di lucciola nella nostra lunga mezzanotte, sento senza sforzi di poterla accostare a quella di Iosiph Brodskij, sotto questo ben perimetrato aspetto:

    «[…]Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Una volta che si è provata questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere l’esperienza di assuefazione a questo processo, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcol.
    Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano poeta».

    Ne sono esemplari questi due distici in una fono-prosodia perfetta:

    “[…]La Pasqua non sarà trionfo di trombe, Cristo si rifiuta di morire.
    Gli piace pensare che gli uomini siano inutili. Per cinque minuti.

    Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
    sui binari del tram Casaletto.”
    *
    Distici nei quali l’energia visiva all’ interno delle immagini non è meno intensa di quella semantico-emotiva delle parole.
    Parole, come sanno pienamente essere anche quelle del tessuto poetico di Marina Petrillo, “abitate” dal poeta, parole di autenticità poetica suggellata nel rapporto dialettico creditorio/ debitorio tra parola e immagine secondo l’idea dello stesso Brodskij.

    Un altro aspetto emerge in tutta la sua forza estetico-stilistica da questo Suo ben riuscito testo poetico: la quasi totale assenza di aggettivi qualitativi (ne avrei notati 2 appena in 6 distici, o in 12 strofe), con il baricentro dei Suoi sintagmi tutto spostato a favore dei sintagmi nominali con forte preminenza dei sostantivi.
    L’analisi di Addio Routine dalla quale emerge questa cifra di aggettivazione parsimoniosa ci fa evocare nuovamente Brodskij.

    Riferendosi al «poeta meditativo» Evgenij Rejn (Balcone e altre poesie, Diabasis, Reggio Emilia, 2008) Iosif Brodskij scrive:«Il miglior poeta russo vivente si chiama Evgenij Rejn, il cognome viene dal fiume Reno […]. Una volta mi ha detto una cosa che ripeterei a qualsiasi poeta: se vuoi che una poesia funzioni davvero, l’uso degli aggettivi dovrebbe essere ridotto al minimo e dovresti però riempirla più che puoi di sostantivi, persino i verbi dovrebbero soffrirne.

    Se si potesse stendere su una poesia un velo magico che rimuovesse tutti gli aggettivi e tutti i verbi, una volta tolto il velo, la carta dovrebbe essere ancora nera grazie ai sostantivi. Fino a un certo punto ho seguito il suo consiglio, anche se non religiosamente. E devo dire che mi ha fatto bene[…]».

    Presentandosi ai Suoi lettori Lei scrive:«E’ trapezista presso il circo di Lubiana (occasionalmente si occupa anche di riassettare le gabbie dei leoni e dei dromedari). Spesso viene inviata dalla famiglia Dzjwiek, proprietaria del circo, alla ricerca di curiosità esotiche e fenomeni da baraccone[…]».

    Una presentazione che trovo del tutto in armonia con questa Sua stessa dichiarazione di poetica:
    «Ubbidendo al mio intento poetico ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio dopo aver sapientemente realizzato un paio di mocassini. I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie.

    Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità. Di certo vi è che nessuno di loro ha dignità di diventare calzatura: qualcuno è uno scarto di lavorazione, un altro è un tentativo venuto male, un altro ancora semplicemente un errore.
    Le mie poesie sono errori di manifattura[…]».

    In questo perimetro estetico-verbale, che poi è il Suo Grande Progetto, Lei inserisce altre due cifre, il parlato e le interferenze linguistiche.
    In tal modo nella economia estetica generale della Sua poesia Lei scava un fossato con il fare poetico novecentesco fondato sulla Signoria dell’IO solipsistico e narcisistico del filone lirico-elegiaco del neo-crepuscolarismo e dell’emozionalismo, dell’epigonismo e del gregarismo, del diarismo e del quotidianismo, del culto-del-proprio-ombelico e dell’occasionalismo,
    in piena coerenza con la Sua stessa idea di Storia:«La Storia, materiale di risulta…».

    E qui, proprio in questo incrocio tra storia, poesia, scarti, scampoli, discariche, Lei ricorda ai Suoi lettori questo punto centrale nella poetica di Tadeusz Różewicz:
    « Il poeta degli immondezzai è vicino alla verità/ più del poeta delle nuvole…/
    Gli immondezzai / pieni di vita e di sorprese».
    *
    Gino Rago

    • Ewa Tagher

      Carissimo Gino,

      è eccitante leggersi con occhi d’altri… Un’emozione direi simile all’esperienza extracorporea: spesso abitiamo così tanto le nostre parole, (per dirla alla Petrillo) che è difficile uscirne fuori, diventano quasi una seconda pelle. Vivo questo tempo, abitando il tendone di un circo, alla mercé delle tempeste, degli spifferi, degli attacchi ferini, come posso non considerare le parole comodi rifugi multifunzionali, gocce di LSD, chiodi a cui appendere il cappello quando il mio numero, la mia esibizione quotidiana è appena conclusa?
      Perciò La ringrazio, con l’augurio che per ciascuno di noi, questo tempo sia fertile.
      Ewa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.