Il Cambiamento di Paradigma, La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione, Riflessione di Giorgio Linguaglossa con uno Stralcio di Andrea Brocchieri, Poesia di Carlo Livia, Alfonso Cataldi, Ewa Tagher, Lucio Mayoor Tosi

 

Giorgio Linguaglossa

Il Cambiamento di Paradigma II

Se il telos di un’opera d’arte è scandagliare la vita in tutti i suoi aspetti, dobbiamo chiederci: che cos’è la vita?

«La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione».1

Stavo riflettendo su questa frase sibillina e magnifica di Derrida e pensavo che un’opera d’arte che non tenti la «rappresentazione» del «non-rappresentabile» si riduce a chiacchiera scialba. Il problema è proprio lì, nella «origine», nella scaturigine delle cose. Pensavo di ribaltare il nostro comune e irriflesso modo di vedere le cose, che si riduce nell’andare «per linee esterne»; e invece dobbiamo capovolgere il nostro punto di vista e pensare di andare «per linee interne». È come passare dalla fisica classica, newtoniana alla fisica dei quanti. Dal nuovo punto di vista, cambia tutto, cambia il modo di impiego del lessico, delle strutture sintattiche e delle categorie grammaticali. È perfino ovvio che il «non-rappresentabile» sfugga alla «rappresentazione», ma il punto di evidenza sta proprio lì. Il punto di evidenza sta nel «significato». Ogni volta che accettiamo, in maniera irriflessa e opaca, il significato dato e consolidato dalla comunità e dalla tradizione letteraria, il «non-rappresentabile» si volatilizza e non torna più. Il «non-rappresentabile» sfugge al «significato», e di conseguenza sfugge anche al «significante». È questa la ragione che ci induce a fare una poesia che non impieghi le categorie della antica metafisica dell’umanesimo: del significato e del significante.
È questa la ragione che ci spinge verso un Cambiamento del Paradigma.
Ewa Tagher scrive: «è il Paradigma del mondo che si è spento».

«Ma la poesia pensante è in verità topologia dell’Essere (des Seyns).
Ad essa dice la dimora del suo essere essenziale (die Ortschaft seines Wesens).»2

Nella Erörterung (la ricerca del Luogo) è coinvolto il problema della metafora. Si tratta della sfiducia di Heidegger nei confronti del linguaggio ordinario. Per l’ultimo come per il primo Heidegger, il linguaggio ordinario resta sotto il segno dell’anonimato del man, dell’opinione, della chiacchiera e del senso comune, che promana sempre già da una concezione impropria e deietta della vera natura del linguaggio. Il linguaggio ordinario è ordinario proprio perché esso non è che l’uso della lingua; in questo uso, le parole sono destinate a logorarsi, all’usura permanente. L’uso delle parole implica la loro usura. Le «parole» (Worte) diventano «vocaboli» (Wörter). In ciò consiste la morte del linguaggio. Questa usura comincia quando le parole sono rappresentate come dei «recipienti» destinati a ricevere un certo contenuto significante. Il senso che riempie così le parole è già un’«acqua stagnante», dice Heidegger. A questa immagine dell’acqua stagnante, il filosofo tedesco oppone l’immagine del pozzo e della sorgente.

L’Ereignis, nella concezione di Heidegger, presenta una somiglianza inquietante con la metafora, concepita come uno scarto del linguaggio. Scarto come qualcosa che viene espulso dal linguaggio per poi farvi ritorno. In questa accezione Ereignis e metafora sono intimamente collegate nel linguaggio, esse si rimandano dall’uno all’altra come in un gioco di specchi e di maschere. Si corrispondono: dove si dà l’uno c’è anche l’altra. La metafora raccoglie ciò che viene scartato dal linguaggio. La metafora che fa ritorno al linguaggio è l’evento a cui il linguaggio stesso si dà, così il circolo del linguaggio viene ripristinato e la lingua può continuare a vivere. Si tratta del circolo metaforico che è in vigore in ogni atto di linguaggio. Possiamo allora dire che in questa processualità autofagocitatoria del linguaggio riposano insieme l’Ereignis e la metafora. E il gioco di specchi può continuare.

1 M. Heidegger, Aus der Erfahrung des Denkens, Pfullingen 1954 – Dall’esperienza del pensiero, 1910-1976, tr. it. di N. Curcio, Genova 2011, p. 23.
1 Jacques Derrida La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990, p. 301

Scrive Andrea Brocchieri1

2. Entschlossenheit

Il fatto è che in Sein und Zeit non c’è soltanto questo linguaggio della possibilità ma esso è in un certo senso superficiale e viene strutturalmente subordinato ad un altro linguaggio , cioè ad altre parole che hanno il compito di far emergere qualcosa di differente rispetto alle modalità dell’ontologia classica. Se ci si limita a lavorare col vocabolario filosofico tradizionale per individuare le occorrenze del discorso sulla possibilità in Sein und Zeit si rischia di non riconoscere nemmeno i luoghi testuali di tale discorso. D’altra parte Heidegger non ci vuole sviare, e basta seguire l’indagine di Sein und Zeit per trovare questi luoghi e quelle altre parole. Solo che – come sempre con Heidegger – bisogna saper leggere le parole diversamente da come siamo abituati. Ci chiediamo dunque: grazie a che cosa l’esserCi è un “poter essere” che rende possibili gli enti come possibilità (d’azione)? – Rispondiamo in una parola: grazie alla Entschlossenheit.

Questa parola non è affatto semplice, un po’ come Ereignis, di cui in un certo senso tiene il posto, qui in Sein und Zeit.
La parola Entschlossenheit non indica semplicemente una condizione dell’esserCi, ma una dinamica di chiamata-risposta (Ruf-Antwort) che costituisce l’esserCi come una determinata (cioè finita, storica) apertura del “mondo”. Ent-schlossenheit indica che la Erschlossenheit (schiusura) del mondo non avviene “per natura” (φύσει) ma nemmeno per un libero arbitrio (νόµῳ) ma nel gioco tra un “non” (Nicht: un’assenza che reclama risposta) e l’assunzione della responsabilità di questa risposta. L’essere vivente che è capace di ascoltare questo “non” e che se ne prende cura, si assume la responsabilità di dar luogo all’essere al posto di quel nulla. “Al posto di” non significa: mettere l’ente al posto del nulla, assumendosi un compito creativo (Sartre: se c’è l’uomo non c’è Dio) – ma significa: assumersi il compito di fare le veci di quel nulla come fondamento dell’ente; infatti quel“non”, essendo nullo, si presenta come Ab-grund, come un fondamento che non c’è. L’esserCi si chiama così perché esso c’è nel dar luogo all’essere dell’ente al posto del fondamento assente. Il modo in cui l’esserCi c’è non è però un autonomo sussistere ma è un e-sistere, perché c’è solo in quanto è spinto ad esserci come fondamento dall’assenza del fondamento: visto che quest’ultimo non c’è son costretto ad esserlo io.

3. Come l’esserCi rende possibile l’ente?

Questo “dar luogo” all’ente significa esserne la condizione di possibilità, cioè renderlo possibile. Ma com’è che l’esserCi rende possibile l’ente? La domanda che chiede “come?” intende due cose: (A) come gli è possibile? – risposta: verstehend, redend, sich befindend; (B) come realizza tale possibilità? con quale modus operandi? – risposta: als Entwurf.

(A) Come gli è possibile?
Riguardo al primo aspetto l’elemento fondamentale è il Verstehen. Che cosa indica la parola? Verstehen significa forse wissen, können (sapere e potere)? – la risposta dev’essere più negativa che positiva. Ver-stehen significa: stabilire un orizzonte, in tutte le direzioni (questo è il senso del prefisso ver-) essere stabili (-stehen). Io comprendo qualcosa nella misura in cui, nel mio rapporto con essa, sto saldamente in un orizzonte di comprensibilità, nella misura in cui mi orizzonto rispetto ad essa. Ma che cosa rende possibile all’esserCi questo orizzontarsi, a lui che non è mai compiuto e sussistente in se stesso? – il fatto che esso si orienta sulla propria morte, cioè è mantenuto dalla sua morte in rapporto con la possibilità dell’annientamento totale: solo rispetto al ni-ente (non-ens) l’ente nella sua totalità può acquistare un senso. Poiché so, anzi ho la sensazione che tutto può non essere, per questo me ne prendo cura. L’esserCi, “da quando nasce”, è già presso la sua morte, cioè presso la fine e il confine di ogni concreto orizzonte possibile. Esso ha già precorso il corso della vita, sino al non-ente.

(B) In quale maniera realizza tale possibilità?
Secondo aspetto. L’esserCi non sussiste, e-siste: ma questo esser spinto innanzi e fuori (questo essere gettato) non avviene se non nella dinamica della Ent-schlossenheit e perciò questo esser messo in gioco (Wurf) non avviene che come Ent-wurf, come “proiezione”.

Entwurf è la proiezione in cui l’esserCi esiste e in cui il mondo (Welt) e l’ente intramondano (innerweltlich) viene proiettato, cioè a sua volta messo in gioco come possibilità d’azione. Da unlato Entwurf esprime il Möglich-sein dell’esserCi: l’esserCi è possibilità in quanto è potenzialità possibilizzata dal rapporto col ni-ente; – dall’altro lato Entwurf esprime il fatto che l’esserCi è capacità (Vermögen) di dar fondamento a un mondo. Le tre “estasi” temporali costituiscono poi la dinamica in cui si esplica l’Entwurf. Ma ora non ci dobbiamo occupare della temporalità, perché abbiamo raggiunto il risultato che cercavamo: infatti la parola Entwurf è risultata essere la parola chiave del nuovo lessico fenomenologico-ontologico della possibilità “esistenziale” che emerge in Sein und Zeit.

La “possibilità” pensata in questa maniera, attraverso la parola Entwurf e quelle ad essa collegate (Verstehen, Entschlossenheit), non è l’essenza dell’ente e non è nemmeno la possibilità logica che un ente x esista; non è neanche la capacità di un soggetto di produrre se stesso attraverso la sua libertà di agire e di costruire un mondo.La possibilità come Entwurf è prima di tutto risposta. E in quanto il “sé” stesso è, in primo luogo, questa risposta, l’Entwurf non è la risposta di un soggetto sussistente che risponde a qualcosa. Non c’è soggetto, ma “io” non sono altro che “responsabilità” (Verantwortlichkeit)rispetto alla domanda che proviene dal “non” che si annuncia nella possibilità estrema, quella che –con la morte – niente sia. Dunque la possibilità non è costituita dalle potenzialità di un soggetto dato, ma anzi è la possibilità che si dia un “sé” e un “noi” e, con questi, un “mondo”, e nel mondo“enti”, cioè – a loro volta – possibilità d’azione dotate di senso. D’altra parte l’ente non è possibile in sé o per altro ma è possibile solo rispetto all’esserCi, cioè all’aver luogo del gioco di chiamata-risposta.

L’orizzonte dell’Ereignis

A mio modo di vedere, dunque, nell’orizzonte di pensiero che corrisponde a Sein und Zeit e dintorni si delinea già, in forma preliminare, la concezione della possibilità che caratterizzerà il “secondo Heidegger” e che sarà strettamente legata al pensiero dell’essere “als Ereignis”. In quest’altro pensiero, che supera la soglia su cui si era fermato Sein und Zeit, le parole della tradizione non saranno quasi più utilizzabili…

https://www.academia.edu/5304733/Heidegger_la_possibilit%C3%A0_nel_pensie

Carlo Livia

L’amour fou

Appena risorto vedo le facciate impassibili.

È un luogo di bambini immensi, invisibili, fruscianti nei pioppi.
Qui i desideri giocano sempre -dicono – dormono nel vento e non cadono mai.

Il minotauro addolorato risana le belle prospettive francesi.
L’ora senza padrone lecca una lunga scia di padri.

Scuciono il dormiveglia del tempio: un pergolato di silenzi di Mozart.
Il profumo della Dea langue sugli spalti. È il codice morto nei boschi.

Il lampione è coperto di anime, beve ad una veglia ipotetica.

La fanciulla che mi ha rubato il cielo si è nascosta. Medita lunghe stelle. Cuce pallidi enigmi. Brucia letti trasognati.
Non saprai mai quanto t’avrei amata – le grido mentre sale sul vascello di lampi indecisi.

Vedo il re: nuota nel teorema triplicato dall’astinenza.

La giungla psichica mi sorveglia. Vuole solo chitarristi biondi.

L’idolo assonnato esce dal crepuscolo, fra cerve assetate. I templi sconfitti sono lacrime di donne innamorate -grida. Ma la droga nell’acquasantiera dice il contrario.

Diamanti e rose alloggiano nel bacio di Giuda. E non vogliono risorgere.

Ogni sala che attraverso è stroncata dalla fede. Dalle feritoie traspare la Sposa.

Vetrine appassiscono. Un vento d’ostie flagella la costa. La tempesta verginale lotta col profeta che precipita.

Siepi di sonniferi nel piazzale malato d’amore. La donna tagliata in due riflette, ma non sa decidere.

Senza sorveglianti, il letto sulle rotaie aspetta da mesi.
Si scruta il fondale della copula. Spettri sbocciano in salmi pastello.

La morte ha corridoi scivolosi. Cataste di madri insonni.

Il Libro verrà aperto nell’erbario triste. Nei tempi missionari, sciolti dall’amplesso.

Alfonso Cataldi

Qui ed ora

L’ultimo gradino della scala
ha esaudito ogni sconcerto

ancora prima di essere calcato
la costipazione delle ugole

ha tradito il libeccio degli incarnati.
Che sia l’orfanotrofio prematuro di un dio dato

a determinare il tacco della sofferenza
l’indice ritratto di rancore

qui ed ora un passo indietro
del suo impostore

la sindrome rispetti
dietro le sventurate diplomazie da TG.

Il clavicembalo riordina svolazzi di fortuna
dal teatro escono due accordi semplici alla volta

li attende un piazzale svuotato di anticorpi
i taxi sono diretti al litorale più vicino.

Dove si annida la conferenza stampa
sulla necessità del lungo viaggio?

L’ospitalità è un fatto di ordinaria immaginazione.
Lo strano pupazzo si fa vivo

raccoglie dall’isolamento un racconto borderline.

 

Ewa Tagher

Addio routine

Stamattina gli abitanti di Roma Nord sono scesi in strada.
I letti, nella notte, hanno ingoiato chiavi, bancomat e forbicine.

L’edizione delle otto ha annunciato: “Non sono più possibili i ritagli di tempo”.
Per le strade si discute se scendere nelle catacombe o lasciare la città ai nuovi venuti.

Qualcuno per disperazione si accovaccia sui rami della tangenziale
e batte i denti a tempo: un abuso di semiminime.

La Storia, materiale di risulta, ha un fremito, poi collassa.
“Porta Pia è un varco aperto verso la dimensione dell’ Unheimliche”.

La Pasqua non sarà trionfo di trombe, Cristo si rifiuta di morire.
Gli piace pensare che gli uomini siano inutili. Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

Gino Rago

Gentile Ewa Tagher,

Lei mostra di possedere al massimo grado quella che comunemente viene detta «la parola del poeta», parola poetica che intendo come capacità di sintesi e di pre-percezione di un certo momento della storia colto come limen culturale di una epoca, la nostra, sotto i colpi del COVID-19.

La Sua parola qui mostra di saper cogliere il cambiamento in atto nel suo farsi, da un lato, e di sapere avvertire i coevi umani della imminenza di questa svolta.

La Sua parola non si incarica di indicare i termini della inevitabile perestrojka, non rientra nei compiti e nei fini del poeta, ma si carica del peso etico ed estetico di catalizzare una riflessione collettiva verso un mondo “altro” assumendo come principio-guida l’impossibilità per l’uomo di questo tempo di pensarsi-sano-in-un-mondo-completamente-malato.

La Sua parola per questa abilità, per questa facoltà doppia, sia di epifania di fenomeni in atto, sia di lucciola nella nostra lunga mezzanotte, sento senza sforzi di poterla accostare a quella di Iosiph Brodskij, sotto questo ben perimetrato aspetto:

«[…]Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Una volta che si è provata questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere l’esperienza di assuefazione a questo processo, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcol.
Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano poeta».

Ne sono esemplari questi due distici in una fono-prosodia perfetta:

“[…]La Pasqua non sarà trionfo di trombe, Cristo si rifiuta di morire.
Gli piace pensare che gli uomini siano inutili. Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.”
*
Distici nei quali l’energia visiva all’ interno delle immagini non è meno intensa di quella semantico-emotiva delle parole.
Parole, come sanno pienamente essere anche quelle del tessuto poetico di Marina Petrillo, “abitate” dal poeta, parole di autenticità poetica suggellata nel rapporto dialettico creditorio/ debitorio tra parola e immagine secondo l’idea dello stesso Brodskij.

Un altro aspetto emerge in tutta la sua forza estetico-stilistica da questo Suo ben riuscito testo poetico: la quasi totale assenza di aggettivi qualitativi (ne avrei notati 2 appena in 6 distici, o in 12 strofe), con il baricentro dei Suoi sintagmi tutti spostati a favore dei sintagmi nominali con forte preminenza dei sostantivi.

L’analisi di Addio Routine dalla quale emerge questa cifra di aggettivazione parsimoniosa ci fa evocare nuovamente Brodskij.

Riferendosi al «poeta meditativo» Evgenij Rejn (Balcone e altre poesie, Diabasis, Reggio Emilia, 2008) Iosif Brodskij scrive:«Il miglior poeta russo vivente si chiama Evgenij Rejn, il cognome viene dal fiume Reno […]. Una volta mi ha detto una cosa che ripeterei a qualsiasi poeta: se vuoi che una poesia funzioni davvero, l’uso degli aggettivi dovrebbe essere ridotto al minimo e dovresti però riempirla più che puoi di sostantivi, persino i verbi dovrebbero soffrirne.

Se si potesse stendere su una poesia un velo magico che rimuovesse tutti gli aggettivi e tutti i verbi, una volta tolto il velo, la carta dovrebbe essere ancora nera grazie ai sostantivi. Fino a un certo punto ho seguito il suo consiglio, anche se non religiosamente. E devo dire che mi ha fatto bene[…]».

Lucio Mayoor Tosi

Altro esercizio modernista

Ci va una buona prosa, non un saltabeccare cerimonioso
alla maniera dello Sputnik. Nemmeno la vanvera realista

delle parole una alla volta, come adesso col Covid,
a distanza di sicurezza, noi che eravamo siamesi.

Senza una prosa adeguata, sette giorni su sette;
l’oroscopo in politica e le staccionate, persi

a contemplare lo smartphone, si sa mai che Federico,
Camilla, come Robespierre ci portino all’assalto.

Paradiso dell’inferno, Stati Uniti d’America, Borussia
dortmund, tutti sulle valchirie a stracciare pinnacoli.

Ci va una prosa gentile, capace di farsi intendere.
Come lavare i piatti sulla torpediniera del macchinista,

uno che parla poco; un vichingo, un giocatore
di scacchi con la morte; marito di giovani e belle,

dalle quali avere figlie che sembrano bambolette,
e invece faranno il medico. Checché se ne dica,

un mondo ci aspetta, che ne sa di psicanalisi
quando si va per fare la spesa; dopo che saranno

morti biancaneve e i settenari, per una svista
sulla tastiera; come le grandi scoperte, per caso.

Uno lancia un messaggio, e al piano di sotto arriva
nel computer un’aeroplanino di carta – svizzera,

perché l’aggettivo ci va. Altrimenti chissà cosa pensa.
Mentre si danza, e nient’altro. “Domenica, alle Palme!”

Un rivolettto di fumo, un progettino d’anni al riformatorio
delle idee. Neanche sposarsi, scrivere ricette.

Giorgio Linguaglossa

caro Lucio,

il modernismo è morto con la fine dell’età dell’umanesimo, la tua poesia ne è la dimostrazione, perché non vuole persuadere, né docere, né essere testimonianza di alcunché, né aspira al sacro e neanche al profano… È una poesia della crisi che fa finta di dimenticare la crisi e, proprio così facendo, la invera, la mette sotto gli occhi del lettore…

Verstehen significa: stabilire un orizzonte, in tutte le direzioni (questo è il senso del prefisso ver-) essere stabili (-stehen). Noi comprendiamo qualcosa nella misura in cui, nel nostro rapporto con il mondo, stiamo saldamente in un orizzonte di significati comprensibili, nella misura in cui noi ci orizzontiamo ci rendiamo conto di perdere l’orizzonte. Nella tua poesia c’è, chiarissimo, questo sentiment di perdita di orizzonte. Di qui il tuo anarchismo. La nuova fenomenologia del poetico può essere anche questo. Non ricerca di senso né di un orizzonte, come avveniva nel vecchio modernismo, ma nessuna ricerca né di senso né di orizzonte.
E questo è l’evento.

18 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, Senza categoria

18 risposte a “Il Cambiamento di Paradigma, La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione, Riflessione di Giorgio Linguaglossa con uno Stralcio di Andrea Brocchieri, Poesia di Carlo Livia, Alfonso Cataldi, Ewa Tagher, Lucio Mayoor Tosi

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/26/il-cambiamento-di-paradigma-la-vita-e-lorigine-non-rappresentabile-della-rappresentazione-riflessione-di-giorgio-linguaglossa-con-uno-stralcio-di-andrea-brocchieri-poesia-di-carlo-livia-a/comment-page-1/#comment-63743
    Inedito di Mario M. Gabriele da altervista il blog di Mario Gabriele

    Andando per vicoli e miracoli
    ritrovammo l’albergo e il trolley.

    Non si dà nulla per certo, neanche prendere contatti
    con il gobbo di Notre Dame per suonare le campane.

    Bisognava partire.
    Tu non vuoi più le carezze?

    Il fatto è che se ci mettiamo a seguire Ketty
    non leggeremo Autoritratto in uno specchio convesso.

    I Simpson si riconoscono per il colore giallo.
    Giulia ne ha fatto una raccolta di figurine acriliche.

    Tutto rotola e va in basso. Sale e scende.
    Linee nere e linee rosse.Si cerca il punto originario.

    Cerca di distrarti! Prova a chiamare
    le cugine di Sioux City.

    Ti suoneranno l’Hukulele
    ricordandoti C’era una volta l’America.

    Oh bab, baobab, invocò il nigeriano
    alla fermata del Pickup.

    Controlla tutto e bene nel trolley.
    Vedi se c’è anche questa sera il Roipnol.

    Post navigation← INEDITO DI MARIO M. GABRIELE DEL 15 APRILE 2020
    One thought on “INEDITO DI MARIO M. GABRIELE DEL 22 APRILE 2020”
    giorgio linguaglossa says:
    aprile 26, 2020 at 9:22 am

    Proprio nel momento in cui l’erede di Giovanni Agnelli, il topastro John Elkann, ha liquidato il direttore di “Repubblica”, Carlo Verdelli, sostituendolo con un fedelissimo moderato pony express del moderatismo internazionale Maurizio Molinari, e comprato l’asset per un pugno di dollari, possiamo comprendere come il capitale internazionale disdegni le testate giornalistiche «diverse» e comunque «critiche» del sistema-Capitale. Il problema è che si preannuncia in Italia, in Europa e nel mondo occidentale un acutizzarsi della crisi e dello scontro in atto tra i ricchissimi e il nuovo proletariato internazionale che ama visceralmente i Bolsonaro, i Trump, i Salvini, le Meloni, gli Orban, i Putin, i Di Battista… Le democrazie liberali sono a rischio di sopravvivenza, questo è chiarissimo anche in Italia dove l’accoppiata fascista-leghista Salvini-Meloni lancia accuse incandescenti e bugiarde contro un governo parlamentare che sta affrontando la crisi più grave del novecento e del post-novecento.

    In questa situazione, alla poesia viene sottratto il terreno da sotto i piedi, le parole diventano sempre più difficili, scottano, non possono più essere maneggiate, i poetini e le poetine alla Mariangela Gualtieri e alla Franco Arminio vengono citati sulle pagine della stampa e dei media per le loro poesiouole sul Covid19 e sull’ambaradam dello sciocchezzaio, mentre un poeta laureato di Milano discetta sulla fine della «società letteraria» d’un tempo, e altri autopoeti parlano di «Bellezza» e altre amenità consustanziali allo stupidario di massa di oggi.

    In questa situazione, che cosa può scrivere un poeta che vive nel paese più a rischio democratico d’Europa come l’Italia? Può solo scrivere con sconcertante umiltà:

    «Tutto rotola e va in basso»

    per concludere:

    Controlla tutto e bene nel trolley.
    Vedi se c’è anche questa sera il Roipnol.

    • mariomgabriele

      Quanto scrivi, caro Giorgio, non può che accomunarsi a quanto da me riportato nel commento del 24 aprile, a proposito della “divisività”, che ha dominato e domina la poesia italiana di oggi, dove un poeta, con idee nuove, debba rimanere sempre al buio in quanto nemico dell’establishment culturale che si consolida con la politica statica e conservatrice.

      Mi duole se nel trolley dobbiamo portarci il Roipnol per dimenticare tutto ciò che la classe dirigente e i comandamenti che ogni anno provengono da Davos, unificano la classe sociale e culturale, dove basta un semplice agente patogeno, il Covid 19 a fare piazza pulita di tutto il sistema collettivo dove si frantuma un corpo sociale in mille pezzi costruito da una cultura di comunicazione virtuale dove prevalgono le Fake News e i continui attacchi dell’opposizione alla classe dirigente di oggi che si trova a dover allontanare il Default come la nube di Chernobyl.

      Se c’è qualcosa che ci accomuna è la nostra fragilità, l’essere una massa enorme e impotente all’interno di un mondo diviso. Ma ciò che più determina il nostro disagio è la degenerazione culturale di tipo fascista, che tipografa sui muri le svastiche o incendia le lapide dei partigiani.

      Alla luce di quanto finora detto non possiamo permettere come normalizzazione e appiattimento l’idea di una Nazione, la nostra, che diventi ancella della Merkel, e della Troika che hanno fucilato la Grecia.

      La poesia è anche un Kit di pensieri e azioni, rispetto al nostro mondo desacralizzato dalla pandemia, che ha rimesso tutto in campo, facendo rinascere una società in cui ciò che conta è la capacità di reinventarsi nuove occupazioni lavorative, anche se il Capitale sta a guardare e ad adoperare come un bodyguard.
      Ti ringrazio, caro Giorgio, per aver ospitato un mio testo, da te rivelato nelle sue parti più essenziali.

  2. Stanza n. 4

    Il Signor F. frugò nel taschino del gilet e saltò fuori il nano Proculo,
    con la giacca a quadretti azzimata, un pantalone liso e sdrucito
    e un cappello a cilindro.

    Il quale scrisse una lettera al Presidente del Consiglio, Conte,
    per riavere indietro i trenta denari dati in prestito e ancora insoluti
    per via del precoce decesso del legittimo proprietario.

    Si accomodò in poltrona dal barbiere François, accavallò le gambe
    e si fece radere il mento.
    Poi sputò nella sputacchiera e si diresse all’angolo della tosse

    dove i liberi erano in quarantena.
    Spalancò la finestra.
    «Aria! Aria! Cambiate l’aria!», gridò.

    […]
    Chiese uno stuzzicadenti.
    Il Coronavirus saltellò qua e là e decise di uscire
    a prendere un po’ di aria fresca.

    Il poeta di Milano fece un gran fracasso.
    Gridava che la «società letteraria» era scomparsa e altre quisquilie.

    Inutilmente il direttore d’orchestra intimò il silenzio.
    La grancassa riprese a fare fracasso.

    […]

    Come prima. Più di prima.
    Il direttore disse: «Ti amo» alla prima violinista.

    Un gran numero di topi di fogna presero il largo
    dicendo che in democrazia anche i topi erano liberi.
    Accadde tutto così di fretta che il commissario non intervenne.
    Un altro poeta gridò:

    «La bellezza salverà il mondo!», e scomparve.
    Dei turisti giapponesi si accalcarono per vedere il Prof. Tarro con il virus nell’ampolla.

    Scattavano fotografie dappertutto, entravano anche nel bagno.
    Dicevano ai bambini: «State zitti, contegno, state in casa del prof. Tarro!».
    Poi le cose periclitarono, l’Italia fu dichiarata «zona rossa»

    e venne bannata dalle guide turistiche.
    Nadeche Hackenbusch, la bella presentatrice di un realiy show
    scorrazza per il lager con la sua jeep zebrata

    la accompagna la sua devota biografa, la redattrice della rivista Evangeline ,
    Astrid von Roëll, entrambe in minigonna e tacchi a spillo

    intervistano gli africani del lager.
    Lui, anzi Lei, la loro amante, ribattezzata Lionel perché il nome tedesco
    è troppo difficile, le asseconda.

    Ursula Andress prende il revolver di Marie Laure Colasson,
    dice che ha licenza di uccidere, e spara un colpo in aria
    e un altro nella testa di Azazello

    il quale crolla all’istante, e così Bulgakov non trova più il suo personaggio
    che nel frattempo si è insinuato nel romanzo di Gadda
    dove c’è il commissario Ingravallo che svolge le indagini.

    Interviene il cardinale Tarcisio Bortone portando i buoni uffizi del Vaticano
    ma non ci fu niente da fare, le cose tornarono a posto da sole.

    […]

    Il nano Proculo si diresse verso la botola e riprese il suo posto.
    Il Signor F. disse che aveva scherzato.
    E si ritirò nella fogna.

    Ursula Andress ritornò all’isola dei Caraibi,
    sulla spiaggia, in bikini, nella famosa scena del film di Jan Fleming.

    Un cormorano passò di lì.
    E salutò.

  3. mariomgabriele

    Certo, ce ne vuole per scrivere un testo come questo, tra report, cronaca quotidiana, personaggi del Vaticano e della Politica, del cinema e del reality show, con tante inclusioni di citazioni che amplificano un teatro all’aperto, dove non mancano connessioni ironiche e squarci in versi.

  4. caro Mario,

    sai, stamane mi sono alzato, ho preso il caffè… percepivo il fetore di marcio che proveniva dalle fogne qui di via Pietro Giordani a Roma, quartiere San Paolo, dove abito… Ero elettrico. Poi ho letto la tua poesia in severi distici e sono diventato ancora più elettrico. Ho letto alcuni post di fascisti e di leghisti su FB. La cosa mi ha allarmato e irritato. Sono andato alla tastiera e ho scritto su FB questo messaggio:

    «Chiedo a tutti i leghisti-fascisti di togliermi l’amicizia perché io sono un democratico comunista. Grazie x la buona volontà».

    Sono andato alla tastiera e ho scritto, di getto, questa composizione dalla quale è saltata come sulla dinamite la struttura in distici. Doveva essere un lungo monologo. Sentivo che non potevo fare altrimenti. Che i tempi stringono. L’Italia è in pericolo di default. Anzi, senza l’Europa che compra i titoli di stato italiani, il Paese sarebbe già fallito da un pezzo. La Banca d’Europa sta comprando i titoli italiani di carta straccia, noi tutti siamo diventati, senza accorgercene, carta straccia. Mi sono detto che qui ci vorrebbe un secondo Bulgakov per dipingere la canea della politica italiana, della realtà italiana, un teatro di miserie e di escrementi, con capitan Fracassa e la bborgatara della Garbatella. Uno spettacolo indegno, rivoltante.

    • mariomgabriele

      Questa che stiamo vivendo è una pre-atmosfera fascista davanti alla democrazia italiana.Ho paura che si torni al tempo di Fahrenheit anche perchè dopo il Covid 19 ci saranno in Italia, povertà e disoccupazione, diminuzione della libertà e soppressione della cosiddetta Ricchezza delle Nazioni teorizzata da Adam Smith.

      Il calo del’occupazione genererà uno stress vertiginoso tra domanda e offerta.Le auto invendute hanno raggiunto la percentuale del 51%. Le Università saranno deserte perchè le famiglie non potranno più pagare le quote di iscrizione e far frequentare i propri figli ai Masters.

      Sarà un casino enorme, uno squilibrio dell’organizzazione sociale e comunitaria con un addio al pensiero liberale.Speriamo che ciò non accada perchè, essendo nato nell’era nazifascista, non vorrei morire con un’altra alle porte.

  5. Ewa Tagher

    “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perchè la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sè stesso senza essere “superato”.
    Albert Einstein, “Il mondo come io lo vedo”, 1931

  6. cara Ewa Tagher,

    giunti, come parrebbe che stiamo, al punto culminante della Crisi, abbiamo il dovere di percorrere con lo sguardo la crisi per abbracciare, con un colpo d’occhio, con l’occhio della crisi, l’arte che è stata fatta in questi ultime decadi. E derubricare quel modo di fare poiesis. E la poesia? Che cosa si penserà di noi tra cento, duecento anni? Che cosa si citerà di significativo della crisi di questi anni?

    Vorrei attirare l’attenzione dei lettori su questo punto: sulle conseguenze nel discorso poetico della assunzione di questa pratica e di questa petitio principiis: una pratica della differenza e della contraddizione.
    La nuova fenomenologia poetica vuole liberare la differenza dalla differenza per dare luogo a un discorso poetico che preveda e consenta la differenza, la contraddizione, la dialettica senza negazione, la dialettica negativa. Un discorso poetico che dica sì alla differenza, alla contraddizione; un discorso poetico del molteplice, della molteplicità che non si limiti alla omogeneizzazione fonologica e stilistica, come è stato fatto finora, che riesca a liberarsi dall’assoggettamento alle categorie, che vogliono costringere lo sguardo che osserva dall’alto in basso secondo l’ideologema di un io plenipotenziario e panottico che crede ingenuamente di tutto abbracciare e tutto governare, che squadra l’oggetto e lo descrive, o crede di descriverlo.

    La ragione è in se stessa l’atto che differenzia, che mette in opera quell’Unter-scheidung (differenza), figlia dell’Ent-scheidung (decisione), che realizza la Scheidung, il taglio dei significati e dei significanti, la moltiplicazione dei significanti. La poesia della nuova fenomenologia del poetico ha questa spiccata consapevolezza, che quel logos, quella ragione è inappropriata a rappresentare ciò che sfugge alla rappresentazione, l’origine non rappresentabile della rappresentazione.

    • Ewa Tagher

      Gentilissimo Linguaglossa,
      Lei scrive ” un discorso poetico che dica sì alla differenza, alla contraddizione; un discorso poetico del molteplice, della molteplicità che non si limiti alla omogeneizzazione fonologica e stilistica” e ancora “la ragione è in se stessa l’atto che differenzia, che mette in opera quell’Unter-scheidung (differenza), figlia dell’Ent-scheidung (decisione), che realizza la Scheidung, il taglio dei significati e dei significanti, la moltiplicazione dei significanti”. A me sa cosa viene in mente? Una visione: il trittico “Il giardino delle delizie” di Hieronymus Bosch, che non a caso è un polittico, ancora ammirato, seppur vecchio di oltre 530 anni. E perchè ancora molti ne rimangono estasiati? Proprio perchè lì avviene quanto Lei auspica per la poesia contemporanea: sulla tela si agitano “moltiplicazioni di significati”, rovesciamenti, significanti dai doppi, tripli significati. Lasciando da parte le intenzioni di Bosch (purtuttavia poco chiare anche agli studiosi), la sua opera affascina i contemporanei proprio perchè è di difficile interpretazione e perciò richiede uno sforzo, occorre richiamare alla mente tutte le possibili metafore per comprendere i gesti delle piccole figure nude, prigioniere in gusci d’uova. Ecco, io mi auguro che la Nuova Ontologia Estetica, il Cambiamento di Paradigma, così come Lai auspica, diventi il Nuovo Giardino delle Delizie, un lavoro al quale fra 100, 200 anni altri possano guardare incuriositi, stimolati, invaghiti.

  7. Una lettrice mi scrive e mi chiede: «Perché non sopprimere quei tre aggettivi tutti di seguito che leggo in un verso della poesia di Carlo Livia?

    «È un luogo di bambini immensi, invisibili, fruscianti nei pioppi»

    Non saprebbe preferibile così?

    «È un luogo di bambini nei pioppi»

  8. Marina Petrillo

    “Ma la sapienza da dove si trae?”-Giobbe 28,12-

    Sento che giunge, non so cosa sia. E’ una lingua di fuoco azzurra, creante, a scendere e a soffiare la vita. Abita il cielo dell’onnipotente pensiero tralasciando ogni altra forma. Non giace immobile il mare e torna in risacca dopo aver compiuto traccia del suo esodo. In ipotesi estatica, trae luce il Verbo, a solstizio armonico, come se sottili lettere ambissero nuovo lemma. Ad aereo suono risponde la compagine alfabetica, assorta in emisferi dello spirito limitrofi alla linea iniziale.
    Contemplare l’ombra a sua luce è espediente noto. Non lasciare adito a supponenti orchestrazioni filosofiche ma allo spazio derivante da conoscenze eterne, ne è la traduzione in diagramma plurimo.
    Si dissolve il pensiero, algoritmo dimostrabile in sequenza tendente al non finito.
    Essere sulla soglia non contempla l’azione dell’entrare se il passo non si attiva e le sinapsi non determinano la funzione di controllo. Procede il ripetersi di azioni conclamate ad avvio della coscienza , non suffragate da eventi coerenti all’agire stesso.
    Riflessioni animano spazi verbali ma non vi sostano se, combacianti a specchio, negano il respiro in asfissia della coscienza.
    Si attivano ogni dove gli elementi e non si elevano in sublimazione. L’incostanza sovrana il suo interspazio, meditando ulteriori slarghi. Si profila un indizio, spento nella forma dell’accadimento.
    Rinascente a nucleo di indeterminatezza, trasluce a conio infranto. Solo asfittica traccia di “metafisicismo”, neologia del rimpianto evocato dall’indulgere in sfere di comprensione limitrofe al reale. Orme in percorrenza attiva da elaborare in nuova ontologia.
    Ne trae dinamismo il molteplice declinato in multiverso, attitudine alla contemplazione interiore: visione remota eppure tangibile dei tempi.
    Resta immobile il respiro e in sua apnea, giunge un suono tramutato in parola. Indaga il suo doppio e lì permane a scrutare i cieli possibili. I più imponderabili. Contraddizione in termini mai sazia di indizi lessicali.
    Nuovo Stilnovo quantistico. Nuova Ontologia Estetica. Umanesimo attivato a frequenza coscienziale.
    Multispecchi dell’invisibile assenso alla Poesia.

    Marina Petrillo

  9. Marina Petrillo mi consenta di trascrivere il terzine questa sua prosa poetica.
    Il risultato mi sembra di notevole interesse.
    Sarei curioso di conoscere il parere dei lettori
    .

    Marina Petrillo

    Sento che giunge, non so cosa sia.
    È una lingua di fuoco azzurra, creante, a scendere e a soffiare la vita.
    Abita il cielo dell’onnipotente pensiero tralasciando ogni altra forma.

    Non giace immobile il mare e torna in risacca
    dopo aver compiuto traccia del suo esodo.
    In ipotesi estatica, trae luce il Verbo, a solstizio armonico,

    come se sottili lettere ambissero nuovo lemma.
    Ad aereo suono risponde la compagine alfabetica, assorta
    in emisferi dello spirito limitrofi alla linea iniziale.

    Contemplare l’ombra a sua luce è espediente noto.
    Non lasciare adito a supponenti orchestrazioni filosofiche
    ma allo spazio derivante da conoscenze eterne,

    ne è la traduzione in diagramma plurimo.
    Si dissolve il pensiero, algoritmo dimostrabile in sequenza
    tendente al non finito.

    Essere sulla soglia non contempla l’azione dell’entrare
    se il passo non si attiva e le sinapsi non determinano la funzione di controllo. Procede il ripetersi di azioni conclamate ad avvio della coscienza,

    non suffragate da eventi coerenti all’agire stesso.
    Riflessioni animano spazi verbali ma non vi sostano se, combacianti a specchio, negano il respiro in asfissia della coscienza

    Resta immobile il respiro e in sua apnea,
    giunge un suono tramutato in parola.
    Indaga il suo doppio e lì permane a scrutare i cieli possibili.

    I più imponderabili.
    Contraddizione in termini mai sazia di indizi lessicali.

  10. L’alfabeto muto dell’appartenenza
    la semplicità della rete in fibra, fare centro al primo colpo!

    La messa cantata annullata,
    solo due visi pallidi in pompa magna.

    A quell’ora predisposta fuori dell’uscita.
    Lo stesso prezzo lo stesso cartellino.

    La menzogna della calze lunghe,
    Raggiodiluna allenta le briglie.

    Quelle scommesse così rarefatte,
    non indicate vi prego le praterie.

    E le parole quante volte appese.
    Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo stoppino.
    .
    Grazie Ombra (ma come nascono i proverbi?)

  11. Giuseppe Gallo

    Giorgio Linguaglossa chiede un parere sulla trascrizione in terzine della poesia di Marina Petrillo. Il suo tentativo ha il pregio di rendere più chiari i contenuti, le immagini e i significati che sottostanno al testo. Linguaglossa introduce un principio di ordinamento linguistico nel cuore del vaticinio e della profezia. Un risultato consimile si sarebbe ottenuto anche attraverso una trascrizione in distici e l’isolamento di qualche verso. Così, però, la scrittura della Petrillo perde quell’aura di sapienza sacerdotale che la percorre e attraversa tutta. La scrittura della poetessa, fascinosa e misticheggiante, è l’ avvenente trucco di una vestale del Verbo, sotto il segno
    di una “contraddizione in termini”, dove termini significano “respiri in apnea” che producono parole… e “indizi lessicali” per delineare gli argini di un territorio imperscrutabile.

    Giuseppe Gallo

  12. caro Giuseppe Gallo,

    la poesia di Marina Petrillo è a mio avviso un esempio probante di poesia dell’età tecnologica in quanto adotta le strategie della retorica al meglio e in profondità, proprio quella retorica che ha contraddistinto il novecento, proprio quella retorica che ha accompagnato il feretro della civiltà dell’umanesimo. Proprio in questi giorni lo spettacolo dei fascismi di ritorno (è inutile girarci attorno, qui bisogna chiamare le cose con il loro nome), fenomeno eclatante e inquietante in Italia, in Europa e nel mondo sembra convalidare la nostra ipotesi che siamo un paese alla deriva e all’avanguardia del fascismo in Europa.

    La fine dell’umanesimo significa, per chi ancora non l’avesse capito, la fine di quel modo di fare poiesis come l’abbiamo conosciuta nel novecento e in queste ultime due decadi. Quella poiesis è risultata Kitsch, ancella del conformismo. Marina Petrillo, e questa è la sua prerogativa, reimpiega la retorica della antica poiesis per sfornare un nuovo modello di poesia. In fin dei conti, la retorica è nient’altro che tecnica, rientra nella tecnica e non ne è mai uscita.

    Per pensare adeguatamente la tecnica è necessario aprire gli occhi sul fatto della natura e della tecnicità dell’uomo, della immediata mediatezza dell’esistenza umana: l’uomo è per natura un essere artificiale, la tecnica non solo non è la negazione dell’umanità, ma è anzi l’espressione della sua più profonda essenza,l’esplicazione dei fondamenti della sua costituzione materiale.

    Heidegger ha notoriamente interpretato la nostra epoca come epoca del Gestell,apparato impersonale/dispositivo/impianto che si impone portando aconcepire il mondo intero non più soltanto come Gegenstand aperto dinnanzi al Subjekt ma addirittura come Bestand pronto all’impiego (in cui persino il Subjekt diventa impiegato, nel migliore dei casi, come impiegante).

    Il pensatore tedesco ha fatto della tecnica, ancora più radicalmente, non tanto solo uno dei più importanti eventi del nostro tempo, quanto soprattutto l’Ereignis a partire dal quale nel nostro tempo le cose possono e-venire e av-venire, a partire dal quale nel nostro tempo ogni accadimento e ogni atto diventano possibili e pensabili. Saremmo di fronte al La Tecnica maiuscola per eccellenza, al modo in cui il Seyn si dà in questa epoca, al modo il cui l’Essere per noi si “epocalizza” in quanto modo dell’aletheuein , al modo in cui la temporalità per noi si temporalizza.

  13. Marina Petrillo

    Gentili Giuseppe Gallo e Giorgio Linguaglossa,

    nel silenzio che alcuni scritti abitano, si manifesta un mondo di pensiero e riflessione poetica in sé compiuto.
    L’evento si muove aereo, quasi in assenza di forza di gravità.
    Le parole, geometria nello spazio, ingenerano una progressione data non solo dalla successione logica ma dalla profondità.
    Si integrano i segni convenzionali in libere associazioni, come se trasformassero in reazioni chimiche il vuoto indugiare.
    L’aura di sacro esprime e risolve la natura dell’accadimento, diviene coincidente al processo del pensiero stesso. Catalizzatori di memorie, i processi associativi, come microchips della coscienza in sua espansione.
    In tale prospettiva, si è in un prisma che induce nuovo riverbero, senza estenuazione.
    Come per l’opera pittorica citata da Ewa Tagher, “Il giardino delle delizie” di Bosch, in cui l’esoterico prende forma attraverso una messe infinita di indizi in un processo di amplificazione visiva.
    Una moltiplicazione dei linguaggi, campo di ricerca al quale attingere. Frattali energetici dove sublimare contenuti.
    In un approfondimento di pochi giorni fa, caro Giorgio, hai sottolineato l’importanza del significato di ” evento” che sento di condividere.

    Con l’Ereignis (Evento) si interrompe quel gioco linguistico per cui qualcosa come un significante sta, in quanto segno, per qualcos’altro, cioè per un altro significante, poiché non c’è nulla, al di fuori dell’ Ereignis. È l’Ereignis che precede e fonda il significante e il significato, e quindi il linguaggio. Ora, conformemente a questa premessa, costruire una poesia dal punto di vista dell’Evento significa sottrarsi al vincolo di una poesia basata sul significante e sul significato e sottrarsi al punto di vista che questo necessariamente comporta.

    Ringrazio Giuseppe Gallo, sposando la sua tesi, poiché lo scritto, per il potenziale che evoca, necessita della funzione fondamentale che lo anima, non ultimo l’interrogativo iniziale tratto dal Libro di Giobbe: “Ma la sapienza da dove si trae?”.

    Marina Petrillo

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/26/il-cambiamento-di-paradigma-la-vita-e-lorigine-non-rappresentabile-della-rappresentazione-riflessione-di-giorgio-linguaglossa-con-uno-stralcio-di-andrea-brocchieri-poesia-di-carlo-livia-a/comment-page-1/#comment-63805

    Informo che è uscito il 30 aprile sul Manifesto, l’Appello di 122 intellettuali, scrittori e artisti per la libera circolazione delle Persone over 70 anni, promosso da Donatella Bisutti.

    è uscito con tutte le firme anche sul Manifesto on line
    https://ilmanifesto.it/limitare-la-liberta-degli-over-70-e-discriminazione/

    Al Signor Presidente della Repubblica

    Al signor Presidente del Consiglio dei Ministri

    e p.c,

    al Signor Ministro della Sanità

    al Signor Ministro della Pubblica Istruzione

    al Signor Ministro dei Rapporti con le Regioni

    al Signor Ministro della Famiglia e delle Pari Opportunità

    Milano, 23 aprile 2020

    Noi, scrittori, artisti, intellettuali, rappresentanti della cultura e tuttora operanti nel contesto sociale, esprimiamo con forza fin d’ora il nostro dissenso nei confronti dell’eventualità di una disposizione limitativa della libertà personale, che volesse mantenere una fascia di persone ancora attive, in buona salute e in grado di dare ulteriori preziosi apporti alla nostra società, in una segregazione sine die solo in base al dato anagrafico, dell’appartenenza cioè a una fascia di età dai 70 anni in su. Noi affermiamo con forza che questa discriminazione sarebbe incostituzionale, in quanto discriminerebbe una fascia di cittadini di serie B, privati della loro libertà con una imposizione del tutto ingiustificata.

    Quello dell’età anagrafica non è infatti un criterio che abbia un senso, tanto è vero che in tempi recenti era stata da qualche genetista avanzata la proposta di creare una carta di identità “biologica”, in quanto spesso l’età effettiva non corrisponde a quella riportata sui documenti. Non ci sono inoltre motivazioni fondate per affermare che una persona di 70 anni in buona salute sia più a rischio di questo contagio di una persona di 50 anni, affetta da qualche patologia. Questo contagio ha evidenziato che, prima dell’età – dentro e fuori le case di riposo -, hanno inciso in primo luogo le carenze di necessari presidi sanitari. Secondo alcuni studi, sarebbero più a rischio invece le persone comprese nella fascia di età fra i 50 e i 60 anni.

    Questa discriminazione, se venisse imposta, con una forzata reclusione sine die, anche in vista di un possibile eccessivo calore dell’estate in una città come Milano, già provata, metterebbe invece ad effettivo rischio la nostra salute con il protrarsi di una condizione di vita innaturale e anti igienica, quando proprio nella cosiddetta terza età l’aria aperta, il contatto con la natura, la socialità sia pure controllata e il movimento fisico, sono essenziali. Chiuderci in casa vorrebbe dire, perciò, minacciare e non proteggere la nostra salute. Posta in condizioni che rappresenterebbero un delitto sociale da parte dello Stato.

    Il vero contagio, il più pericoloso virus diventerebbe questo, inoculato ogni giorno nei nostri cervelli e soprattutto in quelli dei giovani indotti a considerare gli anziani una sottocategoria, una merce avariata, perdendo così la considerazione e il rispetto nei loro confronti, il contatto con le loro radici da cui trarre un prezioso senso di continuità.

    Chiediamo quindi con forza che questa discriminazione inaccettabile non venga perseguita, salvaguardando la nostra salute e la nostra dignità, e con esse il bene della nostra società, alla quale abbiamo ancora molto da dare.

    Questo manifesto, redatto da artisti e intellettuali, viene sostenuto al momento da 122 firme

    Eugenio Borgna psichiatra scrittore

    Carlo Ginzburg storico

    Massimo Cacciari filosofo

    Monsignor Franco Buzzi Prefetto Pinacoteca Ambrosiana

    padre Enzo Bianchi priore della Comunità di Bose

    Paolo De Carli professore di Diritto Pubblico dell’Economia

    Alberto Sciumé professore di Storia del Diritto

    Andrée Ruth Shammah regista teatrale e direttrice artistica

    Alda Vanoni magistrato

    Giorgio Agamben filosofo

    Salvatore Natoli filosofo scrittore

    Fulvio Grimaldi giornalista e scrittore

    Ginevra Bompiani scrittrice ed editore

    Giuseppe Conte poeta e scrittore

    Ludina Barzini giornalista, scrittrice

    Ruggero Savinio pittore e scrittore

    Rosetta Loy scrittrice

    Valerio Magrelli poeta professore universitario

    Michele Napolitano professore emerito del Politecnico di Bari, capitano della squadra di tennis over 70 di Puglia

    Franco Velonà scrittore ex direttore Enel

    Vincenzo Arnone prete scrittore operatore culturale

    Alessandro Quasimodo attore e scrittore

    Nanni Cagnone poeta scrittore

    Paolo Ruffilli poeta scrittore editore

    Luciano Ragozzino incisore editore d’arte “Il ragazzo innocuo”

    Alberto Casiraghi poeta editore d’arte “Il pulcino elefante”

    Alberto Schiavi pittore

    Massimo Scrignoli scrittore editore

    Antonio Ria scrittore operatore culturale presidente dell’Associazione Lalla Romano

    Adam Vaccaro poeta scrittore presidente dell’Associazione Milanocosa

    Angelo Gaccione poeta scrittore direttore della rivista on line Odissea

    Giorgio Linguaglossa poeta scrittore direttore della Rivista on line L’Ombra delle Parole

    Silvio Raffo poeta scrittore presidente dell’associazione La Piccola Fenice

    Elio Pecora poeta

    Luigi Manzi poeta membro del direttivo del Centro Montale

    Tomaso Kemeny poeta professore di Lingua e Letteratura Inglese dell’Università di Pavia, Vice-Presidente della Casa della Poesia di Milano

    Laura Barile scrittrice

    Gianni Dessì pittore

    Sandro Lombardi attore

    Sarantis Thanopulos psicoanalista

    Giulano Ladolfi editore

    Antonio Rossi presidente della Federazione Unitaria Italiana Scrittori

    Silvia Venuti poetessa pittrice

    Vincenzo Guarracino scrittore critico letterario

    Flavio Parozzi ingegnere, membro Commissione Energia Ordine Ingegneri di Milano, presidente dell’Associazione CISE2007 (Centro Italiano Sostenibilità Energia

    Ludovica Ripa di Meana scrittrice drammaturga poetessa

    Laura Lepetit, fondatrice della Casa Editrice La Tartaruga

    Antonio Gnoli giornalista e saggista

    Gianni Dessì pittore scultore scenografo

    Leon Blanchaert gallerista antiquario project manager

    Italo Spinelli regista

    Paola Splendore scrittrice professore di Letteratura inglese all’Università di Roma

    Mariangela Gualtieri poeta drammaturga attrice

    Nino Aragno editore

    Beppe Provenzale architetto scrittore

    Jane Wilkinson, Professore di letteratura inglese e postcoloniale

    Vito Taverna pubblicitario scrittore operatore culturale

    Luciana Percovich Libera Università delle Donne

    Paolo Valesio poeta saggista professore emerito della Columbia University, presidente del Centro Studi Sara Valesio

    Vivian Lamarque poeta

    Tiziano Rossi poeta

    Rosita Copioli poeta e scrittrice

    Claudia Scandura, professore di letteratura russa e traduttore

    Salvatore Veca filosofo

    Nicoletta Mondadori scrittrice

    Emilia Lodigiani fondatrice della Casa Editrice Iperborea

    Virginia Spinnato dirigente scolastica

    Caterina Graziadei. docente e traduttrice

    Maria Fiorella Scandura Prefetto emerito

    Anna Rusconi traduttrice letteraria

    Alessandro Triulzi storico

    Natalia Chestakova insegnante universitaria

    Pierangelo Andreini prof Politecnico di Milano, Vice Presidente Generale ATI ( Associazione Termotecnica Italiana)

    Claudio Zanini scrittore pittore

    Paolo Bulli architetto

    Paola Paderni Associate Professor of History and Institutions of China Department of Asia, Africa, Mediterranean

    Ugo Rubeo professore di Lingua e Letteratura Angloamericana Università La Sapienza

    Giacomo Graziani architetto urbanista

    Adriano Bassi musicista direttore d’orchestra

    Mario Baudino scrittore giornalista

    Anna Marzetti Antonelli programmista regista Radio3

    Giuseppe Di Giacomo professore ordinario di Estetica Università La Sapienza

    Sergio Baroni gallerista

    Barbara Alighiero, giornalista, operatrice culturale

    Ettore Buccianti editore

    Valentina Fortichiari giornalista scrittrice docente a contratto in comunicazione

    Vittorio Grotto insegnante formatore

    Terry Olivi insegnante scrittrice operatrice culturale

    Alessandra Fasanaro architetto

    Lida Viganoni professore Università di Napoli “L’Orientale”

    Franco Buffoni poeta ordinario di Letterature Comparate Università di Cassino

    Sandra Artom giornalista

    Francesco Casaretti scrittore

    Ignazio Didu docente universitario

    Luciana Mameli insegnante liceale

    Jolanda Bufalini giornalista

    Mauro Picozzi direttore Sares Spa

    Gianluigi Colin artista

    Roberto Ferrari Priore Chiesa S. Angelo di Milano

    Gabriella Cinti grecista docente universitaria, performer

    Gabriella D’Ina docente master editoria

    Elio Gioanola critico letterario scrittore e docente

    Gioxe De Micheli pittore

    Irlando Danieli musicista compositore

    Jacopo Gardella architetto

    Bianca Pitzorno scrittrice

    Rossana Dedola psicoanalista e scrittrice

    Lella Ravasi psicoanalista e scrittrice

    Alberto Bellocchio poeta

    Donatella Bisutti poeta e scrittrice

    Marina Corona poeta e scrittrice

    Silvia Vegetti Finzi psicoanalista e scrittrice

    Anna Nogara attrice

    Bianca Maria Frabotta poeta professore universitario

    Vincenzo Balena scultore

    Renato Minore scrittore poeta giornalista

    Daniele Cavicchia giornalista scrittore

    Gianfranco De Palos artista

    Guido Oldani poeta scrittore

    Paolo Lagazzi scrittore

    Laura Cantelmo docente

    Ottavio Rossani giornalista scrittore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.