Anna Ventura, Quattro poesie inedite, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Margherita Marchiando, Diafania, La Grundstimmung della stagnazione del nuovo Potere Imperiale

 

Foto Duchamp par Man Ray

Marcel Duchamp par Man Ray

si giunge a un punto
dove si schiudono i confini
anzi dove tutto diviene confine

(T. Tranströmer, “Mari baltici”)

Anna Ventura

I pezzi cadevano per terra

Forse dovrei smettere di tornare, sempre,
al balcone dove le bambole prendevano il sole,
alla sedia minuscola stretta
tra la stufa verde
e i mattoncini delle fornacelle:
bianchi e blu, con puntini rossi in mezzo.
Quell’anno che mia madre e Detta
tagliavano la legna in cucina,
sopra a un cavalletto. I pezzi
cadevano per terra, io li raccoglievo,
li mettevo in una nicchia: ero
troppo debole per cambiare le cose. Fuori
c’era la guerra.
Gli ori, stretti in una sacchetto di tela,
stavano in petto a mamma.
Ora ho il mare e i fiori sul terrazzo,
mi debbono bastare.

Il coniglio bianco

C’è un coniglio bianco
sulla mia scrivania. Mentre,con la destra,
scrivo, con la sinistra
mi accerto
che il coniglio stia sempre al posto suo:
c’è.
Perché è di coccio,
pesante come un sasso, e nulla
lo smuoverebbe dalle cose
che tiene ferme col suo peso. Perché
questo è il suo compito:
tenere ferme le cose. Un giorno
avvenne un incantesimo:
il coniglio aveva cambiato consistenza: il pelo
era vero,
bianco, morbido e setoso, la codina
si muoveva.
Ci guardammo negli occhi,
io e il coniglio:
eravamo entrambi vivi, ma
non avevamo sconfitta la paura.

La stele di Rosetta

Ha tre lingue, la stele di Rosetta:
geroglifico, demotico, greco,
scritta in onore del Faraone Tolomeo V Epifane.
Elenco di tutte le cose giuste che fece il Faraone tredicenne:
Cose giuste per i Sacerdoti,
ma anche per la gente comune.
Cose giuste per l’acqua, per la terra,
per il fertile limo del Nilo.
Immaginiamolo per un attimo
sfuggito all’oppressione del suo ruolo:
un bambino magro, scuro,
con gli occhi sghembi
e la boccuccia larga,
uno che corre in mezzo all’erba
e si nasconde tra le canne.
Regaliamogli un aquilone.

Gif Soldi donna

Giorgio Linguaglossa
La Grundstimmung della stagnazione del nuovo Potere Imperiale

Non è per caso quello che avviene in Occidente, il fenomeno della stagnazione economica e della stagnazione delle forme estetiche. C’è una corrispondenza speculare tra le due stagnazioni. E poi c’è una terza stagnazione, quella spirituale. Togliete da questa parola tutti i significati annessi e connessi che due millenni di cristianesimo vi hanno depositati, e avrete chiaro e servito il menu.
Accludo il link di un articolo di un intellettuale certo non acclimatato al clima di restaurazione e di stagnazione che si respira in Occidente ed in Italia, Noam Chomsky. Potremmo definirla la Grundstimmung della stagnazione questa che viviamo:
https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/08/11/noam-chomsky-il-capitale-speculativo-la-nuova-eta-imperiale-e-lisolamento-tecnocratico-la-stagnazione-basato-su-dibattiti-tenuti-in-illinois-new-jerseymassachusetts-new-york/
Nel «nuovo» mondo di oggi «i maestri» delle generazioni dei Pasolini, dei Bigongiari, dei Fortini, dei Bertolucci, dei Montale sono scomparsi irrimediabilmente e la poesia è diventata una questione «privata», una questione privatistica da regolare con il codice degli appalti e da perorare con un linguaggio polifrastico, un linguaggio «interno» che ammicca ad un «metalinguaggio» o «superlingua» qual è diventata la poesia che va di moda oggi. La questione «tradizione» oggi non fa più questione. I linguaggi poetici sono metalinguaggi prodotto di proliferazione di altri linguaggi polifrastici. Oggi un critico di qualche serietà non avrebbe nulla da dire di questi linguaggi polifrastici o polinomici. Rispetto a tali linguaggi la poesia ad esempio di Anna Ventura spicca per la sua «nudità», per la sua «antichità», per la sua «non esposizione» ai linguaggi mediatici. Quello della Ventura è un linguaggio «nudo» in quanto indifeso, non è un metalinguaggio, è un linguaggio ordinario, cosa geneticamente allotria rispetto ai linguaggi poetico-giornalistici e narrativi messi con rime, rime al mezzo, anti rime come va di moda oggidì.

Utopia (inedito)

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

Anna Ventura scrive in un modo talmente «normale» che nessuno degli autori giovani di oggi potrebbe mai sospettare, nella «normalità» del suo dettato poetico c’è tutta la abnorme anormalità del nostro mondo. È che la Ventura proviene da una lunghissima traversata nel deserto di ghiaccio del tardo novecento, lei non ha mai azionato il «riduttore» inaugurato da Satura di Montale, si è tenuta a debita distanza da quella operazione di marketing che qui da noi ha avuto tanto successo di critica, ma si trattava di un «riduttore», di alta classe sì, ma di un «riduttore». E una tradizione poetica alla distanza non può sopravvivere a lungo sull’onda lunga di un «riduttore», la Ventura è stata la prima poetessa che non ci ha creduto, sospettando che quella fosse una falsa strada (Irrweg), e che occorresse ripristinare il modello di una poesia ragionamento. E qui siamo negli antecedenti della «nuova poesia» della «nuova ontologia estetica», senza l’esperienza stilistica di poetesse come Anna Ventura, Giorgia Stecher, Maria Rosaria Madonna oggi noi saremmo più poveri, saremmo stilisticamente meno ferrati.
Mi viene il dubbio che la poesia degli autori giovani che hanno meno di sessanta anni sia qualcosa di geneticamente diverso da quella delle generazioni dei poeti dianzi nominati. Temo che la tradizione del novecento si sia allontanata irrimediabilmente, le parole nel frattempo si sono raffreddate, svuotate… come abbiamo ripetuto tante volte su queste colonne, e allora un giovane non può fare a meno che tentare di trovare delle scorciatoie, dei bypass, dei trucchi, come quello di adoperare il linguaggio dei linguaggi, il linguaggio mediatico e fare con quello qualcosa in poesia.

Io penso che accettare inconsapevolmente il «riduttore» di Montale, come fanno i giovani, sia una illusione e una trappola, e lo dico agli autori di oggi che scrivono poesia e che hanno meno di sessanta anni, illusione perché la loro operazione si mantiene sulla superficie dei linguaggi, perché loro pensano ancora in termini di manutenzione e maneggiabilità dei linguaggi, pensano al linguaggio poetico come ad un articolo di giornale senza pensare che le parole, tutte le parole, abitano in una patria linguistica e che non si possono staccare da essa come fa il dentista quando estrae un dente dalla bocca di un malcapitato; ogni parola è conficcata in una patria linguistica e di lì non si smuove neanche con la bomba atomica.
E allora, mi direte voi, che fare? E rispondo: fare tesoro dell’esperienza stilistica della poesia di Anna Ventura.

«Le vie verso la verità sono sentieri interrotti». La famosa frase di Nietzsche ha goduto di una fortuna straripante nel linguaggio filosofico occidentale di questi ultimi due secoli. Non solo la verità conosce i «sentieri interrotti» ma anche la soggettività è un sentiero interrotto. Anche la via verso l’oggetto è un sentiero interrotto. A chi pensa di poter accedere ad una quale che sia verità come ad un deposito bancario delle sostanze, non possiamo che augurargli buona «ventura». L’usucapione della verità fa la verità. Chi oggi pensa di avere con la verità una frequentazione assidua, non si rende conto di andare dritto verso la chincaglieria dello spirito.
Il postino della verità non passa né due volte né una volta, non passa mai. Non c’è alcuna verità nella soggettività, non c’è alcuna verità nel canto degli uccelli nel bosco che tanto piaceva all’estetica kantiana. Oggi, in pieno vigore del Covid19, con l’implosione calorifera del pianeta e l’erosione dei ghiacciai del polo Nord, parlare del canto degli uccelli come fa la poesia agrituristica del tardo Zanzotto invalsa oggi in Europa è un atto non solo di consolazione ma anche di barbarie e di falsa coscienza. Leggiamo questi versi terribilmente semplici di Anna Ventura:

Siete nella tazza di caffè
vuota sul tavolo,
nelle carte sparse, nel cerchio
di luce della lampada

che sono un antidoto alle migliaia di versi che si fabbricano oggi e che ci ragguagliano delle virtù del canto degli uccelli, magari appollaiati in un bosco ceduo, con tanto di margheritine bianche a far da corona all’evento. Quella frase: «Siete nella tazza del caffè» è semplicemente terribile, vale da sola un intero poema agrituristico.
La Ventura sa, in quanto lo ha compreso sulla propria pelle, quanto dolore, disinganno, disillusione, quanta dolcezza ci sia in quella frase, la dolcezza che nessuno può capire se non si pone dinanzi a quel verso con semplicità e ingenuità. È che noi oggi viviamo in mezzo al kitsch, ed è difficile anche per un poeta di livello trovare le parole giuste, le parole della sua personalissima «patria metafisica».
Tempo fa scrivevo intorno alla poesia che prende spunto dal concetto di «diafania»:

Adotto la parola «diafania» per indicare una procedura compositiva «nuova» propria di alcuni poeti della nuova ontologia estetica. La parola è composta dal prefisso «dia» che significava originariamente «fra», «attraverso», cioè l’azione che si stabilisce tra due attanti, tra due o più soggetti, che passa attraverso di loro, e Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanês, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica.
Il termine «diafania» mi è venuto in mente rileggendo alcune poesie. Ho ripescato questo termine dalla significazione teologica che ne ha dato Teilhard de Charden e l’ho riproposto in chiave secolarizzata attribuendogli una nuova significazione, nuova in quanto suggerita dalla lettura di alcune poesie dei poeti dianzi citati. Sappiamo che una nuova poesia deve essere letta e interpretata con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie cartografie euristiche non sono più adatte alla comprensione del «nuovo».
Avevo dimenticato di indicare la prima poetessa che ha inaugurato la procedura diafanica: Anna Ventura. Per scrivere in modo «diafanico», bisogna innanzitutto rinunciare alla predicazione di un soggetto che legifera; il soggetto, se c’è, viene spostato di lato, o messo sotto traccia, derubricato. Ciò che appare è una costruzione nominale priva o quasi di verbi dove le «cose» emergono in primo piano.

Uscire

Uscire dal labirinto
di siepi di bosso,
tutte ben pettinate.
Uscire dalle sabbie mobili,
nella consapevolezza
che nessuno ti offrirà il braccio
per fare il salto sull’asciutto. Uscire
dall’illusione facile,
dal “noli me tangere” degli eletti,
dalla superbia dei rapporti esclusivi.
Uscire perché la verità è altrove,
ed è fatta di cose solide e semplici,
alla portata di ognuno.
Ma chi ha detto
che si vuole uscire?

È un «soggetto» fuori quadro che parla, usa un verbo all’infinito ripetuto per ben cinque volte: «uscire». Uscire «dalle sabbie mobili», «Uscire dall’illusione facile», «dalla superbia», «Uscire perché la verità è altrove», «Uscire dal labirinto». L’atto dell’«uscire» è l’atto di varcare la soglia, superare la linea, andare oltre, dismettere gli abiti consueti. È un atto di dismissione e di remissione. È una indicazione di un nuovo Inizio. Un verbo ripetuto per cinque volte: potrebbe sembrare una poesia bruttissima, e forse lo è per gli «eletti» che hanno palati raffinati, ma la poesia ha una sua bellezza recondita che gli «eletti» non possono comprendere, una bellezza timorosa di apparire, di offrirsi, una bellezza senza trucco, spoglia, povera, fatta di stracci, composta con un verbo ripetuto per cinque volte all’infinito.
Lo stile nominale è quello che vuole mettere le «cose» in primo piano, che chiama le «cose» con il loro nome e cognome.

Lucio Mayoor Tosi

Sono sicuro che se Anna Ventura si prendesse la briga di riscrivere molte poesie del repertorio italiano ne vedremmo delle belle. Niente più lirismo, le metafore fuori, a prendere aria… Non so immaginare quanto lavoro, quanta ostinazione siano servite ad Anna per giungere a questa semplicità discorsiva, sapiente e funzionale alle sue doti di gioiosa creatività; che qui traspaiono linde, dense di insegnamenti e saggezza. Mi chiedo se sia così, perché a volte i poeti si sentono gettati in quello che riconoscono come proprio linguaggio e a questo si mantengono fedeli… e che il gran lavoro spetta alla critica. Non è vero che la critica del poeta è svolgimento della stessa, mentre il lavoro si compie? E allora, quali sono state le sue letture di allenamento, quali gli autori? Se penso a Buzzati di Barnabò, al realismo magico – non per incasellare ma così per accostamento spontaneo – so che andrei fuori strada. E tuttavia non è piatto realismo: c’è un abisso tra queste poesie e altre che si scrivono oggi, della quotidianità… qui saggezza filosofica ed empirismo, sapienza capacità euristiche vanno a braccetto. E io sorrido soddisfatto. Anche perché avrei tanto desiderato una moglie cinese… ma sarà per la prossima vita.

*
Dall’e-book realizzato dal Liceo Classico ‘Vittorio Alfieri’ della prof. Rossana Levati di Asti estraggo questo omaggio di Rossana Levati, stralcio questo scritto di Margherita Marchiando alla poesia “Utopia” di Anna Ventura

Commento di Margherita Marchiando, classe V B

Il termine utopia che dà il nome a questa poesia può essere inteso in due diversi modi: come derivante dal greco eutopeia composto da eu (buono) e topos (luogo) oppure da outopeia composto da ou (non) ed topos (luogo), per questo può essere inteso come buon luogo oppure non luogo, cioè luogo inesistente.

Questo è uno dei motivi su cui si gioca la poesia, in cui si narra infatti di un posto ideale (l’ottimo luogo), pur mettendo in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).
L’ utopia per Anna Ventura è il luogo dove vorremmo essere nati ma dove purtroppo non siamo nati, dove avremmo voluto vivere ma non abbiamo potuto farlo. Noi abbiamo dovuto invece vivere in questo mondo spietato che non abbiamo potuto scegliere ma ci è stato imposto e dal quale secondo lei non è possibile scappare. Nell’utopia secondo l’autrice non potremmo neanche morire perché anche questo sarebbe un privilegio troppo grande: ormai infatti ci siamo compromessi vivendo in questo mondo pericoloso, con la durezza di questo mondo abbiamo perso ormai le ali e non siamo in grado di volare tanto in alto, anche se abbiamo però imparato a vivere su questa terra. Il motivo grazie al quale abbiamo imparato a vivere è l’umiltà che ci ha permesso di comprendere la nostra condizione e da un lato ci ha fatto rassegnare, dall’altro ci ha costretti a non sperare in una realtà migliore ma a vivere questa realtà come fosse l’unica possibile.
Da questa poesia si evince molto bene cosa pensa la poetessa della vita e la sua visione pessimistica: per lei infatti siamo condannati a vivere in questo mondo da cui è impossibile evadere. Siamo ormai diventati servi di questa quotidianità ma al tempo stesso possiamo, con un briciolo di speranza, conservare nel cuore l’immagine di un posto migliore che almeno nella nostra mente nessuno ci potrà togliere.
Il pessimismo può anche diventare motivo di ottimismo, come il “ma” del verso finale ci fa capire. L’autrice infatti riesce sempre a indicarci un lato positivo nelle cose: se non possiamo più volare verso mete irraggiungibili o troppo lontane, possiamo però camminare, con i piedi per terra: non avremo più illusioni ma sapremo cosa aspettarci e come affrontare il mondo che ci circonda, senza rinunciare però a una speranza segreta da tenere tutta per noi.

12 commenti

Archiviato in Senza categoria

12 risposte a “Anna Ventura, Quattro poesie inedite, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Margherita Marchiando, Diafania, La Grundstimmung della stagnazione del nuovo Potere Imperiale

  1. Scrive Noam Chomsky nell’articolo riportato nel link:

    «Oggi, virtualmente, l’intera Borsa valori di New York si sposta a Tokyo durante la notte: il denaro è a New York di giorno, poi viene trasferito “via rete” a Tokyo, e siccome il Giappone è in anticipo di quattordici ore rispetto a noi, lo stesso denaro viene utilizzato in entrambi i posti. Ormai, quasi 1000 miliardi di dollari vengono spostati quotidianamente sui mercati speculativi internazionali, con effetti enormi sui governi nazionali. A questo punto, la comunità internazionale che gestisce questi investimenti ha un virtuale potere di veto su tutto ciò che un governo nazionale può fare».

    Adorno scriveva che nelle società capitalistiche tutti gli uomini vivono come in un «sortilegio», significando l’impossibilità per quegli uomini del sortilegio di discernere il vero dal falso, il reale dall’illusione. È che viviamo tutti in tutto il mondo nel medesimo villaggio del capitalismo il quale è un sistema che prolifera senza alcun rivale esterno. Dei rivali «interni» al sistema può finanche decidere di lasciarli benevolmente in vita (fino ad un certo punto, però), tanto sono ininfluenti, le decisioni decisive vengono prese dagli investitori i quali possono scegliere di vendere un quantum di titoli pubblici di un paese per obbligarlo a conformarsi alle regole del sistema. Come bene spiegato da Chomsky, il profitto prolifera laddove si ha stagnazione. Ecco perché le società a capitalismo sviluppato vivono in una sorta di stagnazione o crescita condizionata dal mercato dei capitali. È il mercato dei capitali che decide della crescita o della decrescita o della stagnazione.

    In questo quadro, le creazioni estetiche sono ininfluenti, sono prodotti anch’essi della stagnazione. Anche le post-avanguardie e le post-retroguardie degli ultimi settanta anni sono in realtà confluenti con le regole della stabilizzazione e della stagnazione economica e politica, e si adattano di buon grado a questa situazione chiedendo semmai qualche parcella o qualche gettone al Dominus.

    È ovvio che di questa situazione macro storica noi della nuova ontologia estetica, come suol dirsi, ne siamo consapevoli, e ci guardiamo bene dal reclamarci detentori della bellezza o di altre analoghe fanfaluche, e non rimpiangiamo certo i tempi passati quando fioriva la società letteraria…

  2. sabino caronia

    Anche io, sulla scia dell’indimenticabile amico Vittoriano Esposito, come ho avuto modo più volte di riconoscere, proclamo a chiare lettere il valore della poesia di Anna Ventura.

  3. Scrive il paleontologo Stephen Jay Gould: «riavvolgiamo la videocassetta e, accertandoci di aver cancellato tutto ciò che è accaduto, riportiamoci a un certo tempo e luogo nel passato […]. Poi giriamo di nuovo il film e vediamo se la ripetizione è uguale all’originale».

    Stanza n. 3

    Duchamp è con la pipa. Madame Hanska è nuda. Siedono attorno ad un tavolo.
    Hanska distribuisce le carte da gioco.
    Duchamp deglutisce.
    «Ecco a Lei. Io adesso Le darò le carte.
    Tredici carte di Picche. Le disponga in fila, non importa l’ordine.
    È la fila delle cause.
    Scelga poi le tredici carte di Cuori. Le mescoli bene.

    Disponga in fila sotto le carte di Picche una carta di Cuori.
    E solo una sotto ogni carta di Picche.
    Accade che nella stessa posizione delle due file si presenti in alto
    una carta di Picche e in basso una carta di Cuori
    con lo stesso valore.
    Due Sette in terza posizione. Due Re in decima o quel che capita».

    «La relazione di concordanza è un modello formale
    della relazione di causalità:
    Il Sette di Picche “causa” il Sette di Cuori,
    Il Re di Picche “causa” il Re di Cuori, etc.

    Il principio di identità simula il principio di ragion sufficiente.
    È la rappresentazione del principio eziologico.
    Se c’è il Sette di Picche sopra, c’è il Sette di Cuori sotto.
    Se non c’è il Sette di Picche sopra, non c’è il Sette di Cuori sotto».

    […]

    L’unghia smaltata di K. agguantò al volo un calice di Campari
    che oscillava negli stagni Patriarsci.
    Il direttore d’orchestra depose la bacchetta, i musicisti se la filarono,
    il pubblico prese a fluire.
    Zlatan Ibrahimovich prese a calci un pallone e fece goal.
    «C’è un agente morboso», disse K. rivolto ad Azazello.
    «Se c’è, c’è il morbo», rispose quest’ultimo.
    Il quale tirò fuori dal taschino della giacca un ipotocasamo nuovo di zecca,
    e con quello cominciò a frinire, a fare saltelli.
    «Se non c’è?», chiese amabilmente Azazello, dopo una giravolta.
    «C’è la guarigione», replicò K. passeggiando rumorosamente con i mocassini nuovi
    made in Italy.
    Il berretto verde di K. ebbe un sussulto.

    «Il cosiddetto principio di concordanza.
    Sono i risultati delle tre carte, caro Cogito.
    Nient’altro che un gioco di prestigio.
    Tuttavia, la poesia nasce da un lancio di dadi
    su un piano inclinato…
    Il Covid19?, un elemento della perturbazione che concorre
    con la perturbazione generale…
    Quella parte del tutto che vuole costantemente il male e invece concorre
    a produrre costantemente il bene…
    Al di là del principio del bene e del male.
    Ovviamente.»

    […]

    Nella poesia di Mario Gabriele e, in generale, nella poesia della nuova ontologia estetica, ciò che è fondamentale è il gioco stesso, non i giocatori. La poiesis diventa il libero campo di azione del gioco del linguaggio. In tal senso, si può dire che il linguaggio si prende gioco dell’uomo, fintantoché lascia fuggire l’uomo nella vertigine delle significazioni che gli fanno obliare il rischio e la posta in gioco del suo rapporto con il linguaggio.

    È nota la diffidenza di Heidegger nei confronti del linguaggio ordinario. È per questa ragione che le sue riflessioni sul linguaggio non coincidono in ultima istanza con la teoria ermeneutica della «metaforicità fondamentale» del linguaggio elaborata da H.-G. Gadamer.

    È nella misura in cui la poiesis riesce a prendere le distanze dal linguaggio ordinario che può ritrovare il gioco del linguaggio e con ciò il gioco della metafora. Nel linguaggio compreso come Sage, il mostrare prevale sempre sull’indicare. Ora, questo privilegio del mostrare (die Zeige) implica una nuova valutazione della polisemia. Il pensiero essenziale, quello dell’Ereignis, è essenzialmente polisemico. La messa in evidenza della polisemia non significa la confessione dell’impotenza di un pensiero che avrebbe fallito a dirsi nell’univocità del concetto o nell’univocità “canonica” di una logica.

    la polisemia non è un in-differente, non è una proprietà neutrale del linguaggio ma ha la funzione di preparare a quell’Inatteso («Bereitschaft für das Unvermutete» di Heidegger) che è eliminato dal linguaggio ordinario, che da questo punto di vista, è interamente subordinato all’impero dell’opinione e del «si dice».

    1 M. Heidegger, Was heisst Denken, cit., p. 83. («Se tuttavia qui è possibile parlare di gioco, il gioco non sarà un gioco di parole, perché è l’essenza del linguaggio che gioca con noi», Che cosa significa pensare II trad. it. di U. Ugazio e G. Vattimo, Sugarco, Milano 1988, p. 15).

    *

    Il paziente H. cerca aria.
    Boccheggia.
    Si agita.
    L’infermiera gli aspira la saliva.
    Il livello dell’ossigeno è 100, scende a 93, poi 90. Risale, 91. Scende, 89, 88, 87…
    Il direttore d’orchestra intima il silenzio.
    Le luci rosse sono accese. Le blu anche.
    Il colore blu scende.
    Scende.

    • Scrivevo tempo fa riflettendo sull’ultimo libro di Mario Gabriele, Registro di bordo (Progetto Cultura, 2020) :

      L’amministrazione da condominio del consenso amministrato delle società tecnologiche rende la prassi artistica sempre più analoga alle esperienze gastronomiche e deculturalizzate del Kitsch. Non c’è via di uscita da questa antinomia se non mettendo fuori gioco la prassi artistica, non accettare nulla gratis. Ed è quello che fa la poesia di Mario Gabriele, altrimenti si finisce nell’imbonimento del silenzio, il che segna un vantaggio considerevole per l’arte ammaestrata e gastronomica del Kitsch. La parentela tra il Kitsch culturale e il Kitsch non-culturale (vedi le poesie di Zeichen e della Lamarque), si va sempre più assottigliando: alla fin fine non si riesce più a distinguere una battuta di spirito del poeta di Fiume da una battuta da bar dello sport perché se si accetta la filosofia dello spot e della battuta di spirito, tutto pende peristalticamente verso la battuta di spirito tout court. «Tutto pende da ciò da cui dipende» diceva Michelstaedter. Se il «Totum è il Totem» (Adorno) ne discende che il «Totem è il Totum». Il Tutto è una costruzione peristaltica che sta bene alla filosofia imbonitoria e pacificatrice che vorrebbe gli uomini imbelli, sanificati dai vaccini della demagogia, proprio oggi che si parla a vanvera contro i vaccini perché colpevoli di aver salvato la vita a decine di milioni di persone, io mi sentirei di dichiarare: dissentiamo dal Totum, facciamo un’arte irriconoscibile, impenetrabile, antimbonitoria rimettiamo in piedi quello che adesso cammina sulla testa.

      Heidegger nel 1924 scrisse: «quando ci sentiamo spaesati, iniziamo a parlare».

      Ecco, io penso che la poiesis accada quando ci accorgiamo che ci sentiamo spaesati, quando non riconosciamo più le cose e le parole che ci stanno intorno. Allora, le parole e le cose ci diventano irriconoscibili.

      Ci sono delle cose che si possono dire con una lettera, altre che diciamo al cellulare. Ricevere una lettera è molto diverso da quando parli con qualcuno che hai di fronte. Il dialogo con un estraneo è cosa molto diversa dal dialogo con una persona che amiamo e che conosciamo molto bene. Anche un dialogo al telefono è molto diverso dal dialogo con una persona che abbiamo di fronte. Le parole non sono mai le stesse. È molto difficile scrivere in un libro di saggi in modo da essere correttamente compreso, tanto più in un libro di poesia. È evidente. Alcune cose richiedono di essere scritte a mano, come una lettera di condoglianze. È ancora consuetudine che si scriva a mano e non a macchina un pensiero di condoglianze. Analogamente quando scriviamo una dedica a un libro che doniamo. Chi penserebbe di scrivere una dedica a macchina? Sarebbe davvero improprio. Ma nella poesia scopriamo di essere senza mittente e senza destinatario, e che in questa particolarissima condizione non possiamo più dire le parole che troviamo nel vocabolario o che le persone usano nel commercio quotidiano. Le parole mentono, sono sempre imbonitorie.

      Ci sono delle cose che in una poesia non si possono dire. Scrivere una poesia è un atto di estrema cortesia e di estrema reticenza. Non posso scrivere in una poesia un pensiero del tutto ovvio, perché verrebbe immediatamente archiviato dalla memoria collettiva. In poesia non si possono scrivere truismi, se non per ribaltarli. Resta il fatto, però, che l’altro ha bisogno di conoscere esattamente ciò che non è detto, e il poeta di rango non si sottrae mai a questo problema, egli risponde sempre come può, riproponendo di continuo ciò che non viene detto, ma in altri modi, con altre parole. In questo modo ingaggia una lotta perpendicolare con ciò che non viene detto allargando il campo della dicibilità e restringendo quello della linguisticità. Questo è il compito proprio della poiesis.

      È molto importante trovare il luogo nella linguisticità. E questo lo possono fare soltanto i poeti. Mario Gabriele ha trovato il suo luogo esclusivo nella linguisticità generale, e non si muove di lì. Soltanto in quel luogo può parlare, in altri posti (della linguisticità) rimarrebbe muto. Nessuno che esprime qualcosa dice ciò che effettivamente intende. Ciò che intendo è sempre diverso da ciò che dico. È ingenuo pensare ad una perfetta coincidenza tra ciò che intendo dire e ciò che dico. Tra la parola e la cosa si apre una distanza che il tempo si incarica di ampliare e approfondire. Tra le parole si insinua sempre l’ombra, viviamo sempre nell’ombra delle parole. Anche trovare la parola giusta al momento giusto, è una ingenuità. Il politico pensa in questo modo, pensa in termini di «giusto», di «opportuno», di «conveniente», non il poeta. La poiesis non ragiona in questo modo. Alla poiesis interessa trovare il «luogo esatto» dove far scoccare l’evento del linguaggio. Tutto il resto non interessa la poiesis.

      Pensare l’evento del linguaggio dal punto di vista di chi è fuori del «luogo» del linguaggio, è una sciocchezza. Chi è fuori del «luogo» non comprenderà mai l’evento di quel linguaggio che deriva da un «luogo». Quello che Heidegger vuole dire con le parole Befindlichkeit e Grundstimmung è proprio questo, il situarsi emotivamente da parte dell’Esserci in un luogo. Ogni luogo ha il suo particolarissimo pathos, un particolarissimo colore emotivo. E la poesia è il recettore di questo pathos, di questo colore emotivo.

      In una poesia devi poter avvertire lo stillicidio dello sbattere sul niente. Quello sbattere, quell’affondamento è la felicità della poesia, la sua continua incompiutezza e inadeguatezza, il suo costante periclitare e incespicare. Mario Gabriele, dopo tanti anni, corre il rischio di ritrovarsi nello stesso luogo di Marina Petrillo, di Marie Laure Colasson ed Ewa Tagher. Che quella inoperosità dovesse realizzarsi in un amplesso senza gioia di generare e dove solo il contatto, puntuale e disperato col nulla, portasse testimonianza dell’esserci qui, in questo tempo senza disperazione e senza felicità non lo avremmo mai creduto qualche anno fa.

      Dopo Heidegger, nell’ipermoderno, l’ontologia si definisce non più come il fondamento del soggetto ma come una macchina linguistica, pratica e condivisa, come tessuto della praxis, ed il dispositivo ontologico come asse di ricomposizione costituente dell’operare e del linguaggio nel comune. Questa riqualificazione dell’ontologia porta a tutt’altro che al nulla. Una schiera di filosofi, da Nietzsche a Benjamin a Foucault e Agamben ha cominciato a leggere questo nuovo rapporto ontologico come decisivo sull’orizzonte dell’operare. In questa nuova accezione il nulla è nient’altro che un facere, un operare destituente, un operare decostruttivo, un operare istitutore di quel facere che è il nulla.

      • mariomgabriele

        caro Giorgio, essere poeti, e tu lo sai, non è cosa facile nel senso che bisogna essere prima critici di se stessi e poi co-struire o de-costruire il linguaggio secondo le ragioni del fare poesia.Un giorno sul Corriere della Sera di venerdì 2 Luglio 2004, apparve un breve intervento di Giuliano Gallo con il titolo: “Faziosità, il male oscuro che spacca l’Italia”. riferendosi al volume edito dal Mulino e curato da Ernesto Galli della Loggia e Loreto Di Nucci dal titolo DUE Nazioni. Qui si percepiva veramente un’Italia spaccata in due, anche se non vi appare il potere editoriale con tutte le sue filiali autarchiche, creando una “divisività” che ha dominato decenni e decenni di storia economica e culturale. In questo libro Paolo Mieli si sofferma, con una certa tristezza, sul fatto che”non stiamo producendo niente di nuovo, consapevole che ormai tutti i paesi hanno imparato a dividersi e a schierarsi senza volersi distruggere”.

        E allora come la mettiamo nell’attuale Epoca del Covid19? La scomparsa del critico e dello scrittore ha portato a esautorare un paradigma poetico alternativo al dominio imperante del 900.Cercare punti di riferimento della fine della poesia elegiaca o di fine corrente letteraria, è molto difficile.

        Secondo De Sanctis il vero declino della poesia italiana comincia a delinearsi nel Cinquecento mettendo all’ombra Ariosto, Machiavelli, e Guicciardini, dando appena un’ancora di salvezza ad Alfieri e Parini, “ma la direzione del diagramma poetico restava quella della decadenza”.Allora possiamo affermare con Enzo Siciliano che per il poeta resta sempre il buio in sala. Qui, non vorrei dimenticare Edoardo Sanguineti, con il quale ebbi un lungo discorso in trattoria, in occasione di una edizione a Campobasso del premio di Poesia Nuovo Molise, in cui lo stesso critico confessò che non era più tempo di Avanguardia mancando fronti culturali che si contendono una spinta al cambiamento.

        Basta andare in libreria. Gli scaffali non si piegano sotto il peso di libri di poesia rimasti sempre un’arte marginale nell’epoca dei consumi. Tutto questo non ha permesso ai poeti della Nuova Ontologia Estetica di neutralizzarsi dentro apparati linguistici in-formali e contrastanti,che se pure esistenti tracciano la via al “senso vietato” di Deleuze proiettando il verso in un principio antropico ultimo, con la speranza di svilupparsi intelligentemente verso un paradigma che contenga al suo interno il coraggio di superare la fase di stallo del Post Covid 19, che è una vera macelleria.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/24/anna-ventura-quattro-poesie-inedite-commenti-di-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-margherita-marchiando-diafania-la-grundstimmung-della-stagnazione-del-nuovo-potere-imperiale/comment-page-1/#comment-63724
    ricevo e pubblico di un giovane autore che ci segue la poesia che segue.
    Tiziano Loreti

    Salotto

    Da sinistra a destra:
    due finestrelle guardie
    d’una porta finestra
    affacciata sull’autunno;
    un fan coil spento
    poggiato su
    d’un piccolo vaso verde,
    sopra tre quadri in verticale.
    Un cinquantasei pollici,
    schermo piatto,
    su di un vecchio mobiletto
    porta cd.
    Una seconda finestra
    con serranda serrata;
    la morte
    dell’animo di un uomo
    distesa
    su un comodo divano.
    Un vecchio piano.
    Nature morte.
    Ancora quadri
    Disposti in simmetria.
    Un tavolo e tre sedie,
    perle di murano
    in un mobile a vetrata.
    Soffitto bianco,
    con cascante lampadario
    pianta di papavero
    che controlla dall’alto.

    • Bello il quadro che non si accende. Questo teatro spento, questa quarta parete divelta.
      Questa continua introduzione. Questa ambientazione per fantasmi. Questa retorica degli oggetti accatastati. “La morte dell’animo del uomo” senza rimbecchi è il gocciolio del lavandino del bagno che cola. Lupen, Arsenio Lupen senza un piano.

      GRAZIE a te! Tiziano Loreti.
      (La prossima volta, vale per tutti quelli che ci seguono, entrate pure senza bussare!)

      Grazie OMBRA.

      • Il gocciolio del lavandino del bagno che cola. La lancetta dell’orologio che scandisce l’immobilità. Il Serafino Gubbio pirandelliano annullato dall’empirismo della quotidianità.

        Grazie a lei.

  5. Alfonso Cataldi

    Ben tornata la poesia di Anna Ventura, di cui si avverte ancora tanta necessità

  6. Anna Ventura è calcolo e saggezza, uniti a buon rapporto con l’infanzia. Per me questa è la somma ideale; soprattutto la saggezza, che non è data ai principianti della vita. Quindi è “merce” rara. Poi Anna Ventura ha talento, scrive bene, con lingua chiara e agile. Pare che tutto le riesca facile, ma si capisce che non è solo puro istinto, benché non le manchi. Vera signora della poesia italiana. Ogni volta che leggo una sua poesia, provo gratitudine.

  7. La Lezione della poesia di Anna Ventura

    Quello che mi ha sempre colpito nella poesia di Anna Ventura è che lei adotta la parola non come una «categoria» ma come un venire a noi della parola. La categoria mette in evidenza accusa e rende manifesto, chiama e reclama la cosa per la quale sta in rappresentanza come ciò che è, ma proprio così facendo determina la parola, la costituisce come rappresentanza della cosa. La categoria giudica, cita in giudizio la cosa per appropriarsene, per affibbiarle un nome proprio che è proprio solo in quanto proprietà della categoria.

    La lezione che viene dalla poesia di Anna Ventura è questa introduzione all’umiltà verso la parola, la consapevolezza della sua insufficienza, che vuol dire consapevolezza della dignità di tutte le parole che sono tutte eguali ma non dinanzi al Tribunale della Legge e della Storia ma in quanto stanno in noi nella nostra vita intima, privata, e ci guidano e ci sorreggono nel cammino della vita.

  8. gino rago

    Da Tu quoque a Streghe alla poesia di Anna Ventura, con Giorgio Linguaglossa e tutta la Redazione, fui lieto di dedicare la copertina e le prime 10 pagine del Mangiaparole n. 5, gennaio/marzo 2019, a onore di una lunga militanza poetica all’insegna di quella che Linguaglossa ha interpretato giustamente come “umiltà verso la parola”.
    Gino Rago
    *
    25 aprile al tempo del COVID-19

    Rosso-bianco-verde. Due fazzoletti. Uno sul collo di Calamandrei l’altro su quello di mio padre dalla prigionia. Hanno spaccato le lapidi dei loculi per essere alla testa di tutti i cortei. Ma strade quest’anno e piazze come il Sahara di notte, gelo fra le parole, pianure di ghiaccio fra le conversazioni. Mio padre disse «NO» al cibo, agli scarponi, Alla divisa cucita su misura. Rimase negli stracci, nella fame, Nei pidocchi. Partì con altri a venticinque anni.Tornò. La giovinezza mai vissuta per sempre alle sue spalle.

    Con Calamandrei stasera mio padre senza farsi vedere chissà dove andrà. Forse a Marzabotto con i fratelli Cervi. O forse a Porta San Paolo o a Via Tasso o alle Ardeatine. Da anni il tra il 24 e il 25 di ogni aprile esce di nascosto dalla tomba. Si fa fiore tra i fiori mai secchi sotto le croci di legno sui prati, sulle rive dei fiumi, sulle montagne: «La libertà… Il meglio fiore…Ma vuole sempre acqua, acqua nuova».

    Calamandrei e mio padre lo dicono ancora:«La libertà…? E’ di tutti. Anche di quelli che la negarono a tutti». Lo hanno detto anche quest’anno, ma in un posto strano, bare allineate, morti nei lenzuoli, croci senza nomi, un camion militare con il motore acceso, uomini e donne con strani aggeggi sulla bocca e il naso…«Bombardamenti? Raffiche di fucili automatici? Gas asfissianti? Che posto è questo? Che razza di nemico è questo?».

    Omertà, nessuno dice una parola. La figlia dell’Agnese che con la Viganò andò a morire:«Questo posto è un ricovero di anziani… Il nemico è terribile, non si vede, non si sente, in silenzio ti possiede, in silenzio ti uccide…Ho sentito di nascosto due infermiere che facevano il suo nome, non ho capito bene, ecco sì, un virus, un virus come un re, un virus…Ecco, sì, ora mi ricordo, un virus con in testa una corona».

    Qualcuno ha scritto sui muri:«Qui, l’odore dell’asfalto sale, si arrampica sui tronchi dei pioppi ai bordi della strada, si aggrappa alle gambe dei medici, ai camici delle infermiere, ai nasi e alle bocche degli infermieri senza mascherine, soldati mandati in guerra a mani nude».

    Una macchina con targa francese. Un cane con un camice blu e occhiali scuri al volante si ferma davanti a un cancello di ruggine. Dalla macchina scende un cappello.

    Fa pochi passi, guarda oltre il cancello: fucili accatastati, casse di munizioni piene, esplosivi da riconsegnare.

    I partigiani fanno dietro front, rompono le file. Nell’aria già la puzza della restaurazione.
    *
    (gino rago)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.