Cambiamento di Paradigma, Sull’Evento nella nuova poesia, La poesia all’Epoca del Covid19, Poesie di Mario M. Gabriele, Giuseppe Gallo, Gino Rago, 

Gif Danza di bottiglie

sono portato a credere che un’era geologica della poesia sia finita, irrimediabilmente, e che se ne sia aperta un’altra. È cambiato non solo il paradigma, ma è cambiato il mondo, e forse sarebbe bene prenderne atto.

Giorgio Linguaglossa

cambiamento di paradigma

Tempo fa discettavo intorno alla ipotesi che si stesse profilando nella poesia italiana un cambiamento di paradigma, dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza, espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Possiamo affermare che in Italia c’è ormai da tempo, è ben presente, un cambiamento di paradigma, perché le cose della poesia camminano da sole, si sono rimesse in moto dopo cinque decenni di immobilismo. E questa è senz’altro una buona notizia.

L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (in La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica stilistica) più o meno di moda nei vari periodi, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.
Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck:
«Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.»
Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato

Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

si è concluso il Post-moderno

Possiamo dire che quell’epoca che va da l’Opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonologica) ed inizia una poesia topologica che integra il Fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili e mi riferisco ad una recentissima scoperta scientifica: è stato individuato un cristallo che ha una struttura atomica mutante, cioè che muta nel tempo!) ed il Fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un certo concetto di reale e di finzione), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio» (per dirla con un termine del lessico mediatico).

La poesia all’Epoca del Covid19

Leggendo la poesia di Mario Gabriele, sono portato a credere che un’era geologica della poesia sia finita, irrimediabilmente, e che se ne sia aperta un’altra. È cambiato non solo il paradigma, ma è cambiato il mondo, e forse sarebbe bene prenderne atto. E con esso anche la poesia, ovviamente.
È come andare in trattoria, chiedere un fritto misto di paranza e, invece, il cameriere ti porta un usufritto di oloturie, ologrammi e orologi da tasca. Qui c’è qualcosa di irriconoscibile e di inaspettato. E, davanti ad una materia irriconoscibile e inaspettata che cosa ha da dire una ermeneutica? Niente, penso proprio niente.

Mario M. Gabriele

Caro Giorgio,
mi sto indirizzando verso un nuovo paradigma poetico, come eccezione propositiva, senza rinnegare la NOE e i Distici.
Per quanto tempo potrò andare avanti su questa forma? Non lo so!. Ma mi piace assecondare ciò che qui dici con il titolo “cambiamento di paradigma”… “Possiamo affermare che in Italia c’è ormai da tempo, e ben presente, un cambiamento di paradigma, perché le cose della poesia camminano da sole, si sono rimesse in moto dopo cinque decenni di immobilismo”. Spero proprio, ma lo avverto che questo testo ne indichi qualcosa. Grazie di questo nuovo post.

*
Dalle cinque alle sei del mattino
sempre in dormiveglia. Perché?

All’alba ci muoviamo per la caccia ai lupi mannari
e ai sacchetti di speranza e di Lou Rossignon.

Ce la fai da solo?
Grazie! Fammi solo compagnia.

Vedo immagini passare come Mary Poppins.
E’ quanto di più raro mi rimane del tempo passato.

In questi agglomerati urbani non puoi chiedere
a nessuno la strada di un nuovo battesimo.

Il Naprosyn mi toglie la sindrome radicolare
simile ad una stagione all’inferno.

Beata te, Vanessa, che cogli le rose e i tulipani
nella serra di Nonno Vincent.

La nostra questione
rimane un olifante senza voce.

Maglie, camiciole, pezzetti di hamburger,
terreni seccati che tornano ad essere vivi.

Forse hai dimenticato qualcosa. Che cosa?
La brunetta che ti adocchiava come in un outlet.

Era la cucitrice di sogni in bianco e nero.
Questione di opinione!

Ciò non spiega l’allume di Rocca,
la barba di Marx e Senofonte!

Vivere a caso ci fa star bene
come un torroncino a Natale.

Il Corriere dell’Inferno scorrazza da New York
ai ghiacciai dell’Antartide.

Mondo sii buono!
E’ questo il mese della primavera!

Gino Rago

Storia di una pallottola 3

Il commissario:

«Madame Colasson, dalla sua pistola è partito un colpo.
che si è allungato lungo via Merulana,

ha colpito di striscio un signore che leggeva il giornale,
– qualcuno ha insinuato trattarsi di Barabba –

e invece si trattava di un modesto poeta di Mediolanum.
Madame, la accuso di infedeltà alla narrativa
e la sbatto in gattabuia!».

Marie Laure scende dal camion. È irritata. Prende un taxi,
si reca all’Opéra di Parigi,

getta un guanto in faccia al commissario Ingravallo,
afferra dalla sua borsa Birkin il revolver con il manico di madreperla

e spara un colpo che,
come al solito, sbaglia traiettoria e attinge

un aquilone il quale precipita in via Gaspare Gozzi
attigua alla abitazione del poeta Giorgio Linguaglossa…

Intanto, fiocchi di neve, chicchi di riso, uno scolapasta,
una stella di latta, un catecumeno con la tonsura,

le Poète noir Antonin Artaud con i guanti bianchi a testa in giù,
una tovaglia ricamata e la bandiera tricolore

precipitano dal quinto piano del balcone di via Gaspare Gozzi,
comprese delle mascherine, dei volantini della Lega lombarda,

una matrioska dipinta a mano,
e un piffero…

«Tutto questo per una pistola a tamburo con il manico di madreperla…»,
pensa Madame Colasson…

«Ah…les choses de la vie», commenta la parigina
mentre fa ritorno a cavallo al Beaubourg.

«Sont les choses de la vie»

Giuseppe Gallo

On/Off

la notte è in piedi
a volte sono io… la porta trasparente, la spia di controllo: accesa/spenta

: verde/bianca. La questione è che non sono ancora del tutto… On/off
Cos’è un P R O B L E M A?

“L’analista era spento”* poi “si tirò su, sorrise…” *
perché nelle sue parti esistono entrambi: la nascita e la morte…

ma le idee non vivono nel vuoto… sono un po’… come intermittenze sonore
o conchiglie infantili depositate sull’arenile.

Il quid è negli interstizi dei vuoti a rendere.
Entra. Siediti. C’è qualcuno che non hai mai visto?

A volte sei anche tu… On/off
è che non sei ancora del tutto… sei un po’… come la trasparenza di una parete,

il controllo di una spia: spenta/accesa: bianca/verde.
Spenta/accesa. Gialla/rossa. Spenta…

* Ph. Dick, The cromium Fence, in Tutti i racconti, 1955-1963, Fanucci Editore, 2012

Lucio Mayoor Tosi

Caro Giuseppe Gallo,
On/Off a me piace moltissimo. Il mix prosa-poesia (prima la prosa, che è cavalier servente) io lo avevo risolto tenendo sul comodino libri di Philip Dick e di Tomas Tranströmer. La prosa di Dick va spedita ma tutto sommato è prosa ordinaria, quel che colpisce è la sua magnifica inventiva. C’è un punto in cui la prosa deve lasciare il posto alla poesia, avviene per una sorta di suo svenimento… lo stop! dopo il quale i motori dell’astronave possono procedere in autonomia. Lo avrai sperimentato chissà quante volte anche tu.

Accensione e spegnimento non dipendono da noi. O raramente. Facciamo tutto in automatico: dal mattino, quando alzandoci dal letto tocchiamo con i piedi il pavimento, a sera nel chiudere gli occhi. Il punto del sonno. Penso che siamo niente. Solo spettatori.
Nemmeno le parole ci appartengono. E ci infiamma il pensiero. Tra poeti ci si legge per vedere chi sa infiammarsi meglio, e porre a confronto le qualità dei fuochi. Se stringiamo questa visione sul verso, ecco vediamo che brucia e finisce. Poi ne brucia un altro. Nella stessa poesia è morire tante volte. Chi non muore è lo spettatore, colui o lei che scrive: nella pausa vive, nell’ozio è se stesso. Dal che se ne deduce che la società non è a misura d’uomo. Nessun tipo di società può essere a misura d’uomo. Mi sa che tornerò a leggere Kierkegaard.

 

 

30 commenti

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30 risposte a “Cambiamento di Paradigma, Sull’Evento nella nuova poesia, La poesia all’Epoca del Covid19, Poesie di Mario M. Gabriele, Giuseppe Gallo, Gino Rago, 

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/20/cambiamento-di-paradigma-sullevento-nella-nuova-poesia-la-poesia-allepoca-del-covid19-poesie-di-mario-m-gabriele-giuseppe-gallo-gino-rago/comment-page-1/#comment-63642
    La società signorile di massa del post-capitalismo e l’invasione del Coronavirus

    La filosofia che verrà dovrà per forza di cose tentare di pensare una via d’uscita dall’umanesimo.

    La poesia che verrà dovrà per forza di cose tentare di pensare una via d’uscita dall’umanesimo.

    La poesia che verrà dovrà per forza di cose sottrarsi al dominio imposto dal linguaggio dell’umanesimo agli uomini.

    Una via di sortita fuori dall’atto di dominio con cui è stata pensata e attuata la parola nel corso dell’umanesimo. La parola della nuova ontologia dovrà per forza di cose tendere ad un allentamento e ad un allontanamento dal legame che tiene unite la parola al suo referente oggettuale, ad un allontanamento della parola dalla parola. Posta questa premessa possiamo dedurre che la nuova fenomenologia poetica dovrà indirizzarsi verso l’impiego del fantasma e del pensiero fantasmatico non più come succedaneo o mero simulacro, ma come protagonista assoluto della nuova poesia.
    Le poesie postate oggi vanno sicuramente in questa direzione.
    Liberarsi dalla signoria del linguaggio condiviso e validato è una necessità assoluta.
    Occorre liberare il linguaggio poetico dalla signoria del linguaggio.
    Occorre liberare il linguaggio poetico dalla signoria del linguaggio neoverista e neomimetico in auge nella poesia italiana di queste ultime decadi.

    Scrive Derrida:

    «Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono questo e questo, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano».1

    1 J. Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano 2006, p.62

  2. Umberto Galimberti, riflessioni ai tempi del coronavirus sul senso del futuro
    Di Umberto Galimberti
    16 aprile 2020

    https://www.gqitalia.it/news/article/umberto-galimberti-filosofo-coronavirs?fbclid=IwAR0ZXiIuSFy5I6wwGF_Ua0NnLR2l24Rh3OS8czV_JUXUjBp8CYnPcQmF0Qo
    [Dove credeva di essere arrivato, l’essere umano? Perché, costretto a fermarsi, non sa più chi è? E cosa pensa di fare davanti alla negatività della vita? Ecco il pensiero, spiazzante e urticante, del filosofo Umberto Galimberti

    Umberto Galimberti, filosofo, sociologo, antropologo culturale, psicanalista e accademico: allievo di Emanuele Severino e Karl Jaspers, di cui traduce le opere, è un assoluto divulgatore. 78 anni il 2 maggio, cresciuto con altri nove tra fratelli e sorelle, sta lavorando a un nuovo libro (rigorosamente con la macchina per scrivere). Per GQ ha scritto questa riflessione.]

    «Il cambiamento imposto dal coronavirus sembra una sofferenza difficile da sopportare, anche se l’umanità ha superato di molto peggio. Succede perché ci troviamo nella condizione in cui tutta la nostra modernità, la tutela tecnologica, la globalizzazione, il mercato, insomma tutto ciò di cui andiamo vantandoci, ciò che in sintesi chiamiamo progresso, si trova improvvisamente a che fare con la semplicità dell’esistenza umana. Siamo di fronte all’inaspettato: pensavamo di controllare tutto e invece non controlliamo nulla nell’istante in cui la biologia esprime leggermente la sua rivolta. Dico leggermente, perché questo è solo uno dei primi eventi biologici che denunceranno, da qui in avanti, gli eccessi della nostra globalizzazione.

    Se questo è il quadro, c’è forse un’incapacità di evolverci, come esseri umani? Il Cristianesimo ha diffuso in Occidente un ottimismo che ci ha insegnato a pensare in questi termini: il passato è male, il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Questa modalità di considerare il tempo è stata acquisita dalla scienza, che a sua volta dice che il passato è ignoranza, il presente è ricerca e il futuro è progresso. Persino Karl Marx è un grande cristiano quando predica che il passato è ingiustizia sociale, il presente farà esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro renderà giustizia sulla Terra. E Sigmund Freud, che pure scrive un libro contro la religione, sostiene che i traumi e le nevrosi si compongono nel passato, che il presente sia magico e che il futuro sia guarigione. Non è così. Il futuro non è il tempo della salvezza, non è attesa, non è speranza. Il futuro è un tempo come tutti gli altri. Non ci sarà una provvidenza che ci viene incontro e risolve i problemi nella nostra inerzia. Speriamo, auguriamoci, auspichiamo: sono tutti verbi della passività. Stiamo fermi e il futuro provvederà: non è così.

    Quindi cosa dobbiamo fare? Non c’è niente da fare, c’è da subire. Accettiamo che siamo precari: ce lo siamo dimenticati? Rendiamoci conto che non abbiamo più le parole per nominare la morte perché l’abbiamo dimenticata. Ammettiamo che quando un nostro caro sta male lo affidiamo all’esterno, a una struttura tecnica che si chiama ospedale, e da lì non abbiamo più alcun contatto. Una volta i padri vedevano morire i figli quanto i figli vedevano morire i padri. C’erano le guerre, le carestie, le pestilenze. Esisteva, concreta, una relazione con la fine. Oggi l’abbiamo persa. Quando qualcuno sta male, mancano le parole per confortarlo. Diciamo: vedrai che ce la farai. Che sciocchezza. Che bugia. Perché abbiamo perso il contatto con il dolore, con il negativo della vita. E quindi come facciamo ad avere delle strategie quando il negativo diventa esplosivo?

    Mi chiedete: il timore di cambiare è un limite valicabile? Facciamo prima un punto sulla realtà. Sono trent’anni che il Paese non è governato: accorgerci ora che abbiamo cinquemila letti in terapia intensiva quando la Germania ne ha 28 mila, scoprire che le carceri sono in subbuglio e che è possibile scappare sui tetti, ammettere adesso che andavano costruite altre strutture perché i detenuti potessero vivere in condizioni almeno vivibili; è il conto che stiamo pagando per essere stati distratti, per non aver preteso una guida vera. Per non parlare del debito pubblico: un macigno che si farà ancora più pesante per sopperire alle difficoltà economiche di questi mesi. È questo il limite, reale. E se lo troveranno davanti soprattutto i giovani, che al momento sembrano non morire con la stessa velocità e intensità dei vecchi: poi toccherà a loro, se non si ammalano, continuare a esistere in questo mondo.

    È un momento di sospensione, specie dalla frenesia quotidiana. Mi dicono: per molti è un valore positivo, per altri un monito del fato. Io penso che la sospensione ci trovi soprattutto impreparati: ci lamentiamo tutti i giorni di dover uscire per andare a lavorare, ma se dobbiamo fermarci non sappiamo più cosa fare. Non sappiamo più chi siamo. Avevamo affidato la nostra identità al ruolo lavorativo. La sospensione dalla funzionalità ci costringe con noi stessi: degli sconosciuti, se non abbiamo mai fatto una riflessione sulla vita, sul senso di cosa andiamo cercando. Siccome non lo facciamo, poi ci troviamo nel vuoto, nello spaesamento. E allora chiediamoci: il paesaggio era il lavoro? L’identità era la funzione? Fuori da quello scenario non sappiamo più chi siamo? Questo è un altro problema. Non basta distrarsi nella vita, bisogna anche interiorizzare e guardare se stessi. Finora siamo scappati lontano, come se noi fossimo il nostro peggior nemico. I nostri week end non erano l’occasione per volgere lo sguardo a noi, ai nostri figli. Erano fughe in autostrada. Perché conosciamo due modalità dell’esistenza: lavorare e distrarci. Fuori dal quel cerchio, è il nulla.

    Un quarto della popolazione italiana è estremamente fragile: il virus lo ha dimostrato. C’è chi si sorprende del relativismo della società rispetto ai più deboli. Ma è inevitabile. So bene che se mi dovessi ammalare io passerei in secondo piano, perché sono da salvare prima i giovani. Il problema è perché siamo arrivati a dover affrontare questo tipo di scelta, perché non abbiamo provveduto a creare le condizioni, e le strutture, per fronteggiare il dilemma. Moriremo per inefficienza. Se un virus si propaga con un numero di vittime paragonabile ai morti in guerra è chiaro che andrà tracciata − netta − la linea tra chi deve vivere e chi morire.

    Ora: l’egoismo non sta diventando adesso un valore primario. È già il valore primario nella nostra cultura. La solidarietà è andata a picco in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: sono tutte figure di solitudine. La socializzazione si è ridotta alla propria parvenza digitale. E se anche l’istruzione, superata questa fase sperimentale, costretta dai tempi, dovesse poi venire diffusa via internet? I ragazzi hanno bisogno di imparare ma anche di guardarsi in faccia, di ridere, di capire attraverso lo sguardo se l’altro dice la verità o sta mentendo. Hanno bisogno di esperienze fisiche. Nell’isolamento e nelle avversità, gli esseri umani hanno bisogno di sentire di non essere soli a lottare. I cinesi di Wuhan se lo gridavano dalle finestre. Quindi se la rete digitale ha reso possibile la connessione là dove non c’è possibilità di incontro, mi viene da pensare: bene, ottimo, ha dimostrato la sua utilità. Ma per come ha funzionato fino a ora, Internet ha anche isolato i nostri corpi. Un conto è dirsi le cose in rete, un conto è dirsele di persona. Il problema, da qui in poi, è di continuare ad avere una relazione sociale secondo natura, in cui un uomo incontra un uomo, e non l’immagine di un uomo in uno schermo.

    Quando potrà risollevarsi l’animo umano? E come? Il degrado è stato significativo. Secondo me l’animo umano era più all’altezza di queste situazioni all’epoca dei nostri nonni, quando la fatica e la penuria e la povertà erano le condizioni della solidarietà. Nelle società opulente abbiamo sviluppato invece l’egoismo, perché ci era consentito, non avendo più bisogno del nostro prossimo. Che l’umanità occidentale sia a perdere mi sembra evidente: siamo costretti in casa con le nostre scorte alimentari e il nostro letto caldo, l’unica pena che ci è inflitta è non poter uscire. Siamo il popolo più debole della Terra, il più assistito dalla tecnologia: se manca la luce per dodici ore andiamo nel panico. Mi spingo oltre: il razzismo di noi italiani, al di là di come viene indotto, ha una ragione radicata nell’inconscio. Abbiamo paura degli africani perché capiamo che quei signori capaci di attraversare i deserti, sopravvivere alle carceri e attraversare il mare sono biologicamente superiori a noi. Bios vuole dire vita. Ed è la biologia, accettiamolo, che vincerà.

  3. mariomgabriele

    caro Giorgio,
    su il Foglio di questa mattina 20 Aprile c’è un breve inserto che drammatizza la situazione post Covid 19. Te lo riporto, sic et simpliciter: “Con quali romanzi, con quali storie, con quali dettagli racconteremo i giorni neri dell’epidemia? accomunandosi a ciò che ampiamente riporti oggi sulla Rivista.

    E’ vero! Questo evento, così dannoso e improvviso,cancella la nostra società, riportandola al grado miserevole di secoli fa, attuando la fine della letteratura, della filosofia, della scienza, ma anche della poesia, e soprattutto del nostro sistema sociale ed economico.

    Il flop del sistema sanitario è dovuto in massima parte, dalla politica di gestione dei governi che si sono succeduti al potere.

    Nessuno, come Marx o il Covid, è riuscito a cambiare il mondo.Ci troviamo veramente di fronte ad un futuro impoverimento del proletariato e della classe medio borghese.

    Ci hanno messi agli arresti domiciliari come i fuorilegge. I bambini vivono in un mondo isolato. Chi esce dalla propria casa, deve dimostrare i motivi che lo hanno portato a questa scelta, scaricando sull’autocertificazione alcuni dati di autentica privacy: dati che vanno registrati e confrontati al computer dei vigilanti.Spero che non si vada oltre, sconfinando in zone più riservate, altrimenti sarà la fine della democrazia.

  4. gino rago

    José Saramago, in tempi ancora lontani dalla bufera che ci ha investito tutti, anche nella maniera su cui medita Mario Gabriele, scrisse:
    «Gli scrittori si dividono (immaginando che accettino di essere così divisi) in due gruppi:
    – il più ristretto, formato da quelli che sono stati capaci di tracciare nuovi cammini nella letteratura;
    – il più numeroso, quello formato da chi arriva da dietro e si serve di questi cammini per il proprio viaggio […]».

    Chiunque si accosti oggi con la mente e con l’anima scevre da pre-giudizi può accorgersi verso quale parte di mondo vogliono dirigersi lucidamente i poeti presenti su questa pagina chiara de L’Ombra delle Parole e quale altra parte di mondo, invece, intendono in poesia lasciarsi definitivamente alle spalle.

    • mariomgabriele

      caro Gino,
      dipende da noi e da ciò che lasciamo in poesia rivitalizzandola con un nuovo paradigma, come afferma Giorgio Linguaglossa.
      C’è poco da aspettarsi dalle nuove leve poetiche che sono quelle maggiormente colpite dal Coronavirus se non metabolizzano il nuovo clima che si sta aprendo sul Mondo.

      Noi l’abbiamo avvertito proponendo le richieste che ci vengono fatte da più parti.Ne sono un esempio i testi presentati e quelli che verranno. Non so se sei al corrente, ma Lucio Tosi ha avuto una idea brillante recuperando i migliori versi nell’epoca del Covid 19. Ci sta lavorando con Giorgio e credo che verrà fuori una bella edizione dal punto di vista estetico e commerciale.Un caro saluto. Mario.

      • gino rago

        Caro Mario,
        non sono a conoscenza del Progetto editoriale che mi annunci nel tuo commento. Né Lucio né Giorgio me ne han parlato, né su di esso Progetto sono stato contattato. Ma conoscendo i valori anche estetici oltre che morali e culturali di Giorgio e di Lucio mi attendo una grande prova e un grande risultato.
        Nel frattempo procedo in quello che Thomas Mann in Attenzione, Europa!
        chiamò “L’UMANESIMO MILITANTE” con il mio impegno in poesia volto verso l’impegno di tutti noi nella irrinunciabilità del principio della libertà, del
        principio della tolleranza e del principio del dubbio, contro ogni forma di fanatismo che è sempre, ricordando ancora Thomas Mann “senza vergogna e senza dubbi”.

  5. Sabino Caronia

    Il mio riferimento , per chi non lo avesse colto, è ai versi amati di Adam Zagajewski. “Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta, /le amicizie si fanno più profonde,/l’amore solleva attento il capo…”. Buon lavoro a tutti.

  6. Ewa Tagher

    ON/OFF di Giuseppe Gallo è il Paradigma del mondo che si è spento: l’aereo che prima volava e ora non vola più, il gesso sulla lavagna che ora riposa, un paio di scarpe da ballo, conservare in cantina. ON/OFF i miei animali da circo che non saltano
    più, la penna che si è posata, il lampo intermittente che accende un pensiero, poi il vuoto, poi una nuova idea, poi la noia, poi l’oblio, poi ancora su OFF, chissà forse è un sogno…. forse no.
    La verità è che lo switch ON/OFF prima del Covid 19 era solo prerogativa dei poeti… ora è davvero mutato il paradigma: l’umanità intera inizierà a fare i conti con l’OFF, con una dicotomia che frantumerà le certezze e aprirà porte “trasparenti” ad altre dimensioni.

    più,

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/20/cambiamento-di-paradigma-sullevento-nella-nuova-poesia-la-poesia-allepoca-del-covid19-poesie-di-mario-m-gabriele-giuseppe-gallo-gino-rago/comment-page-1/#comment-63650
    Se il telos di un’opera d’arte è scandagliare la vita in tutti i suoi aspetti, dobbiamo chiederci: che cos’è la vita?

    «La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione».1

    1 Jacques Derrida La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990, p. 301

    Stavo riflettendo su questa frase sibillina e magnifica di Derrida e pensavo che un’opera d’arte che non tenti la «rappresentazione» del «non-rappresentabile» si riduce a chiacchiera scialba. Il problema è proprio lì, nella «origine», nella scaturigine delle cose. Pensavo di ribaltare il nostro comune e irriflesso modo di vedere le cose, che si riduce nell’andare «per linee esterne»; e invece dobbiamo capovolgere il nostro punto di vista e pensare di andare «per linee interne». È come passare dalla fisica classica, newtoniana alla fisica dei quanti. Dal nuovo punto di vista, cambia tutto, cambia il modo di impiego del lessico, delle strutture sintattiche e delle categorie grammaticali. È perfino ovvio che il «non-rappresentabile» sfugga alla «rappresentazione», ma il punto di evidenza sta proprio lì. Il punto di evidenza sta nel «significato». Ogni volta che accettiamo, in maniera irriflessa e opaca, il significato dato e consolidato dalla comunità e dalla tradizione letteraria, il «non-rappresentabile» si volatilizza e non torna più. Il «non-rappresentabile» sfugge al «significato», e di conseguenza sfugge anche al «significante». È questa la ragione che ci induce a fare una poesia che non impieghi le categorie della antica metafisica dell’umanesimo: del significato e del significante.
    È questa la ragione che ci spinge verso un Cambiamento del Paradigma.
    Ewa Tagher scrive: «è il Paradigma del mondo che si è spento».

    «Ma la poesia pensante è in verità topologia dell’Essere (des Seyns).
    Ad essa dice la dimora del suo essere essenziale (die Ortschaft seines Wesens).»1

    Nella Erörterung (la ricerca del Luogo) è coinvolto il problema della metafora. Si tratta della sfiducia di Heidegger nei confronti del linguaggio ordinario. Per l’ultimo come per il primo Heidegger, il linguaggio ordinario resta sotto il segno dell’anonimato del man, dell’opinione, della chiacchiera e del senso comune, che promana sempre già da una concezione impropria e deietta della vera natura del linguaggio. Il linguaggio ordinario è ordinario proprio perché esso non è che l’uso della lingua; in questo uso, le parole sono destinate a logorarsi, all’usura permanente. L’uso delle parole implica la loro usura. Le «parole» (Worte) diventano «vocaboli» (Wörter). In ciò consiste la morte del linguaggio. Questa usura comincia quando le parole sono rappresentate come dei «recipienti» destinati a ricevere un certo contenuto significante. Il senso che riempie così le parole è già un’«acqua stagnante», dice Heidegger. A questa immagine dell’acqua stagnante, il filosofo tedesco oppone l’immagine del pozzo e della sorgente.

    L’Ereignis, nella concezione di Heidegger, presenta una somiglianza inquietante con la metafora, concepita come uno scarto del linguaggio. Scarto come qualcosa che viene espulso dal linguaggio per poi farvi ritorno. In questa accezione Ereignis e metafora sono intimamente collegate nel linguaggio, esse si rimandano dall’uno all’altra come in un gioco di specchi e di maschere. Si corrispondono: dove si dà l’uno c’è anche l’altra. La metafora raccoglie ciò che viene scartato dal linguaggio. La metafora che fa ritorno al linguaggio è l’evento a cui il linguaggio stesso si dà, così il circolo del linguaggio viene ripristinato e la lingua può continuare a vivere. Si tratta del circolo metaforico che è in vigore in ogni atto di linguaggio. Possiamo allora dire che in questa processualità autofagocitatoria del linguaggio riposano insieme l’Ereignis e la metafora. E il gioco di specchi può continuare.

    1 M. Heidegger, Aus der Erfahrung des Denkens, Pfullingen 1954 – Dall’esperienza del pensiero, 1910-1976, tr. it. di N. Curcio, Genova 2011, p. 23.

    Scrive Andrea Brocchieri1

    2. Entschlossenheit

    Il fatto è che in Sein und Zeit non c’è soltanto questo linguaggio della possibilità ma esso è in un certo senso superficiale e viene strutturalmente subordinato ad un altro linguaggio , cioè ad altre parole che hanno il compito di far emergere qualcosa di differente rispetto alle modalità dell’ontologia classica. Se ci si limita a lavorare col vocabolario filosofico tradizionale per individuare le occorrenze del discorso sulla possibilità in Sein und Zeit si rischia di non riconoscere nemmeno i luoghi testuali di tale discorso. D’altra parte Heidegger non ci vuole sviare, e basta seguire l’indagine di Sein und Zeit per trovare questi luoghi e quelle altre parole. Solo che – come sempre con Heidegger – bisogna saper leggere le parole diversamente da come siamo abituati. Ci chiediamo dunque: grazie a che cosa l’esserCi è un “poter essere” che rende possibili gli enti come possibilità (d’azione)? – Rispondiamo in una parola: grazie alla Entschlossenheit.

    Questa parola non è affatto semplice, un po’ come Ereignis, di cui in un certo senso tiene il posto, qui in Sein und Zeit.
    La parola Entschlossenheit non indica semplicemente una condizione dell’esserCi, ma una dinamica di chiamata-risposta (Ruf-Antwort) che costituisce l’esserCi come una determinata (cioè finita, storica) apertura del “mondo”. Ent-schlossenheit indica che la Erschlossenheit (schiusura) delmondo non avviene “per natura” (φύσει) ma nemmeno per un libero arbitrio (νόµῳ) ma nel gioco tra un “non” (Nicht: un’assenza che reclama risposta) e l’assunzione della responsabilità di questa risposta. L’essere vivente che è capace di ascoltare questo “non” e che se ne prende cura, si assume la responsabilità di dar luogo all’essere al posto di quel nulla. “Al posto di” non significa: mettere l’ente al posto del nulla, assumendosi un compito creativo (Sartre: se c’è l’uomo non c’è Dio) – ma significa: assumersi il compito di fare le veci di quel nulla come fondamento dell’ente; infatti quel“non”, essendo nullo, si presenta come Ab-grund, come un fondamento che non c’è. L’esserCi si chiama così perché esso c’è nel dar luogo all’essere dell’ente al posto del fondamento assente. Il modo in cui l’esserCi c’è non è però un autonomo sussistere ma è un e-sistere, perché c’è solo in quanto è spinto ad esserci come fondamento dall’assenza del fondamento: visto che quest’ultimo non c’è son costretto ad esserlo io.

    3. Come l’esserCi rende possibile l’ente?

    Questo “dar luogo” all’ente significa esserne la condizione di possibilità, cioè renderlo possibile. Ma com’è che l’esserCi rende possibile l’ente? La domanda che chiede “come?” intende due cose: (A) come gli è possibile? – risposta: verstehend, redend, sich befindend; (B) come realizza tale possibilità? con quale modus operandi? – risposta: als Entwurf.

    (A) Come gli è possibile?
    Riguardo al primo aspetto l’elemento fondamentale è il Verstehen. Che cosa indica la parola? Verstehen significa forse wissen, können (sapere e potere)? – la risposta dev’essere più negativa che positiva. Ver-stehen significa: stabilire un orizzonte, in tutte le direzioni (questo è il senso del prefisso ver-) essere stabili (-stehen). Io comprendo qualcosa nella misura in cui, nel mio rapporto con essa, sto saldamente in un orizzonte di comprensibilità, nella misura in cui mi orizzonto rispetto ad essa. Ma che cosa rende possibile all’esserCi questo orizzontarsi, a lui che non è mai compiuto e sussistente in se stesso? – il fatto che esso si orienta sulla propria morte, cioè è mantenuto dalla sua morte in rapporto con la possibilità dell’annientamento totale: solo rispetto al ni-ente (non-ens) l’ente nella sua totalità può acquistare un senso. Poiché so, anzi ho la sensazione che tutto può non essere, per questo me ne prendo cura. L’esserCi, “da quando nasce”, è già presso la sua morte, cioè presso la fine e il confine di ogni concreto orizzonte possibile. Esso ha già precorso il corso della vita, sino al non-ente.

    (B) In quale maniera realizza tale possibilità?
    Secondo aspetto. L’esserCi non sussiste, e-siste: ma questo esser spinto innanzi e fuori (questo essere gettato) non avviene se non nella dinamica della Ent-schlossenheit e perciò questo esser messo in gioco (Wurf) non avviene che come Ent-wurf, come “proiezione”.

    Entwurf è la proiezione in cui l’esserCi esiste e in cui il mondo (Welt) e l’ente intramondano (innerweltlich) viene proiettato, cioè a sua volta messo in gioco come possibilità d’azione. Da unlato Entwurf esprime il Möglich-sein dell’esserCi: l’esserCi è possibilità in quanto è potenzialità possibilizzata dal rapporto col ni-ente; – dall’altro lato Entwurf esprime il fatto che l’esserCi è capacità (Vermögen) di dar fondamento a un mondo. Le tre “estasi” temporali costituiscono poi la dinamica in cui si esplica l’Entwurf. Ma ora non ci dobbiamo occupare della temporalità, perché abbiamo raggiunto il risultato che cercavamo: infatti la parola Entwurf è risultata essere la parola chiave del nuovo lessico fenomenologico-ontologico della possibilità “esistenziale” che emerge in Sein und Zeit.

    La “possibilità” pensata in questa maniera, attraverso la parola Entwurf e quelle ad essa collegate (Verstehen, Entschlossenheit), non è l’essenza dell’ente e non è nemmeno la possibilità logica che un ente x esista; non è neanche la capacità di un soggetto di produrre se stesso attraverso la sua libertà di agire e di costruire un mondo.La possibilità come Entwurf è prima di tutto risposta. E in quanto il “sé” stesso è, in primo luogo, questa risposta, l’Entwurf non è la risposta di un soggetto sussistente che risponde a qualcosa. Non c’è soggetto, ma “io” non sono altro che “responsabilità” (Verantwortlichkeit)rispetto alla domanda che proviene dal “non” che si annuncia nella possibilità estrema, quella che –con la morte – niente sia. Dunque la possibilità non è costituita dalle potenzialità di un soggetto dato, ma anzi è la possibilità che si dia un “sé” e un “noi” e, con questi, un “mondo”, e nel mondo“enti”, cioè – a loro volta – possibilità d’azione dotate di senso. D’altra parte l’ente non è possibile in sé o per altro ma è possibile solo rispetto all’esserCi, cioè all’aver luogo del gioco di chiamata-risposta.

    L’orizzonte dell’Ereignis

    A mio modo di vedere, dunque, nell’orizzonte di pensiero che corrisponde a Sein und Zeit e dintorni si delinea già, in forma preliminare, la concezione della possibilità che caratterizzerà il “secondo Heidegger” e che sarà strettamente legata al pensiero dell’essere “als Ereignis”. In quest’altro pensiero, che supera la soglia su cui si era fermato Sein und Zeit, le parole della tradizione non saranno quasi più utilizzabili…

    1 https://www.academia.edu/5304733/Heidegger_la_possibilit%C3%A0_nel_pensiero_dellEreignis

  8. Alfonso Cataldi

    Sto vivendo questa quarantena lavorando in Smart working, studiando nuovi paradigmi, per me, di programmazione. Ambiente piccolo, tra i figli che giocano, fanno video lezioni, bisticciano… l’ultimo mio testo risale ai giorni a ridosso del primo decreto Conte. Purtroppo ho seguito poco “la poesia ai tempi del Covid” Mi ha colpito quanto dice Linguaglossa a proposito dell’evento:
    “Il compito del soggetto è di saper diventare figlio dei propri eventi o degli eventi che fa propri, e non delle proprie opere. L’evento, come singolarità assoluta, non ha nessun qui ed ora, poiché il qui ed ora è sempre in riferimento ad un soggetto.”
    “Qui ed ora” è il titolo che ho dato a quel testo, un invito a un passo indietro al soggetto-impostore.

    Qui ed ora

    L’ultimo gradino della scala
    ha esaudito ogni sconcerto

    ancora prima di essere calcato
    la costipazione delle ugole

    ha tradito il libeccio degli incarnati.
    Che sia l’orfanotrofio prematuro di un dio dato

    a determinare il tacco della sofferenza
    l’indice ritratto di rancore

    qui ed ora un passo indietro
    del suo impostore

    la sindrome rispetti
    dietro le sventurate diplomazie da TG.

    Il clavicembalo riordina svolazzi di fortuna
    dal teatro escono due accordi semplici alla volta

    li attende un piazzale svuotato di anticorpi
    i taxi sono diretti al litorale più vicino.

    Dove si annida la conferenza stampa
    sulla necessità del lungo viaggio?

    L’ospitalità è un fatto di ordinaria immaginazione.
    Lo strano pupazzo si fa vivo

    raccoglie dall’isolamento un racconto borderline.

  9. Il 20 aprile 1970 Paul Celan decise di porre fine alla sua travagliata esistenza di esule e perseguitato, gettandosi nella Senna. Si spense così una delle voci più intense, rivoluzionarie, misteriose e folgoranti della poesia universale.

    Vorrei dedicargli un testo che celebra la follia dell’amore, che per tutta la vita era riuscito a fronteggiare, affidandosi alla parola della speranza e redenzione, distillata nella poesia, “questo nome d’infinito dato a ciò che è fatuo e mortale”.
    Noi, “la rosa di Nulla, di Nessuno”, tentiamo ancora di compiere il miracolo di tale redenzione, custodendo il gesto di stringerci in un vincolo che unisce divergenti istanze di trascendimento del limite, verso la “parola di porpora/ che noi cantammo al di sopra/ ben al di sopra/ della spina “.

    L’AMOUR FOU

    Appena risorto vedo le facciate impassibili.

    È un luogo di bambini immensi, invisibili, fruscianti nei pioppi.
    Qui i desideri giocano sempre -dicono – dormono nel vento e non cadono mai.

    Il minotauro addolorato risana le belle prospettive francesi.
    L’ora senza padrone lecca una lunga scia di padri.

    Scuciono il dormiveglia del tempio: un pergolato di silenzi di Mozart.
    Il profumo della Dea langue sugli spalti. È il codice morto nei boschi.

    Il lampione è coperto di anime, beve ad una veglia ipotetica.

    La fanciulla che mi ha rubato il cielo si è nascosta. Medita lunghe stelle. Cuce pallidi enigmi. Brucia letti trasognati.
    Non saprai mai quanto t’avrei amata – le grido mentre sale sul vascello di lampi indecisi.

    Vedo il re: nuota nel teorema triplicato dall’astinenza.

    La giungla psichica mi sorveglia. Vuole solo chitarristi biondi.

    L’idolo assonnato esce dal crepuscolo, fra cerve assetate. I templi sconfitti sono lacrime di donne innamorate -grida. Ma la droga nell’acquasantiera dice il contrario.

    Diamanti e rose alloggiano nel bacio di Giuda. E non vogliono risorgere.

    Ogni sala che attraverso è stroncata dalla fede. Dalle feritoie traspare la Sposa.

    Vetrine appassiscono. Un vento d’ostie flagella la costa. La tempesta verginale lotta col profeta che precipita.

    Siepi di sonniferi nel piazzale malato d’amore. La donna tagliata in due riflette, ma non sa decidere.

    Senza sorveglianti, il letto sulle rotaie aspetta da mesi.
    Si scruta il fondale della copula. Spettri sbocciano in salmi pastello.

    La morte ha corridoi scivolosi. Cataste di madri insonni.

    Il Libro verrà aperto nell’erbario triste. Nei tempi missionari, sciolti dall’amplesso.

  10. Marina Petrillo



    The Salt of the Earth (Il Sale della Terra) è un documentario del 2014 diretto da Wim Wenders e Juliano R. Salgado che ripercorre il cammino umano e artistico del noto fotografo Sebastiao Salgado.
    Le foto ritraggono la condizione umana nella sua fragilità ed inaudita violenza : emergenze ambientali, genocidi, guerre, carestie, atrocità perpetrate a danno dei più poveri della terra, in un percorso drammatico testimoniato attraverso la potenza dell’immagine. Genesi immortalata nel suo moto perpetuo, estenuazione di ogni fine a nuovo inizio crudelmente uguale.
    Intorno al 2000 Salgado si ammalò, saturo dell’orrore visto in ogni angolo del pianeta. Decise di sospendere il suo lavoro. Tornò in Brasile e, insieme alla moglie Lelia Wanick, spinto dall’amore per la terra , decise di dare inizio ad un’opera di riforestazione a Minas Gerais, zona un tempo ricca di vegetazione, negli anni depauperata del suo patrimonio boschivo.
    Con un progetto visionario, in venti anni, sono stati piantati 2 milioni di alberi, trasformando l’ambiente e recuperando 1502 ettari di foresta pluviale.
    Il sogno di Salgado, far rifiorire la foresta pluviale subtropicale, recuperare uno spazio distrutto dalla umana incuria, ha trovato compimento attraverso “la follia dell’amore”.
    L’obiettivo fondamentale, imprescindibile, è la cura della Terra.
    Siamo ospiti, ininfluenti e non più interessanti per l’ecosistema, di insetti e nobili altre creature. Fermarsi, anche solo per breve tempo, rielaborare i dati a disposizione al fine di ideare modelli di crescita più consoni allo spazio concessoci, risponde non solo al nostro essere umani ma a quel “sale della terra” lievito di ogni civiltà che abbia memoria .
    Credo non possano essere definiti utopici o retorici i temi fondamentali dell’esistenza. Primo in assoluto, il Luogo in cui si dimora. Senza, si spegne
    ogni pensiero, istanza volta al progresso coscienziale e all’ideazione di una cultura nuova, elaborazione di tutte le precedenti.
    Secoli di storia, raffinate civiltà, cicliche ricorrenze, per scoprirci oggi sotto assedio, chiusi nell’ abitazione della propria ombra.
    Ciò a cui ora si attribuisce potere, ha forse azzerato la nostra coscienza, anche biologica; lobotomizzato idee in apatico sembiante a solo esclusivo dominio di una parte infinitesima del pianeta…
    La sua chiave di accesso si chiama privilegio.
    Ricordare la terra, diviene canto raccolto e accolto nell’intimo. Il poeta questo può, contributo reso in voce atemporale, contatto diafano con energie profonde traenti ispirazione dal sensibile respiro degli universi tutti.

    Noi, “la rosa di Nulla, di Nessuno”, tentiamo ancora di compiere il miracolo di tale redenzione, custodendo il gesto di stringerci in un vincolo che unisce divergenti istanze di trascendimento del limite, verso la “parola di porpora/ che noi cantammo al di sopra/ ben al di sopra/ della spina “.

    Ringrazio Carlo Livia per le riflessioni confluenti in un testo di pura estensione dello Spirito in canto.
    I poeti amici, per le profonde notazioni gravide di vita.

    Marina Petrillo

  11. Talìa

    Vi leggo, cari amici, attraverso i rebbi della forchetta.
    Respiro i vostri versi attraverso le Ffp2 e le Ffp3.
    Tocco le vostre poesie con le nocche screpolate dal sapone.
    Le vostre stanze, le vostre lasse, i vostri respiri polmonari.
    Siete con me.

  12. Ecco una mia poesia nata da una gran quantità di interferenze e di ricordi.

    Stanza n. 11

    frrrrr [rumore di fondo] frrrrr
    lo specchietto retrovisore!, guardo sempre dietro…
    per andare avanti…

    «… Pronto, pronto?
    non riesco a venire cara, ho bucato la gomma…
    sì, sono qui al cellulare… sulla circonvallazione, sotto il cavalcavia…
    mi aspetti?, vai di fretta?, sono qui,
    all’Autogrill…»

    – frrrr, rumore di motocicletta – «no, no, è una voce fuori campo,
    non è nulla, un’ interferenza…».

    «Dicevi, amore?, dicevi qualcosa?, ah, sì,
    che hai bucato una gomma?».

    «Qualcosa resiste. Qualcuno si rifiuta di rispondere…»
    Ewa Tagher scrive: «È il paradigma del mondo che si è spento»

    «Non sono dentro.
    E non sono neanche fuori, mi sono detta ,
    non sono né dentro né fuori ma in entrambe queste dimensioni,
    all’interno e all’esterno.
    È strano, improvvisamente mi sono vista dal
    di fuori e dal di dentro,
    ma come in uno specchio, con le immagini rovesciate».

    «Sì cheri, ho bucato la gomma, un chewing gum, non so,
    qui, sotto la scarpa,
    un chiodo nella gomma…».

    “La piscina”, un film del 1969 con Romy Schneider e Alain Delon.
    In un fotogramma c’è Madame Colasson di profilo
    che impugna un revolver a tamburo con il manico di madreperla.
    Parte un colpo che colpisce lo stipite di una finestra,
    rimbalza su un elefante di cristallo posato sul comò
    e attinge il commissario Marsanier di Marsiglia che indaga sul delitto,
    ma di striscio, perché va a finire sul lampadario di cristallo
    che brilla per un attimo,
    prima
    della totale oscurità.

    «È che cammino male, cheri, con i tacchi a spillo…
    sai, sono serena, in fin dei conti…
    mi sono detta: non posso tenere due porte aperte, contemporaneamente,
    non posso stare dentro e fuori contemporaneamente…
    devo scegliere, cheri, o l’una o l’altra…
    una porta, o l’altra.

    Dico, la devo chiudere… devo chiuderla… capisci?, o forse aprirla!,
    dicevi questo?,

    Dicevi questo, tu?».

  13. milaure colasson

    Sapessi, caro Giorgio,

    quanti uomini ho ucciso senza volerlo, anche senza tacchi a spillo, questa pistola di madre perla ha dei movimenti inconsiderati, a Saint Tropez, in questa villa non sono mai stata una santa, s’intende, ma un fotogramma delatore mi ha denunziato. E questo sul serio l’ammazzo !

  14. cara Marie Laure Colasson,

    si tratta di una poesia cresciuta piano piano, un fotogramma dopo l’altro, di elementi eterogenei, frutto di interferenze. E ricordo che le interferenze sono preziosissime per la poesia della nuova ontologia estetica perché contribuiscono a decostruire il «significato» e i «significati» della poesia della antica ontologia del novecento. La decostruzione è già di per sé una strategia di costruzione.
    Ho inserito oggi la parte riguardante il film “La piscina” del 1969 al quale tu hai partecipato con una particina che però non ho trovato su youtube. Il film è diventato un cult degli anni sessanta, ma l’ho ripreso come citazione e interferenza in una poesia in forma di colloquio telefonico interrotto da altre interferenze e stralci di ricordi personali.

    Lo stesso Covid19, la pandemia determinata dal virus, può essere considerato una figura di interferenza che va a scompaginare come una minuscola impercettibile perturbazione l’ordine razionale dell’economia capitalista globale facendo così precipitare l’Occidente e il mondo intero in una recessione improvvisa e imprevedibile.
    Quindi quello che «narra» la poesia si può dire che è l’Evento di una «interferenza», o di più «interferenze» che si dipanano per ondate successive e determinano una serie di perturbazioni del sistema globale.

    E questo è nient’altro che il procedimento della nuova ontologia estetica, come tu ben sai.

  15. : verde/bianca. La questione è che non sono ancora del tutto… On/off
    Cos’è un P R O B L E M A?

    su il Foglio di questa mattina 20 Aprile c’è un breve inserto che drammatizza la situazione post Covid 19. Te lo riporto, sic et simpliciter:

    L’Ereignis, nella concezione di Heidegger, presenta una somiglianza inquietante con la metafora, concepita come uno scarto del linguagggio

    Il clavicembalo riordina svolazzi di fortuna
    dal teatro escono due accordi semplici alla volta

    Scuciono il dormiveglia del tempio: un pergolato di silenzi di Mozart.
    Il profumo della Dea langue sugli spalti. È il codice morto nei boschi.

    l’umanità intera inizierà a fare i conti con l’OFF, con una dicotomia che frantumerà le certezze e aprirà porte

    Nel frattempo procedo in quello che Thomas Mann in Attenzione, Europa!
    chiamò “L’UMANESIMO MILITANTE”

    Tocco le vostre poesie con le nocche screpolate dal sapone.
    Le vostre stanze, le vostre lasse, i vostri respiri polmonari

    Il sogno di Salgado, far rifiorire la foresta pluviale subtropicale, recuperare uno spazio distrutto dalla umana incuria.

    Avvertenza
    in questa composizione troverete traccie di in ordine di apparizione:
    Giuseppe Gallo, Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa,
    Alfonso Cataldi,Carlo Livia, Ewa Tagher, Gino Rago, Giuseppe Talia e Marina Petrillo,

    Grazie Ombra.

    • Caro Mauro, questo tua tua riuscitissima composizione, resta tua. Ma non sarà questo il nostro intento all’allestire la raccolta di versi di cui parlavamo nei giorni scorsi. Una operazione come questa tua io la considero impossibile. Non ne verrà un poema: faremo circolare versi, quali personaggi per altri autori. Come doni. Frutti, pieni di vitamine.

  16. gino rago

    Storia di una pallottola 4
    ( una bozza di risposta a Un cocon de bave dorée di Milaure Colasson e a Stanza n. 77 di Giorgio Linguaglossa)

    Gino Rago
    *
    Il tavolo verde da biliardo. Il lampadario brilla.
    ll commissario gioca senza stecche con la blanche geisha.

    M.me Hanska fa il doppio gioco.
    Negli ambienti dello spionaggio il suo nome è Block.

    Il commissario interroga il poeta Giorgio Linguaglossa,
    (Spartaco per gli amici)
    direttore del Servizio informazioni riservate di via Gaspare Gozzi.

    Un nano gobbo, un lituano, getta perle ai maiali.
    Ha assunto alle sue dipendenze un altro nano, lo chiama Covid19.

    Entra Madame Colasson con la sua birkin,
    una rosa gialla tra i capelli, una sciarpa di seta al collo.
    Profumo Chanel n. 5. Maquillage. Veletta noire.

    Una pallottola calibro 7.65 percorre il tragitto orizzontale
    e attinge il nano Covid19.
    Un foro nella tempia. Il commissario Ingravallo

    interroga il poeta. Dice: «È lei l’assassino».

    C’è Ian Fleming sul set. Sta girando “Dalla Russia con amore”.
    Fa ingresso Block che grida “Banque ouverte!”.

    Dal revolver con il manico di madreperla parte una pallottola.
    percorre un tragitto orizzontale e colpisce un manichino

    del negozio di abbigliamento di via Sistina n. 33. A Roma.
    Il nano gobbo perde cinquantamila dollari al Casinò…

    Poi non ricordo più nulla.
    Ricordo però che la pallottola di Madame Colasson

    ha bruciato i capelli del nano ed è andata a finire a Milano
    dove abita il mediocre poeta degli aggettivi facili.

    Il colpo fa alzare in volo i gabbiani sul Tevere
    e i cinghiali a Monte Mario lasciano gli immondezzai…
    *
    Risponde Milaure Colasson

    Ho potuto apprezzare sia la concisione della poetica di Luciano Nota che i commenti fatti da tutti voi , ma andrò dritto dritto alla storia della quarta pallottola di Gino Rago che è piena di folle immaginazione ,un scenario libero di tutte le solite convenzione .Madame Colasson mi appare molto sofisticata e questo mi piace ma è maledettamente maldestra , il che me la rende atrocemente simpatica.
    Gino,un enorme piacere nel seguire le tue poe”z”ie ,e te ne ringrazio ,
    Milaure
    *
    (gino rago)

    • Finiamola con questa storia, che a Milano
      poeti mediocri scrivano versi con aggettivi facili.

      E che solo a Roma, perché piena di cinghiali
      e gabbiani sul Tevere, lì soltanto ci si possa riposare

      sugli allori, un giorno sì e una notte no; come conviene,
      se si è poeti di avanspettacolo, entraîneuse e figli

      di pettute buonedonne felliniane, assetati d’amore
      peggio di Vaclav Fomič Nižinskij, il ballerino

      che vedeva se stesso danzare mentre danzava.

      Oh, sante sere ai Navigli! Che ne sanno a Roma
      di pallottole e malavita? A Milano i poeti scrivono,

      un tot a parola, ma mica li ammazzano, i poeti
      a Milano. A Milano, su marciapiedi, fanno carriera.

      Se fai carriera stai davanti a tutti. Donne e uomini
      ti corrono dietro, con paroline perbene e, certo,

      con aggettivi itec per ferrotubi della finanziaria
      dove mammole sempre all’erta, culo stretto

      e mamma non vuole, si trattano fra di loro
      come vermigli su balconi al bagnasciuga. Altro che

      sonnolente astrazioni al piè di porco e grappoli
      d’uva, succosi versi e ballate oltre-ticinesi, a Varsavia

      con amore; nel mentre che cascano dal divano,
      e solo per raccogliere il fazzoletto!

      (L. M. T.)

    • gino rago

      Milaure, ti ringrazio, anche se i miei versi non ti piacessero, anche se non incontrassero centrandolo il tuo gusto, io lo stesso direi grazie, a me basta che tu li legga, anche la sola tua lettura credimi mi basta.
      Soltanto una precisazione: questa non è la storia della quarta pallottola, ma è la quarta storia di una pallottola. E non è una pallottola qualunque, è una pallottola assai selettiva e intelligentissima, cerca soltanto poeti di valore, scrittori e artisti apripista, gli epigoni e i gregari non soltanto nemmeno li sfiora, ma proprio li ignora…
      Eppure, Milaure cara, credimi: qui per noi ci vuole qualcuno con la vocazione del turcimanno.
      Hai letto ieri la prima pagina di un quotidiano assai diffuso a Roma?
      Temo che abbia fatto tanto rumore negli ambienti cattolici parrucconi…
      Te lo accenno:
      “Un poeta francese indaga gli umori della carne con strumenti poetici inadatti alla consolidata espressione poetica corrente: muco-sangue-urina-sperma sono i ricettacoli più attendibili dove leggere la forma esistenziale
      possibile di chi vive sulla propria pelle la condizione del diseredato, del paria, dello scartato. Il nome del poeta? Antonin Artaud”

      Sotto titolo: “Ormai tutte le indagini in corso vanno nella stessa direzione:
      a Milano e in quasi tutta la Lombardia la gestione delle RSA da tempo è nelle mani dei criminali…Una intera generazione di anziani e anziane va verso lo sterminio. Una perdita incalcolabile. Un vecchio che muore è come una intera biblioteca mangiata dalle fiamme…”

      un caro saluto Milaure cara,
      G

  17. gino rago

    Qui manca la vocazione del turcimanno, per noi tutti/tutte occorre la vocazione del turcimanno.

    Quale sarebbe stata la sorte di Caravaggio senza l’azione continua di
    Prospero Orsi, detto Prosperino delle Grottesche?
    Con ogni probabilità sarebbe rimasto un anonimo garzone di bottega, peraltro contento e appagato di lavorare a cottimo “tre teste al dì”, nella Roma barocca dei papi e dei cardinali mecenati fra il ‘500 e gli inizi del ‘600.

    E che ne sarebbe stato di Kafka senza la vocazione del turcimanno di Max Brod?

    E quale il destino di Borges senza la vocazione del turcimanno del professor Emir Rodriguez Monegal, il più influente storico della Letteratura ispanoamericana e fondatore di Mundo Nuevo, la rivista che da Parigi lanciò il boom di quel fortunatissimo filone latino-americano, di cui Borges fu proprio l’apripista?

    Qui ci vuole la vocazione del turcimanno.

    .

  18. Giuseppe Gallo

    Scrive Giorgio Linguaglossa:

    «…Non sono dentro.
    E non sono neanche fuori, mi sono detta ,
    non sono né dentro né fuori ma in entrambe queste dimensioni,
    all’interno e all’esterno.
    È strano, improvvisamente mi sono vista dal
    di fuori e dal di dentro,
    ma come in uno specchio, con le immagini rovesciate».

    Sembra che questo sia, ormai, il nuovo “paradigma del mondo che si è spento” come suggerisce Eva Tagher. Il dentro, il fuori, il presente che li contiene entrambi, la nostra voglia di rovesciare tutto, metafore ed immagini, tecnologia, biologia, ecc…. per una boccata di ossigeno.
    Purtroppo, bisogna fare i conti con tutto ciò che sta avvenendo…
    “L’UMANESIMO MILITANTE”, evocato da Gino Rago, ha bisogno di fare i conti con la Tecnologia. Prima o poi bisognerà trovare un modo per mediare tra le due istanze.
    Ecco cosa accade a Mary, in uno di questi nostri giorni di “prigionia”

    Da un giorno all’altro

    Era un giorno come un altro…
    la Madre, annoiata più del solito,
    afferrò quel giorno
    e lo rivoltò come fosse un blue-jeans di Jerry.
    Ciò che era fuori lo ficcò dentro
    e ciò che era dentro lo portò fuori.
    Il giorno dentro scomparve del tutto;
    e gli altri giorni, tornati alla luce,
    andarono a fare compagnia ai giorni che Mary aveva vissuto.
    Così, da un giorno all’altro,
    Mary si ritrovò con il doppio degli anni.
    Il Marito non la riconobbe più.
    -Sei sicura d’essere sempre la mia Mary?
    Anche Jerry era perplesso.
    -Secondo me è la nonna! Propose il Figlio al Padre.
    -Forse è un miracolo! Suggerì la Figlia.
    Mary, inquieta, non sapeva cosa dire
    e si trascinava dal bagno alla camera da letto.
    Poi Jerry la vide curva sul sofà.
    Con le forbici in mano.
    Che sfrangiava i suoi jeans.
    Alla ricerca dell’unico giorno che le mancava.

    Giuseppe Gallo

  19. gino rago

    A conferma che in tanti ci seguono anche senza rilasciare commenti mi è grato porre all’attenzione delle frequentatrici e dei frequentatori de L’Ombra delle Parole ciò che mi è stato segnalato da un’amica che mi segue, e di cui ho fatto copia e incolla, su un blog che nemmeno prima io conoscevo.
    *
    Poeticamente

    Perché nel nostro blog abbiamo voluto uno spazio particolare, un luogo “solo per la poesia”? Forse per un sommesso invito al silenzio, all’ascolto, al raccoglimento, alla bellezza. O perché, mentre arranchiamo sotto il dominio del mercato e dell’utile, la poesia è sovranamente inutile, gratuita per definizione.
    La scelta dei poeti da ricordare non è casuale, segue il filo rosso che unisce l’impegno civile scritto nei testi e vissuto personalmente, non disdegnando i legami con le tradizioni linguistiche popolari e le spiritualità più coese con il mondo contemporaneo in tutte le sue forme, come estremo antidoto all’usura delle parole sbriciolate dalla chiacchiera quotidiana.

    _________________________________________________
    In questa pagina abbiamo ricordato:
    Gino Rago (Tratto da L’Ombra delle Parole, 20 marzo 2020), Nazim Hikmet, Giorgio Gaber, Jean-Claude Izzo, Giorgio Caproni, Omero, Iosif Brodskij, Wisława Szymborska, Afro Women Poetry, Rainer Maria Rilke, Alda Merini, Léopold Sédar Senghor, Choman Hardi, Alida Airaghi, David Maria Turoldo, Ada Negri, Pier Paolo Pasolini, Edith Dzieduszycka, Primo Levi, Ndjock Ngana, Maria Rosaria Madonna, Kikuo Takano, Bob Dylan, Saida Hamouyehy, Francis Ponge.
    *
    Nota di servizio.
    La rubrica con testo poetico, note biografiche, video e audio, viene aggiornata senza periodicità. Servizio informativo gratuito a cura di Alessandro Bruni. Illustrazione di Dave Cutler.
    *
    Gino Rago

  20. Altro esercizio modernista:

    Ci va una buona prosa, non un saltabeccare cerimonioso
    alla maniera dello Sputnik. Nemmeno la vanvera realista

    delle parole una alla volta, come adesso col Covid,
    a distanza di sicurezza, noi che eravamo siamesi.

    Senza una prosa adeguata, sette giorni su sette;
    l’oroscopo in politica e le staccionate, persi

    a contemplare lo smartphone, si sa mai che Federico,
    Camilla, come Robespierre ci portino all’assalto.

    Paradiso dell’inferno, Stati Uniti d’America, Borussia
    dortmund, tutti sulle valchirie a stracciare pinnacoli.

    Ci va una prosa gentile, capace di farsi intendere.
    Come lavare i piatti sulla torpediniera del macchinista,

    uno che parla poco; un vichingo, un giocatore
    di scacchi con la morte; marito di giovani e belle,

    dalle quali avere figlie che sembrano bambolette,
    e invece faranno il medico. Checché se ne dica,

    un mondo ci aspetta, che ne sa di psicanalisi
    quando si va per fare la spesa; dopo che saranno

    morti biancaneve e i settenari, per una svista
    sulla tastiera; come le grandi scoperte, per caso.

    Uno lancia un messaggio, e al piano di sotto arriva
    nel computer un’aeroplanino di carta – svizzera,

    perché l’aggettivo ci va. Altrimenti chissà cosa pensa.
    Mentre si danza, e nient’altro. “Domenica, alle Palme!”

    Un rivolettto di fumo, un progettino d’anni al riformatorio
    delle idee. Neanche sposarsi, scrivere ricette.

  21. caro Lucio,

    il modernismo è morto con la fine dell’età dell’umanesimo, la tua poesia ne è la dimostrazione, perché non vuole persuadere, né docere, né essere testimonianza di alcunché, né aspira al sacro e neanche al profano… è una poesia della crisi che fa finta di dimenticare la crisi e, proprio così facendo, la invera, la mette sotto gli occhi del lettore…

    Ver-stehen significa: stabilire un orizzonte, in tutte le direzioni (questo è il senso del prefisso ver-) essere stabili (-stehen). Noi comprendiamo qualcosa nella misura in cui, nel nostro rapporto con il mondo, stiamo saldamente in un orizzonte di significati comprensibili, nella misura in cui noi ci orizzontiamo ci rendiamo conto di perdere l’orizzonte. Nella tua poesia c’è, chiarissimo, questo sentiment di perdita di orizzonte. Di qui il tuo anarchismo. La nuova fenomenologia del poetico può essere anche questo. Non ricerca di senso né di un orizzonte, come avveniva nel vecchio modernismo, ma nessuna ricerca né di senso né di orizzonte.
    E questo è l’evento.

    • Caro Giorgio,
      io non so di essere, ma se fossi altro lo capirei immediatamente. I medernisti hanno lasciato gran belle dimostrazioni di stile. Ma tu sei fondamentale per il chiarimento. Grazie.

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