Luciano Nota, Poesie da Destinatario di assenze, ArcipelagoItaca, 2020 pp. 96 € 12, Lettura di Giorgio Linguaglossa

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Michelangelo Antonioni, La notte (1961) Il discorso poetico dovrebbe tenere bene a mente questa cosa, che la parola è sempre «sentenza», «significato», «giudizio», e che ogni parola che viene pronunciata si scontra contro questo muro grigio di cemento, la «zona grigia» del linguaggio.

Luciano Nota è nato ad Accettura, in provincia di Matera. Insegnante di lettere, vive e lavora a Pordenone. Ha pubblicato: Intestatario di assenze (Campanotto 2008); Sopra la terra nera (Campanotto 2010); Tra cielo e volto (Edizioni del Leone 2012); Dentro (Associazione Culturale LucaniArt Onlus 2013); La luce delle crepe (EdiLet 2016), Destinatario di assenze (ArcipalagoItaca, 2020). Alcune  poesie sono state pubblicate su varie riviste letterarie e in diverse antologie. Cura il blog letterario “La Presenza di Erato”.

Luciano Nota è forse l’ultimo raffinato poeta lirico nell’Italia della post-lirica dell’Epoca del Covid19. È un poeta da linea Maginot, attestato sulla trincea avanzata di difesa del territorio stilistico della tradizione. Spesso con lui  ho avuto degli scambi di opinione su questo argomento, ma poi ciascuno ha fatto ritorno alla propria casamatta blindata con tanto di auguri amicali: questo, ovviamente, non ha mai precluso l’amicizia e il sodalizio. Con questo ultimo libro il poeta lucano indaga lo statuto fenomenologico della coscienza. Quel congegno che chiamiamo «coscienza» è quella cosa che fornisce l’involucro della soggettività, questo «destinatario di assenze» che converte il più concreto nel più assente, l’esperienza in memoria. Questo «destinatario» è sempre impegnato con il per-sé, o, con linguaggio heideggeriano, con la «cura preveggente» del sé. Il poeta lucano scopre che l’essere della coscienza è un ente il cui essere è sempre in questione, continuamente in bilico, che opera per problematizzazioni e sproblematizzazioni ma in modo episodico, saltuario e a-dialettico. L’esistenza non è una struttura dialettica, la struttura della coscienza non funziona mediante la dialettica ma mediante una fenomenologia degli istanti della percezione, è un congegno che replica agli eventi  in modo tale che non coincide con la soggettività ma la incide e la rende manifestamente inidonea, rivela cioè la non-adeguazione della soggettività rispetto al mondo ambiente.

La soggettività  piena di sé si rivela essere una mancanza, una latenza, una non-adeguazione a se stessa.

Questa problematica esistenziale viene indagata mediante lo spettroscopio della forma-poesia. Resta il fatto che a mio avviso quella forma-poesia ereditata dalla tradizione della poesia italiana del novecento non può fornire, per sue intime lacune e insufficienze, un linguaggio idoneo per questa problematica, e allora il poeta lucano è costretto ad andarselo a cercare il linguaggio nelle commessure dei linguaggi ereditati, in particolare, nella poesia di Sinisgalli; e a retrocedere alle soluzioni di un Caproni, e di qui retrocedere ancora più indietro fino al linguaggio dei post-ermetici. Ed ecco affiorare nella sua poesia stilemi arcaici post-ermetici come «vortici aprichi», «danza di veli», «bocche socchiuse», «l’alfabeto ansante»; ecco affiorare in superficie la struttura dell’haiku, come bene ha dimostrato Gino Rago in una sua nota di lettura del libro; ecco il verso breve del settenario con il novenario più di rado che occupano la grande maggioranza dei testi; ecco certa sentenziosità del dettato che oscilla tra un «noi» sottinteso e un astratto che fa le veci dell’io; ecco certa predilezione per la nobiltà denominativa del linguaggio del tipo: «Farfalla di sera troppo lussuosa per farne rosario», dove c’è un quantum di surrealismo e di barocchismo meridionale che l’autore lascia cadere lì per lì in chiusura di poesia con un gesto apparentemente negligente. Infatti, le chiuse e gli incipit delle sue poesie sono sintomatiche di certa ascendenza  nobile del lessico dove il poeta  è ancora e pur sempre impegnato in una sua personalissima ricerca del senso. Perché è proprio della poesia lirica la ricerca del senso in quanto detiene le chiavi del significato. Ed è proprio la ricerca del senso dell’esistere che interessa al poeta lucano il quale scopre atterrito le tracce della presenza del nulla che minano la sobria compostezza stilistica della sua poesia. Ed ecco infine spiegato il titolo di questa raccolta: Destinatario di assenze, che chiude il cerchio anche stilistico iniziato con l’opera di esordio, Intestatario di assenze (2008). Dunque, una parabola stilistica durata dodici anni che chiude l’esperienza della poesia lirica notiana nell’età della post-lirica. Sarà interessante vedere come l’autore  lucano, l’ultimo strenuo difensore della poesia lirica, risponderà alle sfide del presente, come evolgerà, se terrà la linea difensiva Maginot o azzarderà qualche affondo in territori stilistici scoscesi e sconosciuti. C’è come una preveggenza di questa problematica nell’ultima poesia del volume:

Nuova terra

Mi piacciono i graffiti sui muri
non i cani che scrivono libri.
Leggo Hegel e Marx, Rilke e Plath.
Purtroppo morti. Pasolini, Fortini…
La nuova terra è gelo sui ginocchi.
Sui cipressi scrivono picchi.

Dove è chiara la volontà di esplorare nuovi confini del linguaggio poetico, magari ritornare ai poeti eslegi e non esigibili del secondo novecento, ai Fortini e ai Pasolini, poeti oggi messi un po’ a latere per vari motivi non tutti presentabili e rispettabili, per riprendere di nuovo il largo verso nuovi territori stilistici da esplorare.

Leggo in filigrana nel linguaggio poetico notiano questa tensione linguistica e stilistica appena trattenuta e sopita nella compiutezza del giro frastico che, penso, metterà a repentaglio la compiutezza metrica e la conclusività  stilistica della sua poesia negli anni a venire. In fin dei conti, Nota è uno degli ultimi ad abbandonare il Titanic della poesia lirica che lentamente, ma inesorabilmente, affonda ogni giorno sotto i nostri occhi. E questa tenuta ha qualcosa di audace e di ammirevole. Ma prima o poi l’argine costruito con tanta dedizione verrà probabilmente distrutto e quel settenario ben rifornito, quel novenario ben costruito dovranno arrendersi alla forza dell’irresistibile moto ondoso. E per uscire fuori da questa impasse si dovrà accettare di togliere gli ormeggi alla significazione, liberare il linguaggio poetico dal significato, lasciarlo andare libero al largo. Ma, mi chiedo, è possibile abbandonare il significato al suo destino?, dismetterlo?, dimenticarlo? Io penso di sì, il significato è una convenzione condivisa dai più e, come ogni convenzione, prima o poi finirà per essere smobilitata e smontata.

E qui ci riallacciamo alla nota tesi di Giorgio Agamben il quale sostiene che la macchina di tortura della leggenda kafkiana è, in realtà, il linguaggio: e cioè che il linguaggio è, sulla terra, uno strumento di giustizia e castigo, e il segreto della leggenda è rivelato in una frase che egli cita dal romanzo Malina di Ingeborg Bachmann (alla cui memoria Idea del linguaggio II è dedicato): «Il linguaggio è la pena». Il linguaggio in quanto significazione, per Agamben, è intrinsecamente legato al «giudizio»: «la logica ha il suo ambito esclusivo nel giudizio: il giudizio logico è, in verità, immediatamente giudizio penale, sentenza». Il discorso poetico dovrebbe tenere bene a mente questa cosa, che la parola è sempre «sentenza», «significato», «giudizio», e che ogni parola che viene pronunciata si scontra contro questo muro grigio di cemento, la «zona grigia» del linguaggio.

La coscienza non è in-sé, non è mai in coincidenza con se stessa; il  per essere posto richiede una distanza entro l’immanenza del soggetto, sempre scomposto e lacerato tra essere e coscienza di essere. La coscienza in quanto «destinatario di assenze» è un modo di non essere la propria coincidenza, di sfuggire l’identità.

Se si è presente a sé significa che non è del tutto sé. Luciano Nota scopre così che il nulla si insinua nel più intimo della coscienza, del «destinatario di assenze» in quanto nulla d’essere e potere nullificante.

(Giorgio Linguaglossa)

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Luciano Nota,  «poeta da linea Maginot, attestato sulla difesa del territorio stilistico della tradizione»

Poesie da Destinatario di assenze di Luciano Nota

La tua assenza

Ti stacca da noi
il valore supremo
di essere silenzio
stretto in ogni mano.
E ascoltarti è brama
di afferrarti l’interno
seguitare il tuo sogno.
La tua assenza
è esistenza per la danza
del Pastore eccelso
e della luna accesa.

Il solitario

Chiude gli occhi.
È forse un solitario.
Fa di tutto per separarsi
dalle essenze.
Tra le mani una scatola,
un semplice anello al dito
che incanta i suoi calli.
Apre la scatola…
Si sdraia ogni sera
al tramonto
vicino ad una chiesa.

Destinatario di assenze

Sogni demenziali.
Ore d’inerzia alla finestra.
Minuscoli specchi
riflettono archi
al frastuono dei denti.
Destinatario di assenze:
gerani alla spina;
sfondi di stomi
pronti a rinverdire
le cellule annerite.

Io che pensavo

Ed io che pensavo che il sangue
fosse orma di spettro
o idioma di anguille.
Guardavo il mare senza flussi
e ad occhi chiusi vedevo Cerere.
Barra fissa
campo trinciato
patibolo.
Ora penso che il sangue
come terra
sia torre per un trambusto
di melisse.

Alito nuovo

Avverrà che ci incontreremo
sul corso d’acqua appena scorso
e riusciremo a lavare parte di noi
malevola e ferina
ma anche la più debole
e sterile sostanza.
Sarà danza di veli
e di uccelli acquatici.
Bocche socchiuse, vortici aprichi.
Una specie di alito nuovo
vuoto senza tentacoli.

L‘acqua dopo un pugno

Dell’amore potremo fare
corde sui fianchi
e così della fine.
O potremo rimanere pozzanghere,
trionfare in un angolo scuro.
Si sta bene a non curarsi delle scale
con fregi ed eccessi.
La bellezza è nello stagno
che ricama l’acqua dopo un pugno

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18 risposte a “Luciano Nota, Poesie da Destinatario di assenze, ArcipelagoItaca, 2020 pp. 96 € 12, Lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. «È un disastro del capitalismo. Ma possiamo reagire»
    Noam Chomsky
    Chris Brooks
    16 Aprile 2020 Coronavirus

    Per Noam Chomsky gli effetti del Coronavirus sono amplificati dall’avidità del business e dalla ferocia di politici come Trump e i suoi amici (tra i quali cita Salvini). L’unica speranza viene dai movimenti dal basso.
    Da decenni Noam Chomsky è uno dei principali intellettuali di rottura. I suoi libri e discorsi hanno contribuito a spiegare come un mondo gestito da multinazionali e miliardari abbia portato a guerre senza fine e cambiamenti climatici catastrofici. Ora contribuisce a spiegare in che modo aziende e miliardari perseguendo politiche selvagge che li arricchiscono a spese di tutti gli altri stiano amplificando gli effetti della pandemia di Coronavirus.

    Chris Brooks ha intervistato il professor Chomsky il 10 aprile per saperne di più su come siamo entrati in questo momento e su cosa ci vorrà per uscirne.

    Domanda.
    Volevo iniziare ragionando con te della fase senza precedenti che viviamo. Siamo ovviamente nel mezzo di una pandemia e di una recessione globale e in questo momento milioni di persone negli Stati uniti si sono trovate senza lavoro né garanzie, mentre il nostro sistema sanitario è sovraccarico e privo della quantità minima necessaria di posti letti in ospedale oltre che di ventilatori e dispositivi di protezione individuale (Dpi). Basterebbe questa domanda a esaurire il tempo a nostra disposizione, ma a grandi linee, potresti aiutarci a capire il momento in cui ci troviamo e le scelte politiche che ci hanno portato fin qui?

    Risposta.
    Prima di tutto, dovremmo avere chiaro che se non affrontiamo le radici di questa pandemia, la pandemia tornerà probabilmente in forma peggiore, semplicemente a causa delle manipolazioni del sistema capitalista che, per il proprio vantaggio, stanno creando circostanze peggiori. Possiamo vedere questo processo nei provvedimenti di stimolo all’economia, tra molte altre cose.

    In secondo luogo, il riscaldamento globale sta avanzando e pagheremo costi elevati a causa del fatto che questa venga messa da parte. Non ci riprenderemo dal continuo scioglimento delle calotte polari. E se vuoi capire come il capitale contemporaneo si sta occupando di tutto ciò, dai un’occhiata alla legge di bilancio di Donald Trump. È vero che si tratta di una forma estrema e patologica dei normali sistemi capitalistici e che forse non è giusto usarla come esempio, ma è quello che ci troviamo a vivere. Lo scorso 10 febbraio, mentre l’epidemia infuriava e peggiorava, Trump ha tirato fuori le sue proposte di bilancio. Di che si trattava? Primo punto: continuare a devastare qualsiasi parvenza di sanità pubblica. Nel corso del suo mandato ha ridotto i fondi a tutto ciò che non avvantaggi la ricchezza dei privati e il potere aziendale. Tutto ciò che riguarda la salute pubblica è stato definanziato. Ha smantellato progetti e iniziative di ogni genere.

    Continuiamo col 10 febbraio. Sono stati definanziati i Centri per il controllo delle malattie (Cdc) e altre funzioni dell’amministrazione legate alla salute. Ma ci sono stati anche aumenti compensativi del bilancio: più sussidi per l’industria dei combustibili fossili. Quindi, non solo uccidiamo quante più persone possibile ora, ma proviamo a distruggere tutta la società. Il significato di tutto ciò è questo, praticamente. Naturalmente, sono cresciuti gli stanziamenti per le industrie militari e per il famigerato muro lungo la frontiera col Messico.

    Entrambe le cose evidenziano in modo molto cristallino il tasso di criminalità che è prima di tutto endemico ma che è anche amplificato da una Casa Bianca sociopatica. Tuttavia, è chiaro che anche lo stesso Trump non possa essere incolpato di tutto questo. Tornare indietro aiuta a ragionare.

    Dopo l’epidemia di Sars nel 2003, anch’essa un Coronavirus, gli scienziati avevano ben compreso che altre recidive in qualche forma di Coronavirus stavano per arrivare, probabilmente più gravi. Bene, questa consapevolezza non è bastata. Qualcuno doveva cogliere la palla al balzo per dare seguito a quella intuizione. C’erano due possibilità. Una è rappresentata dalle compagnie farmaceutiche, che però seguono la normale logica capitalista: «Fai ciò che domani creerà profitto. Non ti preoccupare del fatto che tra un paio d’anni tutto crollerà. Non è un problema tuo». Per questo le compagnie farmaceutiche essenzialmente non hanno fatto nulla. C’erano cose che potevano essere fatte. Circolavano molte informazioni. Gli scienziati sapevano cosa fare. Ci si sarebbe potuti preparare. Qualcuno doveva pagare per questo, non le compagnie farmaceutiche. In un mondo razionale, persino in un mondo capitalista prima di Ronald Reagan, il governo avrebbe potuto intervenire e farlo.

    La poliomelite è stata sradicata proprio in questo modo, attraverso un programma messo in piedi e finanziato dal governo. Quando Jonas Salk ha scoperto il vaccino, ha preteso che non fosse coperto da brevetti. Ha detto: «Deve essere un bene comune, come il sole». Era ancora capitalismo, ma era un capitalismo disciplinato. Tutto ciò è finito all’improvviso con Ronald Reagan. Il governo diventa il problema, non la soluzione. Legalizziamo i paradisi fiscali. Legalizziamo i buy-back [riacquisti di azioni proprie ai fini speculativi, Ndt] al costo di decine di trilioni di dollari sotto forma di rapina per le casse pubbliche.

    Il governo è la soluzione solo quando il settore privato è in difficoltà, questo è evidente. Ma quando l’interesse pubblico ha bisogno di qualcosa, il governo non è la risposta. Quindi, tornando al 2003, il governo non è stato in grado di intervenire. In realtà, ha fatto un piccolo passo in avanti ed è molto rivelatore vedere cosa ha comportato. Obama, dopo la crisi dell’Ebola, ha riconosciuto che c’erano dei problemi. Bisognava fare qualcosa. Obama ha fatto diverse cose. Intanto, ha cercato di trovare dei ventilatori. I ventilatori sono il grande collo di bottiglia nel sistema in questo momento. È ciò che costringe gli infermieri a decidere chi uccidere domani. Non ce ne sono abbastanza, ma l’amministrazione Obama ha stipulato un contratto per lo sviluppo di ventilatori di alta qualità a basso costo. La società è stata rapidamente acquistata da una più grande che ha messo da parte il progetto – era in competizione con i propri costosi ventilatori – e poi si è rivolta al governo e ha detto che volevano recedere dal contratto, perché non era abbastanza redditizio.

    Questo è capitalismo selvaggio. Non solo capitalismo, ma capitalismo neoliberista. La situazione peggiora. A gennaio e febbraio di quest’anno, i servizi segreti statunitensi bussavano alla porta della Casa Bianca dicendo: «Ehi, c’è una vera crisi. Fate qualcosa». Impossibile. In verità l’amministrazione Trump stava facendo qualcosa, ovvero esportando ventilatori in Cina e in altri paesi per migliorare il bilancio commerciale. È andato avanti così fino a marzo.

    Ora gli stessi produttori e compagnie di navigazione che li stavano spedendo li stanno riportando indietro: doppio profitto. Questo è ciò con cui conviviamo. E potrebbe proseguire tranquillamente. Quindi, se si guarda al passato, alla base di tutto questo c’è il colossale fallimento del mercato. I mercati semplicemente non funzionano. Possono funzionare a volte per vendere scarpe, ma se succede qualcosa di significativo non sono affari loro. Devi operare come hanno sottolineato Milton Friedman e altri: solo per avidità. Fai cose per il tuo benessere, per la tua ricchezza, nient’altro. Il disastro è compreso nel prezzo. Nel passato ci sono tanti esempi di questo tipo, non devo riesaminarli. Tutto parte con il fallimento del mercato. Poi arriva il colpo di grazia del capitalismo selvaggio, il neoliberismo, che da oltre quarant’anni subiamo in tutto il mondo e il cui effetto va oltre il caso dei ventilatori.

    Gli ospedali negli Stati uniti devono essere gestiti seguendo modelli di business. Quindi nessuna risorsa può restare inutilizzata. Cosa che non funziona nemmeno in tempi normali. Molte persone, incluso me, possono testimoniare che questo accade nei migliori ospedali. Ciò nonostante in qualche modo funzionano. Tuttavia, se qualcosa va storto, sei perduto. Buona fortuna. Forse questo modello può funzionare per la produzione automobilistica. Ma non per l’assistenza sanitaria. Il nostro sistema sanitario è uno scandalo internazionale. Ma è il fatto che segua la logica del business, ovviamente, che lo rende un vero e proprio disastro incorporato.

    Sono successe altre cose, che appaiono troppo surreali per essere discusse. Usaid [l’agenzia degli Stati uniti per lo sviluppo Internazionale, fondata nel 1961 sotto la presidenza Kennedy, doveva occuparsi anche di la lotta alla povertà globale, Ndt] aveva un programma in grado di rilevare i virus presenti negli animali che stanno entrando in stretto contatto con gli umani a causa della distruzione dell’habitat e del riscaldamento globale. Stavano identificando migliaia di potenziali virus, lavorando anche in Cina. Trump ha chiuso il progetto. Lo aveva finanziato di nuovo, ma poi con tempismo perfetto lo ha chiuso in ottobre.

    Potrei andare avanti all’infinito. L’immagine che ne ricavi è questa. Alla Casa Bianca una banda di sadici sociopatici ha intensificato i danni gravi causati in precedenza dal mercato. E ora sta proseguendo. I ricchi non stanno aspettando di vedere come costruire il mondo di domani. Ci stanno lavorando proprio ora, assicurandosi che venga fuori come piace a loro. Ulteriori sussidi ai combustibili fossili, distruzione delle normative Epa che potrebbero salvare le persone ma colpire i profitti, tutto ciò sta accadendo proprio di fronte ai nostri occhi e la domanda è: ci saranno delle contromisure? Altrimenti…

    Domanda.
    Prima di passare al ruolo dei movimenti sociali, volevo tornare ai fallimenti del mercato e a come sembra si stiano combinando anche con l’eredità del razzismo istituzionale negli Stati uniti: penso all’impatto enorme che il Coronavirus sta avendo nelle comunità nere. Che ne pensi?

    Possiamo comprendere questo processo risalendo a quattro secoli fa, quando furono portati in America i primi schiavi. Non voglio percorrere l’intera storia, ma il sistema schiavistico più perverso della storia umana è alla base di gran parte della prosperità degli Stati uniti.

    Il cotone era il petrolio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. Dovevi avere cotone a buon prezzo. Non lo ottenevi seguendo le regole che ti insegnano nei dipartimento di economia ma dalla brutale schiavitù. Ciò ha posto le basi per l’industria manifatturiera, tessile, finanziaria, commerciale, al dettaglio, ovviamente, che è andata avanti per gran parte del diciannovesimo secolo. Infine la schiavitù è stata formalmente abolita per circa dieci anni durante il periodo della Ricostruzione, ma un accordo con il Sud ha consentito che le cose potessero continuare esattamente come prima. Successivamentw, come ricostruisce uno dei migliori libri sull’argomento che si intitola Slavery by Another Name, arrivarono le misure prese essenzialmente per criminalizzare la popolazione nera. Il ragazzo nero che stava all’angolo di una strada, veniva multato per vagabondaggio. Non poteva pagare la multa. E quindi finiva con la catena al piede.

    Il risultato finale di questo processo fu la grande rivoluzione manifatturiera della fine del diciannovesimo secolo e dell’inizio del ventesimo secolo, in gran parte costruita su quella che non fu chiamata schiavitù ma che era la proprietà della popolazione nera da parte dello Stato. Era molto meglio della schiavitù. Se hai schiavi, almeno devi farli sopravvivere. Bene, se li metti in prigione, è il governo che deve preoccuparsi di mantenerli. Li prendi quando ne hai bisogno e non hai problemi di mancanza di disciplina o proteste e cose del genere. Questo sistema è andato avanti fino alla Seconda guerra mondiale. A quel punto c’erano posti di lavoro. Le persone dovevano lavorare.

    Poi arrivarono nuove forme di schiavitù imposta. Così fino alla fine degli anni Sessanta, le leggi federali sull’edilizia abitativa richiedevano la segregazione. Negli anni Cinquanta c’erano molte case popolari: a cominciare da Levittown [così sì chiamavano ad esempio i sette grandi complessi residenziali suburbani creati da William Levitt e costruiti dopo la Seconda guerra mondiale, Ndt], ma erano per i bianchi, niente neri. I senatori liberal sostennero il progetto, con repulsione, ma approvarono tutto perché non c’era altro modo per far passare le case popolari.

    Gli Stati uniti ancora negli anni Sessanta avevano leggi anti-meticciato così severe che i nazisti si erano rifiutati di utilizzarle. Quindi presero altre forme. La Corte Suprema essenzialmente ha fatto ciò che il governo aveva fatto alla fine della ricostruzione, ha detto agli Stati del sud che potevano fare ciò che volevano. Hanno eliminato la legge sul diritto di voto. Lo abbiamo appena visto pochi giorni fa in Wisconsin. Incredibile. Se vuoi vedere come si schiaccia la democrazia, dai un’occhiata a quello che è successo qualche giorno fa in Wisconsin. Il governatore democratico voleva dilazionare le primarie e dare una proroga per il voto degli assenti. Voglio dire, una cosa di buon senso. Ci troviamo in una legislatura dominata da repubblicani con una minoranza di voti, ma le manipolazioni gli hanno dato la maggioranza dei seggi. Hanno convocato una seduta, non penso che i repubblicani si siano neanche presi la briga di presentarsi. Il capogruppo di maggioranza ha semplicemente convocato la seduta e poi l’ha chiusa. Non ha preso neanche in considerazione la proposta del governatore, sostenuta dalla Corte Suprema.

    Tutto ciò è stato progettato per garantire che gli elettori delle minoranze povere, le persone che non risultano nei sondaggi – principalmente democratici – non possano votare. I ricchi, la base tradizionale di quelli che hanno creato tutto ciò, votano. È un sistema aperto, nemmeno nascosto, per cercare di garantire che, indipendentemente da ciò che i cittadini vogliono, le politiche più reazionarie vengano costantemente mantenute.

    [Il leader della maggioranza al senato] Mitch McConnell è il genio malvagio che sta dietro tutto questo. Lo sta facendo magnificamente. Si sono assicurati che la magistratura sia piena di giovani giudici ultra-reazionari, per lo più non qualificati. Ciò garantisce che qualunque cosa il paese desideri in futuro, saranno in grado di fermarlo. Come nel caso della Corte suprema condotta da Johhn Rberts, la maggioranza è in grado di farlo ancora adesso. I repubblicani sanno di essere un partito di minoranza. Non c’è modo di ottenere voti sui loro programmi attuali. Ecco perché devono fare appello alle cosiddette questioni culturali – diritto alle armi, aborto e così via – non alle loro politiche effettive, che riempiono le tasche dei ricchi. Questa è la vera politica. Trump è un genio in questo; va ammirato. Con una mano dice: «Sono il tuo salvatore, sto lavorando per il povero lavoratore». Con l’altra lo sta pugnalando alla schiena. È impressionante. È sicuramente il truffatore di maggior successo nella storia statunitense di sempre.
    Presumo che prima o poi cadrà, ma finora si regge in piedi. Stanno cercando di smantellare qualsiasi elemento di democrazia ci sia. Ci sono modelli altrove, Orbán in Ungheria sta facendo la stessa cosa. In effetti, e la cosa contiene elementi interessanti, è difficile identificare una strategia geopolitica coerente dal caos alla Casa Bianca. Ma ce n’è uno che emerge con notevole chiarezza: formare un internazionale degli Stati più reazionari del mondo, e lasciare che sia la base per il potere degli Stati uniti.

    Ancora, Al-Sisi, il peggior tiranno nella storia dell’Egitto, i dittatori della dinastia in Arabia Saudita, in particolare Mbs [il principe ereditario Mohammad Bin Salman Al Saud], il più grande assassino. Israele, che sta andando a destra, è ora al centro di tutto ciò. Le relazioni tacite precedenti tra Israele e gli Stati arabi stanno diventando aperte. Ciò che sta facendo Modi in India è semplicemente indicibile. Ha dato quattro ore di preavviso per il blocco totale. La maggior parte della popolazione in India è costituita da lavoratori informali. Non hanno nessun posto dove andare. Non possono stare a casa. Non c’è una casa dove stare per loro. Quindi, si sono messi in marcia a piedi sulle autostrade, forse a miglia di distanza dal loro villaggio da qualche parte, morendo lungo la strada. È impossibile immaginare cosa stia accadendo. Ma dal momento che sono per lo più poveri e molti di loro sono musulmani, a chi importa? Per questo sono una componente importante di questa internazionale reazionaria. Bravi ragazzi come Orbán in Ungheria e simili. Li adorano.

    Salvini in Italia è uno dei peggiori gangster in circolazione. Nell’emisfero occidentale il principale rappresentante è Bolsonaro in Brasile, che se la batte con Trump per chi sia il peggior criminale del mondo. Trump può facilmente batterlo a causa del potere degli Stati uniti, ma le politiche non sono molto diverse e ciò sta danneggiando non solo il Brasile ma il mondo intero. Le previsioni attuali su riviste scientifiche indicano che in circa quindici anni l’Amazzonia passerà dall’essere un produttore di ossigeno a diventare un emettitore di anidride carbonica. Questo è un disastro, ed è il risultato delle regalìe di Bolsonaro alle industrie minerarie e agroalimentari. Cercano di creare il mondo a venire. Stanno lavorando sodo. Lo fanno sempre. La loro incessante e costante guerra di classe non si ferma mai e se gli sarà permesso di vincere, siamo fritti.

    Domanda.
    A proposito, hai detto che è davvero utile leggere la stampa economica perché spesso sono molto sinceri su cosa pensano del mondo e cosa stanno facendo, quali sono i loro piani e schemi. Dal nostro punto di vista, stanno accadendo molte cose negli Stati uniti in questo momento. Si sciopera in molte località. I lavoratori si stanno organizzando in risposta al Coronavirus e sono incoraggiati a lavorare in condizioni non sicure. I datori di lavoro ne stanno parlando e ne sono preoccupati?

    Risposta.
    Oh, ragazzi, certo che lo sono. Come sapete, ogni gennaio, quei tipi che modestamente si definiscono i «dominatori dell’universo» si riuniscono a Davos, in Svizzera, per andare a sciare, parlare di quanto sono meravigliosi, e così via e così via. L’incontro di questo gennaio è stato molto interessante. Vedono che i contadini stanno arrivando con i forconi e sono preoccupati. Quindi, c’è una svolta. Il tema dell’incontro è stato: «Sì, abbiamo fatto cose cattive in passato. Adesso lo capiamo. Ora stiamo aprendo una nuova era nel capitalismo, una nuova era in cui non ci occupiamo solo degli azionisti, ma degli operai e della popolazione e siamo così bravi ragazzi, così umanisti che puoi affidarti a noi. Faremo in modo che tutto vada bene». È stato abbastanza interessante vedere cosa è successo. C’erano due relatori principali. Dovrebbe accadere in ogni aula delle scuole del paese. Trump, ovviamente, ha tenuto il discorso di apertura. Greta Thunberg ha tenuto l’altro discorso. Il contrasto è stato fantastico. Il primo discorso era di un buffone, che urla tutta la sua avidità e pronuncia un numero di bugie incalcolabile. Il secondo discorso veniva da una ragazza di diciassette anni che dà tranquillamente una descrizione concreta e accurata di ciò che sta accadendo nel mondo e guarda queste persone in faccia e gli dice: «State distruggendo le nostre vite». Naturalmente, tutti applaudono educatamente. Bella bambina. Torna a scuola.

    La reazione a Trump è stata particolarmente interessante. Lui non piace. La sua volgarità e crudezza macchia l’immagine di sé stessi che stanno cercando di proiettare come umanisti. Eppure lo adorano. Gli hanno fatto un applauso positivo e non hanno potuto smettere di fare il tifo. Perché capiscono qualcosa: questo ragazzo, non importa quanto volgare, sa benissimo quali tasche riempire e come riempirle. Quindi, può essere un buffone. Tollereremo le sue buffonate finché continuerà con le politiche che contano. Questi sono gli uomini di Davos.

    Non si sono preoccupati del fatto che questa canzoncina l’avevamo già sentita. Negli anni Cinquanta si chiamavano le aziende con l’anima. Le corporation sono diventate piene di sentimento. Ora traboccano di gentilezza per i lavoratori e tutti gli altri. È una nuova era. Bene, abbiamo avuto modo di vedere quanto fossero pieni di sentimento e andranno avanti.

    Quindi, o cadiamo nell’inganno e lasciamo che tutto continui, oppure possiamo lottare e creare un mondo diverso. Quella che si presenta adesso è un’ottima opportunità. Gli scioperi che hai citato, le proteste in tutto il mondo. Ci sono gruppi di mutuo soccorso della comunità che si formano nei quartieri poveri, o persone che si aiutano a vicenda cercano di fare qualcosa per gli anziani che sono rinchiusi. Alcuni sono straordinari.

    Prendi il Brasile, dove il presidente è aberrante. Per lui, l’intera pandemia è solo un raffreddore. I brasiliani sono immuni ai virus. «Siamo persone speciali» e così via. Il governo non sta facendo nulla. Alcuni governatori ci provano, ma non il governo federale. Avranno la peggio i bassifondi, le aree povere, le zone indigene. Nelle peggiori baraccopoli come le favelas di Rio, lavarti le mani ogni due ore è un po’ difficile quando non hai acqua, o stare a distanza quando vivi stipato in una stanza. Ma c’è un gruppo che è venuto e ha cercato di imporre alcuni standard ragionevoli il più possibile in queste condizioni orribili. Chi? Le bande criminali che hanno terrorizzato le favelas. Sono così potenti che la polizia ha paura di entrare. Si sono organizzati per cercare di affrontare la crisi sanitaria.

    Tutto questo ci dice qualcosa, proprio come ce lo mostrano le infermiere in prima linea. Ci sono risorse umane e possono venire fuori in alcuni dei luoghi più inaspettati. Non dal settore aziendale, non dai ricchi, non dalle multinazionali piene di sentimento. Certamente non dai governi, in particolare quelli patologici come questo. Altri stanno facendo meglio. La speranza è l’azione dal basso.

    Bernie Sanders, quando ha tenuto il suo discorso di ritiro, ha sottolineato questo. Ha detto che la campagna elettorale finisce, ma il movimento no. Spetta in particolare ai suoi giovani sostenitori mettere un po’ di carne al fuoco. Qualunque cosa accada. Se Trump viene rieletto, è una vera tragedia. Se Biden viene eletto, non sarà meraviglioso. Ma in entrambi i casi dovremo fare tutto ciò che possiamo fare in prima persona.

    Domanda.
    Pensi che la maggior parte delle persone emergerà dalle proprie case dopo che la quarantena sarà finita con le stesse opinioni politiche di prima?

    Risposta.
    Vedremo. È certamente il momento di riflettere sulle cose di cui stavamo parlando. Perché siamo in questa situazione? Ciò di cui stiamo parlando non sta nel profondo. È in superficie. Non è fisica quantistica. Pensaci un po’. È ovvio. Quindi forse le persone cambieranno le proprie opinioni o magari rimarranno incantati dal truffatore in carica. Ricevo lettere da poveri lavoratori, che dicono: «Maledetti liberal, state portando tutti gli immigrati a rubare il nostro lavoro e Trump ci sta salvando». Forse è possibile arrivare a loro, ma non è facile.

    Questi ragazzi sono sintonizzati su Fox News tutto il giorno. Questa è la cassa di risonanza. Se guardassi tutto questo dallo spazio e non vivessi la tragedia direttamente, penserei: che sta succedendo? Questo maniaco alla Casa Bianca esce e dice quello che dice, e il contrario il giorno successivo. E tutto viene ripetuto con fervore dagli amplificatori della Fox. Ma nella realtà guardi Fox News ogni mattina, è la tua fonte di notizie e informazioni. E ci sono ragazzi intelligenti come Mike Pompeo che dice: «Dio ha mandato Trump sulla terra per salvare Israele dall’Iran». Questo è il ragazzo sensibile. Siamo in mezzo a una gigantesca barzelletta. Diciamo che c’è un Dio, forse. Se è così, ha deciso di commettere un brutto errore il sesto giorno e ora la smetterà con l’umorismo. Basta guardare questa gente che si autodistrugge. È così evidente.

    Domanda.
    C’è la possibilità che gli Stati uniti possano costruire una cultura di solidarietà e una politica del lavoro conseguente come è accaduto nel Regno unito dopo la Seconda guerra mondiale, portando a una qualche forma di Servizio sanitario nazionale, prendendo atto dei fallimenti del mercato, riconoscendo le inefficienze e le complicazioni che si creano quando si compete invece di coordinare le risorse? È possibile che gli Stati uniti si muovano in questa direzione?

    Sicuro. L’abbiamo già fatto. Ho vissuto la Grande Depressione. Ecco perché ho questa lunga barba bianca. Ma negli anni Venti il movimento operaio venne completamente schiacciato. Dai un’occhiata a David Montgomery, storico del lavoro, uno dei suoi grandi libri è The Fall of the House of Labour. Si riferisce proprio agli anni Venti. Venne schiacciato dall’amministrazione liberale di Wilson, da Red Scare e tutto il resto. Negli anni Trenta iniziò a rinascere. I Cio organizzarono scioperi, fu una grande minaccia per i loro manager. La prossima cosa a cui avrebbero pensato sarebbe stata: «Non abbiamo bisogno dei capi. Possiamo gestire questo posto da soli». E sarebbero finiti. È un sistema molto fragile.

    Ciò produsse reazioni. C’è stato un governo ricettivo, che è fondamentale. Un ottimo storico del lavoro, Erik Loomis, ha studiato questo genere di situazioni e sottolinea che questi momenti sono stati quasi sempre guidati da un movimento operaio attivo e le uniche volte in cui hanno ottenuto risultati c’era un’amministrazione relativamente comprensiva, o almeno tollerante. Non è la situazione attuale. Ma in realtà se Biden ce la facesse, non sarebbe eccezionale, ma potrebbe essere condizionato dal movimento. Se il movimento operaio si rianima, se il movimento Sanders – che è stato molto significativo e ha ottenuto grandi successi – riuscisse a decollare, potremmo uscire dalla crisi capitalista come è stato fatto negli anni Trenta.

    Il New Deal non pose fine alla Depressione, la guerra lo fece con una massiccia produzione diretta dallo Stato, ma tuttavia fu molto meglio di oggi. Sono abbastanza grande da ricordarmelo e la mia famiglia allargata era composta principalmente da lavoratori di prima generazione, per lo più disoccupati, che vivevano in condizioni di povertà molto peggiori della classe lavoratrice di oggi. Ma avevamo molte speranze. Non c’era disperazione. Non c’era la sensazione che il mondo volgesse al termine. L’umore era: «In qualche modo ne usciremo insieme, lavorando insieme». Alcuni facevano parte del Partito comunista, altri dei sindacati. Avevo un paio di zie che erano sarte disoccupate, ma erano nell’Ilgwu [International Ladies ‘Garment Workers’ Union], che forniva loro iniziative culturali, incontri, una settimana in campagna, attività teatrali.

    Si può fare qualcosa. Siamo insieme. Ne usciremo. Potremmo tornare.

    *Noam Chomsky è professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology. Haymarket Books ha recentemente pubblicato dodici dei suoi libri classici in nuove edizioni. Chris Brooks è un attivista in Tennessee e si è laureato in studi sul lavoro alla University of Massachusetts Amherst. Attualmente è redattore di Labor Notes.

    Questa intervista è uscita su JacobinMag. La tradizione è di Giuliano Santoro. Il testo tratto da Labor Notes

  2. Sabino Caronia

    onore a chi ci è amico vero nella terra degli amici falsi

  3. Marina Petrillo

    Potremmo tornare, afferma Noam Chomsky.
    Siamo destinatari di assenze, replica il poeta Luciano Nota.
    Destinar(si) a ciò che non presente, rimanda allo sconosciuto sogno dell’essere.

    sfondi di stomi
    pronti a rinverdire
    le cellule annerite.

    Piccole aperture, bocche vegetali aventi il compito di aprire e chiudere i passaggi, a seconda delle condizioni ambientali. Così, in fotosintesi animica,
    procede la visione. Il mondo creatosi dalla interazione tra l’umano e il vegetale, si “annerisce” in non coscienza.

    Minuscoli specchi
    riflettono archi
    al frastuono dei denti.

    L’arco dentale frastuona in eco, vibrazione metafisica donata all’immagine specchiantesi in se stessa. De-privata del riflesso, ogni cosa non diviene che spento calco. O vi permane forse l’infinito…
    L’arco dentale sospende a limen la presenza biologica. La sua rifrazione rimanda all’archetipo, chiamato, desiderato, lì dove non v’è che “inerzia”.
    “Il solitario” abita lo stato di presenza in nuova dimensione.

    Fa di tutto per separarsi
    dalle essenze.

    Essere solitari nell’assenza, amplificandola sino a giungere al battito remoto. L’umano non si è straniato in una terra desolata: si scopre tale, per lievi, poetici indizi.

    Tra le mani una scatola,
    un semplice anello al dito
    che incanta i suoi calli.

    E’ un trasmutatore della fatica il solitario, un Bagatto, Arcano Maggiore che attraverso l’anello al dito dichiara la propria regalità. L’appartenenza all’Universo delle non idee. Negletto alla sociale convivenza, si sdraia, al tramonto, vicino alla chiesa; al mondo interiore, suo divino alter ego.
    Quell’alito nuovo che spira, non come speranza ma vaticinio, diviene specie nuova. Ibrido non appartenente ad alcun regno, contaminazione di tutti.

    Una specie di alito nuovo
    vuoto senza tentacoli.

    Inoffensiva specie data dalla consapevolezza, evoluzione di uno stato di coscienza che approda ad un altro dopo lungo viaggio.
    “Vortici aprichi”, suono maestoso sopraggiunto a richiamo petrarchesco. Affidato ad alto lignaggio, cui il contemporaneo, limine contineri, non può che sugellare in patto.
    La Bellezza, sua Musa, è origamo creato nell’acqua, improvviso propagarsi a frattale di perfezione, antesignana al suo inizio. O fine.

    Allo splendore dei versi di Luciano Nota .
    Marina Petrillo

  4. Mariella Bettarini

    Grazie di cuore delle ottime notizie, sempre, e un carissimo augurio e saluto da

    Mariella (Bettarini)

  5. Trae in inganno il verso abbreviato, come che le parole andrebbero soppesate… il respiro pesante insinua pause inesistenti. Qui la poesia lirica è un ricordo, un volersi ricordare.
    In realtà, come appare a me, ad esempio già la prima lirica, “La tua assenza”, sono tre versi, così disposti:
    “Ti stacca da noi il valore supremo di essere silenzio stretto in ogni mano.
    E ascoltarti è brama di afferrarti l’interno seguitare il tuo sogno.
    La tua assenza è esistenza per la danza del Pastore eccelso e della luna accesa.”
    Ma così facendo si andrebbe di fretta? Sì, ma vuoi mettere quanto silenzio resta dopo “accesa” ?

    Chiude gli occhi. È forse un solitario. Fa di tutto per separarsi dalle essenze.
    Tra le mani una scatola, un semplice anello al dito che incanta i suoi calli.
    Apre la scatola… Si sdraia ogni sera al tramonto vicino ad una chiesa.
    (silenzio)

    Per cominciare, si finirebbe con l’ermetismo e inizierebbe la narrazione.
    Per me, Luciano Nota è validissimo poeta: “il sangue… orma di spettro… idioma di anguille”, da qui lo si capisce.
    Mi è distante compagno di strada, ma in quanto compagno, e amico, lo sento necessario. E poi comunque bazzica da queste parti, rampognando e tirando per la giacca. Ma siamo già di là.

    • caro Lucio Mayoor Tosi,

      hai messo il dito nel punto giusto. Luciano Nota è un poeta autentico, come ha ben afferrato Marina Petrillo. Ma dire autentico equivale a non dire niente di preciso, e invece Luciano ha un suo modo di interferire con il proprio tempo, di scheggiare le parole, e anche di sporcarle, ma è che sporcandole invece le lucida sempre di più perché un poeta lirico ha questo compito destinale, quello di lucidare lo sporco del proprio tempo. Vero è quello che dice Baudelaire «I poeti elegiaci sono tutti delle canaglie», ma Luciano Nota è un poeta lirico posto fuori tempo, in un’epoca che di lirico non ha proprio nulla.

      Come scrive nella intervista Noam Chomsky accennando alla nostra epoca del Covid19: «È un disastro del capitalismo. Ma possiamo reagire». E Luciano Nota reagisce con le sue parole, ma è costretto ad accorgersi che il poeta non ha più la funzione di pulire e purificare la lingua della tribù come avveniva all’epoca di Umberto Saba e di Sandro Penna, adesso il compito che arride ad un poeta è quello di accettare, obtorto collo e contro la propria volontà, le parole del proprio tempo. E così il poeta lucano si accorge che non può più accettare quelle parole che la nostra epoca gli propina perché sono minate, infirmate da virus e da batteri pericolosissimi.

      Io più volte ho discusso con Luciano in merito alla necessità di dare questo fortissimo scossone alla poesia italiana ed europea, perché è nostro dovere accettare le parole per quello che sono e per come sono: fedifraghe e inavvicinabili.
      La ritrascrizione che tu hai fatto di alcuni versi di Luciano in forma di prosa ha messo in luce la validità dell’operazione di Luciano. In prosa, paradossalmente, le poesie di Luciano acquistano, non perdono, la loro efficacia poetica. Anzi, forse, grazie alla stesura in prosa quella ibernazione del metro breve si scioglie e ci aiuta a vedere meglio all’interno della poesia notiana.

      Recentemente Luciano è rimasto colpito da alcuni esiti della poesia della nuova ontologia estetica, ci ha visto la lirica che sopravvive ma mutata di segno in un’altra pelle, con indosso un altro vestito. La cosa non mi ha sorpreso perché conosco l’onestà intellettuale di Luciano, so della sua onestà poetica. Lui è un poeta in evoluzione, in transizione, e saprà cogliere quei fermenti di novità presenti nel nostro tempo per assumerli nella propria grammatica poetica.

      • Ed io che pensavo che il sangue fosse orma di spettro o idioma di anguille.
        Guardavo il mare senza flussi e ad occhi chiusi vedevo Cerere.
        Barra fissa campo trinciato patibolo.
        Ora penso che il sangue come terra sia torre per un trambusto di melisse.

        Niente male, davvero niente male. Ora si vedono le immagini, che le parole oscuravano.

  6. Stanza n. 77

    . .Requiem per Alfredo de Palchi

    Pioggia. Una porta chiusa. Stanza n. 77. Squillo. Nessuno risponde.
    Premo il campanello. Ripetutamente.

    Eredia dice: «Faust chiama Mefistofele per una metastasi».1
    Il mago Woland prepara la scena del Circo.

    K. sortì fuori dall’apriscatole con una redingote nuova di zecca
    e si infilò nel collo di bottiglia di un rosso Chianti,

    Cantina Conte Ricasoli, annata 1981.
    Nella mano apparve un cono gelato alla fragola che trangugiò
    con pochi morsi.

    «Veda, Cogito, mi creda, il Principe di Homburg è un ciarlatano.
    È un manichino.
    Sua moglie, Madame Hanska, adesso dirige un bordello,
    nei pressi della Siegfriedstraße, Berlino.

    Frequentato, tra gli altri, da Monsignor Marcinkus e dal banchiere
    Karl Friedman. Sì, proprio lei, è l’amante di quel poeta italiano
    che tiene una Agenzia di informazioni riservate in via Pietro Giordani 18,
    Quel figuro, mio caro, è un gangster, mi creda,
    per il momento lo teniamo d’occhio, lasciamolo fare,
    in fin dei conti, è un comodo imbecille».

    «Buongiorno, Vostra Maestà, posso esserLe utile?»,
    chiede il poeta di via Pietro Giordani.
    Una crossdresser in giarrettiere sorride da un videoclip di Facebook.
    «Non penso, dunque sono», dice,
    «340 034 1721. È il mio numero, Wind-Tre, mi chiami
    per un appuntamento».

    “Stanza 77, le gambe delle donne…”,
    Il poeta di via Pietro Giordani pensa questo pensiero
    ma è un retro pensiero
    che si dilegua ed entra nella testa del mago Woland
    che sta preparando la scena del Circo…

    […]

    Il pappagallo verdeazzurro sull’asse ripete le parole:
    «Il Principe di Homburg è un ciarlatano!».

    Il commissario è in piedi, perimetra la scena del delitto nella vasca da bagno
    con delle bandierine colorate.

    “La Dama Rossa uccide sette volte”. Film del 1972, con la bellissima
    Barbara Bouchet in bikini.
    Un carosello di delitti in un castello incantato abitato da fantasmi.
    Il Signor K. va a vedere il film, e si innamora
    del costume da bagno.
    Appare Ursula Andress sulla spiaggia, in bikini,
    nella scena del film
    “Agente 007, licenza di uccidere”, 1962,
    colonna sonora Goldfinger.
    «È lui la Dama Rossa! È lui l’assassino! Il poeta di via Pietro Giordani!»,
    grida il commissario, in visibilio.

    «Ogni cento anni la “Dama Rossa” torna in un castello della Germania,
    ripete i misfatti iniziati alcuni secoli fa…».
    Il pappagallo grida:
    «Il Principe di Homburg è un ciarlatano!».

    Cogito si invaghisce della Dama Rossa. Le regala la borsa di coccodrillo
    di Marie Laure Colasson, la quale si rivolge al mago Woland

    Per tornarne in possesso, ma invano, perché il mago
    è deceduto, secoli fa,

    Pugnalato alle spalle dall’androgino Achamoth con le giarrettiere e il perizoma…
    E allora la Colasson dipinge un polittico,

    Per dispetto. Per amore. Per rabbia. Per disperazione…
    Io esito. Torno indietro. Faccio un passo in avanti.

    Uno all’indietro…

    […]

    Esco dal tempo. Rientro nel tempo. Nel presente.
    Assente.

    Notte. Pioggia. Ombrello. Sotto l’ombrello, il cappello. K.
    «Le parole tradiscono le parole», dice il Signor K. a Cogito.

    «All’improvviso, mi sono affacciato alla finestra
    per vedere se il vento era sempre là».2
    Quando mi sono voltato Woland era scomparso.

    C’era una tigre in corridoio, un pianoforte, le forbici sul pianoforte,
    la coda della redingote del Signor K. che si agitava…

    La musica uccideva tutti gli uccelli…
    Quella porta era sempre chiusa.
    Io non avevo mai provato ad uscire da quella porta.

    […]

    All’improvviso, Eredia mi ha detto:
    «Nessuno può scrivere la propria morte»,
    «Ma io sono morto, un morto sì che lo può», ho replicato.

    Allora, il commissario mi ha interrogato:
    «Chi è Eredia?»
    «Eredia è un personaggio inventato, non esiste»
    «La tigre, il pianoforte, gli uccelli?»
    «Fantasmi, sono solo fantasmi. Loro non sono colpevoli»
    «Il Signor K.?»
    «È un fantasma»
    «E il poeta di via Pietro Giordani?»
    «È un altro fantasma, nient’altro che un fantasma»
    «Madame Colasson?»
    «Un fantasma»
    «Lei e Gino Rago siete dei terroristi!»
    «Non saprei…»
    «E allora, apra la porta. Apra quella porta!»
    «È un ordine!»
    «Ma non c’è nessuna porta qui. È solo una mia fantasia…»

    Così, ho aperto quella porta […] Non c’era Nessuno.
    Forse qualcuno ha cancellato la poesia…

    Ed io ho dimenticato di averla scritta.
    Ho dimenticato di esser morto tanto tempo fa.

    Il mago Woland mi ha fatto resuscitare. In carne ed ossa.
    E adesso sono qui. Nel presente.

    Assente.

    1 Titolo di un libro di poesia di Francesco Paolo Intini, pubblicato nel 2020
    2 frase tratta dal romanzo di Agota Kristof, Ieri, trad. Marco Lodoli, Einaudi, 2002, p. 5

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/18/luciano-nota-poesie-da-destinatario-di-assenze-arcipalagoitaca-2020-pp-96-e-10-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-63633
    Il comunista Maurizio Malta, del circolo operaio di Circonvallazione Gianicolense di Roma mi ha inviato questo suo contributo:

    Lo storico britannico Eric J. Hobsbawm apriva l’introduzione al suo libro “Nazioni e nazionalismo” con un famoso apologo in cui immaginava la difficoltà di spiegare ad uno storico intergalattico concetti come “confini”, “nazioni”, “Stati”, ma soprattutto la guerra tra gli Stati e le nazioni e le drammatiche conseguenze per l’umanità intera .

    Riteniamo che la difficoltà non sarebbe minore se dovessimo spiegare al nostro storico intergalattico la reazione dell’umanità di fronte alla pandemia:

    anziché mostrare lo sforzo solidale di una umanità davvero unificata di fronte alla malattia e alla morte, la pandemia ha esasperato le divisioni e le lotte tra Stati, aggravando le conseguenze sanitarie, economiche e politiche, col risultato di imporre a miliardi uomini (oltre tre miliardi quelli in lockdown …) un fardello che peserà a lungo nei prossimi anni, anche nella forma del debito pubblico degli Stati.

    Non solo: la stessa speranza del vaccino, come scrivono i giornali, rappresenta un terreno di lotta tra i grandi gruppi farmaceutici per vedere chi riuscirà a brevettarlo prima, trasformandolo in un colossale business.

    Ogni Stato si è mosso per conto proprio: anzi le divisioni e le lotte si sono riproposte anche all’interno degli Stati, come dimostra l’Unione Europea, ma soprattutto il caso italiano dove Governo, Regioni, Comuni si sono accapigliati fin dall’inizio per accreditarsi meriti e scaricare responsabilità a seconda della propria appartenenza partitica, nelle migliori tradizioni della politica parlamentare.

    Inoltre tutti gli Stati si sono presentati a questa drammatica prova assolutamente impreparati e imprevidenti, nonostante le precedenti drammatiche esperienze, come la SARS di inizio secolo o come quella del virus H1N1 che una decina d’anni or sono era partito dal Nord America: anzi decenni di tagli alla sanità, nella fase discendente del welfare e della socialdemocratizzazione, hanno lasciato in primo luogo i lavoratori del settore e poi i malati esposti al contagio con conseguenze drammatiche.

    Dietro la foglia di fico degli “aiuti”, le grandi potenze non hanno tardato ad impugnare anche la pandemia in un combattimento politico segnato dalla crisi dei vecchi equilibri e dalla faticosa e violenta gestazione di quelli nuovi, dove emerge con chiarezza il carattere decisivo della stazza continentale e della centralizzazione dei poteri (come dimostra l’esempio di Wuhan in Cina).

    Di fronte alle responsabilità della classe dominante, sono i lavoratori quelli che pagano il prezzo più elevato e che tengono in piedi la società anche in questa fase drammatica: altro che “siamo tutti sulla stessa barca”.

    L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima in quasi 200 milioni i disoccupati prodotti dalla crisi …

    Ma c’è un altro aspetto della pandemia che offre più di un motivo di speranza: si tratta dell’emergere di un numero crescente di strutture, associazioni e singoli volontari, tra cui segnaliamo in particolare quelli che sono ormai chiamati gli “angeli rossi” dei circoli operai internazionalisti che nei quartieri delle città grandi e piccole si impegnano a risolvere i problemi delle persone che si trovano in maggiore difficoltà …
    (vedi anche in allegato)

  8. Stanza n. 77

    Nella mia fantasia il segno […] equivale al suono dei cimbali. Al suono dei cimbali ci si ferma. Non si sa se si è fatto bene, cosa è stato detto… Importa?
    No, importa che la mente si serva delle parole. Finché parola e mente diventano una cosa sola, non importante ma autentica. E quando diviene autentica, la cosa è importante? No. Però hai raggiunto il tuo essere-qui. Nel tuo essere qui, le parole sono come foglie. Foglie del tuo albero. E l’albero, di foglie, hai voglia quante ne ha! Autentico e non autentico non sono importanti.
    E’ come seguire un sequel televisivo (lo scritto a sceneggiatura parla chiaro), ma le cose intorno animate si fermano quando:

    Per dispetto. Per amore. Per rabbia. Per disperazione…
    Io esito. Torno indietro. Faccio un passo in avanti.

    Uno all’indietro…
    […]
    La musica uccideva tutti gli uccelli…
    Quella porta era sempre chiusa.
    Io non avevo mai provato ad uscire da quella porta.

    […] Non c’era Nessuno.
    Forse qualcuno ha cancellato la poesia…

    Ed io ho dimenticato di averla scritta.

    E non sono nemmeno queste le parole importanti. Tutto è importante.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/18/luciano-nota-poesie-da-destinatario-di-assenze-arcipalagoitaca-2020-pp-96-e-10-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-63635
    E adesso ecco l’ultima poesia di Marie Laure Colasson ispirata dalle ipotiposi del Covid19

    29.

    Un cocon de bave dorée prend le train l’avion
    traverse les frontières laisse des traces

    Une encre noire se ballade en gondole
    les fanfares tristement ré sonnent

    La blanche geisha boit son thé dans un dé à coudre
    se parfume au bois de santal

    Les danseurs de Kathakali roulent
    dans les cercueils les sarcophages se momifiant

    Marie Laure et la blanche geisha
    jouent à la balle avec le cocon de bave dorée

    Les ampoules éclatent le metal se transforme
    le cocon s’abreuve l’humanité se liquéfie

    Un bouclier baigne l’obscurité
    restent seulement quelques traces

    *

    Un bozzolo di bava dorata prende il treno l’aereo
    attraversa le frontiere lascia delle tracce

    Un inchiostro nero deambula in gondola
    le fanfare tristemente risuonano

    La bianca geisha beve il suo tè in un ditale d’avorio
    si profuma al legno di sandalo

    I danzatori di Kathakali rotolano
    nelle bare i sarcofagi mummificano

    Marie Laure e la bianca geisha
    giocano a palla con il bozzolo di bava dorata

    Le ampolle scoppiano il metallo si trasforma
    il bozzolo si abbevera l’umanità si liquefa

    Uno scudo bagna l’oscurità
    restano soltanto alcune tracce

  10. Il metro è l’estetica. Due cappe d’azzurro. La metrica di un aquilone. Faccio apposta a non farmi comprendere. Anche il critico non disserta si sforza di apprezzare, il mestiere! Ah! Il mestiere del poeta come il mestiere del critico.
    Ripugnare il signicato è significante. Tutto equivale a un azzardo. Scrivere nell’epoca Covid.
    Abbiamo post un rimedio.Al post lirismo, al post sperimentalismo, al post linguismo.
    In “Compostaggi” che vado terminando e mettendo a fuoco manca
    una avvertenza: (e ne sono fiero e grato a tutti)
    AVVERTENZA di condivisione
    Può contenere tracce di frutto a guscio contemporanei di Rago, di Linguaglossa, di Intini, di Dono, di Cataldi, di Gabrieli, di Gallo, di Panetta, di De Palchi, di Ventura, di Giancaspero, di Leone, di Tosy, di Livia, di Sagredo, di Caronia (certamente dimentico qualcuno)

    Non aver poeti per la testa!
    Proprio questo è quello che diviene Nuova Ontologia Estetica, la contemporaneità.

    ///
    Lo dico a voi in via estemporanea
    davvero senza che nulla mi fosse stato chiesto
    la bellezza sta nella busta della spesa,
    questa poesia nascosta a malapena
    è un bruco sulla credenza nella sua mela.
    A quanti dicono del tempo, un morso unico,
    rispondo che la visuale è tonda
    e quando striscio non è per compassione
    è fame atavica, resurrezione.

    Grazie OMBRA.

  11. Sabino Caronia

    Sono ostinato come il pettirosso. Non canterò in gabbia. Avrei tanto da dire. Ma lo riservo a tempi migliori. Un caro saluto a tutti e complimenti a Luciano Nota.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/18/luciano-nota-poesie-da-destinatario-di-assenze-arcipalagoitaca-2020-pp-96-e-10-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-63638
    UNA DOMANDA del filosofo Giorgio Agamben a noi italiani
    da Maurizio Blondet 18 Aprile 2020 – 172 commenti
    Una domanda

    La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo.
    Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53

    Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.
    1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
    2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.
    3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
    Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.
    So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

    Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo.

    Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede.

    Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

    So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

    In un articolo èprecedente, il 17 marzo, Agambenaveva scritto:

    «È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa »

    https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda

    • Non è compito mio, e non saprei farlo, quello di misurarmi con l’alto pensiero di Giorgio Agamben, ma qualcosa sento di poter dire. Se non altro, per tentare di curargli qualche ferita.
      La democrazia: sul modello ateniese? Via, allora la democrazia era ispirata agli Dei. Al volere degli Dei ubbidivano tutti, quindi anche alle regole societarie, nessuno escluso. Ma gli Dei non ci sono più. Senza questi Dei ha ancora senso parlare di democrazia? Si tenta, si dice sempre che la democrazia è perfettibile… Poi Nietzsche, la morte di Dio. Il nichilismo… Ma Agamben si sorprende, non tiene conto di tutto questo. Vive il tramonto (annunciato) di un’epoca ancora carica di ideali. Vive nel passato, come potrebbe non disperarsi?
      Una sola cosa vorrei precisare: le persone a casa, non temono di contrarre la malattia, ci stanno e indossano la mascherina per non arrecare danno agli altri. Potrebbero essere positivi a loro insaputa, questo è il problema. Stare a casa è un atto di solidarietà. Non so se questo piccolo fatto possa cambiare qualcosa nella lettura di Agamben. Lui dice che la gente sta vigliaccamente in casa per paura di ammalarsi. Vede solo il marcio.

  13. gino rago

    A integrazione della ottima ermeneutica di Giorgio Linguaglossa sviluppata attorno al libro poetico di Luciano Nota segnalo la mia lettura di Destinatario di assenze su
    https://poetarumsilva.com/2020/04/08/luciano-nota-destinatario-di-assenze/

    Di notevole interesse trovo questo passaggio del lavoro critico linguaglossiano

    “[…] C’è come una preveggenza di questa problematica nell’ultima poesia del volume:

    Nuova terra

    Mi piacciono i graffiti sui muri
    non i cani che scrivono libri.
    Leggo Hegel e Marx, Rilke e Plath.
    Purtroppo morti. Pasolini, Fortini…
    La nuova terra è gelo sui ginocchi.
    Sui cipressi scrivono picchi.

    proprio perché nella laconicità direi sinisgalliana di Nuova terra, che chiude il suo libro di poesie di recentissima pubblicazione, il poeta di Lucania nato come Leonardo Sinisgalli dalle parti di Orazio, se da un lato dichiara nettamente i suoi fari-maestri di scrittura poetica e di formazione umanistico-morale (Marx ed Hegel, Plath, Rilke, Fortini, Pasolini), dall’altro stigmatizza la presenza diffusa di “cani che scrivono libri” e di “picchi” che si illudono di scrivere sui cipressi…A dirci così dello steccato che occorre erigere tra grafomani e poeti e Luciano Nota non vi è dubbio che è poeta consapevole dei propri mezzi espressivo-linguistici e proprio per questo opera una presa di coscienza verso un fatto: con questa raccolta Destinatario di assenze il poeta sa che ha toccato l’acme estetico di un alveo poetico e oltre non intende né osa spingersi, dunque apertura verso altri sentieri… Lo può fare perché Luciano Nota ha un substrato solido di civiltà umanistico-letteraria che accanto alla sua ricchezza lessicale lo spinge senza sforzi verso nuovi paradigmi estetici e formali…
    *
    Gino Rago
    *
    (Mi complimento vivamente con Marina Petrillo per la sua lettura dei versi di Luciano Nota e con Lucio Mayoor Tosi per il suo esercizio formale su alcuni versi dello stesso Luciano Nota, esercizio di notevole interesse).

  14. gino rago

    Storia di una pallottola 4
    ( una bozza di risposta a Un cocon de bave dorée di Milaure Colasson e a Stanza n. 77 di Giorgio Linguaglossa)
    Gino Rago

    Il tavolo verde da biliardo. Il lampadario brilla.
    ll commissario gioca senza stecche con la blanche geisha.

    M.me Hanska fa il doppio gioco.
    Negli ambienti dello spionaggio il suo nome è Block.

    Il commissario interroga il poeta Giorgio Linguaglossa,
    (Spartaco per gli amici)
    direttore del Servizio informazioni riservate di via Gaspare Gozzi.

    Un nano gobbo, un lituano, getta perle ai maiali.
    Ha assunto alle sue dipendenze un altro nano, lo chiama Covid19.

    Entra Madame Colasson con la sua birkin,
    una rosa gialla tra i capelli, una sciarpa di seta al collo.
    Profumo Chanel n. 5. Maquillage. Veletta noire.

    Una pallottola calibro 7.65 percorre il tragitto orizzontale
    e attinge il nano Covid19.
    Un foro nella tempia. Il commissario Ingravallo

    interroga il poeta. Dice: «È lei l’assassino».

    C’è Ian Fleming sul set. Sta girando “Dalla Russia con amore”.
    Fa ingresso Block che grida “Banque ouverte!”.

    Dal revolver con il manico di madreperla parte una pallottola.
    percorre un tragitto orizzontale e colpisce un manichino

    del negozio di abbigliamento di via Sistina n. 33. A Roma.
    Il nano gobbo perde cinquantamila dollari al Casinò…

    Poi non ricordo più nulla.
    Ricordo però che la pallottola di Madame Colasson

    ha bruciato i capelli del nano ed è andata a finire a Milano
    dove abita il mediocre poeta degli aggettivi facili.

    Il colpo fa alzare in volo i gabbiani sul Tevere
    e i cinghiali a Monte Mario lasciano gli immondezzai…

  15. milaure colasson

    Ho potuto apprezzare sia la concisione della poetica di Luciano Nota che i commenti fatti da tutti voi , ma andrò dritto dritto alla storia della quarta pallottola di Gino Rago che è piena di folle immaginazione ,un scenario libero di tutte le solite convenzione .Madame Colasson mi appare molto sofisticata e questo mi piace ma è maledettamente maldestra , il che me la rende atrocemente simpatica.
    Gino,un enorme piacere nel seguire le tue poe”z”ie ,e te ne ringrazio , Milaure

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