Poesia di Mario M. Gabriele, Promenade in Zelia Nuttal Gallery,  Video di Gianni Godi, Video di Diego De Nadai, Poesie di Mario M. Gabriele, Marina Petrillo, Giuseppe Gallo, Mauro Pierno

È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.

Giuseppe Gallo

Pane al pane e vino al vino

Il Padre cullava l’idea di essere anche poeta.
Ogni tanto scriveva fiordaliso e poi sorriso.
Bruma ed aprico, rinfocola e sestante.
Una volta scrisse asfodèlo senza averne l’immagine negli occhi.
L’asfodèlo se la prese a male e protestò vivacemente.
-Perché non dici pane al pane e vino al vino?
Il Padre, allora, vide Jerry e gli scrisse Figlio sulla fronte.
Incontrò Mary nel corridoio e le scrisse Moglie sopra i seni.
Si guardò allo specchio del bagno e scrisse Padre sopra il suo riflesso.
Quando Jerry si accorse d’essere solo Figlio
se ne andò di casa a cercare una Moglie per essere Marito e Padre.
E quando Mary pensò d’essere solo Moglie
abbandonò la casa per cercare la Figlia ch’era stata
e trovare la Madre ch’era ancora.
Così, il Padre, ormai solo e poeta, tornò di fronte allo specchio del bagno,
inumidì il vetro con il proprio respiro e scrisse la parola Ombra
sulla sua Ombra.

caro Giuseppe Gallo.

la tua poesia mi ha fatto venire in mente questa frase di Giorgio Agamben: «il sottouomo deve interessarci assai più del superuomo. Questa infame zona d’irresponsabilità è il nostro primo cerchio, da cui nessuna confessione di responsabilità riuscirà a tirarci fuori».1 La poesia deve andare a sondare quella realtà del sottouomo, come tu scrivi: «Ombra sulla sua Ombra». Che cosa c’è sopra e dietro l’Ombra? Un’altra Ombra. Cosa c’è dietro il fondo? Un altro s-fondo. E così via. Fino a giungere all’Ereignis (l’evento). Con le parole di Heidegger: «l’essere svanisce nell’ Ereignis».2 Con il che la storia giunge al termine, e con essa la metafisica. L’Evento indica il punto cieco della ragione, ciò che non può essere portato a “significato” essendo lcondizione che precede e rende possibile ogni significato. Penso che la nuova poesia sia un aspetto della problematica dell’evento che si configura sotto i nostri occhi, emblematicamente rappresentato dalla perturbazione indotta nel nostro mondo dall’insorgere del Covid19.

(Giorgio Linguaglossa)

1 da http://ariliterature.org/forum/wp-content/uploads/2019/03/AGAMBEN-Quel-che-resta.pdf

2 M. Heidegger,  Zur Sache des Denkens, Niemeyer, Tübingen 1969; trad. it. a
cura di E. Mazzarella,  Tempo ed essere, Guida, Napoli  1980, p. 123

 

Mauro Pierno

In un’altra casa spingendo carrelli a vapore
un variopinto dipinto variegato al cioccolato. Senza panna.

Corresse subito la mira, la stessa ripartenza.
Suvvia i versi potrebbero misurarsi a metri, non ne avremmo difficoltà a srotolarne i nastri!

Ho fatto a meno dei decalitri questo sbottò.
Si portò la mano alla fronte, era totalmente sfebbrato.

A guardarlo non si direbbe. Colavano dal naso alternativamente i gusti cacao e fior di fragola.

Sono qui a dipingervi! Non potete, non potete ogni volta inventarne
di nuove e astruse! Questa volta sbatte forte la cella.

Sulla tavolozza le macchie correvano lungo le arterie, svoltarono.
Mirò il virus si attenne all’ordine.

Misurò la profondità del menù e svenne.

Mario M. Gabriele

L’unica cosa che Orlock disse fu: Gratia vobis et pax-
facendo frullare le ali delle rondini sul sagrato.

Giuda attese che lo chiamassero al Palazzo di Giustizia
dove c’era un bodyguard con la tagliola in mano.

Avete mai visto un uomo crescere nel pantano?
domandò Padre Cruz ai missionari nel Wuhan.

-Abbiamo bisogno di un sofà con lenzuolo di seta
e almeno 10 bicchierini di Gentleman Jack.

Il tuo viso non necessita di Chanel.
Ti toccherà tornare al passato rubando Le Illuminazioni.

Le cose come sono viaggiano a tradimento.
Ne parleremo con il Giudice al Processo.

Ci ha pensato anche Ian Bruegel, il Giovane,
con il Paradiso Terrestre alla Gemaldegalerie di Berlino.

Qualcuno si fermò nel concerto dei Pink Floid
dopo aver scritto: Liebe Christa wie geht es dir?

Si arrivava a piedi all’abbazia di Fra Petrarca
l’unico che sapeva dove fosse il Santo Graal.

I falchi passavano da un ramo all’altro
come pensieri senza sponda.

Niente più veniva alle porte del mattino
se non l’ombra del verbasco su un futuro da epitaffio.

Su tutto echeggiavano le parole di Franz Wertmuller
Oh, la soupe à l’Oignon Gratinée! –

(inedito)

Non saprei dire se questa sia una poesia post-pop o una pop-poesia, così come c’è oggi una philosophy kitchen si dà anche una poetry kitchen. Mario Gabriele sonda le possibilità della nuova poesia accostando e facendo fibrillare la Gemaldegalerie di Berlino con il Santo Graal, Wuhan e l’abbazia di Fra Petrarca, Franz Wertmuller e la soupe à l’Oignon Gratinée… mischiando il sacro col profano, reperti del museo della storia e ologrammi, fragili algoritmi poetici con assiomi e aforismi diserbati di significato. È il nostro tempo di Covid19 che richiede una poesia siffatta, né derisoria né irrisoria, che si sottrae alle categorie della critica del testo perché in realtà non c’è più nessun testo da interpretare, qui l’ermeneutica fa cilecca, mostra tutta la propria inanità. Qui c’è un testo che non si dà più come un testo, qui c’è un testo che bara con il lettore e con l’autore, e così facendo mostra che le regole del gioco sono state cambiate durante la partita, e che quindi non c’è più nessun gioco che si gioca, che la partita è finta, è frittura di pesce marcio…

(Giorgio Linguaglossa)

caro Giorgio,

il Covid 19 ha sbaragliato tutto asimetrizzando parole, linguaggi, aforismi: ossia quel complesso teatro di figure retoriche, e soprattutto la copiosa nomenclatura di termini tecnici per decodificare un testo poetico, scarnificandolo ermeneuticamente fino alla prebiologia della parola. Questo maledetto virus ci ha netturbanizzati lasciandoci soli in un’isola ecologica ristretta nel ricordo. In questo testo ci sono una varietà di lessemi, che prima davano un approdo letterario, un passaggio dalle figure dell’analogia e della mitografia, ad un sound in continuo preludio e fughe. Oggi non è più così. Si deraglia come un intercity nelle città europee che se interconnesse tra loro, sono tutte segnate dal coronavirus.

Allora, come se ne esce? facendo ancora ritmografia lessicale e virtuale del linguaggio, come in certe recentissime proposte enfatiche e appariscenti? Il Covid 19 ha rimesso tutto in discussione, riportando al punto ZERO l’Homo Sapiens retrocedendolo all’Homo Faber o addirittura ai graffiti di Palmira. Questo crea un problema in poesia anche per la Nuova Ontologia Estetica, e per chi la propone o l’attraversa nei vari sistemi organici.

(Mario M. Gabriele)

testo di Marina Petrillo recitato da Diego De Nadai

Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
superiori a bassa frequenza.

Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
cellule feconde al seme della rivelazione.
Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano.

Glossa in margine di Giorgio Linguaglossa

È impossibile testimoniare dall’interno – perché non si può testimoniare dall’interno della morte, non vi è voce per lo svanire della voce – quanto dall’esterno – perché l’evento accade sempre all’interno di uno spazio, di una Lichtung.

Non è possibile «dire» la verità, testimoniare dall’esterno. E non è nemmeno possibile neanche testimoniare dall’interno dell’evento. Se la poesia è un evento essa è il luogo dell’indicibile, dell’indecifrabile che può essere solo alluso ma non indicato né tanto meno nominato.
La posizione del poeta è quindi non essere né dentro, né fuori, ma paradossalmente, insieme è all’interno e all’esterno.
Questa soglia di indistinzione fra il dentro e il fuori è cosa molto diversa da un «ponte» o un «dialogo» con la «verità». La struttura della testimonianza non è in grado di fornire una possibilità di accesso alla «verità», che si rivela essere una struttura che sta nel framezzo, Zwischen, tra due luoghi aporetici: quello della voce e quello del canto.
L’autrice non è una Pizia, fa a meno della interrogazione, quanto piuttosto procede per analogia e per metafora, o meglio, per catacresi, con l’ausilio di un linguaggio iperbolico e parallattico che tende sempre oltre la significazione e, quindi, oltre se stesso. Piuttosto che ad una rappresentazione, assistiamo invece alla deriva da una impossibilità ontologica a una possibilità poetica attraverso il ricorso alla metafora e al canto.

Se il potere di testimonianza svanisce, le parole non sono più le parole del significato ma parole di un lessico di una lingua sconosciuta che la poetessa sonda, ma la relazione ambigua e fuorviante tra le parole, la voce, il ritmo, la melodia, le immagini, la scrittura e il silenzio è destinata a sovrastare la struttura significazionista del testo.
Se la testimonianza ci parla di qualcosa che sta al di là delle parole, la poesia si fa portavoce di se stessa al di là della sua melodia e dell’eufonia delle parole, la poesia non è la realizzazione di un canto ma il disboscamento del canto, l’impossibilità del canto.
La poesia è il luogo del paradosso del canto che si fa canto attraverso il deus ex machina del canto. Né il poema né il canto possono intercedere a salvare l’impossibile canto; al contrario, è il paradosso del canto che può, semmai, fondare la possibilità del poema.
È soltanto in questa zona aporetica, in questa Lichtung, che la poesia può aver luogo.

In merito al concetto di «ultimità» (il nostro tempo come «ultimo e larvale» secondo Agamben) della poesia post-liturgica di Marina Petrillo, esso mette in opera un vero e proprio «disboscamento del canto» attraverso il ritorno del canto che non può più ripercorrere le vie dell’elegia semplicemente perché quest’ultima tiene ancora fermo il ricordo, invece la Petrillo ha dimenticato il ricordo…

«Il nostro tempo non è nuovo, ma novissimo, cioè ultimo e larvale. Esso si è concepito come poststorico e postmoderno, senza sospettare di consegnarsi così necessariamente a una vita postuma e spettrale, senza immaginare che la vita dello spettro è la condizione più liturgica e impervia, che impone l’osservanza di galatei intransigenti e di litanie feroci, coi suoi vespri e i suoi diluculi, la sua compieta e i suoi uffici. […] Poiché quel che lo spettro con la sua voce bianca argomenta è che, se tutte le città e tutte le lingue d’Europa sopravvivono ormai come fantasmi, solo a chi avrà saputo di questi farsi intimo e familiare, ricompitarne e mandarne a mente le scarne parole e le pietre, potrà forse un giorno riaprirsi quel varco, in cui bruscamente la storia – la vita -adempie le sue promesse.»

G. Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009, p. 29

 

 

33 commenti

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33 risposte a “Poesia di Mario M. Gabriele, Promenade in Zelia Nuttal Gallery,  Video di Gianni Godi, Video di Diego De Nadai, Poesie di Mario M. Gabriele, Marina Petrillo, Giuseppe Gallo, Mauro Pierno

  1. Gianni Godi, nella parte finale del suo video, rende bene l’essere che permane nel vuoto. In assenza di angoscia.
    I frammenti di Mario Gabriele si sciolgono come fiocchi di neve dopo che li hai afferrati. Così è, ma con grazia.
    In ogni suo distico vedi la prosa agile trasmigrare in poesia: ombra e sostanza di ogni cosa detta.
    Servono due voci per fare un pensiero. Ma le voci parlano separate. Da qui il vuoto tra le parole.
    Tra sé e sé, una partita a tennis.
    La prima voce dice: “Le cose come sono viaggiano a tradimento.”
    La seconda: “Ne parleremo con il Giudice al Processo”.
    Nel mezzo c’è silenzio, pausa che non è attesa – non si sa cosa attendere. E’ sempre una sorpresa.
    Trovo straordinario per come piega le parole, il verso:
    “Niente più veniva alle porte del mattino
    se non l’ombra del verbasco su un futuro da epitaffio”.

    • “Niente più veniva alle porte del mattino
      se non l’ombra del verbasco su un futuro da epitaffio.”

      Sta dicendo al lettore che la poesia può fermarsi qui. Lo sa, lo sente. E il distico successivo, per quanto è bello e malinconico e alto… è troppo alto. Non è un finale da Gabriele.

      “Su tutto echeggiavano le parole di Franz Wertmuller
      Oh, la soupe à l’Oignon Gratinée! –”

      Quindi te ne esci con un sorriso. Mesto e autentico. Che ti preserverà dal cadere in elegia.
      Gabriele è molto attento al lettore, ne ha cura. In questo mi sento a Lui molto vicino. E da lettore lo ringrazio.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/15/poesia-di-mario-m-gabriele-promenade-in-zelia-nuttal-gallery-video-di-gianni-godi-video-di-diego-de-nadai-poesia-di-marina-petrillo-poesia-di-giuseppe-gallo/comment-page-1/#comment-63586
    cambiamento di paradigma

    Tempo fa discettavo intorno alla ipotesi che si stesse profilando nella poesia italiana un cambiamento di paradigma, dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza, espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Possiamo affermare che in Italia c’è ormai da tempo, è ben presente, un cambiamento di paradigma, perché le cose della poesia camminano da sole, si sono rimesse in moto dopo cinque decenni di immobilismo. E questa è senz’altro una buona notizia.

    L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (in La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.
    Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck:
    «Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.»
    Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

    quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato

    Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

    si è concluso il Post-moderno

    Possiamo dire che quell’epoca che va da l’Opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed inizia una poesia topologica che integra il Fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili e mi riferisco ad una recentissima scoperta scientifica: è stato individuato un cristallo che ha una struttura atomica mutante, cioè che muta nel tempo!) ed il Fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un certo concetto di reale e di finzione), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio» (per dirla con un termine del lessico mediatico).

    La poesia all’Epoca del Covid19

    Leggendo la poesia di Mario Gabriele, sono portato a credere che un’era geologica della poesia sia finita, irrimediabilmente, e che se ne sia aperta un’altra. È cambiato non solo il paradigma, ma è cambiato il mondo, e forse sarebbe bene prenderne atto. E con esso anche la poesia, ovviamente.
    È come andare in trattoria, chiedere un fritto misto di paranza e, invece, il cameriere ti porta un usufritto di oloturie, ologrammi e orologi da tasca. Qui c’è qualcosa di irriconoscibile e di inaspettato. E, davanti ad una materia irriconoscibile e inaspettata che cosa ha da dire una ermeneutica? Niente, penso proprio niente.

    • mariomgabriele

      Caro Giorgio,
      mi sto indirizzando verso un nuovo paradigma poetico, come eccezione propositiva, senza rinnegare la NOE e i Distici.
      Per quanto tempo potrò andare avanti su questa forma? Non lo so!. Ma mi piace assecondare ciò che qui dici con il titolo “cambiamento di paradigma”……”Possiamo affermare che in Italia c’è ormai da tempo, e ben presente, un cambiamento di paradigma, perché le cose della poesia camminano da sole, si sono rimesse in moto dopo cinque decenni di immobilismo”. Spero proprio, ma lo avverto che questo testo ne indichi qualcosa. Grazie di questo nuovo post.

      *
      Dalle cinque alle sei del mattino
      sempre in dormiveglia. Perché?

      All’alba ci muoviamo per la caccia ai lupi mannari
      e ai sacchetti di speranza e di Lou Rossignon.

      Ce la fai da solo?
      Grazie! Fammi solo compagnia.

      Vedo immagini passare come Mary Poppins.
      E’ quanto di più raro mi rimane del tempo passato.

      In questi agglomerati urbani non puoi chiedere
      a nessuno la strada di un nuovo battesimo.

      Il Naprosyn mi toglie la sindrome radicolare
      simile ad una stagione all’inferno.

      Beata te, Vanessa, che cogli le rose e i tulipani
      nella serra di Nonno Vincent.

      La nostra questione
      rimane un olifante senza voce.

      Maglie, camiciole, pezzetti di hamburger,
      terreni seccati che tornano ad essere vivi.

      Forse hai dimenticato qualcosa. Che cosa?
      La brunetta che ti adocchiava come in un outlet.

      Era la cucitrice di sogni in bianco e nero.
      Questione di opinione!

      Ciò non spiega l’allume di Rocca,
      la barba di Marx e Senofonte!

      Vivere a caso ci fa star bene
      come un torroncino a Natale.

      Il Corriere dell’Inferno scorrazza da New York
      ai ghiacciai dell’Antartide.

      Mondo sii buono!
      E’ questo il mese della primavera!

  3. gino rago

    Alcuni antefatti a Storia di una pallottola 3

    In Ars poetica? Milosz scrive:
    «Ho sempre aspirato a una forma più capace, /che non fosse né troppo poesia né troppo prosa/e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,/ né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni[…]».

    In Tranströmer, negli incroci tra musica, silenzio e parola, La lugubre gondola scivola sulle acque del mistero, risveglia nel lettore un’idea del mondo alimentata
    – dalla forza del dubbio
    – dal sentimento di precarietà
    – dalla necessità
    di rinunciare a ciò che è “troppo-certo-per-essere-anche- vero”.

    In Linguaglossa, nel rifiuto dell’epigonismo il futuro della poesia vorrà valorizzare la forma ibrida del “né troppo poesia né troppo prosa..” nella contaminazione di linguaggi diversi.

    Mettendo insieme questi antefatti la poesia deve necessariamente crearsi un perimetro linguistico di interferenze, di ibridazioni, di perdita di significato.

    Deve trovare il luogo dell’incontro-scontro tra opere diverse e culture diverse, un porto franco dove inventare una sorta di nuovo pidgin.

    Gino Rago
    Storia di una pallottola 3

    Il commissario:

    «Madame Colasson, dalla sua pistola è partito un colpo.
    che si è allungato lungo via Merulana,

    ha colpito di striscio un signore che leggeva il giornale,
    – qualcuno ha insinuato trattarsi di Barabba –

    e invece si trattava di un modesto poeta di Mediolanum.
    Madame, la accuso di infedeltà alla narrativa
    e la sbatto in gattabuia!».

    Marie Laure scende dal camion. È irritata. Prende un taxi,
    si reca all’Opéra di Parigi,

    getta un guanto in faccia al commissario Ingravallo,
    afferra dalla sua borsa Birkin il revolver con il manico di madreperla

    e spara un colpo che,
    come al solito, sbaglia traiettoria e attinge

    un aquilone il quale precipita in via Gaspare Gozzi
    attigua alla abitazione del poeta Giorgio Linguaglossa…

    Intanto, fiocchi di neve, chicchi di riso, uno scolapasta,
    una stella di latta, un catecumeno con la tonsura,

    le Poète noir Antonin Artaud con i guanti bianchi a testa in giù,
    una tovaglia ricamata e la bandiera tricolore

    precipitano dal quinto piano del balcone di via Gaspare Gozzi,
    comprese delle mascherine, dei volantini della Lega lombarda,

    una matrioska dipinta a mano,
    e un piffero…

    «Tutto questo per una pistola a tamburo con il manico di madreperla…»,
    pensa Madame Colasson…

    «Ah…les choses de la vie», commenta la parigina
    mentre fa ritorno a cavallo al Beaubourg.

    «Sont les choses de la vie»

    *
    (gino rago)

    • milaure colasson

      Gino sei stupendo ,la parigina Madame Colasson non potrei essere piu onorata che di arrivare a cavallo a Beaubourg per continuare la sua strage .Dimmi un po’ come ha fatto il commissario a capire che sono io la colpevole dell’assassinio della precedente poesia, quella del n.2 e 1.?
      chi è il delatore? i miei sospetti vanno dritto verso il poeta Giorgio Linguaglossa.
      Dammi il tuo parere.
      Qualsiasi sia il tuo parere io ti ringrazio sinceramente .
      un abbraccio affettuoso
      milaure
      .

      • gino rago

        Milaure, mia cara,
        innanzitutto ti ho fatto donare da uno sconosciuto una borsa Birkin, le mie figlie Ilaria e Antonella mi dicono che le borse Birkin sono costosissime… Tu l’hai ricevuta invece gratis, come dono, grazie alla mia poesia.
        Poi ti confido che il poeta Giorgio Linguaglossa non è l’informatore del commissario Ingravallo, la talpa nel commissariato del dott. Ciccio Ingravallo è una donna della quale il commissario si fida ciecamente.
        E’ lei, questa donna, che passa le news segrete delle indagini alla Agenzia delle informazioni speciali di via Pietro Giordani.
        L’Agenzia però è diretta proprio dal poeta Giorgio Linguaglossa e in questa Agenzia anche io sono di casa…
        La donna infiltrata nel commissariato di Ciccio Ingravallo è in realtà di Campobasso, anche se in codice si fa chiamare “M.me Hanska…”

        ti abbraccio,
        Gino

  4. Mario Gabriele:
    “il Covid 19 ha sbaragliato tutto asimetrizzando parole, linguaggi, aforismi:
    ossia quel complesso teatro di figure retoriche, e soprattutto la copiosa nomenclatura di termini tecnici per decodificare un testo poetico,
    scarnificandolo ermeneuticamente fino alla prebiologia della parola”
    *
    i giochi sono fatti, la “zona gaming” è terminata
    da tempo anche Gallo ci ha preavvertito

    il callo che nuoce è l’ultimo dolore.
    Una sola scarpa in prestito per avvertirlo.

    Con un piede solo il virus ci ha denudati.
    Come non essere d’accordo pure con Mario Gabrieli!?

    Dopo aver dato fondo a tutto resta solo il presente.
    in piena arbitrio bisognerebbe anche condividerlo!

    I versi dei professori sono bellissimi!
    (quelli di Gallo di più !) Abbiamo sempre sentimenti nascosti.

    Basta premere il pulsante giusto.
    ACCESO/SPENTO
    *
    Mario Gabriele:
    “Per quanto tempo potrò andare avanti su questa forma? Non lo so!. Ma mi piace assecondare ciò che qui dici con il titolo “cambiamento di paradigma”

    Grazie Ombra.

  5. caro Mario Gabriele,

    Sull’Evento

    Il nuovo paradigma ospita l’evento come un convitato di pietra, un ospite invisibile, che non lascia indizi, che copre le proprie tracce; esso è libero di presentarsi come vuole e dove vuole. Per questo dobbiamo lasciare uno spazio di libertà all’evento, sarà lui a scegliere il come e il quando presentarsi. Noi possiamo soltanto preparare le condizioni per ospitare l’evento e il gioco degli eventi.

    Nella misura in cui il soggetto, l’«attore» cessa di costituire la prospettiva della poesia, è l’evento, con le categorie impersonali che porta con sé, a dettare i termini della prospettiva pluricentrica. Il compito del soggetto è di saper diventare figlio dei propri eventi o degli eventi che fa propri, e non delle proprie opere. L’evento, come singolarità assoluta, non ha nessun qui ed ora, poiché il qui ed ora è sempre in riferimento ad un soggetto.

    Non vi sono quindi cose che divengono altro da ciò che erano prima in virtù di questo o quell’evento, ma innanzitutto vi è la relazione tra oggetti, in quel tutto aperto e cangiante che è il reale,il che delinea i contorni di un quadro che presenta più di un’analogia con quello leibniziano. Per un verso, quindi, il segno indelebile che su di me lascia l’evento che mi incarna e che in questo modo duplico in me stesso; peraltro verso, il suo carattere eminentemente impersonale e al di sopra o al di là di ogni logica tradizionale.

    Non è un caso che la questione dell’evento si sia fatta strada assieme ad un ripensamento radicale del linguaggio e che si possa perciò parlare – in un senso certamente molto ampio, tenendo presente la varietà di prospettive che qui contempliamo – di una grammatica dell’evento.

    Le coppie sostanza-accidente, potenza-atto e così via, come la credenza che esistano oggetti in sé, al di là del tempo, non sarebbero altro che il riverbero metafisico della struttura della lingua greca, che si fonda sulla coppia soggetto-predicato.

    Né il puro significante che non rimanda ad alcun significato (non essendo perciò nemmeno più un significante, dal momento che non esiste significante senza significato) possono essere indicati per mezzo del nostro nuovo linguaggio poetico, essenzialmente sostanzialistico, che ripudia l’aggettivazione e l’eccessiva inflazione del verbo.

    Concetti come percezione, esperienza, empatia, soggetto, oggetto, causa, effetto in questo nuovo orizzonte, non sono più in grado di aiutarci a capire in quale mondo ci troviamo, non ci forniscono che informazioni equivoche, erronee, perché appartengono alla vecchia metafisica della presenza e del venire alla luce. La nuova poesia richiede una nuova modalità di pensiero. Innanzitutto il mondo come questità di cose, connessione delle questità di cose in una composizione infinitamente complessa che non può essere spiegata da una unica causa agente o da concetti come causa ed effetto. La nuova forma-poesia del polittico recepisce queste esigenze del pensiero poetante dando la priorità e la centralità ad un quid che agisce indipendentemente dalla volontà di un soggetto. Questo quid non deve essere necessariamente visibile, anzi, può agire meglio se non è visibile. Esso si rende visibile attraverso delle condizioni che si verificano nel corso della processualità storica. L’evento agisce sempre indipendentemente dalla sua visibilità. L’evento come accadere processuale del mondo non è relativo ad alcuna soggettività, ma è un assoluto, una singolarità. È impossibile racchiudere l’evento in un significato. L’evento è il singolare che cambia la processualità del divenire senza che noi ce ne accorgiamo. Questa visione comporta dunque il superamento della metafisica classica e il superamento della soggettività trascendentale di quella metafisica.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/15/poesia-di-mario-m-gabriele-promenade-in-zelia-nuttal-gallery-video-di-gianni-godi-video-di-diego-de-nadai-poesia-di-marina-petrillo-poesia-di-giuseppe-gallo/comment-page-1/#comment-63596
      Osservare l’evento dal punto di vista dell’evento

      Per esempio, nella poesia di Gino Rago e in quella di Giuseppe Gallo postate sopra, abbiamo una novità che balza subito agli occhi: in quella di Rago è una «pallottola» che assume il ruolo di «soggetto», tutti i personaggi che intervengono nella poesia sono degli epifenomeni. Analogamente, nella poesia di Giuseppe Gallo è l’«Ombra» che assume la funzione di «soggetto», è l’«Ombra» la protagonista che distribuisce i ruoli e i luoghi ai personaggi che intervengono nella poesia.

      L’evento visto dal punto di vista dell’evento, potremmo dire. È l’evento che guida la costruzione della poesia. È l’«evento» che distribuisce le funzioni degli attanti. È una novità rivoluzionaria che sposta tutti i termini cui siamo abituati dalla poesia della vecchia ontologia poetica e introduce una nuova gerarchia dei «ruoli».

      Per quanto riguarda la poesia di Mario Gabriele, lì non c’è un «evento» che governa la costruzione della poesia, ma è piuttosto la «mancanza di evento» che svolge la funzione centrale, che altro non è che una rigorosa funzione decostruttiva del testo, rivelando la sua natura-di-non-testo, un testo dove – come ha acutamente sottolineato Lucio Mayoor Tosi – la poesia diventa prosa e la prosa diventa poesia. È in questa «zona grigia» (dizione di Francesco Paolo Intini) o «zona gaming» (dizione di Giuseppe Gallo) che la poesia di Gabriele trova il proprio «luogo».

      Con l’ Ereignis (Evento) si interrompe quel gioco linguistico per cui qualcosa come un significante sta, in quanto segno, per qualcos’altro, cioè per un altro significante, poiché non c’è nulla, al di fuori dell’ Ereignis. È l’ereignis che precede e fonda il significante e il significato, e quindi il linguaggio. Ora, conformemente a questa premessa, costruire una poesia dal punto di vista dell’Evento significa sottrarsi al vincolo di una poesia basata sul significante e sul significato e sottrarsi al punto di vista che questo necessariamente comporta.

  6. JAMAIS VU

    . . . . . A Marina e agli altri custodi del Sacro, credenti e atei

    Il picco ipnotico mi fissa dal giardino, pieno di spilli.

    Pomeriggio di piogge sfebbrate. Chilometri di coltivazioni di spose tristi.
    Infanticidio di stoffa verde. Madri oscurate, fino alla spina.

    Gli ultimi istanti sono immobili -dicono. Ma la coda del Dragone uccide le stelle.

    Dovunque fondi di crepuscolo, gettati via. Ogni giorno cieli convertiti alla plastica. Una strage di Dei -sotto giuramento.

    La bella stagione si perde in congetture. Brezze impudiche scompigliano la Prima Comunione. I conventi, pallidi d’ira, irrompono nello spogliatoio.
    L’angelo ammaestrato serra le porte.

    Belle sorgenti del peccato -fuori scena, nel vento paranoico, pieno di tombe.
    Il suicidio si dirama dalle spose del Dolcissimo. La testa enorme piange, chiusa nel confessionale.

    Il giardino del primo bacio -suggellato nel delirio.
    L’ombra del glicine non ci crede. Je l’ai aimè jusqu’a ce qu’il devienne de la neige -dice.

    Le pietre dell’ambasciata -felici di risorgere.
    All’angolo, sorelle di Jeoshua spargono musica e rugiada su un cadavere.
    Gli altri arrancano verso il Colle dall’occhio spalancato.

    La macchina soffice completa la dispersione del Profeta. Fra bianchi cancelli intrecciati.

    Ma nel Sogno dei Sogni gli Dei penetrano nel desiderio della Sposa.

    Tu non conosci
    ( tetro passante che calpesti
    la Nuova Gerusalemme)
    il potere della Follia.

  7. Giuseppe Gallo

    Caro Mauro Pierno, troppo encomiastico nei miei confronti, grazie! Anche a nome dei “miseri” professori. La tua velocità di “comprensione” e “creatività” è sempre sorprendente.
    A proposito di “nuovi paradigmi”, ecc., mi sto convincendo in questi ultimi tempi, nonostante vari tentativi, la mia scrittura poetica, correva il rischio di perpetuare tonalità, ritmi e lessemi che rievocavano un sottofondo retorico. Allora ho deciso. Basta con la poesia! Cercherò di addestrare l’orecchio, e la mente, attraverso la prosa. Ecco da dove nascono le due prose postate ultimamente su L’Ombra…
    Per proseguire gli scatti del tuo
    “Basta premere il pulsante giusto.
    ACCESO/SPENTO”,
    ecco una mia interpretazione sul medesimo tema:
    ……
    On/Off

    la notte è in piedi
    a volte sono io… la porta trasparente, la spia di controllo: accesa/spenta

    : verde/bianca. La questione è che non sono ancora del tutto… On/off
    Cos’è un P R O B L E M A?

    “L’analista era spento”* poi “si tirò su, sorrise…” *
    perché nelle sue parti esistono entrambi: la nascita e la morte…

    ma le idee non vivono nel vuoto… sono un po’… come intermittenze sonore
    o conchiglie infantili depositate sull’arenile.

    Il quid è negli interstizi dei vuoti a rendere.
    Entra. Siediti. C’è qualcuno che non hai mai visto?

    A volte sei anche tu… On/off
    è che non sei ancora del tutto… sei un po’… come la trasparenza di una parete,

    il controllo di una spia: spenta/accesa: bianca/verde.
    Spenta/accesa. Gialla/rossa. Spenta…

    * Ph. Dick, The cromium Fence, in Tutti i racconti, 1955-1963, Fanucci Editore, 2012

    Che c’è, o non c’è, tra la nostra l’accensione e il nostro spegnimento?

    Giuseppe Gallo

    • Caro Giuseppe Gallo,
      On/Off a me piace moltissimo. Il mix prosa-poesia (prima la prosa, che è cavalier servente) io lo avevo risolto tenendo sul comodino libri di Philip Dick e di Tomas Tranströmer. La prosa di Dick va spedita ma tutto sommato è prosa ordinaria, quel che colpisce è la sua magnifica inventiva. C’è un punto in cui la prosa deve lasciare il posto alla poesia, avviene per una sorta di suo svenimento… lo stop! dopo il quale i motori dell’astronave possono procedere in autonomia. Lo avrai sperimentato chissà quante volte anche tu.

      Accensione e spegnimento non dipendono da noi. O raramente. Facciamo tutto in automatico: dal mattino, quando alzandoci dal letto tocchiamo con i piedi il pavimento, a sera nel chiudere gli occhi. Il punto del sonno. Penso che siamo niente. Solo spettatori.
      Nemmeno le parole ci appartengono. E ci infiamma il pensiero. Tra poeti ci si legge per vedere chi sa infiammarsi meglio, e porre a confronto le qualità dei fuochi. Se stringiamo questa visione sul verso, ecco vediamo che brucia e finisce. Poi ne brucia un altro. Nella stessa poesia è morire tante volte. Chi non muore è lo spettatore, colui o lei che scrive: nella pausa vive, nell’ozio è se stesso. Dal che se ne deduce che la società non è a misura d’uomo. Nessun tipo di società può essere a misura d’uomo. Mi sa che tornerò a leggere Kierkegaard.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/15/poesia-di-mario-m-gabriele-promenade-in-zelia-nuttal-gallery-video-di-gianni-godi-video-di-diego-de-nadai-poesia-di-marina-petrillo-poesia-di-giuseppe-gallo/comment-page-1/#comment-63601
    Ricevo e pubblico un intervento del poeta Sangiuliano:

    Sorella peste. Prove di estinzione

    Fede e Ragione, Essere e Divenire, Trascendenza e Immanenza, a ogni piè sospinto opzioni binarie di conoscenza. Tante doppie visioni in cui resta in panne la nostra inalienabile aspirazione alle risposte ultime indispensabili per vivere e sperare a chi ne è capace, si oppongono in pari energia e persuasività, sì che l’ansia non ceda e non lasci spazio a nessuna certezza pacificante che esima da un confronto permanente con noi stessi e l’intorno. E poi c’è l’asino di Buridano che se la cava senza una razionale e comprensibile spinta ad agire. E’ la medesima ragione a dirlo, e abbiamo solo quella ad amministrarci, meritando fiducia, per essere forte, coerente ed equidistante da controllarsi nei suoi movimenti e giungere a sospendere e a negare anche se stessa se occorre al ragionamento. E oltre i fenomeni e i segni che percepiamo soltanto le ipotesi restano e al loro livello, per la ragione sana, una vale l’altra.

    Siamo tutti parenti. Potremmo sostenere che San Francesco, mutatis mutandis, abbia attinto più in fondo di Giacomo Leopardi nel riflettere sul destino degli uomini, giacché la comunione creaturale che si avverte nel santo si esprime e si risolve in accettazione, sapienziale conquista, mentre l’empatia di Leopardi è recalcitrante, cerca alleati per la consolazione. Parenti dunque, ma di tutti i moti e le vicende possibili al divenire, rimescolati in ordine di struttura, riparando lesioni e recuperando equilibri con azioni infallibili ed efficaci, altro che le gestioni approssimate ed aleatorie dell’umanità. Parenti, non importa da chi generati, per quanto riguarda il senso, ancorché misterioso, dell’intero universo. Abbiamo le parole sufficienti per parlare di questo argomento estremo, che abbraccia il percepibile e il pensabile, ma non una di più.

    Ogni tanto si annuncia una scossa forte, assai più di quelle che avvengono in ogni istante davanti agli occhi e sotto i piedi a ognuno, senza che se ne accorga né che lo sappia, e allora le si dà un nome, a seconda che porti vantaggio o danno alla miope empiria che la maggior parte suole indicare come la stessa vita. Anche per questo di certo c’è una ragione, maligna qui ma necessaria altrove. Certo è difficile – finché si parli in termini apprezzabili dai sensi preposti ad avvertire, a misurare e a prevedere le vicende umane – sentirsi nella stessa condizione dei vermi, delle foglie, delle muffe, dei sassi, delle polveri, dei venti e tutto il resto in cui distinguiamo i modi incontrollabili del divenire, ma se sfruttiamo tutte le parole, e il non abusivo pensiero che ne deriva, si può ben indicare l’universo, quello innegabile che ci risulta, come un compatto e unico organismo strutturato in legami di parti in moto, tutte ugualmente necessarie al mondo e di esso a un tempo rappresentative. Già l’intuizione poetica e filosofica, annaspante in ipotesi a far quadrare i conti della ratio e delle emozioni, ha indovinato spesso cose concrete che pur non si vedevano, e poi la scienza, col suo “ nulla si crea e nulla si distrugge”, ancora calza a offrirci un quadro d’insieme sufficiente alla mente. La Gestalt può nascondersi ma agisce in ogni esigenza estetica e cognitiva, che, fra l’altro, parrebbero sovrapporsi nelle alte strategie della conoscenza.

    Se avessimo nozione di tutte le pesti che hanno formato il volto dell’universo, e non solo di quelle ravvicinate, nel tempo, nello spazio e nei documenti della storia e dell’arte, avremmo diversa impressione da certi eventi: la filogenesi sarebbe non dico chiara ma più continua e meglio collegata al brodo primordiale che, arricchito, sofisticato nei millenni in vista delle odierne sostanze, se ci si pensa su ancora dà emozioni e sussidio al presente. Il modo che gli umani hanno escogitato per ordinare e possedere il mondo, dominarlo per quanto fosse concesso dal mondo stesso che lo richiedeva ai fini della cura e della memoria, è la nominazione, necessaria ad essere in qualunque modalità. E con i nomi, come usa dire il volgo, se ne son fatte proprio di tutti i colori. Non c’era altra via da percorrere a tale scopo. In prospettiva terricola un nome di moda è ora virus, quello che sta a indicare il male trionfante sul’intero pianeta, a mettere alla prova del terrore la fatua e superbissima sicurezza frutto insulso dell’anima digitale. Ma si deve dir peste. Esaminiamo bene questa parola, ben più inclusiva, forte e collegata agli effetti psichici degli umani, di quanto sia l’asettico e speziale termine virus: questo si domina, la peste no, ce lo impone la lingua, connotando di morte e di crudeltà ogni suo modo di esplodere senza misura. Sono oltretutto, quelle della peste, in prospettiva umana ravvicinata, provocazioni a difendersi in ogni caso, fosse anche con la sola coscienza critica, ma c’è l’istinto di sopravvivenza, che confonde le idee, e spinge a reagire nei modi più inconsapevoli, anche impropri e nocivi, e qui la zetetica incontra, di volta in volta, le sue variegate risposte circa le prove imposte alle specie durante il collaudo dei mezzi che la natura appronta a mano a mano in vista di una ricomposizione di equilibri perduti, e ogni estinzione può esserne esempio chiaro.

    Se la chiamiamo peste, questa sciagura, si presta meglio a essere pensata nella complessità delle sue suggestioni. Con un nome emotivo che si utilizza confusamente a esprimere fuga e paura, non a fermare, ristretta in definizione, un’idea transitoria di malattia, perché la peste è intesa solo al momento in cui si trova in atto senza confini o limiti fra gli umani, il virus no, può essere concepito anche secondo un suo proprio e isolato statuto. La manifestazione della peste, inarrestabile, subdola e universale, produce un’oscura e imprevista disperazione che arriva ogni volta a sconvolgere le certezze e a tentare alle antiche superstizioni, ma ciò ha pur una base di dignità nel cinquanta per cento di libertà ragionevole di cui si dice.va all’inizio di questo discorso. Davanti al concetto acquisito di apoptosi si può dire che tutto sia peste al tutto, come energia immediatamente letale, necessaria e continua nel divenire, per cui risulta chiaro e non peregrino quanto afferma Sergio Givone in Metafisica della peste (Einaudi, 2012), citato da Stefano Lanuzza in Pensare la peste (Lunario Nuovo, 2013) a sapido commento dello studio. Due detti restano in mente: “in principio dunque fu la peste” e “la peste sono io”. Vien da pensare a tutte le potature dell’affollato albero della vita, a quella selezione naturale che opererebbe all’interno di ogni vicenda e per mezzo di tutto. La morte programmata nella natura, benché invisibile il più delle volte, si annida in tutti i processi in chissà quanti modi: ne abbiamo esempio in quelli familiari e ricorrenti nelle varie stagioni, mai guardati con ansia o con meraviglia, né tantomeno con paura in quanto non ci uccidono e anzi danno profitto: mettiamo la caduta delle foglie, lo spegnersi dei fiori in pro dei frutti, e tutta l’infinita teoria di fatti di morte produttiva, ben diversa dalla necrosi, ammesso che ci sia, che non prevede idea di alcun ritorno.

    Per dirla tutta, com’è pur dovere, si è e bisogna essere peste a se stessi, e ormai non ci dovrebbe essere bisogno di ulteriori passaggi di spiegazione. Mi basterebbe aver messo in buon gioco questo attacco di insania sempre in agguato che è la peste espressiva, onde la carne muore e si fa scrittura.

    Sangiuliano

  9. mariomgabriele

    Un nuovo paradigma, che abbia o meno il supporto dell’evento, necessita di una operazione estetica di non facile approdo.
    Si tratta di ripiegare su fisicità linguistiche secondo le pulsioni dell’inconscio, offrendo al razionalismo critico la possibilità di intervenire tempestivamente sul fenomeno prodotto, in particolare della interconnessione tra prosa e poesia.
    Ogni innovazione poetica porta con sé uno shock estetico, che non sempre si identifica con l’emisfero psicologico del lettore.
    Spesso mi chiedo se il criterio di asimmetria tra verificazione e falsificazione secondo Popper; possa essere ribaltato anche in poesia.
    Ringrazio tutti gli interventi ospitati in questo post, molto interessanti nell’esaminare i versi, analizzati secondo specifiche corrispondenze.
    Si vedano, ad esempio, i commenti di Lucio Tosi, Giorgio Linguaglossa e Mauro Pierno, che ne hanno rivelato il sottofondo della metafora. Grazie a tutti e buon lavoro.

  10. GAS

    [VIII
    Sognai che era il primo giorno di scuola ma arrivavo in ritardo
    Nell’aula tutti portavano maschere bianche sul volto.
    Chi fosse il maestro non si poteva dire.

    (T. Tranströmer. La gondola in lutto n.2. tratto da Poesia del silenzio(2011) a cura di M.C. Lombardi. Crocetti Editori)

    E dunque Tranströmer è tra noi e vede le cose che vediamo. Avvolto in un silenzio scandinavo, anch’io seguo orme sulla neve. Il mio vicino di casa mi consiglia di godere della luna piena. Io invece osservo ciò che accade tra i gerani e il melograno. Voli di api che mi sembra di riconoscere. Potrei chiamarle per nome o sussurrare un verso di Plath per farmi presente. Tutto ciò è già accaduto ma i versi non vengono in soccorso, perdono il loro significato lasciando vuoti i piccoli esagoni ed il ronzio.
    C’è la possibilità di morire e dunque si deforma la struttura del lavoro, la si adatta alla circostanza. Dovrei essere io ad adattarmi ma la Tecnica è più veloce e forte di me e trova soluzioni al posto della mia specie. Il camioncino dell’organico fa parte del gioco. Nessuna zona grigia nella sua regola metallica.]

    L’alba delle meraviglie
    in un torsolo di mela.

    La polpa si riavvolge attorno.

    L’energia ha vissuto troppo e non ce n’è
    per muovere un’ era contro un’altra.

    Si assiste ad una fuga ma l’entusiasmo
    è un allarme che s’inceppa.

    Nacque questa sensazione un giorno d’aprile.
    Che parole fossero api e tutte in un volume.

    Ugole rispondevano alla Regina
    E questa alla cantina.

    Nessuno aveva ordinato un paesaggio
    ma faceva eco e tappeto.

    Molte interferivano tra di loro
    così un ronzio diventava più forte

    altre si annullavano perché c’era un significato alle spalle.

    Quelle che sbattevano contro il muro
    ritornavano indietro trasformandosi in nei.

    Tutti vedevano una catena di scocca produrre vespe
    e per un tratto l’inno di Mameli diventò Internazionale

    un ragioniere contava le operaie uccise.
    Fu così che il tombino sostituì l’esagono

    perché nasceva polline alla velocità della luce
    E c’era un altoforno nel caveau dell’FMI

    quelli che avessero chiesto pane
    avrebbero avuto calor bianco.

    Piccoli incidenti accaddero sulla Luna.
    L’allarme fece tremare vetri.

    I gechi si affacciarono dai crateri
    Code in servizio permanente.

    Resettare gli occhi al bisogno.

    Lassù invece si sparse un nafta.
    Mercurio da un vulcano.

    Vedemmo Armstrong occuparsi di luce nera
    E di un suono senz’aria.

    Reclamava un maiale la sua parte di coltello
    Affondare, togliere respiro al manico

    E bisognava stringere la cinghia intorno a Bari

    perché l’ allucinazione era uscita dal letargo
    tanto valeva accoppiarla a un geco

    Poggiata la scala santa a un’ Asl
    Fumava Napalm il pronto soccorso.

    Arrivò un ratto con la bocca piena di euro
    Perché aveva rovistato in un sacco dell’ organico

    partì il proiettile di Boltzmann
    ma finì in un verso di Rago

    Così ogni parola rendeva grazie all’ Energia
    E con questa riempiva una busta di nervi

    Per essere perfetta nessuna di queste api sbatteva la testa veramente
    Ma tutte partecipavano con diverso grado al moto contro il cielo

    Di sera si coglieva qualcosa sulla Luna
    Forse erano fuchi alla velocità meno probabile

    o comunardi sulle barricate di Parigi
    ma sprizzava luce dai crateri.

    (Francesco Paolo Intini, Inedito)

  11. Giuseppe Gallo

    Gentilissimo Lucio Tosi, spero che On/Off piaccia anche a Mauro Pierno… l’unico motivo per cui l’ho postata. Devo confessarlo. Conosco T. Tranströmer solo attraverso le citazioni di Linguaglossa, Gino Rago,e tanti altri, oggi anche sue, va bene il lei (o posso passare al tu?) e di Intini, apparse quasi sempre su L’Ombra, ancora non sono riuscito a leggerlo direttamente, nonostante vari tentativi in libreria, devo consultare Amazon…
    La scelta ultima della prosa l’ho spiegata… è chiaro che ci sarà sempre un “limine” tra poesia e prosa… anch’io sono convinto che i versi, o le frasi, che “vomitiamo” sulle pagine, nascono già cadaveri… se moriamo noi, che motivo hanno di esistere i nostri prodotti…
    Un saluto cordiale a tutti gli amici…
    Giuseppe Gallo

    • Gentile signor Gallo,
      mi scusi se ha prevalso in me il sentimento di vicinanza verso coloro che qui dibattono, e scrivono poesie con l’intento di riprendersi quella parte di follia che a tutti spetta. Mi va bene la sua spiegazione su poesia e prosa. Mi va anche bene che lei dica di “vomitiamo”, che i versi sono “cadaveri”, e che se moriamo noi non ci saranno “prodotti”. Solo mi viene da ridere. Ha visto il film Joker? Ecco, una cosa del genere.
      Cordiali saluti.

  12. “Il quid è negli interstizi dei vuoti a rendere.
    Entra. Siediti. C’è qualcuno che non hai mai visto?

    “Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
    dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.”

    Un solo piccolissimo punto è quello che ci sfugge.
    E lo chiamiamo porto, libro, colbacco, Maestrale.

    “o comunardi sulle barricate di Parigi
    ma sprizzava luce dai crateri.”

    “Intanto, fiocchi di neve, chicchi di riso, uno scolapasta,
    una stella di latta, un catecumeno con la tonsura,”

    “Pomeriggio di piogge sfebbrate. Chilometri di coltivazioni di spose tristi.
    Infanticidio di stoffa verde. Madri oscurate, fino alla spina.”

    “In questi agglomerati urbani non puoi chiedere
    a nessuno la strada di un nuovo battesimo.”

    “Solo mi viene da ridere. Ha visto il film Joker?
    Ecco, una cosa del genere.”

    GRAZIE OMBRA.

  13. cari Mauro Pierno e Giuseppe Gallo,

    la com-posizione di Pierno fatta con citazioni di poesie di diversi autori o quella di Gallo fatta riportando un brano di un romanzo di Philip Dick sono la riprova di come i versi della NOE possano trasmigrare da una poesia all’altra, da un autore all’altro, e che l’importante non è il singolo autore quanto una collettività, una anonimità di autori. Un verso di Giuseppe Gallo lo potrei scrivere io o Gino Rago, e viceversa, e nulla cambierebbe. Degli stimoli, a me personalmente, mi sono venuti dalla lettura delle poesie di Mario Gabriele, ma anche da alcune di Gino Rago e di Francesco Paolo Intini. Questa circolarità dei testi e degli stimoli non è avvenuta per caso ma dipende dal fatto che la NOE è un agire, una pratica poetica, una pratica di vita, una pratica estetica ed etica e non l’atto di un singolo poeta colto da flagrante ispirazione, queste sono bubbole buone per i narcisi e i tulipani olandesi di cui abbonda la poesia nazionale.

    • Interessante: poesia intesa come libero scambio. Quindi un lavoro. Facoltativo, ma pur sempre un lavoro. Nel qual caso andrebbe retribuita, non vi pare?

      • mariomgabriele

        In merito al tema delle citazioni di versi di autori famosi, credo che non bisognerebbe andare per le lunghe. Dante, Eliot, Leopardi, Ginsberg ecc, ne hanno fatto uso non per copiatura ma perchè come si espresse lo stesso Eliot: “La poesia è una unità vivente di tutte le poesie che sono state scritte, attraverso la voce dei vivi nell’espressione dei morti” E’ ciò che capita a me scrivendo versi.

    • gino rago

      Trovo il tantativo di allestimento di un collage con altrui versi di Mauro Pierno, in linea estetica e morale con il titolo intrigante “Compostaggi” del suo prossimo libro poetico, in via di pubblicazione, libro di cui (e ciò mi ha assai onorato, ma anche responsabilizzato) ho curato la Prefazione. E trovo la collocazione del mio recentissimo distico

      “Intanto, fiocchi di neve, chicchi di riso, uno scolapasta,
      una stella di latta, un catecumeno con la tonsura,”

      nel punto giusto di ritmo e di tono del collage tentato dallo stesso Mauro Pierno, ma forse potrebbe essere questa di Pierno anche un tentativo di “decollage”… alla Mario Rotella.

      (gino rago)

  14. Pensiamoci, dal momento che stiamo a casa, con la mente In ebollizione (speriamo non esploda!). Che ne direste di creare cataloghi di 10 versi, o 20, 30, 50 a diverso prezzo, per un mercato ancora inesistente ma che forse potrebbe interessare a case di produzione cinematografiche, musicale, o per il teatro; ma anche per compleanni, matrimoni, cerimonie istituzionali; lettere confidenziali, d’amore, o per nobilitare contratti commerciali, rapporti di odio o di amicizia… 50 versi NOE di libero scambio (free). Versione esclusivamente online. Possibile abbonamento.

    • mariomgabriele

      Condivido ciò che dici, caro Lucio, a proposito di un catalogo che contenga 18-20-30-50 versi, commercializzandoli con diverso prezzo in un mercato ampiamente diverso. Si tratta di una nuova economia di carattere culturale, post Covid19 che non va sottovalutata come idea, e che io stesso ho portato a termine su L’Isola dei poeti, mettendo in rilievo i distici che più mi piacevano, prelevandoli dalle mie poesie. Speriamo bene che ci sia questa fortuna e che la tua illuminazione abbia un riscontro.

  15. Giuseppe Gallo

    Carissimo Giorgio Linguaglossa, prima di tutto ti ringrazio per avere posto in piedi l’ipotesi che i miei versi potrebbero essere stati scritti da te, da Gino Rago o da Mauro Pierno. Mi collochi troppo in alto, Sono l’ultimo arrivato tra gli amici della NOE e tu conosci benissimo i miei ascendenti poetici. Per correttezza preciso che di Philip Dick ho citato, non certo un brano, ma solo questa frase: “L’analista era spento”* poi “si tirò su, sorrise…” *… l’analista è un robot al quale è demandato il compito di riportare alcuni supposti “ammalati” su un piano di realtà… mi intrigava l’idea dell’android psicologo…
    Sono d’accordo con te, le “poetiche” di Mario Gabriele, di Intini, aggiungerei anche quella di Lucio Tosi, se me lo permette, (non riesco a capire perché spesso tra le sue parole e le mie possano nascere scintille sotterranee), sono ricche di stimoli e suggestioni. La poesia di Mario Gabriele, i suoi versi sempre puliti e cristallini, le sue parole che scelgono di incarnarsi in un nome, in un corpo, in un oggetto e che scuotono la sua e la nostra memoria, alla fine provocano quello che tu stesso ha definito, mi pare, “un sogno ad occhi aperti. Sogno, però, che inquieta e disanima rispetto alla vita.
    Quella di Intini che, attraverso accumuli verbali e il mistilinguismo, di derivazione scientifica, alla fine disorienta il lettore e lo trascina all’interno e al di fuori della sua “zona grigia”.
    Quella di Lucio Tosi dove l’inconscio parla con la libertà più assoluta, talché le parole e i versi venuti alla superficie, sembrano appartenere a un altro mondo. Un mondo del quale noi siamo solo “fuggitivi” e momentanei spettatori.
    Che dire? Alla fine ringrazio l’Ombra per avermi dato la possibilità di “navigare” un tratto della mia esistenza con così gradevole e impegnata compagnia.

    Giuseppe Gallo

    • Grazie, Giuseppe Gallo, per la bella lettura che mi riguarda: l’inconscio in libertà assoluta… anche se per credere all’inconscio serve un atto di fede 😉 E per i versi di un altro mondo. Cosa per altro vera, data la dislocazione dell’io in persone scelte, soavi ma un po’ malcapitate.

  16. È duopo…

    Una bella sfida quella che propone Tosy.
    E facciamolo.
    Degli ebook!? Di ricomposizione!
    Bello!
    Si raccolgono le proposte i tutti?
    Tutti coinvolti in questa ricomposizione!?…

    GRAZIE OMBRA…

  17. L’operazione di ibridazione e di compostaggio di versi di diversi autori NOE è intelligente. Ovviamente siamo tutti coinvolti in prima persona in questo lavoro.. caro Lucio, se tu sei d’accordo i lavori verranno raccolti da te per una pubblicazione on line…

  18. Sono ben disposto a farlo, anche se non da subito. Prepariamola per tempo pensando a un post Covid19. La valutazione degli scritti sarà condizionata da l’impatto comunicazionale, cosa di cui i poeti non sempre tengono conto. Meglio una figura terza, abbastanza ingenua da potersi sorprendere e quindi valutare. Ma già avevo sollevato la questione quando selezionai gli strilli colorati per questa rivista. Si ha sempre paura, procedendo con la ragion critica, di perdere per strada il valore estetico dei singoli frammenti; che sono invito a fare sempre buona poesia. E poi sono un pubblicitario. Chiederò collaborazione a Mauro Pierno, che già qui ha dato prova di saper notare. Poi servirà il parere di tutti.

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