Poesia e Coronavirus, Il non-linguistico, «l’indicibile», sono invenzioni del linguaggio, Poesie e Commenti di Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Marina Petrillo, Francesco Paolo Intini, Carlo Salzani

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la poesia, o, meglio, il poema, è preso come esempio di quell’operazione messianica che disattiva il linguaggio nelle sue funzioni comunicativa e informativa, e in cui il linguaggio finalmente contempla la propria potenza e si apre a un nuovo, possibile uso

Lucio Mayoor Tosi

Uccidete ogni narrazione, perché è dalla narrazione che nasce la paura della morte.
(L.Mayoor Tosi)

Rilassatevi: sopra un ramo canta la luna. E’ scesa apposta, e ora fa catenelle dei vostri capelli. Tutto vi sorride. Vi sentite tranquilli, beati. Le palpebre vi si fanno pesanti. E’ piacevole riposare, avete lavorato tanto… ve lo meritate. Giuseppe Conte si è messo in viaggio, al vostro risveglio sarà qui con le caramelle Mou, che vi piacciono tanto… tanto… tanto…

… State facendo un’esperienza straordinaria. Siete soli con voi stessi… senza rimedio. E’ normale che diate fuori di testa. Osservate… è la vostra follia, quella che avevate in corpo ma non lo sapevate. Siete spaventati. E’ normale. Solo rendetevi conto: non capiterà un’altra volta… dite grazie: grazie Gesù, grazie Maometto, grazie Carletto Marx. La vita è bella, e noi siamo moribondi.

(May – 8 apr 2020)

Giuseppe Gallo

Il Padre si alzò dal divano e spense il televisore.
Le parole gli piovevano addosso come la grandine del giorno prima.
Si guardò in giro. La Moglie in cucina,
il Figlio a percuotere le pelli dei tamburi.
Afferrò la prima parola che gli venne a tiro
e la spiaccicò sul piano della scrivania.
La seconda la schiacciò sul dorso dei libri allineati sullo scaffale.
-Che c’è? gli chiese la Moglie dalla cucina.
-Faccio un po’ di pulizia! Le rispose il Marito.
La terza la affogò nel water insieme alla carta igienica.
La quarta e la quinta le scaraventò dalla finestra sul marciapiede.
Il Figlio sentì gli insoliti rumori.
-Che c’è, Padre?
-Poco o niente, Figlio. Mi preparo al…
-A cosa, Padre? A che ti prepari?
-Al… al…
E ammutolì per sempre

 

Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 91

Una crossdresser nuda con la gabbia per il pene oscilla sull’altalena,
manda dei kiss kiss e dei cuoricini al gentile pubblico.

Il Commissario con la mascherina interroga Enceladon.
Il pappagallo giallo-verde sventola la bandiera italiana alla finestra.

Ripete ossessivamente:
«Preferiti, Commenti, Scarica, Condividi, Chi siamo!»

Il trans Aurelio augura a tutti: «Merry Christmas!».
La femboy Barbie si dichiara credente, fa sesso con Zozzilla
davanti alla webcam.

Lady Malipierno porta al guinzaglio la tgirl Andrea con manette dorate fetish.
Chiede al cagnolino di abbaiare.

Fanno ingresso in scena il Commissario e il filosofo Cogito,
si accomodano in poltrona e guardano un film porno.

«I comunisti sono scomparsi», dice il Commissario.
La subgirl Korra Del Rio prende il caffè

before bondage banging.
Le gemelle Kessler agitano le gambe sul palcoscenico.

«Il telefono senza fili si è interrotto, dove non sappiamo»,
dice l’assessore alla sanità lombarda

mentre il Covid19 se ne va allegramente in giro da 39 giorni.
«Outbreak in Lombardy, Italy», titolano i giornali esteri.

La tigre dello zoo di New York ha il Coronavirus.
Il pappagallo dichiara all’erario che ha fatto l’autocertificazione.

L’Anello fallico vibrante gold cammina in compagnia di un set per bondage
e un kit sadomaso new style.

Lady Fremdy passeggia in via Sistina con collarino nero in pizzo,
stringatura in lacci e borchie di metallo ai seni.

Cogito torna a casa nella Marketstrasse n. 7.
Fischietta il ritornello da avanspettacolo degli anni sessanta:

«La notte è piccola per noi, troppo piccolina!»

Carlo Salzani

Agamben sostiene che la macchina di tortura della leggenda kafkiana è, in realtà, il linguaggio: e cioè che il linguaggio è, sulla terra, uno strumento di giustizia e castigo, e il segreto della leggenda è rivelato in una frase che egli cita dal romanzo Malina di Ingeborg Bachmann (alla cui memoria Idea del linguaggio II è dedicato): «Il linguaggio è la pena». Il linguaggio in quanto significazione, per Agamben, è intrinsecamente legato al «giudizio»: «la logica ha il suo ambito esclusivo nel giudizio: il giudizio logico è, in verità, immediatamente giudizio penale, sentenza».

È questo il vero significato del linguaggio, che elude la comprensione, finché per tutti arriva «la sesta ora», in cui misuriamo e comprendiamo la nostra colpa, e giustizia è fatta. Tuttavia la svolta interpretativa avviene nella seconda parte della leggenda, quando l’Ufficiale,dal momento che comprende di non poter convincere l’Esploratore a sostenere la sua causa (la conservazione del vecchio sistema di punizione), libera il Condannato e prende il suo posto nella macchina. Il testo che la macchina deve ora scrivere sulla carne dell’Ufficiale non ha, nota Agamben, la forma di un comandamento preciso (per esempio «onora il superiore», come nel caso del Condannato), ma consiste invece nella pura e semplice ingiunzione «sii giusto». Quest’ingiunzione non solo distrugge la macchina, ma viene anche meno al suo stesso compito: «L’erpice non scriveva, solo si conficcava. […]non era tortura, […] era assassinio e basta».
.
Il precetto «sii giusto», sostiene Agamben, è l’istruzione che deve distruggere la macchina; questo significa che il significato ultimo del linguaggio è l’ingiunzione «sii giusto», ma proprio il senso di quest’ingiunzione è ciò che il linguaggio – nella sua funzione significante – non è in grado di trasmettere. Per poterlo fare deve smettere di eseguire il suo compito «penale» – e cioè, significante. Che per l’Ufficiale, alla fine, non ci fosse, «nel linguaggio, più nulla da capire»,significa per Agamben che la «giustizia» del linguaggio risiede solo nella sua distruzione – o, meglio, deposizione, désœuvrement – messianica, nel superamento messianico della sua struttura significante/penale.
Idea del linguaggio è riprodotta parola per parola, con il titolo Nella colonia penale, come seconda delle Quattro glosse a Kafka, pubblicate l’anno seguente. Anche la prima «glossa», intitolata Sulla morte apparente, tratta dello stesso soggetto: il linguaggio. Agamben si ispira qui all’omonima leggenda di Kafka per sostenere che il linguaggio è come una morte apparente. Come nel mito platonico della caverna, anche nella leggenda kafkiana, scrive Agamben, il momento decisivo è quello del ritorno. La morte infatti è l’impossibilità del ritorno, e in essa non c’è posto per noi. Solo chi ha fatto ritorno da una morte apparente sa che da una vera morte non sarebbe potuto tornare. Quindi ha derivato l’idea di una vera morte proprio da una morte apparente; e cioè: che esista qualcosa da cui non si può tornare egli l’ha scoperto solo fingendo di essere tornato da essa. Allo stesso modo, la parola non è mai stata al di fuori del linguaggio, nel non-linguistico; il non-linguistico, «l’indicibile», sono solo invenzioni del linguaggio stesso, e solo nel linguaggio è possibile concepire tali idee. Quindi Agamben conclude:

Nel punto in cui comprendiamo la parola come parola, cessiamo di immaginare parole al di là della parola, cessiamo di fingere di essere stati nella vera morte. Tornati da dove non siamo mai stati, siamo finalmente qui, dove non potremo più tornare. Il non-linguistico, taciuto dalla parola, è ora perfettamente dicibile
.
L’idea del linguaggio alla base di questi testi deriva dai saggi giovanili di Benjamin sulla lingua. Agamben postula, con Benjamin, il necessario intrecciarsi di significazione e giudizio, e questa è l’idea centrale che sostiene :

anche – sebbene rimanga spesso inavvertita – tutto il suo progetto sulla biopolitica. In Homo sacer (1995), infatti, questa affinità è usata proprio per spiegare il paradosso della sovranità: proprio come una parola acquista potere denotativo solo nella misura in cui sussiste indipendentemente dal suo uso concreto nel discorso, così la norma può riferirsi al caso concreto solo nella misura in cui è in vigore, come pura potenza, nella sospensione di ogni riferimento reale, nell’eccezione sovrana; proprio come il linguaggio presuppone il non-linguistico come ciò con cui si deve mantenere in una relazione virtuale così da poter poi denotarlo nel discorso concreto, così la legge presuppone il non-giuridico come ciò con cui si mantiene in una relazione potenziale nello stato di eccezione.

Questa struttura necessaria può solo essere sospesa nella deposizione messianica, nel «giorno della Gloria»,di qualsiasi significazione e quindi anche di qualsiasi comandamento e di qualsiasi legge. In Il tempo che resta (2000) e Il Regno e la Gloria (2007), la poesia, o, meglio, il poema, è preso come esempio di quell’operazione messianica che disattiva il linguaggio nelle sue funzioni comunicativa e informativa, e in cui il linguaggio finalmente contempla la propria potenza e si apre a un nuovo, possibile uso (corsivo della redazione). Se i testi di Idea della prosa e Quattro glosse a Kafka, a livello contenutistico, sono debitori della teoria benjaminiana, la loro «forma» è però singolarmente «kafkiana»: essi non presentano una «teoria» nella forma accademica abituale; non «spiegano», ma propongono invece, in modo alquanto evocativo, una figura e un paradosso. Il paradosso non solo mette in questione la possibilità dell’interpretazione, ma spinge anche la filosofia ai suoi limiti.1

Questi testi esemplificano perciò la più intima relazione di Agamben con l’opera kafkiana: come Liska ed altri hanno notato, Agamben, come Benjamin, trova negli scritti di Kafka sia una diagnosi critica dello stato del mondo – del linguaggio, come in Idea della prosa e Quattro glosse a Kafka, o, più spesso, dello stallo culturale e politico della modernità – sia le tracce di un’inversione messianica.*

Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995 p. 26
*https://www.academia.edu/39694144/In_un_gesto_messianico_Agamben_le

Marina Petrillo

Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
superiori a bassa frequenza.

Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
cellule feconde al seme della rivelazione.
Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano.

Marina Petrillo

Se esiste in vortice il pallido sembiante, è per determinare l’esiguo tratto esistente tra il cammino e il suo antesignano. Perorare il caso sino a giungere a sua essenza, è tramite di insoluta causa cui l’animo approda straniero a ogni morale.
Se, giunta alla soglia di una variabile incostante, l’esistenza e la sua narrazione trasmutano in Forma e Verbo, ogni accordo con la fonte primaria diviene a sua volta incognita a cui l’esperire dona la traiettoria. Sospingere l’incarico senza incarnarlo, ormeggiare il ruolo in una baia atemporale, diviene frazione di un flusso del quale a stento si percepisce il nesso. Abitare lo spazio degli accadimenti come inviolata, silenziosa monade in cui ogni affanno diviene attesa.
Si ripristina il respiro oltre l’assolata piana dei sentimenti svelati a umano gesto. Dichiarata ogni menzogna, anche il linguaggio impigrisce, sino a spengersi in monotematica sindrome votata allo spaesamento. Il suono si stempera in velata ricerca di ciò che non detto, si esprime a sua insaputa. Così, in perfetta distonia, si avrà un sistema amorfo convertito a pensiero in cui rare immagini passano su un cielo topazio, creando antichi demoni o immagini archetipiche alle quali attingere.
In tale fluttuare, perde consistenza ogni dire. O scrivere. Resta testimonianza in traccia insicura, restia a ogni credo. E’ la lieve eclissi prima di ogni turbamento. Un alfabetiere alchemico in cui turbinano elementi volti alla fine.

A baldanza si insinua l’ultimo detto
presago di silenzio.
Non devia del corso suo il canto.

Procede ad orma infrante duttile
all’imminente commiato dall’esistere.

Invisibile alla nullità imperante
naufraga in altra dimensione

senza porre diaframma tra il Sé
e il congiunto suo riflesso.

Attende in sospinto moto l’impresso
lascito e annulla ogni presenza.

Varca il pendio in periplo costante
sino a smarrire l’orientato senso .

Alcun filosofo attende
poiché Poesia attarda in fiacca veste.

Del non smisurato Verbo, Musa.

Francesco Paolo Intini

[PLATEAU] Nella strozzatura di clessidra
la faccia ebete della terra.

A luna ridens corrisponde
uno sguardo di Gorgona.

Cosa si vorrebbe da queste mani possenti?
Una tappa di era glaciale?

Sale Newton sul plateau
il prato su cui portare il dobermann.

Aprile partecipa senza sussulti
sbuccia una mela dal torsolo

Mai visto un Dna spendere tanti euro
senza produrre una proteina.

Finiremo con una vista governata dai reni.
Che fine ha fatto il telecomando?

L’ultima volta che ci eccitammo
Fu per l’uccisione di un bandito internazionale.

Estraemmo vermi dal fegato
e nervi su cui passeggiare per un millennio.

Alle sette di sera cadevano lucciole cieche

Si ordinò ai peschi di restare nei boccioli
Divieto assoluto di trasformarsi in frutto.

Portarono l’ ultimo pasto alla contraddizione.
Sul muro un temporale.

C’erano bisonti e api forse il bisogno
Ma i nomi si erano persi.

Nessuna corrispondenza con i suoni della bocca.
Gridavano maggio ma ghiacciava la voce

Una donna retrocedeva su passerella.
Un bacino, alto e tondo su perno centrale

Le mani penetrate da viole.

Ologrammi perfetti per le strade.
Tanti che non si potevano nominare.

Le lingue accatastate nell’organico.

[L’AUTODAFÈ DA’ INIZIO ALLO SPETTACOLO] Alla scomparsa del Sole si accompagna
un residuo di biancospino.

Non aver visto quello che succedeva
Ha nuociuto agli occhi.

L’altro lato mostrava crateri bianchi
Le pupille non si sono mantenute intatte.

Da oggi rispetterà i ragni.
Più solido dell’acciaio il cristallo della seta.

Il mandorlo aiuterà ad annusare il vuoto.
La peristalsi non assicurerà il sesso.

Invece di Botticelli arriva un parrocchetto
a strappare il bouganville.

Costruire trincee, obbedire a strategie
di uno che non è stato scimpanzè.

Un refolo dalla porta suggerisce terrore.
Lo stesso di una rondine radente l’asfalto.

Alla scomparsa degli uomini seguì
il guadare di gnu sull’ autostrada.

[FERMATA AL GRANATELLO] Ci sono colori che agitano braccia
e buchi che assomigliano a falchi

Si parla senza gusto di cioccolatini.
I denti vanno sul sicuro.

In tempi di masticazione lenta
accadono cose che lo stomaco non ha mai visto.

La digestione investe il bar dell’angolo, la sparizione
di una rotatoria crea vortici di auto.

La distanza è percorsa in pochi istanti
ma certe costanti sembrano accelerare il passo.

Cosa chiedere di più ad una macchina ferma?

C’è l’elettrolisi sul pianerottolo
e un fulmine sale le scale.

L’assicurazione va a passo di valzer.
Una chitarra genera piccoli Hendrix

e dal basso un tocco di Metternich
rimette il Borbone sul trono.

Non sarà come prima, versi anarchici fino al 20,
esametri d’ora in poi.

Dai limoni di Sorrento nasceranno baobab.
La stirpe sanfedista è sanguigna.

Schiaccia le margherite.
Impicca pulsar agli alberi maestri.

Il Requiem dà tranquillità alla corte.
L’ agave si richiude a tabacchiera rococò.

Da dove quest’ accidia nelle locomotive?
Diventarono perfette.

Togliersi di dosso nuclei marci significò
pranzare nel nocciolo di supernova.

Dal finestrino vedemmo la costellazione Edipo.
Una carezza, un bacio sulla bocca.

Sulla locomotiva salì la regina
La caldaia mandò una colomba.

17 commenti

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17 risposte a “Poesia e Coronavirus, Il non-linguistico, «l’indicibile», sono invenzioni del linguaggio, Poesie e Commenti di Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Marina Petrillo, Francesco Paolo Intini, Carlo Salzani

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/12/poesia-e-coronavirus-il-non-linguistico-lindicibile-sono-invenzioni-del-linguaggio-poesie-e-commenti-di-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-marina-petrill/comment-page-1/#comment-63561
    Glossa in margine al testo di Marina Petrillo recitato da Diego De Nadai

    Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
    Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
    dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

    Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
    il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
    superiori a bassa frequenza.

    Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
    illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
    In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

    Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
    cellule feconde al seme della rivelazione.
    Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano
    .

    È impossibile testimoniare dall’interno – perché non si può testimoniare dall’interno della morte, non vi è voce per lo svanire della voce – quanto dall’esterno – perché l’evento accade sempre all’interno di uno spazio, di una Lichtung.

    Non è possibile «dire» la verità, testimoniare dall’esterno. E non è nemmeno possibile neanche testimoniare dall’interno dell’evento. Se la poesia è un evento essa è il luogo dell’indicibile, dell’indecifrabile che può essere solo alluso ma non indicato né tantomeno nominato.
    La posizione del poeta è quindi non essere né dentro, né fuori, ma paradossalmente, insieme è all’interno e all’esterno.
    Questa soglia di indistinzione fra il dentro e il fuori è cosa molto diversa da un «ponte» o un «dialogo» con la «verità». La struttura della testimonianza non è in grado di fornire una possibilità di accesso alla «verità», che si rivela essere una struttura che sta nel framezzo, Zwischen, tra due luoghi aporetici: quello del poeta e quello del canto.
    L’autrice non è una Pizia, fa a meno della interrogazione, quanto piuttosto procede per analogia e per metafora, o meglio, per catacresi, con l’ausilio di un linguaggio iperbolico che tende sempre oltre la significazione e, quindi, oltre se stesso. Piuttosto che ad una rappresentazione, assistiamo invece alla deriva da una impossibilità ontologica a una possibilità poetica attraverso il ricorso alla metafora e al canto.

    Se il potere di testimonianza svanisce, le parole non sono più le parole del significato ma parole di un lessico di una lingua sconosciuta che la poetessa sonda, ma la relazione ambigua e fuorviante tra le parole, la voce, il ritmo, la melodia, le immagini, la scrittura e il silenzio è destinata a sovrastare la struttura significazionista del testo.
    Se la testimonianza ci parla di qualcosa che sta al di là delle parole, la poesia si fa portavoce di se stessa al di là della sua melodia e dell’eufonia delle parole, la poesia non è la realizzazione di un canto ma il disboscamento del canto, l’impossibilità del canto.
    La poesia è il luogo del paradosso del canto che si fa canto attraverso il deus ex machina del canto. Né il poema né il canto possono intercedere a salvare l’impossibile canto; al contrario, è il paradosso del canto che può, semmai, fondare la possibilità del poema.
    È soltanto in questa zona aporetica, in questa Lichtung, che la poesia può aver luogo.

  2. La pelle piena
    ha dimenticato la sua esistenza.

    Quando la mensa finì in fumo
    aspettò con ansia il volgere del sole.

    Nella seconda stanza dell’abbondanza
    ha immaginato un futuro in pile

    erette a scatafascio in ordine e contrordine.
    Colto l’arrembaggio non portò a niente.

    E proprio niente che volge all’imbrinure,
    le spalle arrugginite. Certamente.

    GRAZIE OMBRA.

  3. gino rago

    Tomas Tranströmer
    Aprile e silenzio

    La primavera giace deserta.
    Il fossato di velluto scuro serpeggia al mio fianco senza riflessi.
    L’unica cosa che splende sono fiori gialli.
    Son trasportato dentro la mia ombra come un violino
    nella sua custodia nera.
    L’unica cosa che voglio dire
    scintilla irraggiungibile come l’argento

    [da La lugubre gondola,Rizzoli, 2011
    Traduzione di Gianna Chiesa Isnardi]

    Analizzando questo concentrato, denso testo di Tranströmer, che per me e per la mia ricerca di poesia è il traguardo, è [difficilissimo da toccare] il modello poetico esemplare, è facile notare che l’autore de La lugubre gondola si affida a una parola poetica essenziale, concentrata, evocativa, metafisica e con questa parola, non con altre parole, tenta l’immersione nella contemplazione del paesaggio naturale che nel poeta si fa specchio di quello dell’anima, [ecco lo specchio che in altra forma fa ritorno… ].

    Il poeta percepisce fra sé e il paesaggio una sorta di nuovo ordine.
    Gianna Chiesa Isnardi scrive:«[…] Nella poesia di Tomas Tranströmer niente è fuori posto o in più, ogni parola ha un peso simbolico all’interno di testi che si avvicinano alla perfezione».

    Continuando nel suo saggio introduttivo, la Chiesa Isnardi pronuncia la parola-chiave, (quella che in me ha fatto scattare il guizzo del desiderio di accostamento al nuovo corso della poesia lanciato da Giorgio Linguaglossa proprio partendo Tomas Tranströmer), quando scrive:
    «[…] La poesia così diventa «meditazione attiva».

    L’idea che io mi sono fatto, e che nella mia scrittura ho cominciato ad adottare, è assai semplice come idea da accogliere, ma assai faticosa nel ‘atto estetico del farla, è quella di una poesia in grado di destare “nuovi” impulsi, capace di offrire una visione diversa e con altri barlumi di verità.

    Una poesia dinamica, aperta, dove è centrale l’elemento sensoriale; una poesia in cui la lingua è spinta al limite estremo, alla ricerca della parola perfetta nel silenzio gonfio di messaggi a cui il chiacchiericcio del mondo ci ha disabituato; una poesia che non si dà mai una volta per tutte, ma che sia in grado di continuare a suscitare dubbi e incertezze, come una finestra costantemente aperta sull’ignoto, riconoscendo al lettore la massima libertà di accostamento, di lettura, di interpretazione del testo scritto.

    La poesia della NOE dev’essere poesia della « meditazione attiva» e della polivocità della parola.

    Gino Rago

  4. da http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-del-12-aprile-2020/?fbclid=IwAR2wHEc7Uu7mpuQX5T5rWhCHBtZB641oi_ueqoPv-h73tj8a7szQkwqqXmQ

    Inedito di Mario M. Gabriele

    L’unica cosa che Orlock disse fu: Gratia vobis et pax-
    facendo frullare le ali delle rondini sul sagrato.

    Giuda attese che lo chiamassero al Palazzo di Giustizia
    dove c’era un bodyguard con la tagliola in mano.

    Avete mai visto un uomo crescere nel pantano?
    domandò Padre Cruz ai missionari nel Wuhan.

    -Abbiamo bisogno di un sofà con lenzuolo di seta
    e almeno 10 bicchierini di Gentleman Jack.

    Il tuo viso non necessita di Chanel.
    Ti toccherà tornare al passato rubando Le Illuminazioni.

    Le cose come sono viaggiano a tradimento.
    Ne parleremo con il Giudice al Processo.

    Ci ha pensato anche Ian Bruegel, il Giovane,
    con il Paradiso Terrestre alla Gemaldegalerie di Berlino.

    Qualcuno si fermò nel concerto dei Pink Floid
    dopo aver scritto::Liebe Christa wie geht es dir?

    Si arrivava a piedi all’abbazia di Fra Petrarca
    l’unico che sapeva dove fosse il Santo Graal.

    I falchi passavano da un ramo all’altro
    come pensieri senza sponda.

    Niente più veniva alle porte del mattino
    se non l’ombra del verbasco su un futuro da epitaffio.

    Su tutto echeggiavano le parole di Franz Wertmuller
    Oh,la soupe à l’Oignon Gratinée!-

    Non saprei dire se questa sia una poesia post-pop o una pop-poesia, così come c’è oggi una philosophy kitchen si dà anche una poetry kitchen. Mario Gabriele sonda le possibilità della nuova poesia accostando e facendo fibrillare la Gemaldegalerie di Berlino con il Santo Graal, Wuhan l’abbazia di Fra Petrarca, franz Wertmuller e la soupe à l’Oignon Gratinée… mischiando il sacro col profano, reperti del museo della storia e ologrammi, fragili algoritmi poetici con assiomi e aforismi diserbati di significato. È il nostro tempo di Covid19 che richiede una poesia siffatta, né derisoria né irrisoria, che si sottrae alle categorie della critica del testo perché in realtà non c’è più nessun testo da interpretare, qui l’ermeneutica fa cilecca, mostra tutta la propria inanità. Qui c’è un testo che non si dà più come un testo, qui c’è un testo che bara con il lettore e con l’autore, e così facendo mostra che le regole del gioco sono state cambiate durante la partita, e che quindi non c’è più nessun gioco che si gioca, che la partita è finta, è frittura di pesce marcio…

  5. Mariella Bettarini

    Carissime amiche, carissimi amici,

    grazie di cuore, complimenti e vivissimi auguri anche per la Pasqua.

    Un saluto affettuoso da

    Mariella Bettarini

  6. Giuseppe Gallo

    A proposito di “dicibile” e indicibile”, di “poesia post-pop” o “una pop-poesia”. Grazie, Mauro Pierno,per questi tuoi versi:
    “E proprio niente che volge all’imbrunire,
    le spalle arrugginite. Certamente.”

    Pane al pane e vino al vino

    Il Padre cullava l’idea di essere anche poeta.
    Ogni tanto scriveva fiordaliso e poi sorriso.
    Bruma ed aprico, rinfocola e sestante.
    Una volta scrisse asfodèlo senza averne l’immagine negli occhi.
    L’asfodèlo se la preese a male e protestò vivacemente.
    -Perché non dici pane al pane e vino al vino?
    Il Padre, allora, vide Jerry e gli scrisse Figlio sulla fronte.
    Incontrò Mary nel corridoio e le scrisse Moglie sopra i seni.
    Si guardò allo specchio del bagno e scrisse Padre sopra il suo riflesso.
    Quando Jerry si accorse d’essere solo Figlio
    se ne andò di casa a cercare una Moglie per essere Marito e Padre.
    E quando Mary pensò d’essere solo Moglie
    abbandonò la casa per cercare la Figlia ch’era stata
    e trovare la Madre ch’era ancora.
    Così, il Padre, ormai solo e poeta, tornò di fronte allo specchio del bagno,
    inumidì il vetro con il proprio respiro e scrisse la parola Ombra
    sulla sua Ombra.

    Giuseppe Gallo

    • Ci sono delle convergenze che ci fanno OMBRE.
      Ed è proprio questo dire
      che ci fa “Ombre sulle Ombre.”

      Questo scomparire un attimo prima della ripartenza. Quell’intuizione appresa
      é subito dimenticata.

      “Afferrò la prima parola che gli venne a tiro
      e la spiaccicò sul piano della scrivania.”

      https://ridondanze.wordpress.com/2020/04/08/ridondanze-2051-schubert-vs-bellini/

      Grazie GALLO.
      (Per un ascolto in privato…)
      Olé OMBRA.

    • gino rago

      se la poesia “altra” o “nuova”

      – La poesia come prodotto di un progetto culturale, in grado di porre domande senza la pretesa di dare risposte.
      – La poesia come discorso poetico e come presa d’atto e messa in opera dell’assenza.
      – La poesia nell’età della non-poesia.
      – La poesia dopo la fine del ‘900.
      – La poesia nel segno della discontinuità.
      – La poesia verso una nuova ontologia Estetica.
      – La poesia dopo la fine della critica letteraria e dopo l’affievolimento dell’autocoscienza storica del poeta dell’ epigonismo, dell’elegia, dell’io del narcisismo e/o del melanconismo e dell’emozionalismo d’accatto.

      In buona dose trovo l’essenza delle nuove istanze poetiche sopra indicate in versi ben riusciti come questi
      Una volta scrisse asfodèlo senza averne l’immagine negli occhi.
      L’asfodèlo se la prese a male e protestò vivacemente.
      – Perché non dici pane al pane e vino al vino?
      di Pino Gallo, e anche in questi

      Ci sono delle convergenze che ci fanno OMBRE.
      Ed è proprio questo dire
      che ci fa “Ombre sulle Ombre.”

      di Mauro Pierno

    • caro Giuseppe Gallo.

      la tua poesia mi ha fatto venire in mente questa frase di Giorgio Agamben: «il sottouomo deve interessarci assai più del superuomo. Questa infame zona d’irresponsabilità è il nostro primo cerchio, da cui nessuna confessione di responsabilità riuscirà a tirarci fuori»1. La poesia deve andare a sondare ciò che è scritto, come tu scrivi: «Ombra sulla sua Ombra». Che cosa c’è sopra, dietro l’Ombra? Un’altra Ombra. Cosa c’è dietro il fondo? Un altro s-fondo. E così via.

      da http://ariliterature.org/forum/wp-content/uploads/2019/03/AGAMBEN-Quel-che-resta.pdf

      (Giorgio Linguaglossa)

  7. “Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
    Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
    dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento”.

    Di Marina Petrillo. Si noterà che l’articolo “il” giunge al terzo rigo, ed è unico nella terzina. Articoli e aggettivi sono, più che della prosa, portati generici del linguaggio d’uso, o “usofritto” come dice la Colasson. Immune all’effluvio, come assisa sul tripode, Marina Petrillo offre i suoi responsi.
    (Giorgio Linguaglossa parla di “disboscamento del canto”).

    Memorabile il verso:
    “Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano”.

  8. In merito al concetto di «ultimità» (il nostro tempo come ultimo e larvale secondo Agamben) della poesia post-liturgica di Marina Petrillo, esso mette in opera un vero e proprio «disboscamento del canto» attraverso il ritorno del canto che non può più ripercorrere le vie dell’elegia semplicemente perché quest’ultima tiene ancora fermo il ricordo, invece la Petrillo ha dimenticato il ricordo…

    «Il nostro tempo non è nuovo, ma novissimo, cioè ultimo e larvale. Esso si è concepito come poststorico e postmoderno, senza sospettare di consegnarsi così necessariamente a una vita postuma e spettrale, senza immaginare che la vita dello spettro è la condizione più liturgica e impervia, che impone l’osservanza di galatei intransigenti e di litanie feroci, coi suoi vespri e i suoi diluculi, la sua compieta e i suoi uffici. […] Poiché quel che lo spettro con la sua voce bianca argomenta è che, se tutte le città e tutte le lingue d’Europa sopravvivono ormai come fantasmi, solo a chi avrà saputo di questi farsi intimo e familiare, ricompitarne e mandarne a mente le scarne parole e le pietre, potrà forse un giorno riaprirsi quel varco, in cui bruscamente la storia –
    la vita -adempie le sue promesse.»,

    G. Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009

  9. In un’altra casa spingendo carrelli a vapore
    un variopinto dipinto variegato al cioccolato. Senza panna.

    Corresse subito la mira, la stessa ripartenza.
    Suvvia i versi potrebbero misurarsi a metri, non ne avremmo difficoltà di srotolarne i nastri!

    Ho fatto a meno dei decalitri questo sbottò.
    Si portò la mano alla fronte era totalmente sfebbrato.

    A guardarlo non si direbbe. Colavano dal naso alternativamente i gusti cacao e fior di fragola.

    Sono qui a dipingervi! Non potete, non potete ogni volta inventarne
    di nuove e astruse! Questa volta sbatte forte la cella.

    Sulla tavolozza le macchie correvano lungo le arterie, svoltarono,
    Mirò il virus si attenne all’ordine. Misurò la profondità del menù e svenne.

    grazie OMBRA.
    ( una sola avvertenza, ma questo vi è chiaro, questi testi nascono direttamente leggendo i post. Poco male! Altrimenti non esisterebbero.)

  10. Marina Petrillo

    Sono profondamente commossa da tanta cura e saggezza emersa dai commenti. Ognuno apporta elementi indispensabili, unici, alla finale trasmutazione alchemica. Poesia degli elementi in “meditazione attiva e polivocità della parola” come afferma Gino Rago .
    Disboscamento del canto.
    Un piccolo segno prolifera a florilegio. E’ il rientro nel mandala del tempo.
    Grazie,
    Marina Petrillo

  11. I generi letterari non sono poi tanto distanti tra loro, questo si è detto già a chiare lettere nel secolo scorso. Se è vero, come penso, che la prosa possa fare da trampolino di lancio per sconfinare in un verso – quale cambio di percezione, o gestalt – allora bisogna considerare l’importanza di averci una buona prosa, sotto sotto.
    Se poesia è sconfinamento del linguaggio, e sconfinamento ontologico, in quest’ambito non sarà possibile adottare criteri certi – spiegare ciò che si è compreso e, volendo, addivenire a un giudizio. – Ma è possibile se, facendo un passo indietro, prendiamo in considerazione, di un poeta, la sua prosa.
    Discorso e linguaggio, non restano un po’ lì, a distanza e nell’indifferenziata, quasi che l’evento abbia per sua natura qualcosa di miracoloso? A questo punto siamo, nella terra di nessuno… e affamati.

  12. L’evento si è verificato.
    Un virus cento volte più piccolo di un globulo rosso ha preso possesso del mondo e del nostro povero paese e adesso si diverte a punzecchiarlo a suo ghiribizzo mentre personaggi squallidi della politica di cortile: Gallera e Fontana mandano a morte centinaia di persone con la loro insipienza e la loro tetra propaganda elettorale permanente. In questo scenario ho visto su FB poeti che inneggiano le loro poesiole sul coronavirus e sulla Bellezza, mentre un assessore della Lombardia si permette di chiamare il Presidente del Consiglio Conte «pezzo di merda» e dice di voler procedere con le mani a regolare la questione. In tutto questo frangente un poeta di Milano (la città che ha avuto ed ha quasi sei mila morti per Covid19) pubblica un articolo sulla «fine della società letteraria». Ma qui siamo alla fine del mondo, altro che società letteraria e consimili facezie!

  13. Il 73% degli italiani approva l’operato del governo Conte. Logico che gli altri si incarogniscano. Diciamolo pure pacatamente: alcuni di questi finiranno sotto processo.
    Finalmente qualcuno si sta rendendo conto che la “società letteraria”, improntata da ego e falsità, sia alla fine. Viene meno la funzione sociale degli artisti di “distrazione”. Qualcosa di autentico ne verrà fuori?

  14. gino rago

    Libri ricevuti – Invito alla lettura

    Giorgio Linguaglossa, Ponzio Pilato Milano, Mimesis, pp. 150 € 12
    *

    Proviamo a collocare in uno stesso spazio teatrale senza scenografie questi 3 personaggi, Claudia Procla, il sommo sacerdote Caifa, Gaio Lentulo.

    Immaginiamo che dopo pochissimo tempo nello stesso spazio appaiano altri 3 personaggi, Barabba, Ponzio Pilato, il Nazareno (in tanti ancora lo chiamano Jehoshua?), con sullo sfondo
    – la ragione di stato e la politica pagano-imperialistica dei romani,
    – i terroristi zeloti,
    – gli interessi della politica religiosa e della strategia della tensione del popolo ebraico esercitate attraverso il Sinedrio,
    – il terrorismo degli zeloti,
    – il misticismo degli Esseni.

    Se i 6 personaggi si mettono in moto, ognuno dei quali rigidamente fermo sulle proprie posizioni, quale esito finale si potrà ottenere, specialmente se il personaggio cui spetta il definitivo atto decisionale, Ponzio Pilato, alla fine si mostra incapace di scegliere, inadatto a decidere da che parte stare…

    Di quanti “ponzi-pilati” che, chiamati alla scelta non scelgono, lavandosene le mani, è stato ed è pieno il mondo, obbligando la Storia a percorrere sentieri imprevedibili e spesso anche non desiderati?

    Su questo dilemma,degno di riflessioni, ha meditato un autore contemporaneo, Giorgio Linguaglossa, all’interno di un lavoro che potremmo definire un «giallo storico-etico-psicologico», in cui l’autore si accosta a nome di tutti alle indecisioni del procuratore romano della Giudea, Ponzio Pilato, proprio all’acme d’una vicenda destinata a cambiare la storia dell’occidente, con Barabba, alla fine della stessa vicenda, libero di scorrazzare per tutte le contrade, e con l’altro, il Nazareno, invece spinto sulla via della Croce per giungere al Calvario.

    In quello spazio e in quel tempo precisi poteva ancora durare la storia dei Cesari, ma iniziava per sempre la storia dell’uomo.
    *
    Gino Rago
    12 aprile 2020

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