Carlo Livia, Poesie da La prigione celeste, Progetto Cultura, 2020 pp. 140 € 12 Presentazione di Marina Petrillo, Il sogno del viaggiatore nel multiverso

Marino Iotti Acrilico 3

Marino Iotti, Anime gemelle, 2016, 103 x 90, olio su tela

 

In questo libro di Carlo Livia, La prigione celeste, si palesa a traccia il Sogno dell’eterno viaggiatore nel multiverso. Approda a variazioni infinite, sconosciuto alla destinazione intrapresa. Il vaticinio lo accompagna tra voci diuturne interferenti ogni piano di realtà.

“Sono nel sogno sbagliato
perdo pensieri e cado
nell’universo che è la mia zona morta
no sono la mente del Dio oscurato dal programma
sguardo frantumato in miriadi di occhi che si allontanano
o la colpa di esistere nel cuore-tabernacolo
dell’ombra-fanciulla che simula l’essere

Segni di smisurata grandezza attraversano menti artificiali in cui il sacro intercede per sua stessa ammissione. Angeli ribelli rivelati alla luciferina costernazione dell’anima ai primordi dell’essere. Lo sterminio di dei, estingue forse l’antico oracolo in sillabario posto a codice supremo. Non appaiono antefatti alla Realtà. Si sprigionano apocalissi in quotidiana afasia della memoria. Il ricordo dell’Eden tramortisce la coscienza in “bagagli di cenere” e “angeli disossati”.
Nel luogo ove tutto è possibile, l’incesto magnifica l’estremo atto del perdersi. Corridoi bui in cui solo la Madre “varcherà l’istante che fugge. Senza tramonto”.
L’Evento immobile, il signore rotto del tempo, ansima nell’azzurrità del male, assenza di bene. Ieratiche figure, Purgatorio del possibile, attraversano scene morte di un palcoscenico. Teatro dell’assurdo, Beckett atteso tra camere mortuarie del pensiero, luogo in cui gli interrogativi rimandano a metamorfiche assenze. Una piazza ri-creata da anima estatica , sovraesposta all’astratto. Il normale balugina tra scaglie di visioni quotidiane perse allo sguardo. Dickinson esiliata nella regale arte del Nulla Poetico disidratato a merce sacra invenduta . Pandemia celeste declinata a prigione.
“L’assenza divina, sospirando si scopre fanciulla”. L’inquietudine non deterge il trauma, ripetuto in unica liturgia. Spoliazione dall’innocenza, tardiva, non salvifica, poiché nella coniazione di singole parole rivive il dramma di Sisifo. Infinito. “L’ultima volta, ma per sempre”.

Ogni frase è antitesi della precedente. Un rito impossibile e complesso, coitus interruptus dell’umano ingegno. Architettura dell’invisibile volta allo spasmo.
Non lascia tregua il respiro. Si resta desti, insomnia costante visitata da entità, come in un “quadro da cui esce la morte all’indietro”. Tonfo. Ipotesi di vita relegata a supposizione.
Se l’onirico, sottratto al suo martirio , è scenario da cui la morte esce all’indietro, istante cosmico denudato a evento della realtà, ogni accadimento trasfigura in liturgia del Presente. Ad esso prossimi e sconfinanti, in pastorale bulimica viviamo l’anarchia delle schiere celesti. Pietra d’angolo scartata e ricomposta in avversa Gerusalemme , popolata da Angeli caduti, rarefatta stella foriera di destini non del tutto umani.

Se mi baci l’angelo furioso scuote
i sigilli falsi della notte

Se mi trascini nella feritoia celeste
il profumo dell’abisso fa impazzire
gli oscuri guardiani dell’alba

Costringe a sonnambulia, la visione continuamente imposta. “Arancia Meccanica” dell’inconscio: l’uni-multi verso scorre su nastro immortale. Ogni evento sottende al silenzio e l’amore, frantuma in psicosi.
Devianza, il volo dei Cherubini, tra guardiani della soglia, trickster, posti a sigillo di Chronos.
L’amplesso fulgido di anime indecise sul restare o continuare ad amare. Non v’è traccia evidente dell’umano, eppure permane un lascito, dopo l’eternità del gesto.
Luci sacrileghe interconnesse al processo duale: sesso o castità.

Bussò un vecchio che diceva di essere
Dio ma non lo fecero entrare
Poi se ne andò ma ci lasciò la sua tristezza nascosta in fondo
Alla musica come una malattia del cielo

Dovevo assolutamente toccare quelle cosce ma non potevo così
Scappai e mi rifugia in mezzo ai libri sacri

Marino Iotti Acrilico 4

Marino Iotti, Ascesa, 2013, 80 per 40, tecnica mista su tavola.

E’ forse una malattia l’Eterno.
Quando si è in altra dimensione, la dualità perviene a poliformia e il punto di osservazione muta, per cui dalla morte si intravvede la vita. Dal sogno, la realtà. Dalla carnalità, l’estasi. Dall’angelo, il demonio.
Metafisica dell’innocenza tra “belle fontane di musica blu”. “Fra cattedrali nude cerco l’istante in cui sono scomparso”.

“La chiara presenza ha una eternità di venti appesa al collo…un polline d’arcangelo svela “il grande amplesso”.
Big bang iniziale ed iniziatico. Pantheon induista in cui muovono divinità assise ai loro troni. Santuario di insoluta trama. Indugiare marcescente verso l’altare del sonnecchiante custode. Alla fine dei giorni, dopo aver a lungo atteso, nulla verrà rivelato oltre la morte. Kafka muove rapido i suoi passi; indugia la lama nelle carni senza attesa della fine. Nella Colonia Penale del ristoro, ogni peccato imprime suo sigillo.

Un’Eternità nuda piange e rabbrividisce nel salone vacillante

Dal mio cuore fioriscono creature dementi
che divorano la madrina del Paradiso;
ora è in un cielo immobile
accanto al trono vuoto

Fiorisce lo spasmo cognitivo volto ad affermare l’insondabile vuoto. Un trono giacente tra le Rose, a di-svelare la Madre divina in assenza del Figlio. Squarcio non tacitato ma nel sempre speso ad interpretare l’assenza di D_o, la Sua Morte.
Nel nome del silenzio che tutto sovrasta, “non si può nascere ma si può restare innocenti “(Missa Romana- Cristina Campo).
“Due mondi. E io vengo dall’altro” (Diario bizantino-Cristina Campo).

Si apre l’ottavo sigillo, in “Lacrime dall’acquasantiera”. L’apice visionario sposa l’Apocalisse di Giovanni.

La Vergine concepì il candore d’un altro universo, ma il
Testimone lo imbrattò di sangue e di dolore

E’ rimando continuo ai Sacri Testi dal luogo in cui il poeta risiede, non identificabile se non per latitudine estrema. Ciò che permane divinizzato, si adegua alla descrizione del momento : “L’estasi ultramarina si perdeva in confutazioni”.

Quando scomparvi la mia ombra divenne divina,
invano

Lo scrivere trasmuta in un atto di innocenza violata, reiterarsi del rito ancestrale dell’incesto con la Grande Madre del Vuoto Assoluto, con l’aspirante incarnazione della necessità adeguata a virtù, mentre una cosmogonia di assoluta imperfezione non tralascia di esistere.

“…il pensiero sfuggito all’ordine” (Valse triste). Carlo Livia ricrea un nuovo impianto, un Teatro dell’Assurdo, divagazione del focus interiore sui temi centrali della sua poetica, amplificati sino alla dissolvenza. Svanisce ogni cosa su palcoscenico mobile, universo scaturito dalla summa di creature metafisiche interroganti e apostatiche.
Di nuovo: cosmogonia trattenuta a stento da un pensiero che inciampa e riproduce sprazzi, tensioni oniriche, figure estinte che interloquiscono con oggetti surreali . Creazione di dei viventi in un Olimpo dell’ombra.
Nella perdurante Ombra, la catabasi è “Madre (che) varcherà l’istante che fugge. Senza tramonto”.

E’ l’Evento immobile, il signore rotto del tempo

Per analogia, scosso il varco spazio temporale, si entra nell’immobile stasi della visione, come in Böohme, filosofo e mistico luterano, chiamati alla luce di D_o .

E la Madre varcherà l’istante che fugge
Senza tramonto

Il poeta varca ogni soglia. Si smarrisce e fa smarrire il viandante-lettore. Errabondi, si entra in ogni dove, come se tutto tornasse ineluttabilmente su una immagine o creatura- fanciulla angelo madre – in eterno, ma con una deviazione impercettibile che non consente agli eventi , per implacabile traslitterazione, di combaciare mai. Parallasse deviata di decimi di grado che, durante la lettura, incrementano, sino a determinare, nello spazio creatosi, universi paralleli in cui analoghe storie vengono narrate, con personaggi simili ma nominati ex novo in interspazi, sino a divenire irriconoscibili.

In questo tentativo, puramente folle e umile, di entrare, come fanciullo a piedi scalzi, nel limbo della ossessione, lì dove l’umano non scardina il divino e il divino nega l’esistenza all’umano, non si scorge attimo di stasi. Trasumananza, tra parole tronche, frasi de-private della punteggiatura, diluite dal solvente dell’eternità eppure, abbacinate da una invisibilità misteriosa che tradisce l’Impero del Sogno. Libro rosso dell’immaginazione attiva , presentimento del Sé creante
.
Il Sogno svela la realtà che l’idea si lascia molto indietro (l’amato Kafka, di nuovo).

(Marina Petrillo)

Marino Iotti Acrilico 5

Marino Iotti, Giardino, olio su tela, 2019.Copertina di materia redenta.

da: La Prigione celeste di Carlo Livia

Paradiso artificiale

Ieri hanno portato via l’ultimo corpo, in parte già
trasformato in luce, bianco-musica e celeste-silenzio.
Al suo posto è apparsa la macchina che guarisce il pensiero: il dolore è dissolto dal raggio verde, la paura risucchiata dagli specchi.
Sembra che il sistema abbia raggiunto la perfezione,
eliminando ogni sensazione ed emozione o altro elemento di disturbo, solo onde di piacere nelle menti-ricevitori, che le riflettono all’infinito.

sono nel sogno sbagliato raccolgo i miei occhi e cado
nell’universo che è la mia zona morta
no sono la mente del Dio oscurato dal programma sguardo frantumato in miriadi di occhi che si allontanano o la colpa di esistere nel cuore-tabernacolo
dell’ombra-fanciulla che simula l’essere

attenzione: residuali entità antisistema potrebbero sfuggire al controllo delle barriere di filtraggio e mutazione di campo.
Il rischio maggiore è che, introducendosi nelle fasi ricettive, alterino la qualità dei valori di soddisfazione e riproducano perturbamenti e segnali negativi, superflui e nocivi.

ero la ferita del cielo
ero prigioniero della processione di istanti o di maschere ai piedi della candida peccatrice
nella dogana di lune e sospiri dov’erano gettati tutti i
desidèri
sognavo corpi che erano frutti di cieli lontani

cieli spogliati d’ombre malate di parole parole come squarci d’addio nel pensiero aspettavo poi venne il sonno
un macigno di lacrime fra arcate di nubi e quei passanti finti che gridavano
che la mia testa era senza confini

Sembra che permangano visibili tracce di entità non ancora conformi alla codificazione del sistema; occorre approntare al più presto sistemi di identificazione ed eliminazione
totale, per evitare che producano segnali in grado di interferire con l’attività programmata.

Come sono arrivato in fondo a questo precipizio corridoio di domande oscurate
dove sono esposti tutti i miei peccati stella spenta o giuramento tradito trascino pensieri sono bagagli di cenere angeli disossati pendono dalle feritoie da millenni lo stesso luogo di polvere niente più che viva e palpiti
ma la morte è scomparsa o attende fra le porcellane ponte gettato nell’oscurità
tento di raggiungere il mio essere che non sorge e non si estingue
sento l’esterno che non esiste ma ferisce ma non posso sentire l’interno
oceano di fontane spente
sterminio di Dei o di parole allacciate amplesso immobile o folle paradiso paralizzato sogno dell’oscuro Dio scomparso
mani che tentano di forzare la grande serratura celeste dietro cui attende la vergine distesa
che non posso ricordare
È evidente che l’azione di contrasto ha avuto effetto: le tracce di elementi non conformati si fanno sempre più labili ed evanescenti.

lo squarcio, i sogni che sfuggono, e

no, perché quando scompari trascini il peccato per un sentiero scosceso e completamente azzurro,
gridi di aspettare, ma

da quando il tuo regno non è di questo mondo

il tuo sguardo, il profumo del Paradiso,
il silenzio dell’immenso violino che

l’estasi della nuvola sul pendolo del mistero, la veglia delle deliziose lontananze col suo supplizio di corallo,
la tenerezza del crepuscolo appesa al chiavistello
di stelle morte, la visione che aspetta l’ultimo respiro,
il gomitolo delle finestre da
nel freddo della soglia scavata nell’anima

l’attimo resterà

quando risponderai

Marino Iotti Acrilico 2

Marino Iotti, Giardino segreto, olio su tela con inserti polimaterici, 85×135

Sette pause del silenzio in un tempio vuoto

La bambola pazza sferza a sangue la stella che medita.

Il Signore scomparso è una lama di sogno che penetra nel sesso della notte.

Il flauto dell’Enigma perseguita l’universo.

Nella follia degli angeli c’è un incesto di musica
nel peccato del cielo un pianto senza dolore e senza
bambini
nel sonno della folgore un vuoto di pensiero che uccide l’universo.

La nostalgia ammira i suoi gioielli e pensa: il prossimo addio sarà il mio vero amore.

L’ombra del vero si specchia nelle parole e tace a perdifiato.

In piedi sulla grande altalena del Paradiso il mio amore mi chiama, scompare, mi chiama…

Dipinti

Sono una belva dallo sguardo spento. Una belva dipinta sopra una scatola cinese. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra… e così all’infinito. Chi può dirlo. Non ho familiari, né simili. La mia specie si è estinta da millenni. Vivo in una pausa del tempo. In fondo alla strada infelice di De Andrè. In quel nero sono stati commessi atroci delitti. Alcuni sono celebri dipinti, e riposano in cielo coi santi. Altri alloggiano in televisione.
Ho un’unica dea, inesistente. Ogni giorno alle tre appare nei miei sogni. Diventa mia figlia, per amarmi. Poi si suicida. Ma non è un incesto. È un groviglio di piccoli santuari in forma di veliero nella tempesta. Per raggiungere la Signora altissima, inappagabile. Nelle sue stanze risuonano peccati e misteri biondi, celesti, terrificanti. Paradisi perduti, irraggiungibili.
È una carezza dorata, interminabile. Annienta senza uccidere. Senza togliersi le vesti. Come la musica che saliva lenta dai tumuli, in guanti di pioggia triste. Mi prese le mani fissandomi con occhi grigio-azzurri. Io sono fatta così, l’inaudito diventa vero- disse. Niente accade per caso, invano.
Invece giunse quell’assenza, quel dolore di ciechi in delirio che riempiva la calura d’estate. Voli murati. Giardini morti, che vagavano senza trovare l’ingresso dell’anima. E diventavano fanciulle crocifisse al sogno scomparso, implacabile. Viaggi effimeri nelle promesse del glicine. Col cielo basso in cui si scompare senza merito, senza seme.
E i padri bianchi ritornavano dal grande mistero senza parlare, coll’armatura di arpe e flauti ferita dalle domande di Kafka. Accecati dalle donne-praterie, chiedevano un altro giorno, un altro nome. L’altare intermedio, protetto dalla macchina vellutata. La siringa di Per sempre.
Se è vero amore il muro della velocità si piega docilmente – dicono. Ma prima bisogna attraversare il pianto della Madrina. La pietà indurita dagli scheletri. I teleschermi vuoti.
La malattia che ci ha diviso.

Marino Iotti Acrilico 1

Diario, 1996, 150×100, olio su tela

Ad ogni costo

Il tuono morbido spalancò il sogno. Una costola della morte. Varcò lo squarcio e cadde nell’insonnia dell’altro universo.
Una stanza troppo pallida in un’alba malata d’ardesia. Dappertutto c’era quel sesso malato che doveva morire ad ogni costo. E la creatura trasparente, che bruciava cantando.
La sposa era un dolore di flauto. Perseguitava l’universo.
Io aspettavo qualche goccia del suo amore, rinchiuso nell’animale spento. Ma lei era una fotografia lontana: “malinconia sul lungofiume”.
Legato alla colonna di pianto, vedevo passare i tempi missionari. Le comunicande nude, che copiavano la mia follia. Allontanandosi, mi uccidevano lentamente, senza fine.
Tutti si erano gettati nell’aldilà. Solo io esitavo, nell’oscuro cespuglio femminile. Stringevo l’ultimo cielo, la malattia di Schubert.
Ero un violoncello celibe, folle, senza memoria. Gridavo nella folla del mercato: “Lei è così in alto! Come avete potuto uccidere il suo amore? Non sentite questo gelo che cresce? Non vi terrorizza il suo silenzio? Il suo pensiero immobile nell’uragano morto?”
Chitarra bambina (dall’addio delizioso, da cui è appena fuggita la morte): “Se il naufragio ricorda il suo primo nome, se solo un bacio apre il tabernacolo, se il vertice del terrore è la fonte battesimale, se la Dea ha spigoli e farmaci, se l’Eterno ha un angolo rotto, se…”
Davvero credevate di esistere?
Il fatto increscioso è deceduto un’ora fa, fra le cosce supreme!

Evento (nel diaframma)
Il giglio cade alla velocità del prete
Oscurato
Oscurato fino al grido o al germoglio
Lei guarda in alto per rivedere il primo bacio
Il viale proibito ricresce
Nella musica che abolisce il corpo
Poi tutti si strappano l’anima
Per mangiare
Ma lei resta ammanettata al roseo dell’oriente
In quel cielo sonda le mie delizie
L’amore trapassa
“ Se fuori è fango, dentro è l’immacolata spoliazione “ – dice lo Spettro, fatto plastica dalla furia verginale.
Ma il destino si rinchiude nello specchio che annienta i velluti, senza esistere.
Entro nella femmina triste. È un tempo obliquo, matrigno, diserbato. Cresce e consuma i rami del sogno.
Ci sono troppe stelle. La casa morta. Il sole-falco. Il ragno supremo, che sposta l’universo.
Sale nel pensiero-serpente, spogliando paradisi, uragani.
L’uomo esce dall’ombra e si ferma in mezzo alla scena. La macchina pazza esce dalla sua testa, cresce e lo schiaccia ( lui muore e rinasce nel fotogramma oscurato).
Voce fuori scena (abissale, risorta a stento):
“La superbia dell’imene è morta! Ti aspetta nel camerino, col dio che trema in fondo alla Sposa.
Ora sono celeste, aperta, disossata. Ma ho il suo nome, dentro di me. L’amore che cadde e separò gli universi.

Sognami.
Sono la fanciulla improvvisa.
Il bacio profondo mille tabernacoli.
La selva di orologi spenti.
La speranza folle,
come un lampadario sospeso in mezzo al mare.
La fessura piena di morti
gemella della prima luce.”

*

Alla gemella prima luce, Carlo Livia, 

Marina Petrillo

da: materia redenta di Marina Petrillo, Progetto Cultura, 2019

Fui sposa, in abito fetale.
Nel doppio vissi, da ombra di luce attraversata.
Limen rivelato in distillio di tempo
a calco di ignoto cammino.
Abitai dell’Ade l’obliqua ferita,
imene dei molti inganni.
Ad ombra di me indossai il sudario
abitando la solitudine degli Esseri Primi.

da: L’amore trapassa, tratto da Evento (nel diaframma) di Carlo Livia

“La superbia dell’imene è morta! Ti aspetta nel camerino, col dio
che trema in fondo alla Sposa.
Ora sono celeste, aperta, disossata. Ma ho il suo nome, dentro
di me. L’amore che cadde e separò gli universi.
Sognami.
Sono la fanciulla improvvisa.
Il bacio profondo mille tabernacoli.
La selva di orologi spenti.
La speranza folle,
come un lampadario sospeso in mezzo al mare.

La fessura piena di morti
gemella della prima luce.”

Nell’ignoto spazio, ogni cosa è componimento. Interludio vittorioso, dell’insolito tramestio manto, quando sogni trapassano l’imene della notte. Oracolare lento sovrapposto allo sbiadire del verbo incolume al sacro involucro. Parestesia, immobile insetto di cristallina forma; dubbio volatile insorto a universo sconoscente l’interludio dei mondi. Stabilisce ritmo il ricordo di sé su una sedia accidiosa alla calma dell’estate. Non riconosce stagione il limbo: lento catturarsi all’istante.
Aspira alla completezza, misterioso, il tramestio dell’io nel perdurante gesto di una Età dell‘Oro. Turbinante forma accesa tra diapason avvertiti in fessurante linea tramortita dal gelido stridio del risveglio.

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010,  con Progetto Cultura, La prigione celeste 2020.

Marino Iotti nasce a Reggio Emilia nel 1954, e ancora giovanissimo dà inizio a un percorso pittorico che arriverà ad interessare autori come Achille Bonito OlivaClaudio CerritelliFrancesca BaboniGiuseppe BertiMarinella PaderniMassimo Mussini e Sandro Parmiggiani. Apprende le basi tecniche frequentando i corsi che il Prof. Giulio Soriani teneva alla Piccola Accademia di Regina Pacis, e successivamente con lo scultore Ugo Sterpini.

Nel 1978 inizia la sua attività espositiva a Scandiano (RE) con “Studio aperto”, uno studio/galleria che voleva essere punto di incontro e confronto tra gli artisti. Anche se sempre più affascinato dalla pittura aniconica, Iotti dedica una parte dei primi anni Ottanta allo studio della pittura italiana del Novecento. Numerosi sono i ritratti dipinti, dalla forte impronta psicologica, ispirandosi ad artisti come Casorati, Funi, Sironi. Studio che consente all’artista di rafforzare le proprie capacità tecniche. Ma è con artisti come Graham Sutherland e Giacometti, che avviene il graduale passaggio ad un linguaggio dapprima simbolico (con temi quali l’ecologia e l’orrore per la guerra) per passare poi ad una pittura astratto/informale.

Immagine

L’incessante ricerca è il dato che caratterizza tutta l’opera di Marino Iotti; una ricerca continua, mai forzata e sempre in divenire, uno studio appassionato dei sottili equilibri che il colore ed il segno possono ancora trasmettere.

Nell’ultimo decennio inizia la collaborazione con la Saletta Galaverni di Reggio Emilia, dove presenta due personali nel 2004 e nel 2009, e con la Galleria Nickel di Seebruck in Germania, dove espone nel 2002 e nel 2004 più altre mostre collettive.

Altre mostre significative: nel 2002 “Infinite Voci” nella Rocca di Scandiano; nel 2005 “Quel nulla di inesauribile segreto” Chiesa della Madonna a Cast Sotto; nel 2007 “Racconti interiori” Spazio Tadini di Milano; nel 2008 “Nel segno della Natura” Sede del Parco nazionale dello Stelvio – Prato allo Stelvio (Bz); nel 2011 ” Risonanze del Visibile” Chiostri di San Domenico Reggio Emilia, “La complessità del frammento” Galleria Meridiana, Pietrasanta – “Scartches” Galleria Marelia, Bergamo; nel 2012, “90 artisti per una bandiera” Chiostri di San Domenico Reggio Emilia, Palazzo Ducale di Modena, Complesso del Vittoriano, Roma 2013; nel 2014 Triennale di Roma, Galleria 13, Reggio Emilia.

Nel corso degli anni, Marino Iotti ha tenuto numerosi laboratori con bambini di scuole materne comunali della provincia di Reggio Emilia, e con persone affette da disagio mentale. Esperienze stimolanti sia dal punto di vista sociale che da quello creativo.

13 commenti

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13 risposte a “Carlo Livia, Poesie da La prigione celeste, Progetto Cultura, 2020 pp. 140 € 12 Presentazione di Marina Petrillo, Il sogno del viaggiatore nel multiverso

  1. caro Francesco,
    cari amici e interlocutori,

    La peste e la noia. La «zona grigia». L’homo sapiens sapiens dell’Epoca cibernetica

    Viviamo e operiamo in una sorta di «zona grigia» della storia umana.
    Fino all’epoca precedente del Coronavirus vivevamo in una appendice della storia. Pensavamo di vivere nella post-storia, nella storia del Dopo la guerra fredda, in un regime di storialità purtuttavia ancora storica molto diverso dalla dimensione storica dell’epoca precedente. E invece vivevamo nell’epoca della «zona grigia». Non ce ne eravamo accorti se non per lampi e per rapide intuizioni. Si continuava a poetare e a fare arte continuando gli stilemi del tardo novecento, non avevamo alcuna consapevolezza che il mondo era radicalmente cambiato. Si pensava di vivere in un mondo asettico, dove la nostra biologia era separata dalla biologia della vita animale. Le masse erano avvolte da questa nebbia che le accecava.
    Noi lo dicevamo da tempo che non si poteva continuare a vivere e a fare poiesis come avevamo fatto fino all’altro ieri, ma venivamo denigrati come menagrami, e si continuava a poetare alla maniera epigonica, si continuava a fare quadretti decorativi e rassicuranti.

    Poi, improvvisamente, tutto è cambiato, la pandemia del Covid19 ci ha messi di fronte alla nuova cruda realtà, alla cruda realtà della nuda biologia alla quale anche l’homo sapiens appartiene.

    Che cos’è la NOE?, la nuova ontologia estetica? Ecco, io penso che sia la risposta più urgente alla «zona grigia» in cui consiste la nostra esistenza storica e la nostra poiesis. Noi lo ripetiamo da molti anni: la Krisis è la «zona grigia» in cui si presenta il nostro modo di vita nel mondo capitalistico.

    Ci trovavamo da tempo in una «zona grigia» e non ce ne siamo accorti.

    Orban ha detto: «Ci penso io al Coronavirus» e si è preso i «pieni poteri». I nostri politici ciarlatani da circo Togni hanno reclamato e reclamano i «pieni poteri» per risolvere i problemi. Viviamo in un mondo di miracoli e di traumi. Le masse tele mediatiche aspettano l’evento miracolistico. E intanto vivono sotto il trauma di un essere piccolissimo che distribuisce la morte a piacimento.
    Morto Dio si è risvegliato il Signor Satanasso.
    Le masse immunizzate dalla scarlattina della idiozia mediatica vivono da molto tempo una vita di mera sopravvivenza, credono alla balla della diffusione del Covid19 da un laboratorio americano o cinese. Ciarlatani e pseudo intellettuali hanno affermato che si trattava di poco più di una semplice influenza. E intanto si moriva e si muore a centinaia al giorno (adesso a migliaia e domani a decine di migliaia). Le masse credono da sempre ciecamente a complotti inesistenti e ai miracoli. Ondeggiano in preda al panico.
    Un cardinale ciarlatano ha affermato che il Covid19 è stato inviato sulla terra da Dio per punire l’umanità per i peccati del divorzio, dell’aborto, per le libertà sessuali, per le promiscuità sessuali; i «poeti» di regime e gli sciocchi si sono precipitati a scrivere poesie sul Covid19 con annessa lezioncina d’amore e ninne nanne soporifere…
    È questa la «zona grigia» di cui si diceva…

    Scrive Giorgio Agamben:

    «Una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà – non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante – anche se, com’è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”».1

    Io penso invece che una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, gli uomini torneranno a vivere come prima, cioè una vita vegetativa, primitiva, dalla quale è bandita ogni dimensione politica, comunitaria e finanche affettiva, erotica, partecipativa, attiva.
    Non ho speranza alcuna. Ma non ho neanche alcuna dis-peranza.

    Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nel 476 d.C., l’ultimo imperatore di Roma, gli uomini continuarono per almeno un secolo a vivere come prima continuarono a parlare il loro latino infarcito di dialettismi, a fare l’amore, a moltiplicarsi, a odiarsi, a combattersi…
    Poi venne il Medioevo, vennero i secoli bui…

    La mancanza di tempo coincide ed equivale all’eccesso di tempo dell’uomo della rivoluzione cibernetica. Questa mancanza/eccesso così intesa getta l’uomo in uno stato di noia diffusa, richiama l’impossibile libertà dell’uomo dell’epoca cibernetica: ingabbiato nel recinto del proprio immediato presente assoluto l’uomo dell’epoca cibernetica è incapace di rompere le catene biologiche della propria datità, dello spazio vegetativo dove è inscritto a vivere nelle nostre moderne società depoliticizzate, non può costruire se non in questa dimensione di mancanza/eccesso e di noia diffusa che caratterizza il presente assoluto. Il presente assoluto, per istituirsi come tale, ha bisogno dell’oblio assoluto, oblio del passato e del futuro, altrimenti non riuscirebbe a costituirsi quale unica dimensione dell’homo sapiens sapiens. Questa dimensione assoluta e onniavvologente è la situazione emotiva fondamentale che getta l’uomo nella condizione di vivere in un perenne stato di noia, in una «zona grigia» che non gli fa avvertire la noia come malattia in quanto tutto è «grigio», tutto è ridotto al valore di scambio e non si dà altro modo di sortire fuori da questo sortilegio. L’uomo dell’epoca cibernetica è prigioniero del suo sortilegio ed incapace di uscirne. La «noia grigia» è la condizione assoluta per la felicità del sapiens sapiens ridotto al valore di scambio.

    Grazie alla pandemia del Covid19 siamo in presenza di una vera e propria riabilitazione ontologica del simulacro nell’ambito della vita quotidiana e anche nell’ambito dell’economia estetica. La vita quotidiana è già diventata una iconomia, una economia di icone, di simulacri, di immagini. Anche il Covid19 è diventato qualcosa di affine al simulacro. Aleggia, si diffonde ovunque per vie misteriose ed imperscrutabili, un microrganismo fatto di gelatina simile ad un ologramma, ad un simulacro. Il Covid19 è così entrato prepotentemente nel nostro immaginario e nella nostra esistenza quotidiana determinandone ogni singolo atto, sconvolgendo la nostra domesticità, è penetrato nella nostra forma-di-vita determinandone ogni singolo comportamento, inducendoci in paura, angoscia, spavento, noia, orrore, acquiescenza…

    Proprio in virtù di queste considerazioni, possiamo pensare la discontinuità ontologica – che non è mai opposizione dialettica ma differenza assoluta
    – tra l’uomo dell’epoca pre-cibernetica, pensato in quanto Dasein, a cui è concesso un rapporto di ‘libera’ corrispondenza con l’Essere nel tempo, e l’homo sapiens sapiens dell’epoca cibernetica, il quale, incapace di accedere a questo spazio di ‘libertà’, rimane inchiodato alla necessità biologica della sua «nuda vita» continuamente ‘presente’.

    Nella Stimmung della noia diffusa e di superficie che caratterizza l’homo sapiens sapiens, è possibile trovare il punto di massimo contatto tra l’uomo e l’animalità. L’animale è stordito nel suo ambiente, l’uomo è stordito nella noia. Ma si tratta di una noia molto diversa da quella descritta da Moravia nel suo omonimo romanzo (La noia, 1960),* una noia più di superficie, che stordisce il sapiens sapiens ma senza danneggiarlo, perché in fin dei conti è felice della sua posizione nel mondo, felice di non-essere.

    *[“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi versi essa assomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno:la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.”]

    Scrive Agamben:

    «In questo essere ‘consegnato all’ente che si rifiuta’ come primo momento essenziale della noia, si rivela allora la struttura costitutiva di quell’ente – il
    Dasein – per il quale ne va nel suo stesso essere del suostesso essere. Il Dasein può essere inchiodato nella noia all’ente che gli si rifiuta nella sua totalità perché esso è costitutivamente ‘rimesso [überantwortet] al suo proprio essere’, fattiziamente gettato e smarrito nel mondo di cui si prende cura. Ma, proprio per questo, la noia fa apparire alla luce la prossimità inaspettata fra Dasein e l’animale. Il “Dasein” annoiandosi, è consegnato (ausgelifert) a qualcosa che gli si rifiuta, esattamente come l’animale, nel suo stordimento, è esposto (hinausgesetzt) in un non rivelato».2

    «L’uomo ha ormai raggiunto il suo telos storico e non resta altro, per un’umanità ridiventata animale, che la depolicitizzazione delle società umane, attraverso il dispiegamento incondizionato della oikonomia, oppure l’assunzione della stessa vita biologica come compito politico (o piuttosto impolitico) supremo […]. Di fronte a questa eclissi, il solo compito che sembra ancora conservare qualche serietà è la presa incarico e la “gestione integrale” della vita biologica, cioè della stessa animalità dell’uomo».3

    1 https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-riflessioni-sulla-peste
    2 G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, p. 68.
    3 Ibidem p. 79, 80

  2. Se noi ci chiedessimo:

    Quale è il ruolo della responsabilità della poesia di Carlo Livia? dovremmo rispondere che il poeta romano vuole un manufatto che si dis-obbliga da qualsiasi responsabilità. Non è la responsabilità una categoria euristica di questa poesia, forse la categoria caratteristica di questa poesia potrebbe essere quella della dis-propriazione, dell’allontanamento da tutto ciò che ci è prossimo. Inutilmente cerchereste nella poesia di Livia qualcosa che si avvicini al quotidiano o alla cronaca dell’io.

    Sul concetto di responsabilità riporto la disamina di Giorgio Agamben:

    «Il verbo latino spondeo, da cui deriva il nostro termine «responsabilità», significa «portarsi garante per qualcuno (o per sé) di qualcosa di fronte a qualcuno».
    Così, nella promessa di matrimonio, la pronuncia della formula spondeo significava per il padre impegnarsi a dare in moglie al pretendente la propria figlia (che, per questo, era detta sponsa) o a garantire una riparazione se
    questo non avveniva. Nel più antico diritto romano, infatti, l’uso era che un uomo libero potesse costituirsi in ostaggio – cioè in stato di prigionia, di qui il termine obligatio – per garantire la riparazione di un torto o l’adempimento di un obbligo. (Il termine sponsor indicava colui che si sostituiva al reus, promettendo di fornire, in caso d’inadempimento, la prestazione dovuta).
    Il gesto dell’assumere responsabilità è, dunque, genuinamente giuridico e non etico. Esso non esprime nulla di nobile e luminoso, ma semplicemente l’ob-ligarsi, il consegnarsi in prigionia per garantire un debito, in una prospettiva in cui il vincolo giuridico ineriva ancora al corpo del responsabile.

    Come tale, esso è strettamente intrecciato al concetto di culpa che, in senso lato, indica l’imputabilità di un danno (per questo i romani escludevano
    che vi potesse essere colpa rispetto a se stessi: quod quis ex culpa sua damnum sentit, non intelligitur damnum sentire, il danno che ciascuno causa a se stesso per sua colpa non è giuridicamente rilevante).
    Responsabilità e colpa esprimono cioè semplicemente due aspetti dell’imputabilità giuridica e solo in un secondo tempo furono interiorizzati e trasferiti fuori del diritto. Di qui l’insufficienza e l’opacità di ogni dottrina etica
    che pretenda di fondarsi su questi due concetti.»1.

    1 G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz, 1998 Bollati Boringhieri p. 20

  3. Marina Petrillo

    LE ROSSE ALI

    Oggi, nel tornare da un breve giro, alla fermata di un autobus, qualcuno aveva lasciato due ali rosse. Vere e proprie ali della tradizione classica, in genere indossate da angeli o aspiranti tali, ma con piume rosso carminio.
    Lo stupore a volte determina piccole illuminazioni traducibili in sincronicità.
    Le sinapsi attivate esondano dall’argine del quotidiano ed interpretano l’accadimento in altra forma, creando l’evento per noi significativo. L’orizzonte slarga il visibile e si attinge ad una fonte plurima nella quale convergono i più diversi elementi.
    Nel breve tragitto che mi riconduceva a casa, l’associazione tra la visione delle rosse ali e il Pantheon celeste creato a prigione nella silloge poetica di Carlo Livia, è stata immediata.
    Il frangente surreale, ha amplificato l’immaginario, per cui il nesso tra quanto visivamente aveva sollecitato la mia attenzione e il viaggio onirico percorso nel leggere la sua poiesis nei giorni scorsi, hanno vibrato all’unisono. In tale sospensione spazio temporale, ho immaginato i molteplici angeli viventi le sue liriche come creature che hanno dismesso il vestiario angelico ed indossato, per pietas, altri abiti. Carnali guaine non deterse a candore, dove vive il sangue degli innocenti ed i Cieli ambiscono all’azzurrità senza mai raggiungerla.
    Se i tempi descrivono in parabola i sogni congiunti agli incubi degli umani, ‘La prigione celeste‘ abita l’invisibilità con ampie, magnifiche rosse ali.

    A Carlo Livia, con affetto
    Marina Petrillo

  4. gino rago

    Un incontro fecondo, ad elevata tensione linguistica, questo di oggi fra due voci poetiche significative, Marina Petrillo e Carlo Livia, l’una come recensore, l’altro come recensito, cui dedico il mio commento con il messaggio (di logos, di prosodia, di estetica, insomma di ‘poesia’ NOE) rappreso in questi versi:
    Gino Rago
    Sei poeta?

    Strappa l’inutile da ogni manifesto.
    Sfarina il marmo in più per svelare La Pietà.

    Stana del contesto le parole superflue.
    Cosi se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.

    Se esisti tu esiste il mondo intero.
    Se dici: «Sboccia» il fiore sboccerà.

    Se dici: «Maturi ogni frutto»
    per te i frutti lanceranno fiamme

    nel deserto. Sul mare. Nella giungla.
    […]
    Sei poeta? Gira la chiave nella porta del mondo.
    Il mondo si aprirà all’alba che ritorna

    come buriana* in una conchiglia.
    […]
    Sei poeta. Ti tocca tornare.
    Sei l’eco d’una tempesta nel destino di dolore

    d’ogni terra coperta dalla neve.
    Scava te stesso come fossi una zolla.

    Strappa le parole necessarie,
    dalla estremità del tuo mignolo scorrerà un fiume

    gonfio di “verde acqua profonda”.

    *buriana: intensa tempesta breve

    (dalla pagina 44 de I platani sul Tevere diventano betulle,

    Ed. Progetto Cultura, Roma, 2020, pp. 176, E. 12)
    *
    (gino rago)

    • Marina Petrillo

      Un suono posto a meraviglia dell’interrogativo. “Sei poeta?”

      Le parole giungono dall’obliquo cielo trasverso, geometria dell’equilibrio perduto. Sintassi di nuvole divagate a gheriglio di candida noce. Ai piedi dell’orizzonte, ricalca sua gioia una linea fumante, come vapore partorito in caverna odorosa di muschio. Nel precoce interludio al cosmico sole, quando raggi si avvitano a traccia divina e il mondo si alza spossato.
      E’ ora bulbo il pianeta. Il capo in fondo alla terra non mostra infiorescenze ma cova i suoi fiori. Nel respiro , il dolce humus lo nutre. Il ciclo è avviato, terso lo splendore del cielo irradia aerea linfa. Attesa la prima gemma e il profumo che ne verrà.
      Esiste in latenza la sotterranea gioia dei piccoli esseri, chiamati ad accogliere un destino di minuzie, architrave in assenza di gloria. L’aura magnifica il loro respiro inalato a silenzio. Un volo insperato fa loro alzare lo sguardo: una nuvola ansima nella brezza primaverile. L’estate gestatoria approfondirà l’azzurro in luminescenza dorata e le creature non avranno memoria dell’equilibrio instabile, dal loro luogo di appartenenza all’eternità.
      Se il Tempo abita le nostre cellule ad eterno, dissuade il concetto dell’incarnazione dal suo modulo.
      Karma deterge le sue vite in unica esplorazione multiversa e a strepito infinito perpetua la co-presenza sino al Sé divino.
      Il barlume diviene luce che irradia le singole cellule a spaziamento e a nulla perviene l’umana categoria, poiché essa stessa esule tra le dimensioni onnicomprensive del consapevole cammino. Non si cela distanza tra presente passato futuro poiché i singoli fili si intersecano a rendere visibile il passaggio attraverso il Sogno e lo stato di coscienza. Si addiviene dapprima alla sensazione poi ad una memoria ancora satura di oblio.
      Infine, a piccoli sprazzi celati alla mente ma vividi alla coscienza che si serba in ignota memoria.
      Sapremo della scelta compiuta forse in altro spazio, resa vivida su questo piano di esistenza quando, ineluttabile, si manifesterà l’intento al Sé superiore limitrofo.

      Splendidi versi, caro Gino che ampliano in visione. “Sfarina il marmo in più per svelare La Pietà.”
      Ricambio i ringraziamenti a Carlo Livia per avermi consentito l’infinito viaggio nella sua poesia.
      A Giorgio, per i sensibili approfondimenti.

      Marina Petrillo

  5. Grazie infinite a Marina Petrillo per la sua riflessione-ricreazione lirica dei testi, sfolgorante e vertiginosa, come sempre.

    La sua scrittura esemplifica la connotazione di “complicazione”, che il capo scuola dei formalisti russi, Viktor Slovskji, riferiva alla poesia, come indugio, protrarsi e approfondirsi dell’attenzione e del godimento estetico.
    La mia, al contrario, è un esempio, di “straniamento”, un tentare di svincolarsi dalle stereotipie del linguaggio convenzionale, per ritrovare la verità dell’ente.

    La domande di Giorgio sulla “responsabilità mi sembra rilevante. Platone stigmatizza e bandisce la poesia di questo tipo, illusoria e antieducativa, perché rappresenta fantasmi anziché realtà.

    Ma, almeno dalla metà dell’ottocento , è l’unica arma di salvezza contro alienazione, mercificazione, disumanizzazione. Tenta, nella dimensione onirica, di ritrovare il Sacro.

    Qui regna la confusione dei codici, la dissoluzione delle forme, norme estetiche, assiologie. L’umanità l’ha confinata da millenni nei miti religiosi e pagani, per neutralizzarne l’entropia, la virulenza etica, il caos che disgrega forme e strategie culturali. Perché avventurarsi in quel mondo di tenebra?

    Forse perché vi apparteniamo, vive dentro di noi, è l’intrascendibile confine, alimento e origine del nostro universo psico -emotivo. Prova e testimonianza della nostra origine trascendente, non addomesticabile, dell’esilio dal Regno che non abbiamo mai perduto (“Quaggiù non mi sono mai sentita a casa” E. Dickinson).

    Rappresentarlo significa sovvertire la relazione fra segni e codici: mentre nel linguaggio convenzionale i segni sono subordinati alle norme sintattiche, che ne determinano la semantica, nel linguaggio poetico, o musicale, sono i segni ( suoni, fonemi, icone, frammenti narrativi ) a imporre il senso, svincolandosi da ermeneutiche riduttive, monovalenti, confinate in norme immutabili, artificiali.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/04/carlo-livia-poesie-da-la-prigione-celeste-progetto-cultura-2020-pp-140-e-12-presentazione-di-marina-petrillo-il-sogno-del-viaggiatore-nel-multiverso/comment-page-1/#comment-63485
    Il Noggetto [ Nobjekt ] nella poesia di Carlo Livia

    Noto una sorprendente analogia tra la speculazione di Sloterdijk e la poesia di Carlo Livia; in particolare Livia tratta le immagini e le figure della sua poesia come «noggetti», i quali risultano privi del requisito della oggettità, sembrano piuttosto membrane, icone umbratili di surrogati oggettuali che aleggiano in un non-spazio e in un non-tempo, in una sostanza de-storicizzata, in una sostanza albume che contiene al suo interno un io de-soggettivizzato, ridotto a esposizione larvale, astoricamente indeterminato e indefinito. Si tratta di immagini fetali, che vivono e aleggiano in un liquido amniotico che sconosce la temporalità e la storicità degli umani. In questo albume aleggiano, spumeggiano e ondeggiano immagini e icone della lontananza iperborea: angeli serici, fanciulle albine, donne de-femminilizzate e de-sessualizzate… un universo che sembra partorito dal delirio di un dio minore che è stato oscurato e vampirizzato…

    «Noggetti: Si tratta di co-realtà che, con una modalità che non prevede confronto, aleggiano come creature della vicinanza, nel senso letterale del termine, davanti a un sé che non sta loro di fronte: trattasi precisamente del pre-soggetto fetale».1

    Il primo Noggetto [Nobjekt] di cui Sloterdijk tratta è la madre, da intendersi come ricettacolo d’intimità, come spazio interno che già dal momento in cui vi è il concepimento ci fa essere-in-situazione: proto-ambiente,immagine e ricordo ancestrale, che pone l’uomo nella condizione di essere influenzato dall’inclusione materiale entro coordinate spaziali concrete. E questo co-originariamente al suo formarsi: l’uomo viene all’essere nello spazio, l’inclusione-in è la caratteristica psichico-semantica originaria diuna soggettività che ancora non è tale. Il noggetto, per Sloterdijk,rappresenta un punto di partenza fondamentale e un momento di rottura con importanti tradizioni filosofiche: innanzitutto quella che lega originariamente, innanzitutto e per lo più, l’essere alla determinazione temporale. Secondo Sloterdijk il noggetto (e, successivamente, il soggetto) precipuamente è-in-uno-spazio: e ciò quando ancora un tempo propriamente detto non esiste (vale a dire prima dell’evento della soggettivazione per eccellenza, la nascita). Sloterdijk con questo concetto pone le basi (a livello di antropologia fisica e filosofica) di quella che sarà tutta la sua teoria del soggetto successiva. Il termine “noggetto” porta in sé il rifiuto della terminologia filosofica e metafisica classica: nella sua formulazione risulta evidente il distacco dalla bipartizione soggetto/oggetto fulcro dell’ontologia occidentale. Sloterdijk prepone lo stadio del noggetto a quello dell’individuazione (i noggetti sono realtà che, pur non essendo meri oggetti, non sono ancora soggetti), e questo in polemica con la tradizione freudiana: a Freud Sloterdijk rimprovera la fissazione all’oggetto che, asuo parere, caratterizzerebbe i tre stadi di formazione (sessuale) dell’individualità: orale, anale, genitale. Secondo Sloterdijk le “esperienze”(se di esperienze si può parlare nel caso di non-ancora-soggetti) decisive per la formazione della soggettività precedono e non seguono la nascita. Sono esperienze mediali, di rapporto, intenzionali: si creano in un “tra”, in una “situazione”. A questo va ad aggiungersi il fatto che la relazione all’oggetto, nelle non-relazioni noggettuali, è sospesa dalla mancanza di un soggetto propriamente detto.

    1 P., Sloterdijk, Nicht gerettet. Versuche nach Heidegger, Suhrkamp, Frankfurt am Main,2001. Trad. it. Non siamo ancora stati salvati, Bompiani, Milano, 2004 p. 298

  7. BEATRICE E IL MORBO

    A Marina, con affetto

    Immobile amplesso d’incenso, dal muto ordine verticale

    Alla fine basta una fiala d’insonnia. Un battesimo mediorientale
    E le salme arrancano verso un fiume che ha un occhio spalancato
    -Quanto amiamo la morte!- gridano le donne sul greto

    Lei chiama pazza dal ripostiglio. -Ci attraversiamo come angoli di lutto. Ma la moltitudine trabocca.
    Per amore dilato i confini del sax, fino a quel delirio vegetale

    L’Utero nero dorme sull’erba. Una dea piena di spigoli e farmaci
    L’artefice capovolto esce dallo specchio zoppicando. – Amare ora questa muraglia che tace, atterrita

    Il pendolo ha il mio volto, l’enigma nudo. Dice incendio, veliero senza destino
    Tumulto dei templi sottili. – Torniamo a casa del Padre. In quale veste si offre la Sposa?

    Sposteremo questi macigni – l’ultimo viaggio non è possibile. La musica non smette

    Ad ogni curva di violino
    la morte ridiventa rosa

  8. Angelo Bruno

    Vi propongo una provocazione chiarificatrice: la poetica di Carlo Livia non è sua.
    L’autore in questa poetica dello “straniamento” non esiste. Di più, non sembra possibile che esista come “la mente del Dio oscurato dal programma sguardo frantumato in miriadi di occhi che si allontanano”, l’autore non esiste più. È così lontano da quello il cui sguardo saltava volando oltre la siepe “che da tanta parte dell’orizzonte il guardo esclude” e si perdeva.
    In Carlo Livia quel perdersi diventa dispersione dell’io, dello sguardo sul mondo non-mondo, dell’universo multi-verso, non esiste più l’uomo che osserva la realtà e ne scrive. Non esiste neppure una realtà che plasma o incide l’anima che sente e scrive.
    Come la realtà era stata già superata dal surrealismo, nella poetica di Carlo Livia si perde anche il concetto di autore, quello di visione. Impossibile, a mio avviso, parlare di responsabilità con riguardo a questo percorso artistico e creativo. Impossibile parlare di civiltà, di progresso, di citazioni o indovinare quale sarà il prossimo approdo della sua poetica.
    L’autore non è umano. È disgregato, sparpagliato nell’allontanamento metrico di infiniti universi. È l’uomo nicciano che dopo il crepuscolo degli dei, è diventato l’enorme idolo di sé stesso, un idolo così enorme e potente da finire con l’esplodere e disgregare sé stesso e la sua identità. Così polverizzato è stato disperso tra le stelle.
    La parte umana non esiste più, negli infiniti universi in cui è disperso quell’uomo-angelo non c’è visione politica, operosità o cautela del buon padre di famiglia. Anzi non c’è neppure famiglia. Rimango però nei ricordi dell’autore-angelo polverizzato i simulacri delle grandi idee, come divinità che si aggirano tra le rovine di un mondo solo sognato: sono l’amore, la fede, la speranza, la disperazione… ma non sono i sentimenti che prova un uomo ma il ricordo di quelli che provava l’angelo esiliato.
    Nella poetica di Carlo Livia ogni frammento di quell’essere sente, soffre, sogna e di dispera in altrettanti universi, regalandoci immagini desolanti e terrorizzanti ma anche di una bellezza assoluta, un’estetica rigorosa e anarchica ad un tempo (assenza di riferimenti a partire dalla punteggiatura) che sembra l’unica certezza, l’unica chiave per trovare una continuità nell’opera di Carlo. Giungono infatti labili, come le onde di un lago che impercettibilmente si muove, le assonanze con alcune opere precedenti come “La Cerimonia” o “l’Addio incessante”.
    E tuttavia si ha la sensazione che la sua poetica sia una sorta di goccia di mercurio che vagando in universi fluttuanti, dimenticati o mai esistiti, tra stelle e polvere di pianeti ormai distrutti, recuperi qua e là parti di sé e si accresca fino a diventare enorme… ma in questa crescita non perde il suo procedere anarchico, incontrollabile, io credo, neppure dallo stesso autore.
    Chiudo con dei versi di Carlo che mi hanno commosso.

    L’amore che cadde e separò gli universi.
    Sognami.
    Sono la fanciulla improvvisa.
    Il bacio profondo mille tabernacoli.
    La selva di orologi spenti.
    La speranza folle,
    come un lampadario sospeso in mezzo al mare
    ”.

  9. … è attraverso la luce che noi vediamo le cose, ma noi non vediamo la luce, o meglio noi vediamo la luce indirettamente attraverso la visione delle cose, la luce è invisibile.

  10. Il filosofo Massimo Cacciari – Intervista di Nicola Mirenzi
    all’HuffPost:

    “Solo un irresponsabile può avere l’animo sereno in un momento così. In queste condizioni. Il governo non è stato ancora capace di articolare un discorso oltre lo state-tutti-a-casa. Io capisco i medici: è il loro mestiere. Il lavoro dei politici è diverso. Cosa stanno aspettando a darci un piano per la ripresa?”

    Massimo Cacciari:

    La condizione è instabile: “Leggo malissimo, scrivo con difficoltà, non mi concentro. È una situazione angosciante. Lasci stare le puttanate che raccontano i nani e i ballerini della televisione. Chi può stare bene a casa? Che fantasie idiote sono mai queste? Solo un irresponsabile può avere l’animo sereno in un momento così. In queste condizioni, la casa è un inferno”.
    Il filosofo Massimo Cacciari non è uno di quelli che l’hanno presa con filosofia. Anzi, detesta l’idea del pensiero addolcito in caramelle di saggezza da regalare a grandi e piccini per tranquillizzare le loro notti insonni. In più, appena timidamente accenni alle meditazioni sulla pandemia che stanno facendo alcuni suoi colleghi, per i quali il mercato non sarà più come prima, nemmeno lo stato sarà più come prima, sapessi poi l’uomo, e la donna, e le relazioni, e la natura, mette subito le cose in chiaro:

    “Senta, non ho nessuna voglia di far filosofia. Intesi? Questo è proprio un vizio da intellettuali alla moda: prendere qualsiasi cosa accada nel mondo e interpretarlo come una svolta della storia; immaginare cumuli di macerie ovunque e salirci sopra per annunciare che ‘è finito questo’, ‘è finito quello’, compiacendosi di essere i primi esegeti di una svolta epocale. Per carità”.

    Per orientarsi nell’avvenire, Cacciari srotola nella conversazione la mappa del presente:

    “La storia non ha fini. Non ci attende la terra promessa, né il suo rovescio, che è la catastrofe. Questa crisi irrompe nel mezzo di un processo già in atto da tempo e ne accelera straordinariamente i tempi. Aumenta la velocità con cui il sistema tecnico-scientifico si muove verso il centro della scena del mondo, liquidando la funzione preminente della politica e riducendo la spazio dell’autonomia del politico. La tecnica e la politica diventano un tutt’uno. Non si può dare l’una senza l’altra. Basta guardare come stanno gestendo la crisi tutti i Paesi del mondo. I capi di stato e gli scienziati: gli uni accanto agli altri”.

    Tutto è fermo tranne che la storia?

    C’è chi pensa che l’arresto a cui ci ha obbligati il contagio sia un punto di svolta che può rifondare tutto, farci tornare sui nostri passi, immaginare un altro mondo possibile, costruire tutto daccapo. È un’illusione ottica. Siamo noi che ci siamo fermati, non i processi dentro cui siamo immersi da anni.

    Non c’è niente di traumatico?

    Il trauma è un evento imprevedibile che ci tormenta ripetendosi nell’inconscio. Un contagio globale, invece, era nell’ordine del possibile. E, soprattutto, non è un incubo. È la realtà. Per comprendere il capitalismo, è più utile leggere Schumpeter che Freud. Il capitalismo è crisi. È distruzione e creazione. È contraddizione: discontinuità nella continuità. È conflitto. Salti improvvisi, movimenti forsennati, squilibrio. Non ha niente della serena linea retta con cui molti si figurano il movimento della storia.

    Lo potremmo paragonare all’11 settembre?

    Non è un evento che va letto nel breve periodo: la paura di prendere l’aereo, come accadde allora, oppure la paura di avvicinarsi all’altro, come dicono alcuni ora. Ci sarà una strepitosa accelerazione verso il capitalismo politico e una riduzione ai minimi termini degli spazi di rappresentanza della democrazia tradizionale. Se i nostri sistemi liberali non saranno capaci di salire all’altezza delle sfide di questo tempo, riorganizzando la propria vita completamente, la pagheranno cara. Lo stato d’eccezione permanente spinge verso il decisionismo. Il modello cinese si potrebbe imporre su scala mondiale.

    Può cambiare il segno della globalizzazione?

    È un’ipotesi realistica. La globalizzazione è nata sotto la spinta degli Stati Uniti d’America. Oggi la Cina può diventare la nuova protagonista. È l’unico paese che si trova nella posizione di mettere in campo un colossale piano di ristrutturazione. Possiede parte del debito americano, e del nostro. Viceversa, nessun paese occidentale controlla il debito cinese. Ecco perché potremmo assistere a una grande svolta geopolitica.

    Perché usa il condizionale?

    Perché la partita è aperta. I capitalismi politici sono diversi. C’è quello cinese, quello russo, quello americano. I caratteri sono molteplici. La competizione tra loro, violenta. La crisi accelererà anche il confronto tra di essi. Capiremo quali tra questi spazi imperiali ha le armi per affermarsi.

    L’Europa è fuori gioco?

    L’Europa è un microbo in questo scenario planetario. Il fatto che nemmeno di fronte a una situazione del genere abbia trovato la forza di reagire in maniera unitaria – dopo l’avvertimento della crisi dei debiti sovrani e dopo l’allarme della crisi migratoria – dimostra che non ha più cervello. L’Europa che si aggrappa alla difesa dell’avanzo commerciale tedesco, oppure all’autonomia di uno stato semi canaglia come l’Olanda, uscirà dalla crisi in una posizione ancora più subalterna, e si candida ad affidarsi alla benevolenza di questo o quell’altro impero.

    Vacilla anche il suo europeismo?

    Se le cose continueranno ad andare così, sarò costretto anch’io a piangere sulle mie giovanili utopie e metterci una croce sopra.

    Ma allora perché ha giocato tutti i suoi risparmi su Conte, che è uno dei più deboli nella debole Europa?
    Perché se Conte fallisse, perderei comunque tutto. Il paese si sfascerebbe. Andremmo a nuove elezioni. Lo spread schizzerebbe a seicento punti percentuali. Esploderebbero conflitti sociali laceranti. Ecco l’illusione di Renzi e Salvini: credere che sia il momento di tirar fuori Draghi. Sono fuori tempo. I Draghi nascono dalla catastrofe di questo governo e da un appello disperato di Mattarella. Ora, è il momento di prepararci a una manovra finanziaria tremenda, sul modello di quella fatta da Giuliano Amato negli anni novanta. Se non saremo in grado di farla, senza casini, franerà tutto.

    Riaprire potrebbe aiutare?

    Il governo non è stato ancora capace di articolare un discorso oltre lo state-tutti-a-casa. Io capisco i medici: è il loro mestiere. Il lavoro dei politici, però, è diverso. Dovrebbero disegnare uno scenario. Dire: “Adesso la situazione è questa. Ma noi abbiamo un piano per la ripresa. O, almeno, ci stiamo lavorando. Le modalità saranno le seguenti. Prima partirà questo. Poi, quello. Ovviamente, con tutte le misure di sicurezza necessarie”. Un paese non può sopravvivere a lungo se rimane chiuso. È la realtà. Si muore di coronavirus. Ma senza lavoro mi posso ammazzare. Cosa stiamo aspettando? Che non ci sia più un contagiato? Un morto? Che le rianimazioni siano vuote? Qual è l’orizzonte? Ecco cosa non è chiaro.

    C’è chi ha detto che si è ricomposta la frattura tra popolo ed élite.

    Che barzelletta è mai questa? È naturale che nella bufera ci sia affidi al comandante in capo. Ma lei pensa che gli italiani abbiano ritrovato improvvisamente la fiducia nella politica? Obbediscono perché glielo dicono i medici. Appena la situazione cambierà, anche solo di una virgola, quando i problemi saranno di nuovo di scelta politica ed economica, vedrà come tornerà lo scontro, vedrà.

    Lei dov’è, ora?
    A Milano.

    Allora non ha potuto vedere il mare di nuovo blu della sua Venezia.

    Però ho potuto sentire quelli che lo raccontano sospirando, e vorrebbero che la città fosse sempre così.

    E cosa ne pensa?

    Che, come vede, non c’è nessuna rottura nella storia. Le teste di cazzo sono rimaste proprio uguali, identiche a com’erano prima del Coronavirus.

  11. Carlo Livia è nel solco del surrealismo. Per quanto mi è dato sapere i surrealisti sono un genere di persone, una comunità, un popolo irriducibile, le cui origini mi sa che si perdono nella notte die tempi. Lo so, ho avuto diversi amici surrealisti, so come la pensano: con Breton, il surrealismo è un modo di vivere, non solo una tendenza artistica. Non li capisco, i surrealisti, ma li rispetto. Anzi, li amo. Poi Carlo Livia sta facendo una operazioncina interessante: ha appreso da Tranströmer come ottenere poesia da una prosa semplice – cosa non da tutti, perché non tutti hanno in dono una prosa accettabile. Il verso poetico può confondere le acque, specie nella brevità, ma se ci fosse un prosa scadente la si sentirebbe comunque.

    Tranströmer esordisce da poeta surrealista, le sue metafore si reggono grazie a quella sponda. Io non capisco il surrealismo, a dire la verità, nemmeno tento di capirlo; metafore come “Il flauto dell’Enigma perseguita l’universo”non mi affascinano. Le trovo manierate, perfino prevedibili. Per potermi sorprendere, un poeta surrealista deve fare i salti mortali! Ma più ne fa, meno mi interessa. Però Tranströmer c’è, calato nell’universo ovattato e onirico, ma c’è.
    Ma Carlo Livia è bravo. In questi anni di frequentazione con L’Ombra delle parole ho osservato i suoi cambiamenti, di giorno in giorno, come me e, penso, come noi tutti, Giorgio Linguaglossa compreso. Ne sono contentissimo. Porto pazienza per quei tabernacoli, vergini, paradiso, peccato, il senso di colpa tutto cattolico che impregna queste poesie. I poeti amano la propria devianza. Se ne servono.

    Per il cuore non ha importanza, una ragazza o il sistema mondiale. Non c’è alcuna differenza. Se non si capisce questo, nulla cambierà mai. Dante attraversò il giudizio della storia per rincorrere Beatrice. Perciò lascerei le polemiche agli intemperanti, nostalgici dell’impegno civile. Non siamo tutti così, non siamo tutti uguali. Per me più che sufficiente dare esempio di libertà. Poi, senza libertà non si fa ricerca. Oddio, non è che i poeti facciano ricerca, i poeti affermano affermano sempre.

    Molto interessanti e belle le opere di Marino Iotti. Personalissima interpretazione della pittura informale. Ogni immagine un racconto. Molti gli spazi, il vuoto ovunque, narrato con perpendicolari dettate forse da spatola. Quel vuoto a me ricorda la narrazione visiva di Osvaldo Licini, che ho nel cuore.

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