Il Coronavirus nella poesia di oggi, La zona grigia, Pensare la zona grigia è compito del pensiero, Poesie di Dante Alighieri, Tomas Tranströmer, Giuseppe Talìa, Marina Petrillo, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, La Gioconda

Lucio Mayoor Tosi La Gioconda

[Lucio Mayoor Tosi, La Gioconda, immagine al computer, 2010 – Tra l’Australopithecus (oltre 3 milioni di anni fa) e l’Homo sapiens (circa 130 mila anni fa) da cui deriviamo, si situa la storia dell’Homo sapiens, in cui “Homo” è il nome del genere, “Homo sapiens” è il nome della specie dove “sapiens” è l’aggettivo specifico. Oggi, nel 2020, un organismo non vivente, un insieme di molecole, un cosiddetto, «decompositore», il Covid19, si è insediato nell’habitat dell’uomo. Suo compito precipuo è la trasformazione della materia organica in materia inorganica. In ciò segue un preciso ordito della Natura. La Natura agisce da equilibratore delle distorsioni indotte in essa dal Fattore antropico… Forse un giorno un altro micidiale virus verrà  a completare l’opera del Covid19 e coopererà per far regredire l’Homo sapiens a Scimpanzè. Così, con la sparizione del Fattore antropico, la Natura ristabilirà l’equilibrio degli ecosistemi e continuerà a governare sul pianeta terra  per i prossimi milioni di anni…]
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«Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1989, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1979 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2011»1.
A questi eventi io ci aggiungerei la pandemia del Covid19 in tutto il globo. Un fatto impreveduto e imprevedibile dentro il quale ci troviamo tuttora. Dal nostro punto di vista interno vediamo con timore e tremore che il «mondo di domani» non sarà più come il «mondo di ieri»; la Unione Europea si sta sgretolando, la questione dei coronabond divide l’Unione tra i paesi del Nord, ricchi e forti, e i paesi del Sud, poveri e deboli. All’esterno, ad est, Putin già prepara la forchetta e il coltello per sedersi al tavolo della ex Europa; ad ovest Trump brinda perché non avrà più davanti a sé un temibile competitor come l’Euro ma tanti staterelli divisi e conflittuali; più in là la Grande Cina con il suo disegno di dominio dell’economia mondiale con la via della seta.
Vista dall’interno, la grande cultura europea sembra non dare segni di vitalità. Sì, ci sono singoli pensatori: Michel Onfray in Francia, Agamben e Cacciari in Italia, nella repubblica ceca poeti Petr Kral e Michal Ajvaz… insomma, la grande cultura europea se c’è non ha più nessuna influenza sugli eventi. Orban in Uhgheria ha ottenuto pieni poteri e, di fatto, è un dittatore; il nostro Salvini ha già chiesto «pieni poteri» (e non è escluso che riesca a conseguirli); l’Inghilterra è uscita dalla Unione Europea con il suo primo ministro che dichiara tranquillamente agli inglesi «preparatevi a perdere i vostri cari».
E in Italia? Cosa hanno da dire i poeti in Italia? Giuseppe Conte invoca il «Bello» (si sottintende delle sue poesie), Maurizio Cucchi scrive un trafiletto sulla «scomparsa della società letteraria», gli altri tacciono o mettono I like su Facebook. Non v’è chi non veda l’anacronismo tra la gravità della crisi del mondo e le proposte dei letterati. Nessuno sembra avvertire la gravità degli eventi. Si continua a pubblicare libri implausibili se non allarmanti per la loro irrisorietà. Di fronte a tutto questo, la nuova ontologia estetica aveva acceso da anni i suoi riflettori sulla gravità e inevitabilità della Crisi. Adesso, l’emergenza gravissima del Coronavirus ha reso visibile l’iceberg in tutta la sua monumentale entità. Non c’è più tempo per rallegrarci. Il Titanic nel quale siamo imbarcati ci sta andando a sbattere.
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1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 5
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Per tornare alla poesia il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» del reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè che assume come incontrovertibile che le parole siano libere rispetto alle cose. Partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1
Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Maurizio Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 La poesia del post-minimalismo, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite Magrelli, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico il quale non corrisponderebbe più ad un valore veritativo (il discorso sullo statuto di verità del discorso poetico») ma ad un discorso liberato da qualsiasi contenuto veritativo in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.
La poesia del post-minimalismo riassume questo percorso di una parte della cultura poetica del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.
Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3]
Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.
Caro Gino Rago,
quando «i platani sul Tevere diventeranno betulle», saremo già nell’epoca del totalitarismo. Tu lo avevi già previsto. Quando la pandemia sarà terminata il capitalismo continuerà a esistere, e sarà ancora più aggressivo.
Il Covid19 ha sostituito la ragione. È possibile che anche in Occidente arrivi lo Stato di polizia digitale in stile cinese. Non credo che il neoliberalismo come modello economico sia in crisi. È probabile che lo shock causato dal Covid19 determini in Europa un regime di polizia digitale come quello cinese. Già Giorgio Agamben ci ha ammonito del pericolo che lo stato d’eccezione diventerà la situazione normale delle future democrazie illiberali. Il Covid19 non sconfiggerà il capitalismo, anzi lo rafforzerà. Il virus ci rende deboli e fragili, ci isola ed esaspera gli egoismi e gli individualismi, i populismi e i sovranismi. Nello stato della «nuda vita» agambeniana ognuno si preoccuperà della propria sopravvivenza. La solidarietà sarà una parola del passato. L’uguaglianza dello stato di diritto anche.
Il filosofo «Žižek afferma che il virus ha assestato un colpo mortale al capitalismo, ed evoca i fantasmi di un oscuro comunismo. Crede anche che il virus possa far cadere il regime cinese. Žižek si sbaglia. Non succederà niente di tutto ciò.» Condivido l’analisi del filosofo cinese Byung-Chul-Han. La Cina spaccia il suo Stato di polizia digitale come la soluzione della pandemia, esibirà la superiorità del suo sistema rispetto a quello delle democrazie dell’Europa. Idem Putin il quale ha dichiarato più volte che le democrazie liberali dell’Europa sono in disfacimento.
(Giorgio Linguaglossa)
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1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
2] Ibidem
3] Ibidem p. 115,116

Giuseppe Talìa

La poesia del dopo COVID-19.

Riguardo al Nostro Giuseppe Conte, poeta, che nel tempo ha invocato gli dei e che continua, dopo aver preso un abbaglio clamoroso scambiando un modesto video montaggio di un’agenzia di propaganda per un’immagine reale della prima guerra mondiale, non ce lo dimentichiamo, ricordiamo questa sestina cattiva da La Musa Last Minute, Progetto Cultura, Roma 2018.

Giuseppe Conte

Né ferite né fioriture sono possibili
Lo dice il telegiornale non stop h24
E alla tavola rotonda che fu di re Artù
Si siedono ora tredici famiglie del gruppo
Bilderberg a cui importa solo il think tank
Della Parca parcheggiata nell’Economia

 

 

Tomas Tranströmer

Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
come una pista da pattinaggio abbandonata.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

Un esempio indiscutibile di come sia mutata la percezione del mondo dell’uomo contemporaneo. Il quale guarda le cose con sguardo diretto, e non vede niente. Infatti, il poeta svedese impiega sempre lo stile nominale, chiama subito le cose in causa e, in tal modo, causa le cose, le nomina, dà loro un nome. Entra subito per la via sintattica più breve dentro la cosa da dire. Perché nel mondo totalmente oscurato non c’è più tempo da perdere. Nel mondo degli ologrammi penduli non c’è più spazio per gli argomenti in pro della colonna sonora. Nel mondo totalmente oscurato chi parla di Bellezza non sa che cosa dice, o è un imbonitore o è un falsario. Oggi il miglior modo per concludere una poesia è: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.» Chiudere. Chiudere le finestre. Chiudere le porte. Sbarrare gli ingressi. Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.»

Il problema dell’Aufgabe des Denkens come oltrepassamento del nichilismo e preparazione di una nuova dedizione – si configura ora come problema dell’aporetico oltrepassamento del principio di non contraddizione. Questo il tremendo compito assegnato da Heidegger al pensiero filosofico – che il pensiero deve assumere per affermare la sua attività ed autonomia. Solo nel segno di questo compito, solo nella ricerca di una giusta esperienza dell’origine si apre per l’uomo la possibilità di una vita autenticamente etica:
«Ethos significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo e, così avvenendo, soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene all’uomo nella sua essenza. (…) Ora, se in conformità al significato fondamentale della parola ethos, il termine «etica» vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere come l’elemento iniziale dell’uomo in quanto e-sistente è già in sé l’etica originaria».1

La ricerca di questa etica originaria si cela nella tensione dell’Aufgabe des Denkens: il pensiero dell’essenza dell’essere come Léthe definisce il luogo, lo spazio aperto entro cui l’essenza dell’uomo trova il suo soggiorno. L’illuminazione di questo luogo essenziale è il compito del pensiero. Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. Solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere com-presi nella nostra più vera essenza.
Se intendiamo in senso post-moderno (e quindi post-metafisico) la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il discorso poetico nella forma del polittico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, magari solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.”

(Giorgio Linguaglossa)

E’ incredibile come la quartina di Tranströmer, con quel finale:

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

corrisponda alla nostra situazione quotidiana, prigionieri all’interno delle nostre abitazioni, con tutte le porte e le finestre chiuse a causa del virus Covid19.

 (Marie Laure Colasson)

Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 1
K. invia il Signor F. sulla terra con una minuscola teca

K. sfregò uno zolfanello sul muro e accese il sigaro.
Il suo occhio di vetro sembrava osservarmi.

Poi accese il fuoco, ci mise sopra un bricco il quale cominciò a tossire.
Uscì fuori una figura di fumo che si contorceva.

«Ecco, questo è il Signor F.» disse K. «È una persona ragionevole,
con lui si possono fare ottimi affari…».
«Sa, è stato per tanto tempo nell’aldilà. Adesso però è stato dichiarato innocente.
E per questo riabilitato e restituito al pianeta Terra,
tra gli umani».
Fece una giravolta. Uno sgambetto.
Si infilò il monocolo sull’occhio di vetro.

Mostrò una minuscola teca. «Ecco, questo è il vasetto di Pandora.
Contiene il Covid19, un affaruccio con la corona lipidica che si scioglie ad una temperatura
di 27 gradi. Mille volte più piccolo di un globulo rosso…».
Azazello fece uno sberleffo, una piroetta.

«La sentenza di assoluzione è la prova di un errore giudiziario», disse K. con sussiego, riprendendo il discorso interrotto.
«Ciascuno è intimamente innocente»,
«E intimamente colpevole». «La confessione è il miglior argomento
in pro del giudizio».

Poi prese a passeggiare in cerchio.

Nel frattempo una ladyboy in calzamaglia a rete iniziò a litigare con Azazello.
«Sei piccolo e brutto!, e stupido!, non sai neanche come si tratta una Milady!, tornatene da dove sei venuto, scimunito!».

«È estremamente riprovevole giocare con il Covid19, non crede?», riprese K. il filo del discorso dove lo aveva lasciato. E si aggiustò la mascherina.

Nel frattempo, la teiera si alzò dal tavolo
E versò nella tazza di F. un tè bollente.
Che il Signor F. bevve d’un sorso. Deglutì sonoramente.

Il pomo d’avorio fece su e giù.

Il teologo:

«L’infinito (Dio) si è spogliato interamente della sua onnipotenza nel finito. Creando il mondo, Dio gli ha per così dire affidato la sua propria sorte, è
divenuto impotente. E dopo essersi dato totalmente nel mondo, non ha più nulla da offrirci: tocca ora all’uomo donare. L’uomo può farlo vegliando a che non accada, o non accada troppo spesso che, a causa dell’uomo, Dio debba rimpiangere di aver lasciato essere il mondo».Però, ad un certo punto, Dio ci ha ripensato e ci ha propinato il Covid19. Ha inviato sulla Terra il Signor K. con una consegna precisa. «Così, almeno, prima o poi, gli umani metteranno la testa a posto. Chissà che non si ravvedano», avrà pensato.

In proposito, consiglio la lettura di questo breve saggio di Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz, 1998, rinvenibile anche in rete.

Marina Petrillo

Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
superiori a bassa frequenza.

Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
cellule feconde al seme della rivelazione.
Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano.

*

Se dovesse lasciare questo piano di esistenza
vorrei vederla piccola, rannicchiata sul pavimento

intonare un canto , Angelus della dipartita
benevolo al gesto dell’insidioso andare.

Paradigma brama bellezza in archetipo
se muove l’ insoluta perfezione ad attimo.

Lì perviene il presente in dubbio
opalescente al nastro annerito del pianeta.

Holderlin canta l’Essere sacro, la sua pace d’oro.
Dimenticanza, perdono. Nube che viaggia innanzi alla serena luna.

Smemore ogni tratteggio nell’indiviso multiverso
o diafanità traslucente la parola.

Alla preghiera antica, torna il coro
degli esseri senzienti declinati ad Uno.

Lieve tocco in stilla apparsa in sogno
primo gesto non contemplato ad inizio

per cui il Big Bang è tonfo della sua fine.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Leggiamo un sonetto di Dante:

Per quella via che la bellezza corre
quando a svegliare Amor va ne la mente,
passa Lisetta baldanzosamente,
come colei che mi si crede tòrre.

E quando è giunta a piè di quella torre
che s’apre quando l’anima acconsente,
odesi voce dir subitamente
“Volgiti, bella donna, e non ti porre;

però che dentro un’altra donna siede,
la qual di signoria chiese la verga
tosto che giunse, e Amor glile diede”.

Quando Lisetta accomiatar si vede
da quella parte dove Amore alberga,
tutta dipinta di vergogna riede.

«Delle 89 parole di cui il testo si compone, 2 soli sono aggettivi qualificativi (pari al 2,24%), e ben 21 (il 23, 59 %) sono verbi».1
Se confrontiamo queste percentuali con i 14 aggettivi rilevati da Gino Rago in una poesia di Paolo Ruffilli di 11 righe e agli 11 aggettivi rilevati sempre da Gino Rago in una poesia di Maurizio Cucchi di 10 righe, abbiamo il riassunto della situazione della poesia maggioritaria che si fa oggidì in Italia.

Costanzo Di Girolamo, Teoria e prassi della versificazione, Il Mulino, Bologna, 1976, p. 144

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  1. gino rago

    da Il Mangiaparole n. 8 , dedicato all’opera omnia di Ágota Kristóf
    (copertina elaborata dall’art director della Rivista Lucio Mayoo Tosi):

    Ágota Kristóf

    Un uomo dice: « Tu chiudi il becco!
    Le donne non sanno niente della guerra».

    La donna dice: «Non sanno niente? Testicolo!
    Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni:

    I bambini da sfamare, i feriti da curare.
    Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi.

    Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi.
    E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini.

    E’ la vostra guerra.
    L’avete voluta voi, fatela voi allora,

    Eroi dei miei stivali!»
    **********
    gino rago (a cura di)

  2. Per spiegare il principio di ragion sufficiente, che a ogni effetto attribuisce una causa, Antonello Sciacchitano propone il modello probabilistico delle concordanze, che sembra funzionale alle ideologie e ai deliri. Il modello utilizza materialmente le carte da gioco. Si dispongano le tredici carte di picche e le tredici carte di cuori su due file parallele e si contino le concordanze, cioè le ricorrenze nella stessa posizione di una carta di picche e di una di cuori con lo stesso valore. Il modello simula la relazione di causa ed effetto come relazione di identità. Per il calcolo delle probabilità la media delle concordanze è 1; inoltre una o più concordanze si verificano in poco meno dei due terzi dei casi, pur in regime casuale.

    In conclusione, la probabilità che una causa produca l’effetto è a priori in gran parte effetto del caso. È una buona ragione per dubitare del valore scientifico del principio di ragion sufficiente, che invece ideologie e deliri apprezzano e giustificano grazie al modello di conoscenza dello scire per causas, esposto da Aristotele nel I libro della Fisica.

    «Tutta la conoscenza scientifica è incerta; gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza.»
    (Richard Feynman)

    Antonello Sciacchitano

    In realtà, il principio di ragion sufficiente non è mai del tutto fasullo, perché ragiona per analogia, cioè per prossimità topologica tra l’essenza della causa (il “sette” nella serie delle picche) e l’essenza dell’effetto (il “sette” delle cuori); quindi non può sbagliare né sempre né molto, ammesso che nel reale esista qualcosa di simile alle essenze. Non stupisce che l’ontologia funzioni tanto bene e si ponga addirittura a fondamento dello scire per causas. Certo, poi ci sono clamorose e poco auspicabili conferme empiriche del principio di causa ed effetto: in questi giorni il virus Sars-cov-2 sta causando una pandemia.

    Fate questo piccolo esperimento con un mazzo di carte da gioco. Si chiama gioco delle concordanze, o jeu de rencontre, ideato da Pierre Rémond de Montmort (1678-1719). Scegliete le tredici carte di picche e disponetele in fila, non importa l’ordine: è la fila delle cause. Scegliete poi le tredici carte di cuori, mescolatele bene e disponetele in fila sotto le carte di picche, una carta di cuori e solo una sotto ogni carta di picche: è la fila degli effetti. Può accadere che nella stessa posizione delle due file si presenti in alto una carta di picche e in basso una carta di cuori con lo stesso valore: due sette in terza posizione, o due re in decima o quel che capita.

    La relazione di concordanza locale è un modello formale della relazione di causalità: il sette di picche “causa” il sette di cuori, il re di picche “causa” il re di cuori, ecc. Nel modello il principio di identità simula il principio di ragion sufficiente. In questo modo il modello dà una rappresentazione forte, addirittura ippocratica, del principio eziologico: se c’è il sette di picche sopra, c’è il sette di cuori sotto; se non c’è il sette di picche sopra, non c’è il sette di cuori sotto. Ippocrate diceva che se c’è l’agente morboso, c’è il morbo; se non c’è l’agente morboso, c’è la guarigione. I risultati della simulazione sono semplici ma danno da pensare.

    Il calcolo delle probabilità prevede che in media avvenga esattamente una concordanza tra picche e cuori. Infatti, se i posti sono 13 e la probabilità di concordanza in ogni posto è 1/13, il prodotto è 13/13, cioè 1.*

    * Antonello Sciacchitano, estratti da
    http://www.journal-psychoanalysis.eu/come-nasce-lideologia/

    • Stralcio dal medesimo articolo di Antonello Sciacchitano:

      Sodo è l’essere. L’essere è duro: o è o non è; non prevede forme intermedie di esistenza con variabilità più ampia di quella tra tutto e nulla. La dottrina ontologica nacque con Parmenide di Elea, nell’odierna Lucania. C’è una ragione linguistica alla base dell’assetto filosofico greco, giunto fino a noi. La lingua greca antica non ebbe la parola per dire “variabile”. Non sapeva dire, quindi non concepiva, la variabilità. L’essere era costante. Da qui l’approccio metafisico alla realtà, alla perenne ricerca dell’essenza ideale (ousia) che non varia e fa sì che le cose siano quel che sono, non potendo essere altro. Platone fu in gran parte un artefatto linguistico del greco antico: il suo idealismo fu il portato collettivo della lingua greca prima che intuizione individuale; il suo successo fu certo propiziato dallo spirito della lingua, che distingueva tra duale e plurale, ma non sapeva pelare la variabilità. Pretendendo bagnarsi due volte nello stesso fiume, Eraclito fece un buco nell’acqua. Dai Greci in poi la ragione porge l’invarianza dell’essere. Il logos è il principio di ragion sufficiente dell’ontologia; a ogni effetto il logocentrismo assegna una causa ben determinata come ragion d’essere. Il tramonto dell’occidente cominciò dall’alba, ben prima di quanto profetizzò Spengler; la miseria filosofica occidentale cominciò con il “divino Platone” di Freud. Meno divino, ma più convincente è David Hume che decostruì il principio di ragion sufficiente.

      basta un solo quanto iperenergetico – un solo fotone ad alta frequenza – proveniente da chi sa dove (irrgendwoher): dal sole o da qualche lontano cataclisma distante miliardi di anni luce, perché si produca una mutazione in una catena di acidi nucleici e un virus [ad es. il Covid19] si trasformi da innocuo saprofita in pesante patogeno in grado di effettuare lo spillover dall’animale all’uomo e produrre una pandemia.

      http://www.journal-psychoanalysis.eu/come-nasce-lideologia/

      • Caro Giorgio, penso che una zona grigia ci separi dall’inorganico. Tutto parte da lì, dalle leggi che governano questa disciplina e che danno origine alla tavola degli elementi. La natura ci ha messo miliardi di anni per assegnare ad un solo elemento, con l’aiuto di pochi altri, l’onere di portare sulle spalle l’uomo.

        E lui cosa ha fatto?

        C’è una distanza incolmabile, tra un modo di concepire lo stare nel Tempo, proprio di chi ha dalla sua parte l’ autosufficienza e chi invece vuole conquistarsela contraddicendosi nel momento di reclamarla. Il gioco vede da parti opposte due intelligenze. L’una utilizza soluzioni che preleva da una banca dati inesauribile di risposte ampiamente collaudate, l’altra che fonda tutto su pochi circuiti neuronali che sanno d’invenzione del momento e spesso sbaglia le sue mosse anche se da quelle impara a ragionare come Specie.

        Come non condividere quello che tu riporti di Richard Feynman?

        «Tutta la conoscenza scientifica è incerta; gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza.»

        Ecco, il Virus è una pedina nelle mani di un giocatore formidabile. Dall’altra parte un formicaio in guerra con sé stesso che arranca nelle risposte e si crogiola nella goffaggine. Credo che i poeti si collochino nel mondo di mezzo, siano la rete del ragno sospeso tra due mondi. Ci capita a volte il nutrimento dell’una o dell’altra parte.

        Quale la sua gloria?

        A chi appartiene il corpo che di tanto in tanto si affaccia per succhiare e riparare la seta che risplende nella penombra?

        Io me lo chiedo anche perché di notte mi si tira con la potenza dell’istinto di conservazione, di giorno mi si muove con la regolarità di un orologio fuori portata.

        Un caro saluto

        EBOLA

        Liquidare l’uomo. La contabilità delle angosce sul treno
        Persino l’Africa diventò America e nell’infiorescenza il voodoo.

        Tutto scorre perché un virus abolì la complessità degli organi
        Bisognava ricostruire Berlino su un’idea di Tito 70 d.C.

        Quali differenze?

        Mettere un capriolo al posto di una mela
        Invece dell’albero della conoscenza il gruppo sanguigno.

        Una schiuma antropomorfa divenne simbolo di intelligenza
        Il chopper in mano a un broker vendicava Abele.

        Salì sul palco la campagna d’Italia.
        Due o tre australopitechi al posto di Napoleone.

        Un trasfigurare Austerlitz e diventare marzo 2020.
        Dinnanzi ai popoli la mitraglia da cui discese l’ossidiana.

        In un angolo della savana la termite accumulò membrane
        in salvo la discendenza dei fosfolipidi.

        I Dna invece giacevano a distanza
        sapevano di pesce marcio, ancora infetti.

        Non se ne sarebbe fatto niente senza un’idea volgare.
        Al figlio magro l’esilio del fiume.

        La mano andò alle generazioni passate.
        L’occasione di ricostruire il canino da latte.

        Non si era tentato Dio?

        Intorno al tavolo dei Gentili rimase poca entropia
        qualche miliardo di ossa ancora da liquefare.

        Bastava chiedere aiuto,
        ma nessuno se la sentì di pagare il conto.

        Si trattava di stabilire una distanza.
        Capire l’asintoto sull’inorganico.

        Nei test c’è sempre qualcuno più intelligente.

        Uno iato divide dal Sapiens Sapiens.
        Una rete nella penombra di chissà chi.

        Francesco Paolo Intini

        • caro Francesco,
          cari amici e interlocutori,

          viviamo e operiamo in una sorta di «zona grigia» della storia umana.
          Fino all’epoca precedente del Coronavirus vivevamo in una appendice della storia. Pensavamo di vivere nella post-storia, nella storia del Dopo la guerra fredda, in un regime di storialità, molto diverso dalla dimensione storica dell’epoca precedente. Non ce ne eravamo accorti se non per lampi e per rapide intuizioni. Si continuava a poetare e a fare arte continuando gli stilemi del tardo novecento, non avevamo alcuna consapevolezza che il mondo era radicalmente cambiato. Si pensava di vivere in un mondo asettico, dove la nostra biologia era separata dalla biologia della vita animale. Le masse erano avvolte da questa nebbia che le accecava.
          Noi lo dicevamo da tempo che non si poteva continuare a vivere e a fare poiesis come avevamo fatto fino all’altro ieri, ma venivamo denigrati come menagrami, e si continuava a poetare alla maniera epigonica, si continuava a fare quadretti decorativi e rassicuranti.

          Poi, improvvisamente, tutto è cambiato, la pandemia del Covid19 ci ha messi di fronte alla nuova cruda realtà, alla cruda realtà della nuda biologia alla quale anche l’homo sapiens appartiene.

          Che cos’è la NOE?, la nuova ontologia estetica?, ecco, io penso che sia la risposta più urgente alla «zona grigia» in cui consiste la nostra esistenza storica e la nostra poiesis. Noi lo ripetiamo da molti anni: la Krisis è la «zona grigia» in cui si presenta il nostro modo di vita nel mondo capitalistico.

          Ci trovavamo da tempo in una «zona grigia» e non ce ne siamo accorti.

          Orban ha detto: «Ci penso io al Coronavirus» e si è preso i «pieni poteri». I nostri politici ciarlatani da circo Togni hanno reclamato e reclamano i «pieni poteri» per risolvere i problemi. Viviamo in un mondo di miracoli e di traumi. Le masse tele mediatiche aspettano l’evento miracolistico. E intanto vivono sotto il trauma di un essere piccolissimo che distribuisce la morte a piacimento.
          Morto Dio si è risvegliato il Signor Satanasso.
          Le masse immunizzate dalla scarlattina della idiozia mediatica vivono da molto tempo una vita di mera sopravvivenza, credono alla balla della diffusione del Covid19 da un laboratorio americano o cinese. Ciarlatani e pseudo intellettuali hanno affermato che si trattava di poco più di una semplice influenza. E intanto si moriva e si muore a centinaia al giorno (adesso a migliaia e domani a decine di migliaia). Le masse credono da sempre ciecamente a complotti inesistenti e ai miracoli. Ondeggiano in preda al panico.
          Un cardinale ciarlatano ha affermato che il Covid19 è stato inviato sulla terra da Dio per punire l’umanità per i peccati del divorzio, dell’aborto, per le libertà sessuali, per le promiscuità sessuali; i «poeti» di regime e gli sciocchi si sono precipitati a scrivere poesie sul Covid19 con annessa lezioncina d’amore e ninne nanne soporifere…
          È questa la «zona grigia» di cui si diceva…

          Scrive Agamben:

          «una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà – non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante – anche se, com’è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”».

          Io penso invece che una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, gli uomini torneranno a vivere come prima, cioè una vita vegetativa, primitiva, dalla quale è bandita ogni dimensione politica, comunitaria e finanche affettiva, erotica, partecipativa, attiva.
          Non ho speranza alcuna. Ma non ho neanche alcuna dis-peranza.
          Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nel 476 d.C., l’ultimo imperatore di Roma, gli uomini continuarono per almeno un secolo a vivere come prima continuarono a parlare il loro latino infarcito di dialettismi… poi venne il Medioevo, vennero i secoli bui.

  3. gino rago

    Fra gli svariati modi di stare in trincea e combattere questa nuova guerra contro un nemico sconosciuto che può aggredire chiunque in ogni momento e senza preavviso Edith Dzieduszycka ci dice con questi suoi versi il suo combattimento, quotidiano, in un palazzo nel cuore del cuore di Roma, tra la Sinanoga e il Campidoglio, palazzo da sogno ma da giorni senza ascensore, versi recentissimi, scritti tra il 18.03. 2020 e il 1. 04. 2020

    Edith Dzieduszycka
    Poesia all’Epoca del Covid-19
    Ecco la lista della spesa da trascinare al sesto piano

    Ecco la lista della spesa da trascinare al sesto piano
    per una ultraottantenne in grave crisi di astinenza

    ancora guasto l’ascensore così ormai da settimane
    c’è chi pretende che fa bene ai glutei e alla schiena

    Primo prodotto il buon umore con un sorriso alla portiera
    ma si sarà rinchiusa in casa a leggere Sartre e Huis-clos

    Primariamente necessari ma per ognuno differenti
    da reperire in farmacia o alla coop lì dietro l’angolo:

    un vasetto di miele un travaso di bile
    mozzarella in carrozza quattro cavalli neri

    un andata ritorno in transatlantico
    del pane a cassetta una casetta al mare

    due bottiglie di bianco magari tre di rosso
    des idées plutôt noires una luce soffusa

    finocchi e banane o forse vice versa
    porcini del sotto bosco se di notte ha piovuto

    per cacciare i vampiri aglio e acqua santa
    olio di gomito dentifricio antiplaque

    latte alle ginocchia basterà mezzo litro
    con una pasta d’uomo e baci perugina

    tè fumé pasticcini chiacchiere frottole
    un tempo tra amici in meriggi nebbiosi

    renette per lo strudel oppure sacher torta
    scelta impegnativa per un futuro incerto

    prestata dai re magi una cometa monca
    e temuta la fetta che vince la Corona.

    (18.3.2020)

    *

    Toc toc
    – Chi è?

    – Sono l’ospite nuovo
    dei vostri B&B

    – Passaporto
    carta di credito?

    – Eccoli con scadenza non breve
    adesso per un po’ vorrei proprio fermarmi

    ho fatto un lungo viaggio sulla Via della Seta
    con un salto in Germania e un tuffo nei mari

    niente pausa o pensieri sono davvero stanco
    aprite quella porta e fatemi entrare

    Mi piace tanto il vostro Bel Paese insieme a voi nativi
    carini e saporiti con pesto o parmigiano

    Mi sa che ora qui mi troverò da Re
    già porto la Corona di fronte a voi prostrati

    Vi vedo diffidenti non abbiate paura faremo bon ménage
    ora un bel respiro contate trentatré

    Vi farò riposare su divani e sofà
    con tanto di bergères in un dolce far niente

    Se mi osteggerete diventerò cattivo di voi
    sono più forte a togliermi di mezzo farete gran fatica

    Per fortuna i miei alleati con le scuse più varie
    sono sempre in giro e di grande aiuto

    Molte grazie ai cani con al guinzaglio loro.

    1. 4. 2020

    Edith Dzieduszycka

  4. letizialeone

    Con un saluto e un incoraggiamento a tutti gli amici, due miei testi recenti ed inediti:

    Signore e signori: gli Animali.
    Isola emersa. I Robinson dell’Innocenza.
    Una gabbia di tredici piani. L’Hotel per maiali.

    La porta è imbottita dell’ombra
    dei boschi di Guangxi. Il panorama ha
    la coda incastrata nella porta.

    «Le cupe sataniche officine». Che allucinazione Blake!
    il tuo esoterismo è dietro la porta.
    Ottocentoquarantamila maialini.

    «La bocca insozzata dal grido di tutti gli evi»
    Non è la Peste di Camus. Ne mestiere poetico
    la macellazione. Delirare è orfico.

    Hai usato la parola “Mangiatoia”
    Il bue e dell’asinello. Le micro-apocalissi dell’io.
    Poesie-coriandolo lanciate in aria.

    Disarticolando migliaia di zampe ai pipistrelli.
    Un pensiero fisso. Poeticamente frivolo.

    Nostra Stella di Iside asfissiata.
    Così in un lampo dalla Storia alla preistoria.

    Per assestarsi nel movimento il suino dovrebbe calibrarsi
    al moto di rotazione terrestre da ovest a est.

    Vite brevi a suon di tamburo.
    E infine un virus li scaraventò nell’Epica.

  5. da Les choses de la vie

    Une blanche geisha entre dans le bar
    Arrête le temps

    Lilith fixe la vague sur le sable
    Les pensées sortent en flottant

    En flottant reviennent

    Eredia retient un rayon de lune dans la main
    L’univers explose sur la 5me symphonie de Beethoven

    Des touches de piano jaunies par le temps
    Injection goutte à goutte de la trahison dans les artères

    Le mystère d’une phalange en Asie
    Les paléontologistes se déguisent en stripteaseuses

    Les perles se propagent sur les planets

    Astrocinématographique confusionnel

    Marie Laure retrouve son sac crocodile
    Rapt de la fossette de Maurice Ravel

    Lilith Eredia Marie Laure observent la geisha qui sort du bar

    Eglantine défait sa robe aigue-marine

    *

    Una bianca geisha entra nel bar
    Si arresta il tempo

    Lilith fissa l’onda sulla sabbia
    I pensieri escono galleggiando

    Galleggiando tornano

    Eredia trattiene un raggio di luna nella mano
    L’universo esplode con la 5ta sinfonia di Beethoven

    Tasti di piano ingialliti dal tempo
    Iniezione goccia a goccia del tradimento nelle arterie

    Il mistero di una falange in Asia
    I paleontologi si mascherano da spogliarelliste

    Le perle si propagano sui pianeti
    Astrocinematografico confusionale

    Marie Laure ritrova la sua borsa coccodrillo
    Rapimento della fossetta di Maurice Ravel

    Lilith Eredia Marie Laure osservano la geisha che esce dal bar

    Eglantine disfa il suo vestito acqua-marina

  6. Leggo con particolare piacere questa poesia di Letizia Leone. E’ come l’aspettassi da un po’, in questo viaggio nella follia che è la poesia NOE. Una timidezza dichiarata, in pensiero di poesia fatto di monumentali giocattoli.

    In questi giorni di attesa, di altra vita solitaria, non riesco a scrivere. Anche perché ho avuto un diverbio con Dante. Mi piacerebbe darvi l’elenco dei fantasmi che felicemente infestano la mia casa: genitori in fotografia e nonna Carolina. Ganesh, Osho, una piccola fotografia di Mariella Colonna sorridente (non la sopportavo ma è nata l’amicizia). Tranströmer viene raramente, non entra, sta sulla porta, mi dà una mano in parti difficili di vuoto. E’ di poche, anzi niente parole, solo gesti, movimenti. Anche Maria Rosaria Madonna non entra in casa, sta seduta sul davanzale della finestra (piano terra, la finestra dà sulla strada); ci capiamo a fatica, ne sa troppo più di me, ma ci accomuna l’animo. Se ne va sempre prima che mi spazientisca. Non sai se va se torna, bene così. A me non va di sentirmi abitato, quindi sono un medium renitente. Però vi saluta.
    Dante. In casa non ci è ancora entrato, lo vedo dalla finestra in cucina, in piedi, nei quattro metri di giardino che ho. E’ stato duro incontrarlo. Ti mette a posto le parole, sa come saltare gli articoli, peggio di un matematico. E’ stato difficile per me riuscire a comprendere, in sua presenza, come destrutturare. Perché io ho un sistema a volo, come che le parole apparissero in un film a cartoni animati di Walt Disney, come vedere spuntare una piantina di marijuana, dal seme alle dita. Da niente alle dita.
    Quindi Dante. Dante e la poesia strutturata, di cui Lui vanta ogni traguardo. Come quando riesce a descrivere gli angeli, solo con parole! vagamente umani:
    Ben discerneva in lor la testa bionda;
    ma nelle facce l’occhio si smarria,
    come virtù che al troppo si confonda.
    (…)
    A noi venia la creatura bella
    bianco vestita, e nella faccia quale
    par tremolando mattutina stella.

    Ma non è questo che annienta l’amor proprio di ogni poeta, ché quello si dà anche generosamente; piuttosto occorre una disobbedienza, un filo dolce, un gatto che si strozza. Le galline in fuga trotterellando, Virus Corona e mappa del tragicomio. Non stupidaggini, ma favole a convegno per inverarsi; e intorno al fuoco anche (le) centurie di cavalcanti… o anime di automobili assenti. Sicché ieri mi volo accanto (un) airone grigio. Mai così vicino prima d’ora.
    Questo è il tempo di non dire sciocchezze, di rendersi utili: ché abbiamo finito con Auschwitz, per dire del dolore. Ora ci siamo dentro.
    Un saluto a Marina Petrillo, che Dante tiene in grande considerazione.

  7. letizialeone

    Caro Lucio, mai descrizione più umana ma surreale insieme di un Angelo questa di Dante. L ‘Angelo ha un occhio smarrito nella faccia, forse tutta la faccia è un occhio tremolante, non polifemico, ma diurno, flebile e chiaro quasi stella mattutina…Intanto il focus è sulla faccia…riesce a intrappolare la surrealtà nel meccanismo miniaturizzato di un orologio. Certo è un fantasma infestante anche da lontano, fuori dalla porta…ti capisco. Buona lettura

  8. Penso, ho il sospetto che il valore (il principio) veritativo corrisponda in qualche modo al valore (il principio) retributivo e al valore (il principio) distributivo (tra le parole)… Che il principio veritativo corrisponda sempre e in modo inderogabile in qualche modo al principio retributivo e al principio distributivo (tra le parole) è, penso, indiscutibile.

    C’è una economia estetica che guida l’impiego delle parole. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di una politica del poetico che viene adottata senza alcuna consapevolezza, senza nemmeno ipotizzare o sospettare che quel tipo di scrittura corrisponda ad una politica del poetico.

    Leggendo le poesie sopra riportate di Marina Petrillo, Francesco Intini, mia, di Gino Rago e quella di Letizia Leone, mi sembra chiarissimo che la nuova ontologia estetica è una vera fabbrica di poesia, fabbrica di consapevolezza del fare poiesis. L’idea guida è che la poiesis contenga un nocciolo, un principio veritativo (che contiene in sé un principio retributivo e distributivo), che le parole non possono essere «usate» ma che noi siamo «usati» dalle parole. Ditemi con quale modalità e frequenza usate i verbi e gli aggettivi e apparirà chiaro che tipo di poiesis state facendo. Ad un eccesso di aggettivi corrisponderà una poiesis ricca di inflazione, inflazionata, lemmaticamente gonfia. L’esempio del sonetto di Dante è eloquente e non aggiungo altro.

    Io consiglierei a tutti gli aspiranti poeti di contare gli aggettivi delle proprie poesie e tirarne le conseguenze. E poi c’è l’altra questione della «torsione» del linguaggio. Marina Petrillo ha un modo tutto suo di «torcere» la grammatica e la sintassi, di adoperare un lessico antiquato per coniugarlo con un lessico nuovo; Intini procede per dis-interpolazione di fraseologie disallineate e dis-proprianti, la sua è una poesia che decostruisce di continuo il proprio linguaggio, si tratta di un vero e proprio lavoro del sospetto nei confronti del significato e del significante così come si sono costituiti nella tradizione poetica italiana. Si tratta di una decostruzione che va in profondità, che disabilità il linguaggio da ogni significazione acclarata e condivisa, un vero e proprio sisma di grado 9 della scala Mercalli. Di tutto il significato consolidato e condiviso della poesia italiana del secolo scorso e di questo ventennio pragmatico non ne rimane proprio nulla. La poiesis di Gino Rago invece mi sembra quella più ancorata al significato, c’è ancora un ricordo e un rimpianto per tutto ciò che si è perduto, ecco la ragione del genere della missiva da lui prescelto. La missiva serve a continuare un dialogo, pur se interrotto e minato dalla proliferazione delle abitudini comunicative.

    Nella poiesia di Letizia Leone vedo che l’amica ha preso le distanze dalla propria poiesis, che la guarda dall’esterno, con sospetto. Adesso la sua poesia mi appare più libera, meno legata al significato del significante, meno adesiva e più reattiva.

    È che occorre abituarsi a mettere tra parentesi il principio di non contraddizione. Le parole non obbediscono al principio di non contraddizione, non c’è alcuna regola che vige rispetto a questo principio che si può considerare, al massimo, come un principio di convenzione, di condivisione…

    Questo aspetto, cioè la ricchezza e la diversità di ciascuna scrittura poetica, lo vorrei sottolineare proprio per ribattere alle insinuazioni provenienti da varie parti secondo le quali tutti i poeti della NOE scriverebbero allo stesso modo. Niente di più falso e superficiale, basta dare un’occhiata alle scritture poetiche qui e altrove presentate e trarne le conseguenze.

  9. gino rago

    [Gino Rago, I platani sul Tevere diventano betulle
    Dalla Postfazione di Rossana Levati estraggo (pagg.162-163)]

    Commento a “Ulisse in vestaglia”
    di Rossana Levati
    *

    Ulisse in vestaglia

    Ulisse è in vestaglia,
    Si ubriaca tra le stoviglie della reggia.

    «Spio la vita dalle fenditure a distanza neutra dagli eventi.
    Estraneo a me stesso annuso il giorno con le certezze d’un rabdomante,

    Taglio il percorso della luce
    Quando rimbalza dalle bottiglie al cuore…».

    “Chi davvero sei?”
    «Sono in vestaglia, navigo da libro a libro,

    Sbaglio i vettori della rosa dei venti,
    Sa, non sempre indovino la stella polare,

    Schivo a fatica scogli, fingo naufragi,
    Mi invento qualche approdo di fortuna,

    Lo vedi anche tu … L’Odissea?,
    È una grande bugia».

    **

    Questa poesia di Gino Rago si inserisce nel filone della demistificazione del grande eroe, già rappresentato dalle poesie di Brodskij e di Linguaglossa e sulla linea di quell’Ulisse-mentitore di cui parla Lavagetto.
    Dopo la definizione iniziale di un Ulisse “casalingo” e dimesso, ridotto a semplici lavori domestici, più adatti a un oscuro servitore della reggia che al re in persona, la poesia prende la direzione di un’inedita intervista, per altro situazione consueta ai nostri giorni dove tutto è intervista, anzi chiunque “entra nella cronaca” solo se opportunamente intervistato. Lo stesso Ulisse è ormai lontano da ogni possibilità di auto-definirsi e comprendersi, “estraneo a me stesso”, come dice.

    La sua principale attività è quella di “intercettare” il mondo al momento giusto, non perché abbia un eroismo particolare ma perché abile a mettersi in questo modo sotto i riflettori:“taglio il percorso della luce”, “spio la vita dalle fenditure”.
    Un ladro quindi di vite altrui, un usurpatore, incapace di portare in sé e di nutrire qualunque eroismo.
    Paradossalmente sempre in vestaglia, privo ormai perfino di abiti adatti a un eroe, richiama l’Ulisse del quadro di de Chirico che abbiamo introdotto in copertina: la sua navigazione è su un tappeto che riproduce il mare, su quel tappeto egli ruota su sé stesso, incapace di abbandonare la stanza in cui si svolge la sua vita.
    La porta è aperta, il mondo è fuori da quella porta, ma Ulisse è lì, ripetutamente e solidamente ancorato a quel tappeto-luogo di mistificazioni e di avventure.
    Finalmente, nel suo disorientamento che ce lo riporta come supremo fingitore, privo di certezze, incapace di navigare e di leggere i segni del cielo (anche la stella polare gli è estranea), sopravvissuto per puro caso agli scogli, ci rivela la sua mistificazione: tutta un’invenzione la sua leggenda (invenzione di Omero sì, ma anche di un “Ulisse-personaggio” che è stato al gioco dell’inventore, che ha ingrandito quel gioco amplificandolo a dismisura sulla linea d’onda della falsità).

    Finti erano i naufragi, finti gli approdi: quasi stupito, il nuovo Ulisse, che nessuno si sia ancora accorto di questa lampante menzogna alla quale ha ancorato il suo mito:

    “lo vedi anche
    tu…”.

    L’Odissea non è più luogo dove si accampano gli eroismi dell’arte della sopravvivenza, ma finzione per eccellenza, racconto dei racconti, tutta organizzata e costruita su una grande bugia: e se è così, Ulisse non sarà più l’eroe da portarci dentro e da imitare, ma il campione dei mentitori, quello da cui ci auguriamo di poter prendere le distanze e che vogliamo abbandonare al suo destino sostituendolo con un
    eroe che dalla menzogna ci guidi verso nuove verità.
    *****
    (gino rago)

  10. Il coronavirus non metterà fine alla globalizzazione capitalista, ma probabilmente la correggerà: selezione di merci destinate al mercato globale, libertà per le altre. Apertura a mercati locali, diversificazione dell’offerta, iniziativa individuale.
    La scomparsa della divisione in classi, che garantiva sicurezza al mercato delle merci, è sostituita da banche dati che informano sull’individuo. Da qui una probabile cessione di libertà (condizionata).

  11. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/01/29068/comment-page-1/#comment-63462
    POESIA ALL’EPOCA DEL COVID-19

    Un tentativo di pastiche, di mescolamento, di fusione di lingue differenti,di stili diversi, di inserti, di prelievi da opere o da testi di altri autori, con finalità che possono andare da quelle ironiche a quelle parodiche, da quelle grottesche a quelle satiriche a quelle espressionistiche (com’è nelle poetiche di alcuni poeti della NOE, in particolare come è in alcuni tentativi di Mauro Pierno, di Lucio Mayoor Tosi, di Giorgio Linguaglossa, della stessa Colasson).

    Gino Rago
    Milaure Colasson, un poeta all’aeroporto di Fiumicino

    Il baule di Marie Laure Colasson. Scarpette, abiti di scena,
    Profumi, locandine, calici, draghi di cartapesta,

    Scatole di trucchi, cassette di frutta, spille con cammei,
    sciabole in plastica…
    […]
    Comodino laccato, palloncini, accendisigari, carte da gioco.
    Un milione di frammenti dalla finestra.

    Una voce, un’onda, uno spiffero di vento.
    «Il poeta è un lavapiatti sta là dietro in cucina.

    Una statuina decapitata, un idolo, un totem, un Kao-O-Wang
    Un sommerso, un avatar.
    […]
    Milaure Colasson all’aeroporto di Fiumicino:
    «Il posto dei poeti?».

    «Nei retrobottega come addetti alle pulizie, sciacqua piatti,
    addetti alla lavanderia delle parole, al pronto soccorso».

    «Chi è Lei?»
    «Non si sbaglia… chi sono?»

    «Sono un posteggiatore abusivo».
    Liz Taylor e Greta Garbo litigano con Marie Laure Colasson.

    Vogliono entrare. Lei grida: «rex, relax, lunaflex, permaflex».

    «Ha ragione Sono io, corvo tra i corvi di Zagòrsk,
    Adescato come un pifferaio».

    «Frigolit, Star, Tornegil. Bye-bye dallo specchio».

  12. Giorgio Agamben: Chiarimenti sulla pandemia del Covid19

    Un giornalista italiano si è applicato, secondo il buon uso della sua professione, a distorcere e falsificare le mie considerazioni sulla confusione etica in cui l’epidemia sta gettando il paese, in cui non si ha più riguardo nemmeno per i morti. Così come non mette conto di citare il suo nome, così nemmeno vale la pena di rettificare le scontate manipolazioni. Chi vuole può leggere il mio testo Contagio sul sito della casa editrice Quodlibet. Piuttosto pubblico qui delle altre riflessioni, che, malgrado la loro chiarezza, saranno presumibilmente anch’esse falsificate.

    La paura è una cattiva consigliera, ma fa apparire molte cose che si fingeva di non vedere. La prima cosa che l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita. È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro. I morti – i nostri morti – non hanno diritto a un funerale e non è chiaro che cosa avvenga dei cadaveri delle persone che ci sono care. Il nostro prossimo è stato cancellato ed è curioso che le chiese tacciano in proposito. Che cosa diventano i rapporti umani in un paese che si abitua a vivere in questo modo non si sa per quanto tempo? E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?

    L’altra cosa, non meno inquietante della prima, che l’epidemia fa apparire con chiarezza è che lo stato di eccezione, a cui i governi ci hanno abituati da tempo, è veramente diventato la condizione normale. Ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci. Gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera. Noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette “ragioni di sicurezza” e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza.

    Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi.
    Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.

    17 marzo 2020
    Giorgio Agamben https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-chiarimenti

    • Giorgio Agamben 27 marzo 2020
      Riflessioni sulla peste

      Le riflessioni che seguono non riguardano l’epidemia, ma ciò che possiamo capire dalle reazioni degli uomini ad essa. Si tratta, cioè, di riflettere sulla facilità con cui un’intera società ha accettato di sentirsi appestata, di isolarsi in casa e di sospendere le sue normali condizioni di vita, i suoi rapporti di lavoro, di amicizia, di amore e perfino le sue convinzioni religiose e politiche. Perché non ci sono state, come pure era possibile immaginare e come di solito avviene in questi casi, proteste e opposizioni? L’ipotesi che vorrei suggerire è che in qualche modo, sia pure inconsapevolmente, la peste c’era già, che, evidentemente, le condizioni di vita della gente erano diventate tali, che è bastato un segno improvviso perché esse apparissero per quello che erano – cioè intollerabili, come una peste appunto. E questo, in un certo senso, è il solo dato positivo che si possa trarre dalla situazione presente: è possibile che, più tardi, la gente cominci a chiedersi se il modo in cui viveva era giusto.

      E ciò su cui occorre non meno riflettere è il bisogno di religione che la situazione fa apparire. Ne è indizio, nel discorso martellante dei media, la terminologia presa in prestito dal vocabolario escatologico che, per descrivere il fenomeno, ricorre ossessivamente, soprattutto sulla stampa americana, alla parola «apocalisse» e evoca, spesso esplicitamente, la fine del mondo. È come se il bisogno religioso, che la Chiesa non è più in grado di soddisfare, cercasse a tastoni un altro luogo in cui consistere e lo trovasse in quella che è ormai di fatto diventata la religione del nostro tempo: la scienza. Questa, come ogni religione, può produrre superstizione e paura o, comunque, essere usata per diffonderle. Mai come oggi si è assistito allo spettacolo, tipico delle religioni nei momenti di crisi, di pareri e prescrizioni diversi e contraddittori, che vanno dalla posizione eretica minoritaria (pure rappresentata da scienziati prestigiosi) di chi nega la gravità del fenomeno al discorso ortodosso dominante che l’afferma e, tuttavia, diverge spesso radicalmente quanto alle modalità di affrontarlo. E, come sempre in questi casi, alcuni esperti o sedicenti tali riescono ad assicurarsi il favore del monarca, che, come ai tempi delle dispute religiose che dividevano la cristianità, prende partito secondo i propri interessi per una corrente o per l’altra e impone le sue misure.

      Un’altra cosa che dà da pensare è l’evidente crollo di ogni convinzione e fede comune. Si direbbe che gli uomini non credono più a nulla – tranne che alla nuda esistenza biologica che occorre a qualunque costo salvare. Ma sulla paura di perdere la vita si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata.
      Per questo – una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà – non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante – anche se, com’è stato detto, «solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza».

      27 marzo 2020
      Giorgio Agamben

      • Vitam instituere / Sul Coronavirus
        Roberto Esposito

        Se dovessi nominare il compito cui il tempo del coronavirus ci chiama tornerei all’antica espressione latina ‘vitam instituere’. Senza ripercorrerne la storia – si tratta di un passo di Demostene, citato dal giurista romano Marciano nel Digesto –, veniamo al suo significato più attuale. Nel momento in cui la vita umana appare minacciata, e anche sovrastata, dalla morte, il nostro sforzo comune non può essere che quello di istituirla sempre di nuovo. Cosa altro è, del resto, la vita se non istituzione continua, capacità di creare sempre nuovi significati. In tal senso è stato detto da Hannah Arendt, e prima ancora da Agostino, che noi, gli uomini, siamo un inizio perché il nostro primo atto è quello di venire al mondo, iniziando qualcosa che prima non era. A questo primo inizio ne ha fatto seguito un altro, un ulteriore atto istituente, costituito dal linguaggio, che lo psicanalista francese Pierre Legendre ha definito seconda nascita. È da essa che ha preso origine la città, una vita politica che ha spinto quella biologica in un orizzonte storico. Non in contrasto con il mondo della natura, ma attraversandolo in tutta la sua estensione. Per quanto autonomo nella ricchezza delle sue configurazioni, lo spazio del logos, e poi del nomos, non ha mai potuto separarsi da quello del bios. Anzi la loro relazione si è fatta sempre più stretta, al punto che è divenuto impossibile parlare di politica sottraendola all’ambito da cui la vita si genera.

        La prima nascita annuncia la seconda come questa si radica in quella. Perciò non è possibile, per gli esseri umani, cessare di istituire la vita. Perché è la vita ad averli istituiti immettendoli in un mondo comune. In questo senso la vita umana non è riducibile a semplice sopravvivenza – a ‘nuda vita’, per riprendere l’espressione di Benjamin. Essendo fin dall’origine istituita, la nostra vita non è mai coincidente con la semplice materia biologica – anche quando è schiacciata violentemente sulla sua parete. Anche in quel caso, forse mai come in esso, fin quando è tale, la vita rivela un proprio modo di essere che, per quanto deformato, violato, calpestato, resta tale – una forma di vita. A conferirle questo carattere formale – ulteriore rispetto alla semplice biologia – è la sua appartenenza a un contesto storico, fatto di relazioni sociali, politiche, simboliche. Ciò che fin dall’inizio ci istituisce, e che noi stessi continuamente istituiamo, è questa rete simbolica entro la quale quello che facciamo acquista significato e spessore per noi e per gli altri.

        È proprio tale rete di relazioni comuni che il coronavirus minaccia di spezzare. Non solo la vita prima, ma anche la seconda – la socialità del nostro rapporto con gli altri. Naturalmente, come è evidente, per esprimersi, quest’ultima richiede intanto di essere in vita. Non c’è alcun accento riduttivo nel termine ‘sopravvivenza’. Anzi il problema della conservatio vitae è al cuore della grande cultura classica e moderna. Esso risuona nel richiamo cristiano alla sacertà della vita come nella grande filosofia politica inaugurata da Hobbes. Mantenerci in vita è il primo compito al quale questo maledetto virus ci richiama in una sfida mortale. Ma, dopo la prima vita, insieme a essa, dobbiamo difendere anche la seconda, la vita istituita e solo perciò capace a sua volta di istituire, di creare nuovi significati. Perciò, nel momento stesso in cui facciamo di tutto, come è fin troppo comprendibile, per restare in vita, non possiamo rinunciare all’altra vita – alla vita con gli altri, per gli altri, attraverso gli altri.
        Ciò, al momento, non è consentito e anzi è vietato, come è giusto e logico che sia. Ritenere questo sacrificio insostenibile, rispetto a coloro che negli ospedali rischiano la vita per difendere la nostra, è non solo offensivo, ma ridicolo. Ciò non toglie, tuttavia, nulla al rilievo della vita istituita. E dunque alla necessità di continuare, malgrado tutto e anzi ancor più nel momento in cui i rapporti sociali sono feriti, a vivere in comune. Anche da soli.
        Dando un senso comune a tale solitudine. In fondo essa è proprio ciò che oggi ci lega agli altri. A tutti gli altri – adesso metà dell’umanità, forse fra un mese l’umanità intera. Del resto la distanza è anch’essa una dimensione profondamente umana – come la vicinanza da cui assume senso. Non solo per contrasto – l’individuale non ha mai significato il semplice opposto del sociale, è a sua volta una forma sociale. Oggi questo legame simbolico tra distanza e prossimità – il simbolo è precisamente la figura che le articola – acquisisce un rilievo anche maggiore. Nel tempo della pandemia gli esseri umani sono uniti da una comune lontananza. Anche questo è un modo – adesso il modo necessario – di istituire la vita, difendendola dalla forza cieca che rischia di inghiottirla.

        da http://www.journal-psychoanalysis.eu/istituire-la-vita/

        Roberto Esposito, filosofo italiano, insegna filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore. Tra i suoi libri, tradotti in diverse lingue, Communitas. Origine e destino della comunità (Torino: Einaudi, 1998); Immunitas. Protezione e negazione della vita (Torino: Einaudi, 2002); Bíos. Biopolitica e filosofia (Torino: Einaudi, 2004); Terza persona. Politica della vita e Filosofia dell’impersonale (Torino: Einaudi, 2007); Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (Torino: Einaudi, 2010); Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (Torino: Einaudi, 2013); Le persone e le cose, Einaudi, 2014; Da Fuori. Una filosofia per l’Europa (Torino: Einaudi 2016); Politica e negazione. Per una filosofia affermativa, Einaudi 2018; Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica (Torino: Einaudi 2020).

  13. mauro pierno

    il baratro è un balcone piano.
    L’esterno complicato di una parete azzurra

    tra i limiti di un piccolo bandoneon
    trattenuto a stento dentro il limite di una scatola.

    Quando afferri le detrazioni dei paesaggi
    si avverano inconsapevolmente i limiti dei piedi

    sulla testa curva della discesa
    il sogno preciso senza ombra di dubbio della ripartenza.

    Esattamente a che ora appariranno i cloni
    non è più un mistero.

    Grazie Ombra.


    (questa è per il nostro grande vecchio,Alfredo De Palchi. Come sta?)

  14. gino rago

    Con una e-mail, a me inviata, Francesco Solitario (Ordinario di Estetica e di Filosofia dell’arte contemporanea – Università di Siena) legge una mia poesia
    da I platani sul Tevere diventano betulle.

    Ne potrebbe scaturire un vivace dibattito incentrato sul rapporto dinamico poesia/ filosofia/ mitologia da ricondurre, attraverso i punti fondamentali della NOE, ai giorni nostri.
    Gino Rago
    *
    Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

    “Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre.
    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

    La copia della Gioconda, il lilla
    E la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

    Abbiamo altro da fare, per esempio
    Ascoltare il canto degli uccelli

    O il ronzio della Storia
    Nei bassifondi di Vienna,

    Ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
    E quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo

    La smettano di fare baccano,
    Coprono il canto delle allodole di tutto l’occidente.

    Anche gli dei imparino a tenere il becco chiuso,
    Sono sull’Olimpo grazie alla poesia.

    Cara M.me Hanska,
    Dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria

    il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.
    *
    Caro Gino,
    grazie per avere gradito, e credo condiviso, la mia davvero mini notazione.
    Grazie anche per l’altra occasione di lettura che riguarda il tuo libro [I platani sul Tevere diventano betulle], avrai capito che mi interessa molto..
    Mi fa tanto piacere che tu abbia colto molto bene, nei tuoi commenti che hai fatto alle due poesie di Gabriella Cinti, che lei si muove proprio nell’orbita “dell’ombra delle Parole” specialmente nella sua ultima raccolta La lingua del sorriso.

    Sulla Rivista L’ombra delle Parole è detto: «L’uomo abita l’ombra delle parole, la giostra dell’ombra delle parole. Un “animale metafisico” lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l’uomo legge l’universo». Non a caso il mio saggio introduttivo alla raccolta della Cinti ha per titolo: “Parole di Luce”!!!

    Ma tu potresti dirmi: «Parole di luce? Ma non si parla di ombra delle parole»? Certo, ma poi è detto che l’animale-metafisico-poeta «dà luce al mondo attraverso le parole», e dunque le sue saranno “parole di luce” che possono scriversi e leggersi solo se scritte su una tavola d’ombra! La luce, infatti, non si noterebbe nella luce, così come la luce di una lampada che illumina non si noterebbe nella luce del sole. Perciò è detto correttamente che è «l’ombra che le permette di splendere»! L’ombra è la tavola di fondo che permette di incidere o di scrivere “parole che illuminano”, come quelle dell’autentica poesia. È detto ancora: “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”. Ed è detto giusto. Infatti se la Parola, il Verbo, restasse tale con la potenza divina originaria che possiede, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il verbo era Dio» (Giovanni 1,14), noi non potremmo “cogliere” nulla, tale la potenza originaria che l’essere deve ancora venire, essendo il Verbo presupposto dell’Essere e non coincidente con l’Essere.

    La tradizione indiana è ancora più chiara, infatti il dio crea sé stesso e le cose “nominandole”: «All’inizio Prajapati, il creatore, era solo. Volle essere. Allora parlò: Voglio essere. E nacque la parola io». Anche nel Rgveda (10, 71) simile è il potere d’inizio della parola nel creare nomi: «Quando si fecero avanti a stabilire l’inizio primo della parola, creando nomi, ciò che era nascosto… divenne manifesto…».

    Se da una parte troviamo la potenza della Parola indicibile e dall’altra la potenza accecante della Luce, «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Genesi, 4), non può esserci ancora posto né per l’uomo né per la creazione. Ecco perché lo stesso Dio crea le tenebre, l’ombra: «Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre». E “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”. Anzi nel Popol Vuh, il libro dei Maya Quiché, si narra che in principio era il nulla e la creazione ebbe inizio con la “parola”, infatti: «Non vi era nulla dotato di esistenza… Solamente vi era immobilità e silenzio nell’oscurità, nella notte. Soltanto il creatore, il Formatore, Tepeu, Gucumatz, i Progenitori… Venne qui allora la parola, giunsero Tepeu e Gucumatz, nell’oscurità, nella notte, e parlarono tra di loro Tepeu e Gucumatz. Parlarono, dunque, consultandosi a vicenda, e meditando; si misero d’accordo, unirono le loro parole ed il loro pensiero». E si uscì fuori dall’immobilità, dal silenzio, dalla notte, e fu creazione.
    Sì, davvero “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”, formidabile progetto e programma euristico della Rivista L’ombra delle Parole, formidabile inteso nel suo senso puramente etimologico (lat. formidabilis, da formidare “temere, spaventarsi”) ovvero “che spaventa”!

    Complimenti all’ardito Giorgio Linguaglossa!

    Tornerei ancora, per un attimo, se mi permetti, su un altro tuo verso della poesia Il poeta vede ciò che il filosofo pensa, che io ho trasmutato in Il filosofo pensa ciò che il poeta vede. Mi sono accorto, infatti, che in realtà tu sei implicitamente concorde con me per via di due versi, importantissimi ai fini di una corretta ermeneutica poetico-filosofica, e di cui forse, da poeta ispirato, non ti sei nemmeno accorto della loro eccezionale e illuminante portata.

    I versi sono questi:
    «Anche gli dei imparino a tenere il becco chiuso,
    Sono sull’Olimpo grazie alla poesia».

    Davvero eccezionali, caro Gino, e illuminanti sul potere della parola e della Poesia in particolare. Dico che hai perfettamente ragione.

    Chi avrebbe mai conosciuto gli dèi della Grecia senza il canto poetico di Omero e di Esiodo?
    Così Esiodo, il poeta più antico della Grecia, all’inizio della sua Teogonia:

    «Cominciamo il canto dalle Muse eliconie
    che di Elicone possiedono il monte grande e divino,
    […]
    Di lì levatesi, nascoste da molta nebbia,
    notturne andavano, levando la loro bella voce;

    celebrando l’egioco Zeus e Era signora
    argiva, dagli aurei calzari,

    e la figlia dell’egioco Zeus, la glucoside Atena,
    e Febo e Apollo, e Artemide saettatrice,

    e Posidone, signore della terra, scuotitore del suolo,
    e Temi veneranda, e Afrodite begli occhi,

    e Ebe dall’aurea corona, e la bella Dione,
    e Leto e Iapeto e Crono dai torti pensieri,

    e Aurora, e Sole grande e Luna splendente,
    e Gaia, e il grande Oceano, e la nera Notte,

    e degli altri immortali, sempre viventi, la sacra stirpe».
    (Teogonia, vv. 1-21)

    Così comincia a cantare Esiodo, e riferendosi a se stesso e al suo canto, così continua nei versi che seguono:
    «Esse una volta a Esiodo insegnarono un canto bello,
    mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicone;

    questo discorso, per primo, a me rivolsero le dee,
    le Muse dell’Olimpo, figlie dell’egioco Zeus:

    “O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre;
    noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,

    ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare”.
    Così dissero le figlie del grande Zeus, abili nel parlare […]»,
    (Teogonia, vv. 22-29)

    Straordinario Esiodo, menzognero al pari e più degli dei che dicono che sanno dire “molte menzogne simili al vero”. È lui che mette in bocca agli dei la capacità di mentire che lui stesso in quel momento sta esercitando. Mente sapendo di mentire, e sapendo di mentire dice il vero, perché le parole menzognere sono “veramente” dette da lui, che così continua:

    «[le Muse dell’Olimpo]….. mi ispirarono il canto
    divino, perché cantassi ciò che sarà e ciò che è,

    e mi ordinarono di cantare la stirpe dei beati, sempre viventi».

    Mente, nessuno glielo ha ordinato, mente, e sapendo di mentire è lui che attraverso “il vero cantare”, l’immaginazione poetica, crea il complesso e sofisticato mondo delle divinità, e costruisce poeticamente la genealogia degli dèi dell’Olimpo, quella che diventerà e sarà il mondo sacro e religioso della Grecia classica, del nostro pensiero filosofico, delle nostre radici.

    E che avrà un effetto vero, potente e duraturo sulle vite e sulla civiltà dell’intero occidente.

    È la Poesia che ha creato quegli dei, e dunque dici il vero quando tu, Gino, affermi che essi:
    «Sono sull’Olimpo grazie alla poesia».

    E grazie a te, Gino, che ce lo hai ricordato.

    Ma possiamo anche aggiungere che Esiodo, il poeta più antico della Grecia, che scrive quando la filosofia in Grecia non era ancora nata, ci dà la prova e ci garantisce che Il filosofo pensa ciò che il poeta ha visto.
    […]
    *
    Francesco Solitario
    2 aprile 2020

  15. Il fatto è che la mera sopravvivenza oggi riguarda tutti, democraticamente. Ricchi e poveri. A questa semplice considerazione, e dal mio modestissimo osservatorio, aggiungo che si profila un altro pericolo: quello della rabbia sociale, dovuta a costrizione, che si annida nell’inconscio, insieme alla paura. Paura e rabbia. Non è da escludere che tra un mese, anche meno, potrebbero verificarsi episodi di violenza incontrollata. La faziosità dei partiti politici, che a parole si dichiarano responsabili e civili, contribuisce non poco a creare malumore. Le persone non sono tutte buone, molte sono incattivite, frustrate, incapaci di comprendere le proprie emozioni. Quindi le proiettano all’esterno. La mancanza di introspezione, diffusissima anche tra gli intellettuali, può provocare danni. Ma in realtà è proprio questa l’esperienza che stiamo facendo tutti. Forzata introspezione… Alcuni ci riescono, altri passeranno notti da incubo.

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