La questione del Coronavirus e dell’homo sapiens, La sfida del virus Covid.19 alla tecnica, Poesie, Commenti, immagini di Gino Rago, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Marie Laure Colasson

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Stasis

Marie Laure Colasson, Struttura Dissipativa, Stasis, 2020 25×25 acrilico su tavola – Un estraneo, un Covid19, una creatura non-vivente si è insinuato nel Teatro dell’homo sapiens per destrutturarlo. Ecco una Stasis della Struttura dissipativa che sta facendo saltare le economie del mondo. L‟aforisma di Adorno in  Minima moralia,  che recita  Das Ganze ist das Unwahre  («il tutto è il falso»), ci dà la chiave per entrare all’interno dei meccanismi della metastasi innata nella struttura dissipativa. I quadri della Colasson vogliono indicare il momento in cui sorge il primissimo impulso verso la metastasi, il momento diviene memento, la temporalità si interrompe e interviene il deturpamento, il deterioramento della forma, dello spazio-tempo, e il facere dell’homo artifex diventa un atto che contiene al suo interno il perturbamento, il deterioramento. In fin dei conti, il rapporto spazio-tempo in pittura e in ogni manufatto artistico altro non è che il riflesso del rapporto di dominio che vige nei rapporti sociali, il rapporto estetico come armonia-disarmonia dei poli contraddittori cede il posto alla perturbazione come momento incontraddittorio proprio di ogni rapporto estetico. È inutile girarci intorno: questa continua positivizzazione dei linguaggi artistici li ha portati in un vicolo cieco, li ha mandati a sbattere contro un muro di cemento. Tra i linguaggi artistici quello poetico  è il più fragile per costituzione ontologica, perché fa uso delle parole, le quali fanno parte di un sistema primario qual è la lingua e vengono recepite in un sistema secondario quali sono i linguaggi poetici. È questa la ragione che richiede una presa di coscienza di questa debolezza costituzionale dei linguaggi artistici. È l’asseribilità del Logos che si è impossibilizzata. E allora non resta che convertire il «positivo» in «negativo» e prenderne atto. E accettare tutte le conseguenze del fatto che la forma-poesia e le forme artistiche sono delle «strutture dissipative» che si oppongono all’entropia generale del nostro universo

Gino Rago

 

Da I platani sul Tevere diventano betulle, (Progetto Cultura, Roma,2020)

Le città

Cara Signora Jolanda,
ieri ho fermato quell’uomo che mi tormenta.

Passa da qui ogni mercoledi,
mi fissa negli occhi e prosegue:

«Chi sei? Cosa porti nella borsa?»
«Sono un poeta. Nella borsa porto il mio destino
per indirizzi ignoti, letti d’alberghi, strade spaventate.

Anch’io avevo un nome ma non lo ricordo più,
il destino ha lasciato quel nome sull’acqua del fiume.

Nei caffè di Cracovia ora tutti mi chiamano
“il-poeta-santo-bevitore”.

Questo nome ora è il mio destino».
[…]
Se non a Lei a chi potrei dire
che le città che lasciammo ci inseguono.

Il passato

Cara Signora Jolanda W.,
Portiamo in giro il nostro passato

in una busta di plastica del supermercato.
Nessuno saprà che un tempo fummo nella fabbrica dell’amore.

I testimoni che possono affermarlo sono tutti morti.
Lei, da poeta lo sa:

i morti ai processi dei vivi
si avvalgono sempre della facoltà di non rispondere.

Il nostro amico di Cracovia si spoglia in un pied-à-terre
con la sua donna.

Aprono insieme una bottiglia di Coca-Cola,
si guardano negli occhi.

Si abbracciano come due sconosciuti sull’abisso.

Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005), I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) e nella Antologia Poesia all’epoca del covid-19 La nuova ontologia estetica (Edizioni Progetto Cultura, 2020) a cura di Giorgio Linguaglossa.. È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore della Rivista on line “L’Ombra delle Parole”.

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa X 2020

Marie Laure Colasson, Struttura Dissipativa, Escrescenza, 2020 40x40x25 acrilico su tavola

Giorgio Linguaglossa

Qui Gino Rago adotta la forma della missiva ad un interlocutore proprio per abdicare al ruolo dell’io poetico, proprio per allontanare quanto più possibile l’io panopticon, l’io plenipotenziario e sostituirlo con un io-generico, un io-niente, un io-indifferenziato, un io-indifferente, un io-anonimo… e così iniziare a fare una poesia, appunto, da una mancanza, da una assenza, da una epoché.
Si tratta di una strategia della dis-apparizione, della dis-seminazione, della dif-ferenza. Questo è il modo prescelto da Gino Rago nella sua strategia di aggiramento dell’io post-lirico. Ma non è la sola strategia, ve ne sono altre. Per esempio, Francesco Paolo Intini si affida totalmente alla giunzione e giustapposizione di polinomi frastici dai quali è stato espunto intenzionalmente l’io plenipotenziario. Ecco, questo atto intenzionale fa da presupposto a tutta la sua poesia.

Stanza n. 1
K. invia il Signor F. sulla terra con una minuscola teca

K. sfregò uno zolfanello sul muro e accese il sigaro.
Il suo occhio di vetro sembrava osservarmi.

Poi accese il fuoco, ci mise sopra un bricco il quale cominciò a tossire.
Uscì fuori una figura di fumo che si contorceva.

«Ecco, questo è il Signor F.» disse K. «È una persona ragionevole,
con lui si possono fare ottimi affari…».

«Sa, è stato per tanto tempo nell’aldilà. Adesso però è stato dichiarato innocente.
E per questo riabilitato e restituito al pianeta Terra,

tra gli umani».

Fece una giravolta. Uno sgambetto.
Si infilò il monocolo sull’occhio di vetro.

Mostrò una minuscola teca. «Ecco, questo è il vasetto di Pandora.
Contiene il Covid19, un affaruccio con la corona lipidica che si scioglie ad una temperatura
di 27 gradi. Mille volte più piccolo di un globulo rosso…».

Azazello fece uno sberleffo, una piroetta.

«La sentenza di assoluzione è la prova di un errore giudiziario», disse K. con sussiego, riprendendo il discorso interrotto.
«Ciascuno è intimamente innocente»,

«E intimamente colpevole». «La confessione è il miglior argomento
in pro del giudizio».

Poi prese a passeggiare in cerchio.

Nel frattempo una ladyboy in calzamaglia a rete iniziò a litigare con Azazello.

«Sei piccolo e brutto!, e stupido!, non sai neanche come si tratta una Milady!, tornatene da dove sei venuto, scimunito!».

«È estremamente riprovevole giocare con il Covid19, non crede?», riprese K. il filo del discorso dove lo aveva lasciato. E si aggiustò la mascherina.

Nel frattempo, la teiera si alzò dal tavolo

E versò nella tazza di F. un tè bollente.
Che il Signor F. bevve d’un sorso. Deglutì sonoramente.

 

Il pomo d’avorio fece su e giù.

(inedito)

*

Commento del teologo:

L’infinito (Dio) si è spogliato interamente della sua onnipotenza nel finito. Creando il mondo, Dio gli ha per così dire affidato la sua propria sorte, è
divenuto impotente. E dopo essersi dato totalmente nel mondo, non ha più nulla da offrirci: tocca ora all’uomo donare. L’uomo può farlo vegliando a che non accada, o non accada troppo spesso che, a causa dell’uomo, Dio debba rimpiangere di aver lasciato essere il mondo.
Però, ad un certo punto, Dio ci ha ripensato e ci ha propinato il Covid19. Ha inviato sulla Terra il Signor K. con una consegna precisa. «Così, almeno, prima o poi, gli umani metteranno la testa a posto. Chissà che non si ravvedano», avrà pensato.

Consiglio la lettura di questo breve saggio di Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz:

Fai clic per accedere a AGAMBEN-Quel-che-resta.pdf

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Eruzione

Marie Laure Colasson, Struttura Dissipativa, Eruzione, 2020 40×40 acrilico su tavola

Mauro Pierno

Il mistero del clacson. Imperversò.
Anche la piccola dispensa affrontò il diktat.

La stasi mutò di botto,
un rosario di margherite si offersero volontarie,

le mani
rumorosamente sfregarono il gel disinfettante.

Lo sciacquone
derubricato mondó i peccati,

solo lui
si propose per la marcia trionfale.

Questo lo ricordo molto bene,
le ante cigolarono ancora una volta.

Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”, presente nell’antologia – Il sole nella città – La Vallisa (Besa editrice, 2006), fra le raccolte più significative, non tutte edite, possiamo ricordare Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017) e, nel 2018, su invito di Lino Angiuli e con la collaborazione di Francesco Lorusso sulla Rivista Letteraria incroci è uscita la silloge, 37 Pedisseque istruzioni. La sua scrittura è presente anche sulle pagine innovative del gruppo NOE di Roma e parte dei suoi versi si possono leggere sul Blog “L’ombra delle parole”. Da anni promuove in rete il blog ridondanze”.

Francesco Paolo Intini

La sfida di un Virus al Mondo della Tecnica

Mettere i piedi fuori, attraversare la circonvallazione in uno di questi giorni per ritrovarlo sano e salvo “poi”. Dar da bere a uno strumento fa parte del mio lavoro.

Lui non può muoversi, il cuore pieno di elio, da farsi gocciolare l’ ossigeno vicino. E nemmeno ha mai visto un mandorlo fiorire.

Il suo è un eterno girare benedetto dal Dio delle grandi invenzioni.

Spettacoli sui bastioni di Orione per l’anima razionale che si bea del fraseggio tra numeri, segnali e danze di molecole sconosciute per segnalare, trasmettere, tradurre a beneficio di chi verrà.

Chi entra in queste onde non può più uscirne perché sono le braccia dell’ amore per la scoperta, il gusto di penetrare le tenebre dell’ignoranza. La sua poesia sarà segnata per sempre da un canto primordiale, un risuonare tra gravità e raggi gamma.

La voce dell’ usignolo risuona per l’ universo di rumore percorso da nuvole e rottami, ruote e motori, trend e cadute dei mercati, maxwelliane e diagnosi di fine dell’ entusiasmo, meteoriti e sequenze di Dna in scatola.

Tutto ciò è altisonante e dunque non ha sguardi nell’ignoto ma costituisce plancton per pianeti come il nostro con la pancia di fuoco e gli abitanti in bilico tra l’estinzione e la boria del padrone.

Il genere è dunque attraversato da troppa frettolosità per poter volgere lo sguardo al legame che il numero uno tra gli elementi ha saputo costruire con i figli che ha chiamato carbonio, uranio piombo etc.

A precederlo è il Nulla di Energia e Materia. Segue una discendenza che si è data da fare nel gioco della lego universale.

Lo sforzo di capire l’essere è ancora chiuso in quel passaggio senza senso che la mente si ripete ogni volta che qualcosa diviene altro da sè.

La poesia è nella spettralità di ciò che accade attorno a queste scale, nella casa che lo ospita e nei cerchi vuoti che si muovono progressivamente, investendo le abitazioni, le città nazioni di segni nuovi da decodificare.

Da una parte la Morte dall’altra l’Efficienza con la messa in campo di ciò che si è potuto arrabattare all’ultimo momento. Di mezzo c’è questa scommessa di farla franca e approdare in un Poi.

L’occasione è ghiotta per riflettere su come questo ritrarsi nelle case, unisca storia a preistoria.

Ancora una volta l’orso, il lupo, la belva con i denti a sciabola imperversano per le strade. A rispondere non sono i governi ma l’istinto di conservazione della specie. La sua costituzione non sembra così resistente da disprezzare il pericolo.

I laboratori tremano giustamente al silenzio dei corridoi. Con essi geme la scienza. Un baccano compresso nelle abitazioni, dove si continua a fare ciò che si è sempre fatto, ignorando fisiologia e sesso, età e la capacità della mente di seguire il turbinio del lavoro moderno all’insegna del niente è fermo, tutto è freneticamente compresso in una macchina cui affidare un progetto, un obiettivo a cui inchinarsi, costi quel che costi perché in essa si manifesta sua maestà la TECNICA.

E dunque guai a chi si pone fuori!

Non si tratta dunque di una lotta per la sopravvivenza. Si sa già che quasi tutti sopravviveranno. Ciò che non si sa è se la Tecnica sarà all’altezza di un semplice Virus capace di attaccarsi a una gocciolina di starnuto.

Anche fuori del virtuale non c’è modo di stare. Vietato illudersi. Non sono ammessi svaghi, il whatsapp s’infuria se non rispondi. 100, 1000 chiamate alle armi al minuto. Le mail si gonfiano di nuove indicazioni, prescrizioni, ordini. I Consigli che contano sono riuniti permanentemente a prescrivere, ordinare, multare se necessario.

Si assiste al paradosso di un mondo fermo e non fermo contemporaneamente. Una singolarità in cui i parametri cessano la loro funzione descrittiva.

Le burette, i cromatografi, gli agitatori magnetici, i Bunsen sanno di abbandono. Un silenzio sotterraneo unisce i tempi delle pestilenze.

I camici invece raccontano una storia di pensiero impreparato e impotente, appeso negli armadietti o abbandonato sui banconi nemmeno con tanta fretta.

Riempio d’azoto i polmoni della macchina fino a vedere spruzzare lava gelida dal camino del vulcano metallico. Ha di che saziarsi per altri dieci giorni.

Riprendo la mia strada, un vento di neve spennella l’asfalto, spazzando versi distrutti e strade sporche di parole senza significato, virgole che si attorcigliano ai semiassi.

Non mi sorprenderei se una carcassa di cane ce la facesse ad attraversare la carreggiata.

Francesco Paolo Intini (Noci, 1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016), Natomale (LetteralmenteBook, 2017), e Nei giorni di non memoria (Versante ripido, Febbraio 2019). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie, Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017).

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22 risposte a “La questione del Coronavirus e dell’homo sapiens, La sfida del virus Covid.19 alla tecnica, Poesie, Commenti, immagini di Gino Rago, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Marie Laure Colasson

  1. Giuseppe Gallo

    Cari amici de L’Ombra delle Parole, ieri sera Letizia Leone mi ha comunicato che Giacomo Caruso è venuto a mancare. Il virus ha abbattuto anche un poeta. Questi sono momenti in cui ci si vergogna di avere ancora parole tra i denti e singhiozzi nella gola. Molti di noi hanno avuto a che fare con Giacomo e i suoi versi. Gli ultimi testi di “Sulle rovine di Cartagine” invitavano alla resistenza:

    Ci dobbiamo contare, ci dobbiamo preparare
    stare pronti al minimo cenno, alla campana
    in allerta perenne resistenti renitenti resilienti
    stare pronti ed attenti alla fine dell’eone
    al colpo di coda del dragone…
    … sollevare il presente
    contro il culto del male, della morte, del nulla globale
    contro la tecnoidiozia totalitaria e totale

    Un abbraccio a Gloria. Caro amico, c’è anche chi ci sconfigge…

    Grazie a L’Ombra per questo spazio

    • letizialeone

      Cari amici, la brusca ed inaspettata notizia della dipartita di Giacomo Caruso ha coinvolto in un abbraccio di dolore tutti i suoi amici. Giacomo aveva anche collaborato alla Rivista “Il mangiaparole” ma soprattutto oltre a scrivere e suonare (era anche musicista nel suo gruppo Karmablue) si dedicava con passione all’aspetto sociale della poesia con i laboratori di poesia, intensi salotti letterari dove si leggevano, commentavano e studiavano poetiche e poeti del mondo. Allego qui di seguito la prefazione che scrissi per il suo ultimo libro “Le rovine di Cartagine” inserendo questi versi di un testo che ho preso quasi a premonizione di un suo congedo con l’immagine sconvolgente di “Autocarri in ordinata fila che bucano la notte di fari”. Ci mancherà infinitamente…

      IN VIAGGIO
      puoi vedere le stelle, stanotte
      ascoltare il silenzio
      il fuoco dentro illumina i bivacchi
      desiderio d’eterno
      nella terra di Eriu appena scesi
      come un ritorno a casa
      autocarri in ordinata fila bucano la notte di fari
      attraversiamo il buio lentamente
      in pellegrinaggio
      piange di gioia il cielo di Notumbria
      al ritorno del figlio
      di rondini i voli che s’intrecciano procurano
      stupore e desiderio
      s’avvicina l’eterno
      la parola salvifica sarà il nostro lasciapassare
      in viaggio

      Su “Le rovine di Cartagine”:
      Secondo Lukàcs l’arte del Novecento è allegorica, ma l’oggetto dell’allegoria sarebbe «il nulla». Proprio da questa introiezione del nichilismo quale storia tutta contemporanea nascono le poesie “resistenti” di Giacomo Caruso, un canto che è invito incessante alla riflessione ma anche sollecitazione, brechtianamente orientata, ad un uso morale della poesia per combattere l’insignificanza e il non sense esistenziale e politico dei nostri giorni. Un sentiero trasversale, certo, oggi quello della poesia che va attraversando, deformandone la prospettiva, un paesaggio piatto e linguisticamente incolore. La sua funzione è quasi paragonabile a quella di uno specchio rotto che riflettendo dai frammenti in modo obliquo, ridefinisce inaspettatamente punti di vista inediti sulla realtà.
      E pertanto le scorie, i detriti, i resti obliati di civiltà scomparse, spesso in Giacomo Caruso si ergono quali pietre di paragone della disillusione ed esigono un lettore avveduto nell’esercizio della funzione critica. Il linguaggio della poesia, sommo amplificatore della coscienza, deve riattivare sensibilità e pensiero critico in tempi di omologazione tecnocratica perché come insegna Adorno «…si tratta di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica».
      Giacomo Caruso in questo suo libro va confermando ed evolvendo le caratteristiche delle sue precedenti sillogi. Una poesia a vocazione civile alimentata da spinte emotive ed etiche, una testimonianza del disagio sociale divenuto intollerabile dove le apparenze non riescono più a nascondere la distruzione in atto, così come abbiamo appurato in Apparenze (Edizioni Progetto Cultura 2015).
      E se si tratta di grattare via la patina, lo «smalto sul nulla» di benniana memoria che offusca lo stato reale delle cose, la concretezza del verso di Caruso è evidente fin dall’incipit del libro: Salviamoci. Una prosa ritmica che è quasi un’invettiva e affonda nella delusione storica e nel disincanto del mondo:
      salviamoci dal bacio della donna ragno, dal facile guadagno, dall’ipocrisia,
      dai fermi di polizia, dai bagni di folla e di mare, prendere o lasciare, non abbiamo
      un altro pianeta da rovinare, fuggire non è più possibile, ci siamo dentro fino al collo,
      bagnati fino al midollo nella realtà che ci interroga, ci spinge, fa sul serio, non finge,
      non voglio che sia già tardi a invertire la rotta, a dare una botta, un segnale, a rompere
      il muro dei fanatismi, abbasso gli ideologismi, il pensiero unico, l’omologazione,(…)
      Si può leggere in controluce un’analisi serrata alla società dei consumi, una lunga agonia dell’anima conseguente alla catastrofe della cultura e dell’umanesimo, una crisi continuamente procrastinata quale stato esistenziale necessario al mantenimento di un iper-capitalismo malato e fuori controllo.
      Questa visione della poesia, per certi versi, rimanda a maestri inattuali quali Fortini o Pasolini, alla loro eredità di poesia impegnata, al rapporto intellettuale–realtà dato che in antitesi all’ermetismo, loro stessi riconoscevano alla poesia lo status di attività intellettuale tra le altre, e dunque non privilegiata: «L’idea di poesia-lusso o di poesia-vita, che coetanei o padri mi proponevano, l’ho sempre rifiutata», ribadiva con forza Franco Fortini.
      In Caruso in più c’è la lucida consapevolezza dell’essere la poesia tutt’al più «testimonianza precisa e inascoltata» in tempi di velocissime e superficialissime connessioni liquide. Come già rilevato in passato, il suo programma estetico ingloba anche la musica, sebbene l’autore indirettamente ci ricordi quale divario incolmabile separi l’antico Vate di Tracia, Orfeo, dal poeta contemporaneo immerso in un ininterrotto rumore di fondo. Eppure l’orecchio musicale e sensibile dell’artista riesce a percepire le segrete vibrazioni delle cose perfino nella Cacofonia generale, non negando mai la possibilità di cesellare il verso attraverso la fascinazione uditiva di pur minime e sottili sensazioni sonore:
      Questo infinito serpente di lamiera, saturo di benzene,
      è una partitura di fiati,
      causa del nostro male.
      Nelle fenditure del martello pneumatico ho sentito
      improvviso l’urlo della chitarra elettrica.

      Guardo la cacofonia: regna sovrana
      nell’urbana impotenza di voci. (…)

      Ma intanto anelo il silenzio dove
      anche un ramo secco sotto il piede
      rimbomba nelle orecchie
      come la tromba del giudizio.

      Sebbene i testi di Sulle Rovine di Cartagine, (vestigia spirituali ingoiate dai pixel dei teleschermi), ci confermino che il poeta appartiene sempre alla storia e alla memoria, anzi ne è il custode privilegiato, qui il corpo a corpo è con il presente. Certo il nucleo tematico resta la favola antica o il mito, ma si tratti di Icaro o Ulisse, Achille e Ettore o infernali paesaggi danteschi, come la città di Dite, qui siamo nel pieno di una sofferta trasfigurazione contemporanea:
      questa città non è una città,
      un contorto agglomerato denso e brulicante,
      organismi simbiotici che vivono in colonie,
      individui persi nella connessione inseparabile
      con il tutto in continua espansione
      grattacieli moderni di vetro e cemento (…)
      ogni città dentro la città consuma ignara il suo destino
      rovine nella notte e banche e chiese
      pretoriani di guardia nelle strade,
      nere automobili senza controllo (noi senza riparo)

      I testi di Caruso sono fatti di materiali poliedrici, carichi di allusioni e citazioni, prevedono spesso il riuso, la parafrasi, la riscrittura di temi o ispirazioni, attivano circuiti di pensiero e di memoria negli ampi giri tematici e nella varia sperimentazione formale. Da poeta moderno sfrutta il meccanismo del riciclaggio, del montaggio e dell’assemblaggio di elementi del passato e dell’attualità ma fondamentalmente ci parla sempre di un’urgenza e di quello che vive. Tanto che anche questa dura materia esistenziale viene a volte ridefinita e modellata nei toni dell’elegia, nella chiusura di un’intimità disperata per la vita tramata di routine e allucinazione.
      In viaggio, ultima sezione della raccolta, i movimenti diventano spesso illusorii, spostamenti virtuali alla ricerca di frammenti, identità, fantasmi della cultura e della grande poesia. Un carico di simulacri che vengono interiorizzati da un «io» alla deriva nel mare della stagnazione. Le pareti del tempo e dello spazio sembrano crollate e la tentazione di questo «io» stordito dalla post-modernità resta lo sconfinamento oltre le porte del sogno…
      Ogni parvenza è solo una partenza,
      in sostanza
      un transatlantico o una feluca,
      conta solo il modo, ovunque conduca il viaggio,
      il mito che riprende, sorprende all’infinito,
      sfinito dormo ma non riposo
      resto silenzioso vigile assorto, vivo ma come morto
      in questa nave, che fila verso l’ignoto, in moto
      perenne nello spazio, le rive di un altro mare
      sogno, (…)

  2. ecco una mia nota di lettura del libro di Giacomo Caruso scritta qualche mese fa.
    Ciao Giacomo, dalla terra un abbraccio, anche tu caduto sul fronte del Coronavirus assassino. Sei nel nostro cuore.

    Giacomo Caruso, Sulle rovine di Cartagine, Progetto Cultura, 2018 pp. 130 € 12

    Le poesie di questo libro di Giacomo Caruso sono caratterizzate da un tono, tra l’ottativo-colloquiale e l’assertivo-riflessivo, l’impianto affabulatorio si avvale di un verso disteso, lungo ben oltre la misura del doppio settenario, Caruso non impiega gli incisi per spezzare il fluire del ritmo del discorso, gli incipit non irrompono mai di sghembo, né in scorcio, la poesia progredisce dal di dentro del suo punto di latenza, la progressione sintattica si muove verso il punto oscuro della significazione. È evidente che in queste poesie la questione della verità non si pone più perché Cartagine è stata distrutta dai vincitori, tutto il resto abita le fessure dell’anima e i suoi interstizi di oscurità. Ma è proprio questo elemento che interessa il poeta romano.

    I poeti del Novecento si possono dividere in due categorie: quelli che intellettualizzano la poesia che hanno ricevuto in comodato d’uso dai predecessori, e coloro che operano invece una dis-intellettualizzazione. In quest’ultima tipologia rientra sicuramente Giacomo Caruso. In una sana vita letteraria occorrono entrambe le categorie. Al primo tipo appartengono poeti quali ad esempio il primo Sanguineti e il primo Zanzotto, essi operano una sapiente introduzione di scritture allotrie nel corpo della tradizione stilistica, arricchiscono il corpus lessicale e semantico della koiné linguistica ereditata, aprendo così sempre maggiori spazi e possibilità espressive alla poesia immediatamente precedente. Che poi questi spazi vengano effettivamente «riempiti», è un altro discorso; ciò che appare come una potenzialità non è detto che si traduca sempre in atto. È noto che l’apertura lessicale e semantica introdotta da Sanguineti e Zanzotto nella loro prima fase di decostruzione del linguaggio poetico ereditato, si sia tramutato, nella loro tarda produzione poetica, in «chiusura» lessicale e semantica Questo è un fenomeno che diventa visibile più o meno a partire già dalla fine degli anni Settanta. Le proposte di poetica sono come delle automobili che all’inizio hanno lo sprint della giovinezza, della combustione rapida, per decrescere di potenza man mano che il combustibile si esaurisce, il motore accusa usura e la meccanica, incipiente vecchiaia. È un evento quasi inevitabile che questo accada, ma è la capacità di resistenza dei poeti di rango che poi alla fine prevarrà sull’inevitabile depauperamento delle poetiche giunte al loro stadio terminale. A questo punto è inevitabile che una poesia come questa di Caruso sia indirizzata verso una stabilizzazione del linguaggio poetico.

    Dopo una generazione di decostruzione dei linguaggi interviene sempre una generazione o un movimento o delle personalità che operano un riassestamento dei linguaggi poetici e una riduzione delle tematiche, con discorsi poetici che agiscono da controspinta e da contrappeso dei linguaggi poetici ereditati. Dunque, una poesia narrante, fortemente ancorata al piano narrativo con reminiscenze metaforiche di luoghi storici come Cartagine che sono diventati luoghi memoriali, rientra perfettamente nel quadro di ricomposizione delle tensioni antinomiche che hanno agitato le soluzioni poetiche di questi ultimi decenni.

    (Giorgio Linguaglossa)

    HO VISTO RINASCERE IL FASCISMO

    ho visto rinascere il fascismo nelle piazze,
    i nuovi capi hanno soldi, fazzoletti verdi,
    facce truci e severe, i capelli freschi di parrucchiere,
    hanno potere, connivenze alte, televisioni,
    hanno benedizioni, hanno agevolazioni,
    potenziali assassini senza sporcarsi le mani
    hanno bracci armati, hanno schiere nere
    gente di bassa lega, gente di tartaruga
    ho visto rinascere il fascismo nelle piazze,
    i nuovi pretoriani già schierati a difesa
    del re sempre più nudo, alzano mani armate
    se ancora si colorano le strade e d’echi
    risuonano
    se ancora sventolano le belle bandiere
    di cose giuste e scomode al potere
    di cose vere
    ho visto rinascere il fascismo nelle piazze,
    i nuovi capi dividono in giusti e sbagliati,
    invocano la religione, la linea dura, le leggi severe
    invocano libertà di parola, parlano di democrazia,
    li dobbiamo fermare, o sarà troppo tardi ora
    il fascismo non è un’opinione, è un crimine,
    l’ha dimostrato la Storia, lo dice la Costituzione
    dobbiamo stare attenti
    una volta ancora

  3. Pingback: riDONdanZE 3020 | RIDONDANZE

  4. L’asseribilità del Logos non è compromessa, assistiamo semplicemente al venir meno della complessità, dovuta a predominio della ragione sulla parola. Semplice, è questa la modalità di pensiero che abbiamo sacrificato, indispettiti da pubblicità e sottintesa ignoranza. Ma sono almeno cinquant’anni che la semplicità bussa alla porta, inascoltata.

    Il dover rispondere in modo razionale a sofismi e derive mistiche è cosa vecchia e superata. La metafisica non si contrappone più a nulla. Inutile perseverare. Parafrasando un vecchio film, non si uccidono così anche i cavalli?

    Fine della complessità. E fine della messa in scena: tutti ad aspettare il libro dei libri del Mallarmé: preannunciato fallimento, però un eroismo d’avanguardia! Duchamp spende anni della sua vita a prendersi gioco della critica, promette loro la sua più grande opera “il grande vetro” ma la lascia incompiuta. E il vetro si è pure incrinato. Eppure tutti a dire, lui per primo, che quella crepa era l’elemento che mancava! Siamo al ridicolo.

    Poi ci si sorprende se la pubblicità. Se l’ignoranza, se i mercati prosperano grazie a scemenze inutili; e si fanno soldi più che si può, fine a se stessi, in economia liberista, speculazioni a rischio che nemmeno la globalizzazione può garantire. Ah, ma c’è la complessità, il sottinteso, il giudizio intellettuale…

    Caduta, caduta rovinosa degli dei. Se guardiamo le opere astratte della brava Marie Laure Colasson, in questa pagina, notiamo che le masse tendono a posizionarsi in basso, rovinate e bruciacchiate. Si possono interpretare in chiave simbolica, renderle intelligibili, ma si tenta comunque una operazione estetica che rimanda a Kandinsky. Tutti gli astrattisti partono da lì, è il loro, e il nostro, passato. Va in rovina la complessità.

    Appiattirsi sul negativo è fare cronaca, fermarsi alla constatazione. Ma il negativo è segnale di passato che non ci sta. E non ci sta per definizione. Sconcerto, depressione e rabbia sono sintomi evidenti in ogni artista che guardi al passato. Questo vale anche per Agamben, quando scrive di recente (17 marzo scorso):
    “Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani”.
    Ragionevole quanto si vuole ma c’è pessimismo, nostalgia e malinteso nella visione prospettica. Sfiducia. Incomprensione del mutato rapporto tra uomo e natura. Tra uomo e conoscenza di sé. Mille miglia lontano dalla possibilità di un cambio di paradigma, sociale ed esistenziale.

    Mi sembra che anche le poesie di Intini vadano per questa direzione, anche se trovo migliorata la capacità di lasciare intravvedere un discorso, un farsi del discorso, se paragonate alle sue prima copiose elencazioni di versi, anche pregevoli. Ma mi fanno l’analisi marxista, in pari formulazione di questo e quello. Come non fosse già sotto gli occhi di tutti la disperazione.

    Invece mi complimento con Gino Rago, perché volge al “semplice”. Solo, a mio parere, la forma a missiva, se a lungo ripetuta porta a noia. Ma la ragione sta nel fatto che si perde l’enigma.

    Invece Giorgio Linguaglossa, sempre più mi ricorda il cinema di Federico Fellini, dove tutto è finzione. Del resto pare che gli interessi poco del reale, in quanto indescrivibile, cosa che per noi è scontata. Piuttosto i suoi dilemmi filosofici, di cui l’intorno fa da pretesto. Ecco, tra piume e merletti, la sua poesia filosofica. E passatista. Del crollo rovinoso, ma anche della possibile ripresa. L’interrogazione meritoria.

    • Non sapevo nemmeno che Agamben avesse detto:

      “Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani”.

      Come riferisce Tosi, ma è quello che pensa il sottoscritto. Nel mio caso non si tratta di pessimismo e né di guardare al passato come l’isola felice. Penso invece che davvero il futuro sia questo e che il virus abbia dato una spallata al vecchio mondo e ne stia creando un altro dove il TUTTI CONNESSI non sia solamente scambiarsi “ ciao e ricette e buon giorno e auguri e come stai” ma qualcosa che riguarda la totalità del nostro essere al mondo, dalla telemedicina al telelavoro, da tele trasporto al tele affare, dal tele processo al etc. Dal mio punto di osservazione vedo che la mia azienda non si è mai fermata e continua a mettere sul mercato i suoi prodotti costituiti da lezioni, esami, lauree. Certo quando finirà ritorneremo per un po’ di tempo alle nostre file, benedicendo gli ingorghi sulla circonvallazione e i problemi di congestione nei tram ma avremo acquisito l’esperienza che è possibile farne a meno e dunque prima o poi si perverrà a questa idea che non val la pena spostarsi quando a casa, seduti accanto alla gabbia del riccio, tra i versi che svolazzano davanti agli occhi è possibile fare le stesse cose che fai in un’aula.
      Eliminato il movimento rimane energia potenziale che si accumula nel pensiero tutto a disposizione degli apparati, che così ne possono saggiare le capacità di consumo e sfruttamento, prima ancora che di proposizione. E dunque mi è ben chiaro il futuro da cui mi allontano almeno quanto già posso fare con il passato. Ma non si tratta di pessimismo perché la realtà tutta, cronaca compresa, diventa interessante quando viene eterizzata e vivisezionata per scoprire come fare a colmare lo iato tra le istanze della natura, la sua incomparabile capacità di creazione e le difficoltà della mente nel starle dietro per indovinare le sue mosse. Ecco la poesia ha questa ambizione di allargare i campi della ricerca e dunque diventa assenza di Io, salti quantici, rapsodia, catena illogica, post-it, ricordi e allucinazione, fantasticheria e finzione di assenza di tempo, reversibilità degli eventi e dell’entropia, scambi impossibili di calore, miracolo. Il gioco diventa molto più interessante quanto più complica una situazione semplice di assoluta disfatta di fronte alle forze della natura.
      In fondo non è questo il racconto di tutti?
      E che senso ha raccontare ciò che già è noto a tutti?
      Il fatto semplice di un virus attaccato alla saliva è molto più complicato di quanto si possa immaginare. Conviene ingrandirlo, guardarlo con l’occhio umano, colpirlo con fotoni che misurano l’imprecisione dei nostri calcoli, la non deducibilità della forza che lavora dentro e fuori di noi. Chissà se in fondo emergerà qualcosa di interessante e non solo nelle lettere.

      DELLE EQUAZIONI NARRANTI.

      Certe gru strappavano le nuvole
      altre vietavano ai cormorani di migrare.

      Troppe Indie nelle ferrovie del cielo

      I watsapp ruggivano perché la savana
      s’era trasferita sul tavolo della cucina.

      Le dita di Heisenberg suonavano Anthem

      Non era morto?
      La certezza verrebbe dai crematori.

      Una piccola urna con su scritto il nome.
      Ma c’è fila, interminabile fino ai ‘70 e forse allo zenit.

      Pizzica un dente la sua carie. La nota arde la Fender.
      Segue un rogo di rondini e grilli.

      Cantare di uomini che scoda nei 3020.
      Fioriscono le ugole. Viole sulle ordinate.

      Un baobab rialza i calzoni. Quadra la curva a campana.
      Rimette la pelle al tronco, convince un leopardo all’agguato.

      Col batterista ci mettemmo d’accordo. Avrebbe percosso
      una fragola per svegliare le leonesse.

      Rimettersi al tavolino, risollevare il mento
      dal mancato banchetto di zebre.

      Urtò contro un gomito.

      Non era la direzione giusta
      e dopotutto Jimi era morto davvero.

      Bisognava ritrovare le labbra del 2020
      ed avere la morbidezza di una farfalla.

      Fu così che la luna si adattò alla scarpa.
      Se avesse avuto più nerbo sarebbe schizzata sui mercati

      E noi avremmo registrato un calzino
      in meno nella lavatrice.

      Impossibile convincere una corolla a fermare la radice.
      Un orbitale senza nucleo riaggiustò la volta celeste.

      (Francesco Paolo Intini)

  5. Dimenticavo, e me ne scuso, l’amico Mauro Pierno. Secondo me piacevolmente soggiogato dalle aggettivazioni di Francesca Dono, che considero “nuove di pacca”, ma che sembra non sappiano dove andare a parare, se non in polaroid della disfatta e dello spreco di energia (le sue cose più belle, per gioia e sconsacrata descrizione, sono per me le poesie erotiche, o pornografiche che dir si voglia. Cosa che già Linguaglossa aveva segnalato).
    Quando Mauro Pierno scrive “Il mistero del clacson. Imperversò.” mi trova solidale, anche per quanto dicevo poc’anzi a proposito della semplicità, perché detto dalla semplicità stessa, non per declinazione da altro linguaggio. Un po’ mi sembra che si stia complicando la vita, ma è la scrittura NOE che va deragliando di proposito.

  6. gino rago

    Caro Lucio,
    se da un lato sento il piacere di bisbigliare un grazie per il cauto tuo apprezzamento di alcuni miei versi, dall’altro desidero assicurati d’avere già superato la forma epistolare in distici, riverberi del frammentismo a suo tempo ampiamente adottato, con l’approdo al Polittico, derivante dalla presa di coscienza che “è il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.”, come questo

    Gino Rago
    Ulisse? Un bugiardo inglese

    Una vita di seta gialla, un abito con crinolina color lilla.
    Un cappellino, una rosa nei capelli.

    Con un’amica al Caffè Tommaseo.
    Sotto i portici un uomo, forse l’ombrellaio delle favole.

    La testa fra le mani, legge un libro di Joyce,
    non si accorge neppure chi gli siede accanto.

    È la donna della sua vita, ma lui non lo sa, esce dal caffè
    e viene inviato sul fronte occidentale, sulle Ardenne.

    Lascerà Trieste, andrà a Parigi, dipingerà.
    È innamorato della danzatrice francese, ma lei non lo sa.

    Ma Achamoth gioca con gli scacchi. Invia una lettera a Marie Laure,
    C’è scritto: «Guardati dalle idi di marzo».

    E la Colasson parte per Roma. Abita sopra la statua di Giordano Bruno.
    Poi Madame Tedio, il tempo, sbroglia le carte,

    Si pente e torna indietro.
    Sul molo Audace i bersaglieri con le piume al vento.

    D’Annunzio inneggia alla guerra.
    […]
    Von Karajan al Bolshoj dirige un’orchestra di piatti e di posate.
    C’è il mago Woland che dirige l’orchestra, ma lui non lo sa.

    La Signora Schmitz s’è invaghita del musicista,
    ma neanche lei lo sa. Scoppia la Grande guerra. Joseph è un pacifista,

    Scrive un biglietto a Madame Schmitz: «Non sparerò un colpo»,
    e invece gli sparano un colpo al cuore, e muore disperato.

    Alla biblioteca civica in Piazza Hortis
    Svevo scrive La coscienza di Zeno.
    […]
    Il Signor L. tiene una conferenza sull’Odissea,
    alla Berlitz School.

    «Ulisse? Un bugiardo inglese».
    * * *
    (Fu Giacomo Caruso stesso a cercarmi mesi addietro con una garbata e-mail. Mi segnalava con delicatezza – di seguire i miei interventi sia su L’Ombra sia su Il Mangiaparole, inviandomi non di rado suoi testi di poesia per una mia lettura, – di conoscermi sebbene soltanto di vista perché anche Giacomo era studente di Chimica alla Sapienza negli stessi anni (anni ’70 del novecento) nei quali anch’io frequentavo assiduamente l’Istituto Chimico della Città Universitaria romana.
    Di persona non ho mai conosciuto “Jimmy”, così amava esser chiamato, ma mi unisco a Pino Gallo e a Giorgio Linguaglossa nel compianto.
    Brodskij lo ha detto: “I poeti ritornano, o in forma di ossa e carne, o in forma di carta, i poeti ritornano sempre”.
    Zbigniew Herbert mi incarica di chiedere a Giacomo Caruso:
    “Dove passerai l’eternità”?
    Trova tu il modo di darci una risposta.

    L’eterno riposo dona a Giacomo, Signore.
    Per Giacomo splenda la luce perpetua.
    Amen
    (gino rago)

    • milaure colasson

      Caro Gino è stato un piacere totale leggere la tua poesia e te ne ringrazio .
      Volevo anche aggiungere la mia grande stima di lettura dei miei quadri che ne ha fatto Lucio Mayor , il bruciacciato come residui di un vulcano sul quale il mondo è seduto…
      E un enorme ringraziamento per l’ analisi filosofica che ha fatto delle strutture dissipative il nostro Giorgio Glossalingua .
      A tutti un abbraccio sincero.
      Milaure

  7. gino rago

    Zbigniew Herbert

    Dove passerai l’eternità?
    Non lo so. Forse tra la sabbia delle nebulose.

    Giorgio Linguaglossa

    Dove passerai l’eternità?
    Non lo ricordo.
    Forse l’ho trascorsa nella sabbia tra le meduse.
    Nella nebulosa di Oort
    a 140 miliardi di chilometri dal pianeta Terra.

    Gino Rago

    Risponde il filosofo Erésia

    Alla domanda di Herbert:«Dove passerai l’eternità?»,
    Risponde il filosofo Eresia:

    «cara Signora Circe, caro Signor Nessuno,
    Il poeta da finisterre parla con l’oceano.

    Scrive le sue parole sull’acqua:

    «Non mi aspetto l’eternità
    E so che nessun verso oltrepasserà [la morte.

    I poeti lo sanno da sempre: le poesie sono mortali».

    da I platani sul Tevere diventano betulle,
    Ed. Progetto Cultura, Roma, 2020, pp. 176
    *
    (gino rago)

  8. La mamma
    ha infilato un silenzio senza tasca,

    le piccole monete trasmettono l’amore.
    Se tu fossi più piccolo di una granella

    potresti scoprirlo tra le pieghe di una pista,
    la glassa addestrata trasmette in streaming.

    Sono grandi le venature dei sepolcri
    gli sguardi avvertono il tic tac della resurrezione.

    Piano sulla pista
    la colomba atterró indisturbata.

    Grazie OMBRA.

  9. sabino caronia

    Mors ultima linea rerum est.
    Ave atque vale.
    Sabinus ille

  10. Mariella Bettarini

    Amici e amiche carissimi/e,

    GRAZIE sempre dei vostri preziosi invii e mille auguri, in questo tremendo periodo…

    Un carissimo saluto e vivi complienti sempre per questo vostro magnifico lavoro da

    Mariella Bettarini

  11. copio e incollo da facebook alcuni commenti.

    Antonietta Fragnito: Mi piace terribilmente, direi vorticosamente!

    Luigina Bigon: Mi cattura senz’altro in quel vortice labirintico di personaggi oggetti luci tra calli e squeri dominati dall’ombra.
    Più si legge più le immagini si muovono, si espandono in cerchi sempre più allargati verso lontananze imprevedibili.
    Poesia che misura e pesa il presente👏🌈🌈🌈

    Adrienne Scribano: Molto bella !

    Adriana Gloria Marigo: Caro Giorgio,
    scrivi una poesia che mi ricorda le tele di Hieronymus Bosch: la sento come il corrispettivo dell’infernalia che il pittore olandese, nella sua visionarietà atroce e folle, fa emergere quale segno sotteso, insopprimibile, alla banalità d…Altro…

    Luigina Bigon ha risposto

    3 risposte

    Nunzia Binetti:
    Nunzia Binetti E’ un peccato , Giorgio, che io non conosca il tedesco, ma è solo un dettaglio che non mi impedisce di gustare un testo in cui la sequenza di parti dialogate e fotogrammi fulminei e fulminanti, oltretutto acronici , sono frutto di un montaggio senza linearità spazio-temporale. E’ un modo, direi, anarcoide e spiraliforme ,una sorta di ” contrappunto” che si inserisce prepotentemente nel principio compositivo che ti caratterizza e che mi piace definire “discanto” e per quella polifonia che lo sostiene. Ed io, innamorata di ogni forma profana in Arte (la sola capace di sfidare la monodia), ne resto colpita . In quella chiusa a sorpresa, inoltre, trovo il disvelamento di un disagio interno che deve aver mosso la nascita del testo: lo stupore per una realtà dolorosa già forse preavvertita, ma in forma confusa e indistinta e che oggi si avvera. Ciao.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/30/29052/comment-page-1/#comment-63437
    La crisi del Coronavirus, l’Iceberg, e i trastulli e i balli sul Titanic

    «Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1979 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2011»1.

    A questi eventi io ci aggiungerei la pandemia del Covid19 in tutto il globo. Un fatto impreveduto e imprevedibile dentro il quale ci troviamo tuttora. Dal nostro punto di vista interno vediamo con timore e tremore che il «mondo di domani» non sarà più come il «mondo di ieri»; la Unione Europea si sta sgretolando, la questione dei coronabond divide l’Unione tra i paesi del Nord, ricchi e forti, e i paesi del Sud, poveri e deboli. All’esterno, ad est, Putin già prepara la forchetta e il coltello per sedersi al tavolo della ex Europa; ad ovest Trump brinda perché non avrà più davanti a sé un temibile competitor come l’Euro ma tanti staterelli divisi e conflittuali; più in là la Grande Cina con il suo disegno di dominio dell’economia mondiale con la via della seta.

    Vista dall’interno, la grande cultura europea sembra non dare segni di vitalità. Sì, ci sono singoli pensatori: Michel Onfray in Francia, Agamben e Cacciari in Italia, nella repubblica ceca poeti Petr Kral e Michal Ajvaz… insomma, la grande cultura europea se c’è non ha più nessuna influenza sugli eventi. Orban in Uhgheria ha ottenuto pieni poteri e, di fatto, è un dittatore; il nostro Salvini ha già chiesto «pieni poteri» (e non è escluso che riesca a conseguirli); l’Inghilterra è uscita dalla Unione Europea con il suo primo ministro che dichiara tranquillamente agli inglesi «preparatevi a perdere i vostri cari».

    E in Italia? Cosa hanno da dire i poeti in Italia? Giuseppe Conte invoca il «Bello» (si sottintende delle sue poesie), Maurizio Cucchi scrive un trafiletto sulla «scomparsa della società letteraria», gli altri tacciono o mettono I like su Facebook. Non v’è chi non veda l’anacronismo tra la gravità della crisi del mondo e le proposte dei letterati. Nessuno sembra avvertire la gravità degli eventi. Si continua a pubblicare libri implausibili se non allarmanti per la loro irrisorietà. Di fronte a tutto questo, la nuova ontologia estetica aveva acceso da anni i suoi riflettori sulla gravità e inevitabilità della Crisi. Adesso, l’emergenza gravissima del Coronavirus ha reso visibile l’iceberg in tutta la sua monumentale entità. Non c’è più tempo per rallegrarci. Il Titanic nel quale siamo imbarcati ci sta andando a sbattere.

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 5

    Per tornare alla poesia il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» del reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè che assume come incontrovertibile che le parole siano libere rispetto alle cose. Partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

    Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Maurizio Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 La poesia del post-minimalismo, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite Magrelli, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico il quale non corrisponderebbe più ad un valore veritativo (il discorso sullo statuto di verità del discorso poetico») ma ad un discorso liberato da qualsiasi contenuto veritativo in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.

    La poesia del post-minimalismo riassume questo percorso di una parte della cultura poetica del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.

    Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3]

    Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

    1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
    2] Ibidem
    3] Ibidem p. 115,116

  13. Di BYUNG-CHUL-HAN *

    Il coronavirus sta mettendo alla prova il nostro sistema. Sembra che l’Asia riesca a controllare meglio la pandemia rispetto all’Europa. A Hong Kong, Taiwan e Singapore si contano pochi infetti. A Taiwan 108 casi e a Hong Kong 193. Al contrario, in Germania ci sono 15.320 casi confermati in un lasso di tempo molto più breve, e in Spagna 19.980 (dati del 20 marzo). Anche la Corea del Sud e il Giappone hanno superato la fase peggiore. E in Cina, il Paese in cui ha avuto origine, l’epidemia è abbastanza sotto controllo. Eppure, né a Taiwan né in Corea è stato decretato il divieto di uscire di casa e non è stata imposta la chiusura ai ristoranti e ai negozi. Dall’Europa nel frattempo è iniziato un esodo di asiatici. Cinesi e coreani vogliono tornare nei loro paesi, perché lì si sentono più sicuri. I prezzi dei voli sono aumentati, e non è quasi più possibile comprare biglietti aerei per la Cina o la Corea. L’Europa sta crollando. Le cifre dei contagiati aumentano in modo esponenziale. Sembra che l’Europa non riesca a controllare la pandemia. In Italia ogni giorno muoiono centinaia di persone, e si preferisce dare i respiratori ai pazienti più giovani togliendoli a quelli più vecchi. Vi sono però anche reazioni eccessive e inutili. La chiusura delle frontiere è una manifestazione esasperata di sovranità. Ci sentiamo di nuovo nell’epoca della sovranità. Il sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. È sovrano chi chiude le frontiere. Però si tratta di una vuota esibizione di sovranità che non serve a niente. Sarebbe molto più utile cooperare intensamente all’interno dell’Eurozona invece di chiudere le frontiere all’impazzata. Nel frattempo, anche l’Europa ha proibito agli stranieri di entrare: un atto totalmente assurdo al momento che il Vecchio Continente è proprio il luogo dove nessuno vuole venire. Al massimo, sarebbe più sensato proibire l’uscita degli europei, per proteggere il mondo dall’Europa, che, dopotutto in questo frangente è l’epicentro della pandemia.
    Quali sono i vantaggi che il sistema asiatico offre per combattere efficacemente la pandemia? Stati asiatici come Giappone, Corea, Cina, Hong Kong, Taiwan e Singapore hanno una mentalità autoritaria, che deriva dalla loro tradizione culturale (il confucianesimo). Le persone sono meno riluttanti e più obbedienti che in Europa. Inoltre, confidano di più nello Stato. E non solo in Cina, ma anche in Corea e in Giappone la vita quotidiana è organizzata con più rigore. Soprattutto, per affrontare il virus gli asiatici puntano molto sulla sorveglianza digitale. Sospettano che nei big data possa racchiudersi un potenziale enorme per difendersi dalla pandemia. Si potrebbe dire che in Asia le epidemie non le combattono solo i virologi e gli epidemiologi, ma soprattutto gli informatici e gli specialisti di macrodati. Un cambio di paradigma che l’Europa ancora non ha scoperto. Gli apologeti della sorveglianza digitale possono ora proclamare che i big data salvano vite umane.
    In Asia la coscienza critica nei confronti della sorveglianza digitale è praticamente inesistente. Anche in stati liberali come Giappone e Corea quasi non si parla della protezione dei dati. Nessuno si indigna per lo zelo con cui le autorità li raccolgono. Nel frattempo, la Cina ha introdotto un sistema di credito sociale inimmaginabile per gli europei, che permette di valutare e osservare nel dettaglio il comportamento di tutti i cittadini. Ogni cittadino deve essere valutato in relazione alla sua condotta sociale. In Cina non c’è alcun momento della vita quotidiana che non sia osservato. Si controlla ogni clic, ogni acquisto, ogni contatto, ogni attività sui social network. A chi al semaforo attraversa col rosso, a chi ha legami con personalità che criticano il regime o a chi sui social scrive commenti critici vengono tolti punti. La vita può dunque diventare molto pericolosa. Al contrario, a coloro che comprano su Internet alimenti sani o leggono giornali vicini al regime vengono dati punti, e chi raggiunge un buon punteggio ottiene un visto per viaggiare o prestiti con tassi vantaggiosi. Chi invece scende al di sotto di una determinata soglia di punti rischia di perdere il lavoro. Questa sorveglianza sociale in Cina è possibile perché si produce uno scambio di dati senza restrizioni tra le autorità e i fornitori di rete e di telefonia mobile. Praticamente la protezione dei dati non esiste. Nel vocabolario dei cinesi non compare l’espressione “sfera privata”.
    In Cina ci sono 200 milioni di videocamere di vigilanza, molte delle quali sono provviste di una tecnica di riconoscimento facciale molto efficiente, in grado di captare anche i nei. Non si può sfuggire alle videocamere di vigilanza. Sono dotate di intelligenza artificiale, possono osservare e analizzare qualunque cittadino nello spazio pubblico, nei negozi, nelle strade, nelle stazioni e negli aeroporti. L’infrastruttura della sorveglianza digitale è risultata estremamente efficace per il contenimento dell’epidemia. Quando qualcuno esce dalla stazione di Pechino è ripreso automaticamente da una videocamera che misura la temperatura del corpo. Se è preoccupante, tutte le persone che erano presenti nel vagone del sospetto contagiato ricevono una notifica sul cellulare. Il sistema sa chi era seduto in treno e dove. Sui social network si è diffusa la notizia che si stanno usando droni per controllare le quarantene. Se qualcuno infrange clandestinamente la quarantena, un drone lo raggiunge e gli ordina di tornare nella sua abitazione. E chi lo sa se forse non possa persino stampare una multa e lasciarla cadere dall’alto. Una situazione che agli europei apparirebbe distopica, e alla quale, evidentemente, in Cina non si oppone alcuna resistenza.
    Succubi del fascino del digitale, né la Cina né gli altri stati asiatici come Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Taiwan o Giappone hanno sviluppato una coscienza critica riguardo alla sorveglianza digitale o ai big data. Questo risponde anche a una ragione culturale. In Asia impera il collettivismo e non c’è un individualismo accentuato, posto che individualismo non vuol dire egoismo, che ovviamente è molto diffuso anche in Asia. Sembra che i big data risultino più efficaci per combattere il virus rispetto all’assurda chiusura delle frontiere che si sta effettuando in Europa in questo momento. Tuttavia, a causa della protezione dei dati nel Vecchio Continente non è possibile una lotta digitale al virus paragonabile a quella asiatica. Gli operatori cinesi di telefonia mobile e di Internet condividono i dati sensibili dei loro clienti con i servizi di sicurezza e con il ministero della Salute. Lo Stato sa quindi dove mi trovo, con chi sono, che faccio, cosa cerco, a cosa penso, che mangio, cosa compro e dove vado. È possibile che in futuro lo Stato controlli anche la temperatura corporea, il peso, il livello degli zuccheri nel sangue ecc. Una biopolitica digitale che si accompagna alla psicopolitica digitale che controlla attivamente le persone.
    A Wuhan si sono formate migliaia di squadre di investigazione digitale che cercano possibili contagiati basandosi esclusivamente su dati tecnici. Utilizzando solo i macrodati queste squadre scoprono così i potenziali contagiati e individuano chi deve invece continuare a stare sotto osservazione, per poi essere eventualmente isolato in quarantena. Anche per quanto riguarda la pandemia il futuro è nel digitale. Di fronte alla pandemia forse dovremmo ridefinire persino il concetto di sovranità. È sovrano chi dispone dei dati. Quando l’Europa proclama lo stato di emergenza o chiude le frontiere resta aggrappata a modelli di sovranità superati.
    Non solo in Cina, anche in altri paesi asiatici la sorveglianza digitale è molto utilizzata per contenere l’epidemia. A Taiwan lo Stato invia simultaneamente a tutti i cittadini un SMS per localizzare le persone che hanno avuto contatti con infetti o per fornire informazioni in merito ai luoghi e agli edifici in cui sono passate persone contagiate. Già in una fase molto precoce, Taiwan ha incrociato i dati riguardanti i tragitti dei possibili infetti per localizzarli. In Corea chi si avvicina a un edificio in cui si trova un contagiato riceve una notifica attraverso la “Corona-app”. Nell’applicazione sono registrati tutti i luoghi che sono stati frequentati da infetti. Non si tiene molto in considerazione la protezione dei dati né la sfera privata. In tutti gli edifici coreani sono installate videocamere di sorveglianza su ogni piano, in ogni ufficio o in ogni negozio. È praticamente impossibile muoversi in uno spazio pubblico senza essere ripresi da una videocamera. Con i dati del cellulare e del materiale filmato si possono ripercorrere tutti i movimenti di un infetto. Vengono pubblicati i tragitti di tutti gli infetti, e può anche succedere che si scoprano relazioni clandestine. In Corea, negli uffici del ministero della salute lavorano delle persone chiamate “tracker”, che notte e giorno non fanno altro che prendere visione del materiale filmato per elaborare un profilo dei movimenti dei contagiati e localizzare le persone che con loro hanno avuto contatti.
    Una differenza sostanziale tra Asia e Europa è costituita soprattutto dalle mascherine. In Corea praticamente nessuno si muove senza maschere respiratorie speciali dotate di sistemi per filtrare l’aria dai virus. Non si tratta delle comuni mascherine chirurgiche, ma di maschere respiratorie particolari che utilizzano anche i medici che entrano in contatto con i malati. Nelle ultime settimane, il tema centrale in Corea è stata la distribuzione di mascherine ai cittadini. Nuove macchine sono state costruite per fabbricarle e fino a questo momento sembra che la distribuzione stia funzionando. Esiste inoltre un’app in grado di individuare la farmacia più vicina dove trovarle. Credo che le maschere protettive di cui la popolazione è stata dotata abbiano contribuito in maniera decisiva al contenimento dell’epidemia.
    I coreani indossano mascherine antivirus anche sul luogo di lavoro, così come i politici in tutte le occasioni pubbliche. Il presidente coreano la indossa per dare l’esempio, persino durante le conferenze stampa. In Corea chi non mette la mascherina viene rimproverato. Al contrario, in Europa si dice spesso che sono non sono molto utili, il che è un’assurdità. Perché allora i medici le portano? Certo, è necessario cambiarsi la mascherina frequentemente, perché una volta umida perde la sua efficacia. Per questo i coreani hanno già sviluppato una speciale maschera anti-coronavirus dotata di nanofiltri che si può anche lavare, e che pare possa proteggere fino a un mese. In mancanza di vaccini o medicine è una buona soluzione. In Europa, invece, persino i medici devono rivolgersi alla Russia per averle. Macron ha sequestrato gli stock per distribuirle agli operatori sanitari, i quali, però, hanno ricevuto un tipo di mascherine sprovviste di filtro e che assicuravano di proteggere dal coronavirus, cosa non vera.
    L’Europa sta crollando. A che serve chiudere negozi e ristoranti se le persone continuano ad accalcarsi in metropolitana o sull’autobus nelle ore di punta? Come mantenere la distanza di sicurezza? Anche nei supermercati risulta impossibile. In questo tipo di situazione le maschere protettive potrebbero davvero salvare vite umane. Sta venendo fuori una società di due classi. Chi ha una macchina si espone di meno al rischio. Inoltre, le maschere protettive sarebbero di grande aiuto se indossate dai contagiati, perché impedirebbero al virus di diffondersi.
    Nei paesi europei quasi nessuno porta la mascherina. Qualcuno c’è, ma è asiatico. I miei concittadini residenti in Europa si lamentano della diffidenza con cui vengono guardati quando la indossano. Dietro a tutto questo si nasconde una differenza culturale. In Europa impera un individualismo che comporta l’abitudine di tenere il volto scoperto. Gli unici che vanno in giro mascherati sono i criminali. Però adesso, guardando le immagini della Corea, mi sto abituando a vedere le persone mascherate, tanto che la faccia scoperta dei miei concittadini europei mi risulta quasi oscena. Anche a me piacerebbe indossare una maschera protettiva, ma qui non se ne trovano. In passato, la fabbricazione delle mascherine si è esternalizzata in Cina, così come quella di tanti altri prodotti, per questo adesso in Europa non se ne trovato più. Gli Stati asiatici stanno tentando di fornire maschere protettive a tutta la popolazione. In Cina, quando sono stati individuati i primi casi, le fabbriche sono state riconvertite alla produzione di mascherine. In Europa neppure il personale medico le ha. Finche la gente continuerà ad accalcarsi sugli autobus e sulle metro per andare al lavoro senza maschere protettive, il divieto di uscire di casa non servirà a molto. Come si può mantenere la distanza necessaria sui mezzi pubblici nelle ore di punta? È importante che in Europa si torni a fabbricare determinati prodotti, come maschere protettive, medicinali e dispositivi farmaceutici: questo è un insegnamento che dovremmo trarre.
    Nonostante il rischio, che non va minimizzato, il panico che la pandemia di coronavirus ha scatenato è sproporzionato. Nemmeno l’influenza spagnola, che fu molto più letale, ebbe effetti così devastanti sull’economia. A che cosa è dovuto in realtà tutto ciò? Perché il mondo ha una reazione così smisurata di fronte a un virus? Emmanuel Macron parla di guerra e di un nemico invisibile che bisogna sconfiggere. Ci troviamo quindi di fronte al ritorno del nemico? L’influenza spagnola si scatenò nel pieno della Prima Guerra mondiale. In quel momento tutto il mondo era circondato di nemici. Eppure, nessuno avrebbe associato l’epidemia a una guerra o a un nemico. Adesso la nostra società e totalmente diversa. In realtà, abbiamo vissuto per molto tempo senza nemici. La guerra fredda è terminata da un bel po’, e ultimamente persino il terrorismo islamico sembra essersi dislocato in zone più lontane. Dieci anni fa nel mio saggio La società della stanchezza sostenevo che viviamo in un’epoca che ha esaurito la sua forza nel paradigma immunologico, che si basa sulla negatività del nemico.
    Come al tempo della guerra fredda, la società organizzata immunologicamente si caratterizza per il fatto di essere circondata da frontiere e barriere che impediscono la circolazione accelerata di merci e di capitale. La globalizzazione sopprime tutti questi limiti immunitari per dar via libera al capitale. Persino la promiscuità e la permissività generalizzate, che oggi si propagano in tutti gli ambiti vitali, eliminano la negatività propria dello sconosciuto e del nemico. I pericoli oggi non si nascondono nella negatività del nemico, ma nell’eccesso di positività, che si esprime come eccesso di rendimento, eccesso di produzione ed eccesso di comunicazione. Non c’è spazio per la negatività del nemico nella nostra società illimitatamente permissiva. La repressione attuata dagli altri lascia il passo alla depressione, lo sfruttamento da parte degli altri lascia il passo allo sfruttamento volontario di sé e all’auto-ottimizzazione. Nella società del rendimento si combatte soprattutto contro sé stessi.
    Poi, a un certo punto, in mezzo a questa società debilitata dal capitalismo globale irrompe improvvisamente il virus. In preda al panico torniamo a costruire limiti immunologici e a chiudere le frontiere. Il nemico è tornato. E non combattiamo noi stessi, ma lui che, invisibile, viene da fuori. Il panico smisurato nei confronti del virus è una reazione immunitaria sociale, e anche globale, al nuovo nemico. La reazione è così violenta perché abbiamo vissuto per molto tempo in una società senza nemici, in una società della positività, e adesso il virus si percepisce come un terrore permanente. Però c’è anche un altro elemento da cui ha origine questo panico tremendo, e ha a che fare di nuovo con il digitale. Il digitale elimina la realtà. La realtà si sperimenta grazie alla resistenza che offre, e che può anche risultare dolorosa. Il digitale, tutta la cultura del “mi piace”, sopprime la negatività della resistenza. E nell’epoca post-fattuale delle fake news e dei deepfakes sorge un’apatia nei confronti della realtà. Dunque, qui è un virus reale, e non un virus virtuale, a generare uno shock. La realtà, la resistenza, torna a farsi notare in forma di virus nemico. Il panico violento ed esagerato nei confronti del virus si spiega in funzione di questo shock del reale.
    La reazione allarmata che i mercati hanno avuto di fronte all’epidemia è inoltre l’espressione di quel panico che già li costituisce. Le convulsioni estreme che scuotono l’economia mondiale la rendono, allo stesso tempo, vulnerabile. Malgrado la curva in costante crescita degli indici di borsa, la rischiosa politica monetaria delle banche emittenti ha generato, negli ultimi anni, un panico represso che stava solo aspettando di esplodere. Probabilmente il virus non è stato nient’altro che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il panico dei mercati finanziari non riflette tanto la paura del virus quanto la paura che hanno di loro stessi. Il crash si sarebbe potuto produrre anche senza il virus. Chissà che il virus non sia il preludio di un crash molto più grande. Žižek afferma che il virus ha assestato un colpo mortale al capitalismo, ed evoca un oscuro comunismo. Crede anche che il virus possa far cadere il regime cinese. Žižek si sbaglia. Non succederà niente di tutto ciò. Adesso la Cina potrà spacciare il suo Stato di polizia digitale come una via di fuga dalla pandemia. La Cina esibirà la superiorità del suo sistema con ancora più orgoglio. E quando la pandemia sarà terminata il capitalismo continuerà a esistere, e sarà ancora più aggressivo. E i turisti continueranno a calpestare il pianeta.
    Il virus non può sostituire la ragione. È possibile che anche in Occidente arrivi lo Stato di polizia digitale in stile cinese. Come ha già detto Naomi Klein, lo shock è un momento propizio che permette l’instaurazione di un nuovo sistema di governo. Anche l’assunzione del neoliberalismo come modello economico è stata spesso preceduta da crisi che hanno causato degli shock. È quello che è successo in Corea o in Grecia. Non vorrei che per colpa dello shock causato da questo virus si arrivi in Europa a un regime di polizia digitale come quello cinese. Se questo si dovesse verificare, come teme Giorgio Agamben, lo stato d’eccezione diventerà la situazione normale. A quel punto il virus avrà realizzato quello che nemmeno il terrorismo islamico è stato in grado di compiere.
    Il virus non sconfiggerà il capitalismo. La rivoluzione virale non riuscirà a prodursi. Nessun virus può fare la rivoluzione. Il virus ci isola e ci individualizza. Non genera alcun sentimento collettivo forte. Ognuno si preoccupa della propria sopravvivenza. La solidarietà, che consiste nel mantenere la giusta distanza interpersonale, non è un tipo di solidarietà che permette di sognare una società diversa, più pacifica, più giusta. Non possiamo lasciare la rivoluzione in mano al virus. Speriamo che grazie al virus arrivi una rivoluzione umana. Siamo NOI, PERSONE dotate di RAGIONE, che dobbiamo ripensare e arginare radicalmente il capitalismo, così come la nostra illimitata e distruttiva mobilità, per salvare noi stessi, il clima e il nostro bel pianeta.

    __________________________________
    da criticaimpura.wordpress.com

    * Questo breve saggio è apparso su El Paìs del 22 marzo 2020 con il titolo L’emergenza virale e il mondo di domani. Byung-Chul Han è un filosofo coreano, docente della Universität der Künste di Berlino, e autore, tra gli altri, di Psicopolitica, Nello Sciame, Che cos’è il potere?, pubblicati in Italia dalla casa editriceNottetempo. Traduzione a cura di Marco Morana e Giulia Priore.

    • “Speriamo che grazie al virus arrivi una rivoluzione umana.”
      Qui bisogna decidersi: o il virus peggiorerà le nostre condizioni di vita, o ci porterà a liberazione. Nell’articolo, Byung-Chul Han non sa che dire. Si ha l’impressione che positivo e negativo siano solo facce della stessa medaglia: positivo non è positivo, negativo non è negativo. Sono solo atteggiamenti. Sempre timidi e sfiduciati, gli sconfitti dal capitalismo.
      Dunque da che parte conviene adoperarsi? Da che parte i poeti?

  14. Caro Gino Rago,

    quando «i platani sul Tevere diventeranno betulle», saremo già nell’epoca del totalitarismo. Tu lo avevi già previsto. Quando la pandemia sarà terminata il capitalismo continuerà a esistere, e sarà ancora più aggressivo.
    Il Covid19 ha sostituito la ragione. È possibile che anche in Occidente arrivi lo Stato di polizia digitale in stile cinese. Non credo che il neoliberalismo come modello economico sia in crisi. È probabile che lo shock causato dal Covid19 determini in Europa un regime di polizia digitale come quello cinese.

    Già Giorgio Agamben ci ha ammonito che lo stato d’eccezione diventerà la situazione normale delle future democrazie illiberali. Il Covid19 non sconfiggerà il capitalismo, anzi lo rafforzerà. Il virus ci rende deboli e fragili, ci isola ed esaspera gli egoismi e gli individualismi, i populismi e i sovranismi. Nello stato della «nuda vita» agambeniana ognuno si preoccuperà della propria sopravvivenza. La solidarietà sarà una parola del passato. L’uguaglianza dello stato di diritto anche.
    Il filosofo «Žižek afferma che il virus ha assestato un colpo mortale al capitalismo, ed evoca i fantasmi di un oscuro comunismo. Crede anche che il virus possa far cadere il regime cinese. Žižek si sbaglia. Non succederà niente di tutto ciò.» Condivido l’analisi del filosofo cinese.

    La Cina spaccia il suo Stato di polizia digitale come una soluzione della pandemia, esibirà la superiorità del suo sistema rispetto alle democrazie dell’Europa. Idem Putin il quale ha dichiarato più volte che le democrazie liberali dell’Europa sono in disfacimento.

    • gino rago

      Pubblico e con-divido con i motivati lettori de L’Ombra delle Parole e della Rivista trimestrale Il Mangiaparole la e-mail a me spedita dal prof. Francesco Solitario quale segno di apprezzamento per un mio recentissimo lavoro ermeneutico sul libro di Graziella Cinti “La lingua del sorriso” e che contiene altresì alcune meditazioni assai preziose sia su alcuni miei versi da I platani… sia sulla capacità di Giorgio Linguaglossa di interpretarli. Era un peccato che una e-mail come questa dormisse nel recinto stretto della mia posta elettronica.

      Gino Rago

      *

      È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.

      Gino Rago
      Il poeta vede ciò che il filosofo pensa
      “Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre.

      Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,
      La copia della Gioconda, il lilla

      E la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,
      Abbiamo altro da fare, per esempio

      Ascoltare il canto degli uccelli
      O il ronzio della Storia

      Nei bassifondi di Vienna,
      Ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia

      E quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo
      La smettano di fare baccano,

      Coprono il canto delle allodole di tutto l’occidente.
      Anche gli dei imparino a tenere il becco chiuso,

      Sono sull’Olimpo grazie alla poesia.
      Cara M.me Hanska,

      Dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
      il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.
      **
      Gentilissimo Gino Rago,
      scusi se Le rispondo con ritardo, ma quando devo parlare di poesia uso sempre il tempo non usurato dalle faccende quotidiane, e libero da impedimenti.

      Grazie innanzitutto per la bella e generosa espressione che ha avuto per il libro di Gabriella Cinti nella Sua mail, avendo letto ciò che ha scritto di lei, sono sicuro che non avrebbe mai usato il termine “magnifico” a sproposito, attento alle parole com’è. E grazie anche per le parole che ha usato gentilmente per la mia introduzione [al libro poetico di Gabriella Cinti].

      Grazie anche per l’acume e la profondità di quelle che Lei, in modo impropriamente molto autoriduttivo, chiama “Note”, riferendosi a due “scavi” formidabili in due poesie tra le più complesse della Cinti, la seconda delle quali, “Da caos a caos”, penso anche più vicino alla Sua stessa poetica, visto che cita Iosif Aleksandrovič Brodskij, che io vedo molto affine al Suo pensiero e al Suo fare poetico.

      Grazie anche per avermi segnalato il link [L’Ombra delle Parole, ] dove ho trovato le Sue poesie da “I platani…”, mi ha fatto molto piacere, Lei ha letto la mia introduzione e sa quanto approvi e sia vicino anch’io all’essenza di una “ontologia estetica” o meglio di una “ estetica metafisica”, tanto da farmi desiderare di capovolgere il titolo della Sua poesia “Il poeta vede ciò che il filosofo pensa” in “Il filosofo pensa ciò che il filosofo vede”. Nel titolo originale io ci leggo una superiorità del pensiero filosofico rispetto al “vedere” del poeta, tanto che questi vede il pensiero “pensato” dal filosofo, e dunque interviene dopo, a posteriori rispetto al pensiero pensato.
      Nel secondo pongo invece la superiorità del poeta rispetto al pensare del filosofo, infatti è il filosofo che pensa ciò che ha visto il poeta.

      Sia ben chiaro, sia l’uno che l’altro, poeta e filosofo, fanno in fondo la stessa operazione, poiché la radice sanscrita di idea è “id”, la stessa di Video, e dunque ciò che “vede” il poeta è simile all’idea del filosofo, per questo l’espressione “ontologia (metafisica, filosofia) e estetica (arte, poesia)” si accordano perfettamente. Solo che cambia il metodo e lo strumento con cui le due discipline giungono allo stesso risultato, ma il poeta arriva senz’altro “prima” del filosofo. I Veda, gli Inni sacri dell’India, sono nient’altro che i visti, da chi?, dai Ṛṣi o rishi in scrittura devanagari ऋषि che indica in quella lingua i “veggenti” o i “cantori ispirati”, insomma i poeti, come poeti erano i primi filosofi occidentali.

      Quanto detto, sia ben chiaro, vale a segnare un punto di ulteriore convergenza e rafforzamento tra la Sua poetica e il mio pensiero estetico(-filosofico).

      Scusi la divagazione, anzi grazie per avermela permessa, a Milano, in questi giorni, parlare di poesia è un lusso insperato[…].
      **
      P.S.
      La prego di salutarmi Giorgio Linguaglossa, che porta nel nome il Suo destino (come me del resto), che io stimo moltissimo, pochi, oggi, sono in grado di scrivere come lui, il Suo commento alle Sue poesie è magistrale.

      Grato di tutto, La saluto caramente
      Francesco Solitario

      Prof. Francesco Solitario
      Cattedra di Estetica
      e di Filosofia dell’Arte Contemporanea
      Direttore della sezione di Estetica comparata
      del Centro Internazionale di Studi Comparati “I Deug Su”
      Università di Siena

      ***********************
      (gino rago)

  15. Magnifico! Il commento e la poesia di Franco Intini mi ricordano che stiamo vivendo del demenziale più assoluto. Sia fuori che dentro ciascuno.
    Un balzo che solo l’ironia può compiere – nello zero, e perfino mancarlo – data la sua adiacenza al tragico. Ah, che sollievo!

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/30/29052/comment-page-1/#comment-63446
    Stanza n. 81
    Un corvo col telecomando accese il televisore

    Il Pappagallo becca sempre due volte nel pastrengo,
    lascia sempre le pantofole in soggiorno.
    Sotto il grembiale la ladyboy è nuda.
    «No, adesso il Signor Woland è occupato, sta parlando al telefono con il Presidente».

    «Pastrufazio è morto di sonno, lo sa?», insinuò il mago Woland.
    «Inoltre, il cortile litiga sempre con il ricordo.
    Cosa del tutto inammissibile. Che vuole, non c’è più etichetta,
    caro amico».

    Un corvo col telecomando accende il televisore
    e si accomoda in poltrona.
    Google spegne la luce.

    Le banconote sortirono dalle cassette di sicurezza
    per rifugiarsi tra le nuvole.

    Il mago Woland porta al guinzaglio un rottweiler.
    «La maschera anti-coronavirus è dotata di nano filtri, si può anche lavare.
    Sì, il Presidente parla sempre con la mascherina».
    Adesso sta parlando al telefono:
    «Sì, la recita andrà regolarmente in scena.
    Scrivete pure: regia del mago Woland».

    Behemoth è dal parrucchiere
    per la messa in piega nel nuovo mondo.

    Il bacio si stacca dalla cartolina
    E va a posarsi sulla guancia della ladyboy
    che sta prendendo il caffè.

    Poi torna indietro e si stampiglia sulla zucca di Azazello
    mentre afferra al volo il tram
    per gli stagni Patriarsci…

    • mauro pierno

      Il riferimento pare se stesso.
      Il limite dell’osservazione è posto proprio sotto il naso. Uno schermo.

      Come se guardassi particolari in eccesso di sovraesposizione.
      Una miopia non correttamente curata, lasciata peggiorare.

      Il male di una propagazione totale è l’invisibilità.Sopra
      una poesia scritta da una talpa nell’accezione stessa che noi lettori,

      con le pantofole invertite,
      un senso o un particolare nel tutto riusciremo a cogliere.

      GRAZIE Giorgio, grazie OMBRA.

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