L’epoca del Coronavirus, Covid19 il virus dell’età tecnologica, Poesie di Francesco Paolo Intini, L’Era di Prigogine, Edit Dzieduszycka, Mario M. Gabriele

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Karel Teige

[Anche il Covid19 è diventato qualcosa di affine al simulacro… aleggia, si diffonde ovunque per vie misteriose ed imperscrutabili, un microrganismo fatto di gelatina simile ad un ologramma, ad un simulacro. Il Covid19 è così entrato prepotentemente nella nostra esistenza quotidiana determinandone ogni singolo atto, sconvolgendo le nostre abitudini di vita, è entrato nella nostra forma-di-vita determinandone ogni singolo comportamento, inducendoci in paura, angoscia, spavento, orrore…]

 

Francesco Paolo Intini

L’Era di Prigogine

[Dei nella psiche]Spuntano fanciulle di Botticelli
E l’amore danza nei colombi.

Sembrava morto il mandorlo
e invece era Dio.

Una forza irrefrenabile
sporge il fico dal cemento.

Questi non hanno mali. Godono,
mentre sfrecciano parole di terrore.

Occhi bassi,
cacciate dalla bocca.

Scudiscio sulle spalle.
Catene che trattengono alle mente.

[Cardellini] Un orbitare intorno al sole
disobbedendo ad Einstein.

A calore che si ritira corrisponde il fermo ai lillà.
Scivola negli altoparlanti il rimbombo sull’asfalto

Conserverà un raptus il marzo nelle aiuole?

Cristalli perfetti sul ciglio della strada
L’ordine non è raggiunto per sottrazione di luce.

Riconosci l’elio dalle gocce di ossigeno
sul fiore di ciliegio.

Non c’è modo di fermare i cardellini
scricchiolii da uno, forse due gradi kelvin.

Nemmeno a frustarlo procedeva.
Il mercante cinese prese sulle spalle il sacco di fiori finti
La cimice per l’amante, l’orologio di Gengis Khan e si tolse dai piedi.

Imparò a molare lenti per sopravvivere.

[Lucrezio]Entrarono nell’ inconscio a dorso d’asino
alla palafitta di Tomas si mangiava carne di bisonte.

I ciliegi crescevano nel sistema cubico
Tra simmetrie potevano scambiare succo di limone.

A patto di non irritare la gola. Ritirarono le offese.
Persino il tasso di scoperte letterarie subì un tracollo.

Il trend portò le ortiche in vetta alla Borsa di Milano
Crescere a sfera l’ultima pubblicazione di Attila .

Lucrezio recitava la peste di Atene spruzzando deodorante
e a dispetto delle processioni ci mostrava che l’anima è mortale.

Se un virus non virtuale s’era preso il comando
voleva dire che poteva moltiplicare le angosce.

Fu portata l’Evidenza tra gli Dei
Ma Lei rifiutò questa responsabilità.

Nel tempo restante la roulette russa giocò a scacchi.
Qualcuno doveva pur vendere il libro.

Le strade vuote di fronte alle aiuole che scoppiano di vita non sono semplicemente materia per telefonini. Un sindaco che scende direttamente in pista per avvisare del pericolo i pochi che si avventurano per una semplice passeggiata o per starsene su un prato mano nella mano, va oltre quello che si trasmette. E’ una specie di congelamento a cui non abbiamo mai assistito, una prova generale del dissipare entropia. In questo momento che il virus si espande seguendo un modello di gas a cui nessuno spazio è vietato i governi rispondono creando ordine. A tutti in casa, corrisponde un’unica stanza vuota e senza confini, abitata da case, grattacieli e saracinesche abbassate.. Al minimo di attività sociale corrisponde l’impossibilità di raggiungere lo zero kelvin della storia. La vita continua nei cristalli che abbiamo costruito . Qui stiamo ricostruendo l’ordine familiare che era perduto in funzione dell’attività lavorativa e delle abitudini di decenni fuori casa. Possiamo pranzare e fare colazione con i nostri cari. Se ci abbandona per un attimo l’idea di far parte della stanza senza confine, parliamo d’amore, ci dedichiamo ai figli, curiamo le difficoltà, ordiniamo i cassetti della psiche, si ha tempo per discutere di Lucrezio o di Prigogine. Ricorderemo la scossa di questo marzo come di un tentativo della natura di riconsegnarci in mano al terrore, dove essa ristabilisce le distanze tra l’ onnipotenza e i limiti della ragione nell’affrontarla. Di noi rimarrà il tentativo di farla franca, riscrivendo l’inverso della storia e dunque restituendo energie che credevamo alimentassero un solo senso.

(F.P. Intini)

Edith Dzieduszycka


Nell’Epoca del Covid19

Vieni avanti vigliacco
fatti vedere se osi
subdolo nano ostile
che sulle cose posa la sua scia mortale
bestiaccia che ci salta
schifosa addosso
senza freno o riguardo come pulce affamata
per spolparci la carne
spostandoti veloce tra mari e continenti
Sei sbarcato nascosto
nelle pieghe morbose d’un pipistrello marcio
o coccolato nato da stranamore ignoto?
Vai a sapere
Ora hai preso piede
e mani
e confidenza
ti credi a casa tua
ci prende tutti in giro
– Qui commando io
a me
a me soltanto
lo Scettro e la Corona.

(e.dz. 14 marzo, 2020)

Mario M. Gabriele

Dimentichiamo le ipnosi,
i coriandoli di carnevale.

Nei borghi storici
ritroviamo le età perdute.

Il resort di upupe e civette
è diventato luogo di streaming e download.

Un calendario senza ricorrenze
col solo indirizzo di Save The Children.

Restiamo con l’astrolabio
senza più gli oroscopi aggiornati.

Torna la serie di Babylon Berlin
su Sky on demand.

El Pais riportava notizie da el mundo
con il testo di Despacito.

Il video messaggio
parlava di rinascita ambientale.

A Doris piaceva viaggiare,
fermandosi a Coney Island.

Devi dirglielo, Justin,
che le navi sono tutte attraccate ai porti.

Cielo e terra
seguono i notturni di Chopin.

Non leggiamo il bugiardino,
né facciamo coro nei rosari.

Torna nel silenzio della casa
Sing, Sing, Sing di Goodman.

Vestivamo alla zuava e il futuro era un filo spinato
che chiudeva i varchi alle volpi insanguinate.

L’erba alta del giardino preparava un’ estate
di mosche e calabroni. La nostra già era andata via.

 

caro Mario,

la poesia moderna, la migliore, la più evoluta è quella che non ha identità, che non ha un mittente né un destinatario. che non è scritta da Nessuno e non è diretta a Nessuno. E questa tua composizione ne è la dimostrazione matematica. Può essere stata scritta da Chiunque. Infatti, quel Chiunque coincide con Nessuno.

Vedo in giro i poeti laureati che si affannano a redigere le ricette del loro bugiardino personalizzandole al massimo. Non si rendono conto i lestofanti che le loro elegie sono delle dabbenaggini elevate al cubo. Baudelaire diceva: «Tutti i poeti elegiaci sono dei mascalzoni». Nulla di più vero.

Mario Gabriele

Carissimo, ho scritto questa poesia e poche altre, in pieno dominio di coronavirus. I dati matematici del dott. Borrelli, che ci tiene informati su degenze, guarigioni e morti, come in un bollettino di guerra, mi rattristano l’anima. Mi vergogno di essere poeta mentre la gente muore, e non trova neppure un loculo per essere sistemata. Ci stiamo rimettendo secoli di scienza, di filosofia e di letteratura, tanto mi dico, a che vale se il Covid 19 ti toglie anche il respiro? Non so come cambierà il mondo, dopo la fine di questa pandemia. Una cosa è certa: tutto non sarà come prima e a soffrirne saranno le nuove generazioni con la recessione e con una cultura da determinare. Mario.

Giorgio Linguaglossa

Un nemico intelligente, un Estraneo, si aggira per le nostre città, per le nostre metropolitane, per le strade, ovunque… si chiama Covid19, ovvero, Coronavirus, si tratta di un micro organismo intelligente, scaltro, subdolo che si mimetizza in alcuni umani non manifestando alcun sintomo della sua presenza, sono i cosiddetti asintomatici, è aggressivo, mutante, subdolo, è stato creato dal modo di produzione capitalistico, paradossalmente ciò è avvenuto in un paese che si auto definisce “comunista” ma che è governato con polso di ferro da una autocrazia. Il Covid19 può prosperare soltanto in una natura che si fa incessantemente attraverso i suoi escrementi; una natura che si conosce, mediante l’accumulazione degli escrementi, dei profiterol dell’immondizia, delle merci invendute e obsolete, del trash, dello spam. La natura infatti è benigna, ci prende sul serio, crede che all’homo sapiens piacciano gli escrementi e ci ha propinato l’Ebola, la Sars, il Covid19, la natura fa sul serio, infatti, non agisce per paradosso ma per contiguità e coerenza della parte con il tutto, e delle parti con altre parti.

 

18 commenti

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18 risposte a “L’epoca del Coronavirus, Covid19 il virus dell’età tecnologica, Poesie di Francesco Paolo Intini, L’Era di Prigogine, Edit Dzieduszycka, Mario M. Gabriele

  1. Giuseppe Gallo

    Tempi duri. Da lupi. Ovunque fantasmi. Fantasie allucinate. Sembra impossibile pensare. E colloquiare. Il tramonto di una civiltà che delegava al consumo la sopravvivenza…

    Zona gaming 28

    A volte emergono senza rumore. Vanno a destra, a sinistra
    o colano a picco. A ltre volte inseguono gli stormi.

    C’è una collana di spine ai piedi della scala.
    E sul parabrezza ondeggiano i santi.

    Che durata ha la morte? Lilli ha spento il motore.
    Era arrivato! Ma i vivi non avevano tempo per vedere.

    Le motociclette attraversavano impennate.
    Avevano corso a lungo tra le immondizie.

    Qualcuno sorrideva abbassando la saracinesca.
    Che durata ha la vita? Tutto ci sfiora. A volte sgommando.

    Zona gaming
    … un corona virus annusa il cassonetto…

    C’è ancora tempo? Si vede tutto e non si vede niente.
    Era rimasto in mezzo ai manichini. Diventando buio.

    “Devo tornare in Centrale.” (A. Moresco)
    Anche qui c’era una porta ed una grande sala.

    Il silenzio e le luci. L’arruffio delle nuvole
    ballerine sul parquet. Dove sono finito?

    Zona gaming
    … nell’acqua il sangue delle parole…

    Giuseppe Gallo

  2. giorgio linguaglossa
    20 marzo 2020 alle 8:40
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/21/lepoca-del-coronavirus-covid19-il-virus-delleta-tecnologica-poesie-di-francesco-paolo-intini-lera-di-prigogine-edit-dzieduszycka/comment-page-1/#comment-63345
    La relazione simulacrale è diventata una categoria del politico e della vita quotidiana. È diventata una forma-di-vita

    Leggevo le poesie qui postate di Francesco Paolo Intini, di Mario M: Gabriele, di Giuseppe Gallo e di altri autori NOE e meditavo sul rapporto di reversibilità (non più di opposizione, come avveniva nell’epoca pre-Covid19), tra visibile e invisibile, tra il qui e l’altrove, tra presenza e assenza, tra originale e simulacro che qualificano il nostro modo di vivere e di pensare la vita quotidiana, l’arte e la poesia.
    È evidentissimo che nella poesia NOE la distanza tra il visibile e l’invisibile è stata accorciata, anzi, annullata. La nuova ontologia estetica segna la fuoriuscita della poesia italiana dal regime totalitario della significazione. Il visibile e l’invisibile sono diventati anch’essi dei simulacri, la relazione simulacrale ha preso luogo nei rapporti umani ed è diventata un tropo retorico, una categoria estetica, politica e psicologica. Nella NOE, oggetti, icone, personaggi, simulacri e relazioni del visibile si trovano gomito a gomito con oggetti, personaggi, icone, simulacri e relazioni dell’invisibile. In proposito, si veda anche, di Merleau Ponty, Il visibile e l’invisibile, trad. it. a cura di A Bonomi, Bompiani, Milano, (1969), in quest’opera si pongono le basi per una riabilitazione ontologica del sensibile. La configurazione senziente e sensibile del nostro corpo è cambiata. Penso che possiamo procedere oltre nella riflessione filosofica e possiamo tranquillamente affermare che siamo in presenza di una vera e propria riabilitazione ontologica del simulacro nell’ambito della vita quotidiana e, anche nell’economia estetica. La vita quotidiana è già diventata una iconomia, una economia di icone, di simulacri, di immagini… Anche il Covid19 è diventato qualcosa di affine al simulacro, aleggia, si diffonde ovunque per vie misteriose ed imperscrutabili, un microrganismo fatto di gelatina simile ad un ologramma, ad un simulacro. Il Covid19 è così entrato prepotentemente nella nostra esistenza quotidiana determinandone ogni singolo atto, sconvolgendo la nostra domesticità, è penetrato nella nostra forma-di-vita determinandone ogni singolo comportamento, inducendoci in paura, angoscia, spavento, orrore…

    Una studiosa italiana ha coniato una nuova parola: iconomia per indicare questa economia della relazione tra i rapporti intersoggettivi, concetto che può essere applicato anche alla diagnosi di un testo poetico quale noi lo intendiamo. Lasciamole la parola:

    «Con il termine iconomia, parola che intendo derivata dalla contrazione di icona e nomos, voglio indicare un modello concettuale, un paradigma di senso applicabile a varie espressioni della cultura contemporanea, riferibili all’affermarsi del concetto di icona come ordine di pensiero, cioè come modo di guardare la realtà e le sue strutture di concepibilità e di interpretazione in-centrato sulla superficie. La logica dell’iconomia, infatti, è riconducibile al rovesciamento della categoria di maschera-persona e all’affermazione della maschera come superficie senza permeazione di senso o di alcuna essenza retrospettica. Nell’iconomia della relazione, dunque, ogni rapporto tra significante e significato è ricondotto ad un legame di corrispondenza speculare, mimetica, reiterando, sotto varie forme, il primato della parvenza e della impermeabilità dell’immagine alla visione.
    […]
    il segno è ulteriormente impoverito del suo rinvio significante: le relazioni iconomiche si appiattiscono in una presentazione di immagini che, solo in quanto tali, riescono a dire qualcosa, appunto perché non resta molto da dire al di là della superficie inerte del loro darsi. La deriva iconomica instaura una iconocrazia, cioè il potere dell‘icona come metron di lettura e di relazione gnoseologica con il mondo percepito e pensato, anch’esso svuotato da ogni rinvio che lasci intravedere un fondo, un ulteriore piano di referenza semantica che non sia il solo presentarsi alla vista, il solo es-porsi delle cose, dei segni, delle significazioni, che pretende di saturare ogni allusione e illusione con una logica di positivizzazione totale. La deriva iconomica è quindi da pensare anche come scivolamento di ogni segno-simbolo a simulacro. Nel modello iconomico, insomma, prevale l’immagine, l’icona non come costrutto mentale o strumento del pensiero,come aveva affermato Aristotele, ma come assolutizzazione della percezione visiva, metafora di un assottigliamento totale della complessità dei piani costitutivi della realtà e della sua comprensione ed interpretazione: ciò che si offre nel suo apparire immediato e cartilagineo, ha la pretesa di saturare ogni altro rinvio o ricerca di verità. Anzi, il nomos dell’icona fa dell’icona, cioè della pura immagine simulacrale, la verità, ossia il primato dell’apparente sull’intelligibile nello svuotamento di ogni altro.
    La mera corrispondenza del segno a significati che quasi galleggiano sulla massa acquosa e fluttuante delle rappresentazioni, li connota come
    segni-sughero, percepibili proprio perché privi del peso e del rischio della profondità, e dunque senza allusione ad alcuna forma di velamento disvelante (pensiamo alla aletheia heideggeriana), che sottenda una visione della trama retrostante, e dei fili della trama stessa. In tal senso, ogni iconomia instaura l’iconocrazia di una cultura dell’immediatezza e della parvenza, in cui trova sempre più spazio la modularità e l’artificialità delle relazioni, delle identità e dunque anche dei corpi»1

    1 Fiammetta Ricci https://www.academia.edu/9251324/Alterazioni_della_filosofia._Il_corpo_e_il_corpus_in_Jean-Luc_Nancy

  3. Iosif Brodskij “Odisseo a Telemaco” (1972) con Commento di Giorgio Linguaglossa da lombradelleparole.wordpress.com

    Giorgio Linguaglossa·Lunedì 21 marzo 2016

    Iosif Brodskij: Odisseo a Telemaco

    Telemaco mio,

    la guerra di Troia è finita.
    Chi ha vinto non ricordo.

    Probabilmente i greci: tanti morti
    fuori di casa sanno spargere

    i greci solamente. Ma la strada
    di casa è risultata troppo lunga.

    Dilatava lo spazio Poseidone
    mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

    Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
    brutta, baracche, arbusti, porci e un parco

    trasandato e dei sassi e una regina.
    Le isole, se viaggi tanto a lungo,

    si somigliano tutte, mio Telemaco:
    si svia il cervello, contando le onde,

    lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
    la carne acquatica tura l’udito.

    Com’è finita la guerra di Troia
    io non so più e non so più la tua età.

    Cresci Telemaco. Solo gli Dei
    sanno se mai ci rivedremo ancora.

    Ma certo non sei più quel pargoletto
    davanti al quale io trattenni i buoi.

    Vivremmo insieme, senza Palamede.
    Ma forse ha fatto bene: senza me

    dai tormenti di Edipo tu sei libero,
    e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

    (1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

    Commento di Giorgio Linguaglossa

    caro Gino Rago,

    colgo in questa straordinaria poesia di Brodskij lo spirito e la consapevolezza di un esule dalla grande patria, un quasi disertore, uno di coloro che si sono ritirati, che non hanno preso parte alla guerra, alla prima grande guerra imperialistica della storia dell’Occidente. E’ una riflessione di altissima profondità e attualità, con quell’accenno al figlio Telemaco liberato dal complesso di Edipo e dalla paura di Edipo. Edipo in quanto responsabile di tutte le guerre. Il padre. Il totem. L’Odisseo di Brodskij ha imparato tanto dalla guerra: che lui è soltanto un figlio di quella cultura che lo ha formato e prodotto. Che siamo tutti figli di quella cultura, nel bene e nel male, che non c’è via di scampo, che non puoi uscire dalla cultura che tu respiri e dalla lingua che parli. L’Odisseo di Brodskij è giunto in prossimità del nichilismo, e del relativismo, anzi, ha attraversato il nichilismo, come soltanto una guerra, un grande bagno di sangue ti può concedere di esperire.
    Io leggerei questa poesia-chiave nel segno della nostra cultura di oggi, giunti al Tramonto dell’Occidente, ci volgiamo all’indietro a considerare i nostri progenitori: In primis Odisseo, il nostro progenitore, l’astuto inventore del terribile tranello che porrà fine alla guerra: quel cavallo di Troia, congegno simile alla bomba atomica, per quell’epoca. Brodskij legge, in questa formidabile poesia, la storia a ritroso dal punto di vista di un uomo giunto alla soglia del Tramonto dell’Occidente, un uomo che si rivolge al figlio, che nel frattempo sarà cresciuto e sarà diventato un altro uomo. Questo Odisseo problematico di Brodskij è una poesia-totem, una poesia delle poesie. Una poesia che chiude il ciclo di una civiltà. E chi non lo capisce, mi chiedo che cosa potrà capire mai di questa poesia, così desolatamente profonda e sconfinata. Brodskij non accusa Odisseo, anzi, lo assolve. Come Odisseo libera il giovane Telemaco dalla paura del padre-totem. Così sarà libero, libero di essere uomo di un altro tipo e potrà fondare un nuovo mondo, una nuova umanità.
    Una poesia profondissima e amara. Amara per quelle verità che reca con sé.

    • gino rago

      Gino Rago
      Una e-mail dall’Olimpo per Giorgio Linguaglossa

      al poeta della “Preghiera per un’ombra”

      «So che si trova nella caverna delle vite sospese.
      Un nemico senza volto si aggira per le vie.

      mentre Lei parla di Odisseo, di Telemaco, di Edipo,
      e via cantando di questo passo.

      Dal 6 agosto del 1945 dopo Little Boy su Hiroshima
      i vincitori e i vinti di Troia abitano a New York.

      Ecuba in cucina prepara marmellate.
      Cassandra legge i giornali ogni mattina.

      Priamo gioca in borsa, Paride gira con i dreadlock,
      porta il cane al Central Park.

      Presso i Greci si diffonde un nuovo virus,
      Un guerriero travestito da Clitemnestra

      sgozza il Re nella vasca da bagno.
      Ettore lo incontro ogni giorno al 10° chilometro della Fifth Avenue,

      Andromaca fa acquisti da mille e una notte.
      Entra ed esce da una buotique all’altra.

      Astianatte gioca con il pc, è sempre solo in casa.
      Mi creda, i miti sono l’inganno dell’Occidente,

      Fat Man su Nagasaki ha cambiato il mondo…
      Ma per Lei forse i miti sono l’aria.

      Chi può vivere senza aria?
      Una sciagura ieri a Chicago, tutti morti quelli in volo.

      A terra gli agenti della CIA cercano qualcosa
      tra i frammenti sull’erba, sui rami degli alberi, sulle pietre.
      […]
      A Zbigniew Herbert non importa nulla della scatola nera.
      Vuole sapere i pensieri dei piloti, delle hostess, degli steward

      e di tutti i passeggeri
      Un istante prima del disastro, con un occhio nel quotidiano,

      e l’altro nella immaginazione.
      Edipo? Mi creda, è un’altra menzogna.
      […]
      Caro Signor Linguaglossa,
      Il Suo porte-parole, il Suo alter-ego, Herr Cogito, lo sa,

      Zbigniew Herbert non si concentra mai sugli effetti,
      Gli interessano le cause dell’ evento,

      Tratta tutto come fosse un accidente.
      Dice che i sintomi non sono la malattia.

      Il commissario del KGB entra nell’atelier di Cogito.
      Esamina il corpo di reato.

      Una scatola di colori, un cartellone, quattro chiodi,
      Una matassa di spago, un barattolo di colla, una risma di carta.

      Herr Cogito, Lei costruisce un mondo non dalle molecole o dagli atomi
      Ma usando gli scarti, le scorie, i rifiuti.

      Non creda ad Ulisse, lasci perdere Telemaco,
      troppo gelo sulle parole…»

      (inedito)
      19/20 marzo 2020

      • caro Gino Rago,

        ricevo quotidianamente messaggi su Messenger con dovizia di Madonne addolorate e altre amenità. Di solito rispondo: «Sì, sono ateo e comunista. Ci sono problemi?».

        Stanza n. 47
        Il ritorno del Signor Cogito

        È mattino. Un gabbiano tinnisce. Il sole impallidisce. Il Covid19 ha colpito ancora.
        La città è in quarantena.

        La polizia segreta ha rilasciato il Signor Cogito.
        Torna a casa il filosofo.

        Prende un cappuccino al bar all’angolo di via Gaspare Gozzi,
        davanti al muro della Metro B.

        Apre la porta. Al quinto piano di via Pietro Giordani 18.
        Chiude la porta. A chiave. Tre mandate.

        Gira bene la chiave nella serratura, non si sa mai.
        Un ladro, un assassino, un portaborse, un leghista…

        Si siede in poltrona. Apre il giornale. Sorseggia il caffè.
        Legge le notizie del giorno.

        Quanti morti? Quanti vivi? Per quanto tempo ancora?
        Risponde al telefono.

        «Sì, sono ateo e comunista. Ci sono problemi?».

        Adesso, può attendere un’epoca migliore.
        Sì, c’è sempre la speranza di un’epoca migliore.

        Fuori della finestra azzurra un agente della polizia segreta.
        Lo sorveglia. Passeggia. Avanti e indietro.

        Fuma una sigaretta del monopolio.
        Aria di primavera.

        Profumo di fiori di gelsomino.

  4. Simone Carunchio

    AIKIEI: TANTO MIELE

    Giovani forti e squattrinati
    Si avviano verso un percorso
    Che sa di sesso goloso e lascivo

    Occhi rossi cerchiati di nero
    A chi il mascara a chi gli occhiali scuri
    Prole alla mano o a portata

    Davanti ai loro occhi
    Doloranti per la luce fredda
    Razionale del neon Cosa?

    Nessuna porta
    Ma varchi e false finestre
    Un lento attraversare archetipi atavici
    Lampade tende
    Zanzariere tessuti
    Letti divani sedie tavoli Scrivanie cuscini
    Cosce occhi deretani e bicipiti
    Ginocchia Mani
    Impronte digitali a iosa

    Salici piangenti e piante della felicità
    Muti testimoni

    Odore di sangue mensile rappreso
    Odore di spermatiche lozioni per la pelle
    E latte in polvere
    Pitture rupestri

    L’alluce tuo è proprio da ciucciare

    Soddisfatti dell’arredamento di casa
    Briganti e migranti tra giustizia e fortuna
    Stanchi si fiondano lassi
    Sulla torta alla cannella
    Crocifissa con panna crema e miele
    Tanto miele

    • caro Simone,

      complimenti per la tua marcia di avvicinamento alla nuova ontologia estetica. Hai fatto un bel viaggio e i risultati ci sono. Però io vorrei spronarti ad andare ancora più avanti nel lavoro di smantellamento delle fraseologie poetiche epigoniche. Secondo me dovresti lavorare così:

      Occhi cerchiati di nero, di rosso.
      A chi il mascara a chi gli occhiali scuri.

      Prole alla mano, a portata dei loro occhi
      doloranti per la luce fredda. Neon. Razionale.

      Nessuna porta. Varchi. False finestre
      Lento attraversamento di archetipi atavici

      Lampade, tende, zanzariere, tessuti,
      letti, divani, sedie, tavoli, scrivanie, cuscini,

      cosce, occhi, deretani, bicipiti,
      ginocchia, mani, impronte digitali a iosa.

      Salici piangenti, piante della felicità
      Muti testimoni. Odore di sangue mensile rappreso.

      Odore di spermatiche lozioni per la pelle
      E latte in polvere

  5. Marie Laure Colasson (inedito)

    Nuit brouillard Eredia tire les rideaux
    une porte s’ouvre sur une ombre

    Terre sans soleil cendre grise
    deux chevaux galopent dans la prairie

    L’épicier russe vend des gâteaux en technicholor
    des fleurs subtropicals sac-plastique sur l’eau visqueuse

    La blanche geisha marche dans la rue
    son enfance s’envole sans l’avertir

    Pure de toute épuration
    Lilith se dénue souveraine

    Une voix se brise sur un point d’interrogation
    tandis que des musiques barbares flottent

    La geisha et Eredia se jettent de la Tour Eiffel
    avec l’ombre chevauchent armées de parapluies vers la prairie

    Lilith plonge dans son océan et ouvre les fenêtres

    *

    Notte nebbiosa Eredia tira le tendine
    una porta si apre su un’ombra

    Terra senza sole cenere grigia
    due cavalli galoppano nella prateria

    Il droghiere russo vende dolci in technicolor
    fiori subtropicali borse di plastica sull’acqua vischiosa

    La bianca geisha cammina nella via
    la sua infanzia se ne va senza avvertirla

    Monda di ogni epurazione
    Lilith si denuda sovrana

    Una voce si frange su un punto d’interrogazione
    mentre musiche barbare ondeggiano

    La geisha e Eredia si gettano dalla Torre Eiffel
    con l’ombra cavalcano armate di parapiogge verso la prateria

    Lilith si tuffa nell’oceano e apre le finestre

    Le parole hanno dimenticato le parole, sono state attecchite dall’oblio delle parole. Un virus pericolosissimo le sta decimando senza accorgercene. Le parole e i colori sono diventati inabitabili. Siamo stati lentamente invasi dalle «parole piene», le parole comunicazionali che troviamo in ogni dove e in tutti i libri di poesia che si stampano oggi. Le parole sono state infettate da un virus invisibile che le ha decimate, e non ce ne siamo accorti. Le parole non ci guardano più, non ci riguardano più, fuggono via, sono diventate estranee. È diventato problematico finanche dire le cose più semplici. Ricordo che Ingeborg Bachman non riusciva ad entrare in una boucherie e chiedere: «Per favore vorrei un chilo di fettine». Una malattia invisibile e letale sta uccidendo tutte le parole. Soltanto pochissimi poeti, i poeti della nuova ontologia estetica se ne sono accorti e lo gridano, lo scrivono, ma parlano al vento, le persone sono ormai diventate cieche e mute.
    (g.l.)

  6. Uno spartiacque color pervinca
    per il solo fatto di resistenza al suono

    una durata senza consumo, una perpetua permanenza
    fatta al limite, con cordone doppio,

    impastato e schiacciato al bordo, Eschilo
    il calzone di sponsali che aspettavate da tanto.

    Con le olive, le acciughe, qualche pomodorino e la ricotta ascuante!
    Nelle vene il sospetto della tragedia asfittica.

    Grazie Ombra.
    (e come dice Lucio Mayor Tosy oggi va così)

  7. DUE POESIE DI ANNA VENTURA

    Per Anna Ventura la poesia è quella cosa che non è stata scritta con l’intenzione di arrivare a destinazione. Per la Ventura la poesia è un messaggio interrotto. La poesia che raggiunge la destinazione cessa di essere poesia. Per la Ventura l’ufficio della poesia resta il «dissenso» verso ogni ipotesi di poesia logocentrica, verso ogni logos fondante, centrale e originario. Non si dà nessuna origine, la poesia può solo attraversare la «distanza» tra le «cose».

    Per Derrida, il «logocentrismo» è il desiderio stesso di un centro, di un fondamento, su cui si costruisce il “bisogno di verità” della metafìsica. La vicenda della scrittura ha messo in luce come questa posizione centrale sia occupata dalla coscienza, e cioè dalla voce (“phoné“). La voce infatti è la coscienza, poiché garantisce la completa trasparenza dell’elemento espressivo, il suo immediato svanire nell’immediatezza del voler-dire, evitando quel che Platone paventava nella scrittura (“figlio bastardo e parricida”), e cioè la perdita del senso e l’incapacità di “difendersi” o, peggio, la possibilità di rivoltarsi contro il “padre-logos” (“La farmacia di Platone“).
    Che la metafisica sia sorta entro un orizzonte culturale che si avvale di una scrittura fonetica è un dato storico non secondario, poiché solo una scrittura fonetica avrebbe potuto consentire il sorgere di una concettualità in cui opposizioni come senso/lettera, spirito/materia, intelligibile/sensibile, verità/errore fossero sovrapponibili con quella voce/scrittura. Ma tutti i tentativi di relegare la scrittura a una funzione secondaria, accessoria e subordinata non sarebbero altro che tentativi di difesa dalla sua potenziale carica sovversiva, eversiva; che insomma nella vicenda della scrittura operi una sorta di “rimozione” è provato secondo Derrida dal fatto che, in realtà, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.

    Husserl sostiene che il presente (l’adesso nella sua puntualità) si compone di un non-presente, ogni percezione di una non-percezione. E allora, se non è possibile che il presente si dia in una forma assoluta, viene minata anche la possibilità di una presenzialità a sé priva di rinvio, di indicatività (la vita solitaria dell’anima, il platonico “monologo dell’anima con se stessa”), e quindi la possibilità di una presenzialità epochizzabile.

    Il pensiero poetante di Anna Ventura assume un punto di vista critico-scettico verso ogni posizione di poetica logocentrica, che cioè si adegua in modo irriflesso ad una metafisica della «presenza della cosa», ovvero, che adotta una procedura ironica. La Ventura sa per istinto e per pensiero che laddove c’è la «cosa» non è detto che esista una «parola» adeguata. Tutto il suo tentativo poetico si gioca su questo punto: l’avversione verso la poesia logocentrica e fonologica che crede di poter identificare la presenza della cosa con la cosa stessa e, quindi, con la sua referenzialità linguistica. Il suo sforzo è teso a non identificare ingenuamente presenza della cosa e logos; il logos è sempre non originario, affetto da secondarietà.
    (G.L.)

    Anna Ventura

    “Questi piccoli fogli bruceranno”

    Questi piccoli fogli bruceranno
    con tutto il resto, se è già scritta
    l’ora dello sterminio. Ma,
    poiché ancora ci è data la parola,
    pronunciamo il dissenso.

    (da Antologia Tu Quoque Poesie 1978-2013) EdiLet, 2014

    “In fondo, in fondo”

    La Sibilla lasciò l’antro di accesso,
    si inoltrò nel corridoio lungo.
    In fondo, in fondo,
    stava la sua tana. Lì
    preparava le foglie
    e le metteva nel cestino.
    Quel giorno era infuriata con Apollo,
    che se ne stava nel Tempio,
    lì vicino,
    dove era tutto uno splendore.
    Che umidità, invece, nella sua tana buia,
    assediata dall’erba e dai rovi.
    Quel giorno, sulle foglie,
    scrisse una cosa bruttissima : .
    “Guardatevi dall’amore”.
    Ma poi che Apollo,
    per mezzo di un piccione,
    le inviò in dono un fiore,
    la Sibilla tornò di buon umore,
    e sulle foglie scrisse:
    “Non abbiate paura”.

  8. caro Francesco Paolo Intini,

    mai avevamo assistito alla imposizione di un regime di semi arresti domiciliari per tutta la popolazione. È una esperienza collettiva del tutto nuova a cui non eravamo preparati. Come tu dici: al disordine «entropia» introdotto dal virus Covid19 il governo ha risposto introducendo un di più di «ordine» (struttura dissipativa). Ma il fatto è che il pensiero in questi decenni si è perduto in rivoli, e la poesia ha seguito con maggiore accentuazione questi rigagnoli di acqua stantia occupandosi di quisquilie e di banalismi senza rendersi conto di trovarci tutti «ai piedi di un vulcano», come recita una frase del filosofo Michel Onfray. Noi era tempo che parlavamo di Krisis, erano anni che agitavamo il fazzoletto rosso del morbo della idiozia imperante, ma nessuno ci ha ascoltati. I poeti continuavano a scrivere i loro versicoli caudatori e usufritti, gli autori si affannavano nei premi letterari…

    Un pensiero, o un’idea, – scrive Paul Valéry – è una sorta di meccanismo operativo in costante mobilitazione che assembla e trasforma: in un mondo di pura transitività, l’idea prende in prestito «delle proprietà completamente nuove, completamente differenti».1

    Quell’indirizzo di pensiero che va sotto il nome di “ermeneutica del sospetto”, di cui Marx, Nietzsche e Freud sono ritenuti i progenitori. Questa tendenza a interpretare la trama segnica non solo condivide l’idea che il mondo di cui facciamo esperienza non sia altro che la serie dei significati che l’essere umano impone alle cose, ma a ciò aggiunge per l’appunto una decisa inclinazione al sospetto: quei segni e significati non ci dicono mai il vero, ma ci dicono qualcosa che contiene una parte di essenziale… Sono portato a propendere per l’idea che dobbiamo incrementare il tasso di sospettosità del pensiero che pensa…

    1 Paul Valéry, L’idea fissa, Adelphi, Milano 2008, p. 15

    • Caro Giorgio

      Il concetto di Prigogine di Struttura dissipativa è visibile macroscopicamente e sotto gli occhi di tutti. Basta aprire la finestra e dare uno sguardo ai fossili del moto umano rispetto a una primavera che procede secondo le regole dell’Universo.
      Su quali basi si fonderà il prossimo equilibrio?
      Quando vedremo risalire la temperatura e ci riporteremo a quella ambiente faremo i conti con i problemi di sempre e altri se ne aggiungeranno. Quest’ordine forzato non è a costo zero ma è al punto zero il viaggio dell’intelligenza nell’era quaternaria. Almeno così penso. La tecnologia della natura ha un vantaggio di qualche miliardo di anni rispetto alla nostra e può permettersi di giocare con pedine inventate al momento, perfettamente libera di farlo e di metterci in scacco. Le nostre mani devono ancora concepire una clava. Ma devono farlo, tenersela sotto il letto e usarla quando sarà necessario. Insieme all’oggetto devono conservare le sue istruzioni. Ancora una volta per ritornare a Darwin, Heisenberg, Einstein e superarli.
      I poeti devono ricominciare dai disegni sulle pareti, scrivendo didascalie di caccia tracciate con le mani o con ciò che capita nell’immondezzaio. Soprattutto sottolineare gli animali più pericolosi che s’aggirano spettrali. La reversibilità degli eventi, che comporta l’esclusione del Tempo, riguarda la poesia mentre guarda con sospettosità demolente il mondo della irreversibilità, coi suoi ingranaggi di pensiero, sconquassati dal primo terremoto, nemmeno tanto alto in grado.

      Ringrazio tutti gli amici che stanno su questa pagina dell’Ombra con grande affetto.

      ORE NOVE SUL METRO D’IRIDIO-PLATINO

      Nervi tesi tra palazzi suonano la metafisica.
      È stato bello, ragazzi ci vedevamo per una birra

      Trarre profitto dalla schiuma per un rilancio in borsa.
      Scambiare gli appunti di Platone in un pistillo.

      Ceneri di Woodstock ai piedi del tricolore
      Uno straccio di giglio in volo tra farfalle

      Ci sono icone che mangiano piramidi.
      Robinie che tracciano geometri.

      Il fornaio non dice più Io.
      Persiste un Nulla nell’ ipotalamo.

      Maturava la gazza una proposta.
      Dopotutto la fermata del 20 avrà un faraone in meno.

      Il geco irrompe con l’inconscio in bocca.
      Non ci sono dentisti aperti alle nove di mattina

      I denti muoiono e basta. Si seppelliscono tra loro
      In pieno dolore non c’è modo di alzare una bandiera.

      Quelli che si sono presentati spontaneamente
      Mostravano ferite sconosciute alla Tac.

      Napoleone aveva vinto a Waterloo
      La coalizione relegata a Sant’Elena.

      Non era facile trovare l’interno di un cane
      Perché mangiava il cuore al posto della bocca

      E i pochi uomini con carta d’identità
      mostravano unghie di orso e denti a sciabola

      Si affacciò alla tv in doppiopetto
      Il proiettile giallo entrò in ogni casa.

      Il metro d’iridio-platino segnava le nove.
      Le note suonarono una Fender.

      (inedito, Francesco Paolo Intini)

  9. luigina bigon

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/21/lepoca-del-coronavirus-covid19-il-virus-delleta-tecnologica-poesie-di-francesco-paolo-intini-lera-di-prigogine-edit-dzieduszycka/comment-page-1/#comment-63365
    OCCHI BENDATI

    Larve sullo schermo della mente, rimescolio assurdo
    in movimento, pagine di giornali estremità umane

    oggetti in moto, tubi, scatole, cartoni, bombolette spray,
    finestre imbrattate, fogli bianchi, carte di dolciumi,

    sacchetti di plastica, foto di un bambino biondo con gli occhi azzurri,
    involucri in un interno sempre in moto

    rivoluzione costante dentro lo spazio generato da virus.
    Lenti tubolari, tuberi di patate, spazzatura, volti. Corsa

    pazza tra le rovine di templi antichi, acquari-trasparenze,
    volumi rotanti, piattaforme capovolte, gambe pendule

    camminano con piedi rivolti verso l’alto, folle di moto
    nere, delirante ossessiva sincronia

    di masse lampade morte, bianco, lucido calpestio,
    maremoto di forme scritte, insegne

    – silenzio orfano. Attese, fantasmi meccanici,
    consonanti, vocali senza dimora, tripudio, cofano

    di bara vuota, biciclette involute – ospedali,
    il primo numero del PIN. Assente.

    Notturno di case porte a vetri-ombre.
    interno di luci, giallo opaco, fari di auto sull’asfalto bagnato,

    tram sulle rotaie. Binari, stazione di pali elettrici alta tensione,
    macchie solari ictus.

    Gorghi di ombre si baciano sullo sfondo di una porta liberty,
    ortensie nel giardino notturno.

    Calpestio di simboli, svastiche, teleferiche, guglie metalliche,
    — antimateria — trono vuoto tra i rottami.

    Angelo barocco, fumi di carbone, mano sul fuoco.
    Fanfara che genera parole,

    cranio sinistro pieno di metafore, corvo destro razionale improbo,
    cammino metà opaco e mezzo in luce,

    corpo sdoppiato — alveoli cuniculi camion. Nessun
    ​spazio vive in quiete. Luogo di metri e chiavi.

    Sullo sfondo macchie d’inchiostro, letture Rorschack balbuzienti,
    treno che attraversa la negritudine, invio di fax senza meta

    incrocio di email pseudo conduttori di esistenze,
    accozzaglia di associazioni. Occhi bendati.

    ©Luigina Bigon

  10. Permettetemi di dare il benvenuto su questa rivista a Luigina Bigon, una poetessa di Padova che da anni segue il nostro lavoro e che ha studiato a fondo la NOe. I risultati sono sotto i nostri occhi. A voi il giudizio.
    Nella foto Luigina è in compagnia di Alfredo de Palchi, una foto di almeno 14 anni fa.

  11. … e pare ora, è un po’ di giorni che ci penso, che quasi tutta la struttura NOE, l’impianto critico, lo sviluppo letterario
    sia d’impatto surclassato. Il virus spiazza. Ci decodifica, ha preso le misure anche a noi. Poetastri pixie e dixie!

    Anche nell’ultima di Giorgio, la stanza 47 è estremamente semplice, un ritorno a casa in pompa magna. A me piace tantissimo. Adesso la rileggo…”profumo di fiori di gelsomino”…

    Bellissimo il verso che attraversa la realtà con un odore preciso inconfondibile…E poi in questo post, l’aria è mutata! Il nostro sistema immunitario tiene. Che bello rileggere la signora
    Ventura! (Un abbraccio)…

    e vi lascio citando Giuseppe Gallo:
    “il silenzio e le luci. L’arruffio delle nuvole
    ballerine sul parquet. Dove sono finito?”
    Bellissimo!!!

    Alla signora Bigon che ci ha agguantato ora sfuggiamo di nuovo.

    GRAZIE OMBRA.

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