Due poetesse della nuova ontologia estetica, Marie Laure Colasson, Marina Petrillo, Commenti di Carlo Livia, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata, La metafora si trova in uno Zwischen, in un framezzo

giappone-geisha-in-glass

Marina Petrillo

Irraggiungibile approdo tra diafanie prossime alla perfezione.
Digrada il mare all’estuario del sensibile
tra risacche e arse memorie.

Si muove in orizzonte il trasverso cielo.
Fosse acqua il delirio umano perso ad infranto scoglio…
Sconfinato spazio l’Opera in Sé rivelata.

Conosce traccia del giorno ogni creatura orante
ma antepone al visibilio il profondo alito se, ingoiato ogni silenzio,
ritrae a sdegno di infinito, il brusio della spenta agone.

E’ nuovo inizio, ameno ritorno alla Casa della metamorfosi.
Saprà, in taglio obliquo, se sostare assente o, ad anima convessa,
convertire il corpo degli eventi in scie amebiche.

Un soleggiare lieve, di cui non sempre appare l’ambito raggio.

*

Si traccia a sua somiglianza
il pallido sorgere del sole.

Tace della natura il lascito
lunare e inciampa raggi annichiliti
da brividi albescenti.

Incerto sullo splendore, annida l’ombra
in emanante abbraccio e lì si abbandona.

Eterno è il suo momento
mai avvizzito dal ciclo delle divine stagioni.

[Marina Petrillo vive a Roma dove è nata. Nel 1986 pubblica Normale astratto e, nel 2019, materia redenta con Progetto Cultura da cui sono tratte le poesie]

Carlo Livia

In una glossa alla sua poesia scrive la Petrillo: «Dal “Vuoto” nasce la costola dell'”Assoluto Presente”. Apnea dello spirito in sommersa ampolla. […] Trasformazione alchemica giunta all’apice di un processo in cui l’amore suicida trasmuta in vita. Le epistole transitano nel detto sapienziale e il percorso sentimentale affiora in forma archetipica, esplorando l’aspetto divino insito nel viaggio esperienziale. L’esoterismo di Goethe nutre le molecole di un dialogo interiore in cui gli elementi si combinano e le fasi, nel senso immaginale (Mundus Imaginalis), contaminano una visione interiorizzata.
Il sogno depone il suo vanto in rarefatta armonia, associando all’immagine l’improvvisazione grafica, attraverso segni, guazzi, pittura steineriana, volti a ricomporre l’Alto Cielo di Amore». Commenta Mauro Pierno: «Il tentativo di rinunciare agli oggetti, nella poesia della Petrillo, diventa il linguaggio stesso contaminato».

Apparentemente in controtendenza rispetto alla ribellione e desacralizzazione del modernismo, la poetessa romana utilizza lessico e forme retoriche sofisticate, inusuali, frequenta vertici e anfratti del pensiero speculativo ormai in abbandono. Ma la sua attualità e modernità si evince dalla divergenza rispetto ai percorsi noetici abituali, e dai prodotti mistificatori che ne derivano. La sua ricerca di nuove verità non si manifesta con metafore o catacresi incongrue e irrazionali, come nella pratica simbolico-ermetica; in questo caso è tutto il piano della significazione che viene spostato su un piano di sublimazione, svuotamento e inafferenza, producendo una semantica incoesa, metamorfica, poliedrica, inafferrabile, fatta di risonanze melodiche, prospettive mobili, echi, trasparenze, richiami, sogni, esili, paesaggi svuotati, inesperiti.

«La Petrillo giunge alla curvatura elicoidale del linguaggio, proprio per evitare qualsiasi contaminazione. Poesia che si ciba come un corvo o un gabbiano, dei rifiuti malmostosi del nostro mondo e della nostra lingua,  parte integrante di questa grande discarica all’aperto qual è diventato il nostro mondo». (Giorgio Linguaglossa)

Marie Laure Colasson

da Les choses de la vie

Une blanche geisha entre dans le bar
Arrête le temps

Lilith fixe la vague sur le sable
Les pensées sortent en flottant 

En flottant reviennent

Eredia retient un rayon de lune dans la main
L’univers explose sur la 5me symphonie de Beethoven

Des touches de piano jaunies par le temps
Injection goutte à goutte de la trahison dans les artères

Le mystère d’une phalange en Asie
Les paléontologistes se déguisent en stripteaseuses

Les perles se propagent sur les planets
Astrocinématographique confusionnel

Marie Laure retrouve son sac crocodile
Rapt de la fossette de Maurice Ravel

Lilith Eredia Marie Laure observent la geisha qui sort du bar
Eglantine défait sa robe aigue-marine

*

Una bianca geisha entra nel bar
Si arresta il tempo

Lilith fissa l’onda sulla sabbia
I pensieri escono galleggiando

Galleggiando tornano

Eredia trattiene un raggio di luna nella mano
L’universo esplode con la 5ta sinfonia di Beethoven

Tasti di piano ingialliti dal tempo
Iniezione goccia a goccia del tradimento nelle arterie

Il mistero di una falange in Asia
I paleontologi si mascherano da spogliarelliste

Le perle si propagano sui pianeti
Astrocinematografico confusionale

Marie Laure ritrova la sua borsa coccodrillo
Rapimento della fossetta di Maurice Ravel

Lilith Eredia Marie Laure osservano la geisha che esce dal bar
Eglantine disfa il suo vestito acqua-marina

 [Marie Laure Colasson  nasce a Parigi e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi, Bruxelles,  Roma, Banja Luka, Argentina, insegna danza classica e pratica la coreografia di spettacoli di danza contemporanea]

Foto Willy Ronis Les enfants de Belleville 1959

foto di  Willy Ronis Les enfants de Belleville, 1959

Giorgio Linguaglossa

Marie Laure Colasson abolisce la funzione performativa e predicativa del verbo, abolisce il verbo, o lo presenta nella modalità riflessiva;  in tal modo passa dalla modalità predicativa e performativa del linguaggio alla modalità del puro nomen, alla potenza del nome che non è predicativo di nulla. Il linguaggio annuncia se stesso in quanto libera il nome dalla schiavitù della referenza. Liberando la parola dal peso del referente esterno al linguaggio, restituisce al linguaggio la sua potenza denominativa. La parola diventa un atto, un gesto linguistico che esprime la mera potenza del significare e di non significare alcunché, tanto meno esprime l’autoreferenza di un segno o di un senso intrappolato in quel segno. La parola, libera dall’onere di essere segno, diventa nomen che esprime la potenza denominativa del linguaggio.

Il linguaggio decide di auto sospendersi, di auto sospendere la propria capacità di significazione,  diventa un sistema di enunciati indipendenti dal segno e dal referente. Il linguaggio che si auto sospende acquista perciò potenza denominativa. Il linguaggio diventa un sistema di enunciati auto sufficienti e quindi al massimo grado significativi proprio in quanto non significano nulla tranne il proprio essere evento di linguaggio.

Riportato alla modalità della mera potenza, il discorso poetico non ha, letteralmente, nulla da dire. Il discorso poetico diventa totalmente inespressivo e intransitivo, si rivela essere mero luogo dove avviene il linguaggio, un linguaggio totalmente non-comunicativo poiché non c’è nulla da comunicare, nulla tranne la propria presenza nel linguaggio, tranne l’evento del linguaggio. Il linguaggio diventa mero «gesto», il quale, nella definizione di Werner Hamacher, è «ciò che resta del linguaggio una volta che il significato ne sia stato ritratto».1

1 cit. in Giorgio Agamben, Ontologia e politica, Quodlibet, 2019, nota di Daniel Heller-Roazen, p. 54

Lucio Mayoor Tosi

Trovo notevole come Marie Laure Colasson sappia avvalersi delle parole gettate. Un lettore in grado di apprezzare questo nuovo, ora forse anche tipico procedimento della poesia di nuova ontologia estetica, di certo ne trarrà piacere.

Il mistero di una falange in Asia
I paleontologi si mascherano da spogliarelliste

Qui si sa di stare andando fuoripista, verso il nonsenso; che però è altra cosa rispetto alle parole gettate… sempre nel processo da vuoto a vuoto.

Qui si inventano geometrie, nuovi alambicchi per mettere allo scoperto parole che fino a ieri erano di generica epifania. L’intento non è quello di divertire con stravaganze, ma dire in assurdo e con rapida nominazione, l’indefinibile cambio d’immagine. In altra poesia non varrebbe la pena.

Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata. Quando arrivano è perché già stanno allo sbando.

La genialità di «Parallelepipedo», parola di Marina Petrillo. Lei, così precisa, avvalersi di una tal parola, non bastasse, all’inizio, dice tutto della sua opinione su quando poi racconta. Arrivo sempre un po’ in ritardo a capire, ma leggendo e rileggendo, questa poesia mi diverte sempre più… Ahimè. E ahi noi.

La seconda poesia testimonia il suo essere pittrice – “attraverso segni, guazzi, pittura steineriana” – ma vi ho scorto un verso che altamente segna l’evento (non l’immagine):

“su dirupo avvolto in nebbia e mani sillabanti
della sublimazione, il graffio.”

Ci si rende conto dell’immensa fiducia che i poeti hanno nelle parole escluse dal senso e dalla linearità del discorso. Il vuoto con cui vengono accolte, scelte, accudite. Se non è questa poesia ecologica, e per il bene del pianeta…

 Giorgio Linguaglossa

La metafora si presenta in uno inter-spazio, in uno Zwischen, in un framezzo, come in questo verso di Marie Laure Colasson:

Una bianca geisha entra nel bar

La poesia della nuova ontologia estetica si situa in quell’essere-in-mezzo, quello Zwischen di cui ci parla Heidegger. Quel framezzo che è il vero centro dell’essere, ovvero, del nulla. Se il poeta è il vero fondatore dell’essere, è anche il vero fondatore del nulla, come ci ha insegnato Andrea Emo. La poesia è il suo progetto aperto al futuro, è il futuro aperto al presente. È il presente aperto alla Memoria del passato. È insomma quella entità che sta al mezzo delle tre dimensioni del tempo. Ed è ovvio che in questo frangente, il linguaggio della poesia non può che situarsi nello “Zwischen”, cioè in un non-luogo linguistico, in un non-luogo dell’essere.

«Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata», scrive Lucio Mayoor Tosi.

Trovo azzeccatissima questa espressione. Anche le parole, dopo l’uso forzoso e intensificato a cui le sottoponiamo nella nostra vita di relazione, diventano «disoccupate». Qui c’è una verità incontrovertibile. Le parole che sia la Colasson che Marina Petrillo adottano nella propria poesia sono rigorosamente scelte tra quelle che restano «disoccupate». Il lessico e il modus di costruire le fraseologie delle poetesse dianzi menzionate sono propri di chi fa della «disoccupazione» e della «inoperosità» il proprio esclusivo mestiere. Le parole sono scelte per il loro essere factum eloquendi, un fatto di elocuzione e nient’altro, flatus vocis che sconfina nel nulla. Il nichilismo di questo fraseggiare e strofeggiare è il sintomo più appariscente dell’usura cui sono sottoposte le parole della poesia di accademia.

E questo è proprio il procedimento della poesia della nuova ontologia estetica: riassumere  le parole rottamate e usufritte. Non è casuale che sia Marina Petrillo che la Colasson siano anche pittrici, abituate a strofeggiare e a maneggiare i colori, entità sfuggenti e dissimili. Anche i colori di un quadro devono essere accuratamente scelti tra quelli «disoccupati», che sono stati estromessi dalla catena di montaggio del consenso cui sono sottoposti in ogni istante della nostra vita di relazione.

Proprio delle due poetesse è il rivolgersi alla mera esistenza del linguaggio, libere da ogni sospetto di pre-supposizione, da ogni ingerenza della sup-ponenza con cui il linguaggio viene usato nella generalità dei casi. Certo, si tratta di un linguaggio rigorosamente non-comunicazionale dal quale è stato espunto, accuratamente, ogni ingerenza dell’eventismo fasullo e accattivante con cui si fabbricano le poesie di mestiere. Si percepisce che in queste poetesse manca qualcosa, che non possiedono totalmente il linguaggio, che non hanno alcun rapporto di familiarità con il linguaggio, anzi, il loro linguaggio è quello di un Estraneo che parla una lingua incomprensibile e che dice delle cose irriconoscibili. Il loro è un linguaggio di gesti linguistici, gesti che accadono e che sono veri, reali solo nel momento in cui accadono, in cui il flatus vocis appare e scompare, quasi per dissimulare un difetto di parola che il linguaggio contiene, una approssimazione ineliminabile e inesauribile a qualcosa che sfugge…

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22 risposte a “Due poetesse della nuova ontologia estetica, Marie Laure Colasson, Marina Petrillo, Commenti di Carlo Livia, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata, La metafora si trova in uno Zwischen, in un framezzo

  1. Una poesia priva di identità
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/11/due-poetesse-della-nuova-ontologia-estetica-marie-laure-colasson-marina-petrillo-commenti-di-carlo-livia-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-le-parole-oggigiorno-si-sentono-superflue-tra-que/comment-page-1/#comment-63247
    Scrivere una poesia priva di identità. È questo uno dei compiti della «nuova poesia». Alfredo de Palchi, nato nel 1926, come tutti i poeti dell’epoca del post-moderno, ha perseguito una poesia della identità, della identità fortemente definita, ha tracciato il ritratto della propria singolarità, un autoritratto, ma oggi forse siamo entrati in un nuovo eone, ci viene richiesto di fare una poesia senza carta di identità, senza singolarità, senza indirizzo del mittente e del destinatario.

    Forse oportet insegnare ai poeti a non essere poeta, che la poesia è una pratica di vita, forse la più problematica e conflittuale e astratta, che da essa possiamo imparare a seguire le nostre passioni, le nostre inquietudini, che essa è un’etica proprio in quanto esula dall’etica, perché l’estetica viene prima dell’etica, perché essa ha a che fare con il «sacro», con il recinto delle parole che abitano la patria metafisica. E un poeta non può tradire le sue parole. Ma le parole, sì, le parole possono tradire.

    Oserei dire che la nuova poesia quella del futuro, è un tentativo radicale di costruire una ontologia pura. Una sola sostanza per tutti gli attributi. Fantasia e realtà, dopotutto, sono fatti della medesima sostanza, no? Forse, davvero, dobbiamo tornare a pensare che tutto è sostanza. E tutto è fantasia. L‘ idea di Agamben della possibilità che il telos della nostra vita sia plasmare l’archetipo sulla base del quale siamo stati creati, dice con tutta evidenza l’importanza assegnata dal filosofo al principio poetico dell’immaginazione. E dato che non vi è memoria senza immagine e senza immaginazione – come ci ricorda Agamben per il tramite di Aristotele – la storia dell’umanità è sempre una storia di immagini e di fantasmi, più precisamente, è vero il contrario di quanto comunemente si crede: è la realtà che viene edificata tramite l’immaginazione poetica, non il contrario.

    Tanto premesso, mi sembra evidente che la poesia di Marina Petrillo e di Marie Laure Colasson sia tutto fuorché il tracciato della propria singolarità, il tracciato di un autoritratto, al contrario, qui si rinviene il tracciato di una progressiva entropia esistenziale, della moltiplicazione o demoltiplicazione delle identità, anzi, della negazione di qualsiasi identità. Mi sembra evidente che qui siamo entrati in un nuovo eone esistenziale e stilistico.

    • milaure colasson

      Caro Giorgio , ti ringrazio per il tuo commento usufritto ed intelligente .
      Le immagine delle geisha incantevole , mi sono di già trasformata in tale incanto.
      De meme , ho apprezzato veramente il commento cosi sensibile e sentito di Lucio Mayoor Tosi della mia poe”z”ia.
      Brava Marina Petrillo !
      Un vivo saluto Marie Laure Colasson

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/11/due-poetesse-della-nuova-ontologia-estetica-marie-laure-colasson-marina-petrillo-commenti-di-carlo-livia-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-le-parole-oggigiorno-si-sentono-superflue-tra-que/comment-page-1/#comment-63260
      Copio e incollo questo messaggio di Adriana Gloria Marigo.

      Caro Giorgio,

      grazie per il commento “Una poesia priva di identità”: mi consenti di esprimere qualche osservazione in merito, poiché il tema della sparizione di identità nella poesia, o la sua deprivazione, è sentito anche da me, lo osservo e, per quanto posso, lo propongo come discussione affinché si trovino contenuti, un uso della parola che superi il canone in atto che sembra un girare in tondo su un fulcro che ha perso forza, non sostiene più.

      “ci viene richiesto di fare una poesia senza carta di identità, senza singolarità, senza indirizzo del mittente e del destinatario.”, scrivi.

      È questa palude temporale, questa interminabile stagione storica di maschere ora carnevalesche, ora luttuose, queste sabbie mobili del narcisismo declassato da disturbo psichico a disturbo comportamentale, poiché trasversale a tutti, che chiede di sacrificare l’identità a favore del consenso da social o da luci del varietà come vedo accadere?
      Credo che la risposta a questa domanda incompleta, sia “sì” poiché è evidente che la perdita di identità, l’accogliersi entro l’impreciso, il nebuloso, produce contenuti omologati, una sorta di impresenza, forme linguistiche sotto sforzo, che lasciano trapelare la fuga dal daimon, o meglio, la mancanza della “manìa”. Si avverte, come mi capita di leggere per mestiere, lo sforzo di ‘rendere’ riconoscibili i propri testi: in questa ostinazione a essere riconoscibili e riconosciuti si avverte fortemente la non tramatura della “patria metafisica”, come tu chiami l’indispensabile “hortus” dove i simboli del mondo e dell’uomo germinano crescono fruttificano se solo si è agrimensori, ossia provvisti della indispensabile cifra estetica che si manifesta etica. Certo che la parola tradisce e in primis la stoltezza del dettato!

      “Oserei dire che la nuova poesia quella del futuro, è un tentativo radicale di costruire una ontologia pura.”.

      Osa pure, anzi è necessario! È indispensabile, inevitabile, prima riconoscere la dissoluzione della classe precedente, poi individuare la ‘sostanza’ che informa tutti gli attributi: è la costruzione della nuova ontologia, quella che illustra Agamben (quanto mi è prossimo il suo pensiero e altrettanto quello di Hillman, di Florenskij!) sostenendo che la parola nasce nello spazio poetico dell’immaginazione, in quella insondabile “base poetica della mente” (J. Hillman), insomma nella maestà dell’immaginazione attiva. Dovremo tornare a Bruno, alla psicologia archetipica medievale, a Corbin, Otto, ai sopra citati, a Bachelard, accogliere una volta per tutte che la psiche è abitata da dei e dee e a loro è dovuta la parola che nomina: a noi è il compito di ritrovarla, portarla visibile, farla vivere, ignorando quella vana, quella che non trasforma, quella che si pone maliarda senza malìa.

      • cara Adriana Gloria Marigo,

        La relazione non significa identità

        La nuova ontologia estetica è fondata sul Principio di relazione, in base al quale le Figure, le Icone, i luoghi della poiesis non vogliono ridurre il discorso poetico a discorso intorno alla identità di ciò che noi siamo ma come discorso intorno alla molteplicità e alla diversità di ciò che noi siamo diventati e continuamente siamo.

        La forma-polittico è quella più idonea a raffigurare (cioè ridurre a Figura) la molteplicità del divenire. Alla base della «forma-polittico» non si dà più la forma di dominio sull’ente ma l’ente viene nominato senza l’intervento di alcuna forma di dominio su di esso. Nominare l’ente è il farlo venire alla presenza della visibilità della poiesis.

        La scienza e l’arte dell’Occidente sono una forma di conoscenza che si è sviluppata nell’ambito dell’alienazione nichilistica dell’Occidente, utilizzando le categorie ontologiche sviluppate dall’epistéme greca.

        Ponendosi come una forma di dominio, di potere sulla realtà, disposta a farsi dominare proprio in quanto diveniente («il senso greco del
        divenire dell’ente rimane alla base della scienza moderna», «l’ontologia greca apre lo spazio della creatività e della distruttività estreme»),1 la scienza moderna si toglie la maschera, rivelando come tutti i suoi elementi,come «tutti gli elementi della nuova scienza siano già presenti nella filosofia e nella scienza greca» : l’affinità tra scienza e filosofia si manifesta soprattutto nel fatto che, nata nella modernità come una forma di sapere «che intende essere epistéme e anzi, spesso, l’epistéme
        autentica, in contrapposizione alle pretese epistemiche della filosofia», con il «tramonto dell’epistéme» in filosofia, anche la scienza «per rendere più radicale il proprio dominio sulle cose […] rinuncia ad essere verità definitiva e incontrovertibile»: «il tramonto dell’epistéme è un evento che non si manifesta soltanto nell’ambito del pensiero filosofico […] la filosofia, in quanto epistéme, è diventata infatti un poco alla volta il terreno, lo sfondo, l’atmosfera in cui sono andati via via manifestandosi i grandi fenomeni della storia dell’Occidente». 2

        1 Severino E., Gli abitatori del tempo, p. 63.
        Ivi, p. 66.
        Ivi, p. 65.
        2 Severino E., La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia contemporanea, cit., p. 283. 261

        • «La filosofia è giunta alla sua fine […]. Nella fine della filosofia si compie quella direttiva che, sin dal suo inizio, il pensiero filosofico segue lungo il cammino della propria storia. Alla fine della filosofia il problema dell’ultima possibilità del suo pensiero diviene affare serio» 1.

          La questione dell’ultima possibilità della filosofia è dunque l’orizzonte di senso in cui siamo chiamati a pensare.
          Forse può apparire una deriva nichilista quella di chiamare in causa la fine della filosofia in un momento storico in cui vari dibattiti animano la vicenda teoretica.

          Anche la poesia è giunta alla sua fine. Insieme alla Filosofia anche la Poesia giunge a segnare il passo della sua fine annunciata. La poesia assume un linguaggio ulteriore, tende alla ulteriorità, alla ultimità. Qui non si tratta di un soggiorno tranquillo con balcone con vista sul mare, ma di un soggiorno problematico ed ultroneo. Ultimità significa linguaggio ultroneo ed erraneo. Ultimare significa non-finire, tendere alla finitudine con la consapevole ambiguità di non poterla mai raggiungere. Di qui lo stile ultroneo ed erraneo della nuova poesia che oscilla nella vasta gamma che va dalla nostalgia per il sacro perduto di Marina Petrillo e Carlo Livia allo stile da refurtiva, al gioco di guardia e ladri del linguaggio poetico di Mario Gabriele che adopera il gioco di specchi (lo Spiegel-spiel), utilizza i frammenti dello specchio infranto della civiltà del simbolismo come il gioco delle tre carte; ed il poeta si rivela per quello che è, un baro che occulta con un gioco di destrezza le carte perenti per palesare quelle vincenti.
          Le parole «fine» e «ultimità» segnano un eone, non un fatto, e l’eone prende le sembianze del Tempo e delle temporalità. Potremmo dire che giunge alla fine quella poesia che pensa intensamente la sua fine prossima ventura, non come un fatto cronologico ma come un eone, un’epoca che occorre attraversare soggiornandovi.

          In questo senso, la poesia di Marina Petrillo mi sembra che assolva in pieno il suo compito di dimorare-soggiornare nella fine, nella ultimità. Un segnare il passo nel luogo prescelto. Restare camminando e camminando restare.
          Per comprendere cosa si intende con questa “fine della filosofia” occorre tornare alla riflessione compiuta da Heidegger sulla metafisica occidentale e sull’oblio dell’essere da essa realizzato, al compimento che realizza sin dalla sua fondazione, cioè alla Grundfrage. È in questa direzione che va interpretata questa espressione. «La fine della filosofia si mostra come il trionfo della dominante fondazione di un mondo tecnico-scientifico e dell’ordinamento sociale conforme a questo mondo». 2

          Siamo forse giunti all’ultimo orizzonte di senso che la filosofia e la poesia possono scandagliare, una sorta di passaggio stretto delle Colonne d’Ercole, oltre le quali c’è l’oceano aperto dell’ignoto.

          Nei Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis) di Heidegger, degli anni 1936-38, l’Ereignis viene presentato come un moto oscillatorio pendolare la cui vibrazione, crea spazio e tempo. Questo “sito” in cui si insedia la verità come accordo tra ciò che viene appropriato al e dall’ Ereignis è un’apertura in cui vengono a stare come in una costellazione Da-sein e Seyn nella loro autentica relazionalità di bisogno reciproco che è fatta avvenire solo nell’e-venire appropriante.

          Il Da-seyn si pone nel luogo in cui si fa spazio, si apre lo spazio e si crea il tempo, è in quella apertura che si crea la dimensione dell’accordo musicale, musale-musicale dove accade l’e-venire appropriante e disappropriante dell’essere. La poiesis allora si dà come costellazione di momenti e di icone. La poiesis parla, può parlare nel mentre che fa, opera, crea.

          1 M. Heidegger, Filosofia e cibernetica, trad. it. a cura di A. Fabris, ETS, Pisa 1988, pp. 30-34
          2 M. Heidegger, La fine della filosofia e il compito del pensare, in E. Mirri, Il pensare poetante, trad. it. a cura di E. Mirri, C. L. E. U. P., Perugia, pp. 144-148

        • Adriana Gloria Marigo

          Caro Giorgio Linguaglossa,
          concordo sulla tua affermazione “La relazione non significa identità”. Tuttavia nella relazione sono implicate le identità. Da questa implicazione sorge la complessità e la problematicità della relazione in quanto le identità si strutturano a livello psicologico filosofico culturale antropologico e in una percentuale di consapevolezza o inconsapevolezza tali da rendere la tramatura della relazione un processo perfettibile.
          La tramatura della relazione consente il sorgere, inevitabile, dell’ontologia estetica: deve pur darsi un canone entro il quale esprimere il potenziale compresente delle identità che, in virtù della compresenza, perdono la distinzione e l’individualizzazione e si coniugano olisticamente, perdendosi così ogni forma di dominanza a favore di un oltre che, a mio avviso, si dà come metafisico.

          • Les mots qui vont surgir savent denous ce que nous ignorons d’eux.
            (René Char, Chants de la Balandrane)

            cara Adriana Gloria Marigo,

            è l’inconscio che fa sì che accadano un «effetto di ritardo» e un «effetto anticipatorio» nella catena significante, effetti che si manifestano in un risultato di disallineamento fraseologico il cui prodotto finale è il discorso poetico minato al proprio interno da questa funzione ritardante o anticipatrice che lo renderebbe del tutto inidoneo alla significazione ordinaria o consuetudinaria. Il polittico è una costruzione di relazioni, di effetti ritardanti, anticipatori, di effetti di deviazione che prescindono da qualsiasi orditura di un senso stabilito. Ed è ovvio che una tale costruzione non corrisponda più ad un discorso poetico unilineare e unitemporale, ma ad una struttura a polittico multitemporale e multispaziale.

            Infatti, la phoné è quello che dà il senso della peculiarità fenomenologica di continuità e di contiguità dei significanti fonici, che sembrano susseguirsi senza interruzioni, per disporsi in una successione unilineare e irreversibile. Ciò conferisce al soggetto la convinzione che lo sviluppo di un discorso non solo si manifesti linearmente, ma che si costituisca come tale linearmente, teleologicamente, fase dopo fase, astrazione dopo astrazione, come in una sorta di addizione progressiva. Questo sarebbe «il concetto linearistico della parola», che avrebbe indotto De Saussure ad affermare «l‟essenza temporale di ogni discorso».1

            L‟idea di linguaggio, della costruzione da parte del soggetto di una proposizione con significato, per De Saussure, così come esposta nel
            Cours de linguistique générale, è proprio quella di una concatenazione progressiva di sintagmi e che è al contempo resa possibile dalla forma sensibile della temporalità lineare.
            All’inizio del Corso, De Saussure elenca infatti i due principi sui quali deve fondarsi una scienza linguistica: il primo è l‟arbitrarietà del segno,
            il principio secondo il quale non vi è nessun rapporto di necessità fra una cosa e la parola usata per indicarla: il cane si può indicare benissimo con una parola diversa da “cane”, niente lo proibisce. Il secondo, invece, riguarda il significante che “essendo di natura auditiva, si svolge soltanto nel tempo ed ha i caratteri che trae dal tempo:
            a) rappresenta un‟estensione,
            b) tale estensione è misurabile in una sola dimensione è una linea”.2

            1 J. Derrida, De la grammatologie, Parigi, Minuit, 1967, a cura di G.
            Dalmasso, Della Grammatologia, Como,Jaca Book, 1969, p. 105.
            81 Ivi., p. 105.
            2 F. De Saussure, Cours de linguistique générale, Parigi, Editions Payor, 1922, trad. It. di T.De Mauro, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, 1968, p. 88

  2. Tiziana Antonilli

    La poesia di Marina Petrillo è, a mio parere, una ricerca di bellezza..Nella ‘grande discarica all’aperto’, come scrive Carlo Livia nel suo commento, la ricerca poetica di Petrillo individua la bellezza che è nel ‘nuovo inizio’ e nella ‘metamorfosi’. Non c’è altra soluzione se non nella trasformazione. Petrillo scrive ‘ un soleggiare lieve, di cui non sempre appare l’anelito raggio’, ma il testo successivo si apre con ‘ il pallido sorgere del sole’ e indica, a mio parere, una richiesta di impegno da parte dell’umanità travagliata: il raggio c’è, ma non sempre appare, sta allora a noi cercare nella discarica la possibilità del mutamento.

    • MarinaPetrillo

      Ringrazio la gentile Tiziana Antonilli per la sensibile lettura, soffio dell’anima.
      Grazie, per l’approfondimento, a Carlo Livia, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa.
      Nel raggio dell’eterno presente, ogni cosa trova sua manifestazione in alchimia costante. Visione del sistema ternario tra frammenti umani e superiore conoscenza. In vertigine, appesi rami sostano tra rade nubi. E’ cielo in sua litania.
      Marina Petrillo

  3. Helene Paraskeva

    Il raggio c’è…

  4. L’antico filosofo cinese Chuang Tzu sognò una volta d’essere una farfalla. Destatosi improvvisamente, si chiede: “sono una farfalla che sogna di
    essere un uomo o un uomo che sogna di essere una farfalla? 1

    Chuang Tzu, citato in Wing Tsi Chan (a cura di), A source Book in Chinese Philosophy, Prince-ton University Press, Princeton 1963, p. 190.

  5. Morti di questi tempi.
    di Lucio Mayoor Tosi

    I morti per virus corona, tenuti in grazia dalle istituzioni
    camminano su rotaie con intorno lo spavento delle ossa.

    Vivi, ci ricordiamo di loro in gabbiette di metallo ripiegati,
    alcool che disinfetta e aceto. Nessuno più, ma fiori nuovi,

    occhi della Madonna. E forse e domani. Se qualcuno
    tornando, mettendosi di lato, tra quelli che restano,

    in farsi di primavera non avrebbe odore. Aria smemorata
    che sa di niente. Leggera, nuova si direbbe.
    .

    Nei locali pubblici a lutto le saracinesche della crisi
    dove si balla, quando passano veloci quelle poche

    automobili che a notte sfiorano con il tempo distanze
    stellari, e al mattino trovi il corpo del gatto

    di qualcuno penitente; che magari starnutiva in laboratori,
    al braccio forte della finanza. Certe persone a martello,

    o certi numeri. Una grande famiglia in assetto di sterminio,
    davanti al sole costruire cerbottane.

    Ma dietro, nulla. Non un nemico. Un perché di tutto.
    .

    Allora, poniamo che venga ferragosto, e ci arrostiamo:
    di quale colore i campanelli, le fettuccine all’arancia?

    Oh, Mayoor, sei tornato? Avevo da finire un libro,
    aggiustare una tapparella. Metterci dei buchi.

    Su pianeti come questo, dove non si fa altro che lavorare;
    quindi arredato con paesaggi alpini, lune belle e ripostigli

    per le scarpe da sci. Pensieri di tante maiuscole. Nomi estinti
    di morti profili social. Nuovi cimiteri. Sorridenti.

    Metà grazie, prego. Veniteci a trovare.

    giorgio linguaglossa11 marzo 2020 alle 11:40 am

    caro Lucio,

    apprezzo in particolar modo l’andamento dinoccolato del componimento, con i suoi allunghi nel non senso del senza-senso, quel tuo modo di nominare le cose («Pensieri di tante maiuscole») che sono un modo per non nominarle, per evitare di passare alla cassa a pagare il conto salato della esistenza. Perché l’esistenza ha un conto in sospeso… e così tu lasci le tue fraseologie in sospeso, tu adotti la strategia dello struzzo, nascondi la testa nella sabbia quando vedi arrivare la buriana, il pericolo di animali feroci. Ma è che sia la natura che la società è popolata di nefandezze. A me non mi incanta il cielo stellato di kantiana memoria, anzi, lo trovo irrisorio e usufritto, roba da fumagalli per chi ci crede.

    Apprezzo questo tuo entrare con «le scarpe da sci» nel discorso poetico più scombiccherato e svagato che oggi si scrive in Italia… e quel modo auto ironico di citarti in seconda persona «Oh, Mayoor, sei tornato?», per poi infilare la risposta in modo indiretto «Avevo da finire un libro,/ aggiustare una tapparella. Metterci dei buchi», che non sai se sia derisoria o irrisoria o auto irrisoria. È questo tuo procedere per diradamenti e per evitamenti che più apprezzo, quel tuo modo di non-rispondere, di sottrarti al dovere di fornire una risposta come il celebre Mr. Bartleby lo scrivano, di Melville, che risponde sempre allo stesso modo a tutte le domande: «Preferirei di no», il che getta nella disperazione il suo datore di lavoro che lo interroga. Ecco, tu adotti la medesima strategia di sopravvivenza di Bartleby, ti sottrai al dovere, a qualsiasi dovere di dover rispondere dando comunque una risposta che però risulta inutilizzabile, evasiva, e, alla fin fine, eversiva… La verità è che dei «morti per virus corona» non gliene frega niente a nessuno, questa è la verità, quello che importa sono le quotazioni di borsa in crollo e la pecunia che non olet.

    La tua poesia vuole sottrarsi a tutto ciò. Vuole sottrarsi ad ogni dovere. Ad ogni dovere di kantiana memoria. E in questa impresa temeraria mi sembra che riesca a comunicare al lettore quello che vorrebbe fargli capire: la profondissima disistima che noi abbiamo di noi stessi per accettare senza battere ciglio tutto quello che accettiamo senza mai colpo ferire, senza auto dichiararci tutti quanti dei pazzi che sbraitano in un grande manicomio l’un contro l’altro armati.

    • Caro Giorgio,
      tento di scrivere una poesia immune dal senso di colpa. Non l’ho fatto io questo mondo, sono qui per ragioni personali che nulla hanno a che vedere con tutta quanta l’umanità. E non mi riguarda il “pensiero unico”, tendenzialmente presente anche nelle varie diramazioni ideologiche. Se provo disistima, ed è vero, è perché considero pazzesca la volontà di potenza, che tanti hanno perfino tratto dalla Bibbia. Da non credere, cose dell’altro mondo!
      Poesie come quelle della Gualtieri, pubblicata ieri, del volemose-bene, non mi riguardano. Il “noi” giustifica sempre le nefandezze del mondo, e non ci mette al riparo da nulla. Se manca autenticità, a che vale essere volenterosi?
      Non si può dire che la natura sia popolata da nefandezze: solo perché non ci asseconda nei desideri? Cerchiamo piuttosto di capirla, capirci, perché non ne siamo separati… e lì trovare equilibrio.
      In mancanza di ideologia, viene meno anche il giudizio. In mancanza di desideri nessuno più resterebbe deluso. Riprendiamoci la ricchezza prodotta forsennatamente a prezzo della vita, e il tempo che ogni giorno ci viene sottratto. E liberiamoci dal lavoro. Amen.

      • Sulla scrittura non-lineare

        La pratica della scrittura lineare e dell’argomentazione lineare, sono strutturalmente inadeguate al tema che fa evento, espongono l’autore allo scacco della significazione, lo mettono nelle condizioni di escludere l’evento, nelle condizioni in cui esso è ciò che è totalmente escluso dal suo orizzonte semantico. Se dunque, esso, l’evento che interrompe il lineare, è l’escluso, come si può dire di averlo in qualche modo trattato? E se non lo si è trattato, cosa si è fatto nell’opera? E allora, l’unica soluzione plausibile è che ciò che si è scritto non sempre significa, ove per «significa» si intende un referente preciso, riferimento ad un contenuto di coscienza, un contenuto immaginativo, un contenuto predicativo. Se si dà l’evento, esso si dà come eccedenza significante rispetto al significato, eccedenza del significante a dispetto del significato.

        La struttura a polittico è questa eccedenza del significante rispetto al significato, è questa eccedenza del significato rispetto al significante, è ciò che si sottrae alla scrittura lineare come il totalmente escluso, l’Estraneo.

        La struttura a polittico è dunque questa pratica di scrittura non-lineare e di accadimenti non-lineari che avvengono quotidianamente nel nostro mondo. Inoltre, essa è la più rispondente ai contenuti di coscienza, ai flussi di post-it coscienziali e inconsci che sono presenti in ogni attimo dell’esistenza.

        Al suo sorgere la parola del polittico è già plurale, di una pluralità irriducibile a unità, sia nel senso distributivo di minimo comune denominatore di significato, nel senso aggregativo di insieme ben definito e completo di nozioni associate ad essa, per cui sarebbe possibile dire cosa la parola possa significare e cosa non possa significare. La parola del polittico è una disseminazione di se stessa che può fiorire, significare variamente e indefinitamente in luoghi variegati, e che al contempo, in quanto espulsa dal referente, può decadere,diventare insignificante. Se dunque non vi è un «proprio» da ri-stabilire nel testo in quanto esso testo fa della sua assenza di proprietà di senso una sua peculiarità fondamentale, allora tutta la dialettica hegeliana, come processo di riappropriazione è messa in scacco. Nel testo del polittico ci sono le tracce della sua dislocazione. Il polittico diviene così la «struttura interminabile» che non può essere mai finita, definita. Non si dà un ultimo stadio di sviluppo da raggiungere, una parola di senso definitiva, ma già da sempre una metamorfosi, un alterarsi, un riconfigurarsi dinamico del discorso poetico.
        Si tratta di pensare il significante non in virtù della corrispondenza con il significato, ma, con la parola, a prescindere dal senso precedente cui essa debba dare espressione.

        L’eccesso, il débord di Derrida, è una esteriorità rispetto al Sapere Assoluto, che è in fondo come dire che non vi è Sapere Assoluto. Se vi è qualcosa di esterno al sapere del tutto, allora quel sapere non è totalizzante come si è ipotizzato, è un di-fuori, una fessura, un diastema non ri-appropriabile. C’è sempre un qualcosa di esterno al momento di verità che si esplica nel testo, e questo qualcosa è l’eccesso, il débord, l’escluso, l’Estraneo.1
        Lo sviluppo del metodo che giunge alla verità, che giunge come metodo alla trasparenza di sé, non coincide mai con un cammino lineare, di fasi progressive sempre più vicine alla meta, ma è un cammino non-lineare, segmentato, circolare: esso ritorna sempre al suo inizio. E riprendere daccapo. Il paradosso della metafisica è dunque il paradosso della non-linearità e della circolarità della struttura testuale del discorso poetico.

        La non-linearità del polittico è porosa. È infirmata nel suo intimo dalla discontinuità, dall’interruzione, dall’interferenza, dai rumori di fondo, dai disallineamenti dei post-it coscienziali, da quegli eventi che sono accaduti in un tempo fuori dal tempo, dall’impossibilità da parte della memoria di riannodarli in una sequenza, di porli in un ordine e sistematizzarli. La sua linearità è fratturata. Se ritorna all’inizio circolarmente, lo fa in modo incompleto, incongruo, ultroneo con qualcosa che per strada si è smarrito o è finito altrove. Ciò segna al contempo la sua emancipazione dal semantismo della struttura lineare tradizionale del discorso poetico dell’epoca del modernismo. Dunque è chiaro, dopo la fine del modernismo ci sarà un discorso poetico tutto da inventare.
        La decostruzione dunque, dopo la fine della metafisica. Ad essa è legata un’altra domanda cruciale, quale, l’ad-venire dell’Occidente. La via da seguire è stata già in un certo senso segnata, è la terra senza sentieri segnati della disseminazione. Non dunque una via canonica, ma una linea che bisogna costruire e disfare, per ritrovarsi e continuare a camminare, per non tornare al punto di partenza come ha fatto, invece, con Hegel il pensiero estetico post-hegeliano.

        Occorre ri-stabilire la priorità della voce rispetto al Logos in quanto espressione di contenuti emotivi che eccedono la parola. La voce, in quanto espressione di contenuti emotivi, è l’aderenza della coscienza con i suoi significati a qualcosa d’altro che resta fuori del discorso ordinario; il grido, invece, indica la sospensione di questa aderenza, l’interruzione di questa sovrapposizione in quanto fenomeno che accade in situazioni di paura, o di rabbia, di meraviglia, indica l‟irruzione violenta di un’alterità nel per sé isolato e puro della coscienza e ne afferma l’impossibile dominio di sé. Così il distico del polittico assume in sé sia la voce che il gesto, indica la prossimità e la distanza che ogni atto di significazione ha da un altro atto di significazione. Ammicca alla différance, alla rottura tra la voce e il gesto. E alla ricomposizione di questa frattura come esposizione di una cicatrice. La struttura a polittico è il tentativo di suturare in una cicatrice ciò che non può essere strutturato, anzi, che si sottrae a qualsiasi cicatrizzazione semantica.

        1 J. Derrida, La dissémination, Parigi, Editions du Seuil, 1972, trad. it. S. Petrosino, La disseminazione, Milano, Jaca Book, 1989, p.77.

  6. gino rago

    Una poesia di Marina Petrillo con un breve commento di Gino Rago

    Marina Petrillo

    Si traccia a sua somiglianza
    il pallido sorgere del sole.

    Tace della natura il lascito
    lunare e inciampa raggi annichiliti
    da brividi albescenti.

    Incerto sullo splendore, annida l’ombra
    in emanante abbraccio e lì si abbandona.

    Eterno è il suo momento
    mai avvizzito dal ciclo delle divine stagioni.

    Commento

    Scrive Andrea Sangiacomo a proposito della «Civiltà della solitudine»:

    «All’uomo non è indifferente il luogo dove spende la propria esistenza, abitare è per lui il verbo dal significato più affine a quell’altro verbo, così austero e misterioso, Essere. L’uomo abita, è un abitatore di spazi. Ogni spazio è una campata di cielo e una fuga di sguardi, un’apertura inventata dall’orizzonte suo custode, una volta per tutte o forse ogni volta diversa. Abitare un luogo è imparare a pensare e a pensarsi in rapporto alla geografia del dove, all’ordine dello spazio che lì si dispiega, in relazione alla luce che in quella con-trada il giorno conosce. Esser nati tra colli tranquilli, o tra valichi montani, o sulle spiagge del mare senza fine, sono diverse domande a cui ciascuno dovrà rispondere esistendo. Ma l’uomo non abita solo gli spazi e i luoghi che la natura disegna, anzi, egli, forse, abita soprattutto quegli spazi ideali che sono le parole […]».

    Marina Petrillo si mette in viaggio alla ricerca di una “sua” patria, di una sua “patria-linguistica”, l’unica patria dove il poeta, per dirla con Brodskij, non avverte lo strazio della condizione dell’esilio. Per la Petrillo l’unica patria è la poesia, l’unico spazio di vita è il linguaggio della poesia che per l’autrice di materia redenta diventa il suo «cerchio del dire», la porzione di spazio in cui le “cose” sono in grado di prendere la parola e vanno incontro all’uomo-poeta per raccontarsi, per farsi comprendere.

    «Quando si pone la propria esistenza nel luogo del dire, nello spazio della parola, si incontrano le cose in modo diverso, non più come mute e indeterminate cose in sé, chiuse nel mistero del loro silenzio inviolato, ma come cose-per-me, voci che prendono ad abitare con me la mia esistenza.»

    Anche questa poesia di Marina Petrillo va interpretata come
    “Poetica delle parole abitate”:.
    Perché?
    La risposta la affido a Giorgio Linguaglossa:
    «Perché il poeta è colui che abita le parole e che si inoltra nella contrada del dire, che esplora gli Holzwege e gli Irrwege […]».

    Gino Rago

    Nota.
    I versi di Marie Laure Colasson oggi pro-posti li ho già commentati in altro tempo e in altra sede. Vorrei soltanto segnalare per la Colasson la saggezza poetica di saltare e intrecciare svariate estetiche (estetica della rovina, estetica della distrazione, estetica della parola implicata…) in distici che nei sintagmi nominali trovano la loro forza, senza arabeschi e senza furbizie retoriche. L’Atelier di Marie Laure Colasson niente ha a che spartire con quello emerso ieri dai versi della Gualtieri…

    “Nell’atelier della Gualtieri
    lavastoviglie, piatti e bicchieri…”

    (gino rago)

  7. ranieri massimo

    Pandemia: occasione per scrivere una diversa poesia dall’Io spossato e disossato.

    r.m.

  8. Il cosiddetto “Problem solving” è oggi il modo di pensare più diffuso, non solo in ambito lavorativo. Come fare a raggiungere lo scopo prefissato nel modo migliore, e rapidamente. Ci allena a questa forma intellettiva l’uso del computer. E se abbiamo una certa età, nonostante la conoscenza e i tanti libri letti, davanti a un nuovo programma di informatica andiamo in confusione. Non è certo questo l’ambiente più idoneo al pensiero metafisico.
    il World Economics Forum ha espressamente elencato le competenze dell’uomo nel 2020: la creatività, il pensiero critico, il problem solving. Possibili deviazioni e criticità interpretative possono derivare dal metodo problem solving se apllicato al pensiero critico, perché ne verrebbe modificato lo scopo. E anche la creatività, in caso la si intendesse unicamente come capacità estensiva e connettiva, che porterebbe a l’adoperarsi in faccende svuotate di contenuto. Da qui la necessità che abbiamo di poterci avvalere sempre più della “intenzione”.
    Nel pensare metafisico dovremmo tenere conto di questa mutazione, e il modo migliore per farlo è intervenire sul linguaggio; o, meglio, accogliere nel linguaggio, più che nuovi termini, il farsi di una diversa modalità cognitiva. E della modificata attenzione.
    I nostri versi, mossi da intenzione, in quel farsi circolare, di pieno e vuoto – commento di Giorgio L. su questa pagina – ma anche giungere a mini-conclusioni proprie della frammentazione, anche in modo “bislacco” – non lineare in quanto svuotato dalla procedura – è paragonabile al funzionamento di un programma giunto all’avvio. Procedendo in questo modo, vedremo l’immaginazione muoversi in un panorama fatto di sciocchezze. Ecco perché, a mio modo di vedere, tanta poesia, anche buona poesia, non la riusciamo nemmeno più a leggere.

  9. Tasto di poesia con suoni d’opera. Simil pelle
    d’avorio. Il massimo della clientela. Un grigioblù.

    Ahi, patriarchi della parola! Siamo giunti alla fine.
    Un vaporetto se ne va.

    -May, mar 2929

  10. Un po’ di sentimento nella gelida NOE:

    Noi poeti uniti.

    Tutta la pubblicità in croccante divenire.
    Da una poesia all’altra.

    Ma qui ci sono persone con figli da proteggere e far crescere.
    La corrente da pagare. E’ la fine del pozzo.

    Coraggio, fratelli! I poeti uniti del mondo,

    che nelle loro case stinte, a forza di disinfettante
    si stanno rovinando la pelle,

    diramano messi di lenticchie, ammassi di carne
    bovina su piatti solitari, a lume di candela.

    Vogliamo vedervi con l’animo in spalle
    pieni di salute. Per una boccata di sole. Al Colosseo.

    Siamo dove cantano le mondine, in televisori Led.
    Uniti dalla pioggia, dal mare che improvvisa cantando.

    Scende la notte di un virus nelle vene azzurrino,
    che ne sa di tutti i nostri orari, della vita che facciamo.

    Minuto per minuto. E vidi per la strada persone fuggire
    ma con la sensazione di aver fatto bene la spesa.

    Così noi poeti uniti scriviamo.

    -May, mar 2020

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