Poesie di Kiki Dimoula (1931-2020), Commenti di Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Marina Petrillo, L’Io non è più padrone in casa propria: l’ombra dell’inconscio si allunga definitivamente sul mito della Ragione

kiki-dimoula

Kiki Dimoula (1931-2020)

Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.
Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

(Ghiannis Ritsos, Traduzione di Nicola Crocetti)

Poesie di Kiki Dimoula

Sintomo da camera singola

Si stupiscono ogni volta gli albergatori
quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

Quest’anno ho dato in pegno il mare
e ho deciso di passare le vacanze in montagna
forse i fruscii del bosco scongiureranno
quella dannata sindrome di ritorno
che domina immediatamente ogni mia fuga.
Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
penso che potrei anche mettere radici.

E in montagna lo stesso.
Come se fosse di ferro la stanza
e l’aria pura leggera esalasse serratura.
Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
ma quelli erano più malati di me.
La stessa cose mi è accaduta a Pilo
la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
a Kalamata l’anno scorso anche peggio
il treno stracolmo e i pianti che volevano
ritornare ad Atene a piedi.
Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

Mi manca forse la tua assenza?
Non viene con me la lascio a casa.
Patto esplicito del cambiamento è che non segua.

Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.

Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.

Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.

La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo ad essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.

Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio del paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano
e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.

da L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci

La pietra perifrastica

Parla.
Dì qualcosa, qualsiasi cosa.
Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio.
Scegli una parola almeno,
che possa legarti più forte
con l’indefinito.
Dì:
“ingiustamente”
“albero”
“nudo”
Dì:
“vedremo”
“imponderabile”,
“peso”.
Esistono così tante parole che sognano
una veloce, libera, vita con la tua voce.

Parla.
Abbiamo così tanto mare davanti a noi.
Lì dove noi finiamo
inizia il mare
Dì qualcosa.
Dì “onda”, che non arretra
Dì “barca”, che affonda
se troppo la riempi con periodi.

Dì “attimo”,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,

“non ho sentito”.

Parla
Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte.
Non dire “intera”,
Dì “minima”,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Notte intera.

Parla.
Dì “astro”, che si spegne.
Non diminuisce il silenzio con una parola.
Dì “pietra”,
che è parola irriducibile.
Così, almeno,
che io possa mettere un titolo
a questa passeggiata lungomare.

[da «Il poco del mondo», traduzione di Clelia Albano]

(*) Ricordo che qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, codesta cicala da oltre 15 anni invia ad amiche/amici per 3 o 4 giorni alla settimana i versi che le piacciono; immaginate che gioia far tardi la sera oppure risvegliarsi al mattino trovando una poesia. Abbiamo raggiunto uno storico accordo: lei sceglie ogni settimana fra le ultime poesie inviate quella da regalare alla “bottega” e io posto. Perciò ci rivediamo qui fra 7 giorni. [db]

(Kiki Dimoula)

La scrittrice Kiki Dimoula, considerata la maggiore poetessa greca contemporanea, è morta sabato sera in un ospedale di Atene all’età di 89 anni, dopo un ricovero di una ventina di giorni, per una grave infezione respiratoria. La memoria e la nostalgia sono i due grandi assi intorno ai quali ruota il suo mondo poetico, in cui l’inesorabile trascorrere del tempo diventa la misura del vuoto che circonda l’esistenza degli uomini. Nata ad Atene nel 1931, Dimoula ha lavorato per tutta la vita professionale come impiegata alla Banca Nazionale Greca. Il suo esordio nelle lettere risale al 1952 con la collezione «Poesie» e da allora ha pubblicato una decina di raccolte di versi, tra le quali «Buio» (1956), «In contumacia» (1958), «Sulle orme» (1963), «Il poco del mondo» (1971), «Il mio ultimo corpo» (1981), «Addio mai» (1988, Premio nazionale di poesia greca) e «Per un attimo insieme» (1998). Con la raccolta «L’adolescenza dell’oblio» (1994, pubblicata in italiano da Crocetti nel 2007) ha vinto il Premio dell’Accademia di Atene. L’antologia percorre l’arco della produzione poetica di Dimoula che sin dall’esordio letterario nell’ambito della poesia greca ha imposto uno stile personale, fatto di ellissi, di assenze, di oggetti del quotidiano, di situazioni “crepuscolari” che lasciano una sensazione di amaro, di incompiuto, di qualcosa che si è perso nei meandri della memoria.
Dimoula è stata insignita dell’European Prize for Literature alla carriera. Nei suoi versi, scrivono Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani nel Meridiano del «Poeti greci del Novecento» (Mondadori, 2010), «spesso Dimoula personifica il tempo ed esalta la bellezza e l’innocenza con sincero entusiasmo». Kiki Dimoula (talvolta si trova scritto Kikì Dimulà o Kikì Dimoulà) è un’autrice che in Grecia è tra le più amate e che in Europa è stata tradotta in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Italia e in Svezia. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha espresso «la sua tristezza» per la scomparsa della poetessa in un messaggio pubblicato su Twitter: «La Grecia perde una delle voci poetiche più importanti e tutti noi un pezzo della sua sensibilità».

Coronavirus 2

Venezia, Piazza San Marco all’epoca del contagio del Coronavirus

Giorgio Linguaglossa

Kiki Dimoula è una poetessa del tardo novecento, e si vede, la sua poesia è post-elegiaca; stile dichiarativo, versificazione breve, discorso dall’esterno con la cinematografia dell’io che dirige il traffico degli enunciati, la poesia di Intini e, in genere quella della nuova ontologia estetica, è chiaramente post-novecentesca, ha abbandonato la fenomenologia dell’io, si serve di costruzioni prive di soggetto e prive di verbi di azione, oppure, l’azione c’è ma invertita, come in questo distico di Francesco Paolo Intini:

Pillola blu o rossa davanti al frigo.
Di sotto una folla di bottiglie gestisce un bar.

Con la nuova ontologia estetica si entra in una nuova fenomenologia del poetico, siamo fuori del novecento e delle sue diramazioni epigoniche. Qui siamo in presenza di de-soggettivazioni, segni, scarti, sintomi, lapsus, inversioni, sostituzioni di parole, chiasmi, sostituzioni di soggetto, sostituzione di oggetti… Una indefinita schiera di tropi che vengono sussunti da una soggettità che è stata rimossa e sottoposta alla deregulation… Siamo davanti ad un mondo capovolto, non più riconoscibile. Non è affatto un caso che la NOE si cibi, furtivamente e parassitariamente di philosophy kitchen, di pop filosofia, di pop-post-poesia. Se un lettore ci chiedesse che ci stanno a fare una «Pillola blu o rossa davanti al frigo»? Ecco, risponderei che questa è una domanda che non deve mai essere posta, per nessuna ragione, ad una poesia della nuova ontologia estetica.

In un certo senso Intini adotta l’adagio lacaniano che recita: «pensare con i piedi». Ad un mondo capovolto lui risponde con uno sguardo capovolto. Senza rammarico e senza esitazione. L’Io non è più padrone in casa propria: l’ombra dell’inconscio si allunga definitivamente sul mito della Ragione. Lapsus, sogni e atti mancati giungono a interrompere la continuità dell’Io e a mettere in discussione l’integrità monadica della sua sostanza. Le cose sono diventate fosforescenti, fluorescenti e sono uscite dalla nostra visibilità.

I significanti tuttavia sono armi letali, a doppio taglio: se da una parte sono gli elementi che permettono l’articolarsi della soggettivazione, dall’altra sono dei virus, si comportano come dei parassiti che si inscrivono nella carne e nella memoria, scavandola e definendola come la pioggia scava il litorale della scrittura. Le loro tracce si producono nel corpo come resto ineliminabile, insimbolizzabili della pulsionalità del godimento. Il conflitto tra segno (Simbolico) e scarto (Reale), costringe dunque il soggetto a parlare per sintomi, a riprodurre nell’immagine fantasmata del suo stesso corpo il paradosso di segni indicibili. Questo paradosso di un’estraneità intima, di una extimità che soggioga l’io e lo de-soggettivizza è la caratteristica peculiare della nuova poesia che stiamo investigando.

Nel commento che Lacan fa al saggio La Negazione di Freud estrapola un altro concetto, la Verwergung, tradotto con forclusione. La forclusione è il meccanismo specifico che strutturale psicosi, meccanismo operante sul significante che permette l’articolazione del simbolico, e, forcludendolo, impedisce che la «cosa» acceda al simbolico, con la conseguenza del suo ritorno nel Reale, nelle allucinazioni o nei deliri degli psicotici. Nella poesia di Intini è in azione il medesimo meccanismo della forclusione, che si comporta come un impedimento all’accesso alla parola che corrisponde a quel significato con la conseguenza del ritorno nel Reale nelle vesti di un’altra parola al posto di quella comunemente condivisa dalla comunità dei parlanti.

Coronavirus 1Lucio Mayoor Tosi

Le metafore di Intini hanno di nuovo la “gettatezza” ormai tipica della poesia NOE. In qualche modo Intini riqualifica questa usanza, che, personalmente, e dopo Tranströmer, secondo me, come la musicalità non serve a fare da perno alla poesia. Vi è nella metafora qualcosa di semplice, simile alla geometria piana, o nei solidi le forme primarie. Ma sono proprio queste le figure su cui conviene procedere con lo scavo – bisturi o cucchiaino per incidere la materia. Come già Arnaldo Pomodoro nella scultura. E vi è in Intini un “di qua” dall’orizzonte. Visione interna di Moloc, nella forma compresso, che si sta liberando. Di qua dall’orizzonte, quindi per vie prospettiche – ma in Intini tridimensionali e NOE – ritroviamo classici come Pasolini e Fortini (“ini”come Intini).
Sempre di qua dall’orizzonte, ecco spuntare un titolo possibile per un’antologia: “Poesia dell’Epoca Covid 19”. O 20, come suggerisce Pierno. Si apre quindi una questione prospettica, semi-ideologica, perché alcuni il “di qua” dall’orizzonte lo vedono da altre distanze e punti di vista, diciamo così, anche temporali… E sì, viene voglia di cercare una sigla, StartApp del divenire, multi-dimensionale, con fattore T. Una o due parole, segno o gesto…

La filosofia ha il compito di attraversare il nichilismo, di intenderlo criticamente, senza però rovesciare il tavolo sul quale viene giocata la partita a scacchi del nichilismo, senza cioè trascendere il nichilismo «positivamente». Il nichilismo non può essere trasceso ma solo attraversato dal pensiero. La poesia, per contro, può solo sostare nel nichilismo, non è il suo telos l’attraversamento del deserto di ghiaccio del nichilismo.
La poesia questo lo può fare mediante un nuovo linguaggio, mediante nuove categorie e mediante un nuovo impiego delle categorie della metafisica. La fuoriuscita dalla alienazione, che sarebbe la fuoriuscita dal nichilismo, è una chimera che si dà invece in ciò che nel linguaggio del nichilismo stesso si mostra e si dissimula. La fuoriuscita dalla alienazione non può avvenire, il trascendimento del nichilismo può avvenire soltanto nell’ambito del nichilismo. La parola della poesia, confrontandosi al limite con quel non-identico che inevitabilmente è il rimosso e al contempo l’implicito, il negativo, attinge il negativo. E diventa la parola del negativo.

Coronavirus

Francesco Paolo Intini

Ha ragione Gino Rago a dire che nella poesia Noe “la parola scientifica dialoga con la parola poetica”. Tanto è vero che sono gli stessi “versi a generare spettri di risonanza magnetica” cioè il mezzo più potente a disposizione della scienza per indagare le molecole, dalle più semplici alle più complesse come le proteine o un tessuto del corpo umano. Gli spettri sono costituiti da immagini, che si reggono su una legislazione che fa a meno del concetto di tempo, inteso come freccia unidirezionale. Una volta abolito questo concetto e stabilito che si può mentalmente tornare indietro, in una sorte di reversibilità microscopica a cui mi permetto di associare il “ pensare con i piedi” che cita Giorgio, qualunque fatto si dissolve perdendo il riferimento con la realtà. La possibilità di capovolgere le situazioni, apre prospettive insperate, crea un mondo “oltre” la razionalità espressa nel verso “ non c’era tempo per la chimica”, in una specie di esperimento mentale senza fine. È l’immagine poetica ciò che conta che codifica il suo potenziale conoscitivo in metafore impegnate nel riciclaggio di tutto ciò che è umano, come se si trovasse di fronte ad un gigantesco “emporio del nulla”, come lo definisce Giorgio Linguaglossa, una montagna infinita di rifiuti, quanti ne ha programmati la morte termica nel suo privare la storia, comunque essa si chiami, di qualunque finalità. Ecco è questa opera di salvezza (?) la direzione del mio modo di intendere la poesia, un’opera che tende a mettere l’umano in salvo, contro ogni logica e contro le leggi stesse della natura e contro la mano di sé stesso. La scrittura dunque come archeologia di un tempo che fa a meno del tempo comunemente inteso e che perciò diventa un insieme di fatti assoluti, nuovi per la mente che così dovrà trovare il modo di decifrarli e adattarli al recettore della sua natura di animale sociale come a ricordagli cosa sta perdendo, cosa ha già perduto, cosa perderà. Grazie a tutti\e grazie Ombra.
Il titolo della nuova antologia?

“Poesia all’epoca del contagio”

Marina Petrillo

Il pregevole automatismo volge il suo raggio a laser.
In difformità trapela l’algido dissiparsi della forma e, ciò che immensamente espresso, deteriora in suo calco.
L’inversione matematica funge da baricentro per un nuovo verso di cui non permane suono. Eccedente ad ogni esperimento, traduce a sua insaputa il singulto di una specie ibrida, della cui evoluzione si sconosce l’esito.
Il tentativo di essere, abbraccia un vuoto ricomposto in sintassi goniometrica. Allinea in parallasse il flusso del pensiero e capitola in iconica rappresentazione.
Una funzione atemporale. Oltre il sillogismo, tenaglia spirituale convertita in ateismo barocco. Potente ossimoro preda di nevrosi e spaesante nichilismo.
Un sogno antico traccia il sintagma di un musicare estremo ed ogni voce concorre all’armonia.
Essere nella simultaneità è forse negarne l’esistenza.

15 commenti

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15 risposte a “Poesie di Kiki Dimoula (1931-2020), Commenti di Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Marina Petrillo, L’Io non è più padrone in casa propria: l’ombra dell’inconscio si allunga definitivamente sul mito della Ragione

  1. la prima poesia dell’articolo è di Ritsos… o mi sbaglio?

  2. Giusto, è di Ritsos. Un errore di impaginazione.

  3. gino rago

    Con Sole il primo di Odisseas Elitis (Ed. Guanda), il Nobel gli venne conferito verso la fine degli anni ’70, amai a lungo l’esperienza poetica di Ritsos. Questa infatuazione è durata a lungo, come il lettore delle mie impronte digitali può verificare in alcuni versi di questo frammento (Sei poeta) che è presente a pag. 44 del mio libro poetico de I platani sul Tevere diventano betulle la cui stampa sta per giungere alla conclusione, fino a che, nelle mie nuove convinzioni, Ulisse stesso si è messo in vestaglia. Al meritorio omaggio che L’Ombra delle Parole sta rendendo alla Dimoulà attraverso anche la scelta di alcuni suoi componimenti operata da Giorgio Linguaglossa, vorrei aggiungere una mia testimonianza poetica, nella convinzione che, per dirla con Brodskij, “i poeti o in ossa e carne o sulla carta i poeti ritornano sempre”.

    Gino Rago
    Sei poeta

    Strappare l’inutile da ogni manifesto.
    Sfarinare il marmo in più per svelare La Pietà.

    Stanare nel contesto le parole superflue.
    Così se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.

    Se esisti tu esiste il mondo intero.
    Se dici: «Sboccia» il fiore sboccerà.

    Se dici: «Maturi ogni frutto»
    per te i frutti lanceranno fiamme

    nel deserto. Sul mare. Nella giungla.
    […]
    Sei poeta. Gira la chiave nella porta del mondo.
    Il mondo si aprirà all’alba

    che ritorna come buriana in una conchiglia.
    […]
    Sei poeta. Ti tocca tornare.
    Sei l’eco d’una tempesta

    nel destino di dolore d’ogni terra coperta dalla neve.
    Scava te stesso come fossi una zolla.

    Strappa le parole necessarie,
    “dalla estremità del tuo mignolo scorrerà un fiume”

    gonfio di verde-acqua-profonda.

    da I Platani sul Tevere diventano betulle (pag. 44),
    Edizioni Progetto Cultura. Roma, 2020

    (gino rago)

  4. milaure colasson

    Kiki Dimoula è una poetessa di alto lignaggio, in ogni sua poesia ci trovi degli oggetti, le parole sono oggetti, il soggetto è un oggetto sballottato dalla storia, di qua e di là. Dimoula è sempre precisissima quando scrive, impiega poche, pochissime parole per dirigere la significazione nel modo più preciso.

  5. Caro Giorgio,
    ho riflettuto a lungo su quanto affermi, circa il compito della filosofia: non quello di “trascendere il nichilismo «positivamente” ma di attraversarlo criticamente. E mi è chiaro. Però poi mi sono chiesto se non vi sia del pessimismo, come che nel dire del nichilismo si vada poi per quella china.
    La frase che mi colpisce è “il negativo, attinge il negativo. E diventa la parola del negativo”.
    Fa da specchio la poesia di Francesco Paolo Intini, che pure nell’intento qui dichiarato “tende a mettere l’umano in salvo, contro ogni logica e contro le leggi stesse della natura e contro la mano di sé stesso”. Mentre Marina Petrillo parla di “iconica rappresentazione”. E si domanda se “Essere nella simultaneità è forse negarne l’esistenza”. “Forse”, ma di fatto accade se andiamo a vedere nella tua poesia, o di quella di Gabriele – solo per fare autorevoli esempi.
    Ultimo: mi rendo conto adesso di aver parlato solo io di pessimismo. Spero non sia grave.

  6. caro Lucio,

    semplificando un po’ direi che la poesia italiana da Satura (1971) e Trasumanar e organizzar (1971) in giù ha «positivizzato» il discorso poetico. La Crisi è stata interpretata da vari critici come crisi di narrativizzazione, come deriva alla narrativizzazione della forma-poesia. Chi ha interrotto questa deriva generale della poesia italiana sono stati Helle Busacca con I quanti del suicidio (1972), e Maria Rosaria Madonna con Stige (1992), libro ripubblicato con gli inediti da Progetto Cultura, Stige. Tutte le poesie (1990-2002) nel 2019. Un poeta significativo come Mario Lunetta fa parte della generazione che negli anni settanta si era già formata in chiave materialistica e oppositrice, ma la sua era una poesia ancora del «positivo». Lunetta criticava aspramente i poeti positivisti dalla sua postazione egualmente positivista, la deriva narrativa della sua poesia ne era la spia più vistosa, anche se di livello notevolmente superiore. Anche il mio libro, Paradiso (2000) risentiva di questa tendenza generale della poesia italiana, pur con delle vistose sterzate in direzione di una antropologia storica.

    Un poeta come ad esempio Paolo Ruffilli che abbiamo esaminato nel post precedente, mi sembra che anche lui prosegua in chiave narrativizzante la poesia del «positivo», con un linguaggio del «positivo». La NOE ha interrotto questa declinazione verso una poesia del «positivo», questo mi sembra inequivocabile, e capisco le resistenze da parte della poesia accademica a capire la «svolta» operata dalla nuova ontologia estetica.

    E siamo arrivati a quello che tu hai indicato con molta chiarezza: noi facciamo «una poesia del negativo» (dizione di cui rivendico con orgoglio la paternità). La sterzata non potrebbe essere più chiara e drastica. Però, io comprendo le resistenze psicologiche e culturali da parte della poesia accademica affetta da pigrizia mentale e culturale e da una politica auto promozionale e auto pubblicitaria.

  7. gino rago

    Cari Lucio e Giorgio,
    lo abbiamo detto e sostenuto a più riprese, e insieme lo abbiamo praticato nella costruzione dei nostri versi in distici,
    che
    “Non la poesia è in crisi ma è la crisi in poesia”

    Gino Rago
    Colazione a Roma al Fulmini e Saette

    (un polittico della crisi in poesia per l’Antologia NOE di prox realizzazione
    Poesia all’epoca del Covid…)

    “Ulisse è in vestaglia,
    Si ubriaca tra le stoviglie della reggia.

    “Spio la vita dalle fenditure a distanza neutra dagli eventi.
    Estraneo a me stesso annuso il giorno con le certezze d’un rabdomante,

    Taglio il percorso della luce
    Quando rimbalza dalle bottiglie al cuore.”
    […]
    “Chi davvero sei?”
    “Sono in vestaglia, navigo da libro a libro,

    Sbaglio i vettori della rosa dei venti,
    Sa, non sempre indovino la stella polare,

    Schivo a fatica scogli, fingo naufragi,
    Mi invento qualche approdo di fortuna,

    Lo vedi anche tu… L’Odissea?,
    E’ una grande bugia”
    […]
    Nessuno. Elena. La fidanzata di Achille.
    Cappuccino e cornetto al cioccolato bianco.

    Tavolini di legno al Fulmini e Saette.
    «Perché a Roma?»

    «Per paura. Soltanto per fifa.
    Avevamo timore delle streghe di Smirne».

    «La lingua della Grecia. La poesia».
    «Le parole del poeta sono vene.

    Vi scorre dentro il sangue».
    […]
    «Uva riccia. Cotogni. Gamberoni rossi.
    L’ortografia…»

    «Ipsilon e omega, iota sottoscritta
    E ogni accento acuto

    Nella nostra lingua sono un golfo,
    Una roccia, un declivio,

    Una linea curva,
    Una mammella che spunta dal mare».
    […]
    Nessuno-barba-lunga:
    «L’usignolo al mandorlo:

    “Parlami di Dio”
    E il mandorlo fiorì».”

    (gino rago)

  8. “… un golfo, Una roccia, un declivio (… ) Una mammella che spunta dal mare”. Realismo magico e un bisbigliare importante, nelle piazze del De Chirico… “Uva riccia”… Gino Rago si distingue per come riesce a fare nuova poesia italiana da esportazione (dice anche “Nella nostra lingua”). Unico a possedere una tastiera capace di bella calligrafia. Scrive in quel modo suo serioso cose finte, ma attento e in perenne agguato di poesia. Mai fidarsi di Ulisse.

  9. Via aeroporto, le messi,
    il fondo come una bottiglia.

    La maniglia della comunicazione a prima vista
    è stretta e tortuosa. Suvvia! riapritela la breccia.

    La porta accomodata ha le sinapsi interrotte.
    Hai visto il blocco infondo a quel canale?

    La manica si nasconde. Ritira a se nel vortice
    le mani e le automobili.

    Ordito e trama hanno gli stessi spoiler,
    il dolore un ammanco di materia.

    Le cose che mi ascolti dire
    un vincolo sulle testate addormentate.

    Quanti sono i muli assorti
    che ancora creano quest’abitudine?

    (Il commento di Tosy alla poesia di Rago è un fulmine che condivido appieno.)

    Grazie OMBRE.

  10. Mi è arrivato un messaggio su Facebook. Una persona mi chiede: «mi puoi spiegare cosa intendi con la frase “una poesia del negativo”?».

    Confesso che questa domanda mi ha gettato nello sconforto, mi ha fatto capire come sia difficile comunicare un concetto tutto sommato molto semplice. Ci proverò a spiegarlo con parole semplici.

    La differenza tra un poeta NOE e un poeta normale è questa: quando un poeta NOE prende una parola (ad esempio: tavolo, giacca, lampadario, finestra, porta, comodino, aereoplano etc.), il primo sa, avverte che dentro la parola e al di fuori di essa c’è il «vuoto», il «nulla»; il secondo invece prende quella parola come un pieno, una rotondità. Questo è l’elemento più importante. Tutto in resto verrà da sé. È questa sensazione di forte disagio che apre la parola come un guscio. Questa esperienza è terribile, ti comunica insicurezza, mina ogni certezza, ti rende edotto che in ogni parola che impieghi si apre una voragine, un abisso… E sei preso da vertigine. Che tutta la scala di valori di cui le parole tradizionali e tradizionalmente intese erano portatrici è precipitata nel nulla, si è dissolta, frantumata, e che un poeta ha a che fare soltanto con delle parole che sono gusci vuoti, e che sono gusci vuoti anche i valori di cui quelle parole erano e sono portatrici.

    È chiaro, penso lampante che da questa esperienza vertiginosa quel poeta non potrà più «usare» un linguaggio descrittivo, epifanico, eufonico, seduttivo, non potrà più affidarsi al salvagente del significante o del significato perché non avrà più a sua disposizione nessun salvagente e nessun ormeggio. Non gli rimarrà che un linguaggio inter-fanico, inter-patico, inter-fenomenologico.
    Scrive nella poesia sopra postata Gino Rago intorno ad Ulisse:

    […]
    “Chi davvero sei?”
    “Sono in vestaglia, navigo da libro a libro,

    Sbaglio i vettori della rosa dei venti,
    Sa, non sempre indovino la stella polare,

    Schivo a fatica scogli, fingo naufragi,
    Mi invento qualche approdo di fortuna,

    Lo vedi anche tu… L’Odissea?,
    E’ una grande bugia”
    […]

    Rago ci presenta un Ulisse «in vestaglia» che parla con parole dimesse e dismesse, anch’esse «in vestaglia», che inventa «qualche approdo di fortuna», e che è costretto ad ammettere che … «L’Odissea?,/ E’ una grande bugia». Ulisse, il politropo, l’uomo da cui prende le mosse la civiltà occidentale viene narrato come un cialtrone, un illusionista, un avventuriero di mezza tacca, e con lui anche Omero, da lui non dissimile…

    • …esistono sostanzialmente parole morte
      che non si possono vivificare nemmeno con la creazione poetica.

      Al contrario esporre il linguaggio
      alla creazione con parole morte

      resuscita il pensiero.
      La poetica delle parole vive nella trascendenza…(?)

      Grazie Ombra.
      (La risposta non difficile, però!)

    • POESIA ALL’EPOCA DEL COVID-19

      “In-isolamento-volontario-detto-anche-quarantena”
      aspettiamo non più Godot

      ma
      Il liquido reagente

      Cara Signora Jolanda W.,

      Il mio Amico di Istanbul
      dice che possediamo il Liquido Reagente.

      Ma chi davvero svela all’Occidente l’enigma
      [dell’Occidente

      e il messaggio di aiuto nella bottiglia?
      Lei parla con saggezza del Prodotto Interno

      [della Felicità,
      del fatturato della Felicità in vigore nel Butan.

      Forse nel Butan era un sogno
      e il rompicapo di misurare il PIF

      non finiva con la luna piena.
      Anche Lei conosce le cene cifrate, i segreti delle
      [scarpe

      che si toccano sotto il tavolo.
      Sa, il motore della sofferenza dei poeti gracchia

      sempre nello stesso istante del mondo,
      questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”

      perché se ne infischia delle nostre domande.
      *
      Gino Rago
      [Da Gino Rago, I platani sul Tevere diventano betulle,
      Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2020, pp. 175, 12 Euro]

  11. Condivido una poesia di Cesare Deep Musi, poeta che definirei del minimalismo filosofico. Oh, io la imposterei diversamente, ma non è questo che conta:

    Noi vecchi lombardi stiamo
    in casa non usciamo
    come ha detto Conte
    il virus cuoce e muore
    a ventisette gradi
    non c’è solo la causa
    delle cose
    ma la grazia
    nelle cose

  12. caro Lucio,

    tu mi vuoi provocare, vero? Considero questa poesiuola un vero congegno di nacchere e di battute di spirito. Una sciocchezza, una banalità perché il Coronavirus è una cosa molto ma molto seria. Ed ecco i soliti poetini della domenica che fanno ginnastica con i loro pensierini.

    • Un po’ sì, caro Giorgio
      solo non vorrei buttare con l’acqua sporca anche il bambino. So da dove viene il pensiero di questo autore, e so che scriveva in questo modo fin dagli anni ’70. E’ un buon ricercatore spirituale – capito: doppia ammonizione! – ma queste sono anche per me cose importanti. Chi conosce la meditazione, se la conosce per davvero sa che anche da qui ne piò derivare un punto di vista differente, a mio modo di vedere per nulla scontato. A meno che non si consideri la poesia di Basho un esotismo.

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