Alfredo Rienzi, Poesie da Partenze e promesse. Presagi, puntoacapo, 2019 Una Lettera dell’autore con Risposta di Giorgio Linguaglossa 

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Alfredo Rienzi: «la scrittura è conseguenza di una dispercezione o di percezioni multiple, dislocate, polverizzate, multidimensionali»

 

Lettera di Alfredo Rienzi

Caro Giorgio,

tu scrivi, in uno dei tuoi commenti sempre utili e stimolanti:

noi sappiamo che nell’epoca del declino delle «Grandi narrazioni» è avvenuta la moltiplicazione delle piccole narrazioni in una miriade di racconti miniaturizzati. La «Grande narrazione» si è risolta in una «Piccola narrazione», nella narrazione di piccoli mondi: il mondo dell’affettività privata, la rammemorazione del vissuto e la rivivibilità del «privato» nel presente «attualizzato». La modalità, il modus che nella poesia del pre-moderno aveva a che fare con il «soggetto trascendentale» è stata sostituita dalla pluralità dei soggetti empirici e dall’egoità dell’attualità. Se ancora in Hölderlin e in Leopardi soggetto trascendentale e soggetto empirico coincidevano, noi oggi possiamo prendere atto che abbiamo accertato con evidenza assoluta che il «soggetto puro», in altri termini, il «soggetto trascendentale» che aveva ancora «coscienza di sé», ha compiuto oggimai la sua traiettoria concettuale ed ha esaurito le sue potenzialità «narrative», lasciando il pensiero estetico alle prese con i problemi derivanti dall’eclisse del «soggetto».

Tu sai che seguo da anni L’Ombra delle Parole e, negli ultimi, il lavorio sulla Nuova Ontologia Estetica. Ne condivido molti aspetti fondanti (la dislocazione dell’io, la stratificazione cronologica, l’utilizzo di “stracci lunguisitici”) e forse in qualche mio testo qualcosa si è infuso, anche strutturalmente, pur non adottando che in pochi casi (tentativi di ) aspetti stilistici precisi. 

Il “rimpicciolimento dell’io” narrato nel testo d’apertura di Partenze e promesse, uno dei pochi apparentemente “frontali” vuole essere, oltre che psicologico, anche letterario…

Mi piacerebbe sapere se qualche passaggio del volume ti trova in qualche misura favorevole.

Ho, fuori dalla pubblicazione, esercitato qualche approccio più sfilacciato nei testi che risentono delle lettura di alcuni autori “NOE”.  Ti porgo la mia riflessione, con parole meno sagaci e nette delle tue.

Il mio lavoro “a frigore” su un testo, che tenti di collocarsi nei presupposti e negli stilemi della NOE, spesso si mostra fragile e ripetibile, in forme diverse, ma di eguale scarsa risonanza. Raramente mi rimanda qualche convincente valenza.   Questo è il caso del primo testo che ti allego. (Quando cammina è come se sognasse”)

Se viceversa, la scrittura è conseguenza di una dispercezione o di percezioni multiple, dislocate, polverizzate, multidimensionali, ecco che, in virtù di una maggiore adesione al vissuto percettivo, il testo si mantiene (soggettivamente) più necessitante.

E’ solo una sensazione, se hai tempo di rifletterci, ti includo tre testi, il primo “progettuale” (“volevo scrivere” di un certo soggetto), gli altri due più spontanei (“qualcosa voleva essere scritto”), autonomi, necessario-necessitante”. Sono testi di laboratorio, niente di definitivo.

Ti ringrazio per l’attenzione e per le tante occasioni di riflessione e stimoli.

(Alfredo Rienzi)

Risposta di Giorgio Linguaglossa

caro Alfredo,

un poeta che pubblica con Mondadori mi ha detto una volta che «da Omero ad oggi la poesia non è cambiata granché». Io non risposi, mi limitai a prendere atto della sua affermazione. Perché ti dico questo? Perché io la penso in modo diametralmente opposto. A mio avviso, ciò che fa la differenza tra un testo e un altro è il tasso di cambiamento di cui ciascun testo è portatore. Se fosse vero il contrario staremmo qui tutti a scrivere poemi cavallereschi alla maniera dell’Orlando furioso o canzoni alla maniera dello Stil novo. Trovarsi a scrivere dopo Wittgenstein e Auschwitz non è uguale a scrivere prima di questi avvenimenti. Penso che qualcosa cambi nella scrittura di una poesia, quantomeno è cambiato il rapporto che noi abbiamo con il linguaggio, con la politica e con i nostri simili. Penso che scrivere nel bel mezzo della rivoluzione telematica sia un po’ diverso che scrivere all’epoca di Gutenberg.

Se vuoi sapere la mia opinione sul tuo libro, penso che le parti migliori siano proprio quelle nelle quali tu, consapevolmente o meno non so, hai tenuto presente alcuni assunti della nuova ontologia estetica. Infatti, la tua scelta dei testi riportati qui sotto rivela una certa vicinanza con le nostre petizioni. Scrivere oggi una poesia implica fare i conti con la crisi dei significati delle parole, implica fare i conti con l’Ipermoderno, con i linguaggi poetici ereditati dalla tradizione, implica, soprattutto, tracciare una linea diagonale all’interno dei linguaggi poetici del secondo novecento, e implica avere chiara cognizione che un nuovo linguaggio poetico preannuncia o segue grandi rivolgimenti sociali e storici. Un linguaggio poetico nuovo non cade dal cielo e non accade per caso. Oggi è impensabile un poeta isolato come la Dickinson che scrive rinchiusa tutta la sua vita dentro una stanza. Penso che tu ne convenga. Occorre saper misurarsi con i grandi cambiamenti in atto nel mondo. Occorre trovare soluzioni estetiche alla crisi del mondo, altrimenti si fa chiacchiera letteraria. Inutile dirti che considero i libri scritti da quell’autore di cui dicevo, scritture letterarie di accademia, inoffensive e innocenti. Penso invece che oggi un poeta debba rispondere con coraggio intellettuale alle sfide che il nostro tempo ci offre, che non debba nascondersi dietro un dito.

Scrive Wittgenstein nei Quaderni 1914 –  1916:

“Nella proposizione un mondo è composto sperimentalmente. (Come quando al tribunale di Parigi un incidente d’automobile è rappresentato con pupazzi etc.)”.

 Tale affermazione ricompare pressoché identica nella proposizione 4.031 del Tractatus:

“Nella proposizione una situazione è, per così dire, composta sperimentalmente. Invece di: questa proposizione ha questo o quest’altro senso, si può semplicemente dire: questa proposizione rappresenta questa o quest’altra situazione.”

 Ciò che Wittgenstein vuole dire a partire dai Quaderni 1914-1916 è che una proposizione linguistica si comporta come un plastico che riproduce in miniatura un incidente automobilistico. Ecco, prendo a prestito questa similitudine del filosofo austriaco per dire che una immagine può essere ragguagliata ad un plastico che riproduce in miniatura un tratto di mondo. Il problema verte proprio sul concetto di «mondo», quello che noi sappiamo o crediamo di sapere del «mondo» e che noi vogliamo dire su di esso e, soprattutto, come vogliamo dire quel che abbiamo da dire. Tutto il problema sta in quel come.

A mio avviso, la scrittura poetica di Partenze e promesse. Presagi, rivela una eccessiva dipendenza da alcuni stereotipi della scrittura poetica in vigore in questi ultimi decenni che dà per scontato una certa fenomenologia poetica. Ma una fenomenologia del poetico non  è mai gratuita, c’è un costo da pagare. Se non lo si paga si resta epigoni, continuatori di un patrimonio che si assottiglia giorno per giorno. Il problema di grandissima parte della poesia che si scrive oggi in Italia è che si tratta di scrittura epigonica che non si è mai interessata agli interrogativi fondamentali della nostra epoca. A mio avviso, il tuo libro precedente, Custodi e invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) era portatore di una maggiore carica innovativa, in quest’ultimo, invece, è come se tu avessi smarrito quella carica, quella spinta, come se tu avessi innestato, inconsapevolmente, il freno a mano.  L’hai scritto tu stesso: «la scrittura è conseguenza di una dispercezione o di percezioni multiple, dislocate, polverizzate, multidimensionali».

Dal mio punto di vista non posso che augurarti  di sbloccare il freno a mano che hai inavvertitamente azionato e che tu riprenda e sviluppi la strada che avevi intrapreso nel libro precedente.

Un saluto amicale.

(Giorgio Linguaglossa)

Poesie di Alfredo Rienzi

Quando cammina è come se sognasse.
Parte sempre con il piede sinistro.

Non è dall’Arc du Triomphe
che lo vedrete giungere.

Non quadra il tempo, la cronologia.
Neppure dall’Arcus Panis Aurei: controversie di orbite.

Jacob ha sospettabili virtù.

Nel millecinquecento-
novanta le figlie del macellaio
rinunciano al patronimico – sono
saranno – verranno chiamate: figlie
del macellaio. La maggiore, l’ultima…

Fugge.
Gregorius non gradisce.
Porta
nella bisaccia il suo piatto di peltro.

Il sole irradia l’Arc du Triomphe. E il piatto.

Compter Philippe-Auguste-Mathias,
il est clair qu’elle ne peut pas voir la Tour à travers l’Arc
Questione di orbite, di cronologie.

Io da qui sì: l’arco, la torre, il piatto
Voi, monsieur conte poeta
Il raggio no.

(2018)

* **
C’era ordine nell’istante.
Prima del collasso del tempo.

Osservava, da lenti multifocali.
L’amore è una nube per i sensi

Esponeva teorie sul caos
(in piazza raggi del sole a 30°)

Venne scuro, poco dopo. Dire notte
è consuetudine, quasi un riflesso animale.

Non è questione del visibile e del nascosto.
Passerà dall’uno all’altro.

C’è in questo l’unita di misura del silenzio?
Rigagnoli di crome ed hertz?

La foglia pesa, il muschio ha sete.
Passerà, mentre viene osservato, ma è solo un cambio di prospettiva.

Diranno della difficoltà di tradurre
il silenzio della foglia, i gorghi del fiume. La taranta, giù in piazza.

Non fermano la danza le ragazze.
La vita scenderà in particelle dalla luna:

Minute creature temono il moto e il ritmo.
Ne sono attratte, come della notte.

Non fermano la danza le ragazze.
Ed ormai è il quattromila dopo Cristo.

La porta cigola, traballa:
si passa con difficoltà.

(2019)

***

Quasi un anno dalla scomparsa di Ely.

Quasi un anno dalla scomparsa di Ely.
Un vuoto così vasto. Può essere compresso
nell’esiguo spazio di un cranio?

Prossima fermata: Tre fiumi. Casa. Lo era,
credo, un tempo. Lo è mai stata?
Silenzio, non fosse per gli spettri
intrappolati in 42 pollici.
Sei bellissima – bisbigliò, sorpreso –
qualcuno deve avertelo detto!
No! Le cose
si muovono troppo rapidamente
per essere dette, fece intendere.
(Un sorriso trattenuto, un rossore, forse.)
Sono stata colpita. Sono stata curata, con il tempo.
Con il tempo uccisa.

Zaini, gambe, treni, ruggine:
se sottrai il tempo
(zaini meno tempo, treni meno tempo eccetera)
tutto tende a somigliarsi. A sovrapporsi
nei paraggi del deve-ancora-accadere,
dentro o attorno allo zero.
Anche un sorriso meno tempo fa zero.
Anche la vita.

Canta, perché ti ascolti.
Ti ascolto, perché mi commuova.
Credimi, è necessario!
È necessario.

(2018)

15 commenti

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15 risposte a “Alfredo Rienzi, Poesie da Partenze e promesse. Presagi, puntoacapo, 2019 Una Lettera dell’autore con Risposta di Giorgio Linguaglossa 

  1. La prassi radicale della poesia (intesa nella sua radicale assenza di prassi), consiste in questo: può essere attuata silenziando il rumore di fondo della tecnica, agendo in modo liberatorio. Solo accettando di inglobare il rumore di fondo della «tecnica» all’interno della forma-poesia e del linguaggio poetico, sarà possibile trovare una via di uscita dalla Crisi che la tecnica getta continuamente sull’arte e la poesia, e sugli uomini.
    Non si può uscire fuori da questo nodo Borromeo. Se si rigetta semplicemente la tecnica, si fa del Kitsch, si fa dell’eufonia, della pacchianeria. La tecnica non va rigettata ma assorbita, masticata e inglobata, resa funzionale alle esigenze di una prassi senza prassi qual è l’arte.

  2. Un pensiero

    L’aspetto che più mi colpisce in autori tanto dissimili (parlo ad esempio di Francesco Paolo Intini e Marina Petrillo, ma lo stesso discorso vale anche per altri autori NOE), è che la loro poesia rinunciando al soggetto prometeico e plenipontenziario che ordina il reale e legifera su di esso (anche con una semplice descrizione del reale si può legiferare), fanno una poesia che non si fa, scrivono una poesia che rinuncia al dominio sull’ente, al dominio della tecnica sull’ente. Quello che Derrida chiama «il ritrarsi dal linguaggio» è proprio questa «rinuncia», non come atto di non-volizione (che ricadrebbe sotto il dominio della volontà di potenza) ma come atto di astensione da qualsiasi volizione. Soltanto a questa condizione il linguaggio si presenta, si fa manifesto, presenta il proprio biglietto da visita.
    Solo in quanto non invitato il convitato di pietra si presenta.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/02/26/alfredo-rienzi-poesie-da-partenze-e-promesse-presagi-puntoacapo-2019-una-lettera-dellautore-con-risposta-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-63097
    Scrive il «comunista» Maurizio Malta:

    «Le più grandi piattaforme tecnologiche mondiali, i gruppi dei l’hi-tech e colossi come Usa, Cina ed Europa si confrontano aspramente per entrare in possesso e gestire a fini commerciali, e non solo, i nostri dati. Oggi possono sapere tutto: cosa desideriamo, cosa consumiamo abitualmente, cosa leggiamo e cosa pensiamo.

    Quando ci offrono gratuitamente di accedere a siti e servizi on line dobbiamo sapere che il prodotto che smerciano siamo noi. La nuova frontiera è l’Internet delle cose: oggi l’80% dei dati che ricavano provengono da computer e smartphone, presto vi si aggiungeranno anche le informazioni che forniranno gli innocui oggetti che abbiamo in casa: tv, frigo, persino le lavatrici. Altro che trionfo della libertà, l’utilizzo capitalistico del progresso in questo campo assomiglia sempre di più ad un Grande Fratello potenziato.

    Senza contare l’effetto istupidente che può avere per dei ragazzi in formazione passare ore attaccati ai social network. Chissà perché Gates o Zuckerberg ne vietano l’uso ai loro figli….Gli Usa accusano la Cina di aver creato Tik Tok per spiare, e stanno conducendo una battaglia a tutto campo contro Huawei, leader nel 5G.».

    Tutto vero. Presto il Grande Fratello Plenipotenziario saprà di noi tutto: «gli innocui oggetti che abbiamo in casa: tv, frigo, persino le lavatrici», sapranno persino quali pensieri ci frullano per la testa, a che ora preferiamo fare all’amore, quali storie romanzesche preferiamo e quali abitudini culinarie della pseudo cultura preferiamo. Il Grande Fratello non avrà più bisogno di giornalisti, di professori addetti agli uffici stampa, di interpreti, di analisti… perché sapranno già tutto, avranno bisogno soltanto di computer e programmi super potenti in grado di processare una quantità sterminata di dati «sensibili» (così si dice, vero?).

    E i poeti cosa fanno? Continuano a scrivere e a descrivere da un «io» plenipotenziario gli «oggetti» dell’anima «bella».
    Ridicolo, no?

  4. A mio parere occorre distinguere tra sistema e sue finalità. Agire sulle finalità di un sistema “di scambio” è cosa diversa dal contestarne la prassi – onde evitare di sostare tra luddismo e fantascienza.
    I vantaggi dovuti a nuove tecnologie non vanno sottovalutati. E manca una seria valutazione della ricchezza, giacché anche il capitalismo risente del pensiero nichilista, che lo ha generato; pensiero che è svuotamento di finalità (da qui il controllo esasperato, il consumismo forzato, quindi l’appiattimento, e l’arrestarsi delle istanze che porterebbero a emancipazione). Le politiche miranti alla re-distribuzione della ricchezza sono poca cosa, sbagliato impostare l’analisi partendo dalla povertà. Cominciamo a ragionare di ricchezza, quella che ciascuno di noi produce quotidianamente, lavorando e spendendo denaro. Non limitiamoci a guardare le cose dal basso.
    Questo il mio pensiero. Diversamente, la non-finalità della scrittura poetica è anticipazione del rapporto salutare tra uomo e natura, e andrebbe meglio compreso. Oggi si divaga passivamente, ripiegando sull’io. Ma è come mettersi in gabbia (realizzazione del sé, o dell’immagine del sé?). Al contrario, serve un atteggiamento positivo. E la risposta NOE, per quel che conta, proprio perché non trascura di unire tempo esterno e tempo interno, è per me più che soddisfacente nel suo farsi presenza.
    Ad Alfredo Rienzi dico che serve un più radicale cambiamento della Gestalt. Forma che diventa mutazione del sistema percettivo. A tal fine il distico NOE, angusto raccoglitore di frammenti, svolge un’azione propedeutica efficace. Toglie e ri-crea. Ed è continua prassi l’esercizio di pieno e vuoto, memoria e volute distanze, dimenticanze. Conscio e inconscio. Ma è la prassi, la definizione dello sfondo risentirà dell’intenzione, la quale è soggettiva.

  5. Giuseppe Gallo

    I problemi che hai così bene messo in evidenza, caro Giorgio, parlano dell’oggi, del nostro quotidiano… ma abbiamo di fronte anche un altro fantasma che si aggira per il mondo e che spesso ci sfugge: quello delle Macchine e delle Intelligenze Artificiali che cominciano a sopraffarci, ma che raramente affrontiamo, nonostante la presenza di un’ ampia letteratura. È in questo campo, in effetti, che si sono sviluppati i discorsi più coerenti sulle Distopie, sul rapporto corpo-macchina, ecc.
    L. M. Tosi ha sfiorato il problema anche nel post che precede il mio. Riporto: “I vantaggi dovuti a nuove tecnologie non vanno sottovalutati. E manca una seria valutazione della ricchezza, giacché anche il capitalismo risente del pensiero nichilista,”
    È vero, qualsiasi forma di capitalismo, è una visione del mondo di origine nichilista: produciamo, consumiamo e saremo felici, contenti di esistere e tranquilli fino alla morte! Allora l’Io è scomparso per motivi economici? Il fatto è che per realizzare questo disegno c’è bisogno di forze produttive, che inventano e pianificano gli interventi atti a indurre al consumo. Gli uomini stanno diventando macchine a reazione computerizzata corrispondendo pedissequamente agli stimoli indotti da quel sistema di cui parla Linguaglossa quando afferma: “Il Grande Fratello non avrà più bisogno di giornalisti, di professori addetti agli uffici stampa, di interpreti, di analisti… perché sapranno già tutto, avranno bisogno soltanto di computer e programmi super potenti in grado di processare una quantità sterminata di dati «sensibili». E non avrà bisogno nemmeno di poeti, aggiungo io. A meno che questi ipotetici e futuribili poeti non siano portatori di una metafora oppositiva al sistema, a qualsiasi sistema… Allora, è veramente ridicolo riposare anche in questi sogni lisergici dell’io. A Tosi chiedo che “conscio e inconscio” avremo quando l’io scomparirà perché noi saremo agiti dalle macchine e saremo macchine noi stessi?
    Capisco le esitazioni di Alfredo Rienzi, ma ormai il varco è aperto… e non da adesso se anche un poeta “sperimentale” , se ricordo bene, come Carlo Porta, si augurava una “salutare opposizione alle ostentazioni dell’io”

    Giuseppe Gallo

    • L’inconscio è il magazzino dove restano stipate le nostre rinunce, le emozioni rimosse, i desideri, le paure e le altre inquietudini. In vero l’attività onirica è anche più di questo. Ma l’automatismo è dovuto alla mente conscia, che ha tendenza a ripetere le medesime esperienze (e le ricadute).
      La riduzione dei desideri, portati al minimo dalle offerte commerciali, facilmente soddisfacenti, potrebbe sì, ridurre l’attività onirica. Ma a renderci automi oggi sono anche le parole che, ripetute e moltiplicate dai media, quindi rese ancor più condivise, non trovando posto nell’inconscio (tanto spesso nell’attività onirica l’io è spettatore silenzioso), finiscono nell’interregno del linguaggio.
      Di questo si prende nota. Non a caso tra i poeti qui, si parla di scarti, pezze, o rimanenze. Parole che appartengono a morti pensieri che, sottratte all’uso (al mercato), riprendono colore, vita e nuovo significato. In sé, nessuna parola è morta.

  6. Luigi Padoan

    Scusate il mio intervento:
    senza l’Io non esiste la Poesia: vedi Omero, Dante ecc. e anche laddove è negato presenzia ancora di più.

  7. gentile Antonio Sagredo (alias Luigi Padoan),

    «senza l’io» e/o «con io», il suo linguaggio è da scuola elementare.

  8. Quasi un anno dalla scomparsa di Ely.

    Quasi un anno dalla scomparsa di Ely.
    Un vuoto così vasto.

    Può essere compresso nell’esiguo spazio di un cranio?

    Prossima fermata: Tre fiumi. Casa. Lo era, credo, un tempo.
    Lo è mai stata?

    Silenzio, non fosse per gli spettri intrappolati in 42 pollici.
    Sei bellissima – bisbigliò, sorpreso –

    qualcuno deve avertelo detto!
    No! Le cose

    si muovono troppo rapidamente per essere dette,
    fece intendere.

    (Un sorriso trattenuto, un rossore, forse.)
    Sono stata colpita. Sono stata curata, con il tempo.

    Con il tempo uccisa.
    Zaini, gambe, treni, ruggine: se sottrai il tempo

    (zaini meno tempo, treni meno tempo eccetera)
    tutto tende a somigliarsi.

    A sovrapporsi nei paraggi del deve-ancora-accadere,
    dentro o attorno allo zero.

    Anche un sorriso meno tempo fa zero.
    Anche la vita.

    Canta, perché ti ascolti. Ti ascolto, perché mi commuova.
    Credimi, è necessario!

    È necessario.

    Mi sono permesso di riproporre la terza poesia di Alfredo Rienzi riscrivendola in distici e accentuando la irregolarità dei versi. Penso che la poesia così ne guadagni in imprevedibilità.
    Sarei curioso di conoscere il parere dell’autore e dei lettori.

    • alfredo rienzi

      Grazie dell’attenzione caro Giorgio. Devo concordare che l’ulteriore frattura di versi che apporti, soprattutto, mi convince! Anche la stesura in distici mi pare giovi. Da refrattario (con moderazione) a troppe regole, mi piace anche che oltre i distici prevalenti, galleggi anche qualche verso isolato. Il secondo ed il terzo mi sembrano allontanarsi troppo, ma è un mio patema, un aggrapparsi a qualche residuo di logica sequenziale. Grazie, la conserverò in versione Giorgesca!

  9. Colgo in questi versi del 2019:

    “C’era ordine nell’istante.
    Prima del collasso del tempo.

    Osservava, da lenti multifocali.
    L’amore è una nube per i sensi

    Esponeva teorie sul caos
    (in piazza raggi del sole a 30°)

    Venne scuro, poco dopo. Dire notte
    è consuetudine, quasi un riflesso animale.

    Non è questione del visibile e del nascosto.
    Passerà dall’uno all’altro.

    C’è in questo l’unita di misura del silenzio?
    Rigagnoli di crome ed hertz?

    La foglia pesa, il muschio ha sete.
    Passerà, mentre viene osservato, ma è solo un cambio di prospettiva.

    Diranno della difficoltà di tradurre
    il silenzio della foglia, i gorghi del fiume. La taranta, giù in piazza.

    Non fermano la danza le ragazze.
    La vita scenderà in particelle dalla luna:

    Minute creature temono il moto e il ritmo.
    Ne sono attratte, come della notte.

    Non fermano la danza le ragazze.
    Ed ormai è il quattromila dopo Cristo.

    La porta cigola, traballa:
    si passa con difficoltà.”
    (2019)

    la volontà, attraverso una nuova tensione linguistica, che si affianca a un lavoro profondo sulla forma-poesia in distici, di un allontanamento definitivo di Alfredo Rienzi dalla elegia, dall’atmosfera elegiaca (non già io, ma Charles Baudelaire esprimeva verso l’elegia così il suo dis-gusto:
    “Tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie”).
    e dal lirichese, distanziandosi così dalla tecnica del riflettore sull’io, sul proprio ombelico, sulle proprie pulsioni, sull’emozionalismo d’accatto.

    (gino rago)

    • alfredo rienzi

      Grazie dell’attenzione, caro Gino. Utilizzo una delle poche finestre in cui coincidano tempo e volontà per darti un mio breve cenno. Mi piace, come sai, utilizzare vari registri. Alcuni, se usati massivamente, sono ormai poco sostenibili o addirittura sopportabili. Altri li ho attraversati con curiosità, dal un post-sperimentalismo attenuato (il problema è sempre nel “post”, che odora di epigonismo) a forme ipermetriche-salmodianti più o meno ellittiche o citazionali e/o dis-oggettivate. Molte volte ho usato forme piane, qualche volta anche in odore di lirismo. Da alcuni anni trovo stimoli nutrienti anche nelle prospettive osservazionali e tecniche della NOE. Ciò che però non sarò mai in grado di fare (disposizione astrologico-caratteriale, per riderci un po’ su) è di utilizzare esclusivamente un solo registro, una sola finestra d’osservazione, una purezza stilistica monodirezionale. Poco m’importano, ovviamente, plausi e condivisioni, né di esserci o restare.
      Credo nella complessità e nella frammentarietà del dato e della sua rappresentazione. Questo può avvenire, secondo me, anche con un ventaglio stilistico che contemperi innesti (anche testi) di diversa forma. Secondo il diverso occhio che di volta in volta s’apre. Mi piacerebbe che il termine, sia pure usato con pinze e pinzette, di “poeta” non debba necessitare di un aggettivo definitorio. Se proprio si dovesse, nel mio caso potrebbero andare bene anche illuso, confuso, confusionario, indeciso, polimorfo ecc.
      Sul piano personale, invece, di certo sono a grato a te, per le tante attenzioni che mi hai significato e che spero di ricambiare con maggiore presenza.
      Un carissimo saluto
      Alfredo

  10. Alfredo Rienzi esordisce con un principio che, possiamo dirlo, è targato NOE:

    «la scrittura è conseguenza di una dispercezione o di percezioni multiple, dislocate, polverizzate, multidimensionali».

    Quello che resta da fare a Rienzi (non solo a lui ma anche a molti di noi) è proprio il tragitto più lungo, quello che conduce alla «dispercezione», alle «percezioni multiple»… abbandonare alle ortiche, senza remore, quello che nella sua poesia c’è ancora di «elegiaco», ma non soltanto perché, come dice Baudelaire: «Tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie» (asserzione che condivido), quanto perché quella forma-poesia è indice di provincialismo e di negazionismo oltre che di banalismo, mi fa venire in mente la frase di quel poeta che ricordavo nel post il quale mi disse che «la poesia da Omero ad oggi non è cambiata granché».

  11. Cari amici, leggo per colpevole assenza, solo oggi addì 9 marzo 2020 le vostre preziosissime osservazioni. Con naturale ed estesa gratitudine, mi riprometto quanto prima di contribuire in maniera almeno un po’ argomentata.

  12. alfredo rienzi

    Cari amici, leggo per colpevole assenza, solo oggi addì 9 marzo 2020 le vostre preziosissime osservazioni. Con naturale ed estesa gratitudine, mi riprometto quanto prima di contribuire in maniera almeno un po’ argomentata. Alfredo Rienzi
    (non so, non ricordo, perché il mio account si chiama adesso partenzeepromesse ..??)

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