Francesco Paolo Intini, Poesia, Reloading Faust, Commento di Giorgio Linguaglossa, Una ILVA di parole ibernate, un gigantesco emporio del Nulla che opera come un frullatore che frulla i frutti di bosco con pasticci privi di glutine, un universo di parole radi e getta, privi di aminoacidi, aproteiche e ipocaloriche, a prova di gomma e di bomba

Struttura dissipativa B

Marie Laure Colasson, Struttura Dissipativa B, Acrilico 50×70 su tavola, 2020

Francesco Paolo Intini

Davvero impressionante la poesia di Giorgio. Rappresenta il punto critico che segna il confine della coscienza. Riguarda l’esistere e dunque il nascere dell’io a sé stesso, ma c’è il terrore degli occhi appena chiusi che guardano indietro ciò che hanno appena abbandonato. È il volante che gira a vuoto perché non si afferra al tempo che così gli scorre sotto e accanto ma non dentro. Il dualismo K\Figura ha la potenza dialettica di Io\non-Io. E’ sì una metafora ma di una scena assai possibile, un atto unico che fissa il tempo sull’orizzonte. L’ entrata in scena di qualcuno che defibrilla l’istante del passaggio definitivo come se fosse soggetto a reversibilità microscopica e dunque vita e morte, pesassero ugualmente sulla bilancia di un equilibrio che tutto riassume: essere = nulla.

Reloading Faust

[Dovrei esser morto?». K. fece una piroetta.
«Perché, dovresti essere vivo?», replicò la Figura.
(Stanza N.88. G. Linguaglossa)]

Mantenere in ordine i crani, con coerenza
Senza che sbattano però.

Cocci di sale sul lungomare.
Astice che stacca le ali al Jet delle 10,30.

Un megafono versò olio di oliva nelle orecchie
E da lì trovò la via crucis per l’anno zero.

Alcuni concetti erano stati terribili
Si erano concentrati a sobillare la luna.

Faust parlò tristemente a Margherita.
Non si era accorto che Fidel era ancora sul palco.

E qualcosa doveva all’insistenza di Wahrol
Gli attacchi seriali alla primavera di Botticelli.

Rimettere i fiori di pesco in bustine
per i giocatori. Campagna acquisti 1959.

Ancora non era chiaro che certe libertà
Finiscono crocifisse sulla via Appia.

Come se la luna spostasse l’ Himalaya nell’Atlantico
e impedisse ai Barbudos di raggiungere l’ Avana.

Concentrare cellule vive sul Che.
Deviare la finanza dal trend di staminali.

Giove nacque che già pallottole imperversavano
Kronos doveva difendersi dalla concorrenza cinese.

Cose che sarebbero accadute nell’anno mille
presero a correre nel 2020.

Chi capisce la termodinamica!

Una notte che si fermò il cuore e più non osava Fb
intervenne Giocasta, con la bobina degli anni in mano.

Non c’è nulla da tagliare, scuotiti dal torpore del vichingo
Mezzanotte è un’invenzione della vicina di casa.

Torna a considerare la pillola dell’efficienza
Conta le bolle nel Graal.

La lavastoviglie reclamò il privilegio dello ius primae noctis
e prese a sistemarsi le forchette nel letto d’acciaio.

In fieri si procede a porte sprangate
Interessi zeri e copertura assicurativa.

Verranno a prenderti le bollette Enel
le rate del mutuo per l’ auto bianca.

La poetica inceppata si mette a seguire
un’ape regina. Rossa, agitata e feroce.

Plath in persona.

Dovevi nascere proprio poeta
o filosofo o chimico o idraulico?

Meglio poltrona telecomandata
in odore di dada e vecchiaia che regredisce.

Che malattia causa la senilità?
L’immortale rifiorisce sul sentiero del ritorno.

Elena recita una poesia di Paride.
Si innamorò della tarantola che ora abita il petto.

“Prima o poi scalderà il cuore”
Credi che non sia lirica abbastanza?

Né quasi né mai né sempre né ora né adesso
Il ritorno di crusca nel grano fu previsto.

Qui si genera segale cornuta
Chi l’ha detto al Dott. Hoffman di fermarsi

Non lo sa che mostrare i documenti
è già dipendenza da LSD.

Il suo curriculum sarà esaminato da Graffiacane
Per il momento potrà volare sulla sua bicicletta

Poi le amputeranno gli arti, le confischeranno i versi.
Un uncino farà il resto nella sua vasca da bagno.

Potrà solo mettere note esplicative alle allucinazioni.
Curare le ferite dell’ incomprensione con punti esclamativi.

Pillola blu o rossa davanti al frigo.
Di sotto una folla di bottiglie gestisce un bar.

Si torna ai cristalli liquidi.
Attendono boschi e problemi di innesto.

Come ghiacciare allo zero kelvin un’ idea
facendo a meno delle ricette sull’ elio.

Un ricostituente si riconosce
dai fichi che si seccano a maggio.


L’omino della discarica lascia impronte di santo.
Il fondo del catrame si agita con un cucchiaio da the.

Capire come ci si comporta davanti a un becco Bunsen
È lo steso che infiammare Campo de’ Fiori.

Perché la distrazione è una tattica
E il mare confonde le idee.

Partorisce schiuma da barba
e buste di cellophan.

Lanci di appestati sulle strade di Bari.
Sargassi di coriandoli nel canale d’Otranto.

Il melo muta le squame del tronco.
Anche il papavero ha i suoi tarli nel rosso.

La punizione per aver spostato l’interesse sul Mare Nostrum
consistette in un discorso di mezzobusto.

Impararlo a memoria e gridarlo in un Park and Ride
mentre a fianco ordinavano ad un olivo di torcersi la bocca.

Sono le idee base che fiaccano i germogli
la misura di una sfera inizia dal centro.

E poi l’ aritmetica compie il suo delitto.
Chi l’ha detto che è promiscua alla rivolta?

Potarli e addestrarli a barboncino
dargli il tempo di alzare una radice.

Non è semplice orinare linfa
e cercare una figura di uomo.

Il secolo ripercorre i suoi passi
Le infezioni spariscono, l’entropia fallisce lo scopo.

La malattia dei cartelloni pubblicitari
Guarisce spontaneamente.

Nessun bidone, però qualcuno
tira fuori la generazione spontanea

e il vaccino non balena a Pasteur.
Muore di rabbia un virus.

A metà strada ci fermammo
Né pieni né vuoti.

In vetta alle classifiche c’è una gazzella che uccide
Un bisonte intanto mira Buffalo Bill.

Cerca il cannone l’obice su Berlino
In risalita anche le bombe di San Giovanni.

Qui si è tutti metafore ma in prospettiva
ci sono leggi da ferrare.

Forse una piantagione di pomodoro
su cui passeggia un drago di Komòdo.

Vietato procedere per esempi vivi
meglio quelli della mente.

Pezzi da Experimental traboccano in cronaca
e dunque nelle lettere al direttore.

Far fesso Faust, che idea! Partire dall’una di notte
e sbucare con il trucco del cuore fermo.

Convenevoli e infezioni tra diavoli.
Tradimenti nel salone del barbiere.

Mostrargli la chiave di volta, il saggio
di onnipotenza a portata di esperimento.

Stormiscono di tanto in tanto
mani su pruni in sangue.

(inedito)

Giorgio Linguaglossa
21 febbraio 2020 alle 16:07 

Cose che sarebbero accadute nell’anno mille
presero a correre nel 2020.

La lavastoviglie reclamò il privilegio dello ius primae noctis

Convenevoli e infezioni tra diavoli.

… presi per sé, isolatamente, i versi di Francesco Paolo Intini sono letali come Corona Virus o Cofid19. Come serpenti cobra. Trattano di cose molto prossime alla nostra questione vitale. Quale sia poi la nostra questione vitale, non sappiamo più. Quelle cose per le quali però siamo ciechi. È come se vedessimo la visibilità delle cose e non le cose nella visibilità. È che le cose sembrano essersi invertite, capovolte. E sono diventate anti-cose, sono diventate invisibili. Ed ecco la rivoluzione del linguaggio poetico, rivoluzione che poggia sulla leva della metafora. Questi versi ci parlano della nostra epoca meglio di centinaia di libri di teologia e di Summum bene e di Ens realissimus e di paccottiglia letteraria. La nostra è l’epoca della lessicologia sguaiata: Trump, Putin Bolsonaro, Erdogan, e dei cialtroni nostrani, della fine della metafisica, se c’è mai stata. Scrivere alla maniera di Intini ci toglie il medico di torno e anche le mezze scritture, quelle accademiche e agiografiche che ci parlano delle cose stabili in modo convenzionale: qui il soggetto che scrive e lì l’oggetto che parla. Intini invece ci parla in modo normale di cose apparentemente sconclusionate, di «schiuma da barba», «cellophan», di «lavastoviglie» che reclamano lo «jus primae noctis», di «infezioni tra diavoli», di «Buffalo Bill», di «pillola blu», di «Wahrol», di «Botticelli» e «Margherita» di «cose… nell’anno mille» etc. Mette la centrifuga nel lessico per scuotere il linguaggio e ficca tutte le parole trovate nel termovalorizzatore che devalorizza tutto ciò che vi viene fagocitato. Una ILVA di parole ibernate, un gigantesco emporio del Nulla che opera come un frullatore che frulla i frutti di bosco con pasticci privi di glutine, un universo di parole radi e getta, privi di aminoacidi, aproteiche e ipocaloriche, a prova di gomma e di bomba. E chi vuol essere lieto, lo sia.

Davvero, penso che “Cofid 19” o “Poesia dell’Epoca Cofid 19”, sia un ottimo titolo per la nostra prossima Antologia della nuova ontologia estetica. Che ne dite?

La parte di Lucrezio e quella di Touring

La parte sporca tocca ai neuroni
che hanno visto il Muro e ci stavano bene dietro.

Quando li svuotarono di significato
[appesero le divise in armadietti

E si misero a correre in quadri blu di Picasso].

Ci doveva essere un inizio se ripeteva le sinapsi
Un altro Terzo Reich si replicava a dismisura.

Le gambe al mento, gli occhi luna.

Non c’era tempo per la chimica.
Il verso generava spettri di risonanza magnetica.

Cresceva il malcontento. Un tunnel attraversava le fogne
per sbucare nel lavandino di Scrooge Mc Duck.

All’autogrill una delle Fontane tornò al suo posto
Non più! Non più, come un corvo senza firma sul culo.

Bosch cambiò un quadro di Vermeer
in un ostrica al ragù.

Tutto si poteva immaginare tranne che trovare Cecilia
In una stazione dell’ Appennino campano.

Ebbero una sincope anche i gratta e vinci.
Voglia di difendersi dalle maniglie.

Alcune autobotti riempirono tazzine di caffè.
Senza zucchero, né aspartame, nafta dalle narici.

Lucrezio declamò l’ultimo libro dalla finestra di un XX piano
A Bari non sapevano come difendersi dagli ologrammi.

Si lasciò cadere la circostanza di un water in eruzione.
Nel frattempo alcune blatte si erano impadronite del circo massimo.

Viaggiarono senza fermarsi, travestiti da souvenir nei freni,
tra le scintille delle rotaie con la fragilità delle ampolle di neve.

Non più gladiatori e nemmeno Piazza Fontana.
Tutti cancellati i voli verso gli anni sessanta-settanta-ottanta.

La fuga è prevista nel tunnel di mezzanotte.
Niente panico. Invertire le lancette dopo il fischio d’inizio.

Le poche gazze si ammucchiavano coperte di escrementi.
Ossa di contadini e pastori nel raccolto di giugno.

Il mondo che ci lasciammo non ammetteva blitz, né storia
Soltanto Jet di microplastica in lotta con l’ anidride carbonica.

Ora i proletari erano tutti agenti di commercio
Odorava di miele la catena di montaggio.

Salutare anche l’alito dei fucili alle porte di Milano.
Manager dell’uranio povero lottavano con bancari.

Polvere pirica si annunciava nel respiro delle viole.
Nessuna Chernobyl fu chiusa per l’occasione.

Alcuni roghi restituirono i libri di Marx-Engels
altri la mordacchia di Giordano Bruno.

Per calmare la sete si mescolavano iceberg a titoli dei TG.
Nel pelo di un ratto l’Eugualemmecidue di Einstein.

Il mazzo veniva mescolato da tre secoli
Nessuna delle dita trovò il coraggio di distribuire le carte.

Enigma resisteva alle metafore.
Una mela amara la soluzione.

Si partì da omega, barra diritta verso Venere
Stella alfa nel berretto del tramonto.

Il mignolo di Wharol ripulì l’ orecchio sinistro.

(Inedito)

24 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

24 risposte a “Francesco Paolo Intini, Poesia, Reloading Faust, Commento di Giorgio Linguaglossa, Una ILVA di parole ibernate, un gigantesco emporio del Nulla che opera come un frullatore che frulla i frutti di bosco con pasticci privi di glutine, un universo di parole radi e getta, privi di aminoacidi, aproteiche e ipocaloriche, a prova di gomma e di bomba

  1. Lidia Are Caverni

    La poesia di Francesco Paolo Intini è straordinaria, fa girare la testa: una girandola di immagini che trascinano, avvincono fino in fondo e sono Poesia.
    Lidia Are caverni

  2. È un sobbollimento continuo.
    L’inizio della bollitura è prevista per le prossime ore. Gli è preso alle parole e alle cose un incandescenza incalcolabile. La scrittura di Francesco Paolo Intini è prossima alla fusione.
    Fiamme incandescenti. A messo il fuoco in culo alle parole. Pazzesca corrispondenza con l’esplosione esponenziale del virus. Che fa proporre a Linguaglossa il titolo Cofid-19 per la prossima antologia. È perché no Cofid-20?

    Davvero penso …
    (…segue…)

    • 2/2
      …(permettete di spiegarlo questo pensiero…)

      …e l’approssimarsi del reale al presente, il raggiungimento del tanto sospirato traguardo al tempo unico. Al tempo zero. Le sospensioni temporali si sono addossate cosi tanto nel presente che la virulenza ha preso il sopravvento. Il significato diventato significante che sbatte energicamente contro la parete. Non
      riesce più a significare. Può essere senso di paura, penso anche alle stanze Linguaglossiane , o al calore di fusione Intiniano.
      I frammenti di Gabrieli paiono allora una bella consolazione quasi.

      Il tempo ci pone l’enigma sostanziale del superamento esistenziale. Il virus non è altro
      che la lotta dell’organismo vitale che in tempo reale assale modifica e sgretola le nostre conoscenze. Siamo alla cronaca minuto per minuto della vita. Del combattimento ora, per ora. Attimo, per attimo. Siamo a difenderci dall’incompreso ora e adesso.
      La nostra poetica.

      GRAZIE OMBRE.

  3. Sulla economia estetica della nuova poesia

    Nella nuova economia estetica della nuova poesia Francesco Paolo Intini dimostra come nelle sue raffigurazioni non si possa rintracciare alcuna regola di rassomiglianza o di intercorrenza tra quanto mostrato nella immagine e la realtà. L’economia estetica della poesia di Intini è completamente libera da ogni presupposizione di corrispondenza o intercorrenza tra l’immagine e la realtà. Prima ancora di essere surreale l’immagine della poesia di Intini è inscritta nel reale come sua possibilità e compossibilità. Per comprendere questo fatto, facciamo un passo indietro, alla speculazione di Wittgenstein sulla questione del nesso che intercorre fra la dimensione segnica e quella del reale.

    Il nesso corrente fra la dimensione segnica e quella del reale riposa nella «regola generale di proiezione», espressa da Wittgenstein nella proposizione 4.0141, atta a mostrare che la possibilità di rappresentazione inscritta nell’immagine è puramente «interna», afferente alla struttura composta da una certa configurazione dei suoi elementi costituenti.
    Per la teoria raffigurativa del linguaggio di Wittgenstein la proposizione funge da immagine. La proposizione è una immagine della realtà. «L’immagine è un fatto».

    Prendiamo l’esempio del plastico di un tamponamento tra due autoveicoli riprodotto in un plastico. È un fatto che il modellino 1 che sta per
    l’automobile A tocchi con la sua parte anteriore quella posteriore del modellino 2 che fa le veci del veicolo B. E’ un fatto che scambiando la posizione dei due modellini muterà anche la situazione rappresentata.
    E’ anche un fatto che non tutti i fatti riguardanti i costituenti pesino nell’economia raffigurativa dell’immagine. In questo caso specifico il fatto che un modellino sia più lungo dell’altro non a ggiunge né toglie nulla alla capacità simbolica della raffigurazione. Wittgenstein però non ci dice semplicemente che l’immagine sia un insieme complesso costituito da fatti muniti ognuno di capacità rappresentativa, piuttosto egli ritiene che solo «l’immagine nel suo complesso» sia un fatto, dunque solo la concatenazione di elementi che la strutturano è un qualcosa che accade. L’immagine è il fatto che i suoi costituenti stiano in una certa relazione tra di loro.

    «L’immagine è un fatto.»1

    La tesi secondo cui l’immagine è un fatto implica:

    Il riconoscimento della totale indipendenza della sua funzione simbolica dall’effettiva sussistenza della situazione raffigurata.
    Dal fatto essa svolge l’ufficio di «raffigurare» e non quello di «stare per». Il che vuol significare ancorare il potere raffigurativo alla coordinazione di
    costituenti della struttura interna della proposizione e non all’esterno di essa.
    Non si può indicare il suo significato come se fosse qualcosa di esterno ad essa; esso è contenuto nella proposizione allo stesso modo in cui la scena raffigurata da un dipinto è contenuta nel dipinto.
    Come la relazione tra i modellini d’automobile disposti in un certo modo nel plastico simbolizza autonomamente dalla sussistenza dello stato di cose nel mondo empirico, così si comportano i costituenti di una proposizione linguistica. Le proposizioni intelligibili si presentano come strutture autonomamente dotate di senso interno; ciò che esse significano, il loro essere sensate, precede e prescinde dall’operazione di confronto dell’immagine con la realtà.
    È necessario tenere ferma questa considerazione onde evitare fraintendimenti della teoria linguistica qui enunciata. Seguendo il filo logico teso da Wittgenstein possiamo asserire che un’immagine non svolge la propria funzione simbolica «facendo le veci» della situazione raffigurata ma che la funzione simbolica è essa stessa un fatto interno alla proposizione e si esaurisce in essa.
    L’immagine «mostra», presa nella sua interezza, ciò che ogni suo singolo costituente interno «dice».
    Il risultato di questa costruzione teorica è che i nomi che costituiscono la struttura della proposizione–immagine, nella loro coordinazione univoca con gli oggetti della situazione raffigurata, fungono da punti di contatto fra mondo linguistico e mondo empirico.

    Scrive Wittgenstein: «Che gli elementi dell’immagine siano in una determinata relazione l’uno con l’altro rappresenta che le cose sono in questa relazione l’una con l’altra. Questa connessione degli elementi dell’immagine io la chiamo la struttura dell’immagine; la possibilità di questa struttura io la chiamo la forma di raffigurazione dell’immagine.»2 E prosegue: «La forma di raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una con l’altra nella stessa relazione che gli elementi dell’immagine.»3

    Se poniamo l’immagine sia il plastico, otterremo che la sua struttura, ossia la connessione dei suoi elementi, si può descrivere così: che un oggetto spaziale tridimensionale ne precede un altro su una superficie orientata in una direzione. La forma di raffigurazione del plastico sarà invece la «possibilità» che le coordinazioni raffigurate in esso siano le stesse tramite cui sono combinate le cose in una situazione complessa.
    «Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.”4

    La condizione di verità attuale o possibile riposa sul fatto che gli elementi della struttura dell’immagine fungano da rappresentanti, in modo univoco, degli oggetti della situazione mostrata, e che l’immagine esibisca una organizzazione interna imperniata su relazioni che possa-no intercorrere anche fra gli oggetti del raffigurato. Tale indipendenza del senso rispetto alla verità dell’enunciato è tuttavia limitata alla sfera del nostro afferrare istantaneamente significati.

    È chiaro che le condizioni di verità «possibili» non coincidono mai in una poesia della nuova ontologia estetica con le condizioni di verità «attuali». C’è sempre una distanza enorme tra le due condizioni di verità. In fin dei conti, ciò che interessa alla NOE sono le condizioni di verità possibili, non quelle attuali che si possono verificare con un procedimento di verifica ex post. È lo spazio immaginativo ciò che qui conta. Lo spazio che si apre alla immaginazione.
    il senso della proposizione, ossia il possibile stato di cose raffigurato dall’immagine, può sussistere oppure no, l’enunciato risulta poter essere vero o
    falso. Tale bipolarità delle proposizioni è l’elemento di distinzione della nuova ontologia estetica. Il senso della proposizione, ossia il possibile stato di cose raffigurato dall’immagine può sussistere oppure no, l’enunciato può essere vero o falso, ma non è questo il punto di discrimine per la nuova poesia, scriminante determinante è lo spazio immaginativo che la nuova poesia apre alla immaginazione.
    Wittgenstein distingue le proposizioni in tre tipi:
    Proposizioni sensate: enunciati che descrivono stati di cose. Essi hanno precise condizioni di verità, dunque hanno senso.
    Proposizioni prive di senso: enunciati che non descrivono alcunché. Sono sempre veri o sempre falsi indipendentemente da come stanno le cose nel mondo. Wittgenstein li distingue in tautologie (sempre vere: piove o non piove) e contraddizioni (sempre false: piove e non piove).
    Proposizioni insensate: le proposizioni della filosofia, della metafisica, dell’etica e dell’estetica. Queste ultime non descrivono alcun stato di cose e non sono assimilabili agli enunciati della logica.
    Ecco, proprio queste ultime sono quelle che interessano alla nuova poesia.

    1 Wittgenstein Ludwig, Tractatus logico–philosophicus e Quaderni 1914–1916, a cura di A. G.Conte, Einaudi, Torino 2009, prop. 2.141, p. 30.
    2 Wittgenstein Ludwig, Tractatus logico– philosophicus e Quaderni 1914–1916, a cura di A. G.Conte, Einaudi, Torino 2009, prop. 2.15, p. 30.
    3 Ibidem
    4 Ivi, p. 31

  4. Titolo:
    Dal Manzanarre al Reno, gli Untori.

  5. Francesco Paolo Intini nel corpo centrale del suo polittico” scrive:

    “[…]Capire come ci si comporta davanti a un becco Bunsen
    È lo stesso che infiammare Campo de’ Fiori.”

    un distico appena nel quale, conoscendo ruolo, importanza, impieghi del becco Bunsen nella economia di un laboratorio chimico, c’è tanta chimica-fisica, dalla ossidazione alla riduzione, dalla combustione al combustibile-comburente-temperatura di accensione, dall’energia termica all’entalpia, dal secondo principio della termodinamica all’entropia, dall’ordine molecolare al disordine dell’universo che tende all’infinito, dalla teoria dei colori ai salti quantici elettronici, e altro e altro a altro ancora…Ma se accosto una scheggia di una sostanza incognita sulla punta di un filo di platino alla fiamma del becco Bunsen la sostanza eccitata libera un colore prevalente,
    per esempio un giallo persistente mi dice che la sostanza incognita contiene sicuramente qualcosa a base di sodio, se azzurra contiene di certo del rame, e così via….L’abilità di questo poeta è nel fatto che egli fa uscire il becco Bunsen dal ghetto di un laboratorio e lo proietta sotto la statua di Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori ,e becco di Bunsen e fuoco, combustione e fiamme che bruciarono proprio Giordano Bruno si fondono nel distico… Non è facile scrittura quella del polittico, ma non è facile neppure l’interpretazione completa di ciascun distico… Né è semplice cosa quella, secondo Intini di questo polittico, di ghiacciare una idea “allo zero Kelvin”, vale a dire a -273 ° centigradi….Polittico è anche la parola scientifica che dialoga con la parola poetica. Ed è così verosimile che siano le bottiglie a gestire un bar.

    (gino rago)

  6. Francesco Paolo Intini nel corpo centrale del suo polittico” scrive:

    “[…]Capire come ci si comporta davanti a un becco Bunsen
    È lo stesso che infiammare Campo de’ Fiori.”

    un distico appena nel quale, conoscendo ruolo, importanza, impieghi del becco Bunsen nella economia di un laboratorio chimico, c’è tanta chimica-fisica, dalla ossidazione alla riduzione, dalla combustione al combustibile-comburente-temperatura di accensione, dall’energia termica all’entalpia, dal secondo principio della termodinamica all’entropia, dall’ordine molecolare al disordine dell’universo che tende all’infinito, dalla teoria dei colori ai salti quantici elettronici, e altro e altro a altro ancora…Ma se accosto una scheggia di una sostanza incognita sulla punta di un filo di platino alla fiamma del becco Bunsen la sostanza eccitata libera un colore prevalente,
    per esempio un giallo persistente mi dice che la sostanza incognita contiene sicuramente qualcosa a base di sodio, se azzurra contiene di certo del rame, e così via….L’abilità di questo poeta è nel fatto che egli fa uscire il becco Bunsen dal ghetto di un laboratorio e lo proietta sotto la statua di Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori ,e becco di Bunsen e fuoco, combustione e fiamme che bruciarono proprio Giordano Bruno si fondono nel distico… Non è facile scrittura quella del polittico, ma non è facile neppure l’interpretazione completa di ciascun distico… Né è semplice cosa quella, secondo Intini di questo polittico, di ghiacciare una idea “allo zero Kelvin”, vale a dire a -273 ° centigradi….Polittico è anche la parola scientifica che dialoga con la parola poetica. Ed è così verosimile che siano le bottiglie a gestire un bar, o che siano le bottiglie a essere inseguite da certi personaggi, come dal mio canto ho pensato in questo stralcio di un mio polittico che di seguito riporto, con un commento di Giorgio Linguaglossa:

    Gino Rago
    Sei personaggi in cerca di bottiglie…

    […]
    Thomas Bernhard, in cantina:
    «Tutti qualche volta alzano la testa,
    Credono di dover dire la verità,
    O quella che sembra la verità.

    Poi di nuovo incassano la testa nelle spalle…
    E questo è tutto»

    A Piazza Mastai
    Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore.

    Un messaggio da Stoccolma.
    Il Signor T. al mio amico di Istanbul**:

    « La strada dei poeti non finisce mai,
    L’orizzonte corre sempre in avanti».
    *
    Commento di Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago scrive:
    «Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore»
    e
    «La strada dei poeti non finisce mai,
    L’orizzonte corre sempre in avanti»

    il dato di fatto da cui Gino Rago prende le mosse è che la poesia odierna è rimasta orfana dell’io, è rimasta priva di un orizzonte di attesa, e inoltre, è una poesia anedonica.
    Un linguaggio poetico sterile, intimamente cacofonico e amusaico del tutto inidoneo all’impiego poetico, ma Gino Rago invece di trincerarsi nella narrativizzazione e nella poesia postruista ed euforbica degli epigoni è andato al di là. Non sono più i personaggi che vanno alla ricerca degli attori ma personaggi che corrono dietro le «bottiglie di Dalmore».

    Potrebbero sembrare, le sue, ad un lettore superficiale, delle annotazioni estemporanee, e invece si tratta di considerazioni che vanno al nocciolo della questione.

    «Dopo la distruzione delle forme» avvenuta in questi ultimi settanta anni, siamo arrivati alla distruzione dell’orizzonte di attesa. È stato qualcosa che ha colpito al cuore la poesia del soggetto panopticon, dell’io plenipontenziario. L’io è stato de-fondamentalizzato, il soggetto legiferante è stato de-localizzato e l’ontologia negativa di Heidegger è stata sostituita con una ontologia positiva.

    Si tratta di eventi epocali di cui la poesia italiana che si fa oggi non ha contezza alcuna, ma che la nuova ontologia estetica ha sollevato con tutto il conseguente peso di tali gigantesche problematiche. Le nostre e le risposte di Gino Rago sono state quelle di apprestare e mettere a punto un nuovo dispositivo estetico che si esprime in distici, il cosiddetto «polittico», con salti temporali e spaziali, con sovrapposizione di immagini, di citazioni dirette e indirette, di personaggi e di punti di vista.

    Una poesia, il «polittico» di sconvolgente novità e di enorme difficoltà di esecuzione. Il poeta ritorna ad essere poeta artifex, demiurgo della materia e dello spirito. Un risultato di estrema audacia[…]

    Giorgio Linguaglossa

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/02/24/francesco-paolo-intini-poesia-reloading-faust-commento-di-giorgio-linguaglossa-una-ilva-di-parole-ibernate-un-gigantesco-emporio-del-nulla-che-opera-come-un-frullatore-che-frulla-i-frutti-di-bosc/comment-page-1/#comment-63079
    È morta Kiki Dimoula, la più grande poetessa greca.

    Sintomo da camera singola

    Si stupiscono ogni volta gli albergatori
    quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
    Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

    Quest’anno ho dato in pegno il mare
    e ho deciso di passare le vacanze in montagna
    forse i fruscii del bosco scongiureranno
    quella dannata sindrome di ritorno
    che domina immediatamente ogni mia fuga.
    Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
    penso che potrei anche mettere radici.

    E in montagna lo stesso.
    Come se fosse di ferro la stanza
    e l’aria pura leggera esalasse serratura.
    Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
    ma quelli erano più malati di me.
    La stessa cose mi è accaduta a Pilo
    la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
    a Kalamata l’anno scorso anche peggio
    il treno stracolmo e i pianti che volevano
    ritornare ad Atene a piedi.
    Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

    Mi manca forse la tua assenza?
    Non viene con me la lascio a casa.
    Patto esplicito del cambiamento è che non segua.

    L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci

    *

    Ho un fiore in mano forse.
    Strano.
    Nella mia vita deve esserci
    stato un giardino un tempo.

    Nell’altra mano stringo
    una pietra.
    Con fiera grazia.
    Nessun sospetto
    per preavvisi di mutamenti,
    sentore di difese piuttosto.
    Nella mia vita deve esserci
    stata ignoranza un tempo.

    Sorrido.
    La curva del sorriso,
    il cavo del mio umore
    somiglia a un arco ben teso,
    pronto.
    Nella mia vita deve esserci
    stato un bersaglio un tempo.
    E predisposizione a vincere.

    Lo sguardo affondato
    nel peccato originale:
    assapora il frutto proibito
    dell’attesa.
    Nella mia vita deve esserci
    stata fede un tempo.

    La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
    Addosso un’uniforme d’incertezza.
    Non ha ancora fatto in tempo ad essermi
    compagna o delatrice.
    Nella mia vita deve esserci
    stata abbondanza un tempo.

    Tu non ci sei.
    Ma se c’è un precipizio del paesaggio
    se io sto sull’orlo
    con un fiore in mano
    e sorrido,
    vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
    Nella mia vita deve esserci
    stata vita un tempo.

    *

    La pietra perifrastica

    Parla.
    Dì qualcosa, qualsiasi cosa.
    Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio.
    Scegli una parola almeno,
    che possa legarti più forte
    con l’indefinito.
    Dì:
    “ingiustamente”
    “albero”
    “nudo”
    Dì:
    “vedremo”
    “imponderabile”,
    “peso”.
    Esistono così tante parole che sognano
    una veloce, libera, vita con la tua voce.

    Parla.
    Abbiamo così tanto mare davanti a noi.
    Lì dove noi finiamo
    inizia il mare
    Dì qualcosa.
    Dì “onda”, che non arretra
    Dì “barca”, che affonda
    se troppo la riempi con periodi.

    Dì “attimo”,
    che urla aiuto affogo,
    non lo salvare,

    “non ho sentito”.

    Parla
    Le parole hanno inimicizie,
    hanno antagonismi
    se una ti imprigiona,
    l’altra ti libera.
    Tira a sorte una parola dalla notte.
    La notte intera a sorte.
    Non dire “intera”,
    Dì “minima”,
    che ti permette di fuggire.
    Minima
    sensazione,
    tristezza
    intera
    di mia proprietà
    Notte intera.

    Parla.
    Dì “astro”, che si spegne.
    Non diminuisce il silenzio con una parola.
    Dì “pietra”,
    che è parola irriducibile.
    Così, almeno,
    che io possa mettere un titolo
    a questa passeggiata lungomare.
    [da «Il poco del mondo», traduzione di Clelia Albano]

    (*) Ricordo che qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, codesta cicala da oltre 15 anni invia ad amiche/amici per 3 o 4 giorni alla settimana i versi che le piacciono; immaginate che gioia far tardi la sera oppure risvegliarsi al mattino trovando una poesia. Abbiamo raggiunto uno storico accordo: lei sceglie ogni settimana fra le ultime poesie inviate quella da regalare alla “bottega” e io posto. Perciò ci rivediamo qui fra 7 giorni. [db]

    (Kiki Dimoula)

    La scrittrice Kiki Dimoula, considerata la maggiore poetessa greca contemporanea, è morta sabato sera in un ospedale di Atene all’età di 89 anni, dopo un ricovero di una ventina di giorni, per una grave infezione respiratoria. La memoria e la nostalgia sono i due grandi assi intorno ai quali ruota il suo mondo poetico, in cui l’inesorabile trascorrere del tempo diventa la misura del vuoto che circonda l’esistenza degli uomini. Nata ad Atene nel 1931, Dimoula ha lavorato per tutta la vita professionale come impiegata alla Banca Nazionale Greca. Il suo esordio nelle lettere risale al 1952 con la collezione «Poesie» e da allora ha pubblicato una decina di raccolte di versi, tra le quali «Buio» (1956), «In contumacia» (1958), «Sulle orme» (1963), «Il poco del mondo» (1971), «Il mio ultimo corpo» (1981), «Addio mai» (1988, Premio nazionale di poesia greca) e «Per un attimo insieme» (1998). Con la raccolta «L’adolescenza dell’oblio» (1994, pubblicata in italiano da Crocetti nel 2007) ha vinto il Premio dell’Accademia di Atene. L’antologia percorre l’arco della produzione poetica di Dimoula che sin dall’esordio letterario nell’ambito della poesia greca ha imposto uno stile personale, fatto di ellissi, di assenze, di oggetti del quotidiano, di situazioni “crepuscolari” che lasciano una sensazione di amaro, di incompiuto, di qualcosa che si è perso nei meandri della memoria.
    Dimoula è stata insignita dell’European Prize for Literature alla carriera. Nei suoi versi, scrivono Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani nel Meridiano del «Poeti greci del Novecento» (Mondadori, 2010), «spesso Dimoula personifica il tempo ed esalta la bellezza e l’innocenza con sincero entusiasmo». Kiki Dimoula (talvolta si trova scritto Kikì Dimulà o Kikì Dimoulà) è un’autrice che in Grecia è tra le più amate e che in Europa è stata tradotta in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Italia e in Svezia. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha espresso «la sua tristezza» per la scomparsa della poetessa in un messaggio pubblicato su Twitter: «La Grecia perde una delle voci poetiche più importanti e tutti noi un pezzo della sua sensibilità».

  8. Kiki Dimoula è una poetessa del tardo novecento, e si vede, la sua poesia è post-elegiaca, stile dichiarativo, versificazione breve, discorso dall’esterno con la cinematografia dell’io che dirige il traffico degli enunciati, la poesia di Intini è chiaramente post-novecentesca, ha abbandonato la fenomenologia dell’io, si serve di costruzioni prive di soggetto e prive di verbi di azione, oppure, l’azione c’è ma invertita, come in questo distico:

    Pillola blu o rossa davanti al frigo.
    Di sotto una folla di bottiglie gestisce un bar.

    Con la nuova ontologia estetica si entra in una nuova fenomenologia del poetico, siamo fuori del novecento e delle sue diramazioni epigoniche. Qui siamo in presenza di de-soggettivazioni, segni, scarti, sintomi, lapsus, inversioni, sostituzioni di parole, chiasmi, sostituzioni di soggetto, sostituzione di oggetti… Una indefinita schiera di tropi che vengono sussunti da una soggettità che è stata rimossa e sottoposta alla deregulation… Siamo davanti ad un mondo capovolto, non più riconoscibile. Non è affatto un caso che la NOE si ciba, furtivamente e parassitariamente di philosophy kitchen, di pop filosofia, di pop-post-poesia… Se un lettore si chiedesse che ci stanno a fare una «Pillola blu o rossa davanti al frigo»? Ecco, risponderei che questa è una domanda che non deve mai essere posta, per nessuna ragione, ad una poesia della nuova ontologia estetica.
    In un certo senso Intini adotta l’adagio lacaniano che recita: «pensare con i piedi». Ad un mondo capovolto lui risponde con uno sguardo capovolto. Senza rammarico e senza esitazione. L’Io non è più padrone in casa propria: l’ombra dell’inconscio si allunga definitivamente sul mito della Ragione. Lapsus, sogni e atti mancati giungono a interrompere la continuità dell’Io e a mettere in discussione l’integrità monadica della sua sostanza. Le cose sono diventate fosforescenti, fluorescenti e sono uscite dalla nostra visibilità.
    I significanti tuttavia sono armi a doppio taglio: se da una parte sono gli elementi che permettono l’articolarsi della soggettivazione, dall’altra sono dei virus, si comportano come dei parassiti che si inscrivono nella carne e nella memoria, scavandola e definendola come la pioggia scava il litorale della
    scrittura. Le loro tracce si producono nel corpo come resto ineliminabile, insimbolizzabili della pulsionalità del godimento. Il conflitto tra segno (Simbolico) e scarto (Reale), costringe dunque il soggetto a parlare per sintomi, a riprodurre nell’immagine fantasmata del suo stesso corpo il paradosso di segni indicibili. Questo paradosso di un’estraneità intima, di una extimità che soggioga l’io e lo de-soggettivizza è la caratteristica peculiare della nuova poesia che stiamo investigando.
    Nel commento che Lacan fa al saggio La Negazione di Freud estrapola un altro concetto, la Verwergung, tradotto con forclusione. La forclusione è il meccanismo specifico che strutturale psicosi, meccanismo operante sul significante che permette l’articolazione del simbolico, e, forcludendolo, impedisce che la «cosa» acceda al simbolico, con la conseguenza del suo ritorno nel Reale, nelle allucinazioni o nei deliri degli psicotici. Nella poesia di Intini è in azione il medesimo meccanismo della forclusione, che si comporta come un impedimento all’accesso alla parola che corrisponde a quel significato con la conseguenza del ritorno nel Reale nelle vesti di un’altra parola al posto di quella comunemente condivisa dalla comunità dei parlanti.

  9. Le metafore di Intini hanno di nuovo la “gettatezza” ormai tipica della poesia NOE. In qualche modo Intini riqualifica questa usanza, che, personalmente, e dopo Tranströmer, secondo me, come la musicalità non serve a fare da perno alla poesia. Vi è nella metafora qualcosa di semplice, simile alla geometria piana, o nei solidi le forme primarie. Ma sono proprio queste le figure su cui conviene procedere con lo scavo – bisturi o cucchiaino per incidere la materia. Come già Arnaldo Pomodoro nella scultura. E vi è in Intini un “di qua” dall’orizzonte. Visione interna di Moloc, nella forma compresso, che si sta liberando. Di qua dall’orizzonte, quindi per vie prospettiche – ma in Intini tridimensionali e NOE – ritroviamo classici come Pasolini e Fortini (“ini”come Intini).
    Sempre di qua dall’orizzonte, ecco spuntare un titolo possibile per un’antologia: “Poesia dell’Epoca Covid 19”. O 20, come suggerisce Pierno. Si apre quindi una questione prospettica, semi-ideologica, perché alcuni il “di qua” dall’orizzonte lo vedono da altre distanze e punti di vista, diciamo così, anche temporali… E sì, viene voglia di cercare una sigla, StartApp del divenire, multi-dimensionale, con fattore T. Una o due parole, segno o gesto…

  10. La filosofia ha il compito di attraversare il nichilismo, di intenderlo criticamente, senza però rovesciare il tavolo sul quale viene giocata la partita a scacchi del nichilismo, senza cioè trascendere il nichilismo «positivamente». Il nichilismo non può essere trasceso ma solo attraversato dal pensiero. La poesia, per contro, può solo sostare nel nichilismo, non è il suo telos l’attraversamento del deserto di ghiaccio del nichilismo.
    La poesia questo lo può fare mediante un nuovo linguaggio, mediante nuove categorie e mediante un nuovo impiego delle categorie della metafisica. La fuoriuscita dalla alienazione, che sarebbe la fuoriuscita dal nichilismo, è una chimera che si dà invece in ciò che nel linguaggio del nichilismo stesso si mostra e si dissimula. La fuoriuscita dalla alienazione non può avvenire, il trascendimento del nichilismo può avvenire soltanto nell’ambito del nichilismo. La parola della poesia, confrontandosi al limite con quel non-identico che inevitabilmente è il rimosso e al contempo l’implicito, il negativo, attinge il negativo. E diventa la parola del negativo.

  11. Ha ragione Gino Rago a dire che nella poesia Noe “la parola scientifica dialoga con la parola poetica”. Tanto è vero che sono gli stessi “versi a generare spettri di risonanza magnetica” cioè il mezzo più potente a disposizione della scienza per indagare le molecole, dalle più semplici alle più complesse come le proteine o un tessuto del corpo umano. Gli spettri sono costituiti da immagini, che si reggono su una legislazione che fa a meno del concetto di tempo, inteso come freccia unidirezionale. Una volta abolito questo concetto e stabilito che si può mentalmente tornare indietro, in una sorte di reversibilità microscopica a cui mi permetto di associare il “ pensare con i piedi” che cita Giorgio, qualunque fatto si dissolve perdendo il riferimento con la realtà. La possibilità di capovolgere le situazioni, apre prospettive insperate, crea un mondo “oltre” la razionalità espressa nel verso “ non c’era tempo per la chimica”, in una specie di esperimento mentale senza fine. È l’immagine poetica ciò che conta che codifica il suo potenziale conoscitivo in metafore impegnate nel riciclaggio di tutto ciò che è umano, come se si trovasse di fronte ad un gigantesco “emporio del nulla”, come lo definisce Giorgio Linguaglossa, una montagna infinita di rifiuti, quanti ne ha programmati la morte termica nel suo privare la storia, comunque essa si chiami, di qualunque finalità. Ecco è questa opera di salvezza (?) la direzione del mio modo di intendere la poesia, un’opera che tende a mettere l’umano in salvo, contro ogni logica e contro le leggi stesse della natura e contro la mano di sé stesso. La scrittura dunque come archeologia di un tempo che fa a meno del tempo comunemente inteso e che perciò diventa un insieme di fatti assoluti, nuovi per la mente che così dovrà trovare il modo di decifrarli e adattarli al recettore della sua natura di animale sociale come a ricordagli cosa sta perdendo, cosa ha già perduto, cosa perderà. Grazie a tutti\e grazie Ombra.
    Il titolo della nuova antologia?
    “Poesia all’epoca del contagio”
    Ciao

  12. Marina Petrillo

    Il pregevole automatismo volge il suo raggio a laser.
    In difformità trapela l’algido dissiparsi della forma e, ciò che immensamente espresso, deteriora in suo calco.
    L’inversione matematica funge da baricentro per un nuovo verso di cui non permane suono. Eccedente ad ogni esperimento, traduce a sua insaputa il singulto di una specie ibrida, della cui evoluzione si sconosce l’esito.
    Il tentativo di essere, abbraccia un vuoto ricomposto in sintassi goniometrica. Allinea in parallasse il flusso del pensiero e capitola in iconica rappresentazione.
    Una funzione atemporale. Oltre il sillogismo, tenaglia spirituale convertita in ateismo barocco. Potente ossimoro preda di nevrosi e spaesante nichilismo.
    Un sogno antico traccia il sintagma di un musicare estremo ed ogni voce concorre all’armonia.
    Essere nella simultaneità è forse negarne l’esistenza.

  13. Marina Petrillo

    Titolo dell’Antologia…Io diffuso ad Uno. A NOE.
    Un divertissement…

  14. Cari Marina e Francesco Paolo,

    ecco qui i titoli proposti per la Antologia della nuova ontologia estetica in corso di progettazione:

    Poesia all’Epoca del contagio Covid20
    (nuova ontologia estetica)

    Poesia all’Epoca del Coronavirus
    (nuova ontologia estetica)

    La Nuova Poesia all’Epoca del Covid20
    (nuova ontologia estetica)

    mi sentirei di escludere il titolo proposto da Marina Petrillo perché poco comprensibile:
    Io diffuso ad Uno. Antologia NOE

    Aspettiamo il parere e i suggerimenti dei lettori.
    Un saluto a tutti.

    • Poesia all’epoca del contagio Covid…(quanti autori partecipano 19 o 20?)

      • L’Invito è stato esteso a:

        Anna Ventura
        Mario M. Gabriele,
        Vincenzo Petronelli
        Alfonso Cataldi
        Gino Rago
        Edith Dzieduszycka
        Marie Laure Colasson
        Marina Petrillo
        Giuseppe Talìa
        Lucio Mayoor Tosi
        Ewa Tagher
        Giuseppe Gallo
        Francesco Paolo Intini
        Mauro Pierno,
        Francesca Dono
        Letizia Leone
        Carlo Livia
        Nunzia Binetti
        Giorgio Linguaglossa

        • Diciannove precisi!
          Bellissimo! Nell’elenco appaio come Covid14, tu Giorgio come Covid 19, Tosy Covid10, ognuno un suo capitolo, il suo Covid!!!
          Bellissimo!
          Idea di copertina tanti visi, Covid, quanti siamo noi, che fluttuano, come virus, non meglio identificati. Immagino la capigliatura della Dono sulla mia testa, il mento di Rago a mezzo con la Ventura, i suoi occhiali al prof. Gallo, il cipiglio di Gabrieli, sotto la barba di Intini…e così via…

          Un idea, che ne dite?

          Grazie OMBRA.

            • Trovo la tua idea un po’ goliardica, Mauro. Un tra-noi opposto allo scopo che penso dovrebbe avere un’antologia. Sarà perché Covit 19 non mi convince del tutto. Penso che il contenuto filosofico e critico dovrebbe convergere in un verso… Stamattina ho cercato tra i versi di Alfredo De Palchi, ma ho trovato solo questi titoli:
              al prossimo incubo
              A immagine del mio.
              tavolo con carta, cenere
              il gergo inconcluso
              la faccia altrove
              l’intrigo del mio tempo
              e
              con astuzia / di pesci ai fianchi

              Già che ne sto parlando, riporto qui una strofa di De Palchi che stramerita di essere ricordata:

              Una mosca adolescente bruisce
              sulla gamella calda di zuppa
              annunziando l’infezione
              e gira l’orlo come sulle labbra
              di me che sogno di uccidermi

              • Lucio una poesia di De Palchi che aveva colpito anche me. Vero davvero forte.

                Hai ragione il titolo con Covid non convince appieno…

                L’idea della Dono…pensiamoci…

                Abbracci.

                • Sappiamo dei Novissimi, Giuliani Sanguineti & C. ed erano i primi anni ’60. Penso anche che prendere distanza sia un po’ come morire al passato. Il novecento è stato un susseguirsi di avanguardie, tripudio di critica e avanspettacolo. Bello, ma adesso siamo tutti vicini di casa.

  15. Un pensiero

    L’aspetto che più mi colpisce in autori tanto dissimili (parlo ad esempio di Francesco Paolo Intini e Marina Petrillo, ma lo stesso discorso vale anche per altri autori NOE), è che la loro poesia rinunciando al soggetto prometeico e plenipontenziario che ordina il reale e legifera su di esso (anche con una semplice descrizione del reale si può legiferare), fanno una poesia che non si fa, scrivono una poesia che rinuncia al dominio sull’ente, al dominio della tecnica sull’ente. Quello che Derrida chiama «il ritrarsi dal linguaggio» è proprio questa «rinuncia», non come atto di non-volizione (che ricadrebbe sotto il dominio della volontà di potenza) ma come atto di astensione da qualsiasi volizione. Soltanto a questa condizione il linguaggio si presenta, si fa manifesto, presenta il proprio biglietto da visita.
    Solo in quanto non invitato il convitato di pietra si presenta.

  16. Suggerisco una copertina senza immagini. Colore blu cobalto con graffi. Titolo I nuovi Noe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.