Stanza n. 13, Poesia di Giorgio Linguaglossa, Ingehaltenheit in das Nichts, mantenersi nel Nulla, La nuova poesia, la nuova arte è questo periclitante mantenersi nel Nulla 

foto Vopos

Agenti della Vopos con impermeabili scuri.
camminano rasente i muri.

Giorgio Linguaglossa

Ingehaltenheit in das Nichts, mantenersi nel Nulla, per Heidegger è la condizione dell’EsserCi.
La nuova poesia, la nuova arte è questo periclitante mantenersi nel Nulla proprio in quanto mantenimento nei limiti e nella circonferenza del finito.

Costitutiva della verità dell’essere è per Heidegger la sua finitezza, o il fatto che l’essere è finito, il che ha sollevato un mare di discussioni sull’ateismo di Heidegger, sulla morte di Dio, come morte del Dio della metafisica tradizionale. Il che ha sollevato un mare di eccezioni. Che l’essere sia finito significa per Heidegger che la verità dell’essere si manifesta all’esserci dell’uomo solo sulla base del nulla. Se Dio fosse l’essere assoluto, sarebbe limitato dal nulla al quale si deve rapportare nella creazione del mondo. Occorre quindi ammettere che il nulla si manifesta come appartenente all’essere stesso. Ergo, l’essere è nella sua essenza finito in quanto si manifesta soltanto nella trascendenza dell’ esserci che si mantiene nel nulla.
La trascendenza dell’esserci rispetto all’ente nel suo tutto è radicata nella sua finitezza, che è al tempo stesso la finitezza dell’essere, cioè la coessenzialità dell’essere e del nulla.

L’esserCi non è semplicemente nel tempo, ma il tempo è piuttosto il senso dell’esserCi. Le cose sono nel tempo, scorrono nel tempo, ma il tempo è intemporale. Le cose scorrono nel tempo proprio in quanto hanno un luogo dove stare, e questo luogo è il tempo.
La temporalità è la dimensione fondamentale dell’esserci, che è l’essere dell’uomo come esistenza, come essere gettato nel tempo e come progetto. L’esserci è il terreno su cui basare la domanda della ontologia fondamentale. 2

1 Cfr. Was ist Metaphysik?, trad. it. Che cos’è Metafisica, cit., p.15.
2 Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, 1927

*

Ecco l’ennesimo rifacimento di una mia poesia. Ho sostituito moltissime virgole con dei punti. Ho sbirciato nella Stanza n. 13.

Foto Vopos Verso la libertà a bordo della BMW Isetta, Una storia vera

…verso la libertà a bordo della BMW Isetta, una storia vera…

Stanza n. 13*

Agenti della Vopos con impermeabili scuri.
camminano rasente i muri.

Torrette di avvistamento. A sinistra, il muro. A destra, il muro.
Una scala a chiocciola. In ferro.

Prigionieri. Gendarmi. Hangar. Corridoi. Cancelli.
Uniformi. Celle. Sbarre. Cancelli.

Pavimento epossidico color ambra. Materasso. Tavolo.
Lampadina. Soffitti. Oblò. Cortili.

Cellule fotoelettriche. Torce elettriche. Riflettori.
K. con i tacchi a spillo fuoriesce dalla finestra

Ed entra dentro la cella del filosofo.
«Veda Cogito, i marziani hanno occupato lo stabilimento balneare.

Si arrenda. Non ha più scampo ormai».

[…]

Ma io sapevo che il filosofo avrebbe vinto la partita,
sarebbe andato fino in fondo.

Che cosa aveva da perdere ormai…

Ma scacciai subito quel pensiero. Lo sostituii con una sigaretta elettronica.
Per paura. Forse.

Per disperazione. Per dissipazione. Per distrazione.
Per dimenticanza.

[…]

Il Re di Denari bacia la dama in maschera.
Un quadro del Tiepolo. Il cicisbeo accenna un inchino che non avviene.

La dama con l’orecchino di perla manda un sms a Vermeer,
c’è scritto: «Voglio anch’io un ritratto come quello che ha fatto

A quella sguattera con l’orecchino di perla…».
Il pensiero impresentabile mi sorprese all’angolo di via Gaspare Gozzi.

Pietro Longhi ritrae la damigella col guardinfante
in posa col papà nello studio del pittore, al Cannaregio.

Mozart compila il 740, si reca al Caf per la denuncia dei redditi.
Mangia un gelato italiano alla panna. Ride.

Ma dimentica qualcosa, ordina al calessino di tornare indietro.
E si perde nel traffico della Vienna imperiale.

[…]

A destra, la scala a chiocciola. Di fronte, il vano dell’ascensore.
Rumori di ascensore. Ottusi.

Fantomas imbracciò il piede di porco e sollevò la saracinesca
«La metafora non è l’enigma ma la soluzione dell’enigma».

I cristalli della vetrina splenderono di luce abbagliante.
Poi si pulì i guanti con lo spazzolino da denti.

E prese congedo.

*

*Ecco qui un «polittico» composto con spezzoni e frammenti di altre poesie distrutte dall’hacker e da me miracolosamente ripescati dalla memoria. Quindi, si tratta di duplicati di scarti e di frammenti che forse non hanno né capo né coda, o forse hanno una coda, ma senza alcun capo… Lo stile è nominale; ho eliminato tutti i verbi inutili e gli aggettivi esornativi. Ho lasciato i nomi e le immagini.
Il «polittico» abita la pluralità dei tempi e degli spazi. Più spazi e più tempi convergenti costruiscono la casa del «polittico», altrimenti non si ha «polittico». C’è un filo conduttore che unisce quei tempi e quegli spazi, ma non è neanche detto che ci sia. Molto probabilmente ci sono una molteplicità di fili conduttori che si dipanano dal «polittico», c’è un tessuto di fili che tiene insieme il «polittico». Ma, anche se non ci fosse, non importa, perché l’arte è finzione, finzione che qualcosa accada; e finzione significa rappresentazione.

«Vero è che la permanenza è propria del tempo considerato nella sua totalità. Come tale il tempo non scorre, non cambia. Cambia, scorre, ciò che è nel tempo».1]

1] V. Vitiello, op. cit. p. 203

Foto Karel teige collage 1

Karel Teige, collages

«Il trucco è l’arte di mostrarsi dietro una maschera senza portarne una», scrive Charles Baudelaire. Nel suo Éloge du maquillage (1863), indica, infatti, la necessità di utilizzare i mezzi della trasfigurazione per ricercare una bellezza che possa diventare artificio, mero artificio prodotto da un homo Artifex, ultima emanazione dell’homo Super Faber, Super Sapiens.

Il «polittico» è il nuovo, originalissimo, modo di pensare il «politico» oggi, cor-risponde agli «spazi interamente de-politicizzati delle società moderne» ad economia globale (Giorgio Agamben), è quindi una forma d’arte integralmente politica, che fa della politica estetica, che ritorna a fare della politica estetica, cioè un’arte della polis per la polis.

la globalizzazione è un processo ancipite, in cui agiscono vettori anche contrastanti: non vi è solo sconfinamento e apertura al globo, ma vi operano anche dinamiche di collocazione e localizzazione. Ci si muove nel quadro dell’Europa, che di per sé è uno spazio impensabile prescindendo da conflitti e polemiche: le assonanze, le linee di convergenza tra le varie tradizioni presentano la peculiarità di essere in se stesse complesse. Non esiste, in questo senso, «la filosofia europea». Non esiste, in questo senso «la poesia europea». Però. lo so, è paradossale, oggi può esistere soltanto una poesia europea, che abbia una cognizione del quadro storico-stilistico europeo.  Oggi può esistere soltanto una filosofia europea. Pensare ancora in termini di una «poesia italiana» che si muova nell’orbita: dalle Alpi al mare Jonio, permettetemi di dirlo, è una bojata pazzesca. La globalizzazione è un processo macro storico che attecchisce anche alla forma-poesia.

Oggi si richiede la ri-concettualizzazione del paradigma del politico e del poetico operata da ottiche differenti e tuttavia caratterizzata da una comune o convergente fuoriuscita dallo schema classico: Avanguardia-Retroguardia, Poesia lirica- Poesia post-lirica. Oggi occorre ri-concettualizzare e ri-fondamentalizzare il campo di forze denominato «poesia» come un «campo aperto» dove si confrontano e si combattono linee di forza fino a ieri sconosciute, linee di forza che richiedono la adozione di un «Nuovo Paradigma» che metta definitivamente nel cassetto dei numismatici la forma-poesia dell’io panopticon della poesia lirica e anti-lirica, Avanguardia-Retroguardia. Da Montale a Fortini è tutto un arco di pensiero poetico che occorre dismettere per ri-fondare una nuova Ragione pensante del poetico. Dopo Fortini, l’ultimo poeta pensante del novecento, la poesia italiana è rimasta orfana di un poeta pensatore, un poeta in grado di pensare le categorie del pensiero poetico del presente. Quello che oggi occorre fare è riprendere a ri-concettualizzare le forme del pensiero poetico del presente. Dopo Fortini, la resa dei conti poetica è rimasta in sospeso e attende ancora una soluzione.

20 commenti

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20 risposte a “Stanza n. 13, Poesia di Giorgio Linguaglossa, Ingehaltenheit in das Nichts, mantenersi nel Nulla, La nuova poesia, la nuova arte è questo periclitante mantenersi nel Nulla 

  1. Una mia poesia di tre anni fa che ho suddiviso in distici. La ripropongo.

    Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
    suvvia Cogito, siamo seri…»

    https://lombradelleparole.wordpress.com/…/…/comment-page-1/…

    Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
    Verso il fronte russo.

    Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
    ha con sé la valigetta diplomatica.

    Cogito ha nella tasca interna della giacca
    la fotografia di Enceladon.

    […]

    Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
    «L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,

    Voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
    per il vostro ruolo.

    La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
    Che vuole, sarebbe semplice per me

    Far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
    ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,

    Ed io detesto le soluzioni finali, preferisco, invece,
    complicare ciò che è semplice.

    Giocare con Lei, Herr Cogito, tutto sommato, mi diverte,
    è come il gioco con il gatto e il topo.

    Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
    Ha qualcosa dello specchio da toeletta, ma rammenta

    Lo specchio ustorio…
    Qualcosa di… dis…dicevole…».

    […]

    «A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
    mentre fuma un sigaro italiano.

    «Kyrie Eleison, Signor Cogito, Lei è un irriducibile imbrattacarte.
    Pensi che adesso, a Londra, sotto il Blackfriar Bridge, pende il corpo di un impiccato.

    Chi l’ha impiccato? Oh, bella questa! Suvvia, Cogito
    non sia maleducato…»

    […]

    «Ecco, diciamo – riprese il Signor K. –
    che interverrò, di persona,

    Di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
    negli eventi del mondo.

    Lei, Mario Gabriele, Marie Laure Colasson e gli altri sodali?
    Sì, penso che possiamo prendere un caffè, insieme.

    La «nuova poesia ontologica»?,
    suvvia Cogito, siamo seri…

    Mi congedo. E mi prendo la libertà di comparire.
    E scomparire.

    Di quando in quando…»

  2. Ewa Tagher

    Caro Linguaglossa, leggere le Sue Stanze è come entrare da soli al cinema, mettersi seduti e godersi un cortometraggio, sospesi nel buio, lontani da ogni percezione dello spazio-tempo. Appoggio l’idea di sostituire le virgole con i punti: sono tagli scenici, obbligano a posare lo sguardo sugli oggetti per più tempo, a non distrarsi troppo, con la conseguenza di rimanere inchiodati nella Stanza n. 13. Finita la visione del corto, ci si guarda le mani, sicuri di avere i guanti.

  3. Riposto una dichiarazione di intenti di Mario Gabriele di tre anni fa.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/22/mario-m-gabriele-a-proposito-del-frammento-esemplificazione-e-racconto-della-propria-poesia-dal-punto-di-vista-del-frammento-con-poesie-da-in-viaggio-con-godot/
    Caro Giorgio Linguaglossa,

    accolgo volentieri l’invito a decriptare i miei testi dalla struttura base, per una maggiore esemplificazione della metafora e di altre figure retoriche. L’idea di una poesia per ”frammenti”, rimane per me un percorso obbligato e di grande interesse. Tu paragoni questo modo di poetare a tanti elementi disgiuntivi che si ricompongono poi in un unico corpo, ma anche a una fotografia, che alla fine riporta in superficie spazi e sottofondi celati. Immaginiamo per un istante uno specchio che si rompe in mille pezzi. Ognuno di questi è essenziale per tornare a ricostituire la forma originaria. Si tratta, in altre parole, di una specie di implantologia, per inserire elementi in grado di armonizzare il “trapianto”, restituendo al corpo poetico la sua funzione. Credo che un buon poeta debba agire rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta. Considerare questa rete di connessioni, e di interazioni, presupponendo per un istante che il frammento non è il transitorio elemento del dire linguistico, ma la particella essenziale, che è il mistero stesso della poesia, e della sua evoluzione, significa dare infusioni vitali per esistere al di là di ogni naufragio della parola. Sottoporre all’attenzione dei lettori, certi canoni estetici, non rientranti nella omologazione passata e presente, può destabilizzare gusti e coscienze, fino a produrre smarrimento. Da cosa partono le mie riflessioni sul rapporto tempo-spazio? Proprio dalla percezione della realtà che non è mai unica e monotematica, perché poggia su un nichilismo che non lascia aperte le porte all’illusione, ma crea altri universi frammentati, unicellulari, come soggetti-oggetti, e ologrammi riproducenti larve, fantasmi, tracce, segmenti di vita nella perdita del senso. Ciò che occorre non è la camera delle ibernazioni linguistiche di certa letteratura novecentesca, ma quella delle trasfusioni lessicali di diversa provenienza, in armonia con ciò che è il linguaggio contemporaneo, che si collega a varie fenomenologie artistiche, sociali, scientifiche, politiche, economiche ecc., tra ciò che è il “tempo interno” e il “tempo esterno”. E’ il mio modo di confrontarmi anche con altri poeti, nel comune bisogno di esternare la realtà con la poesia, secondo le proprie esperienze culturali e stilistiche in un comune Progetto di Rinnovamento e di Ossigenazione della parola. Il territorio letterario e poetico è così multiforme che non esiste un solo Paradigna adatto per tutti i tipi di poesia. Ciò che avvilisce la parola è il lirismo che ha una grande responsabilità nell’affossare i progetti linguistici contemporanei. Viviamo nel terzo millennio, tra parole e cose sempre in continua fibrillazione e attecchimento nell’ordinario linguaggio. Ci si abitua ad una terminologia consumistica, informatica, mediatica, i cui termini sono corrispondenti all’azione del nostro volere e della nostra capacità di accettare il clima culturale, in cui si vive. La poesia per frammenti ricorre a questi strumenti, per innestarli in un unico corpo, che si connette a molti elementi in(organici) che danno l’esatto valore all’espressionismo linguistico, senza alcuna connessione con l’elegia.Su questo tema, mi collego a una citazione di Mario Lunetta, tratta da una intervista rilasciata a Simone Gambacorta, in risposta alla domanda sul “fare” poesia, ed è questa: “Detesto il lirichese, oggi così di moda in questo nostro stupido paese. Mi ritengo un poeta dialettico, che non guarda solo il proprio ombelico e non celebra le proprie pulsioni individuali. Il mondo è vario, anche se sempre più omologato nella volgarità, e un poeta deve avere il coraggio e la consapevolezza di guardarlo e confrontarvisi. Per farlo, occorre rinunciare alle scorciatoie del lirismo e dell’elegia – Baudelaire diceva che “tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie” – per misurarsi coi linguaggi complessi. Quindi, non emozionalità di primo grado, ma lucidità e straniamento“. Detto questo, non posso esentarmi dal riportare alcuni tratti del mio fare poetico da In viaggio con Godot di prossima pubblicazione:

    (….)
    Linda guardò l’Origine del mondo di William Blake.
    -In principio era il Verbo.
    Poi venne la luce divisa dalle tenebre.
    Il mare si popolò di meduse e il cielo di volatili.
    Nel Giardino maturò l’inganno,
    la carne divenne cenere e la notte eterna-.
    Così parlò padre Oddone da Larino.
    Remember me!

    La prima nota di eccezione è la mancanza di liricità. Si stravolgono qui gli assetti strumentali e formali: i cosiddetti canoni estetici di cui si è nutrita la poesia post-montaliana. Siamo di fronte ad una presa d’atto della coscienza che si fa avanti tenendo a confronto la riproduzione coloristica della Creazione del Mondo da parte di William Blake, di fronte a una visitatrice di nome Linda, facendo poi seguire, da parte mia, in forma più descrittiva, la Creazione del Mondo dell’Antico Testamento, fino al Peccato Originale e alla condanna del genere umano con la morte. Tutto questo è riportato da Padre Oddone da Larino nei suoi sermoni domenicali. La fine dell’uomo ha una sola preghiera con il Remember me, prima dell’oblio. Ritengo il tema non retorico e astratto, in quanto si tratta del destino dell’umanità esaminato dalla filosofia atea e dalla religione. Nella struttura del testo si notano ben sette punti di interruzioni, che non interrompono il concetto, ma lo integrano dandogli un senso compiuto. Ecco l’armonia del frammento!

    (….)

    Linda guardò l’Origine del mondo di William Blake.
    -In principio era il Verbo.
    Poi venne la luce divisa dalle tenebre.
    Il mare si popolò di meduse e il cielo di volatili.
    Nel Giardino maturò l’inganno,
    la carne divenne cenere e la notte eterna-.
    Così parlò padre Oddone da Larino.
    Remember me!

    La visita nel Museo Condè continua da parte di Linda ammirata dalle miniature dei Fratelli Limbourg. Vi è un dialogo, una sorta di avvertimento fra il guardiano o speaker e i turisti, per evitare che essi superino le transenne, che demarcano il luogo, dando la precedenza alle sofferenze passate e presenti, in particolare, a quelle citate in Esodo 3,1-12 e del dolore provocato nella guerra di Aleppo di oggi. Anche in questa struttura non retrocedono i frammenti. Diventano uniformi con quelli della prina strofa. Ne armonizzano il significato globale. Non c’è deriva di autocompiacimento o di esaltazione psicoestetica, nè di lirismo tout court. Siamo di fronte al linguaggio mentale?. A quello storico?. Al Modernismo citazionistico?. Alle luminarie del verso?. O ad una situazione culturale capace di creare nuove realtà dinamiche e di programmazione di una Voce che chiede ascolto? Queste domande sono in effetti pre-risposte circa la funzione del frammento.
    (….)

    Nel Museo Condè splendevano le miniature
    dei Fratelli Limbourg.
    Uno speaker avvisò i turisti
    di non oltrepassare le transenne.
    -Prima di voi- disse,
    -ci sono le piaghe del mondo e di Aleppo-.
    Citò i passi da Esodo 3,1-12,
    i Vangeli Apocrifi e quelli di Luca e Giovanni.

    Il dinamismo temporale ed esistenziale non trova pausa in questa strofa neanche con il ricorso al Kyrie Eleison. Siamo alla resa dei conti della solitudine esistenziale e al fenomeno delle immigrazioni, che qui rivestono un ruolo umanitario e sociale, dove sotto il “ponte di Londra / scorrono i corpi dei naufraghi o già di “fantasmi” che non hanno mai conosciuto una vita migliore.

    (…..)

    Odette si fermò a Walterplatz.
    Scrisse appunti brevi come haiku
    sulle pagine del Die Welt.
    Lasciò ciclamini e primeroses
    sulle tombe a Magdeburg
    e in via San Giovanni,
    dove anche la tua lampada,
    mammy, era spenta.

    La chiusa del testo, tranne qualche altro passaggio non inserito, è il significativo omaggio e ricordo dei vivi verso i morti, che rimangono così sempre nella memoria, anche se si spegne la lampada della vita. Questi sono i soggetti principali che diventano i miei frammenti, più vivi e attuali e traccia segreta e metaforica di un dire poetico sempre in assalto dentro la mia sensibilità.

  4. tiziana antonilli

    Caro Giorgio, la poesia Stanza n. 13, come è stato scritto nel bel commento di Ewa Tagher, ci porta in un non- luogo claustrofobico dove il tempo deraglia, i quadri si animano e recriminano, Mi sembra l’espressione poetica della società del controllo, nessuno è libero, una rete avvolge e imprigiona cose e persone. Anche io ho avuto l’impressione di aver visto un film , un noir che lascia lo spettatore con il sapore…dell’enigma. Il messaggio a Vermeer è, a mio parere, un momento forte e significativo.

  5. Mai come in questi versi ripescati dallo scrigno della memoria e riarrangiati in quella che oggi nel panorama della poesia italiana contemporanea è la forma-polittico in distici Giorgio Linguaglossa si accosta proprio ad Ágota Kristóf, una delle più grandi interpreti dello straniamento europeo del ’900, e propone nei suoi versi, tra i Vopos di Berlino Est, e in compagnia del Signor K e Cogito, un disperato viaggio verso una autentica patria linguistica.

    Straniamento e viaggio dati per frammenti tra ironia e malinconia con versi e personaggi di identità kafkianamente sfuggenti e schiacciati dalla cupezza dei loro destini, mentre

    “[…]Mozart compila il 740, si reca al Caf per la denuncia dei redditi.
    Mangia un gelato italiano alla panna. Ride[…]”, in uno spazio e in un tempo indefiniti.
    (gino rago)

  6. ricevo sul mio cellulare un sms di Ágota Kristóf per Giorgio Linguaglossa, per Mario Gabriele, per Marie Laure Colasson e lo rendo noto:

    sms di Ágota Kristóf

    “Cari Giorgio Linguaglossa e Mario Gabriele,
    cara Marie Laure Colasson,

    Vi invidio. Avete ancora forza e voglia di scrivere…
     Io non scrivo più.

    Non mi interessa pubblicare.
    Se non avessero ritrovato questi testi

    non avrei consegnato niente agli editori per altri dieci anni.
    D’altra parte, mi sembra di aver pubblicato abbastanza.

    Ho scritto soltanto quattro romanzi
    e nove testi teatrali.

    Ho rivisto i due inediti
    Eppure sono considerata una delle maggiori scrittrici viventi

    in lingua francese, tradotta in trentatré lingue.
    […]
    Può essere che abbia altre cose da raccontare.
    È la voglia che mi manca.

    Continuo a scrivere ogni tanto per me stessa
    ma forse lo trovo anche un poco inutile.
    […]
    Sono uscita l’altro ieri dall’ospedale.
    Sono tornata nel mio appartamento.

    Sto in una vecchia casa nella parte vecchia di Neuchâtel,
    in una strada dove non si sta mai tranquilli.

    Ci sono prostitute, drogati, ubriachi.
    Ma ci sto bene.

    C’è il supermercato vicinissimo.
    I chiodi mi hanno lasciato cicatrici.

    Dappertutto[…]”

    gino rago (a cura di)

    • mariomgabriele

      caro Gino,
      se mi è consentito esprimere un parere, direi che il messaggio di Agota Cristòf , a cominciare da:”Continuo a scrivere ogni tanto per me stessa” fino alla fine, direi che ha tutte le sembianze di una poesia NOE. Giorgio, in questo caso, potrebbe svilupparne un distico per chi ci segue . Che ne dici?

      • Caro Mario, lo sappiamo dalle sue esperienze sul campo che Giorgio Linguaglossa ha risorse vastissime…Il mio compito verso L’Ombra d. P. è quello spesso di pro-vocare dibattiti i quali, diciamolo, da quando Mariella Colonna ci ha lasciato per intraprendere un altro tipo di viaggio, e Rossana Levati ha diradato i suoi interventi, la qualità e la quantità dei dibattiti-commenti ne hanno, quantità e qualità, risentito….

  7. mariomgabriele

    Esprimere la propria dichiarazione di poetica è come adagiarsi sul lettino di Freud confessandogli il metodo di indagine sulla poesia. La Rivista ha sempre cercato di esporre una linea critica e conoscitiva sulla Nuova Ontologia Estetica con le varie riflessioni esposte da Linguaglossa.

    Non è stato un lavoro facile,e non lo è tutt’ora,considerando l’impossibilità di introdurre il frammento e il polittico in una sensibilità poetica fedele alla tradizione.

    Qui si tratta di linguistica e di concetto di struttura come mezzi interdinamici e di superamento dall’attuale crisi del linguaggio. Più in specifico è una svolta in direzione gnoseologica o assiologica.

    C’è una asimmetria tra un testo poetico del Novecento e quello della NOE, A determinare questa differenza, intervengono i Tempi della Storia in cui viviamo e soprattutto il problema dell’Essere.

    Persiste ancora il pensiero debole di Vattimo che si richiama ad una interpretazione della differenza ontologica.Lavorarci sopra è indispensabile nelle diverse esposizioni estetiche, purchè si faccia patria comune in questo esercizio della forma senza esporsi a funambulismi estetici difficili a interpretarli.Qui colgo l’occasione per ringraziare Giorgio per aver riportato un mio post in cui espongo il mio modo di fare poesia, essendogli vicino per tutta quella faticosa opera di recupero dei testi portati via dall’hacker.

    • Talìa

      Caro Mario M. Gabriele,
      io penso che la nuova poesia che si è sviluppata in queste pagine sia caratterizzata dal tropo. Il tropo, con la deviazione diretta a rivestire altri contenuti, con la sua carica di metafora, sineddoche, allegoria, ironia, metonimia, iperbole ecc. , sia il tratto distintivo della NOE, l’Ombra del Tropo. E’ come se ci fossimo dati un appuntamento sulla torre dell’antenna televisiva di Alexanderplatz di Berlino.

  8. Ricevo da Gino Rago questa e-mail,
    che condivido con voi care OMBRE.

    Il caro Rago pare conoscermi da sempre.

    ********************************************
    Mauro Pierno, Ramon, Edizioni Terre d’ulivi, Lecce, 2017, pp.58, euro 10

    Perché Mauro Pierno sceglie per questa sua agile ma densa plaquette il titolo Ramon?

    La spiegazione, almeno una spiegazione parziale, l’ho trovata a pagina 27 di questa sua raccolta poetica, e viene dal Sergio Leone di Per un pugno di dollari: « Al cuore Ramon, al cuore,/ altrimenti non riuscirai a fermarmi… » E il poeta, nato a Bari nel 1962, autore assai apprezzato di testi teatrali, scrive a integrazione del brevissimo monologo del film di Sergio Leone: « Sparano al sole/ centrando solo nuvole e nuvole,/ senza bersaglio. » e da soli questi pochi versi sono una dichiarazione di poetica.

    Il libro poetico di Mauro Pierno, Ramon, consta di tre sezioni che l’autore denomina “Libri”:

    Libro A, Perdo il controllo del silenzio; Libro B, Le parole sistemano se stesse; Libro C, l’assonanza. Messi insieme i tre titoli, proposti in distici, si ottiene:

    “ Le parole sistemano se stesse.
    Perdo il controllo del silenzio.

    L’assonanza.
    Al cuore Ramon, al cuore.

    Altrimenti non riuscirai a fermarmi.”

    E al cuore delle emergenze del nostro tempo mira nei suoi versi Mauro Pierno, accatastando fotogrammi in uno stretto rapporto tra parole e immagini, come tanti fiori messi nei bicchieri.

    Con chi parla il poeta? Fa finta di parlare con sé stesso ma esterna il di dentro, nella nostalgia della parola che nessuno più abita. Cerca la sua patria linguistica. In un ‘io’ poetante senza narcisismo, senza la pretesa di porsi a misura del mondo, e della storia, Mauro Pierno si dichiara:

    “ avrei voluto essere un poeta/ fingo// avrei voluto esserlo per davvero/ scrivo.”

    Cosa cerca il poeta di Bari e che vive a Ruvo di Puglia?

    In una forma di “giustificazione” di Ramon, Mauro Pierno scrive: « Cerco il diletto di cose inutili. Concettualmente divenute inutili[…], dell’acqua, per esempio, che danza e sorride, senza ragione, per il solo diletto del poeta […] ». Nel corpo il poeta avverte una zattera immobile, alla fine Mauro Pierno si consegna al vento,

    “ al vento part-time, scodinzolandogli attorno/ ho sottratto la voce”.

    Questa raccolta, Ramon, non ha presentazione, non ha retro di copertina, non ha nemmeno postafazione. In epigrafe ha soltanto uno stralcio delle Finzioni di Jorge Luis Borges, riguarda il cosiddetto « metodo regressivo » di accostamento a un libro: “per localizzare un libro A,/ consultare preventivamente il libro B;/ per localizzare il libro B,/ consultare preventivamente/ il libro C; e così fino all’infinito…” Mauro Pierno qui è ancora distante dal distico e dal polittico, cui tuttavia tende. Costruisce ragnatele ma non di fili, bensì di « masserizie&immondizie », fa barricate di plastiche e scarti nel ricordo della “totalità” smarrita se non perduta. Nell’esilio permanente che per il poeta è esilio linguistico a Mauro Pierno di Ramon non resta che evocare strappi, spaesamenti e spoliazioni nello statuto non dichiarato delle parole dimenticate .

    Gino Rago
    Roma, 21/22 febbraio 2020

    Da Ramon
    *
    Pertanto l’aria statica primaverile
    posata sopra i corpi, sorride stralunata:
    un’ebete striscia chiara,
    un’anemica sensazione di franchezza.
    *

    Le parole si sprecano
    La memoria mi inganna
    Il quore
    La realtà diventa essenziale
    Parli di armi
    T’ascolto
    Il suono delle sirene
    A mezzogiorno disturbano il pranzo
    Spararsi d’obbligo
    Dalle sei alle diciotto
    Un’ora per la pausa
    La cena devi conservarla
    Per il pranzo di domani
    Dopodomani non mangi
    Lo stomaco vuoto
    Quelli che intervistano nei campi
    Sono soltanto ossa
    Il viso è contratto
    Ascolto sorridendo
    “Hai vinto!”
    (Ho vinto un viaggio nella ex Jugoslavia)
    Le coste sono deserte
    Il mare azzurro
    Il futuro semplice:
    Io ammazzerò.

    *

    Tramo trappole senza fili
    adescando fantasmi, costruisco
    rozze ragnatele non di semplici
    fili ma barricate & masserizie & immondizie
    scarti sentimentali, plastiche, e pure sorrisi.
    Connetto, godo e m’addormento.
    Pure tu, non sei più la stessa,
    cara notte,troppo vicino all’alba,
    confusa ammansita.
    Un croupier ha ammassato tutte
    le nostre fiches. Quanto,
    quanto abbiamo vinto!

    Grazie OMBRA.
    …e grazie Gino Rago.

    • Mauro Pierno, dichiarando su L’Ombra il suo gradimento pieno della mia nota di lettura della sua raccolta poetica, Ramon, mi dà una scheggia di quello che ancora mi ostino a chiamare “appagamento”.

      Mauro Pierno da tempo mostra d’essere un fedele compagno di viaggio lungo le avventure poetiche ed ermeneutiche de L’Ombra; in me, ho avvertito il richiamo di dedicare al suo lavoro poetico un poco di attenzione.

      E, per me, ne è valsa la pena.

      (gino rago)

      • …E per me ne è valsa la pena.

        Anche se Mauro Pierno, forse all’acme della sua ironia intrisa di malinconica riflessione su quel perenne esilio che è poi la vita, scrive
        “il quore” anziché “il cuore”…

        (gino rago)

    • Alfonso Cataldi

      Complimenti Mauro e grazie a Gino Rago, per la passione instancabile e la competenza che mette sempre nelle sue analisi.

      • ringrazio vivamente alfonso cataldi, non è poca né piccola cosa intercettare l’altrui gusto estetico e l’altrui gradimento quando ci si esercita nella lettura dell’altrui esperienza poetica, come in questo mio accostamento alla poesia di mauro pierno; alfonso cataldi non immagina quanto possano aiutarmi parole come queste: “grazie a gino rago, per la passione instancabile e la competenza che mette sempre nelle sue analisi…”,
        nel perimetro delle patrie lettere apprezzamento e riconoscenza sento che sono in via di estinzione…
        ora torno a riflettere su questi versi: «Vai là, in città, dove le persone sono felici perché non conoscono l’amore» nei quali giorgio linguaglossa opera un rivolgimento antropologico, religioso, filosofico, etico, estetico: la felicità è di chi non è in amore…

        (gino rago)

  9. In queste nuove poesie, Giorgio Linguaglossa prosegue l’opera di demolizione della poesia di tradizione, istituzionalizzata. Ma, penso, attenzione perché Giorgio non è un ribelle; al contrario, è un conservatore; e dei più accaniti, perché chi meglio di un conservatore può accorgersi ed osservare con tanta lucidità di giudizio le rovine e lo stato di degrado in cui versa l’anima nostra; in poesia, e più in generale nelle istituzioni?

    il signor K. – inquietante personaggio o fantasma, icona della Gestapo – non rappresenta, ai miei occhi, l’incarnazione del potere tout court (nel mondo di oggi, il potere non può essere umanizzato, nemmeno per metafora, in quanto è sistema e macchina. Alcuni sostengono che sia un algoritmo).
    No, con questo il signor K. ha poco a che vedere. Sembra piuttosto un moderno Mefistofele… e più da vicino, un rappresentante delle istituzioni. Incarna cioè l’ostacolo che immediatamente si trova innanzi chiunque tenti una qualsiasi deviazione del percorso culturale, fuori dal consolidato sistema, che è di mercato. A meno che non vi si sottometta, cosa che di solito fan tutti volentieri. Io compreso, se ne avessi un certo tornaconto.

    L’opera di devastazione è ben visibile anche in queste poesie, nello stile nominale stressato ad elenco. Che pare nelle mani di un giudice, o di un funzionario… e, insomma, il clima è questo, di espressionismo alla Grosz. C’è sarcasmo. Ma lo stile si adatta all’ironia, e volge gradatamente all’innocenza. Quasi vi sia dell’amicizia tra vittima e carnefice. In fondo di che si tratta, su cosa si basa la tradizione? Su persone ordinarie, poi elevate a miti dell’epoca attuale, che fanno la denuncia dei redditi, mangiano gelato italiano, fumano sigarette elettroniche, ecc.

    «La metafora non è l’enigma ma la soluzione dell’enigma». E K. è un tipo sporchetto, che non ci mette le mani ma si pulisce i guanti con lo spazzolino da denti.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/02/22/stanza-n-13-poesia-di-giorgio-linguaglossa-ingehaltenheit-in-das-nichts-mantenersi-nel-nulla-la-nuova-poesia-la-nuova-arte-e-questo-periclitante-mantenersi-nel-nulla/comment-page-1/#comment-63061
    Stanza n. 1
    Parla il Signor K.

    A quel tempo non avevo ancora paura. Amavo la morte degli altri. Guardavo il mappamondo e davo la morte.
    Ho imparato ad amare la morte molto presto. Quando da bambino solitario giocavo con i soldatini di piombo.

    Ho imparato a giocare con la morte. Il Re di Spade era il mio preferito.
    Poi veniva il Re di Denari.

    Sono stato grande. Davo la morte a piacimento.
    Ingehaltenheit in das Nichts*. Avevo preso dimora nell’abitazione del Nulla.

    Gli uomini avevano paura della mia ombra. Che a sera si allungava a dismisura sui marciapiedi e sulle case degli umani.

    Poi, Achamoth, il mio padrone, mi disse: «Vai là, in città, dove le persone sono felici perché non conoscono l’amore».

    Piegavo le mie ali nere dietro le spalle e volavo sopra le città. Per molti anni mi sono perduto nelle città.
    Supplicavo Achamoth di rendermi la libertà. Inutilmente.

    Suonavano le sirene delle città.

    Poi venne la paura che mi afferrava la gola e mi annebbiava la vista. Tenevo tra le braccia un uccellino, gli accarezzavo le piume…

    «Io conosco i campi pieni di fiori, dove scorre una mite brezza e nascono frutti», mi parlava l’uccellino.
    Parlava. Parlava. Parlava.

    * Mantenersi nel Nulla, dizione di Heidegger

    Sì, caro Lucio,

    sono un conservatore, voglio portare con me quel poco o tanto che c’è da sottrarre all’oblio, metterlo nella mia valigetta 24ore, e mettermi in viaggio.

  11. 2° messaggio di Ágota Kristóf, con-divido anche questo, tirandolo fuori dal mio cellulare:

    “Caro Giorgio Linguaglossa,
    sono ancora io, Ágota Kristóf.**

    Ti invito all’arte dell’immaginare.
    Immagina.

    Non c’è più un metro libero
    Nella testa e nel suolo.

    E’ difficile vivere.Tutto edificato.
    Qualcuno sta facendo il lavoro

    Per te prima ancora
    Che tu sappia di essere.

    Una voce che seduce.
    Un Signore dalla vecchia pelle

    Rimessosi a nuovo:
    “Saprai quel che ti piace

    A suo tempo, e ti sorprenderà”.
    […]
    Ti esorto a immaginare.
    Immagina.

    Canto che viene da lontano:
    “Nei territori dove tutto scorre

    Qualcosa si smarrisce
    Introspezione sospetta (di vivo?).

    Si smarrisce qualcosa, di vivo…
    Un altro canto:

    “Immagina i Chiodi d’una bulgara a Zurigo.
    La lingua della madre in fondo al lago,

    Anche per me
    “Suonavano le sirene delle città.”

    Immagina.
    Ambulanze sempre alla mia porta.”

    gino rago (a cura di)
    ** da una poesia di Chiodi di Ágota Kristóf

  12. LA PARTE DI LUCREZIO E QUELLA DI TURING

    La parte sporca tocca ai neuroni
    che hanno visto il Muro e ci stavano bene dietro.

    Quando li svuotarono di significato
    [appesero le divise in armadietti

    E si misero a correre in quadri blu di Picasso .

    Ci doveva essere un inizio se ripeteva le sinapsi
    Un’ altro Terzo Reich si replicava a dismisura.

    Le gambe al mento, gli occhi luna.

    Non c’era tempo per la chimica.
    Il verso generava spettri di risonanza magnetica.

    Cresceva il malcontento. Un tunnel attraversava le fogne
    per sbucare nel lavandino di Scrooge Mc Duck.

    All’ autogrill una delle Fontane tornò al suo posto
    Non più! Non più, come un corvo senza firma sul culo.

    Bosch cambiò un quadro di Vermeer
    in un ostrica al ragù.

    Tutto si poteva immaginare tranne che trovare Cecilia
    In una stazione dell’ Appennino campano.

    Ebbero una sincope anche i gratta e vinci.
    Voglia di difendersi dalle maniglie.

    Alcune autobotti riempirono tazzine di caffè.
    Senza zucchero, né aspartame, nafta dalle narici.

    Lucrezio declamò l’ultimo libro dalla finestra di un XX piano
    A Bari non sapevano come difendersi dagli ologrammi.

    Si lasciò cadere la circostanza di un water in eruzione.
    Nel frattempo alcune blatte si erano impadronite del circo massimo.

    Viaggiarono senza fermarsi, travestiti da souvenir nei freni,
    tra le scintille delle rotaie con la fragilità delle ampolle di neve.

    Non più gladiatori e nemmeno Piazza Fontana.
    Tutti cancellati i voli verso gli anni sessanta-settanta-ottanta.

    La fuga è prevista nel tunnel di mezzanotte.
    Niente panico. Invertire le lancette dopo il fischio d’inizio.

    Le poche gazze si ammucchiavano coperte di escrementi.
    Ossa di contadini e pastori nel raccolto di giugno.

    Il mondo che ci lasciammo non ammetteva blitz, né storia
    Soltanto Jet di microplastica in lotta con l’ anidride carbonica.

    Ora i proletari erano tutti agenti di commercio
    Odorava di miele la catena di montaggio.

    Salutare anche l’alito dei fucili alle porte di Milano.
    Manager dell’uranio povero lottavano con bancari.

    Polvere pirica si annunciava nel respiro delle viole.
    Nessuna Chernobyl fu chiusa per l’occasione.

    Alcuni roghi restituirono i libri di Marx-Engels
    altri la mordacchia di Giordano Bruno.

    Per calmare la sete si mescolavano iceberg a titoli dei TG.
    Nel pelo di un ratto l’Eugualemmecidue di Einstein.

    Il mazzo veniva mescolato da tre secoli
    Nessuna delle dita trovò il coraggio di distribuire le carte.

    Enigma resisteva alle metafore.
    Una mela amara la soluzione.

    Si partì da omega, barra diritta verso Venere
    Stella alfa nel berretto del tramonto.

    Il mignolo di Wharol ripulì l’ orecchio sinistro.

    (Francesco Paolo Intini. Inedito)

  13. e.c. un altro Terzo Reich e non un’altro Terzo Reich.
    Ciao, grazie

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