Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi, 2019 pp. 130 € 11.00, Commento di Giorgio Linguaglossa, Il frammento si fa negozio e negazione della totalità

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Marie Laure Colasson, Dissipatio fragmentorum, collage 2016

Giorgio Linguaglossa

il frammento si fa negozio e negazione della totalità

«Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…».

(T.W. Adorno, Minima moralia)

 Che un oggetto si lasci raffigurare in una rappresentazione priva di fratture è una supposizione della petizione dell’identità. La petizione di una continuità rotonda e conchiusa dell’oggetto, con tanto di armonia protesa verso l’infinito, è una idea vaga e indistinta che aggiunge vaghezza all’oggetto e genericità al soggetto. Ecco perché la parte più considerevole dell’arte di oggi e della nuova poesia in particolare si presenta nella veste del frammento, in quanto la petizione di principio di una rappresentazione rotonda e conclusa dimentica la natura opaca del soggetto e dell’oggetto. Ecco che a partire da un rilievo puramente formale, l’ideale della rappresentazione di un contenuto, siamo giunti ad un dato contenutistico che costituisce al tempo stesso il suo telos nascosto: essere la nemesi della falsa coscienza dell’idea di una rotondità dell’espressione artistica. Quelle intermittenze, quelle interferenze, quelle discontinuità, quei disallineamenti frastici quei disallineamenti temporali e spaziali del narratum sono invece il luogo proprio della poiesis. Il  proprium della scrittura poetica non è quindi un ininterrotto monologo del soggetto ma richiede delle pause, il «riprender fiato», come diceva Benjamin, le interferenze, i rumori di fondo. Gli interstizi della scrittura poetica sono dunque come le pause musicali, ben più che vuoto e morto silenzio: sono pregne di «senso», momenti del suo tessuto stilistico, della sua procedura. Caratteristica del frammento è proprio quella di non partire da zero ma di iniziare sempre di nuovo in medias res e di non puntare all’esaustività di una espressione rotonda e conchiusa.

 Della chiusura dell’oggetto non può decidere il pensiero, anzi. L’oggetto appare chiuso proprio in grazia delle sue «zone d’ombra», proprio in quanto non trapassa totalmente nella poiesis.

 Se  la filosofia è la coscienza di questo inconscio, come afferma Adorno, la poesia è l’inconscio della coscienza, il substrato soggiacente nella cultura che si è positivizzata. Come il contenuto del pensiero anti-sistematico non può che esprimersi in forma frammentaria, così il frammento ha la propria ragion d’essere nell’espressione di questo contenuto critico.

 Il frammento non è mera mimesi impotente della disgregazione del reale, della morte che si frapporrebbe ad una conciliazione con il reale, esso è espressione di ciò che ancora vive in e attraverso tale disgregazione, cioè dell’unica modalità nella quale è possibile parlare di vita senza trasformarla in ideologia.

 Il pensiero filosofico moderno  che si esprime nella forma del frammento si trova per Adorno in rapporto riflesso, negativo, critico rispetto al sistema del «mondo amministrato». Dal lato della forma il frammento filosofico prende di mira l’idea di totalità. Adorno dimostra non solo la  falsità della pretesa del pensiero di volgersi positivamente alla totalità ma, al tempo stesso, anche la necessità che spinge il pensiero inconsapevolmente verso di essa. È nel dissolvimento di questa necessità e non nel suo semplice – quanto illusorio – rifiuto che il sistema viene effettivamente «superato» (aufgehoben) e si realizza quella  Logik des Zerfalls (logica della disgregazione) che rende necessario al pensiero di assumere la forma del frammento. Quello di Adorno vuole essere, come è detto in  Dialettica negativa, un anti-sistema che si oppone cioè tanto al pensiero sistematico quanto a quello semplicemente a-sistematico. Rispetto alla forma, un pensiero anti-sistematico si oppone all’idea di una sistematica esposizione del suo oggetto. Esso riconosce nell’idea di una continua ed ininterrotta argomentazione anzitutto una esigenza di sicurezza soggettiva. Ma che l’horror vacui del sistema sia un presupposto necessario e indispensabile della comprensibilità di un asserto filosofico è, per Adorno, tutto da dimostrare. «Testi, che tentano apprensivamente di indicare senza interruzioni ogni passaggio,cadono perciò anche immancabilmente nella banalità e nella noia, che affetta non solo la concentrazione della lettura ma anche la loro stessa sostanza».1

Adorno punta ad una contraddizione latente dell’idea di sistema. Un testo, infatti, in cui ogni passaggio concettuale venga oggettivato, una totalità in cui lo sviluppo dell’argomentazione fosse fissata in modo rigoroso, renderebbe superfluo il pensiero.

Nell’ideale del suo pieno dispiegamento il mondo globale mostra che ciò che sembra appartenere alla mera «tecnica» spinge verso l’esautorazione del pensiero. Allo stesso tempo, tuttavia, l’esigenza sistematica muove verso la dissoluzione dell’oggetto, della sua natura opaca e altra rispetto al pensiero.

 Il sistema filosofico e l’idealismo in particolare, si costituiscono storicamente, per Adorno, come corrispettivo nella sfera del pensiero di un movimento di integrazione totalitaria degli individui che si impone con la società moderna. Ad esso corrisponde da un lato una forma di oggettivazione, cioè autoestraneazione, del pensiero e dall’altro una mutilazione dell’esperienza che volatilizza l’oggetto nel soggetto: in questa processualità ad agire è la struttura oggettiva, il sistema della ratio strumentale, il quale fa le veci del soggetto e dell’oggetto, sostituendosi ad essi  e mascherando la loro dissoluzione reale. La costituzionale discontinuità in cui si muove il frammento nella poesia e nel romanzo più evoluto oggi è il sintomo delle profonde fratture che attraversano longitudinalmente il reale.

 «La decostruzione [ Demontage] dei sistemi e del sistema non è un atto gnoseologico-formale»,2. Il pensiero che sceglie la forma aperta e priva di potere del frammento è animato, dice Adorno, dalla denuncia del dominio sulla natura e sugli uomini. È soltanto in rapporto a questa denuncia che il termine «negazione» assume un significato contiguo a quello di «negozio», che dunque è possibile comprendere in che senso il frammento si fa negozio e negazione della totalità. Negativo è sintomo di critica, critica di un  positivo  secondo il concetto hegeliano della bestimmte Negation. Critico è il pensiero che si esercita in un «dopo», in seconda battuta, contro qualcosa che già accade, interviene come momento reattivo nei confronti di un reale che si è solidificato. Il negativo è espressione di un negozio nei confronti di ciò che è oppresso e rimosso, schiacciato e negato dal dominio.

 Cesare Viviani parte dal principio che il reale si dà nella forma ipoveritativa e non è rappresentabile se non nella forma di frammento, ma in lui il frammento è a monte dell’opera che verrà, non è un risultato ma una petitio principii. Già prima di nascere la poesia del terzo periodo di Viviani viene alla luce nella forma di frammento pieno di fermento. Per questo motivo la causa agente della sua poiesis è il dubbio programmatico, lo scetticismo che tutto aggredisce come una ruggine il metallo, il dubbio che il tutto non sia in quel che appare e che anche la migliore poesia è un epifenomeno del nulla. La sua poiesis afferma perentoriamente: «ingannare il tempo». E di qui prosegue la sua corsa a dirotto tra le stazioni del nulla (parola che inutilmente cercherete nella sua opera), cioè l’indicibile e l’impensabile. Ecco perché la veste formale di questa poiesis è l’aforisma e il pensiero «imperfetto», per amore dell’onestà intellettuale verso quella cosa, la poesia, che, come recita il titolo di uno dei suoi libri di riflessione di poetica: «la poesia è finita», che, esattamente non è un enunciato negativo, perché nel pensiero di Viviani la poesia può anche finire, può assentarsi per anni o per decenni, per poi magari, all’improvviso, ripresentarsi senza alcuna ragione apparente con una nuova veste formale ed espressiva, senza che fosse stata richiesta o cercata.

 La poesia per Viviani non è un «falso» né un «vero», né un «positivo» o un «negativo», è semplicemente l’evento di un assentarsi dai luoghi frequentati dalle parole scostumate del nostro tempo. Lo scetticismo ipoveritativo della poiesis di Viviani dà luogo a una poesia che fa della imperfezione e della provvisorietà il proprio punto di forza, capovolgendo in tal modo la propria debolezza in forza. Parrebbe che la logica della disgregazione del mondo amministrato sia giunta a tal punto di profondità da non lasciare alla poiesis alcuna chance di ripresa. Il frammentismo trascendentale di Viviani si nutre proprio di quella disgregazione (Logik des Zerfalls) del mondo divenuto globale, ne è ad un tempo, riflesso e prodotto, «mosaico dorato» che è «fuori dalla natura». Quel dubbio e quello scetticismo radicale giunge, alla fin fine, a ristabilire un qualche valore alla poiesis, anche se in modo transitorio e periclitante. Un dispositivo destituente sembra in opera in questo tipo di scrittura, un abbassare il livello comunicazionale per adire un sublivello, una subcomunicazione. La cultura che si è positivizzata dà luogo all’anti positivo dell’arte, sembrerebbe questa la conclusione cui è giunto Cesare Viviani. Quindi, il non-chiudere è per definizione l’ultima possibilità che resta alla poiesis. L’ultima chance.

1 Th. W. Adorno,  Minima moralia, cit., p. 90

 2 Th. W. Adorno,  Negative Dialektik, cit., tra dita. Dialettica negativa, Einaudi, p. 32

da Ora tocca all’imperfetto, Einaudi, 2019

Quelle riproduzioni
che sembrano ritratti di familiari e di amici,
invece che marionette e bambolotti
quali sono.
Sculture o quadri sono la stessa cosa.
Accompagnano le ore vuote
del pomeriggio.
Creati per dire cose
che non riescono a dire, richiedono
una preparazione
per accoglierli come si deve.
Si resta confusi nell’incertezza
tra questo e quel mondo,
si posa lo sguardo
sul fondo verde
punteggiato di grumi rossi:
le pendici di un monte
o campi coltivati.

*
Oh la distanza che c’è tra la regina
e il combattente che si inerpica
per le valli alpine ad affermare
non si sa quale causa.
Fu una questione estetica che mosse
la guerra: qualcuno, molto in alto, disse
che la carta geografica del territorio
così stava male, andava completata,
era come se mancasse un pezzo
dell’arco alpino.

*

Baciare la mano, inchinarsi
di fronte al boss,
lo facciamo tutti, ma in privato,
in segreto,
in piazza procediamo dritti
senza salutare.

*

Fu una voragine la bontà
e noi precipitammo
e niente riusciva a fermarci,
né uno scatto d’ira,
né uno sprazzo di verità.

*

Il segreto che tutti sanno:
dietro ogni cosa che vediamo
ce ne sta una invisibile
che la sostiene.
Dietro questo mondo
ce ne sta uno invisibile
che lo sostiene.

*

Se ci cadesse addosso il cielo,
che bella morte!
*

Dicono: è mancato, è scomparso,
ma no, è diventato tempo,
quel tempo che ci circonda,
ci tocca, ci assilla,
ci seduce,
ci corteggia ogni giorno,
finché non cediamo.

*

Per ingannare il tempo
si fa di tutto,
anche scrivere un romanzo
o le poesie.

*

Le parole vanno a finire a contatto
col corpo di chi ascolta
e smettono di uscire quando toccano
il corpo di chi ascolta. Signore,
proteggi le parole e il corpo
dell’ascoltatore.

viviani volto

Cesare Viviani

Cesare Viviani è nato nel 1947 a Siena, dove studia al Liceo Classico “Piccolomini”, e poi si laurea in Giurisprudenza nel 1971 con una tesi sul ‘plagio’ (la soggezione psichica totale) in Medicina Legale. Dell’ambiente letterario, durante gli anni senesi, conosce Carlo Betocchi, Mario Luzi e Franco Fortini che insegnava all’Università di Siena. Nel 1972 si trasferisce a Milano dove svolge il lavoro di giornalista e poi di psicologo nelle istituzioni sanitarie pubbliche. Nel 1973 si afferma come poeta con il libro di esordio L’ostrabismo cara, edito da Feltrinelli. Nel 1984 si laurea in Psicopedagogia. Collabora per anni con recensioni e interventi di argomento psicologico e sociale ai quotidiani “Il Giorno”, “Corriere della Sera” e “Avvenire”. Nel 1978 e 1979 organizza a Milano, con Tomaso Kemeny, due convegni sulla poesia italiana degli anni Settanta. Dal 1981 rivolge i suoi interessi di ricerca e di lavoro alla psicanalisi. Tuttora lavora come psicanalista. Dopo il 1973 ha pubblicato diversi libri di poesia. Ha scritto due saggi psicanalitici: Il sogno dell’interpretazione, (Costa & Nolan, 1989, 1991, 2006) e L’autonomia della psicanalisi, (Costa & Nolan, 2008).

  • L’ostrabismo cara, Feltrinelli, Milano 1973
  • Piumana, Guanda, Milano 1977
  • L’amore delle parti, Mondadori, Milano 1981
  • Summulae (1966-1972), Scheiwiller, Milano 1983
  • Merisi, Mondadori, Milano 1986
  • Preghiera del nome, Mondadori, Milano 1990
  • L’opera lasciata sola, Mondadori, Milano 1993
  • Cori non io (1975-1977), Crocetti, Milano 1994
  • Una comunità degli animi, Mondadori, Milano 1997
  • Silenzio dell’universo, Einaudi, Torino 2000
  • Passanti, Mondadori, Milano 2002
  • La forma della vita, Einaudi, Torino 2005
  • Credere all’invisibile, Einaudi, Torino 2009
  • Infinita fine, Einaudi, Torino 2012
  • Osare dire, Einaudi, Torino, 2016
  • Ora tocca all’imperfetto, Einaudi, Torino, 2020
  • Poesie (1987-2002), Oscar Mondadori, Milano 2003 (antologia).

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19 risposte a “Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi, 2019 pp. 130 € 11.00, Commento di Giorgio Linguaglossa, Il frammento si fa negozio e negazione della totalità

  1. Il sistema di dominio della ratio si autocelebra nella totalità chiusa del «mondo amministrato». La deposizione della potenza destituente del «mondo amministrato» è una via obbligata per una poiesis critica.

    Un pensiero meramente a-sistematico è acritico. Il concetto di totalità di cui il sistema è l’espressione filosofica ha, infatti, una duplice valenza. Il modello di totalità che si è realizzato in Occidente da un punto di vista storico-sociale è quello di una totalità agonistica e intimamente auto contraddittoria che oggi chiamiamo biopolitica, in cui il singolo corrisponde al tutto, afferma Adorno, in base ad una «disarmonia prestabilita». E, tuttavia, il concetto di totalità incamera in sé, come télos, anche il suo opposto: l’idea di una totalità conciliata è una idea utopica, nella quale l’antagonismo tra il tutto e le parti e tra le singole parti è finalmente risolto. In questo orizzonte destinale anche il sapere viene sottoposto alle esigenze della tecnica e smembrato, efficientizzato. La critica non liquida semplicemente il sistema. Semmai è il sistema che liquida la critica. Unità e armonia sono al tempo stesso le proiezioni distorte di uno stato conciliato, per una prassi della vita quotidiana che impone il dominio attraverso l’auto-controllo degli impulsi e dei pensieri.
    Scrive Adorno:

    «Il frammento che non si ospiti in sé un momento di compensazione rispetto a questa dinamica disgregatrice, si rivela non solo impotente, ma rischia di scadere in un cattivo particolare – per questo occorre, afferma Adorno – ricostruire l’istanza utopica che era posta nel cuore dell’esigenza di totalità dell’idealismo anche quando se ne rifiuta il concetto.
    Ciò che è giusto nell’idea di sistema: non accontentarsi delle membra disiecta del sapere, bensì procedere verso il tutto, anche se il tutto si rivela essere il falso»1.

    E nella Dialettica negativa: «Solo i frammenti in quanto forma filosofica potrebbero far tornare in sé le monadi illusoriamente progettate dall’idealismo. Essi potrebbero essere rappresentazioni nel particolare della totalità irrappresentabile in quanto tale».2
    La totalità adorniana viene evocata nella forma benjaminiana della costellazione:

    «l’espressione dinamica della costellazione coincide quindi da un lato con la possibilità dell’oggetto di darsi, mostrando la sua eccedenza rispetto all’ente della conoscenza, e dall’altro con quella del soggetto di svilupparsi come altro dal suo essere identità che crea altre identità».3

    La totalità che i frammenti intendono restituire come potenza destituente e come indice della propria costellazione non è il «positivo» o il «trascendente» della filosofia tradizionale. Positiva la totalità lo è solo nel senso di imporsi come mero factum sul particolare e nello stesso senso essa è trascendente rispetto a questo perché non è fissabile in alcun punto come tale, e tuttavia, per lo stesso motivo, la totalità è lungi dall’essere impalpabile, è anzi, dice spesso Adorno, l’ens realissimum.

    1 Th. W. Adorno, Vorlesung über Negative Dialektik , cit., p. 177.
    2 Ibid., p. 167.
    3 Th. W. Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 27-28

  2. In merito al libro di Roberto Esposito, Il pensiero istituente, Einaudi, 2019

    Italian Theory, o Thought che dir si voglia, è chiamato spesso a chiarirne il significato: «È il nome collettivo dato in America e poi altrove a una serie di elaborazioni – essenzialmente l’operaismo e la biopolitica – di alcuni autori italiani contemporanei che hanno, pur diversamente, interpretato tali categorie. Naturalmente la filosofia italiana contemporanea è assai più ricca. Comprende, per esempio, una linea di pensiero analitica e una metafisica. Ma la prima in America non è certo una novità. La seconda, che pure conta opere significative, non è sostanzialmente compresa nei suoi presupposti e nei suoi argomenti fuori dall’Italia».

    La parabola filosofica di Esposito ha spesso incrociato l’Europa, i suoi drammi e le sue speranze. La crisi che la investe non è soltanto di natura economica, poiché «è una crisi istituzionale – delle istituzioni europee, palesemente inadeguate – e biopolitica, nel senso che coinvolge questioni letteralmente di vita e di morte, in particolare per quel che riguarda i flussi migratori. Infine, se si considera la questione sul piano più generale dei valori fondativi dell’Europa, si può ben parlare di crisi di civiltà. L’unico modo di affrontarla con qualche speranza di uscirne è riconoscerla in tutta la sua portata». Se Benedetto Croce parlava con il mondo da Napoli, c’è ancora chi ci prova con successo, «penso in particolare al mio amico e maestro Biagio de Giovanni», ed Esposito, come de Giovanni, si interroga e interroga, soprattutto attraverso i suoi ultimi libri, se possa esistere l’Europa senza filosofia: «Tra Europa e filosofia vi è un legame originario e costitutivo. Non solo nel senso che la filosofia – almeno la tradizione filosofica occidentale – è nata e si è sviluppata in Europa. Ma anche nel senso che, non avendo il nostro continente confini certi a est, l’identità dell’Europa è stata per certi versi definita anche dal pensiero – vi è un’idea di Europa più di quanto non vi sia un’idea di Asia o di Africa. Del resto la filosofia ha avuto un ruolo decisivo in tutte le grandi crisi europee, da quella dell’impero romano, interpretata magistralmente da Agostino, alle guerre di religione, da cui nasce il pensiero di Hobbes e Cartesio, alla rivoluzione francese, anticipata dall’Illuminismo e interpretata da Kant e Hegel, fino allo scontro, anche filosofico, tra democrazia e totalitarismo».

    Se la tradizione filosofica italiana «ha tanti vettori – metafisici, logici, scientifici, artistici e tanti volti diversi e irriducibili a un’unica linea, non c’è dubbio che l’aspetto prevalente sia costituito dal pensiero civile e politico, dall’Umanesimo fiorentino fino a oggi. Non per nulla nel mondo gli autori italiani più letti, oltre che Dante, sono Machiavelli e Gramsci». Communitas, immunitas e bios sono le tre parole che attraversano una parte rilevante del suo pensiero filosofico. Ridefinirle a beneficio del lettore non è mai superfluo: «‘Bios’ è parte – e anzi la categoria costitutiva – della semantica biopolitica, originata dagli studi di Foucault, che ho cercato di rielaborare appunto incrociandola con il paradigma di ‘immunitas’, a sua volta legato, per contrasto, a quello di ‘communitas’. Entrambe – ‘communitas’ e ‘immunitas’ – si originano dal termine latino ‘munus’, che significa ‘ufficio’, ‘dono’, ‘cura’, ma communitas in senso affermativo (coloro che si impegnano nei confronti degli altri), immunitas in senso negativo (coloro che sono esentati dall’impegno comune e protetti dai rischi della coesistenza). Naturalmente parlo del significato originario di questi termini, oggi piegati ad altri significati».

    Pier Paolo Pasolini, sulla biopolitica, dice più e meglio di tanti filosofi e a Esposito non sfugge l’importanza dell’intellettuale italiano, in quanto «pur non usando quel termine, l’intera opera di Pasolini è interpretabile come un continuo confronto tra vita, politica e arte. La sua stessa vita, e anche la sua morte, sono state intese da alcuni come un’opera, la sua opera più grande. L’ultimo suo, straordinario, film, ‘Salò-Sade’, può essere visto come il culmine della tanatopolitica, vale a dire di una biopolitica rovesciata e corrotta nel suo opposto assoluto – politica della morte». Ma oltre a communitas, immunitas e bios, altre parole segnano l’itinerario filosofico di Esposito. Penso a impolitico, «se si prescinde dal modo in cui Thomas Mann, nelle sue omonime ‘Considerazioni’, ha usato il termine, per ‘impolitico’ deve intendersi il margine esterno del politico, inattingibile politicamente perché irrappresentabile in termini di potere. Il che non toglie che vi sia sempre una tensione tra politico e impolitico, bene interpretata per esempio da Max Weber nella sua conferenza sulla politica come professione/vocazione. È la stessa tensione che passa tra diritto e Giustizia – nessun diritto può essere ‘giusto’. Tuttavia ogni diritto tende all’‘impossibile’ congiunzione con la Giustizia» e a terza persona, «un modo per alludere all’impersonale. Gilles Delueze usa questo termine per decostruire il paradigma di ‘persona’. Ma, in una chiave diversa, anche Benveniste si sofferma sulla differenza tra la terza persona e le prime due, caratterizzandola appunto come la persona dell’impersonale, irriducibile al rapporto ‘io’-‘tu’». Per afferrare il concetto di impersonale, Esposito si è servito di Simone Weil: «Il suo è un contributo decisivo. In un suo testo, teso a decostruire l’idea di persona nei suoi effetti di esclusione, Weil scrive che tutto ciò che è sacro nell’uomo è appunto quanto in lui vi è di impersonale».

    In tempi in sui si dibatte sulla fine della politica, politica che comincia con Machiavelli, altro suo autore di riferimento, Esposito precisa: «La politica non può finire né finirà mai, visto che gli uomini si rapporteranno sempre, certo in modi diversi, tra loro. Anche il pensiero sulla politica non ha un termine. È qualcosa che chiede continuamente di essere rinnovato. A questo proposito vorrei segnalare la recente pubblicazione del primo numero di un ‘Almanacco di filosofia politica’ edito da Quodlibet, che costituisce un tentativo di rinnovare radicalmente il pensiero sulla politica, ponendo al centro la questione dell’istituire. ‘Pensiero istituente’ sarà il titolo del mio prossimo libro, in uscita a gennaio da Einaudi». Per il filosofo napoletano esiste politica senza nemico, perché «diversamente da quanto sostiene Carl Schmitt, la vera politica esclude l’idea di ‘nemico’, che appartiene all’orizzonte della guerra. Ma non esiste politica senza un avversario o senza opposizione. Il potere genera sempre una resistenza. Il conflitto, ben diverso dallo scontro bellico, è una categoria costitutiva del politico quanto l’ordine. Al punto che si può sostenere, come fa Machiavelli, che non c’è ordine senza conflitto. Il conflitto, come è stato detto, istituisce l’ordine, nel senso che dà espressione alla divisione originaria che taglia la società conferendo identità alle sue parti avverse». Esposito ritiene che non sia possibile uscire fuori dal linguaggio teologico-politico, poiché «tutto il lessico politico moderno – e per certi versi anche quello filosofico – è originariamente pensato in termini teologici. La stessa ‘secolarizzazione’ è una categoria che presuppone la teologia che intende ‘secolarizzare’. Ciò non toglie che si possa lavorare per aprire dei varchi nella macchina della teologia-politica in cui siamo ancora prevalentemente presi».

    Per affrontare il nervo sempre scoperto della negazione, per approdare a una filosofia dell’affermazione, è utile il pensiero di Spinoza, «autore di straordinaria importanza. La sua vuole essere una filosofia radicalmente affermativa, senza però mai dimenticare che ‘determinatio negatio est’, cioè che la determinazione di qualsiasi cosa ha dentro di sé il negativo. Anche se in una forma ben diversa rispetto a quella della dialettica hegeliana. Un compito urgente del pensiero contemporaneo è quello di pensare affermativamente alcune categorie apparentemente negativo come quelle di ‘differenza’, ‘determinazione’, ‘opposizione’. Un punto centrale di questo transito logico e semantico è costituito dalla categoria di ‘istituzione’ – che va pensata in una chiave non conservativa, ma innovativa e produttiva».*

    (Davide D’Alessandro)

    * da https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/05/06/news/roberto-esposito-il-pensiero-istituente-253038/

  3. Mariella Bettarini

    Caro amico Giorgio,

    grazie sempre dei tuoi preziosi invii. “L’Ombra delle Parole” è davvero una rivista straordinaria. Grazie!

    Mille auguri e complimenti, con tutta la mia stima e un carissimo saluto,

    Mariella (Bettarini)

  4. “Si può essere a casa propria dappertutto. Datemi un tavolo da lavoro e sarà la mia patria.” Così scrisse George Steiner, il grande critico letterario morto oggi novantenne, in La passione per l’assoluto.

    Questo è il vero genio del capitalismo: impacchettare, mettere l’etichetta con il prezzo sui sogni degli uomini. Mai valutarci al di sopra della nostra mediocrità.

    Uccidendo i suoi ebrei, l’Europa si è suicidata.

    Gli ebrei sono costretti a contemplare, se non ad accettare o a razionalizzare, l’atroce paradosso della loro colpevolezza innocente, il fatto che sono stati loro a rappresentare nella storia occidentale l’occasione, la possibilità ricorrente per il gentile di diventare meno che umano.

    Il giudaismo e le sue due principali note a piè di pagina, il cristianesimo e il socialismo utopico, discendono direttamente dal Sinai, e anche gli ebrei erano solo un piccolo gruppo disprezzato e perseguitato.

    Il pensiero assoluto è antisociale, antigregario, forse autistico. È una lebbra che cerca l’isolamento.

    Il grande filosofo è quello il cui discorso, per modo di dire, viene vissuto intimamente di generazione in generazione.

    Pensare è sommamente nostro; sepolto nella privatezza più intima del nostro essere, È anche il più comune, usurato, ripetitivo degli atti. Questa contraddizione non può essere risolta.

    Nel cuore del comunismo c’è la menzogna. La menzogna centrale, assiomatica: un regno di giustizia, una fratellanza senza classi, una liberazione dalla servitù qui e ora. In questo mondo. È questa la grande menzogna. La corruzione e il tradimento sistematici della speranza umana.

    Mai valutarci al di sopra della nostra mediocrità.

    È nella letteratura, nella poesia, nel dramma, nel romanzo che i modelli filosofici e il vaglio delle possibilità metafisiche e morali ricevono la densità, il peso realizzato ed esistenziale della vita vissuta.

    • da http://www.giannidemartino.it/bibliografia/interviste/intervista-con-george-steiner-filosofo-e-teorico-della-letteratura-in-odore-di-eresia-autore-di-un-nuovo-racconto-il-correttore-tema-la-sinistra-a-pezzi-e-il-calvario-politico-e-metafisico-di-un/
      Intervista a Georg Steiner

      In Italia il marxismo è la storia di un umanesimo, quello di Gramsci e, in parte, di Togliatti. E’ la storia di una grande speranza nella giustizia e di nobili sofferenze, nella tradizione dei Vico, dei Beccaria. Non è un caso che i due grandi studiosi di filologia italiani, Gianfranco Contini e Sebastiano Timpanaro, siano autori di capolavori che sono grandi testi di filologia e di pensiero marxista. Non conosco personalmente Timpanaro, di cui ricordo gli studi su Ennio e la poesia arcaica latina, ma è il modello tipologico ideale del mio racconto, Il correttore. Io non sono uno scrittore di romanzi nel vero senso della parola: il vero scrittore ha un’innocenza di creazione e nell’innocenza crea personaggi vivi. Il romanzo è altra cosa, investe il mistero della vita organica, e io non ho la potenza di dare ai miei personaggi la densità della persona umana. Ma davanti alla trivialità imperante è possibile chiedersi dove va la storia. Io scrivo dialoghi del pensiero, allegorie delle idee. A me, che nella giovinezza ho letto Orwell, Silone, Koestler, Malraux, Brecht, manca tanto una seria letteratura delle idee e vorrei tentare un legame tra fiction e saggistica. Dove sono oggi i grandi romanzi della politica? Dove la drammaturgia della politica? Eppure è un momento affascinante della politica. Dopo il crollo del muro di Berlino, la guerra del Golfo, le carestie africane, i conflitti etnici esplosi in Russia, in India e in Europa, il tentativo di rivincita dei fondamentalismi ebraici, cristiani o musulmani più ottusi ecco la vendetta della notte, la trivializzazione della letteratura: letteratura dell’intimità, del narcisismo, della piccola sessualità. Non condivido questa fuga davanti ai momenti più drammatici della storia moderna, come l’invadenza imperativa del Disneyland della cultura e dei facili tranquillizzanti, la grande aspirina. Se l’angoscia dei popoli e delle generazioni ha come suo Graal e punto finale il Fast food, l’intera storia diventa una bugia, una menzogna orribile; e io aspetto ancora uno scrittore che si faccia carico di questo grave problema. Il gran rifiuto di Timpanaro di un compromesso con l’errore me lo fa ammirare moltissimo. E’ un grande dolore che lui si sia offeso di quest’omaggio.

      – Sì, però lei ha anche detto che sia il cattolicesimo sia il marxismo hanno rovinato la cultura italiana.

      Sono stati commessi molti errori, ma la storia non ha chiuso bottega e senza il tentativo e il rischio di commettere errori fruttuosi è la fine della ragione. E con una ragione chiusa alla possibilità non c’è né arte né speranza. Lo osservo tutti i giorni con i miei allievi: senza un’utopia si finisce con il rinchiudersi in una camera piena di specchi narcisistici. Il mio personaggio crede perlomeno alla necessità del tentativo dell’utopia marxista e vorrebbe correggere gli errori della storia. Sappiamo tutti che un testo perfetto non esiste, tuttavia non c’è ragione di non tentare la correzione. Lo so anch’io, ma non dobbiamo cessare la lotta con l’errore.

      – Nel suo pamphlet Vere presenze, lei insorge contro il linguaggio tecnologico della critica “californiana” invocando un salutare ritorno al testo. Occorre sentirlo palpitare, non circoscriverlo all’area linguistica, accoglierlo come … l’Eucarestia.

      – Le sembra un’esagerazione ?
      – Direi una metafora imprevedibile, una provocazione.

      Io sono ebreo, non ho niente a che fare con i sacramenti, ma ricorro a una metafora molto potente, l’Eucarestia, per dire che in una grande opera d’arte si trova non solamente una forma tecnica, ma altro.

      – Forse il vero correttore è quella Presenza, quell’apparizione imprevista che si nasconde tra le parole.

      Siamo tutti dei correttori, ma accettiamo il compromesso con l’errore più facilmente del protagonista, che ha l’orgoglio della perfezione. Per lui l’imperfezione è rappresentata dal Supermarket delle facili letture, non dalla lotta per la giustizia. L’oblìo di tale lotta per consegnarsi al Disneyland della cultura, porta alla cancellazione delle tracce della più grande speranza e a una totale semplificazione della complessità degli elementi di una situazione della coscienza.

      – Alla fine, per continuare a sperare, il Gufo va a reintegrare il piccolo partito che è diventato il PCI e lo trova con un nome cambiato. Diventato cieco, non rinuncia a correggere anche quest’ultimo errore. Lei è rimasto colpito dal silenzio dell’Unità, il giornale dell’ex partito comunista?

      – Moltissimo, perchè amo la politica e il dibattito. Se mi dicono “è un libro stupido” io accetto. Ma il silenzio, la censura del silenzio è il vero stalinismo, una cosa orribile. Freud e Marx, ebrei imbarazzanti, insegnano che chi dimentica l’ieri non avrà futuro. E’ il senso del mio racconto. La vergogna davanti al passato, ecco il vero problema.

      Milano, 19 gennaio 1993
      Testo di Gianni De Martino, pubblicato con il titolo “ In fuga dalla prima linea della memoria” da ‘Il Mattino’ 21 gennaio 1993; e, con qualche modifica e il titolo “La storia non chiude bottega” dal ‘Quotidiano’ 2 febbraio 2002.

  5. E adesso un gigante nostrano del mobilificio della sporcificazione sistematica e della corruzione biopolitica

  6. Una volta ho detto che dopo Auschwitz non si poteva più scrivere una poesia, e su questo c’è stata una discussione che non mi aspettavo quando scrissi questa frase; non me l’aspettavo anche perché spetta alla
    filosofia – e tutto quello che scrivo è ormai filosofia, non posso impedirlo, anche se apparentemente non ha niente a che fare con i cosiddetti temi filosofici – perché, dico, appartiene alla filosofia il fatto che nulla è inteso interamente alla lettera; in fondo la filosofia si riferisce sempre a delle tendenze e non consiste in statements of fact .
    È già un disconoscimento della filosofia mediante il suo avvicinamento alle tendenze scientifiche predominanti, il fatto che si metta sul tavolo una simile frase e si dica: «ha scritto che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie; quindi o non se ne possono realmente scrivere, e allora chi ne scrive una è un farabutto o un uomo avido – oppure egli ha torto e ha detto qualcosa che non si può dire». Sì, direi: in fondo la riflessione filosofica consiste precisamente nell’intervallo o, detto kantianamente, nella vibrazione tra queste due possibilità altrimenti così opposte tra di loro.

    La conoscenza si attua in una fitta rete di pregiudizi, intuizioni, nervature, correzioni, anticipi ed esagerazioni, cioè nel contesto dell’esperienza, che, per quanto fitta e fondata, non è trasparente in ogni suo punto. […] Se i pensieri corretti si risolvono infallibilmente in pure e semplici ripetizioni, sia del dato, sia delle forme categoriali, il pensiero che rinuncia, in nome del rapporto al proprio oggetto, alla piena trasparenza della sua genesi logica, resta pur sempre in difetto, in quanto rompe la promessa che è implicita nella forma stessa del giudizio. Questa insufficienza somiglia alla linea della vita, che procede storta, deviata, deludente rispetto alle proprie premesse, e solo in questo decorso, in quanto è sempre meno di quello che dovrebbe essere, è in grado di rappresentare, nelle condizioni date dell‟esistenza, un’esistenza non regolamentata. La vita che adempisse direttamente alla propria destinazione, in realtà la mancherebbe. Un uomo che morisse vecchio, e nella coscienza di un successo senza pecche, sarebbe, in segreto, il ragazzo modello che, con uno zaino invisibile sulle spalle, supera tutti gli stadi senza interruzioni o lacune. Ma in ogni pensiero non ozioso resta il segno dell’impossibilità di una completa legittimazione: come, in sogno, sappiamo di lezioni di matematica perdute per una beata mattina a letto, e che non sono più recuperabili. Il pensiero attende che un giorno il ricordo di ciò che è stato perduto lo ridesti, e lo trasformi in teoria.

    Il disincanto del concetto è l’antidoto della filosofia. Impedisce che essa degeneri: che diventi l’assoluto di se stessa. […] Non è compito della filosofia essere esaustiva secondo l’uso scientifico, ridurre i fenomeni a un minimo di proposizioni […].
    Piuttosto essa vorrebbe letteralmente immergersi nell’eterogeneo, senza ridurlo a categorie prefabbricate. Vorrebbe amalgamarsi con esso […]: esso mira a un’alienazione integrale [ungeschmälerte Entäußerung] -1

    1 Th. W. Adorno, Minima moralia, cit.,pp. 86-87

  7. Talìa

    Cesare Viviani

    Buongiorno, dice Eco alla Ninfa Urbana, come stai?
    Con me perdi il tuo tempo, risponde la Ninfa senza profferir
    parola.

    Il tempo non esiste, replica Eco. Esiste lo spazio.
    E nello spazio io mi propago. Io Eco produco Echi.

    La Ninfa Urbana respira attraverso una mascherina.
    Ansima. Ansima. Einaudi ci propone da trent’anni
    Lo stesso cazzabubbolo. How dare you, you, you…

  8. gino rago

    Marie Laure Colasson, ovvero La Poesia del Pensiero
    (una breve lettura di Gino Rago)

    Marie Laure Colasson, Les choses de la vie

    Quasi a rapido volo di uccello marino, Marie Laure Colasson in questa sua raccolta di poesia di prossima pubblicazione, Le choses de la vie, mette a tacere l’Io e si denuda nell’ossimoro «dell’ottimismo pessimista». Dall’Ellenismo a Celan e fino ai giorni nostri la Colasson si appropria dell’essenza di uno dei temi centrali dell’opera di George Steiner da poco scomparso: «La poesia del pesiero». Esplora nei suoi versi nitidi, ma che hanno diversi livelli di lettura, i legami profondi che Steiner nella sua opera ha collocato alla base della cultura occidentale, i legami filosofia-poesia, vale a dire il linguaggio e l’analisi intellettuale.

    I colori, gli artisti, i musicisti, i personaggi reali e/o usciti dai romanzi (Lolita, ad esempio, da Nabokov) costellano i versi di parole “abitate”, tutte abitate e autentiche nella loro verità nuda. Immette la vita nella sua poesia e fa «poesia pensante» nel suo perimetro del dire.

    Il verso che ha intercettato pienamente il mio scrigno emotivo e il mio patrimonio di pensiero?
    Il verso che per dirla con la stessa Colasson ha in me «lacerato il muro del suono»?
    Questo, davvero possente e che io adotterei come titolo della raccolta:

    “Il metronomo ritma la polvere della realtà”

    Un verso che in sé chiude l’intera Weltanshauung dell’autrice e il suo stesso modo di sentirsi e di stare nel mondo, una dichiarazione d’intenzioni artistiche e una dichiarazione di poetica tutte addensate in appena tre sostantivi: metronomo-polvere-realtà.

    Le meditazioni di Mario Lunetta in prefazione e il saggio psico-filosofico-metrico-linguistico di Giorgio Linguaglossa hanno la forza di sostenere pienamente questo prezioso lavoro poetico che nel anche nel bilinguismo francese-italiano dei polittici ha una sua cifra esteticamente e linguisticamente di intoccabile originalità.

    (gino rago)

    22.

    Tout commence bien avant
    que l’impensable soit pensable

    Un corps flotte recouvert de serpents de mer
    barbe sertie de perles d’huitres

    L’eveque en robe pourpre
    boit son pastis à cheval

    Les armes sont désarmées
    et se mettent à chanter

    Dans le chapitre des immortels
    les morts dansent sur des fauteuils roulants

    Le jaune flirte avec un rouge flamboyant
    tout se transforme en encre noire

    Les nuages s’introduisent en voleurs
    dans les maisons aux vitrres brisées

    Michel Faoucault et Claude Levi Strauss
    boxent férocement pour un gateau aux amandes

    Le métronome rythme la poussiére de la réalité

    *

    Tutto ha inizio molto prima
    che l’impensabile sia pensabile

    Un corpo galleggia ricoperto di serpenti di mare
    barba incastonata di perle di ostriche

    L’arcivescovo in stola porpora
    beve il suo pastis a cavallo

    Le armi sono disarmate
    e si mettono a cantare

    Nel capitolo degli immortali
    i morti ballano su delle sedie a rotelle

    Il giallo flirta con un rosso fiammeggiante
    tutto si trasforma in inchiostro nero

    Le nuvole s’introducono come ladri
    nelle case dai vetri frantumati

    Michel Foucault e Claude Levi Strauss
    boxano ferocemente per un dolce alle mandorle

    Il metronomo ritma la polvere della realtà.
    **

    • gino rago

      Ricevo alla mia e-mail alcune riflessioni (colte e pertinenti) di Edith Dzieduszycka su poesie e pensieri di Milaure Colasson, faccio copia-incolla e le con-divido con il raffinato pubblico de L’Ombra delle Parole.

      (gino rago)
      *********************************************

      PENSIERI SU “POESIE E PENSIERI” DI MILAURE
      di Edith Dzieduszycka.

      Penso che la poesia di Milaure sia entrata a pieno diritto nella ormai
      tradizione della NOE[…]

      Anzi Milaure è quasi l’anticipatrice di questo “frammentismo”, visto che
      scrive in questo modo da molto tempo, sempre in francese, successivamente tradotto in italiano. Forse un bel giorno scatterà la scintilla, e scriverà come me, direttamente in italiano. Ma non ci credo tanto! Anche con ampie riserve, è profondamente attaccata al suo paese.

      La sua poesia secondo me le assomiglia: imprevedibile, colorita,
      chatoyante, leggera, danzante, scorre in tanti rivoli e strade sorprendenti, e non c’è da stupirsi, conoscendo la sua professione e il suo talento artistico (fotografia e collage). Non abborda un tema che subito se ne discosta, una piroetta, lasciando sconcertato il lettore sull’orlo d’un’evidenza o di un bandolo da riafferrare.

      Il suo mondo è popolato da personaggi numerosi e variegati,
      appartenente alla letteratura, alla mitologia, alla cronaca, al suo
      entourage e ai suoi affetti. Li trasporta tutti nella ronda saltellante dei
      suoi pensieri sempre vigilanti e in allerta.

      Bello il verso che ti piace, Gino:

      “…il metronomo ritma la polvere della realtà…”

      e che vorresti a titolo della raccolta.

      Ma penso invece che ” Les choses de la vie “, titolo primordiale basato appunto sulle cose evidenti e visibili e sui pensieri nascosti découlant da quelle cose e da quei fatti o luoghi o incontri o reminiscenze, sia quello giusto e corrisponda alle intenzioni di Milaure.

      Edith Dzieduszycka
      5 febbraio 2020

  9. milaure colasson

    Adorno ha scritto che: “dopo Auschwitz non si poteva più scrivere una poesia”. Penso che il filosofo tedesco se fosse in vita oggi direbbe questo: “Dopo la rivoluzione cibernetica non si può più scrivere una poesia”, almeno nella forma che abbiamo conosciuto finora, tanto è vero che l’ultimo poemetto di Brodskij, “Teatrale”, che l’Ombra ha pubblicato in prima traduzione italiana pochi giorni fa è stato scritto con una forma rivoluzionata, un incrocio di frasi pronunciate da alcune “voci”, un vero e proprio processo imbastito contro uno straniero, un Odisseo dei nostri giorni, un emigrato, un naufrago che chiede di entrare in città.

    Il limite della poesia di Cesare Viviani è quello di non esser stato capace di andare fino in fondo ai suoi postulati: sì, “la poesia è finita”, come titola un libretto dello stesso Viviani di un paio di anni fa. La poesia è finita, ma quella poesia, quella che ripete sciaguratamente l’inprintig della poesia del lontano novecento, quella della poesia dello stesso Viviani.

    La poesia “ipoveritativa” di Viviani finisce là dove la nuova poesia della nuova ontologia estetica ri-inizia, questo è un fatto. Ma per un nuovo inizio occorre che sia tirata una linea di demarcazione. La poesia di Viviani ha sì alle spalle il frammento, come dice Linguaglossa, ma non prende atto della costellazione di frammenti, non prende atto delle nuove possibilità che una nuova forma estetica può offrire.

  10. arturo fabbri

    La poesia è finita, si, quella di Cesare Viviani.

  11. Strano percorso, quello di Cesare Viviani. Passare da L’ostrabismo cara, di ricerca su significante e linguaggio, a queste che sembrano prove di significato, ma che di poesia non hanno nulla, né sembrano volerne; a meno che non si voglia cercare sullo sfondo, la presenza quale fattore ontologico. Ma allora chiunque…
    Non è il solo, tra i poeti di quel periodo, anni ’70/80, ancora florido per la poesia pubblica, che poi si sono ridotti a poco. Lo stesso de Angelis. Ma tanti non ci sono più, come Amelia Rosselli, Adriano Spatola, Corrado Costa… Viene da pensare che se si fosse concretizzato un diverso raccordo tra significato, linguaggio e significante, senza perdere nulla di quanto è stato fatto, invece di passare da bianco a nero, in clima di totale smarrimento, forse chissà. E non sono i tempi cambiati. A ben vedere non più di tanto. Se mai azzoppati. E moltiplicate le banalità. Sicché l’aforisma, questo mi viene da dire, andrebbe ulteriormente scarnificato, svuotato, banalizzato. Purché consapevolmente. Quindi di lavoro ce ne sarebbe ancora da fare, anche per Cesare Viviani.

  12. gino rago

    Passate sottotraccia, ingiustamente per me, sia l’Antologia, sia la Introduzione di Linguaglossa, penso di rendere parziale giustizia all’una e all’altra, riproponendo almeno la INTRODUZIONE linguaglossiana se non altro perché già nel 2014 venivano affrontati e messi a nudo sulla poesia italiana e sul suo stato generale di salute proprio i temi qui sollevati soprattutto nei commenti di Marie Laure Colasson e di Lucio Mayoor Tosi
    (gino rago)
    **************************************************
    GIORGIO LINGUAGLOSSA (A CURA DI), AA. VV., IL RUMORE DELLE PAROLE, 28 POETI DEL SUD, EdiLet, 2014 pp. 250 € 16

    INTRODUZIONE

    È vero quanto scrive Umberto Eco in un articolo del 12 marzo 2012 apparso su «La Repubblica»: «L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di “Abbasso il chiaro di luna” aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arriva all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi».

    Ma se leggiamo la poesia che si fa oggi, di cui questa antologia ne è un esempio paradigmatico, ci accorgiamo che non si può più parlare nei termini di un Moderno che si converte in modernismo, in avanguardia e in retroguardia, secondo un classico schema novecentesco di pensiero, oggi siamo tutti diventati qualcosa d’altro, è il post-contemporaneo che si profila, il post-Presente, il Presente si prolunga nel post-Presente; il passato e il futuro entrano nella nebbia e nell’ombra, tendono ad eclissarsi. Oggi non c’è più bisogno di una avanguardia e tantomeno di una retroguardia, siamo tutti divenuti qualcosa che sta come sulla cresta di un’onda, su un orlo topologico, e la poesia sembra girare attorno a se stessa in un movimento perpetuo, un movimento rotatorio attorno al proprio asse che non porta a nessun luogo e non sta in nessun luogo. Ma forse è proprio questo il suo punto di forza. La poesia contemporanea è rimasta orfana della filosofia, che non pensa ad essa come ad una invariante ma come ad una variante del variabile. E forse questo è un bene. Nel regime post-coloniale delle democrazie occidentali la poesia è considerata per il suo aspetto gastronomico e decorativo. La democrazia del capitale finanziario spinge tutte le arti alla decorazione e alla manifattura di uno stile da esportazione. Alla poesia non viene chiesto niente, ed essa non immagina neanche di rispondere. In mancanza di una verificazione, essa semplicemente non è. La diversità dalla scienza è sorprendente.

    Ma anche dal romanzo, che almeno ha un regolo, imperfetto quanto si vuole, ma un regolo: il mercato. La poesia non progredisce (e non regredisce), se intendiamo per progresso l’accumulazione di risultati che si susseguono gli uni agli altri, ma ristagna. Tale visione è conforme a un modello di ragione che pensa per invarianti, che prende luogo da un modello storicistico che tende ad appianare i risultati estetici e le problematiche entro il continuum del divenire storico, ignorando le differenze e le diversità. Si impone così, inconsapevolmente, un modello storiografico e un modello di ragione sostanzialmente aproblematico e aproteico dove tutte le vacche sono bigie.

    Fine del Moderno, dunque. Fine delle filosofie forti. Fine della poesia forte. Ma, per fortuna, ciò non significa che la poesia non pensi a se stessa se non in diminuendo, anzi, mi sembra che gli autori più avveduti di questa Antologia siano ben consapevoli di come ricomporre il piano estetico della nuova dis-locazione multifunzionale del discorso poetico, che coniuga il «parlato», le immagini e la riflessione, che coniuga il presente con il passato, il quotidiano con la metafisica, alla ricerca di una nuova identità stilistica. La poesia sembra finalmente essersi rimessa in cammino. Parafrasando Gianfranco La Grassa, il quale scrive: «uscire da Marx dalla porta di Marx», potrei dire: «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia». Si tratta di una metafora, di un gioco linguistico. Ma continuiamo il gioco: accettiamo la metafora: che cosa vuol dire «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»?, tutto e nulla: noi possiamo uscire dalla finestra del «Palazzo chiamato Poesia», dalla finestra del primo piano e scappare, darcela a gambe per la strada, oppure salire all’ottavo piano del Palazzo e saltare giù nel vuoto, e così finiremmo per romperci l’osso del collo. Ma saremmo morti e quindi la partita finirebbe. E poi possiamo uscire dalla porta d’ingresso e dire a tutti gli inquilini del Palazzo: «c’è del marcio in Danimarca», ovvero, «qui i giochi sono già stati fatti, le carte sono state truccate, non c’è motivo per sedermi al tavolo di gioco»; oppure, possiamo decidere di stare al gioco (le cui regole sono state scritte da altri) e fare finta che le carte non siano truccate.

    E qui la partita si apre. O meglio si chiude. Oppure, come qualcuno fa, «dobbiamo far saltare tutto: il Palazzo e il sistema-poesia», «bisogna mettere della dinamite alle fondamenta del Palazzo»; simpaticissime boutades, che io trovo divertenti, irriverenti. Non ha fatto così Sanguineti con Laborintus (1956)?, operazione indubbiamente geniale, che andava in consonanza con i tempi di un paese che doveva cambiare la classe dirigente intellettuale in un momento di grande ripresa economica, di grande ottimismo e di grande rigoglio artistico e intellettuale. Ma oggi, chiedo, ci sono queste condizioni? – Quello che vedo è che siamo immersi in una Grande recessione (economica, politica, etica, estetica e spirituale), non vedo all’orizzonte un altro ceto intellettuale di scrittori e di poeti che voglia prendere il timone della vita artistica del Paese: ciascuno va per conto proprio, alla spicciolata, alla ricerca del consenso e del successo.

    Le varie proposte che ci sono oggi in circolazione: «poesia corporale», «poesia esodante», «poesia periferica», «poesia allo stato zero», «anti-poesia», «pseudo-poesia», «post-poesia» sembrano indicare un qualcosa che si muove in una direzione tangenziale, verso l’esterno, cioè verso la periferia del «sistema-poesia». Nella mia veste di critico non posso non prendere atto di questo fenomeno ma mi chiedo: verso la periferia di che cosa va la «poesia dello stato presente»?, si allontana del Centro?, e perché si allontana dal Centro?, e che cosa cerca verso la Periferia?, e quando raggiungerà la Periferia che cosa succederà?. E mi chiedo: ci sono oggi le condizioni affinché la direzione della poesia italiana si incontri o si incroci con le istanze dell’istituzione poesia?, con il Politico?, con la Comunità?, che sappia dialogare con la nuova civiltà mediatica?

    Ho l’impressione che la direzione presa dalla poesia italiana di questi ultimi tre, quattro decenni sia quella della deriva di «accompagnamento», prosastica, sempre più disossata, debole, gracile, facile, democratica, piccolo borghese (nel senso di comprensibile a tutti), mediatica, demotica; precisamente da quando il più grande poeta italiano del Novecento, Eugenio Montale, si è anch’egli reso responsabile della scelta di una poesia «in minore», umorale, diaristica, appesa alle «occasioni», ironica, desultoria, sussultoria, da Satura (1971) in poi, così che oggi, a quaranta anni di distanza, giunti alla foce di quel fiume, si scrive una «poesia» dell’«indifferenziato» molto simile alla «prosa», che della «prosa» ha il vestito linguistico e concettuale: vale a dire che si pensa in poesia come pensa chi vuole fare della prosa. E invece è sbagliato, qui c’è un nodo che va sciolto subito, ancor prima di iniziare la riflessione e dire una cosa molto chiara: che la poesia è una cosa che si scrive e si pensa in modo affatto diverso da quello con cui si pensa e si scrive in prosa, quand’anche ritmata. È l’ideologia dell’in-differenziato che qui ha luogo.

    Brodskij una volta scrisse che la longitudine e la latitudine cambiano la lingua. Di più, la longitudine e la latitudine cambiano anche il linguaggio poetico; in esso si verificano delle interferenze, dei disturbi, delle influenze; i sostrati storici delle varie civiltà che si sono depositate in un territorio sedimentano, fermentano, e affiorano, prima o poi, nella lingua di relazione e nel linguaggio poetico. Ciò che si credeva «periferia» diventa «centro», e viceversa. La storia si diverte spesso a riposizionare le tessere del puzzle secondo un ordine imprevedibile e inimmaginabile agli inizi. E ciò è avvertibile anche in questa antologia intergenerazionale nella quale c’è una vasta gamma di ricerche stilistiche nella sostanza molto diverse da quelle che si perseguono a nord del Rubicone o al centro del Lazio. Un elemento questo da non sotto valutare che ha una sola spiegazione: la definitiva emancipazione della poesia del Sud da quella che si fabbrica nelle fucine di Roma e di Milano. La poesia del Sud non va a prendere il tè in alcuna contrada esotica, e questo è un buon risultato, non va più a rimorchio della poesia del Nord, anzi, possiamo affermare che la poesia del Sud si è completamente emancipata, ha un passo sicuro, procede in varie direzioni contemporaneamente, ricerca una propria identità. È questa la ragione fondante che può giustificare una antologia della poesia del Sud: la sua centripeta vitalità, il suo andare dentro il linguaggio poetico a far luogo dalla periferia. La diacronia del linguaggio poetico è racchiusa nel moto del pendolo, ad un periodo di espansione e di egemonia del Nord e del Centro subentra un periodo di riflusso e di rilancio della poesia del Sud.

    Gran parte anche della migliore produzione poetica delle ultime generazioni sembra scrivere poesia come se fosse dentro una «vacanza» della ragione, della Lingua, ma la lingua ha una sua ferrea legislazione fatta di regole sintattiche e semantiche che nessuno può infrangere. Spesso trovo incomprensibili certi libri di poesia (sicuramente per miei limiti) ma anche perché ormai oggi ciascuno scrive per se stesso, ciascuno si fabbrica in privato un proprio idioletto senza curarsi di quel dialetto della comunità nazionale qual è diventato l’italiano letterario (per non parlare del fenomeno dei dialettismi poetici che sorgono un po’ come funghi in ogni parte della penisola quale epifenomeno del novecentismo tardo novecentesco). La grandissima parte dei più giovani pensa alla poesia come a un affare privato che più privato non si può, che anzi debba essere un privato privatissimo, la privatizzazione del privato, talché la lingua in cui quel privato si esprime ne è il corrispondente linguistico: di qui la «privatizzazione» della lingua in idioletto. È chiaro che in queste situazioni viene meno la necessità di un ermeneuta, il quale non ha più alcuna ragion d’essere. Per fortuna, in questa Antologia mi sembra di notare una inversione di tendenza, ci sono chiari esempi di una poesia che va verso la pubblicizzazione del privato, in cui il privato si allontana dal quotidiano e il quotidiano dal quotidiano presuntivamente posto. E questo è un segnale molto positivo.

    Per via del fatto che la poesia si è prosasticizzata è invalso un equivoco: che il limen divisorio tra la poesia e la prosa sia effimero, equivoco; ma gli autori di questa Antologia dimostrano quantomeno di volerlo sciogliere. C’è un nodo, se non si scioglie questo nodo non sarà possibile scrivere una poesia adulta, emancipata. Così, la poesia contemporanea rischia di stare in mezzo al guado, di nuotare in una forma ibrida, nuotare con i salvagente. Basterebbe eliminare gli a-capo e riscrivere tutto in prosa per accorgersi che spesso il testo ne guadagnerebbe in linearità sintattica e alla lettura. E allora, chiedo: perché scrivere in forma-poesia cose che potrebbero suonare meglio nella forma della prosa?; è questo il nodo che la poesia italiana contemporanea si trova a dover sciogliere. Il verso è una «entità» che bisogna provare e riprovare; innanzitutto, come prescriveva Fortini, occorre provare «la resistenza dei materiali», intendendo dire che il verso poetico è un qualcosa che offre una «resistenza» alla lettura (e alla scrittura), come la resistenza che comporta un materiale qualsiasi quando viene attraversato dalla corrente elettrica: in mancanza di questa resistenza il verso non è più un verso ma semplicemente (e rispettabilmente) prosa.
    Direi che per la poesia degli autori antologizzati sia prioritario l’atto della narratività. La poesia si costruisce come una riflessione su un oggetto dove il momento dell’analisi precede appena d’un soffio il momento della sintesi. Riflessione e meta riflessione, retrospezione e prospezione, osservazione del dettaglio e visione dell’insieme. Una procedura che predilige lo scorrimento (a secondo della necessità della composizione) della narratività è una procedura che rimanda ai rapporti di inferenza e inerenza tra gli oggetti, tra le loro qualità e le loro alterità, ovvero, tra le parole. Una strada duale, sostantivale e relazionale, tra le parole e, quindi, tra i significati delle parole e gli oggetti referenziati dalle parole.

    Questo tipo di procedura non si differenzia da quella perseguita dalle scritture iperrealiste in auge in Occidente, ricade pur sempre nel demanio della narratività. Narratività ed iperrealismo sembrano andare a braccetto: molti autori di questa antologia prediligono l’ingrandimento progressivo delle unità verbali prese ciascuna per sé collegate insieme mediante nessi sintattici, congiunzioni e/o particelle avversative, ricostituendo un periodare intuitivo (nel senso dell’immediatezza del linguaggio del quotidiano) al fine di rafforzare gli elementi significanti del linguaggio; oppure operano attraverso l’isolamento e l’ingrandimento di singole parole-immagini. Procedura già anticipata da un quarantennio da un film come Blow up di Antonioni, dove un fotografo, che ha scattato numerose fotografie in un parco, rientra nel proprio studio, e qui viviseziona le immagini attraverso ingrandimenti successivi e arriva ad identificare, stesa dietro un albero, una forma supina: un uomo ucciso da una mano armata di rivoltella che, in altra parte dell’ingrandimento, appare tra il fogliame di una siepe. Ci sono autori che tentano di ripristinare il giro frastico su un’orma endecasillabica, altri fingono un endecasillabo che non c’è, altri ancora derubricano la questione.

    È chiaro che qualcosa è cambiato, c’è un cambio di passo: il passato sembra essersi allontanato, molto di ciò che, nel bene e nel male, doveva cadere è caduto. È crollato non solo il paradigma ma l’idea stessa del paradigma: il canone si è dissolto in mini-canoni, è stato falsificato e clonato e moltiplicato in un brodo di coltura che, paradossalmente, non è escluso che possa dare i suoi frutti nell’imminente presente che si chiama futuro. È anche questa una delle ragioni di una antologia della poesia del Sud.

    Giorgio Linguaglossa
    ******************************************************************
    In questa Introduzione son contenute in nuce, per me, già tutte le istanze,soprattutto estetiche e di necessità di lavoro sul logos e sulla forma-poesia, che han dato la spinta enzimatica verso la Nuova Ontologia Estetica.
    Così almeno mi piace pensare.

    Gino Rago

  13. giorgio linguaglossa
    5 ottobre 2019 alle 15:41

    In una conferenza del 1965 dal titolo La fine del pensiero nella forma della filosofia – pubblicata nel 1984 da Hermann, Heidegger con il titolo La questione della determinazione della “cosa” del pensiero – scrive:

    «La filosofia è giunta alla sua fine […]. Nella fine della filosofia si compie quella direttiva che, sin dal suo inizio, il pensiero filosofico segue lungo il cammino della propria storia. Alla fine della filosofia il problema dell’ultima possibilità del suo pensiero diviene affare serio» 1.

    La questione dell’ultima possibilità della filosofia è dunque l’orizzonte di senso in cui siamo chiamati a pensare.

    Forse può apparire una deriva nichilista quella di chiamare in causa la fine della filosofia in un momento storico in cui vari dibattiti animano la vicenda teoretica.
    Anche la poesia è giunta alla sua fine. Insieme alla Filosofia anche la Poesia giunge a segnare il passo della sua fine annunciata. La poesia assume un linguaggio ulteriore, tende alla ulteriorità, alla ultimità. Qui non si tratta di un soggiorno tranquillo con balcone con vista sul mare, ma di un soggiorno problematico ed ultroneo. Ultimità significa linguaggio ultroneo ed erraneo. Ultimare significa non-finire, tendere alla finitudine con la consapevole ambiguità di non poterla mai raggiungere. Di qui lo stile ultroneo ed erraneo della nuova poesia che oscilla nella vasta gamma che va dalla nostalgia per il sacro perduto di Marina Petrillo e Carlo Livia allo stile da refurtiva, al gioco di guardia e ladri del linguaggio poetico di Mario Gabriele che adopera il gioco di specchi (lo Spiegel-spiel), utilizza i frammenti dello specchio infranto della civiltà del simbolismo come il gioco delle tre carte, ed il poeta si rivela per quello che è, un baro che occulta con un gioco di destrezza le carte vincenti per palesare quelle perdenti.
    Le parole «fine» e «ultimità» segnano un eone, non un fatto, e l’eone prende le sembianze del Tempo e delle temporalità. Potremmo dire che giunge alla fine quella poesia che pensa intensamente la sua fine prossima ventura, non come un fatto cronologico ma come un eone, un’epoca che occorre attraversare soggiornandovi.
    In questo senso, la poesia di Marina Petrillo mi sembra che assolva in pieno il suo compito di dimorare-soggiornare nella fine, nella ultimità. Un segnare il passo nel luogo prescelto. Restare camminando e camminando restare.

    Per comprendere cosa si intende con questa “fine della filosofia” occorre tornare alla riflessione compiuta da Heidegger sulla metafisica occidentale e sull’oblio dell’essere da essa realizzato, al compimento che realizza sin dalla sua fondazione, cioè alla Grundfrage. È in questa direzione che va interpretata questa espressione. «La fine della filosofia si mostra come il trionfo della dominante fondazione di un mondo tecnico-scientifico e dell’ordinamento sociale conforme a questo mondo» 2

    Siamo forse giunti all’ultimo orizzonte di senso che la filosofia e la poesia possono scandagliare, una sorta di passaggio stretto delle Colonne d’Ercole, oltre le quali c’è l’oceano aperto dell’ignoto.

    Nei Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis) di Heidegger, degli anni 1936-38, l’Ereignis viene presentato come un moto oscillatorio pendolare la cui vibrazione, crea spazio e tempo. Questo “sito” in cui si insedia la verità come accordo tra ciò che viene appropriato al e dall’ Ereignis è un’apertura in cui vengono a stare come in una costellazione Da-sein e Seyn nella loro autentica relazionalità di bisogno reciproco che è fatta avvenire solo nell’e-venire appropriante.

    Il Da-seyn si pone nel luogo in cui si fa spazio, si apre lo spazio e si crea il tempo, è in quella apertura che si crea la dimensione dell’accordo musicale, musale-musicale dove accade l’e-venire appropriante e disappropriante dell’essere. La poiesis allora si dà come costellazione di momenti ed icone. La poiesis parla, può parlare nel mentre che fa, opera, crea.

    1 M. HEIDEGGER, Filosofia e cibernetica, trad. it. a cura di A. Fabris, ETS, Pisa 1988, pp. 30-34
    2 M. HEIDEGGER, La fine della filosofia e il compito del pensare, in E. MIRRI, Il pensare poetante, trad. it. a cura di E. Mirri, C. L. E. U. P., Perugia, pp. 144-148

  14. tiziana antonilli

    La riflessione di Giorgio Linguaglossa sul frammento mi sembra di grande importanza. Quando Linguaglossa dice che ‘ la scrittura poetica non è un ininterrotto monologo del soggetto, ma richiede pause, interferenze e rumori di fondo’ io penso alla Beat generation e alla pop art, alle poesie da ascoltare in cui i versi vengono letti con i rumori della strada, le sirene, il traffico . Questi testi mi sono stati molto utili per appassionare gli studenti alla poesia moderna. Inoltre, ritengo che considerare il frammento’ espressione di ciò che ancora vive in e attraverso la disgregazione’ come afferma Linguaglossa sia una valida indicazione che accolgo anche per coinvolgere i miei studenti.

  15. Il frammento ha in sé la peculiarità della memoria, quella di darsi per fotogrammi. I nostri ricordi si basano su immagini fisse, non in movimento. La memoria è narrazione. Auto-narrazione o narrazione tramandata. Solo il presente è cinema.

    • Guido Galdini

      Gentile Lucio

      Ho qualche piccolo dubbio che i ricordi siano sempre solo immagini fisse.
      Quando ricordiamo un suono, ad esempio una voce, il ricordo si fa continuità temporale.

      • Se penso a mia madre, che non c’è più, di lei mi arriva l’icona. Dall’icona nasce poi la narrazione. Questo mi fa pensare che il ricordo sia l’icona, e la narrazione il-ricordare. E che vi sia permanenza dell’icona, la quale sopravvive trovando posto sul fondo, dietro la narrazione. Anche il suono, la voce, sono parte, in questa tesi, dell’icona.
        Certo, potrei essere io ad avere la memoria malridotta, se vedo i miei ricordi in sorta di fermo immagine. O una memoria senza logos. L’abete che mio padre piantò nell’orto, la casa dove abitavamo… Eppure ogni cosa è qui. Come è qui ogni cosa immaginata – se “qui” è il luogo dell’esperire.
        Magari scriveremo un trattato, su l’immagine nel tempo interno…

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