Una poesia di Tomas Tranströmer, Poesie e Commenti di Carlo Livia, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Ethos significa soggiorno, Aufenthalt, luogo dell’abitare

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Una poesia di Tomas Tranströmer

Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
come una pista da pattinaggio abbandonata.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

Un esempio indiscutibile di come sia mutata la percezione del mondo dell’uomo contemporaneo. Il quale guarda le cose con sguardo diretto, e non vede niente. Infatti, il poeta svedese impiega sempre lo stile nominale, chiama subito le cose in causa e, in tal modo, causa le cose, le nomina, dà loro un nome. Entra subito per la via sintattica più breve dentro la cosa da dire. Perché nel mondo totalmente oscurato non c’è più tempo da perdere. Nel mondo degli ologrammi penduli non c’è più spazio per gli argomenti in pro della colonna sonora. Nel mondo totalmente oscurato chi parla di Bellezza non sa che cosa dice, o è un imbonitore o è un falsario. Oggi il miglior modo per concludere una poesia è: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.» Chiudere. Chiudere le finestre. Chiudere le porte. Sbarrare gli ingressi. Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.»

Il problema dell’Aufgabe des Denkens come oltrepassamento del nichilismo e preparazione di una nuova dedizione – si configura ora come problema dell’aporetico oltrepassamento del principio di non contraddizione. Questo il tremendo compito assegnato da Heidegger al pensiero filosofico – che il pensiero deve assumere per affermare la sua attività ed autonomia. Solo nel segno di questo compito, solo nella ricerca di una giusta esperienza dell’origine si apre per l’uomo la possibilità di una vita autenticamente etica:

«Ethos significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare.

La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo e, così avvenendo, soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene all’uomo nella sua essenza. (…) Ora, se in conformità al significato fondamentale della parola ethos, il termine «etica» vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere come l’elemento iniziale dell’uomo in quanto e-sistente è già in sé l’etica originaria».1

La ricerca di questa etica originaria si cela nella tensione dell’Aufgabe des Denkens: il pensiero dell’essenza dell’essere come Léthe definisce il luogo, lo spazio aperto entro cui l’essenza dell’uomo trova il suo soggiorno. L’illuminazione di questo luogo essenziale è il compito del pensiero. Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere compresi nella nostra più vera essenza.

Se intendiamo in senso post-moderno, e quindi post-metafisico, la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il discorso poetico nella forma del polittico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, magari solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.

1 M. Heidegger, Brief über den Humanismus, in Segnavia, pp. 306-308

Francesco Paolo Intini

“Trasformare, transformer, forse Tranströmer.”

Che significa questo verso? Non c’è spiegazione migliore di quella tridimensionale riprodotta nell’articolo o forse ce ne possono essere mille altre. Le vie dell’interferire non conoscono limiti così come quelle delle onde. Attraversano mondi e si lasciano contagiare conservandone memoria, colore e natura.

La poesia diventa allora un ricettacolo di cose, avvenimenti senza data, scarti e rifiuti dove il senso è quello di un fiume che si avvita, scende lungo una dolina, scava e deposita contemporaneamente i suoi sali, le sue incongruenze, costruendo immagini, ologrammi, entanglement di mondi sconosciuti e tempi senza tempo, né leggi d’entropia o scambi di calore.

Che c’entra questo tipo di poesia con il resto in cattedra, dei fiumi sinfonici, esaustivi, messaggeri, dimostrativi, violentemente profanatori del silenzio?

Penso nulla e questo scava un fossato tra le esigenze del mercato che vuole la sopravvivenza della poesia affidata a canoni estetici fissati per l’eternità e una che intravede una crisi nell’interpretazione e comprensione del mondo come tendenza generalizzata all’automazione e dunque abbandono dei mezzi espressivi e delle libertà ad essi connesse.

“Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere compresi nella nostra più vera essenza. (G. Linguaglossa)

Andare oltre il principio di non contraddizione sembra allora la via maestra, una esigenza esplosiva tenuta a freno dalla forza forte nel nucleo della razionalità tecnologica che trasforma l’esistenza in gesti della Macchina infinita.

Se c’è una risposta alla domanda: quale poesia dopo la fine della metafisica? Credo che si nasconda nella formula E= mc2.
Qualche tempo fa scrivevo senza alcun riscontro:

Dopo l’ultimo verso
ancora mi commuove
E=mc2 (E uguale emme ci quadro)
che brucia me e ogni sole

(E= Poesia. Inedito 2017)

Che altro è possibile infatti oltre il muro della massa e dell’energia?
E’ un muro (con tanto di filo spinato), simile a “tutte le porte chiuse” di Tranströmer indicato da Giorgio Linguaglossa, che sta ad indicare un limite invalicabile del dire e dunque del significare, la chiusa di ogni possibile poesia semplicemente perché non hanno alcun significato oltre di esso, le nostre categorie.

Al suo interno la storia è gassificata ma non annullata, tanto che si può associare un moto, vederne i frammenti in movimento, azzardare la provenienza ed il contorno dell’intero senza darne assoluta certezza, entrando direttamente in contatto con il nucleo chimico, a tu per tu con l’essenza elementare delle cose, individuarne le combinazioni future.

A svolgere questo lavoro di scavo nel nulla è il pensiero, una lucciola che ha imparato dalle leggi del caso a sintetizzarsi l’abito di tungsteno necessario per sopportare il peso schiacciante del passato e volgerlo in energia luminosa che va dove va, obbedendo solo a sé stessa.

Poesia è questo illuminarsi del mondo dove il verso si mette in proprio, lampo tra catodo e anodo come nell’esperimento degli esperimenti tra sostanze che potrebbero accendersi e reagire, le più semplici nella direzione della futura complessità.

La stessa nella chiusa di G. Rago, probabilmente:

La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini” .

Carlo Livia

Il giovane Nietzsche di “Verità e menzogna in senso extramorale”, fra gli altri, ha indicato l’origine della mistificazione e della violenza ideologica che sottendono qualunque forma di predicazione e pensiero, perchè incapaci di evitare l’ostacolo strutturale, intrascendibile alla loro istanza noetica e rappresentativa: il
linguaggio verbale, ” vagante esercito di metafore” , di elementi semiotici, invenzioni umane, di cui solo alcuni, surrettiziamente e illegittimamente, vengono canonizzati e stabilizzati dalla cultura dominante, che vi attribuisce una inesistente valenza epistemica, rappresentativa.

La radicale destituzione di senso, di risultanza epistemologica dei linguaggi convenzionalmente formalizzati, l’invalicabile abisso fra logica e ontologia e, conseguentemente, l’esigenza di violare, decomporre, rivoluzionare e tentare di esperire nuove connessioni, ampliare e fondare nuovi universi semantici ed espressivi – questo è il nucleo genetico da cui scaturisce l’implacabile tensione iconoclasta, profanatoria, decostruttiva e rigenerativa della poesia contemporanea, di cui Intini è ammirevole esempio.
La risultanza icastica, ideologicamente rigenerativa di tale esperienza verbale, scaturisce, secondo me, dalla capacità di esplorare e reificare, attraverso incongruenze e sconnessioni, l’universo emozionale, pre-razionale ( la “precomprensione” da cui genera l’atto della significazione, come nella densa riflessione di Linguaglossa ) che avvolge e circoscrive la coscienza verbale, lasciando affiorare verità inesplicate, intuizioni espresse in sintagmi e icone folgoranti, in cui il senso, misteriosamente, trascende e esonda dal significato immediato, denotativo.

Un clown dell’era in cui erano riconoscibili, sparò a Dio.
Piovve un puzzle incomponibile.

Se c’è stato un caso di immortalità
è bene prendere provvedimenti.

Il meccanismo tritò i chicchi di luna nera
Per farne desiderio e versarla tra le cosce.

M complimento con Intini, a cui vorrei dedicare un testo.

Almost you

Prima dell’alba il morbo raduna gli assenti. Nel tempio fossile richiudono i sigilli. Diventano neri. Mangiano e bevono la madonna triste.

In cielo un sax senza più lacrime. Invano nasconde i defunti. Sporgono dal grembo oscurato dalla metropoli.

Il tuo viso affonda nell’universo fatuo, sottile, vacillante. Un sogno obliquo sul mare dei risorti. Divorato dalla pioggia. O dalle anime dei grattacieli.

La bambina sola nel folto delle lamiere. Grande orologiaio, guarda, il nulla trabocca dai cieli! Non è silenzio, è l’addio incessante. Non è amore, è grandine mista a sangue.

Violini e lacrime restano sulla strada abbandonata. Odore di donne essiccate, sparse nel blu cobalto.

Corvi e peccati si contendono il nido della fanciulla. Violata dall’oro dei trafficanti, non torna più. Concepisce lontana.

La lanterna cieca assiste al parto.
Senza vegetazione. Cadono sillabe fredde.

Gino Rago

Le due recenti proposte poetiche apparse su L’Ombra delle Parole, i polittici di Ewa Tagher, di ieri, e di Francesco Paolo Intini, di oggi, ci dicono chiaramente che

“non la poesia è in crisi, ma è la crisi nella poesia”.

Ci dicono che i battiti del polso e il generale stato di salute della forma-polittico in distici suggellano allo studioso di poesia senza para-occhi e senza pre-giudizi uno stato poetico senza nessun tipo di patologie.
Semmai, ora, la vera questione è un’altra. Ed è questa che faccio dire direttamente a Giorgio Linguaglossa:

«caro Gino Rago,

la nostra proposta di una nuova ontologia implica la petizione di una nuova idea del tempo, dello spazio, della vita psichica, della vita erotica, dell’esistenza e della storia, implica la petizione di una nuova esperienza del vivere e dell’agire, qui e ora, nel tempo.

Questa petizione di un ripensamento categorico dei pilastri dell’ontologia, della filosofia, dell’etica e della politica occidentali, implica e richiede un rivolgimento di tutti i nostri sensi, del nostro modo di vita.

Si inganna e ci inganna chi scambia la petizione del nostro principio per una nuova ontologia poetica per una proposta riduzionistica o, semplicemente umanistica, perché una nuova ontologia poetica richiede fortemente una nuova forma di vita.

La poesia vive all’interno di una determinata forma di vita, e non è libera affatto. Liberare la poesia è il primo passo per liberare e rinnovare la nostra forma-di-vita.

La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini».

E’ questo il salto che tutti insieme siamo chiamati compiere.

Liorgio Linguaglossa

Grazie Gino Rago,

per aver ricordato quelle mie frasi che avevo scritto in un momento di sconforto. La poesia nuova, quella che stiamo facendo, ci prepara per i tempi nuovi, parla al futuro perché è diretta al futuro. Il futuro ci guarda. Quello che noi facciamo lo dobbiamo testimoniare per il futuro. È il futuro che ci chiede una nuova poesia, non il passato. Soltanto il nuovo mondo della rivoluzione a-venire, se mai verrà, potrà essere il giudice di queste nuove poesie. Ewa Tagher e Francesco Paolo Intini parlano al futuro del nuovo mondo, se nuovo mondo ci sarà.
In fin dei conti la poesia ha senso se prepara la nuova rivoluzione, altrimenti è roba usufritta che può essere annebbiata e dimenticata.

Scrive Giorgio Agamben:

«l’esplorazione topologica è costantemente orientata nella luce dell’utopia».

Lucio Mayoor Tosi

Queste poesie di Intini trasmettono l’emozione di un programma atto a cercare tracce di senso tra le pagine di un libro di narrativa, o di un giornale dei nostri tempi. Intini è poeta estremo. E’ là, dove non siamo più.
Ogni suo verso è cadenzato, sicché il distico arriva come sottolineatura a marcare il passo: laddove una quartina, una strofa, o che diamine ne so, potrebbero invece disporsi per la una prosa, non eccelsa ma intelligente per come sa mantenersi sconclusionata.

 

Mario Gabriele

Inedito da http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-13/?fbclid=IwAR1-bW5DmjySxfRckCM2AegvYIi4Hnf-IkOd7N0iVS68iquRvd0E05VP14c

L’altra parte della città sembra una favela
con i muri umettati di vernice.

-Ruby, dì qualcosa-.
-Non ho parole che buchino le pietre.-

Quaggiù non opera più nessuno
E’ diventato un borgo abbandonato.

Susy, puoi prenderla con comodo
studiando il prossimo avvenire.

La questione non è facile.
-Vuol dire che anche tu hai trovato le dicotomie?

Il croupier si è addormentato,
stanco di rastrellare pedine.

– Sicuro che vuoi puntare tutto sul jolly
come uno di Las Vegas? -.

Il signor Priscott ha lasciato le pavonie
a caccia del Killer in contumacia.

Ho paura che si metta dietro la filosofia
a illuminare le albe oscure.

Il canto dell’upupa non fa che avvertirmi
delle trappole del mattino..

Frate Mingus ha chiuso il ciborio
fino al Terzo Giorno.

Nel Musèe Condé di Chantilly resiste la miniatura
delle Très riches heures du duc de Berry.

Cara Eddy non credo che l’odore di bruciato
del roast chicken sparirà come il Killer.

L’aria è ancora fresca. C’è tempo per un whisky
al Rosebud di Parigi.

Mauro Pierno
In stile vecchia ontologia da Ramon (mia prima ed unica pubblicazione)

                                         per Mario Gabriele…

Tramo trappole senza fili
adescando fantasmi, costruisco
rozze ragnatele non di semplici
fili ma barricate & masserizie & immondizie
scarti sentimentali, plastiche, e pure sorrisi.
Connetto, godo e mi addormento.
Pure tu, non sei più la stessa,
cara notte, troppo vicino all’alba,
confusa, ammansita.
Un croupier ha ammassato tutte
le nostre fiches. Quanto,
quanto abbiamo vinto!

*

La poesia n. 108  del mio libro di prossima pubblicazione con Progetto Cultura

Questa traccia di bosone
evidenzia la falla inutile, la cucina,
tre quattro sedie di serenità. Il tavolo di
traverso nel taglio della luce, l’albicocca
spalmata sulle fette biscottate.
Sul tagliere disperse
le briciole della fisica ininterrotta.
Un furto di parole variopinte, Higgs che
apre e richiude la dispensa.

21 commenti

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21 risposte a “Una poesia di Tomas Tranströmer, Poesie e Commenti di Carlo Livia, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Ethos significa soggiorno, Aufenthalt, luogo dell’abitare

  1. «Ciò che resta lo fondano i poeti» (Hölderlin)

    E infatti, ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, biossido di carbonio, scarti della combustione, scarti della produzione, le parole sporcificate…

    Acutamente Ewa Tagher afferma che le sue poesie «sono errori di manifattura», errori della catena di montaggio delle parole biodegradate, fossili inutilizzabili… Sono queste parole che richiedono la distassia e la dismetria, sono le cose combuste che richiedono un nuovo abito fatto di strappi e di sudiciume. Non siamo noi i responsabili.

    Bandito il Cronista Ideale di un Reale Ideale, resta il cronista reale di un reale reale. Il «reale» del polittico» è dato dalla compresenza e complementarietà di una molteplicità di punti di vista e di interruzioni e dis-connessioni del flusso temporale-spaziale e della organizzazione sintattica e metrica. La forma-poesia della nuova poesia diventa così un «polittico distassico» che contiene al suo interno una miriade di disallineamenti fraseologici, disconnessioni frastiche, di interruzioni, di deviazioni sintattiche e dinamiche, di interferenze e rumori di fondo.

    È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.

  2. Marina Petrillo

    Se esiste in vortice il pallido sembiante, è per determinare l’esiguo tratto esistente tra il cammino e il suo antesignano. Perorare il caso sino a giungere a sua essenza, è tramite di insoluta causa cui l’animo approda straniero a ogni morale.
    Se, giunta alla soglia di una variabile incostante, l’esistenza e la sua narrazione trasmutano in Forma e Verbo, ogni accordo con la fonte primaria diviene a sua volta incognita a cui l’esperire dona la traiettoria. Sospingere l’incarico senza incarnarlo, ormeggiare il ruolo in una baia atemporale, diviene frazione di un flusso del quale a stento si percepisce il nesso. Abitare lo spazio degli accadimenti come inviolata, silenziosa monade in cui ogni affanno diviene attesa.
    Si ripristina il respiro oltre l’assolata piana dei sentimenti svelati a umano gesto. Dichiarata ogni menzogna, anche il linguaggio impigrisce, sino a spengersi in monotematica sindrome votata allo spaesamento. Il suono si stempera in velata ricerca di ciò che non detto, si esprime a sua insaputa. Così, in perfetta distonia, si avrà un sistema amorfo convertito a pensiero in cui rare immagini passano su un cielo topazio, creando antichi demoni o immagini archetipiche alle quali attingere.
    In tale fluttuare, perde consistenza ogni dire. O scrivere. Resta testimonianza in traccia insicura, restia a ogni credo. E’ la lieve eclissi prima di ogni turbamento. Un alfabetiere alchemico in cui turbinano elementi volti alla fine.

    A baldanza si insinua l’ultimo detto
    presago di silenzio.
    Non devia del corso suo il canto.

    Procede ad orma infrante duttile
    all’imminente commiato dall’esistere.

    Invisibile alla nullità imperante
    naufraga in altra dimensione

    senza porre diaframma tra il Sé
    e il congiunto suo riflesso.

    Attende in sospinto moto l’impresso
    lascito e annulla ogni presenza.

    Varca il pendio in periplo costante
    sino a smarrire l’orientato senso .

    Alcun filosofo attende
    poiché Poesia attarda in fiacca veste.

    Del non smisurato Verbo, Musa.

    Marina Petrillo

    Ciò che è manifesto sospinge verso ignoto campo.
    Ringrazio gli amici poeti per la profondità dei loro scritti e la vibrante emanazione dei loro versi. Marina Petrillo

  3. Editoriale n. 7 della rivista Il Mangiaparole, trimestrale di poesia e contemporaneistica
    https://lapresenzadierato.com/2020/02/01/presentato-al-caffe-letterario-la-sera-dell11-gennaio-2019-il-n-7-del-trimestrale-di-poesia-critica-e-contemporaneistica-il-mangiaparole-di-marco-limiti-comitato-di-redazione-sabino-c/

    Qui si sperimenta una letteratura senza soggetto e senza oggetto perché chi scrive lo fa a partire da ciò che non si può né dire né raccontare. La letteratura, in questo senso, non sarebbe altro che il passaggio e la traccia di questo impenetrabile, di questa intrattabilità del limite (la scrittura logologica della NOE diventa in questa maniera l’inconscio di qualsiasi letteratura possibile). Ciò significa che ogni scrittura, che possiamo definire letteraria, che sgorga dall’indicibile, ma, in qualche maniera lo oltrepassa, non è a disposizione del soggetto che scrive dal momento che il movente della scrittura, provenendo dall’indicibile, è proprio ciò che rende muto il soggetto che parla. Vi sarebbe quindi un inizio, o meglio, un pre-inizio della letteratura che precede la letteratura e tuttavia, quanto meno come un seme, ne fa parte?

    La scrittura logologica della nuova ontologia estetica

    In un contesto come questo, dove si considera una certa scrittura logologica come la NOE che dà la parola ad un pre-nome, ad una pre-parola, pare farla finalmente finita con qualsiasi esclusività da parte della poesia di avere accesso all’indicibile; come se l’indicibile fosse a disposizione del dicibile o all’opposizione del dicibile e fosse in qualche maniera testimoniabile; come se l’indicibile, più o meno coscientemente, più o meno volontariamente, prima o dopo, potesse arrivare a dirsi nella sua indicibilità. Al contrario, l’indicibile è il luogo di un irraccontabile, che incombe certo sulla scrittura, perché sta lì a provocare qualsiasi presa di parola che, in quanto tale, oltrepassa la volontà di chiunque prenda la parola. Per decifrare meglio la posizione della nuova ontologia estetica ben esemplificata in questa pagina, conviene, senza particolari interpolazioni, inserirla nel prisma teorico in cui si condensa la tesi cardine della filosofia della letteratura di Deleuze: la letteratura merita questo nome quando produce uno spossessamento del soggetto che scrive (potremmo dire quando prescrive la sua estinzione), quando arresta la presunta superpotenza dell’io di dire «io».

    Una scrittura innescata dall’indicibile, come questa della NOE, pone sin dall’inizio le basi per il naufragio dell’io e si colloca in un territorio in cui chi scrive è dominato da forze che eccedono, che ne sia più o meno cosciente, la sua volontà.

    È l’indicibile il motore della scrittura letteraria

    Se la letteratura è ciò che prende le mosse dall’indicibile, da una reticenza dei ricordi, da una reticenza della parola, ciò significa avere tra le mani una buona base per separare la letteratura da ciò che non lo è eppure crede di esserlo. È letteratura soltanto la scrittura in grado di fare a meno dell’autorità dell’autore, depistando senza indugio qualsiasi intenzione di stabilizzare l’identità e la mittenza di chi scrive, e che quando costui prende la parola si affida a brandelli di tempo per raccontare quella che diventa una storia puramente immaginata perché potenzialmente infinita. Da ciò consegue, se si fa a meno della stabilità del soggetto per garantire la coerenza della narrazione, che la letteratura perde la semplice funzione di mezzo d’intrattenimento e diventa potenzialmente, proprio in quanto dissociata dalla mittenza di una presunta identità, dalla sicurezza dei ricordi, un’occasione per fare dell’arte un’esperienza del pensiero grazie alla produzione d’immagini che non appartengono a nessuno e quindi in grado di portare chiunque oltre se stesso, di de-soggettivare.

    La nuova epoca delle post-macchine e degli automi

    In realtà noi qui stiamo macchinando, stiamo innanzitutto escogitando una sofisticata filosofia del tempo, una filosofia sulla fine del tempo dell’uomo delle macchine, e una nuova filosofia senza-tempo per l’uomo della civiltà della interconnessione elettronica globale. È questa nuova epoca delle post-macchine e degli automi che richiede un’altra letteratura che sia svincolata da ogni mittenza del verosimile e da ogni corrispondenza realistica tra l’arte e il suo corrispondente reale.
    La posta in gioco più grande è la stessa sopravvivenza della «verità» in un’epoca in cui sia le esperienze individuali sia quelle storico-collettive sono destinate a una presa di congedo dalla «verità» irrimediabilmente compromessa con le esigenze tecnologiche della nuova civiltà che si delinea all’orizzonte.
    Il segno non si risolve nell’oggetto né trae legittimazione dal soggetto che lo evoca. I segni, al contrario, costituiscono una trama d’indicazioni, di tracce, di rinvii che sono fuori il controllo del logos, che permettono, per chi sa accoglierli, di accedere, non alla «verità» (che è tramontata insieme alla sua metafisica), ma a contenuti, frammenti. grumi indiscernibili di «verità», grumi contraddittori e parziali, eppur sempre grumi, indizi, rinvii-a qualcosa che eccede manifestativamente il logos.
    È come se ci si arrestasse intimiditi ed esitanti di fronte alla soglia di irrappresentabilità del reale, sulla soglia dove, varcando i limiti della rappresentabilità, resta, nonostante tutto, ancora qualcosa da dire e quindi una scrittura da organizzare. È questa eccedenza del logos che è significativa, non la sua residenza, non la sua resilienza.
    È impossibile narrare ciò che è accaduto, perché ciò che è accaduto, appena viene filtrato da un racconto, smarrisce qualsiasi forza di penetrazione dei fatti storici e la sua interna verità. Allora, che fare? Bisogna fare un passo di lato, prendere le distanze, parlare d’altro, di ciò che resta della realtà quando essa si rivela inaccessibile alle parole, alla conoscenza, al senso. Bisogna adottare un’altra strategia, cambiando passo, mutando lo sguardo, perdendo la coscienza della propria coscienza e dei propri ricordi dimenticati. Forse soltanto in questa maniera, mediante un gesto di ritrazione, come di pudore, diventa possibile rintracciare qualche frammento di verità.

  4. Giuseppe Gallo

    Un bel confronto, non c’è che dire, tra le affermazioni di Intini:

    ” La poesia diventa allora un ricettacolo di cose, avvenimenti senza data, scarti e rifiuti dove il senso è quello di un fiume che si avvita, scende lungo una dolina, scava e deposita contemporaneamente i suoi sali, le sue incongruenze, costruendo immagini, ologrammi, entanglement di mondi sconosciuti e tempi senza tempo, né leggi d’entropia o scambi di calore.”

    e quelle di M. Petrillo:

    “Se, giunta alla soglia di una variabile incostante, l’esistenza e la sua narrazione trasmutano in Forma e Verbo, ogni accordo con la fonte primaria diviene a sua volta incognita a cui l’esperire dona la traiettoria. Sospingere l’incarico senza incarnarlo, ormeggiare il ruolo in una baia atemporale, diviene frazione di un flusso del quale a stento si percepisce il nesso. Abitare lo spazio degli accadimenti come inviolata, silenziosa monade in cui ogni affanno diviene attesa.”

    In attesa di qualche ulteriore “scambio di calore” e di qualche altra “vibrante emanazione” poetica… saluto affettuosamente.
    (Giuseppe Gallo)

  5. Botta e risposta Gino Rago – Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago
    Le recenti proposte poetiche apparse su L’Ombra delle Parole,( i polittici di Ewa Tagher e di Francesco Paolo Intini), ci dicono chiaramente che

    NON LA POESIA E’ IN CRISI MA E’ LA CRISI NELLA POESIA

    Ci dicono che i battiti del polso e il generale stato di salute della forma-polittico in distici suggellano allo studioso di poesia senza para-occhi e senza pre-giudizi uno stato poetico senza nessun tipo di patologia.

    Semmai, ora, la vera questione è un’altra. Ed è questa che faccio dire direttamente a Giorgio Linguaglossa:

    «caro Gino Rago,

    la nostra proposta di una nuova ontologia implica la petizione di una nuova idea del tempo, dello spazio, della vita psichica, della vita erotica, dell’esistenza e della storia, implica la petizione di una nuova esperienza del vivere e dell’agire, qui e ora, nel tempo.

    Questa petizione di un ripensamento categorico dei pilastri dell’ontologia, della filosofia, dell’etica e della politica occidentali, implica e richiede un rivolgimento di tutti i nostri sensi, del nostro modo di vita.

    Si inganna e ci inganna chi scambia la petizione del nostro principio per una nuova ontologia poetica per una proposta riduzionistica o, semplicemente umanistica, perché una nuova ontologia poetica richiede fortemente una nuova forma di vita.

    La poesia vive all’interno di una determinata forma di vita, e non è libera affatto. Liberare la poesia è il primo passo per liberare e rinnovare la nostra forma-di-vita.

    La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini».

    E’ questo il salto che tutti insieme siamo chiamati compiere.

    Liorgio Linguaglossa

    Grazie Gino Rago,

    per aver ricordato quelle mie frasi che avevo scritto in un momento di sconforto. La poesia nuova, quella che stiamo facendo, ci prepara per i tempi nuovi, parla al futuro perché è diretta al futuro. Il futuro ci guarda.

    Quello che noi facciamo lo dobbiamo testimoniare per il futuro.

    È il futuro che ci chiede una nuova poesia, non il passato. Soltanto il nuovo mondo della rivoluzione a-venire, se mai verrà, potrà essere il giudice di queste nuove poesie.

    Ewa Tagher e Francesco Paolo Intini parlano al futuro del nuovo mondo, se nuovo mondo ci sarà.

    In fin dei conti la poesia ha senso se prepara la nuova rivoluzione, altrimenti è roba usufritta che può essere annebbiata e dimenticata.

    Scrive Giorgio Agamben:

    «l’esplorazione topologica è costantemente orientata nella luce dell’utopia».

    Gino Rago
    Tu affermi giustamente che:
    “La poesia vive all’interno di una determinata forma di vita, e non è libera affatto. Liberare la poesia è il primo passo per liberare e rinnovare la nostra forma-di-vita.”

    E’ l’unica strada da percorrere, non ne vedo altre.

    La nostra petizione di una nuova ontologia è la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini.
    Ricordo Brodskij:

    “«[…]ci si deve impegnare nella letteratura. L’ideale sarebbe che lo facessero tutti. E’ una necessità della specie, biologica, il dovere di un individuo verso sé stesso, verso il suo DNA… In ogni caso, bisognerebbe parlare non tanto del dovere del poeta verso la società, quanto del dovere della società verso il poeta o verso lo scrittore.

    Ovvero, la società dovrebbe semplicemente ascoltare il poeta e cercare di imitarlo;

    non proprio seguirlo, ma imitarlo.

    Ad esempio, non ripetere ciò che è stato già detto una volta…

    Nei bei tempi andati era proprio così: la letteratura forniva alla società delle norme, dei modelli linguistici, e la società li adottava. Ma oggi, non si sa come, scopriamo che la letteratura si deve sottomettere alle norme imposte dalla società…

    Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.

    Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcool.

    Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta.»”

    Conclusione

    Forse per questo, o in sangue, ossa e carne, o sulla carta, i poeti ritornano sempre.
    (Almeno così mi piace pensare)

    Gino Rago

  6. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Un bel confronto, non c’è che dire, tra le affermazioni di Intini:

    ” La poesia diventa allora un ricettacolo di cose, avvenimenti senza data, scarti e rifiuti dove il senso è quello di un fiume che si avvita, scende lungo una dolina, scava e deposita contemporaneamente i suoi sali, le sue incongruenze, costruendo immagini, ologrammi, entanglement di mondi sconosciuti e tempi senza tempo, né leggi d’entropia o scambi di calore.”

    e quelle di M. Petrillo:

    “Se, giunta alla soglia di una variabile incostante, l’esistenza e la sua narrazione trasmutano in Forma e Verbo, ogni accordo con la fonte primaria diviene a sua volta incognita a cui l’esperire dona la traiettoria. Sospingere l’incarico senza incarnarlo, ormeggiare il ruolo in una baia atemporale, diviene frazione di un flusso del quale a stento si percepisce il nesso. Abitare lo spazio degli accadimenti come inviolata, silenziosa monade in cui ogni affanno diviene attesa.”

    In attesa di qualche ulteriore “scambio di calore” e di qualche altra “vibrante emanazione” poetica… saluto affettuosamente.
    (Giuseppe Gallo)

  7. «… il faudra s’interroger sur le rapport que les énoncés entretiennent avec ce que Lacan a pu définir, en référence à Joyce, comme l’énigme de l’énonciation:

    «il s’agit de savoir pourquoi diable un tel énoncé a-t-il été prononcé. C’est une affaire d’énonciation. Et l’énonciation c’est l’énigme portée à la puissance de l’écriture» (Lacan, 1975-1976, p. 153).

    Le fait d’adopter un tel point de vue entraîne une radicale mise en question de l’approche herméneutique de l’œuvre littéraire. En effet, une interprétation qui tient compte de la fuite éternelle du sens et qui se propose de ne pas négliger le côté opaque et énigmatique du texte se voit impérativement opposée aux habitudes d’une critique littéraire qui a comme objectif de dévoiler le sens ultime et souterrain du texte. Ce dernier, bien que toujours ouvert aux lectures et aux révisions de l’histoire littéraire, constitue néanmoins le terrain d’une résistance perpétuelle aux grilles d’encadrement dans lesquelles ces mêmes lectures et révisions voudraient le confiner. La distinction opérée par Roland Barthes entre l’œuvre et le texte nous paraît ainsi très adaptée pour illustrer ce type de perspective théorique. Si l’œuvre littéraire a été instituée par l’approche herméneutique et philologique en tant qu’objet fermé questionnable sur la base du processus de filiation quil’aurait générée et de la volonté autoriale présupposée à l’origine de la création, le processus textuel, expression du sujet manque-à-être et du parlêtre, demande au contraire d’être interrogé en renonçant à toute tentation de réduction herméneutique. Lorsque l’œuvre subit sa propre fermeture au moyen de l’interprétation philologique, qui vise à en reconstruire le sens apparent, ou de l’herméneutique, qui s’engage à en rechercher la signification secrète, le texte se produit dans le champ du signifiant, en tant que renvoi infini et sans point d’arrêt. Il témoigne d’une logique métonymique qui ne se termine pas par un sens mais qui se déroule selon un mouvement de croisements, de variations, de chevauchements, d’associations,de contiguïtés, de renvois, etc. et qui relève de celle que nous appelons, avec Lacan, la joui-sens, à savoir la jouissance qui «émerge au joint où le sens sourd du littéral, et va bien au-delà de toutes les intentions du sujet qu’il court-circuite» (Soler,2001, p. 14).

    Se rapporter au texte comme lieu du sujet barré par le signifiant, ce dernier étant responsable des effets de mortification sur la jouissance, implique d’ailleurs de tenir compte du fait que le sujet, en raison de sa nature de parlant, est toujours pris dans le champ de l’Autre. Le texte se révèle donc comme une expérience de la limite et du paradoxe: il assume le caractère d’un acte de contestation aux égards des discours communs et massifiés, auxquels il est néanmoins subordonné. Le poétique se place dès lors toujours en relation avec le discours, et il le fait au moyen de sa lalangue unique et singulière qui répond pourtant aux effets symboliques et imaginaires qui s’y inscrivent. En ces termes, nous accueillons la définition de Roland Barthes du texte comme espace de circulation et, nous ajoutons, de court-circuit des langages, àl’intérieur duquel il ne se trouve pas de langage qui se pose en limite par rapport aux autres.

    Par conséquent, c’est également au travail de lecture qu’une transformation s’impose: son rôle ne sera plus de souligner la coexistence de sens différents au sein du texte mais plutôt de s’affirmer, à son tour, comme acte d’explosion et de dissémination du sens. Le lecteur sera en effet obligé de considérer non seulement la nature inconsciente du texte comme lieu du sujet manque-à-être, mais aussi le glissement des signifiants et le manque qui détermine l’opération de lecture elle-même:

    “la destruction du méta-langage, ou tout au moins (car ilpeut être nécessaire d’y recourir provisoirement) sa mise en suspicion, fait partie de la théorie elle-même: le discours sur le Texte ne devrait être lui-même que texte, recherche, travail de texte, puisque le Texte est cet espace social qui ne laisse aucun langage à l’abri, extérieur, ni aucun sujet de l’énonciation en situation de juge, de maître, d’analyste, de confesseur, de déchiffreur: la théorie du Texte ne peut coïncider qu’avec une pratique de l’écriture”. (Barthes, 1984, p.80).*

    * da https://www.academia.edu/38085751/Linconscio._Rivista_Italiana_di_Filosofia_e_Psicoanalisi_n._6_2018_Linconscio_letterario

  8. È molto importante la definizione del concetto di «parallasse» per comprendere come nella procedura della poesia di Francesco Paolo Intini, ma non solo, anche nella poesia di Marie Laure Colasson e altri poeti della nuova ontologia estetica in misura più o meno avvertita, sia rinvenibile in opera questa procedura di «spostamento di un oggetto (la deviazione della sua posizione di contro ad uno sfondo), causato da un cambiamento nella posizione di chi osserva che fornisce una nuova linea di visione.»

    The common definition of parallax is: the apparent displacement of an object (the shift of its position against a background), caused by a change in observational position that provides a new line of sight. The philosophical twist to be added, of course, is that the observed difference is not simply ‘subjective,’ due to the fact that the same object which exists ‘out there’ is seen from two different stations, or points of view. It is rather that […] an ‘epistemological’ shift in the subject’s point of view always reflects an ‘ontological’ shift in the object itself. Or, to put it in Lacanese, the subject’s gaze is always-already inscribed into the perceived object itself, in the guise of its ‘blind spot,’ that which is ‘in the object more than object itself,’ the point from which the object itself returns the gaze *

    * Zizek, S. (2006) The Parallax View, MIT Press, Cambridge, 2006, p. 17.

    • Che un oggetto si lasci raffigurare in una rappresentazione priva di fratture è una supposizione della filosofia dell’identità. La petizione di una continuità rotonda e conchiusa dell’oggetto, con tanto di armonia protesa verso l‟infinito, è una idea vaga e indistinta che aggiunge vaghezza all’oggetto e genericità al soggetto. Ecco perché la parte più considerevole dell’arte di oggi e della nuova poesia in particolare si presenta nella veste del frammento, in quanto la petizione di principio di una rappresentazione rotonda e conclusa dimentica la natura opaca del soggetto e dell’oggetto. Ecco che a partire da un rilievo puramente formale, l’ideale della rappresentazione di un contenuto, siamo giunti ad un dato contenutistico che costituisce al tempo stesso il suo telos nascosto: essere la nemesi della falsa chiarezza dell’idea di una rotondità dell’espressione artistica.

      Quella intermittenza , quella interferenza, quella discontinuità, quei disallineamenti frastici quei disallineamenti temporali e spaziali della narrazione sono invece il luogo proprio della poiesis. Il proprium della scrittura poetica non è quindi un ininterrotto monologo del soggetto ma richiede delle pause, del «riprender fiato», come diceva Benjamin, delle interferenze, dei rumori di fondo. Gli interstizi della scrittura poetica sono dunque come le pause musicali, ben più che vuoto e morto silenzio: sono pregne di «senso», momenti del suo tessuto stilistico, del suo sviluppo. Caratteristica del frammento è proprio quella di non partire da zero ma di iniziare sempre di nuovo in medias res e di non puntare all’esaustività di una espressione rotonda e conchiusa.

      Della chiusura dell’oggetto non può decidere il pensiero, anzi, l’oggetto appare chiuso proprio in grazia delle sue «zone d‟ombra», proprio in quanto non trapassa totalmente nella poiesis.

      Se la filosofia è la coscienza di questo inconscio, come afferma Adorno, la poesia è l’inconscio della coscienza, il substrato soggiacente nella cultura che si è positivizzata. Come il contenuto del pensiero anti-sistematico non può che esprimersi in forma frammentaria, così il frammento ha la propria ragion d‟essere nell’espressione di questo contenuto critico.

      Il pensiero filosofico moderno che si esprime nella forma del frammento si trova per Adorno in rapporto riflesso, negativo, critico rispetto al sistema del «mondo amministrato». Dal lato della forma il frammento filosofico prende di mira l’idea di totalità. Adorno dimostra non solo la falsità della pretesa del pensiero di volgersi positivamente alla totalità ma, al tempo stesso, anche la necessità che spinge il pensiero inconsapevolmente verso di essa. È nel dissolvimento di questa necessità e non nel suo semplice – quanto illusorio – rifiuto che il sistema viene effettivamente «superato» (aufgehoben) e si realizza quella Logik des Zerfalls (logica della disgregazione) che rende necessario al pensiero di assumere la forma del frammento. Quello di Adorno vuole essere, come è detto in Dialettica negativa, un anti-sistema che si oppone cioè tanto al pensiero sistematico quanto a quello semplicemente a-sistematico. Rispetto alla forma, un pensiero anti-sistematico si oppone all’idea di una sistematica esposizione del suo oggetto. Esso riconosce nell’idea di una continua ed ininterrotta argomentazione anzitutto una esigenza di sicurezza soggettiva. Ma che l’horror vacui del sistema sia un presupposto necessario e indispensabile della comprensibilità di un asserto filosofico è, per Adorno, tutto da dimostrare. «Testi, che tentano apprensivamente di indicare senza interruzioni ogni passaggio,cadono perciò anche immancabilmente nella banalità e nella noia, che affetta non solo la concentrazione della lettura ma anche la loro stessa sostanza».1
      Adorno punta ad una contraddizione latente dell’idea di sistema. Un testo, infatti, in cui ogni passaggio concettuale venga oggettivato, una totalità in cui lo sviluppo dell’argomentazione fosse fissata in modo rigoroso, renderebbe superfluo il pensiero.

      Nell’ideale del suo pieno dispiegamento il mondo amministrato mostra che ciò che sembra appartenere alla mera «tecnica» spinge verso l’esautorazione del pensiero. Allo stesso tempo, tuttavia, l’esigenza sistematica muove verso la dissoluzione dell’oggetto, della sua natura opaca e altra rispetto al pensiero.

      Il sistema filosofico e l‟idealismo in particolare, si costituiscono storicamente, per Adorno, come corrispettivo nella sfera del pensiero di un movimento di integrazione totalitaria degli individui che si impone con la società moderna. Ad esso corrisponde da un lato una forma di oggettivazione, cioè autoestraneazione, del pensiero e dall’altro una mutilazione dell’esperienza che volatilizza l‟oggetto nel soggetto: in questa dinamica ad agire è invero la struttura oggettiva, il sistema della ratio strumentale, il quale fa le veci del soggetto e dell‟oggetto, sostituendosi ad essi e mascherando la loro dissoluzione reale. La costitutiva discontinuità in cui si muove il frammento nella poesia e nel romanzo più evoluto
      «La decostruzione [ Demontage] dei sistemi e del sistema non è un atto gnoseologico-formale»,2.

      Il pensiero che sceglie la forma aperta e priva di potere del frammento è animato, dice Adorno, dalla denuncia del dominio sulla natura e sugli uomini: è solo in rapporto a questa perenne denuncia che il termine «negazione» assume un significato in Adorno e che dunque è possibile comprendere in che senso il frammento si faccia negazione della totalità. Negativo è sinonimo di critica, critica di un positivo secondo il concetto hegeliano della bestimmte Negation. Critico è il pensiero che si esercita in un «dopo», in seconda battuta, contro qualcosa che già accade, interviene come momento reattivo nei confronti di unadinamica che si è solidificata. Il negativo è espressione di ciò che è oppresso e rimosso, schiacciato e negato dal dominio.

      1 Th. W. Adorno, Minima moralia, cit., p. 90
      2 Th. W. Adorno, Negative Dialektik, cit., trad it. Dialettica negativa, Einaudi, p. 32

  9. gino rago

    Nota di lettura: Il lettore di impronte digitali di Ewa Lipska con 3 poesie
    a cura di Gino Rago

    Ewa LIPSKA , Il lettore di impronte digitali e altre poesie, , Donzelli Editore, Roma 2017, pp. 96, Euro 15. (curato da Marina Ciccarini)

    Anche da questo libro di Ewa Lipska (Cracovia 1945) emerge un tratto comune ad altre voci poetiche provenienti dalla stessa terra di Polonia, in particolare, la vena ironica, quasi sentenziosa che si avverte ad esempio nella poesia di Wisława Szymborska, con cui l’autrice ebbe fra l’altro un lungo rapporto d’amicizia e di complicità poetica.
    A qualcuno già il titolo, Il lettore di impronte digitali , sembra quasi quello di un noir, o di un romanzo, ma il cui mistero sul quale indagare qui è la vita stessa. Il racconto di frammenti di esistenza è nello svolgersi del tempo, e nel mondo, la cui rappresentazione non è mai regolare o lineare, né facilmente comprensibile. Qualche critico per questo ha parlato per la Lipska di poesia bustrofedica. Nella quartina conclusiva della poesia di apertura del libro, Rebus, si preannunciano atmosfera e cifra di tutta la raccolta poetica. Così scrive Ewa Lipska:

    “[…]Il mondo
    in cui vivevamo
    si chiama Rebus
    e se ne infischiava delle nostre domande.”
    Il mondo che ci troviamo ad abitare è una realtà complessa da capire, una realtà enigmatica da leggere, da decodificare. Forse non ha senso andare alla ricerca di un significato da assegnare al mondo stesso e unica consolazione, ma anche unica arma, è l’ironia.
    Ad accompagnare questo ridicolo banchetto c’è come una interferenza acustica, quasi un rumore di fondo costante, «un chiasso pulsante di vita» che porta con sé tutte le sue ambivalenze, perché se il ‘chiasso’ è elemento negativo, fastidioso e faticoso da accogliere, la vita tuttavia è pur sempre ineludibile.

    Presentando alcune poesie della Lipska, (su L’Ombra delle Parole),
    Giorgio Linguaglossa scrive:
    «Ciò che resta al fondo della questione stilistica nella poesia di Ewa Lipska è lo statuto narrativo del discorso poetico, la narratività, lo specchio opaco dell’«io» poetico, il calco mimetico che ha preso il modello narrativo ad icona della propria procedura.

    Ewa Lipska accetta l’io narrante, posiziona i linguaggi allo stato di radura narrativa, li riposiziona in uno spazio comunicazionale come palestra dell’io narrante con il risultato di ritrovarsi tra le mani un continente stilisticamente magmatico.
    È sufficiente scorrere i titoli dei suoi libri per capire come il discorso poetico sia giunto nella zona grigia dove non c’è più alcun canone da mettere in discussione».
    Testimoniano il pensiero di Linguaglossa versi come questi della Lipska:

    “[…]Odore di apocalisse e felicità./ Sulla riva un gruppo di persone/
    si sforza di vendere il mare/ al fuoco. Un mercato senza cuore[…]/ Nel telefono della conchiglia marina/ un fruscio elettronico.”

    Una conferma arriva anche dalla nota della curatrice Marina Ciccarini:

    «Il lettore di impronte digitali, rispettando la sua funzione, ci restituisce un’immagine nitida della mappa delle minuzie che compongono la nostra identità e trasporta chi legge in una realtà parallela in cui interagire usando i soli dispositivi della parola poetica e dell’immaginazione, potenti strumenti del nostro mondo, unico e irrefrenabile».

    La realtà di enigmi, turbata da rumori costanti, si dispiega tra passato e futuro, senza offrire nulla che possa illuminare il presente. Emergono i dati disumani della contemporaneità: il frammentarsi del rapporto fisico fra le persone, il frantumarsi della natura e della bellezza, la solitudine, la rassegnazione, la perdita di senso della storia, l’oblio della memoria.
    Sono alcuni dei mali del nostro tempo e
    «non andrà diversamente/ l’emorragia del mare/ come sempre/ finirà con un diluvio».

    I contesti che disegnano la quotidianità sono occupati da oggetti tecnologici:

    «La solitudine non ha corpo./ Neppure quando ci abbraccia […] Volteggia sopra di noi/ come un aereo da ricognizione».

    Per la Lipska sembra che davanti ai nostri occhi, nei pensieri, nei ricordi sia «finita la stagione della vita». Non ci sono né luce, né calore, né abbraccio; non ci sono persone, ma soltanto impronte, impronte digitali, marchi esclusivi che individuano univocamente il soggetto, ma che del soggetto stesso non sono in grado di dirci nulla.

    Qualcuno ha pensato a Leopardi, leggendo Ewa Lipska, al suo pessimismo cosmico, in una scrittura senza sentimentalismo, ma tagliente, affilata, capace di saper incidere nel lettore il messaggio affidato alla sua poesia.

    “[…] Non so nemmeno/ se è la storia che ha creato noi/ o se noi abbiamo creato la storia./ Se siamo solo l’eco/ di un cuore altrui.”

    Ewa Lipska è nata nel 1945 a Cracovia, dove risiede. Le sue raccolte poetiche, molto note in patria e all’estero, sono tradotte in numerose lingue. Ha iniziato a pubblicare versi nel 1967 e da allora la sua attività non si è mai interrotta, neppure negli anni più difficili della storia polacca. È autrice di testi di canzoni divenute famose, di un romanzo (Sefer), di feuilleton, di prose poetiche e poesie in prosa. Nel 2016 ha debuttato anche come sceneggiatrice.

    Paolo Statuti a tal proposito propone una meditazione ad hoc di Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista che scrive:
    «La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente».

    Gino Rago

    Tre poesie di
    Ewa Lipska

    Testimoni

    Sempre meno testimoni
    potrebbero confermare
    che questa era una vita
    con una fabbrica d’amore.

    Che questo era un paese.
    Una strada. Un numero.
    Un vento che spargeva schiuma di latte.

    Che erano ragazzi
    di un’altra dimensione.
    Ragazze a sirene spiegate.

    La storia rendeva
    false testimonianze.
    Il tempo si scostava dalla verità.

    I morti si sono avvalsi
    della facoltà di non rispondere.

    Gli eredi
    non hanno chance.

    **

    Il coraggio

    Il coraggio vive di momenti pericolosi.
    È sempre stato audace e intransigente.
    La tata ne ammirava la sicurezza di sé
    quando infilavamo le dita
    nelle prese elettriche
    e ci trafiggeva una lucertola nera.

    Veniva con noi in vacanza.
    Teneva sempre d’occhio
    contusioni lesioni ferite.
    Poi saltavamo dalle rocce dritti in cielo.
    Ormai a nostre spese. Il rischio si fregava le mani.

    Quando provavamo a resuscitare i morti
    a sangue freddo ci riempiva di proiettili mortali.
    Quando stavamo al davanzale della finestra
    diceva: vedo
    come un vecchio giocatore di poker.

    In certi incidenti guerre catastrofi
    ci servivamo senza scrupoli di controfigure.

    Oggi è sempre più spesso vittima dello stress.
    Di notte ci copre con una gragnola di domande.
    Rantola come un motore rabbioso e ha paura dell’altezza.

    **

    Il Big Bang

    Forse è ancora vivo qualcuno
    che è stato complice
    della creazione di questo mondo?

    Un artigiano. Un orafo.
    Un meticoloso orologiaio.
    (Lascio da parte
    divinità taumaturghi bari).

    Forse è ancora vivo il cameriere
    che lo ha servito su un vassoio
    simile alla pinna
    di un disco volante?

    O forse è ancora viva la miccia
    che ci ha spostati verso il rosso?
    (Secondo Edwin Hubble).

    Una vecchia fune di canapa.
    Uno sbeffeggiatore di fuochi d’artificio
    e di girandole.

    È sempre nei paraggi
    dei nostri
    incontri pirotecnici.

    (da Il lettore di impronte digitali,
    Donzelli Editore, Roma, 2017)
    **
    Gino Rago

  10. tiziana antonilli

    L’intervento di Gino Rago è denso di spunti per riflettere e discutere. Quando Rago scrive che ‘ un tempo la letteratura forniva alla società delle norme, dei modelli linguistici e la società li adottava’ mi domando : a quale società si riferisce? Alle società nelle quali sola una minima parte della popolazione aveva accesso all’istruzione? Popolazione solo maschile, naturalmente, e appartenente alle classi privilegiate. Oppure società nelle quali i poeti, chiusi nelle loro ‘torri d’avorio’ comunicavano tra loro mentre le masse strisciavano senza diritti ? Le tre poesie di Ewa Lipska che Gino Rago ci presenta sono tre gioielli, grazie.

  11. Caro Gino Rago
    è dal tempo delle tue lettere a Ewa Lipska
    che ho incominciato a considerare questa poetessa.(…chi era Carneade?!…)
    Ora la sua voce mi è cosi familiare, un’Ombra
    indispensabile.

    Mi affascina questo suo ridurre tutto ai minimi termini.Matematica sparizione delle cose minime.
    #
    di Ewa Lipska (da, il lettore di impronte digitali)
    QUALCHE PAROLA SULLA XENOFOBIA

    Ricorda la voracità della lingua.
    L’odio pingue. La noia untuosa.
    I cingoli in movimento
    della pasta. La cacofonia della politica.

    È il veleno di frasi indigeste.
    Un pasto denso di pregiudizi.
    Con ingordigia sceglie ricette
    per zuccherosi biscottini di guerra.

    Nei forum di internet
    lascia un senso di nausea
    #
    (Questa la dedico a te…
    Nella prossima lettera
    allegale se vuoi anche questa mia…)

    (da Piccola Pasticceria)

    6
    Come affondano le certezze, sedimentano carezze
    ed i cieli bui delle parole
    esplodono inascoltate;
    dovrai pur dirlo, ammetterlo,
    che la nostra superficialità
    è patina superiore, una leggera incomprensione, una deflagrazione!
    Tanti, tutti, strati esfoliati di ingordigia emancipata,
    lo scricchiolare contorto del tempo, un antico antico tremore.

    #
    P.S. La curatrice del volume la Ciccarini è fort!

    Grazie Gino.
    Grazie OMBRA.

  12. gino rago

    Ringrazio Mauro Pierno e Tiziana Antonilli per le attenzioni di gradimento e di condivisione con il loro gusto estetico dei miei lavori, conto più in là di impegnarmi con/in una meditazione attiva a hoc con loro sui temi che dai miei lavori si sdipanano, a iniziare dai temi linguistici e dei rapporti letteratura-società…

    (gino rago)

  13. LUMACHE VS LUCCIOLE

    Ampere in libertà
    maniaci per le strade.

    Al fulmine segue
    Un calcolo tra catodo e anodo.

    La chiocciola è fuori guscio.
    Scivola il Sole sul muco

    Uomini con la mascherina trattengono il fiato
    non c’è mai stata più poesia di ora,

    e in effetti al coro di antenne
    segue un sussulto di Terra.

    Il commercio di sillabe fu implacabile
    Un saliscendi nella spiana di Cheope

    una farfalla al prezzo di cento Nobel
    in fondo si trattava dello stesso DNA

    E non si poteva aspettare che spuntassero mammiferi
    Da una marmitta catalitica

    Nacque la Fontana e fu chiaro
    Lo stimolo di scrivere alla vescica

    La vite scrisse tralci sui muri
    Inneggiando a Marx- Engels

    Trovammo il dirigibile appollaiato sul camino
    Il nostro salvadanaio tintinnò minestra

    Per un po’ ci si era calmati perché avevamo
    La medicina contro la peste

    E dunque si trattava di prendere fiato.
    Per colazione ceci e bucce di patate.

    Non era molto stretto l’interno di calcare
    Doveva bruciare idrogeno sulle nostre teste.

    Tutto un susseguirsi di levatrici
    per un aborto spontaneo.

    Non è uno scherzo avere il 1848 a portata di mano
    E lasciarlo scorrere come un granello di rosario

    Venimmo a guardare il 2048
    Putti di Leonardo nel Verrocchio.

    una neve di polistirolo ghiacciava i paesaggi
    Il tempo germogliava volti di pomodoro.

    Ci arrestarono perché avevamo mani di bambini
    al posto dei crani e rosette nelle unghie

    la fisica, la chimica uscirono dai libri
    e furono messi a contare sillabe di viti.

    Nessun tralcio doveva eccedere i dieci viticci
    Il corrispettivo dell’ ossigeno nei polmoni.

    Anche la luna non doveva esagerare con la gravità
    Un giro nel cortile e di notte in cella.

    Per quante ce ne sarebbero state
    Fu prevista una dose di neon.

    Nelle stazioni cani lupo strappavano il culo
    A chi si attardava a salire sui treni per il 2020.

    Il raccordo pulsa senza articolare una sillaba
    E di molto le sopravanza nel bisogno.

    Affacciarsi ai finestrini e nella grave
    Le dita del ghiacciaio.

    La vita appartenne ai motori,
    i Watts alla digestione.

    Quando si tratterà di esistere giungerà un fascio di luce
    Un rapido susseguirsi di pallottole sull’olfatto.

    Gli occhi spuntano dai guard rail.
    Pesci sulla cima della Sfinge.

    Arrivò l’ amore delle Assicurazioni.
    Esponemmo i crocifissi per essere guardati.

    Piccoli bruchi sul filo spinato.

    Dai numeri estrapolarono i teschi
    Sbattevano i denti. Forse parlavano i fari.


    D’altronde le auto non chiedono al sorpasso
    Di azionare un tir.

    la catalisi mischia il sangue. La farfalla
    governa i passi di una prostituta.

    (Francesco Paolo Intini)

    • “Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi.”
      “la pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento.”
      “L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità.”
      “Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine.”

      Caro Francesco Paolo Intini,

      Questi aforismi di Adorno, tratti da Minima moralia del 1951 sono il miglior commento che io possa fare alla tua poesia. Ai quali ci aggiungerei quest’altro di mia produzione: «Le parole hanno dimenticato le parole».

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/02/01/una-poesia-di-tomas-transtromer-poesie-e-commenti-di-carlo-livia-gino-rago-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-francesco-paolo-intini-mauro-pierno-ethos-significa-soggiorno-aufenthalt-luog/comment-page-1/#comment-62852
    Stanza n. 37

    Amo la granita di caffè, il mare d’estate, quella certa linea delle labbra,
    quel certo odore, la madeleine, la pittura di Tiziano vecchio, i ritratti di Rembrandt.

    L’immagine di una giovane donna che fissa una palla sospesa in aria
    fu il prodotto di una boccata di fumo del critico letterario Bezdomnij.

    […]

    Poi il regista cambiò fotogramma.
    Hotel Astoria. La borchia di ottone della Stanza n. 27.

    All’interno, la donna si mette il rossetto, indossa le giarrettiere,
    si prepara per il suo amante, il principe di Homburg.

    La fotografia della donna seduta al tavolo di un caffè, con il volto serio
    poggiato sulla mano sinistra.

    Osserva nello specchio il proprio volto ovale.
    Ha in mano un giornale, aperto alla rubrica dei cuori solitari.

    Legge: «Parigina, alta, magra, bionda e distinta, sulla cinquantina, vivace, di buona famiglia, sportiva: caccia, pesca, golf, equitazione, sci».

    […]

    Marie Laure Colasson sbuffando anelli di fumo da una sigaretta elettronica,
    dice: «Oublions les choses ne considérons que les rapports».

    La morte è una donna nuda che gioca a scacchi con Marcel Duchamp.
    Dà scacco matto al pittore.

    La morte abita il polittico. Si traveste da mago Woland.
    Un rolex d’oro al polso. Passeggia sotto la casa del poeta,

    Agita il bastone da passeggio sulla zucca dei passanti.
    È magrissimo. Altissimo.

    Indossa una redingote e un cappello a cilindro.
    Dice: «Io sono l’Ens realissimum, la Logik der Zerfalls.

    Che vuole, egregio Cogito, prediligo l’horror vacui,
    sono un palindromo, un nastro di Moebius».

    […]

    «Negativo è sintomo di critica, non crede? Bestimmte Negation,
    lo diceva anche quel vostro filosofo….»

    Pronunciò altre ciarlatanerie e divagazioni. Poi si sedette sulla sedia a dondolo,
    ordinò un Campari con soda.

    E mi osservò attentamente dalle lenti spesse come d’un fondo di bottiglia.
    «Sono un Emissario del nulla e un Commissario dell’essere»,

    ingiunse il malmostoso.

    «La mia vita è vuota, ma usandola, non si riempie», interloquii.
    Ma era un’altra mossa della partita a scacchi. Un diversivo.

    La Figura si schiarì la voce con un colpo di tosse.
    E tacque.

  15. Riguardo al lavoro della somiglianza o della sostituzione di una parola con un’altra, come avviene nella poesia della NOE e, in particolare nella poesia di Francesco Paolo Intini e in Marie Laure Colasson, dobbiamo fare alcune considerazioni sulla natura della metafora per una adeguata valutazione della portata dell’innovazione semantica che caratterizza la procedura di sostituzione delle tessere frastiche .
    Occorre sottolineare non soltanto l’aspetto della deviazione linguistica che si ha nella metafora ma anche l’aspetto della innovazione introdotta nel linguaggio. L’innovazione semantica, richiede la deviazione lessicale. L’aspetto fondante è dunque l’innovazione semantica, grazie alla quale una nuova congruità linguistica è costituita in modo tale che la frase di per sé «produce senso» [makes sense]. Il creatore [maker] di metafore è questo artigiano dotato di abilità verbali e immaginative, colui che, da una frase insignificante ad un’interpretazione letterale, traccia una frase significante per una nuova interpretazione che merita di essere chiamata metaforica perché genera la metafora non soltanto in quanto deviante rispetto alla normale significazione ma in quanto in sé.

    In altre parole, il significato metaforico non risiede soltanto di un contrasto semantico ma anche di un nuovo significato predicativo che emerge dalle rovine del senso letterale, ovvero dalle rovine del significato. È la rovina del senso, in poesia, che «fa senso» e genera un altro significato. La poesia si nutre, vampirescamente, delle rovine del senso. È questa la sua natura e il suo telos.

    La metafora che Aristotele chiama metafora per analogia, ovvero la metafora proporzionale: A sta a B come C sta a D. La spada sta a Ares come lo scudo sta a Dioniso. Quindi possiamo dire: lo scudo di Ares come la spada di Dioniso. Abbiamo qui un cambiamento dei termini propri, quindi si introduce una innovazione linguistica mediante un atto di ostensione proprio del linguaggio, che è un vedere le cose. E questa è la proprietà produttiva-innovativa della metafora. Possiamo arguire quindi che ogni nuovo avvicinamento di elementi linguistici lontani semanticamente suscita l’opposizione di tutte le categorizzazioni pregresse che tenderanno ad opporre resistenza alla innovazione.1

    La metafora non è l’enigma ma la soluzione dell’enigma. Una soluzione, certo, enigmatica. È qui, nella mutazione caratteristica dell’innovazione semantica, che la somiglianza e quindi l’immaginazione giocano un ruolo decisivo. Ruolo che non può che essere frainteso fintantoché si ha in mente la teoria humiana dell’immagine come impressione debole, ovvero, come un residuo percettivo. Non è compresa meglio se ci si sposta su un’altra tradizione, secondo la quale l’immaginazione può essere ridotta all’alternanza fra due modalità di associazione, o per contiguità o per somiglianza. Sfortunatamente, questo pregiudizio è stato assunto da importanti teorici come per esempio Jakobson, secondo cui il processo metaforico è opposto al processo metonimico nello stesso modo in cui la sostituzione di un segno a un altro all’interno di una serie di somiglianze è opposta alla concatenazione fra segni lungo una serie di contiguità. Ciò che dev’essere compreso e sottolineato è il modo di funzionamento della somiglianza e quindi dell’immaginazione che è immanente, ovvero non estrinseco, al processo predicativo stesso. In altre parole, il lavoro della somiglianza dev’essere appropriato e omogeneo alla deviazione, alla stranezza e all’impertinenza dell’innovazione semantica. Il problema decisivo che una teoria dell’interazione della metafora ha aiutato a delineare, ma non a risolvere, è il passaggio dall’incongruenza letterale alla congruenza metaforica fra due aree semantiche. Qui la metafora dello spazio è utile. È come se un mutamento i distanza fra significati accadesse all’interno dello spazio logico. La nuova pertinenza o congruenza propria a una frase metaforica significativa procede dal tipo di prossimità semantica, che improvvisamente si ottiene fra termini nonostante la loro distanza. Cose o idee che erano lontane appaiono ora vicine.

    La metafora è una proprietà del linguaggio, una sorta di collante che unisce punti anche distantissimi del linguistico, un meccanismo tipo entanglement che presiede, dall’interno, alla composizione e al dispiegamento di ogni lingua umana. Il transfer di significato, non è nient’altro che questo movimento o questo spostamento nella distanza logica, dal lontano al vicino. E questo è il motore proprio di ogni lingua, che consente il rinnovamento della significazione e del linguaggio tramite l’apporto costruente dell’immaginazione. Il transfer di significato, non è nient’altro che questo duplice movimento o questo spostamento nella distanza dei significati, dal lontano al vicino, e dal vicino al lontano.

    La forma-poesia della nuova poesia diventa così un «polittico distassico» che contiene al suo interno una miriade di disallineamenti fraseologici, disconnessioni frastiche, di interruzioni, di deviazioni sintattiche e dinamiche, di interferenze e rumori di fondo.

    1 Cfr. Paul Ricoeur https://www.academia.edu/12110000/Tropi_del_pensiero._Retorica_e_filosofia_XVII_2015_I_?email_work_card=view-paper p. 98 «L’assimilazione predicativa coinvolge in tal modo un tipo specifico di tensione, che non è tanto fra un soggetto e un predicato quanto fra incongruenza e congruenza semantica. La visione della somiglianza è la percezione del conflitto fra l’incompatibilità precedente e la nuova compatibilità.La “lontananza” è conservata nella “prossimità”. Vedere il simile significa vedere il medesimo nonostante e mediante il differente. Questa tensione fra identità e differenza caratterizza la struttura logica della somiglianza. L’immaginazione,quindi, è questa abilità di produrre nuovi generi mediante assimilazione e di produrle non al di sopra delle differenze, come nel concetto, ma nonostante e attraverso le differenze. L’immaginazione è questa tappa nella produzione dei generi in cui un’affinità generica non ha raggiunto il livello di ordine e quiete concettuale, ma resta catturata nella guerra fra distanza e prossimità, fra lontananza e vicinanza. In questo senso, possiamo parlare con Gadamer di un fondamento metaforico del pensiero, nella misura in cui la figura del discorso,che chiamiamo “metafora”, ci permette di scorgere il processo generale attraverso il quale produciamo concetti. Perciò nel processo metaforico il movimento versoil genere è arrestato dalla resistenza della differenza e, per così dire, intercettato dalla figura retorica.»

  16. milaure colasson

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/02/01/una-poesia-di-tomas-transtromer-poesie-e-commenti-di-carlo-livia-gino-rago-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-francesco-paolo-intini-mauro-pierno-ethos-significa-soggiorno-aufenthalt-luog/comment-page-1/#comment-62867
    Ecco, vorrei presentare due mie poesie inedite dalla raccolta inedita Les choses de la vie.

    25.

    Une blanche geisha entre dans le bar
    Arrête le temps

    Lilith fixe la vague sur le sable
    Les pensées sortent en flottant

    En flottant reviennent

    Eredia retient un rayon de lune dans la main
    L’univers explose sur la 5me symphonie de Beethoven

    Des touches de piano jaunies par le temps
    Injection goutte à goutte de la trahison dans les artères

    Le mystère d’une phalange en Asie
    Les paléontologistes se déguisent en stripteaseuses

    Les perles se propagent sur les planètes
    Astrocinématographique confusionnel

    Marie Laure retrouve son sac crocodile
    Rapt de la fossette de Maurice Ravel

    Lilith Eredia Marie Laure observent la geisha

    Eglantine défait sa robe aigue-marine

    *

    Una bianca geisha entra nel bar
    Si arresta il tempo

    Lilith fissa l’onda sulla sabbia
    I pensieri escono galleggiando

    Galleggiando tornano

    Eredia trattiene un raggio di luna nella mano
    L’universo esplode con la 5ta sinfonia di Beethoven

    Tasti di piano ingialliti dal tempo
    Iniezione goccia a goccia del tradimento nelle arterie

    Il mistero di una falange in Asia
    I paleontologi si mascherano da spogliarelliste

    Le perle si propagano sui pianeti
    Astrocinematografico confusionale

    Marie Laure ritrova la sua borsa coccodrillo
    Rapimento della fossetta di Maurice Ravel

    Lilith Eredia Marie Laure osservano la geisha

    Eglantine disfa il suo vestito acqua-marina

    *

    26.

    Eredia trouve dans son sac crocodile une chaise
    recherche du DNA

    Larbi entre dans les parenthèses
    présence du vide

    Ciseaux et couteaux à l’horizon
    un mocassin met son profil sur facebook

    Mac Cormack ferme les interstices
    tactique stratégie sans bureaucratie

    Un nez regarde la chaise
    un pied bat un rythme infernal

    Les objets dansent avec frénésie
    les condamnés réclament le silence

    Orgie grotesque
    vols planés de chaises ciseaux couteaux mocassins

    Larbi s’assied dans le vide

    *

    Eredia trova nella sua borsetta coccodrillo una sedia
    ricerca del DNA

    Larbi entra nelle parentesi
    presenza del vuoto

    Forbici e coltelli all’orizzonte
    un mocassino mette il suo profilo su facebook

    Mac Cormack chiude gli interstizi
    tattica strategia senza burocrazia

    Un naso guarda la sedia
    un piede batte un ritmo infernale

    Gli oggetti ballano freneticamente
    i condannati reclamano il silenzio

    Orgia grottesca
    voli planati di sedie forbici coltelli mocassini

    Larbi si siede nel vuoto

  17. milaure colasson

    10.

    Un escadron d’oiseaux haut dans le ciel
    émigration vers d’autres horizons

    Entomologiste avant tout
    Nabokov Lolita sous le bras
    Chassent les papillons

    Eglantine de dos ses cheveux en chignon
    un long cou de cygne

    Einstein pipe en bouche violon sous le menton
    joue la relativité en quatre dimensions

    Jet d’eau glaçée sur les corps nus de deux enfants
    des cris des rires

    Echevelée regard fixe assise à terre les pieds en flex
    Carolyn Carlson et “l’or des fous”

    Gertrude Stein habile crypto-maniaque
    jette dans son sac crocodile rue de Fleurus
    Cézanne
    . .Picasso
    . . .Braque
    . . . .Matisse
    . . . . .Apollinaire
    . . . . . .Max Jacob
    et bien d’autres

    *

    Una squadriglia d’uccelli in alto nel cielo
    emigrazione verso altri orizzonti

    Entomologista innanzitutto
    Nabokov Lolita sotto il braccio
    vanno a caccia di farfalle

    Eglantine di spalle i suoi capelli in uno chignon
    un lungo collo di cigno

    Einstein pipa in bocca violino sotto il mento
    gioca la relatività in quattro dimensioni

    Getto d’acqua ghiacciata sui corpi nudi di due fanciulli
    grida, risa

    Scapigliata sguardo fisso seduta a terra i piedi in flex
    Carolyn Carlson et “l’or des fous”

    Gertrude Stein abile crypto-maniaca
    getta nella sua borsetta coccodrillo rue de Fleurus
    . . .Cézanne
    . . . Picasso
    . . . . . Braque
    . . . . .Matisse
    . . . . . . Apollinaire
    . . . . . . .Max Jacob
    e ben altro

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