Francesco Paolo Intini, Frammenti d’intonaco, Inedito, Commento di Giorgio Linguaglossa, La questione della poiesis come positura di «significati», Verso una critica della economia poetica del segno

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«Trasformare, transformer, forse Tranströmer», verso di F.P. Intini

Francesco Paolo Intini (Noci, 1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016), Natomale (LetteralmenteBook, 2017), e Nei giorni di non memoria (Versante ripido, Febbraio 2019). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017).

Francesco Paolo Intini

Frammenti d’intonaco

Le insegne si misero in proprio
La distruzione impersonò vecchie stive

trovò la via di fuga su petroliere al largo.
Riempire le strade di merletti indistruttibili.

Andava salvaguardato l’onore del zigrino
Troppi avannotti guastavano il buon nome dell’ Adriatico.

La marea divenne una superpotenza.
L’atomica in mano a rocce senza scrupoli.

Il sussulto non fu solo sotto i piedi
S’incamminò sulla via Appia e venne crocifisso.

A senso rivoltato corrisposero semi di quercia.
D’ora in poi si sarebbe camminato verso l’anno mille.

Il periscopio incontrò sé stesso
Occupare il posto dell’occhio era stato frustrante.

L’obbligo di vedere non era pari
al diritto d’essere osservato.

Partimmo nel 2020 ma non giungemmo mai al 1989.
Scomparse le tracce di Spartacus e dunque soltanto ambra.

A Hiroshima un attacco di panico
si trasformò in neutroni.

Intravvedemmo pallottole indietreggiare
Riversarsi nelle mitraglie. Biglie nelle buche.

Fu un risalire ad Archimede
Un cercare di capire dove fosse il suo compasso.

Non è che i gigli siano da meno
Si sta davanti a polline di piombo.

Piegare a verso, farne conferenza
Ubbidire al morso del calendario.

L’ordine arrivò che stavamo in trincea
Il gelo scaldava le bisacce.

Piovve un meteorite.
Ci dirottarono su un ciliegio.

Ambra e dentro formiche
In lotta contro un T-rex.

Avemmo tette per il caldo.
Allo zero sopravvisse l’inverno.

Le epoche iniziano dalle fiamme.
Piegare un vetro, soffiarci dentro.

Non tutte le mani danno ordini alle dita
Alcune tentennano perché amano lo smalto.

A volte capita di sedersi accanto
ad uno che ha mani nelle labbra.

Qualcuno scrive la coscienza
un lettore le parole

Il polpo s’è fatto capire
sullo stesso piano ventosa e colpo di genio

l’arte fa sesso sporco, la serva
ci mette la parola buona

Capire le traiettorie, assimilarle a versi
Una costante di Boltzman per parola.

Deriverà l’esistenza da qualche parametro
Ne trovammo tracce in un punto.

Il rosso riempì due mani e scrisse su un muro.
Una possibilità al bianco di diventare tigre.

Perché la misura era colma e non valeva sporcarsi
Per costruire uffici, appendere lenzuola.

Il sottopasso: quanto si era combattuto per un pertugio!
Ora due occhi scrutavano, di topo combattivo, in attesa di istruzioni.

Trovarono i depositi sguarniti. Nessuna difesa per il corallo
Il porpora riprendeva a combattere. Polmoni secchi e neve arida.

Con questa bisognava sopravvivere alle rigidità.
Chi gridava alla vigliaccheria non aveva mai vissuto.

(Mario Lunetta e Agota Kristof)

Il ragazzo sa cosa deve fare, non c’è nulla da dire o da contrattare. I gesti sono automatici e dunque non occorre un dialogo e nemmeno molta attenzione, tanto che continua a parlare sul cell con la sua ragazza mentre innesta il bocchettone della pompa del gas sul serbatoio. Apro la portiera e lascio che un po’ del mio Lolli invada la piccola area della colonnina del metano. All’improvviso l’attenzione si focalizza su di me, su quel brano che parla di borghesia. Qualcuno dall’interno del cell ha ascoltato e fatto risvegliare l’attenzione del ragazzo. Ho la netta sensazione di trovarmi in un esperimento dove l’esistenza umana è o non è, a seconda dell’osservatore. L’aspetto interessante è che questo avvenga indirettamente, come si trattasse di un gioco di biglie messe in moto da un suono la cui origine è remota, come la luce di un microscopio.
Poco lontano una grossa civetta appollaiata su un palo dell’ illuminazione, non sa nulla di fisica, ma vola via non appena capisce di essere osservata. Chissà se ha provato la stessa mia sensazione e che pallettoni lo hanno colpito. Non poteva sentire le parole né vedere i miei gesti e l’auto procedeva senza alcun segno di distinzione tra le tante.

Era Stalingrado conquistata, l’esploso di radice in marsina.
Fuoco germogliato nelle ossa.

Un bivacco di cemento divenne aghi e gemme
brace con l’occhio bianco davanti alla vetrina di un negozio di scarpe.

Esponeva il grigio, l’azzurro rattoppava i suoi camosci
Le narrazioni, le astronomie, i razzi tornati indenni da Orione

Erano trasformati in Volga.
Brindisi col nemico seduto in una ruga di corteccia.

Gli avvenimenti trovarono il delitto al loro interno.
L’entrata trionfale di Von Paulus.

Farfalle sulle gru emulavano geometri comunali.
Nella spinta all’universo il lebbrosario della coscienza.

Si trattava di negare la fuga alla gabbia di ferro
E rendere arancio un geco.

L’alba colmò di chiodi la buca del sole.
Il cuore di un notaio pompò linfa nei plinti blu.

Un clown dell’era in cui erano riconoscibili, sparò a Dio.
Piovve un puzzle incomponibile.

La prateria ricostruita su istruzione delle Erinni
Il cemento progettò un raccolto di indaco.

Il giallo dei panzer, attraversò le Ardenne,
giunse a Parigi.

Mantenne fede al giuramento.
Qualcuno volò sulla Sistina

Sostituì robinie a stipiti di zero Kelvin
Confiscò l’insegna a un Vinaio e ne fece vite.

L’aspirina di una Farmacia vergò parole di fico.
La cantina avrebbe salvato l’erba dai falsi d’autore.

Una trave tra i Cristi invocò un mantello trasparente
Imprecò contro il terrazzo sul pavimento.

Le lancette invertirono il passo cinese.
Capirono che si erano spinte troppo nell’intimo toro.

Girava linfa nel cuore di un notaio.
L’alba raggruppò i coriandoli nella buca del sole.

La costante rimanda a Trump,
L’algoritmo delle bombe.

L’albero della Libertà
e le istruzioni per risalire le Calabrie.

Si può avere buon gioco delle prestazioni.
Ci sono manette che scattano senza finanza.

Acciaio mai in prescrizione ribolle nella coscienza.
Ad un prisma la lettura analitica.

Murales aspirano a strisce pedonali.
Peones metropolitani e resti di libero arbitrio.

Alla fermata del carcere con qualche pelo sui timpani
Il falco dietro le sbarre a ricordarci che un giorno ne usciremo.

La neve sciolta del caffè illumina il barman.
Nell’ attesa un babbuino sbircia la cronaca nera.

Se c’è stato un caso di immortalità
è bene prendere provvedimenti.

L’aria del bar si gonfia di gesti viola. Donne gialle
Succhiano progetti finanziati, tramezzini e fine dell’età lavorativa.

Cucchiai ballano il tango con tazzine
il piedino sul bancone. Un licenziamento in discussione.

Ciascuno ha la sua vita operaia
E dunque inappropriato è il momento.

Un esercito di formiche diventa mano
Porta l’odore di caffè al Niagara.

Calcolo di frequenza associato al rumore del cuore.
Un gesto estremo, di una volontà decisa, passata per disgrazia.

Si parlerà greco all’assemblea di Austrolopitechi
Conferenza sul matrimonio infelice di Marge.

Cinetica e aspetti termodinamici
Del seme di crisantemo.

Homer spiega la cinetica dei gas.

Il DNA in bilico su due ruote.
Quando ha imparato a spacciarsi per simbolo?

Lo stesso giorno la rosa smise il sangue
e si fece scorrere dalla linfa di gazzella.

Il meccanismo tritò i chicchi di luna nera
Per farne desiderio e versarla tra le cosce.

Il finale tebano. La mossa varrà un premio Nobel
Trasformare, transformer, forse Tranströmer.

Calcolare la velocità. Il tracollo del Neon
Per decadenza dello stile.

Sotto cappa il taglio, un Bunsen acceso
Il capillare. Accecamento del Lume.

Nessuna delicatezza nel fare a pezzi.
Sangue di toro su spigoli vivi.

Giorgio Linguaglossa
La questione della poiesis come positura di «significati»

Per l’ermeneutica contemporanea, sapere è porre in luce significati a partire da presupposti che restano velati. Ogni «significato» (da intendersi in un senso molto ampio: concetto, definizione, interpretazione, rappresentazione, visione del mondo, teoria) si staglia su uno sfondo, ciò che l’ermeneutica chiama «pre-comprensione»: pregiudizi impliciti, tacite assunzioni, impressioni inavvertite, condizionamenti grammaticali, sociali e culturali che orientano e pre-determinano ogni nostra percezione e conoscenza del mondo. Gli oggetti e i contenuti del sapere sono dunque sempre storicamente determinati, relativi a categorie e paradigmi che ne forniscono la cornice invisibile e il contesto di senso implicito. Questa rete di rimandi e sottintesi, che costituisce la «pre-comprensione», non solo è ineliminabile ma è la condizione di possibilità della conoscenza in quanto tale: come non vi è figura senza sfondo, così non vi è significato, o contenuto di conoscenza che si stagli in piena luce se non a partire da un insieme di premesse sulle quali il nascente bagliore proietta la propria ombra.

Con l’ermeneutica, il sogno di una conoscenza priva di presupposti, in grado di esibire il fondamento, il proprio terreno di validità, si è dunque definitivamente infranto, portando a ridiscutere la natura e il senso del sapere stesso. L’esercizio del sapere viene si delinea, in accezione  heieggeriana, come uno svelare velando: la luce della ragione che, illuminando, svela è la stessa che getta l’oscurità dietro di sé, velando la propria origine e condizione di possibilità. Questo gioco di luce e ombra è, per l’ermeneutica, il modo in cui il sapere accade, è cioè il movimento di fuga, la dinamica stessa del conoscere. Anche l’esercizio della poiesis è iscritto nella stessa struttura: è un porre «significati», un mobilitare «significati» nuovi, uno smobilitare «significati» pregressi, un destituire «significati» costituiti.

Porre in luce dei «significati» a partire da presupposti che restano in ombra, le conclusioni che la poiesis mette in luce, proprio in quanto messe in luce, sono evidentemente un significato, il cui fondamento, retrocedendo sullo sfondo, non può essere esibito. Anche l’attività ermeneutica accade a partire dall’ombra e anche laddove essa volesse far luce dietro di sé, sulla propria zona in ombra, di nuovo, illuminando, proietterebbe l’ombra dietro di sé. Le conclusioni dell’ermeneutica si trovano dunque catturate entro la stessa dinamica che vorrebbero indicare e chiarire. Questo paradosso è la sfida che si pone al pensiero contemporaneo e con cui si trova a doversi confrontare la riflessione teoretica successiva a Heidegger.

Verso una critica della economia poetica del segno

Per esempio, il design moderno si struttura secondo relazioni metonimiche che rimandano ad una struttura semiotica del tutto priva di trascendenza metaforica e simbolica tipica della casa del premoderno. L’oggettistica passa da un significato di fondo ad una codificazione autoreferenziale basata esclusivamente sulla logica dei segni. L’interno degli appartamenti moderni, un tempo focalizzati verso il centro dalla presenza degli specchi e del focolare, perde la propria anima unitaria nella separazione delle unità frastiche di ogni stanza, perde il proprio battito cardiaco, il proprio significato metaforico profondo. Il battito segnato dal rintocco dell’orologio da muro del tempo antico del pre-moderno implicava il valore positivo della storia che si rifletteva nel successo sociale e simbolico della famiglia borghese. Nella casa moderna invece l’oggetto antico non significa il tempo reale, della storia, ma quello della storialità, il tempo della moda e del design, il tempo del cellulare. Qualsiasi trascendenza è abolita, sostituita da un gelo funzionale, freddo, asettico. È questa per esempio la logica di significazione dei colori nel design di interni, una logica di differenze strutturali proprie del sistema stesso, una catena di significazione costruita sulla superficie dei segni.

Anche nella «nuova poesia» il sistema relazionale dei significanti non si struttura più secondo la logica della colonna sonora ma tende ad assumere la relazionalità tipica dei segni: la semantica tende a retrocedere a semiotica, a sistema di segni freddi e autoreferenziali. Questa economia politica del sistema poetico è qualcosa a cui la nuova poesia non può sottrarsi, anzi essa tende sempre più a posizionarsi in base al sistema raffreddato dei segni come l’habitat della storialità delle moderne società post-democratiche, in una sorta di spaesamento strutturale dei significanti che tendono a retrocedere a segni, a sistema semiotico. In quanto sistema semiotico è ovvio che in quest’ordine ogni tessera segnica può essere sostituita da un’altra tessera segnica. Cambiando gli addendi il risultato complessivo non cambia. La mancanza di senso del segno è così pienamente visibile. Analogamente, la mancanza di senso del sistema-poesia è reso evidente.

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14 risposte a “Francesco Paolo Intini, Frammenti d’intonaco, Inedito, Commento di Giorgio Linguaglossa, La questione della poiesis come positura di «significati», Verso una critica della economia poetica del segno

  1. Adesso l’Elefante s’è fermato.

    Quello che mi colpisce e mi sorprende leggendo innumerevoli prefazioncelle dei libri di poesia editi è l’assenza totale di inquadramento storico critico e stilistico, nonché l’assenza totale della messa a fuoco della Crisi e delle cause della crisi della poesia italiana. Questa cautela, anzi, direi questa ipocrisia profonda tradisce nella sostanza la paura, anzi, la non-volontà di dire qualcosa che possa suonare come una nota stonata.

    L’elefante sta bene in salotto, rompe le suppellettili, fracassa i piatti di porcellana e i bicchieri di cristallo, ma tant’è, si fa finta di non vederlo, così si può sempre dire che non c’è nessun elefante, che i bicchieri sono a posto, le teche di cristallo anche, le suppellettili anche, che la poesia italiana gode di buona, anzi, ottima salute, che non c’è niente da cambiare, che la poesia da Omero ad oggi non è cambiata granché, che da quando mondo è mondo la poesia è sempre stata in crisi… ed altre quisquilie consimili. A me qualche volta mi dicono persino che la butto in filosofia, come dire che il mio filosofese è il riparo perché non ho niente da dire. Ed è vero, non ho niente da dire dei compitini poetici che si redigono oggi.

    Come dire. A me sembra che la poesia italiana che si fabbrica in giro non abbia veramente nulla da dire perché evita accuratamente e con tutte le proprie forze di vedere l’elefante che passeggia in salotto e con la sua proboscide fracassa tutto ciò che c’è da fracassare.
    Ma, paradossalmente, adesso l’elefante si è fermato, è rimasto disoccupato perché non c’è più niente da fracassare, perché è già stato fracassato tutto.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/01/30/francesco-paolo-intini-frammenti-dintonaco-inedito-commento-di-giorgio-linguaglossa-la-questione-della-poiesis-come-positura-di-significati-verso-una-critica-della-econo/comment-page-1/#comment-62799
    Una poesia di Tomas Tranströmer

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Un esempio indiscutibile di come sia mutata la percezione del mondo dell’uomo contemporaneo. Il quale guarda le cose con sguardo diretto, e non vede niente. Infatti, il poeta svedese impiega sempre lo stile nominale, chiama subito le cose in causa e, in tal modo, causa le cose, le nomina, dà loro un nome. Entra subito per la via sintattica più breve dentro la cosa da dire. Perché nel mondo totalmente oscurato non c’è più tempo da perdere. Nel mondo degli ologrammi penduli non c’è più spazio per gli argomenti in pro della colonna sonora. Nel mondo totalmente oscurato chi parla di Bellezza non sa che cosa dice, o è un imbonitore o è un falsario. Oggi il miglior modo per concludere una poesia è: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.» Chiudere. Chiudere le finestre. Chiudere le porte. Sbarrare gli ingressi. Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.»

    Il problema dell’Aufgabe des Denkens come oltrepassamento del nichilismo e preparazione di una nuova dedizione – si configura ora come problema dell’aporetico oltrepassamento del principio di non contraddizione. Questo il tremendo compito assegnato da Heidegger al pensiero filosofico – che il pensiero deve assumere per affermare la sua attività ed autonomia. Solo nel segno di questo compito, solo nella ricerca di una giusta esperienza dell’origine si apre per l’uomo la possibilità di una vita autenticamente etica:
    «Ethos significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo e, così avvenendo, soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene all’uomo nella sua essenza. (…) Ora, se in conformità al significato fondamentale della parola ethos, il termine «etica» vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere come l’elemento iniziale dell’uomo in quanto e-sistente è già in sé l’etica originaria».1

    La ricerca di questa etica originaria si cela nella tensione dell’Aufgabe des Denkens: il pensiero dell’essenza dell’essere come Léthe definisce il luogo, lo spazio aperto entro cui l’essenza dell’uomo trova il suo soggiorno. L’illuminazione di questo luogo essenziale è il compito del pensiero. Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere compresi nella nostra più vera essenza.

    Se intendiamo in senso post-moderno (e quindi post-metafisico) la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il discorso poetico nella forma del polittico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, magari solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.

    1 M. Heidegger, Brief über den Humanismus, in Segnavia, pp. 306-308

  3. Carlo Livia

    Il giovane Nietzsche di “Verità e menzogna in senso extramorale”, fra gli altri, ha indicato l’origine della mistificazione e della violenza ideologica che sottendono qualunque forma di predicazione e pensiero, perchè incapaci di evitare l’ostacolo strutturale, intrascendibile alla loro istanza noetica e rappresentativa: il linguaggio verbale, ” vagante esercito di metafore” , di elementi semiotici, invenzioni umane, di cui solo alcuni, surrettiziamente e illegittimamente, vengono canonizzati e stabilizzati dalla cultura dominante, che vi attribuisce una inesistente valenza epistemica, rappresentativa.
    La radicale destituzione di senso, di risultanza epistemologica dei linguaggi convenzionalmente formalizzati, l’invalicabile abisso fra logica e ontologia e, conseguentemente, l’esigenza di violare, decomporre, rivoluzionare e tentare di esperire nuove connessioni, ampliare e fondare nuovi universi semantici ed espressivi – questo è il nucleo genetico da cui scaturisce l’implacabile tensione iconoclasta, profanatoria, decostruttiva e rigenerativa della poesia contemporanea, di cui Intini è ammirevole esempio.
    La risultanza icastica, ideologicamente rigenerativa di tale esperienza verbale, scaturisce, secondo me, dalla capacità di esplorare e reificare, attraverso incongruenze e sconnessioni, l’universo emozionale, pre-razionale ( la “precomprensione” da cui genera l’atto della significazione, come nella densa riflessione di Linguaglossa ) che avvolge e circoscrive la coscienza verbale, lasciando affiorare verità inesplicate, intuizioni espresse in sintagmi e icone folgoranti, in cui il senso, misteriosamente, trascende e esonda dal significato immediato, denotativo.

    Un clown dell’era in cui erano riconoscibili, sparò a Dio.
    Piovve un puzzle incomponibile.

    Se c’è stato un caso di immortalità
    è bene prendere provvedimenti.

    Il meccanismo tritò i chicchi di luna nera
    Per farne desiderio e versarla tra le cosce.

    M complimento con Intini, a cui vorrei dedicare un testo.

    ALMOST YOU

    Prima dell’alba il morbo raduna gli assenti. Nel tempio fossile richiudono i sigilli. Diventano neri. Mangiano e bevono la madonna triste.

    In cielo un sax senza più lacrime. Invano nasconde i defunti. Sporgono dal grembo oscurato dalla metropoli.

    Il tuo viso affonda nell’universo fatuo, sottile, vacillante. Un sogno obliquo sul mare dei risorti. Divorato dalla pioggia. O dalle anime dei grattacieli.

    La bambina sola nel folto delle lamiere. Grande orologiaio, guarda, il nulla trabocca dai cieli! Non è silenzio, è l’addio incessante. Non è amore, è grandine mista a sangue.

    Violini e lacrime restano sulla strada abbandonata. Odore di donne essiccate, sparse nel blu cobalto.

    Corvi e peccati si contendono il nido della fanciulla. Violata dall’oro dei trafficanti, non torna più. Concepisce lontana.

    La lanterna cieca assiste al parto.
    Senza vegetazione. Cadono sillabe fredde.

  4. gino rago

    Le due recenti proposte poetiche apparse su L’Ombra delle Parole, i polittici di Ewa Tagher, di ieri, e di Francesco Paolo Intini, di oggi, ci dicono chiaramente che

    “non la poesia è in crisi, ma è la crisi nella poesia”.

    Ci dicono che i battiti del polso e il generale stato di salute della forma-polittico in distici suggellano allo studioso di poesia senza para-occhi e senza pre-giudizi uno stato poetico senza nessun tipo di patologie.

    Semmai, ora, la vera questione è un’altra. Ed è questa che faccio dire direttamente a Giorgio Linguaglossa.

    Scrive Giorgio Linguaglossa, in una e-mail a me diretta e successivamente resa pubblica su L’Ombra delle Parole:

    « caro Gino Rago,

    la nostra proposta di una nuova ontologia implica la petizione di una nuova idea del tempo, dello spazio, della vita psichica, della vita erotica, dell’esistenza e della storia, implica la petizione di una nuova esperienza del vivere e dell’agire, qui e ora, nel tempo.

    Questa petizione di un ripensamento categorico dei pilastri dell’ontologia, della filosofia, dell’etica e della politica occidentali, implica e richiede un rivolgimento di tutti i nostri sensi, del nostro modo di vita.

    Si inganna e ci inganna chi scambia la petizione del nostro principio per una nuova ontologia poetica per una proposta riduzionistica o, semplicemente umanistica, perché una nuova ontologia poetica richiede fortemente una nuova forma di vita.

    La poesia vive all’interno di una determinata forma di vita, e non è libera affatto. Liberare la poesia è il primo passo per liberare e rinnovare la nostra forma-di-vita.

    La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini».

    E’ questo il salto che tutti insieme siamo chiamati compiere.

    (gino rago)

  5. Grazie Gino Rago,

    per aver ricordato quelle mie frasi che avevo scritto in un momento di sconforto. La poesia nuova, quella che stiamo facendo, ci prepara per i tempi nuovi, parla al futuro perché è diretta al futuro. Il futuro ci guarda. Quello che noi facciamo lo dobbiamo testimoniare per il futuro. È il futuro che ci chiede una nuova poesia, non il passato. Soltanto il nuovo mondo della rivoluzione a-venire, se mai verrà, potrà essere il giudice di queste nuove poesie. Ewa Tagher e Francesco Paolo Intini parlano al futuro del nuovo mondo, se nuovo mondo ci sarà.
    In fin dei conti la poesia ha senso se prepara la nuova rivoluzione, altrimenti è roba usufritta che può essere annebbiata e dimenticata.

    Scrive Giorgio Agamben:

    «l’esplorazione topologica è costantemente orientata nella luce dell’utopia».

  6. Queste poesie di Intini trasmettono l’emozione di un programma atto a cercare tracce di senso tra le pagine di un libro di narrativa, o di un giornale dei nostri tempi. Intini è poeta estremo. E’ là, dove non siamo più.
    Ogni suo verso è cadenzato, sicché il distico arriva come sottolineatura a marcare il passo: laddove una quartina, una strofa, o che diamine ne so, potrebbero invece disporsi per la una prosa, non eccelsa ma intelligente per come sa mantenersi sconclusionata.

    • O una versificazione più lunga:

      Le insegne si misero in proprio. La distruzione impersonò vecchie stive.Trovò la via di fuga su petroliere al largo.

      Riempire le strade di merletti indistruttibili. Andava salvaguardato
      l’onore del zigrino.

      Troppi avannotti guastavano il buon nome dell’ Adriatico. La marea divenne una superpotenza. L’atomica in mano a rocce senza scrupoli.

  7. “Trasformare, transformer, forse Tranströmer.”

    Che significa questo verso? Non c’è spiegazione migliore di quella tridimensionale riprodotta nell’articolo o forse ce ne possono essere mille altre. Le vie dell’interferire non conoscono limiti così come quelle delle onde. Attraversano mondi e si lasciano contagiare conservandone memoria, colore e natura.

    La poesia diventa allora un ricettacolo di cose, avvenimenti senza data, scarti e rifiuti dove il senso è quello di un fiume che si avvita, scende lungo una dolina, scava e deposita contemporaneamente i suoi sali, le sue incongruenze, costruendo immagini, ologrammi, entanglement di mondi sconosciuti e tempi senza tempo, né leggi d’entropia o scambi di calore.

    Che c’entra questo tipo di poesia con il resto in cattedra, dei fiumi sinfonici, esaustivi, messaggeri, dimostrativi, violentemente profanatori del silenzio?

    Penso nulla e questo scava un fossato tra le esigenze del mercato che vuole la sopravvivenza della poesia affidata a canoni estetici fissati per l’eternità e una che intravede una crisi nell’interpretazione e comprensione del mondo come tendenza generalizzata all’automazione e dunque abbandono dei mezzi espressivi e delle libertà ad essi connesse.

    “Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere compresi nella nostra più vera essenza. (G. Linguaglossa)

    Andare oltre il principio di non contraddizione sembra allora la via maestra, una esigenza esplosiva tenuta a freno dalla forza forte nel nucleo della razionalità tecnologica che trasforma l’esistenza in gesti della Macchina infinita.

    Se c’è una risposta alla domanda: quale poesia dopo la fine della metafisica? Credo che si nasconda nella formula E= mc2.
    Qualche tempo fa scrivevo senza alcun riscontro:

    Dopo l’ultimo verso
    ancora mi commuove
    E=mc2 (E uguale emme ci quadro)
    che brucia me e ogni sole

    (E= Poesia. Inedito 2017)

    Che altro è possibile infatti oltre il muro della massa e dell’energia?
    E’ un muro (con tanto di filo spinato), simile a “tutte le porte chiuse” di Tranströmer indicato da Giorgio Linguaglossa, che sta ad indicare un limite invalicabile del dire e dunque del significare, la chiusa di ogni possibile poesia semplicemente perché non hanno alcun significato oltre di esso, le nostre categorie.

    Al suo interno la storia è gasificata ma non annullata, tanto che si può associare un moto, vederne i frammenti in movimento, azzardare la provenienza ed il contorno dell’intero senza darne assoluta certezza, entrando direttamente in contatto con il nucleo chimico, a tu per tu con l’essenza elementare delle cose, individuarne le combinazioni future.

    A svolgere questo lavoro di scavo nel nulla è il pensiero, una lucciola che ha imparato dalle leggi del caso a sintetizzarsi l’abito di tungsteno necessario per sopportare il peso schiacciante del passato e volgerlo in energia luminosa che va dove va, obbedendo solo a sé stessa.

    Poesia è questo illuminarsi del mondo dove il verso si mette in proprio, lampo tra catodo e anodo come nell’esperimento degli esperimenti tra sostanze che potrebbero accendersi e reagire, le più semplici nella direzione della futura complessità.

    La stessa nella chiusa di G. Rago, probabilmente:

    “La nostra petizione di una nuova ontologia è quindi la petizione per una nuova polis, per nuove leggi, per nuovi cittadini” .

    Grazie a Giorgio Linguaglossa per questa splendida pagina.
    Grazie a G. Rago e Lucio Major Tosi per le vostre analisi e i suggerimenti.
    Grazie a Carlo Livia per l’analisi e la splendida dedica.
    Ciao Franco

  8. Luisa Rivelli

    Davvero splendida questa poesia descrittiva dell’Intini!

  9. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:

    Il sussulto non fu solo sotto i piedi
    S’incamminò sulla via Appia e venne crocifisso.

    A senso rivoltato corrisposero semi di quercia.
    D’ora in poi si sarebbe camminato verso l’anno mille.

    Il periscopio incontrò sé stesso
    Occupare il posto dell’occhio era stato frustrante.

    L’obbligo di vedere non era pari
    al diritto d’essere osservato.

    Partimmo nel 2020 ma non giungemmo mai al 1989.
    Scomparse le tracce di Spartacus e dunque soltanto ambra.

    A Hiroshima un attacco di panico
    si trasformò in neutroni.

    Intravvedemmo pallottole indietreggiare
    Riversarsi nelle mitraglie. Biglie nelle buche.

    Fu un risalire ad Archimede
    Un cercare di capire dove fosse il suo compasso.

    Francesco Paolo INTINI

  10. Un inedito di Mario Gabriele
    da
    http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-13/?fbclid=IwAR1-bW5DmjySxfRckCM2AegvYIi4Hnf-IkOd7N0iVS68iquRvd0E05VP14c

    L’altra parte della città sembra una favela
    con i muri umettati di vernice.

    -Ruby, dì qualcosa-.
    -Non ho parole che buchino le pietre.-

    Quaggiù non opera più nessuno
    E’ diventato un borgo abbandonato.

    Susy, puoi prenderla con comodo
    studiando il prossimo avvenire.

    La questione non è facile.
    -Vuol dire che anche tu hai trovato le dicotomie?

    Il croupier si è addormentato,
    stanco di rastrellare pedine.

    – Sicuro che vuoi puntare tutto sul jolly
    come uno di Las Vegas? -.

    Il signor Priscott ha lasciato le pavonie
    a caccia del Killer in contumacia.

    Ho paura che si metta dietro la filosofia
    a illuminare le albe oscure.

    Il canto dell’upupa non fa che avvertirmi
    delle trappole del mattino..

    Frate Mingus ha chiuso il ciborio
    fino al Terzo Giorno.

    Nel Musèe Condé di Chantilly resiste la miniatura
    delle Très riches heures du duc de Berry.

    Cara Eddy non credo che l’odore di bruciato
    del roast chicken sparirà come il Killer.

    L’aria è ancora fresca. C’è tempo per un whisky
    al Rosebud di Parigi.

    • In stile vecchia ontologia da “Ramon”(mia prima ed unica pubblicazione)
      per Mario Gabriele…

      Tramo trappole senza fili
      addescando fantasmi, costruisco
      rozze ragnatele non di semplici
      fili ma barricate & masserizie & immondizie
      scarti sentimentali, plastiche, e pure sorrisi.
      Connetto, godo e mi addormento.
      Pure tu, non sei più la stessa,
      cara notte, troppo vicino all’alba,
      confusa, ammansita.
      Un croupier ha ammassato tutte
      le nostre fiches. Quanto,
      quanto abbiamo vinto!

      Grazie OMBRA.
      (Un caro saluto alla signora Ventura…)

  11. La poesia di Intini porta alle estreme conseguenze certi argomenti della NOE, ad esempio porta agli estremi del paradosso e della incomprensibilità gli enunciati. Intini procede con la matematica precisione di un algoritmo che sia stato progettato con l’intento di decostruire ogni proposizione dotata di significato capovolgendo e sostituendo una tessera grammaticale con un’altra di sua scelta. Così il tutto diventa incomprensibile. Almeno ad una prima, una seconda, una terza e una ennesima lettura gli enunciati risultano tutti incomprensibili se considerati secondo una logica apofantica: di qua il vero e di là il falso; di qua ciò che è dotato di significato, di là ciò che invece non lo è. Di questo passo Intini ribalta letteralmente tutta la gerarchia concettuale su cui l’Occidente ha fondato le sue proposizioni e l’ordine proposizionale ad esso preposto come sentinella del significato, e quindi come guardiano della doxa.

    A tanto non pensavo che la NOE potesse arrivare, ma Intini c’è arrivato, quindi le mie migliori previsioni ne sono state infirmate e ribaltate nel loro contrario. Abbiamo qui l’esemplificazione di quanto il lavoro di Intini sul linguaggio poetico italiano si debba ritenere di fondamentale importanza, perché ha contribuito ad allargare in maniera sistematica il campo di oscillazione semantica del linguaggio poetico, di un linguaggio poetico non più basato sulla orditura e sulla logica del significante come avveniva e avviene per tutta la poesia post-montaliana da Satura in poi.

    Scrive Giorgio Agamben:

    «La decisione aristotelica di escludere il discorso non apofantico dalla filosofia ha segnato la storia della logica occidentale. Per secoli la logica, cioè la riflessione sul linguaggio, si è concentrata soltanto sull’analisi delle preposizioni apofantiche, che possono essere vere o false, e ha lasciato da parte, come un territorio impraticabile, quell’enorme porzione della lingua di cui quotidianamente ci serviamo, quel discorso non apofantico, che non può essere né vero né falso e, come tale, quando non era semplicemente ignorato, venne abbandonato alla competenza dei retori, dei moralisti e dei teologi»

    1 G. Agamben, Creazione e anarchia, Neri Pozza, 2017 pp. 98-99

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