Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Arcipelagoitaca, 2019, pp.  104, € 13,50 Lettura di Giorgio Linguaglossa, Dalla linea elegiaca alla zona neutra dei linguaggi poetici dell’Iper-moderno, La società signorile di massa e la fine del modernismo

Foto Banja Luka, manichini in vetrina

Marie Laure Colasson, foto, manichini in una via di Bruxelles, 2019

Giorgio Linguaglossa

 Dalla linea elegiaca alla zona neutra dei linguaggi poetici dell’Iper-moderno

Il Novecento poetico e culturale,

oltre ad essere stato il secolo delle grandi fratture e delle svolte radicali, è stato anche un’epoca di ribellioni e di subitanee e intense ricapitolazioni di luoghi e di tropi. A fronte dell’intenso sviluppo del pensiero filosofico italiano, la poesia degli ultimi cinquanta anni è rimasta arretrata,  è rimasta attaccata ad un concetto post-modernistico del fare poiesis. È un secolo ancora da esplorare e sottoporre ad esplorazioni cartografiche, a carotaggi stratigrafici, ad un lavoro interpretativo che ne chiarifichi la posizione di cerniera tra il passato «moderno» e l’epoca post-trans-moderna in cui oggi viviamo.

Per un inquadramento del libro di Anna Maria Curci mi corre l’obbligo di fare una digressione sulle due linee di forza stilistiche che hanno coabitato il novecento poetico italiano: la innica e l’elegiaca.

Va detto che il problema della «forbice» tra la componente «innica» rappresentata da Dino Campana e quella «elegiaca» impersonata da Montale, è una escogitazione tattica e strategica di Gianfranco Contini, il quale era interessato, per motivi «politici», a privilegiare la seconda e a dimidiare la prima. L’abilità tattica e strategica del critico consisteva in questo: che questa visione dualistica era stata progettata proprio per obbligare a schierarsi o di qua o di là. Corre l’obbligo di dirlo in modo chiaro e rotondo: questo teorema non corrisponde al vero, o, almeno, non esaurisce il problema della conflittualità tra le linee portanti della poesia italiana del Novecento.

Il punto di vista di Contini, non è da privilegiare, ma da ribaltare.

Ed è quello che io ho tentato di fare con il mio libro titolato La poesia italiana 1945-2010. Dalla lirica al discorso poetico (EdiLet. 2011). A mio parere, la poesia del secondo Novecento e, a ritroso, anche del primo, va vista da questa prospettiva: il progressivo processo di trasformazione della «lirica» e della «anti-lirica» in «discorso poetico», l’abbassamento del linguaggio poetico al piano del parlato e lo spostamento delle tradizionali tematiche paesaggistiche della poesia post-ermetica in direzione delle tematiche urbane, psicologiche ed esistenziali.

Applicando questa prospettiva dicotomica continiana alla poesia italiana del secondo Novecento, accade, dopo la pubblicazione di Satura (1971) di Montale, il dissolversi della linea cosiddetta «elegiaca» di imprimatur continiana. Ecco le parole con cui Agamben riassume la questione: «L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini».

L’identificazione di una «linea elegiaca dominante» è un atto critico che si può, anzi, a mio avviso si deve ribaltare nell’altra linea propulsiva da me proposta: che va dalla lirica al discorso poetico. In questa prospettiva vedremo che il teorema assodato da Contini viene  ad essere caducato (come ad esempio quel giudizio di Contini su Andrea Zanzotto considerato come «il più grande poeta dopo Montale», che rispondeva alla esigenza strategica di dimidiare la novità impersonata dalla neoavanguardia in nome della continuità della «linea elegiaca»). Zanzotto viene valutato come il più grande rappresentante dello sperimentalismo «elegiaco» del secondo Novecento, che trova il suo apice ne La beltà del 1968. Corrisponde al vero che dopo quella data lo sperimentalismo italiano entra in crisi irreversibile e si produce un fenomeno di dislocazione delle «isoglosse» di continiana memoria; avviene che non sarà più possibile identificare una «linea elegiaca dominante» perché si assiste alla polverizzazione dei «modelli», alla disseminazione dei linguaggi poetici, dei «mini canoni», alla privatizzazione e alla tribalizzazione delle tematiche e dei generi poetici derubricati in scritture privatistiche (esemplare è l’opera di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo, del 1974). Fenomeno questo squisitamente post-modernistico che sarà bene tenere a mente quando si affronta il problema della valutazione della poesia del tardo Novecento e dei giorni nostri.

Al momento, ritengo che ci troviamo ancora all’interno di questo grande rivolgimento dei linguaggi poetico-mediatici, all’interno del più grande rivolgimento costituito dal villaggio globale. Penso che non siano un caso la disseminazione e la prosaicizzazione dei linguaggi poetici e che esse siano avvenute in contemporanea con l’emergere di una economia planetaria interdipendente tra tutti i paesi del globo. Il Logos poetico non può non avvertire al suo interno questo gigantesco processo extralinguistico.

Anna Maria Curci replica come può a questa situazione di crisi,

di disseminazione e di narrativizzazione dei linguaggi poetici e delle tematiche ricorrendo alla struttura più classica: la quartina privata della rima e opportunamente prosaicizzata. Il libro infatti è costituito da 173 quartine nelle quali il dettato classicistico si giustappone al lessico moderno, in tal modo l’autrice romana riesce a condurre il discorso poetico su due piani non ribaltabili e non risolvibili in una pacificazione stilistica, riesce cioè a mantenere a distanza di sicurezza i due discorsi: uno più segreto e nascosto, l’altro più manifesto e visibile. Operazione squisitamente, ancora una volta, post-modernistica. Andare «per versi» in tempi «perversi», è questa la consapevolezza che muove l’autrice romana che trae le conseguenze stilistiche da questa impostazione, infatti avviene una liquefazione delle tematiche tradizionali della poesia di queste ultime decadi: lo psicologismo, il privato, l’orfismo, il topologico, l’oggettoalgia. Ecco, tutte queste tematiche vengono emulsionate e posticipate a data a venire, emerge la consapevolezza che la poesia non può che confrontarsi con la zona «neutra» dei linguaggi poetici di oggidì.

Il problema è che oggi non è più possibile attingere ad una tradizione poetica stabile. Oggi una operazione poetica consapevole è costretta a reinventarsi la realtà (che è una nostra costruzione semica e semiotica del reale), e a reinventare ogni volta di nuovo la quadratura stilistica; non si può fare altrimenti, perché si entra in collisione con la realtà promulgata dalla omologia dei media e della cultura mass-mediale. Realtà (reale) e poesia si pongono così su piani contrapposti ed estranei. Tra i due contendenti non si dà via  di mezzo, non è possibile alcuna conciliazione o pacificazione stilistica.

C’è qualcosa. C’è la crisi.

C’è la crisi che tutti attraversiamo come si attraversa una piazza ventosa. Ci diciamo: «il vento è questa cosa che diciamo crisi, che ci ostacola e ci sospinge indietro», e andiamo avanti. Il nostro andare è un andare contro vento, ma in modo inconsapevole. Ci siamo talmente accostumati a questo vento che ci ostacola e ci imbriglia, e non vediamo più il vento che sempre più forte ci colpisce con le sue raffiche.
«Crisi» in greco significa problema, ostacolo. Ma se non rimuoviamo l’ostacolo la crisi continuerà ad imperversare e a stordirci e a sfibrarci. Più pensiamo in modo positivo che il vento prima o poi cesserà, più pensiamo male e ci inganniamo. E facciamo il gioco della «crisi».

E allora, dobbiamo guardare bene in faccia questa «crisi» e indicarla, chiamarla con il suo nome e cognome. Dobbiamo rimuoverlo questo «ostacolo» che fa «problema». La nostra risposta è una nuova poesia che ha tagliato il cordone ombelicale con la vecchia poiesis e con la recitazione dei Nando Gazzolo e degli Alberto Lupo che mescidano pathos ed epifania. La nuova poesia non potrà più contenere né pathos né tantomeno epifania. Infatti, la poesia della nuova ontologia estetica è inter-fanica per eccellenza, questo penso lo abbiano capito i lettori, ed anche inter-patica. È una poesia raffreddata, ibernata, posta sotto refrigerazione. Anche questo penso sia chiaro.

Anna Maria Curci fa una poesia senza-pathos e senza-epifania. Bene.  Ma resta pur sempre all’interno di quel recinto che si voleva frangere. Una epifania desublimata e raffreddata resta pur sempre una epifania.

È questa una buona occasione per ribadire il nostro augurio per una poesia inter-fanica e inter-patica di là da venire.

Dopo la fine della metafisica rimane la tecnica.

Penso che dobbiamo guarire la ferita che la tecnica ci ha inferto con la medesima tecnica, impiegando il principio della omeopatia. Dobbiamo diventare omologi o omologisti. Fare del luogo della poesia un territorio omologo a quello della tecnica.

Il luogo che la poesia dovrà pensare è, dice Heidegger, der Sache selbst (la Cosa stessa). E qual è questa cosa misteriosa che la poesia deve pensare dopo la fine della metafisica? Risponderei che è il Dentro, ciò che deve essere dentrificato, e il Fuori, ciò che deve essere fuorificato.

«La società signorile di massa» e la fine del modernismo

Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che siamo diventati dopo la fine del modernismo. La crisi economica che da diversi anni sta sconvolgendo le economie occidentali ci induce a riflettere sugli esiti indotti dalla crescita economica degli ultimi decenni del novecento, su quella bolla speculativa che ha contaminato l’esistenza di centinaia di milioni di persone qui in Occidente. La risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba. L’epoca delle avanguardie e delle retroguardie è finita da cento anni almeno, bisognerebbe prenderne atto.

Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico, ideologico e stilistico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che era il prodotto del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma il senso di minaccia è ovunque, c’è inquietudine, insoddisfazione, impoverimento degli strati sociali della classe media, impoverimento culturale. Questa situazione sbocca in personalismi di massa, in sovranismi, in xenofobia, nella ricerca di un uomo forte che risolva tutti i problemi.

Oggi le DemoKrature di Orban, Putin, Erdogan,  Salvini, del regime della Polonia, della repubblica ceca, delle repubbliche baltiche rappresentano la risposta in sede politica della crisi del modernismo e delle democrazie dell’occidente dell’Europa.

La crisi del modernismo

La crisi del modernismo si riflette anche all’interno della struttura della forma-poesia: la poesia si cannibalizza, si personalizza, si privatizza, diventa lo specchio dell’autore, della sua vita privata, delle sue ubbie, delle sue idiosincrasie, delle sue nevrosi, si assiste ad un processo di privatizzazione di un genere letterario che invece è stato per secoli pubblico e pubblicistico. Si tratta di problemi estetici e non estetici di enorme portata, soltanto affrontandoli si può sperare di uscire fuori della crisi della poesia e dalla crisi del modernismo. Il privatismo della poesia di oggi è la non risposta a queste grandi questioni che sono sul tappeto.

«La società signorile di massa», come l’ha definita un economista italiano, è una società in via di imbarbarimento e di impoverimento, segna la fine del modernismo.

Poesie di Anna Maria Curci

I
Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.

II
Raccogli panni e polvere a tentoni
(volteggia cencio bianco in dissolvenza).
Increspate le reti a ranghi storti,
pesca a strascico appare soluzione.

XI
Quei rondinotti rannicchiati all’Elba
sono cresciuti, si son fatti corvi.
Non gracchiano, starnazzano eleganti,
librano versi telecomandati.

XII
A scrivere si va, furiosamente,
col contagocce o piena senza presa.
Senza pudore scimmiotta il lenzuolo
l’ardire di coperta rimboccata.
XXIII
Quell’alzata di spalle e il chuchotage
la chiamata in disparte, anche il sofisma
finto-bonario minimizzatore
a silenziare sdegno e ribellione.

XXIV
Non ho mai fatto il cambio di stagione.
Libri sghembi e vestigia ammonticchiate
sono compagni d’ore e d’omissioni
schedari e fusciacche d’altre sfilate.

LV
Anch’io come in Arcadia vorrei stare
o come Biancaneve nel cartone,
ma ascolto le cicale intabarrata
nella zimarra opaca del garzone.

LVI
Appronti con fervore il fortilizio,
scavi fossati, piombi fenditure.
Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.
CXXXIII
Mi cullo in quello che di me dicevi;
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta, stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

CXXXIV
Mulina nella testa sfarinata
la bella baldanzosa e sferra pugni
all’intrigo all’intrico al decadere.
Ritorti a lei i suoi graffi alla poltiglia.

CXXXV
Che ne sapevi tu, dei Procol Harum,
quando lasciavi andare “Senza luce”
sul piccolo vinile a squarciagola?
Canto da allora e forse tu mi senti.

CXXXVI
Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti troveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

CXLV
Su questa terra hai camminato lieve
sfiorando la natura, la tormenta,
là dove chiarità cerca riparo,
angelo di un mistero a noi precluso.

CXLVI
Forse dopo Natale arriveranno
i doni che impastammo nell’attesa
di glorie e rouches, svolazzi inesistenti.
Lievito confondemmo e coloranti.

CIII
Cortecce centenarie in primo piano
cullano la coscienza intorpidita.
Puntiglio strambo il camposanto al mare
di respirare brezza da defunta.

CIV
In vece di un proemio io ti canto
la ninnananna accesso a un mondo altro.
Scorda il gesto che schiaccia, tu, conserva
il salto a lato, la disobbedienza.

CLXV
Come quando nei temi del liceo
uno o due libri usavi come jolly
lo scarno armamentario del garzone
che pastrocchia spolverando alambicchi.

CLXVI
Tu resta, ciabattina, al tuo deschetto
(a pallettoni spara il blasonato);
io resto, canto e rido e poi risuolo.
Maestri, non tromboni, riconosco.

CLXXIII
Man mano che s’accende lume a lume
sostiamo nel silenzio che rapprende
lo squarcio all’improvviso rivelato.
Noi che veniamo al mondo lacerando.

Anna Maria CurciAnna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Suoi testi sono apparsi in riviste, in antologie e su lit-blog. Con Fabio Michieli condivide il ruolo di caporedattore del blog letterario “Poetarum Silva”; è nella redazione della rivista trimestrale “Periferie” e del sito “Ticonzero”, dove cura la rubrica letteraria aperiodica “Il cielo indiviso”. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di diversi autori, prevalentemente di lingua tedesca. Sue traduzioni di poesie sono apparse nei volumi: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (Del Vecchio 2012), e Hilde Domin, Il coltello che ricorda (Del Vecchio 2016). Anche la sua traduzione del romanzo di Felicitas Hoppe, Johanna, è stata pubblicata dalla casa editrice Del Vecchio. Sue sono le raccolte di poesia: Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011) e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015).

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7 risposte a “Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Arcipelagoitaca, 2019, pp.  104, € 13,50 Lettura di Giorgio Linguaglossa, Dalla linea elegiaca alla zona neutra dei linguaggi poetici dell’Iper-moderno, La società signorile di massa e la fine del modernismo

  1. robertomatarazzo

    “…Noi che veniamo al mondo lacerando.”, chiusa densa di significati, da meditarci! All’opera della Curci dedicai alcuni miei lavori figurativi e che ringrazio per aver consentito la possibile trasposizione “POESIA VERSO FIGURA ICONICA”, ovviamente re-interpretativa assolutamente non illustrativa! Complimenti per l’articolo
    r.m.

  2. Mi pare che si profili una poesia come fatto estetico. O come ‘inventio’. Ho l’impressione che la poesia della Curci tenda a quest’ultima soluzione. Comunque sia, ogni strada potrebbe portare alla fine in un vicolo cieco, dal quale poi eventualmente tornare indietro.

  3. dagosara

    Complimenti per l’articolo. Apre un percorso interpretativo davvero interessante. Da seguire. Come pure l’opera della Curci.

  4. gentili lettori,

    fino al 1983, anno in cui Vattimo e Rovatti sdoganano il pensiero debole e una ontologia debole, primario era il tipo di battaglia condotta contro ogni idea di Verità (con la maiuscola) che non riconoscesse di essere presa in un gioco di potere e di rappresentare essa stessa una determinata manifestazione di tale gioco. Ma altrettanto importante risultava l’attenzione a una storia de-metafisicizzata e osservata con uno sguardo microfisico.

    La «nuova poesia»

    Oggi, nel nuovo quadro problematico di una nuova poesia e di una nuova filosofia, è chiaro che quando si parla di metafora e di metonimia, di figure retoriche, di tropi, di lessico, di metro, di sotto generi della poesia etc. lo si fa sul presupposto di una certa metafisica. E allora il problema centrale sarà la metafisica e non il linguaggio o i linguaggi (come si diceva una volta), tanto meno è determinante l’intervento sui linguaggi, cosa che può essere svolta amabilmente e con competenza da un ottimo algoritmo, oggi la questione sul tappeto è piuttosto un’altra: che i linguaggi poetici e narrativi sono diventati tutti neutrali e neutralizzati. Come è avvenuto un fatto del genere? Come è potuta accadere una cosa così vistosa senza che ce ne siamo potuti accorgere? Ecco, questo è il problema che dovremmo solvere.
    Oggi è determinante, proprio perché siamo precipitati in una crisi senza via di uscita, in una crisi che alimenta lo status quo delle società post-democratiche, oggi – dicevo – bisogna prestare grandissima attenzione alle categorie estetiche e non che impieghiamo. Perché sia chiaro che ogni volta che parliamo e pensiamo impieghiamo, anche se in modo inconsapevole, delle categorie date per presupposte, per ovvie. Quando propriamente le categorie non sono ovvie affatto. Quando impieghiamo la categoria del «discorso poetico», è chiaro che qui entriamo, consapevolmente, in un territorio ulteriore ed estraneo alle categorie continiane «linea innica» e «linea elegiaca» ormai del tutto inidonee a capire la poesia più evoluta di oggidì. Non è un caso che un libro fondamentale come quello pubblicato da Giorgio Agamben nel 1977 si titoli Categorie italiane. Perché bisogna ripartire da lì, dalla formulazione di categorie adeguate per la comprensione dei nuovi tempi.

    Alla durezza dei nostri tempi corrisponde l’impoverimento dell’esercizio critico, mentre si delinea per la filosofia e la poesia il destino di una loro funzione vicaria alle necessità di legittimazione e di rafforzamento dello status quo.

    Il linguaggio è sempre il linguaggio del potere, sembra piuttosto quello che accompagna il gioco delle tre carte, che imbambola lo spettatore, distogliendolo dal movimento delle mani che si mostra sotto i suoi occhi. Più che con la-o-le verità abbiamo a che fare con menzogne postruiste. Il linguaggio si struttura unicamente come comunicazione mediatica, insieme a una logica che pensa per concepts, secondo il modello pubblicitario del marketing, che è ciò che definisce gli obiettivi del business. Una logica sempre più invasiva e pervasiva, che ingloba sfere sempre più ampie, ma intervenire sul linguaggio non è sufficiente, perché, come avvertiva già Ingeborg Bachman, “la realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qual volta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tratta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto”.

    Unheimlichkeit

    Non c’è soggetto senza oggetto. “On pense avec son objet”, diceva Lacan nel 1964. Ancora una volta non è questione di un oggetto del mercato, uno di quelli che si trovano sulle bancarelle dell’ontologia parrocchiale o allo spaccio della filosofia acritica. Intendo l’oggetto del Dopo il Moderno o del’ipermoderno.

    Coraggio

    Occorre coraggio a fare poesia dopo la fine della filosofia, ovvero dopo la fine – largamente condivisa – di ciò che Heidegger chiama «metafisica», cioè l’identificazione dell’essere con una struttura stabile, oggettivamente riconoscibile e soprattutto fonte di norme e regole di condotta. Da solo il coraggio di congedarsi dalla metafisica e dalle sue rassicurazioni non è sufficiente per produrre nuova arte, ma è anche vero che senza coraggio non avremo mai nuova poesia e nuova arte.

    Vivere all’altezza dei nostri tempi

    Pier Aldo Rovatti un giorno disse questa frase: “Non riusciamo a vivere all’altezza dei nostri tempi”. Oggi potremmo ripeterla tale e quale. In quale epoca i suoi abitanti sono riusciti a vivere all’altezza dei propri tempi? Forse mai. In realtà, viviamo sempre ben al di sotto dell’altezza che i nuovi tempi richiedono.

    Un numero della rivista on line de lombradelleparole.wordpress.com non è un prodotto finito, ma un reagente, il catalizzatore di un processo. Prende pezzi di idee, pezzi di dibattiti in atto, pezzi di pensiero nuovo o dimenticato e li offre, da un suo punto di vista ad altri punti di vista. Sollecita pensieri nuovi, sollecita a riprendere pensieri vecchi, li emulsiona, li scuote, li agita…

    È come se fossimo vittime di una doppia ingiunzione contraddittoria: da un lato la coazione di continuare a utilizzare una parola che significa sempre me-no, dall’altro quello di giustificarsi in continuazione per il fatto di utilizzare una parola, un fraseggio che potrebbe invece, nonostante tutto, significare ancora qualcosa. E allora, qui occorre coraggio, il coraggio di rischiare anche di fare una poesia «brutta»…

    Creare «consenso», la quasi totalità dell’arte e della poesia accademica vuole sedurre il “pubblico”. Così, generalmente in arte, in letteratura, nel cinema, nel sapere accademico: basti pensare a quel mix indiscernibile di realtà e di finzione che è il reality show (téléréalité in francese), termine con il quale sarebbe senza dubbio più corretto designare una condizione diffusa, generalizzata della techne (della cultura) contemporanea,

    Si può uscire dalla lingua?

    Ho sempre trovato questa frase ben nota di Lacan, «non c’è metalinguaggio», contemporaneamente enigmatica e sconvolgente; in essa c’è qualcosa che, per me, è in consonanza con la frase diHölderlin, «siamo un segno senza interpretazione».1

    1 Titolo originale “‘Il n’y a pas de métalangage’ (Lacan et Beckett)”, in L’angoisse de pen-ser, Minuit, Paris 2008, pp. 77-90. Il libro sta per essere pubblicato in italiano con il titolo L’angoscia del pensare. Artaud, Beckett, Blanchot, Derrida, Foucault, Levinas, Lacan, trad. di Anna Chiara Peduzzi, premessa di Dario Giugliano, postfazione di Flavio Ermini, Moret-ti&Vitali Editore, Bergamo, nella collana “Narrazioni della conoscenza” diretta da Flavio Ermini.

    Scrive Roland Barthes:

    Postulare che esista «uno stato neutro del linguaggio” è un’illusione, un’«immagine teologica imposta dalla scienza». Occorre oltrepassare, sottolinea Barthes, l’opposizione dei linguaggi-oggetto e dei loro metalinguaggi, opposizione che alla fine resta sottomessa al “modello paterno di una scienza senza linguaggio”.
    L’impossibilità del metalinguaggio – del discorso di un linguaggio che esce da sé per parlare su di sé – è assoluta, ha ripetuto spesso Derrida: si è sempre presi nei nodi che si tessono, o ancora secondo la famosa formula: non c’è fuori testo.
    Roland Barthes nella sua lezione inaugurale al Collège de France diceva: «Il linguaggio umano è senza lato esterno: esso è una porta sbarrata».3

    2. R. Barthes, Dalla scienza alla letteratura (1967), in Il brusio della lingua. Saggi critici IV (1984), a cura di B. Bellotto, Einaudi, Torino 1988, pp. 10-11
    3 R. Barthes, Lezione (1977), in Sade, Fourier, Loyola seguito da Lezione, a cura di L. Lonzi e R. Guidieri, Einaudi, Torino 2001, p. 179

    C’è coscienza

    C’è coscienza quando un certo automatismo, che le forme di vita inferiori a quella umana incarnano, si interrompe, differisce il suo compimento. È qui che si realizza quel modo peculiare dell’umano che è il dilazionare la realizzazione. C’è coscienza solo quando c’è tempo. C’è coscienza quando la realizzazione è rinviata. Che cosa fa il padre freudiano, nella ricostruzione freudiana dell’Edipo? Impedisce al bambino di soddisfare immediatamente il suo desiderio, cioè impedisce al bambino di realizzare subito il suo godimento. Lo stesso fa il significante lacaniano, nella ricostruzione lacaniana dell’Edipo. Il significante, «lo scettro fallico» come Lacan lo chiama, si interpone tra il soggetto e la Cosa fabbricando il soggetto come soggetto che è a distanza dalla Cosa, la Cosa come passato perduto nel momento stesso in cui si dà il soggetto, e l’oggetto come futuro sempre incipiente. Il significante è il dispositivo stesso dell’esitazione. Con l’ingresso del significante sorge il significato, sorge il linguaggio. E l’esitazione fabbricando il tempo fabbrica la coscienza e l’inconscio nella loro struttura circolare, che è la struttura di una messa in forma fabbrile dell’umano.
    La grammatica soggetto-predicato e la dialettica della domanda-risposta sono il segreto delle società della sovranità e delle teologie politiche della decisione, cioè di quelle piramidi di uomini incentrate sul potere.

    Scrive Luca Somigli:
    https://www.academia.edu/24529571/_Negli_archivi_e_per_le_strade_considerazioni_meta-critiche_sul_ritorno_alla_realt%C3%A0_nella_narrativa_contemporanea._Introduction_to_Negli_archivi_e_per_le_strade._Il_ritorno_alla_realt%C3%A0_nella_narrativa_di_inizio_millennio._Edited_by_Luca_Somigli._Rome_Aracne_2013._I-XXII

    Al dileguarsi delle esperienze traumatiche farebbe riscontro un dilatamento del ruolo del trauma stesso nella strutturazione dell’esperienza: da qui la necessità di immaginare il trauma – e di immaginarlo in maniera sempre più scioccante. Il paradosso è tutto qui, nel fatto che l’evento traumatico, come il Reale lacaniano, è per definizione impervio all’elaborazione, alla simbolizzazione che ne permetterebbe l’integrazione nella realtà del vissuto. Il trauma lo si subisce o non lo si subisce, non si danno surrogati, per cui la scrittura dell’estremo, così come i toni costantemente sopra le righe dei mass media, non solo non riescono a rappresentare l’esperienza,ma anzi contribuiscono alla sua ulteriore derealizzazione. Presi tra un Reale il cui accadere è sempre più raro e una realtà che si presenta sempre più spesso come reality, come spettacolarizzazione effimera e inconcludente in un mondo abbandonato dall’autenticità, cosa rimane agli scrittori in particolare e agli intellettuali in generale se non con-templare sconsolatamente la propria sterilità?

    Epperò ci si potrebbe chiedere se l’insistere sul sottrarsi del Reale e sulla derealizzazione del mondo, oltre a contornare un problema, non sia anche un modo per sospendere quasi a priori la necessità di un confronto con il mondo materiale. In un passo cruciale del Manifesto del nuovo realismo, Ferraris definisce come carattere fondamentale della realtà la “inemendabilità”. L’inemendabilità, scrive Ferraris, «ci segnala infatti l’esistenza di un mondo esterno, non rispetto al nostro corpo (che è parte del mondo esterno), bensì rispetto alla nostra mente, e più esattamente rispetto agli schemi concettuali con cui cerchia-mo di spiegare e interpretare il mondo».1

    In senza trauma Giglioli stabilisce un rapporto quasi di identità tra Reale lacaniano e trauma. «Il Reale», scrive, «ha la natura dell’evento, non del senso, o meglio dell’evento senza senso,traumatico, in quanto non può essere elaborato, simbolizzato, reso nominabile».
    Laddove appunto non si danno più traumi effettivi,come era invece il caso della letteratura modernista reduce dallo shock della modernità, esso deve venire prodotto con una scrittura dell’estremo, le caratteristiche del quale il critico individua in due forme di scrittura di gran voga all’inizio del ventunesimo secolo, e cioè la narrativa di genere, giallo/noir in primis, e l’autofiction. In entrambi i casi, gli eventi traumatici non sono il risultato di un incontro con la realtà ma piuttosto servono a generare una «pretesa di autenticità, un effetto di realtà».2

    Il punto in comune della proposta critica del “ritorno alla realtà” e di quella di poetica del NIE sta proprio nell’avere dato nuova attualità ed urgenza alla questione del ruolo pubblico dello scrittore, il che non vuol dire esibire la propria esistenza privata e integrarsi nel sistema dell’entertainment, 44
    quanto piuttosto misurarsi, «in modo problematico e senza garanzie, [con] la ricerca dei valori culturali collettivi e il senso dei destini individuali»45. È un ruolo che anche Wu Ming rivendica per gli autori del NIE quando ne esalta la fiducia «nel potere maieutico e telepatico della parola, e nella sua capacità di stabilire legami»46. Fare “epica” non significa soltanto fare delle scelte formali («narrazioni […] grandi, ambiziose, ‘a lunga gittata’, ‘di ampio respiro’»47) o contenutistiche («guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza»48), ma in primo luogo riattivare quelle sollecitazioni di natura etica e politica – e quindi collettiva – che, come ha notato Claudia Boscolo in uno dei primi interventi sul NIE, caratterizzano la tradizione epica italiana49.

    Decostruzione

    La forma-poesia come decostruzione significa che non si dà atto di parola senza che la parola stessa non decostruisca la parola precedente, quella di cui ha preso il posto. La decostruzione è la via privilegiata per la ricerca del senso, o del non-senso, o di altri sensi, della pluralità dei sensi. La decostruzione implica la contaminazione, anzi, a rigore, non si ha decostruzione senza contaminazione e interferenza, senza l’ingresso dei rumori di altri linguaggi contigui e senza i rumori tout court. La decostruzione non è una glossa, un commento o un’ermeneutica ma intende la trasformazione del senso in altro, in altro da sé, e quindi implica la de-soggettivazione e la de-oggettivazione, mette in moto un processo verso l’ignoto, l’ignoto del senso e dei sensi. Derrida ci ha mostrato la funzione della decostruzione come inveramento e falsificazione della tradizione; Derrida parla della decostruzione non solo come pratica di scrittura ma come la struttura stessa con cui si dà l’evento (ça se déconstruit).
    La poesia di oggidì che impiega la «glossa» riduce il testo glossato ad un testo glassato, insignificante.
    Testo è qui sinonimo di esperienza. C ostante apertura e riscrittura del testo significa accettare il testo come compresenza di presenza e assenza, come sua implicita indefinizione, costante scommessa della sua fragilità, continua scommessa della tensione infrastrutturale che anima il testo, che non può essere positivizzato in un testo-glossa, in un testo didascalico o didascalizzato. Il testo è sempre da intendere come consapevolezza e accettazione della aleatorietà di ogni testualità che si stabilisca nel tempo e sua intrinseca transitività, rinvio infinito, tramatura continua di tracce. «Il n’y a pas de hors-texte» (Derrida): contaminazione, ripetizione, riscrittura, tradizione. La decostruzione si muove all’interno di questo quadrilatero. La presenza è lacerata dall’assenza, e la presenza si ripete all’infinito; la presenza lacerata è un supplément, sostituto, rinvio a, traccia, differimento. Siamo qui sempre all’interno di quella metafisica della presenza che volevamo criticare, ma, appunto, ci muoviamo in direzione di una metafisica dell’inapparenza… ciò che non-appare è la verità di ciò che appare.

    1) M. Ferraris, Manifesto , cit., loc. p. 13
    2) Ivi p. 17
    42 R. Donnarumma, Nuovi realismi, cit., p. 54.
    43 Ibidem. Cfr. anche R. Donnarumma, E se facessimo sul serio?, in «NazioneIndiana», 31 ottobre 2008, .
    44 Cfr. A. Cortellessa, Intellettuali, Anno Zero, cit., pp. 33-35.
    45 R. Donnarumma, Nuovi realismi, cit., p. 26.
    46 Wu Ming, New Italian Epic, cit., p. 22. Sull’importanza del romanzo come forma narrativa rivolta in primo luogo ad una collettività, si veda anche A. Casadei, Realtà o contemporaneità? Le prerogative per un buon romanzo e i compiti dei critici, «Nazione Indiana», 17 novembre 2008, .
    47 Ivi, p. 15.
    48 Ivi, p. 14.
    49 C. Boscolo, Scardinare il postmoderno: etica e metastoria nel New Italian Epic,«Carmilla», 29 aprile 2008

  5. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per la sua lettura di “Nei giorni per versi”, lettura che inserisce in una dimensione ampia di riflessione su stati e direzioni della poesia. Ringrazio, per la loro attenzione, tutti coloro che sono intervenuti e che si sono soffermati qui. Un saluto a “L’ombra delle parole”, Anna Maria Curci

  6. Poesia come prassi
    come disvelamento storico,
    anche personale.
    Attraversamento di quartine.
    Didascaliche, brechtiane.
    Siamo In fondo la nostra storia.

    Ecco leggendo Nei giorni per versi si sottolinea
    una idea di storia. Una visione.
    Che come dall’ Ombra in uguale e differente maniera si combatte.
    È il mistero della sinistra, il mistero della poesia.

    Un abbraccio ad Anna Maria Curci.

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