Iosif Brodskij (1940-1996), Poemetto inedito, Teatrale, Traduzione di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova, Prima traduzione in italiano, stesura del 1995, Commento di Giorgio Linguaglossa, Dialogo di Nude Voci, da Il Mangiaparole n. 7, rivista di poesia e contemporaneistica, luglio/settembre 2019

Il Mangiaparole 7

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TEATRALE

a S. Yursky

“Chi sta lì sotto la cinta muraria?”
“E non è vestito alla nostra maniera: indossa
un abito di lana!” “E ora sta di fronte, ora di spalle”.

“Perché è arrivato qua? Un’altra bocca da sfamare!”
“Perché bussa alle porte della città?”
“Noi non gli piaceremo”. “E viceversa”.

“Che ci dia la sua spada!” “Ed anche il fodero!”
“Da noi non troverà rifugio né moglie!”
“Lui non ci serve”. “E noi non serviamo a lui”.

“Sembra giovane”. “Ma ha la testa canuta”.
“Che ci racconti lui stesso come è finito qui!”
“Forse ha sgozzato qualcuno e si nasconde dal processo”.

“Ce l’ha scritto in fronte!”
“Il destino sceglie noi e non noi il destino!”
“E certo! Vuole andarsene in paradiso sulla gobba di un altro!”

“Non esagerare! E che, noi saremmo il paradiso?”
“Embè: a me piace la mia catapecchia”.
“Ehi, guardia! Non aprire!”

“È chiaro che non è né greco né persiano”.
“Ha uno strano aspetto: niente barba né pèot”
“Che ne pensi, chi è?” “Non ne capisco di queste cose”.

“Ma se un viandante sporco di polvere delle strade
cerca di oltrepassare la soglia,
l’usanza ordina di farlo entrare. E se questo viandante fosse un dio?”

“O un profeta? “ “O addirittura – un eroe?”.
“Intorno c’è un fottio di tutte queste Tebe e Troia”
“Che si fa – si aprono le porte?” “Apri!” “Apri!”

“Entra e di’ come ti chiami,
da dove arrivi e come sei capitato qui?
Parla. La gente aspetta”.

“Ahimè, colui che ha scombinato la vostra pace,
quello che voi toccate con mano,
non sa chi è.

Io non so chi sono, dov’è la mia famiglia.
Persino un pronome è per me
di troppo. Come la data per il giorno.

E spesso mi sembra di non essere nessuno,
acqua che passa in un setaccio.
Soprattutto quando mi guardano cento

occhi. Ma quando mi guarda uno solo –
anche. Non lasciate che il mio gabardine
vi confonda: ora anche un popolano

veste così. Nella mano non ho una spada
ma un ombrello perché protegga la testa
se piove e quando batte il sole.

Non pensate che io rappresenti per voi
un pericolo, celandovi la mia
biografia. Io sono semplicemente la lettera che sta dopo la IU(1)

al confine dell’alfabeto, come ha detto il bardo.
Sarei felice di mostrarvi
da dove sono venuto. Ma là diventa nera la sala

che spaventa per profondità e oscurità.
Essa per me non ha nulla in comune con l’“a casa”.
Normalmente io mi muovo in linea retta,

avendo in mente una qualche cosa.
Ma devo riconoscerlo, a mia vergogna:
io non so dove vado. Penso che vado

nel Regno delle Tenebre. A volte – sgaiattolando,
inciampando. Ma questa è la strada.
Non si può determinare diversamente

la direzione. Alla fin fine se proibisci a te stesso
di pensare a questo, se ti tieni sotto chiave –
ti muovi nella stessa direzione. La vostra città era lungo la strada.

Ed ho bussato alle porte”
“È malato!”
“Suda!” “E l’appetito è triplo!”
“Si vede che i Persiani si sono decisi a farci guerra…”

“O i Romani” “Si, e lui è una loro spia”
“Ecco, ecco, tu lo accogli e lui
dopo porterà qui legioni

e ci annienteranno” “Della città, dove
si drizza anche alle statue, è ridicolo affermare
che si trovi lungo la strada verso l’Ade”.

“Dimostriamogli che ha torto!”
“La nostra città è coacervo di grandi tradizioni!”
“Culla di molti diritti!”

“Che sappia cosa si è perso, talpa senz’occhi!”
“E se è uno spione e mente?”
“Che sappia dove morirà”.

“Ehi, guardia! Ehi, tu – edile!
Mettete alle porte altri cento coglioni
affinché nessuno esca dalla città!”

“Dov’è il nostro storico?” “È sbronzo dal mattino e dorme”
“Trovate il suo eremo puzzolente.
Ditegli: ci serve una guida.

E presto.” “Lo portano già!” “Ehi, vecchio,
fai vedere tu a questo quanto è grande
la nostra città?” “Ich- ich.

Ich-ich. Nei miei occhi – caratteri corpo otto.
Io sono come su un balcone senza cariatidi.
Oh, che nausea! Che nausea.

Allora tu, straniero? Probabilmente tu.
Hai lineamenti irregolari.
Nella nostra città non sono importanti gli occhi ma le bocche.

Andiamo. Ti mostrerò quello che c’è qui.
Veramente la nostra città – non è un granché…
Oh, adesso vomito. Ohi, voglio sedermi un po’…

Guarda: a destra – il nostro antico tempio.
A sinistra – il teatro per gli antichi drammi.
Qui invece teniamo gli schiavi, i badili ed altro ciarpame.

Dietro questo portico classico c’è il nostro Senato.
Qui noi impazzimmo per il colonnato
di marmo, con sopra l’oltremarino.

E questo è il nostro Foro, dove a volte
le greggi muggiscono – dalla parola “noi” –
“si” o “no”. Ma di solito sì. (2)

In ogni caso il sovrano
da noi è lo stesso che c’era qui anticamente.
E anche lui di marmo. Soltanto negli occhi – ambra.

Nulla qui è mutato da quella
data, in cui è stato annunciato il secolo
d’oro e la storia da noi

ha preso alloggio. La gente vive, alimentando
la storia. Altre produzioni, a parte
la storia, non risultano. Noi utilizziamo tre

idee. Prima: meglio una casa
che un campo. Seconda: pascolare il gregge
è piacevole. E terza: non è importante cosa avverrà dopo.

E questo è il nostro antico Foro…Che? Dici che già
ci siamo passati. Con te bisogna stare in campana.
Dici che ti piace la lettera “ж ”? (3)

Beh, “ ж ”, è una bella lettera del nostro alfabeto.
Da lontano assomiglia ad uno scarabeo
ed ipnotizza gli uomini.

E davanti – il nostro antico Colosseo.
Ma i cristiani con i leoni li abbiamo portati nel museo.
Vuoi che andiamo a trovare gli amici?

Questo sta di fronte. Tutto quello che arrivò, ahimè,
dalla giungla o dalla testa,
come i cristiani o gli stessi leoni

è il futuro. E il suo
posto è in un museo. Probabilmente perché
la storia a nessuno

deve assolutamente nulla.
Come una femmina, sia pure intrigata,
anche se l’ha data – tuttavia non è una moglie.

Ti rendi conto dove sei finito, amico?
In questo vaso ci sono popoli ridotti in polvere.
E più avanti – la biblioteca: ma un incendio

non la minaccia. È difficile incendiare un ghiacciaio.
Mi ci sono intrufolato poco tempo fa:
ci stanno libri, ma non si possono aprire. I libri

che se ne stanno intonsi da secoli,
sviluppano la marmoreità e la mano
si abbassa e fa il gesto “ciao”.

Vedi quella torre? La sua inclinazione…
Che dici, devi pisciare? Lì, vicino a quelle colonne.
In esse è nascosta ripiegata nel rotolo,

la geografia. Di che parli, la patta?
Si, falla per strada. E che fa se è giorno?
Per chi lavoro? E se senza di me

ti perderai? Oh, oh, oh, ammazza che schizzo!
Come uno stallone! O la sua imbraca.
E, in linea di massima, anche questa è un’evasione. Ma io –

io non ti tradirò. Che i nostri cani
ci arriccino sopra i nasi. Piscia.
Dici dove sta nella nostra città l’orologio?

Per vedere il tempo da fuori?
Per questo noi non abbiamo un muro.
L’orologio, straniero, è stato inventato

dopo la storia. Da lì – guarda – si vede meglio
quella torre inclinata. Siccome in essa ci sta
un carcere, il tempo del giorno e l’andare dei giorni

lo capiamo a seconda dell’angolo di inclinazione
suo e di quelli meritatamente incarcerati e non grazie
all’orologio a pendolo

appeso sul tavolo. Il suono delle catene è
uguale ai Kuranti (4). E la somma delle condanne altrui –
è il nostro calendario. E il nostro Areopago è questo.

È più facile che ti prendano a sberle,
che ti lascino passeggiare per i prati
di Proserpina…Che è questo chiasso e baccano là?”

“Siamo noi! Ora siamo noi l’Areopago!
Abbiamo visto tutto! Ed ecco il resoconto dei cani:
in esso c’è l’analisi dell’urina. Lui ha la gonorrea!

Deve essere isolato!” “Là mortificano la carne!”
“Sì e non soltanto il prepuzio!“ “Purché smetta di dire
cazzate!” “Ed io dico di non sporcare

la nostra storia!” “Questo sarebbe anche capace
di sporcarla!” “È pure robusto,
se vedeste il pisello….” “La storia

gliela farà vedere lei! Perciò – la sentenza:
Valutato il suo strumento,
nella torre. A vita. Firmato: il coro”.

“Perché? Cosa ho fatto? Non sono un bandito,
non ho rapinato nessuno. Dove guarda
Zeus? Non ho preso a prestito

e per quello che riguarda la mia urina, forse da voi l’erba
ha la gonorrea…” “Non gridare!” “E non accampare diritti!”
“Ehi, guardia! Porta le chiavi e le catene.” “Prima di tutto,

vediamo se c’è posto?” “Certo che c’è!”
“Come può non esserci!” “Deve entrarcene ancora uno!”
Stare in carcere non significa letteralmente ‘stare seduto’,

si può stare anche in piedi” “Anche su una sola gamba!”
“Come un airone o un pino nella taiga”
“Si, abbiamo letto!” “Portalo, eh, eh, eh”

“Trasciniamolo!” La gente in generale è merda.
Nella massa soprattutto. Questa è la legge principale della dinamica –
carceraria. Guardandoti in uno specchio,

cominci a dubitare: tipo, è uno specchio ma inganna.
Tuttavia, riunendosi nel popolo
diventa chiaro: quanto più lontano nel bosco, tanto più sulla bocca. (4)

Che dire a voi prima del sipario. Che, ahimè,
la nostra città non è un’eccezione. Tutte le città
sono uguali. Prendiamo ad esempio voi. Ecco voi

guardate dal futuro. Per voi
questa è una tragedia e un soggetto per vasi;
una scenetta dove un uomo si è invischiato

nella storia. Oppure, dopo aver scavato tumuli,
così fissano le ossa.
Ma nella vera tragedia muore il coro (6)

e non soltanto il protagonista. In generale il protagonista
nella tragedia passa in secondo
piano. L’importante non è un’ape

ma uno sciame. Non un ago ma un pagliaio!
Un albero e non una sua fogliolina.
Non il sole, se le cose stanno così ma l’oriente

ecc ecc. La tragedia è semplicemente il tributo
del presente al passato. Quando, puntando il dito, – “guarda!” –
la schifezza seduta in sala contempla la schifezza

sulla scena – questo è quasi il paesaggio
del tempo! E la cosa si spinge
fino all’ovazione! Considerando la nostra esperienza

questo è ovvio. Proprio come un tipo,
uno dei vostri, si è arrampicato, cigolando,
dal parterre sulla scena, dove è rimasto impantanato

nella storia. Per così dire, si è immedesimato nel ruolo.
Ma lui – è uno. E un solo uomo – è uno zero (7)
e il dolore di un solo per noi non è il dolore

della massa. Questa cosa di per sé stessa
aiuterà a cancellare il marchio
della tragedia dalla nostra città. In generale tutti noi siamo merda,

voi soprattutto. Poiché il teatro è il tempio
dell’arte. Tuttavia nell’andamento dei drammi
i nostri non corrono verso di voi

e i vostri verso di noi – intrufolandosi continuamente nella trama.
Questo ha offeso Apollo più di una volta.
La prigione, per sua essenza, è la risposta

alla sete del futuro di insinuarsi
nella storia, adoperando l’adulazione,
vestendosi ora di latta, ora di Buona Novella,

ora di gabardine ora degli stracci delle idee.
Ma la storia è marmo e basta!
Non passerà! Come questo vostro truffatore.

E a voi, per salvarlo,
sarebbe toccato entrare sulla scena e frantumare
la storia. Ehi, guardia! Chiudi le porte e cala

il sipario”.

 

7 commenti

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7 risposte a “Iosif Brodskij (1940-1996), Poemetto inedito, Teatrale, Traduzione di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova, Prima traduzione in italiano, stesura del 1995, Commento di Giorgio Linguaglossa, Dialogo di Nude Voci, da Il Mangiaparole n. 7, rivista di poesia e contemporaneistica, luglio/settembre 2019

  1. gino rago

    Viva il proibizionismo di tutte le parole morte,
    via tutte le parole d’accatto

    via l’emozionalismo di contrabbando.
    Che la sparatoria continui…
    (gino rago)

  2. gino rago

    Sento che anche dopo questa pagina direi solenne de L’Ombra delle Parole,
    per i valori poetici di Teatrale di Brodskij, per la traduzione eccellente di Donata De Bartolomeo, per il commento all’inedito brodskijano di Giorgio Linguaglossa, né poesia, né prosa, né critica letteraria potranno essere più come prima.

    Nella sua nota Donata De Bartolomeo ci segnala la presenza di un lavoro nei manoscritti di Brodskij che forse può essere considerato un primo approccio a Teatrale, Chi sei tu e quali sono le tue radici?, in cui il viandante, l’Altro, cui vengono poste le domande da una voce mistica può essere, anzi è, Orfeo.

    Proprio nel n.7 de Il Mangiaparole, pag. 22, nella rubrica “Parole in Poesia”,
    rapido volo sulla declinazione poetica di una parola, Letizia Leone si sofferma appunto su Orfeo, Orfico, Orfismo, seguendone il variare delle declinazioni in un lungo e colto viaggio nel tempo, e nel gusto estetico di svariate stagioni poetiche, a partire da Virgilio e Ovidio fino a W. H. Auden, passando fra gli altri per Campana, Rilke, Benn…

    Inviterei Letizia Leone a proporre su L’Ombra il suo lavoro, estraendolo dal n.7 de Il Mangiaparole…

    (gino rago)

  3. antonio sagredo

    Un elogio personale alla qualità della traduzione della Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova, del resto sempre apprezzata da me.
    Ma come giudicare l’esagerazione di Gino Rago :
    “né poesia, né prosa, né critica letteraria potranno essere più come prima” ?

    a. s.

    • letizialeone

      Penso che quello di Gino Rago sia un semplice inchino cavalleresco, nella sua evidente iperbole, al lavoro culturale di alta qualità portato avanti da una passione disinteressata. Mi creano più imbarazzo gli scrittori ( e sono molti) esageratamente autoreferenziali nel loro narcisismo.

  4. Questo poemetto di Brodskij rende evidente che già nel 1995 il poeta russo era indirizzato verso una nuova struttura del discorso poetico, una vera e propria rivoluzione, con l’ingresso di una poesia fatta tutta di dialogo, con l’ingresso del parlato e con la abolizione di ogni sorta di modellizzazione secondaria e, soprattutto, con la abolizione del ruolo del significante. Dunque è possibile fare poesia anche in queste condizioni? Brodskij in questo poemetto dice di sì. La poesia del futuro – sembra dire Brodskij – dovrà riappropriarsi di queste modalità d’impiego proprie della narrativa.

    Possiamo affermare che Brodskij ha anticipato la nuova ontologia estetica di 25 anni. Siamo arrivati anche noi in ritardo. La poesia italiana è arrivata in ritardo ma ci è arrivata, finalmente.

    Questa novità è il portato della fine della metafisica e della necessità di adeguare il discorso poetico alle nuove condizioni di esistenza degli uomini di oggi, di adeguare il discorso poetico alla ontologia positiva propria dell’età della tecnica.

    L’esistenzialismo di Brodskij

    L’esistenzialismo di Brodskij di fine novecento corrisponde a livello sociologico alla crisi della socialdemocrazia europea, è il sintomo di una inquietudine diffusa presente anche nelle società del welfare rispetto a un bisogno ontologico e ideologico che non può essere più tacitato da un ordinamento giuridico e istituzionale ispirato ai principi della stabilità sociale, della sicurezza pubblica e del welfare. La dialettica dell’esistenzialismo prescinde dalla dialettica hegeliana, rifugge da ogni soluzione di sintesi, non sintetizza gli opposti, anzi li vuole esasperare, portare alle estreme conseguenze; le contraddizioni non vengono superate: restano sempre aperte, vive, operano nella vita dell’individuo di cui costituiscono il dramma inevitabile. L’esistenzialismo di Brodskij è pur sempre e tuttavia un esistenzialismo squisitamente individualistico, legato al personale, al privato e alle adiacenze del personale, alla abbondanza e alla insignificanza delle cose nel quotidiano, al Selbstständigkeit delle cose. Potremmo dirla così: una sorta di «coscienza» storica che non ha alcuna possibilità di comunicazione con le altre «false coscienze»; terminus ad quem e a quo è sempre la vicenda privata dell’individuo isolato, scisso e cosificato delle società a economia capitalistica; l’incomunicabilità, il malessere e il disagio delle società opulente caratterizzate dalla scomparsa dall’orizzonte degli eventi di ogni possibilità di una esistenza autenticamente significativa.

    Giorgio Linguaglossa
    15 luglio 2019 alle 19:34

    Io penso che si può accedere ad una «nuova poesia» come la NOE soltanto se si comprende fino in fondo la portata della ontologia positiva, con tutte le conseguenze che si possono tirare in sede di scelta delle parole da infilare nel filo del discorso.
    Se l’Essere è ciò che si dice, noi affibbiamo alla Parola la massima responsabilità e il massimo peso specifico, perché una volta detta, la Parola coincide con l’Essere.
    Tuttavia, proprio pronunciando quella Parola, noi le scaviamo la bara. Il poeta NOE è consapevole che quella Parola è un Nulla, vuole dire Nulla. E questa consapevolezza è talmente disarmante da gettare nello sconforto e nello sgomento chi pronuncia la Parola. Scoprire che la Parola è un Nulla è un colpo durissimo da digerire.
    Scrive Merleau Ponty: «in ogni caso, noi troviamo nelle parole degli altri solo ciò che noi stessi vi mettiamo; la comunicazione è un’apparenza, essa non ci insegna nulla di veramente nuovo».1
    La comunicazione è comunicazione di nulla, il predicato del nulla è la comunicazione. La poesia non può essere comunicazione perché essa è un nulla. Discettare di «comunicazione» della poesia è un parlare a vanvera di persone digiune di ragione filosofica.
    La differenza che passa tra una poesia normale e una poesia della nuova ontologia estetica è che la seconda ha vivissima la percezione del Nulla che dimora all’interno di ogni singola parola, mentre la prima si consola con l’illusione che la Parola indichi un referente che sta lì… Una convinzione senza dubbio consolatoria…
    Ma a stare lì è soltanto il Nulla.
    Ecco perché il significato dei segni che compongono una poesia è sempre e soltanto un Enigma. Se la poesia ha un significato esso è un Enigma. E in quanto tale, insolubile. O meglio, la soluzione dell’Enigma è la sua dissoluzione. L’Enigma vive della dissoluzione della poesia nel Nulla. Dunque, l’Enigma è un Nulla.

    1 M. Ponty, citato da Massimo Donà in L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008 p. 508

  5. letizialeone

    Dopo la lettura di questo inedito di Brodskij brillantemente tradotto da Donata De Bartolomeo e brillantemente introdotto dall’esegesi di Linguaglossa, rispondo volentieri all’invito di Gino Rago inserendo l’articolo pubblicato sul N. 7 della Rivista “Il Mangiaparole”…Grazie per l’attenzione!

    PAROLE IN POESIA
    (Un rapido volo sulla declinazione poetica di una parola)

    ORFEO, ORFICO, ORFISMO (gr. ᾿Ορϕεύς, lat. Orpheus; etimologia discussa, forse da una radice comune al gr. ὀρϕανός e lat. orbus, con un significato di “solitudine”, “privazione”, che ricorre in nomi e termini aventi riferimento agli inferi). Orfeo è figura poliedrica che la tradizione ci consegna quale fondatore dell’Orfismo (VI- V sec. a.C. in Tracia). La versione del mito più nota è quella di Virgilio e Ovidio. Nel IV libro delle Georgiche Virgilio in linea con il genere pastorale, ci mostra un ‘aedo’ in grado di sprigionare la melodiosità insita nella natura e la tragedia di Orfeo narrata nella seconda parte del libro è per contro la tragedia dell’uomo e della civiltà. Mentre l’Orfeo ovidiano (X e XI libro delle Metamorfosi) è più individualista così com’è dominato dalla passione. Il potere orfico si fonda sul sentimento e il cantore troverà morte per mano delle Menadi infuriate. Ecco l’insuccesso del suo canto: per la prima volta pronunciava parole senza effetto e nulla riusciva ad ammaliare con la voce. Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi…L’Orfeo rinascimentale attinge alla tradizione classica: il Poliziano trasfigura la vicenda in rappresentazione di corte, Orfeo scende agli inferi (1479): Ogni cosa nel fine a voi ritorna, /ogni cosa mortale a voi ricade: /quanto cerchia la luna con suo corna /convien ch’arrivi alle vostre contrade. E l’Orfeo shakespeariano riflette una fiducia ‘viscerale’ nella tradizione: un musico che ha uno strumento fatto dei nervi dei poeti: con nervi di poeti fu teso…le cui vibrazioni sublimi sapevano intenerire l’acciaio e le pietre…Dall’antichità ad oggi le varianti poetiche potrebbero rappresentare una mappa della storia letteraria che spesso si riduce alla trasmissione del mito come topos retorico attinente al potere della musica e della poesia.
    I Canti orfici (1914) di Dino Campana inaugurano l’uso moderno della parola orfico, orfismo in linea con le tendenze cubiste (piacere estetico puro, sensismo, significato sublime). In Campana il termine orfico ribadisce l’origine misteriosa e divina della poesia.
    I sonetti a Orfeo (1922) di Rilke, uno degli esiti più alti della poesia novecentesca, riattualizzano il mito in una dimensione extratemporale e metastorica. Orfeo, entità anfibia, si muove tra due regni, visibile e invisibile. È il divino sotto le spoglie della poesia e dell’arte, espressione dell’indicibile ma al contempo conoscenza. La sua è funzione civilizzatrice: Non ergete lapidi. Lasciate fiorire/la rosa in suo onore ogni anno. / Perché è Orfeo. La sua metamorfosi/ in questo e in quello. Non ci affanniamo/ attorno ad altri nomi. Ogni volta è sempre /Orfeo, quando c’è canto. Viene e va.
    Come nell’antichità nella modernità il mito si presenta ricco di sfumature e deviazioni dal mito originario. In Yvan Goll Il nuovo Orfeo è un poeta contemporaneo assediato dal consumismo e dall’inquinamento, la sua è musica commerciale e d’intrattenimento. Il fallimento di un’estetica degradata: Orfeo solo nella sala d’aspetto / con un colpo si spezza il cuore in due. Così anche in G. Benn emerge il dolore della perdita della facoltà poetica, allegorizzata nella perdita dell’amata Euridice. Un racconto franto, frammenti di versi e frammenti di carne: Ora inerme all’assalto delle cagne/ squallide, ora già le ciglia umide, / il palato sanguina – / e ora la lira nel fiume alla deriva -…La perdita della facoltà poetica è il tema di Syringa di John Ashbery , in linea con il personaggio classico, là dove le note lancinanti di un dolore antico sono diventate sillabe oscure, impossibili da decifrare, in mezzo a un «coro discorde»,…ogni traccia di queste persone e delle loro vite / è già scomparsa nelle biblioteche e nei microfilm /…ibernati, intangibili, fino a che un coro discorde non si trovi a parlare di un evento…in un tempo sperduto, un’estate come un’altra.
    Per non dimenticare l’Orfeo della moderna età dell’ansia di Auden: Che cosa spera il canto? E le mani mosse/ poco lontane dagli uccelli, i timidi, i gioiosi? / Di essere attonito e felice / o, più di tutto, conoscere la vita?

  6. gino rago

    Da
    Il Mangiaparole, Trimestrale di Poesia, critica e contemporaneistica, N. 7,
    luglio-settembre 2019,
    propongo, ringraziando Letizia Leone sia per la accoglienza del mio invito a con-dividere il suo eccellente lavoro su Orfeo, Orfico, Orfismo, sia per la lancia a mio favore contro provocazioni senza capo né coda, la pagina del trimestrale offerta ai lettori come Rubrica denominata

    La Post@ de IL MANGIAPAROLE:
    di Gino Rago

    “Di fronte al dilagare di poeti e poetastri che ci sommergono di messaggi e di blog e, purtroppo, anche di carta stampata, mi viene il sospetto che la crisi culturale che viviamo dipende soprattutto dal fatto che la poesia ha perso ogni valore universale, cioè di messaggio rivolto al mondo. Lo vediamo anche dalla struttura dei componimenti: nessuno scrive più poemi (che hanno necessariamente un respiro profondo) ma solo poesiole di pochi versi, quasi dei flash! Quale è il problema secondo voi: è il mondo che è diventato troppo grande per essere compreso oppure è il poeta che si è fatto troppo piccolo e che, egoisticamente, preferisce rivolgersi in modo autoreferenziale a sé stesso?”
    (Luigi da Pontremoli)

    Gentile Luigi da Pontremoli,

    di recente sulla rivista on line lombradelleparole.wordpress.com abbiamo proposto ad autori/autrici di versi questa domanda:
    – Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?
    Alla questione posta nessuna/nessuno ha risposto. La mancata risposta è dovuta, io penso, al fatto che nessun autore di oggi si è rivolto questa domanda. Ciascuno si limita a fare quello che può: poesia corporale, poesia dell’io, poesia da talkshow, chatpoetry, poesia da rubinetto aperto, performance, etc. È ovvio che tutta questa roba non ha niente a che vedere con la poesia, ed è altrettanto ovvio che oggi si scrive una «poesia» sproblematizzata, tutt’al più si fa descrizione di un oggetto senza che si siano poste le questioni fondamentali della nostra esistenza, si tende a scrivere per bisogno corporale, fisiologico. Ma scrivere poesia non è affatto a parer mio un bisogno fisiologico come il mangiare, il bere o il gioco.
    È un’altra cosa, penso.
    Si è fatta e si fa poesia per linee esterne alle cose, come ad esempio in questa poesia di Roberto Carifi, da Amore d’autunno, Guanda Editore, 1998. Leggiamo.

    Grazie per la parola
    che ancora accendi nel mio cuore,
    per quel raggio che dal bene
    hai ricevuto in dono
    e che nel mio abbandono
    lasci che nasca
    come fosse grano in un deserto,
    per quella tua bellezza,
    per l’orma divina del tuo sguardo,
    per quella tua dolcezza che vorrei baciare
    come si bacia l’innocenza,
    inginocchiato davanti alla tua anima
    quando una lieve ombra
    la lascia affiorare sulla carne,
    per quello che chiami il tuo peccato,
    per il tremore che turba la tua voce
    quando mi dici l’indicibile
    e lasci l’impronta dell’amore
    in questo cuore arato.

    Ecco, questa è una poesia tutta pensata e vissuta lungo le linee esterne delle cose. Innanzitutto, la positura del poeta che ringrazia:«Grazie per la parola», dando per scontato ciò che scontato non è, cioè che la «parola» sia realmente avvenuta; e poi il tono da salmodia, di preghiera, con quel tanto di sottofondo di compiacimento dell’autore per essere stato visitato dalla Musa. Si tratta di una descrizione, ripeto, per linee esterne delle cose: la «parola» ricevuta per grazia et amore dei, il piano fonosimbolico che è della preghiera, più vicina alla liturgia religiosa che alla forma-poesia del Novecento. Infine, tutto quel parlare a vanvera tanto per colpire il lettore con parole altolocate: «bellezza», «anima», «peccato», «indicibile», «dolcezza», «innocenza», «abbandono», «baciare», «bene», «dono», «amore»… Tutto un repertorio di luoghi comuni del poeta buono che ha avuto in «dono» la «parola».
    È chiaro che qui siamo davanti all’ego dell’autore che deborda dagli argini dell’io «inginocchiato davanti alla tua anima» e invade il mondo con il proprio « cuore arato»…
    E poi da anni autori/autrici di versi non si pongono le grandi domande perché non si misurano con i temi del logos, del tempo interno, della metafora cinetica, del rapporto immagine/parola, del cerchio del dicibile, né si confrontano con la poetica dell’archeologo, dell’estetica della distrazione, della poesia come luogo di incontro di meditazioni attive e altro e altro ancora. Al di fuori di queste grandi questioni che versi vuoi che possano scrivere se non quelli dell’autoreferenzialità del proprio ego posto narcisisticamente al centro del mondo?

    (Gino Rago)

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