Sulla critica della cultura e sulle opere d’arte, Invettiva di Witold Gombrowicz, Contro la poesia, Lettera di Giorgio Linguaglossa a Witold Gombrowicz, Le parole rottamate e usufritte, Una poesia di Marina Petrillo, Carlo Livia, Gino Rago

witold-gombrowicz Per scrivere, e forse per vivere, Gombrowicz ha sempre bisogno di un bersaglio. Ciò che vuole abbattere è ciò che lo tiene in piedi.

Witold Gombrowicz – «Per scrivere, e forse per vivere, Gombrowicz ha sempre bisogno di un bersaglio. Ciò che vuole abbattere è ciò che lo tiene in piedi.»

Invettiva di Witold Gombrowicz

Contro la poesia

Scrive Witold Gombrowicz (Małoszyce, 4 agosto 1904 – Vence, 24 luglio 1969)

«Scarta con rabbia e con orgoglio tutta l’artificiosa superiorità che la tua situazione ti assicura. La critica letteraria non equivale al sentenziare di un uomo sul conto di un altro uomo (chi mai ti ha dato questo diritto?), ma è invece lo scontro di due personalità con diritti esattamente uguali. Non giudicare, dunque. Descrivi soltanto le tue reazioni. Non scrivere mai dell’autore e nemmeno della sua opera, bensì di te stesso in rapporto all’opera o all’autore.

[…]

L’arte in cui siamo immersi, in cui sguazziamo felici e che spacciamo in pillolette soporifere, è ormai una enorme colla. Da protesta e impulso alla liberazione, sta diventando una camicia di forza. Cos’è che rende stupidi gli sforzi più estremi dell’intelligenza? Perché alla fine dei periodi più grandiosi di Essere e tempo ci si sente solleticare da una strana voglia di sghignazzare? E perché fuggiamo dai capolavori esposti nei musei e ci fermiamo a guardare incantati un bidone sfondato dell’immondizia o una scritta su un muro?»

[Diario (1953-1956) (Dziennik 1953-1956, 1957), trad. Riccardo Landau, Feltrinelli, Milano, 1970]

«I versi non piacciono quasi a nessuno e il mondo della poesia versificata è un mondo fittizio e falsificato… Ciò che la mia natura difficilmente sopporta è quell’estratto farmaceutico e depurato di poesia, denominato “poesia pura” e, soprattutto, quando appare sotto forma di versi. Mi stanca il loro canto monotono, costantemente elevato, mi addormentano il ritmo e la rima, mi stupisce nel vocabolario poetico certa “povertà all’interno della nobiltà” (rose, amore, notte, gigli) e a volte sospetto perfino che questo tipo di espressione e il contesto sociale cui si riferisce soffrano un qualche difetto di base.

inizialmente credevo che questo fosse dovuto a una particolare deficienza della “mia sensibilità poetica”, ma ora sto prendendo sempre meno sul serio gli slogan che abusano della nostra credulità… Chi abbandona per un momento le convenzioni del gioco artistico, intoppa subito in un mucchio enorme di finzioni e falsificazioni…

Perché non mi piace la poesia pura? Per le stesse ragioni per le quali non mi piace lo “zucchero” puro. Lo zucchero è fenomenale quando lo sciogliamo nel caffè ma nessuno si mangerebbe un piatto di zucchero: sarebbe troppo. È l’eccesso ciò che stanca nella poesia: eccesso di poesia, eccesso di parole poetiche, eccesso di metafore, eccesso di nobiltà, eccesso di depurazione e di condensazione che fanno somigliare la poesia a un composto chimico.

Come siamo giunti a questo grado di eccesso? Quando un uomo si esprime in forma naturale, vale a dire in prosa, il suo linguaggio abbraccia una gamma infinita di elementi che riflettono interamente la sua natura; ma ecco che arrivano i poeti ed eliminano gradualmente dal linguaggio umano qualsiasi elemento apoetico, invece di parlare cominciano a cantare e, da uomini, si trasformano in bardi e vati, consacrandosi in modo unico ed esclusivo al canto. Quando questo lavoro di depurazione ed eliminazione si mantiene per secoli, si giunge ad una sintesi così perfetta che non rimangono altro che poche note, e la monotonia è costretta a invadere, prepotente, anche il campo del miglior poeta.

Lo stile si disumanizza; il poeta non prende come punto di partenza la sensibilità dell’uomo comune ma quella di un altro poeta, una sensibilità “professionale” e, tra professionisti, si crea un linguaggio inaccessibile, simile a un qualsiasi altro micro linguaggio tecnico; ergendosi uno sulle spalle dell’altro, i poeti formano una piramide il cui vertice si perde nel cielo, mentre noi rimaniamo alla base, a terra, un po’ confusi. Ma la cosa più importante è che tutti loro diventano schiavi del proprio strumento, perché questa forma è ormai così rigida e precisa, sacra e consacrata, che cessa di essere un mezzo espressivo: possiamo definire il poeta professionista come una creatura che non può esprimere se stessa perché deve esprimere versi.

L’abuso… provoca una reazione, ed è chiaro che oggi una reazione contro la poesia sarebbe pienamente giustificata perché, ogni tanto, bisogna arrestare per un momento la produzione culturale per vedere se ciò che è stato creato mantiene ancora qualche vincolo con noi stessi…

Ma la poesia pura oltre a costituire uno stile ermetico e unilaterale, costituisce anche un mondo ermetico. E i suoi punti deboli affiorano ancora con maggior spietatezza quando si contempla il mondo dei poeti nelle sue implicazioni sociali. I poeti scrivono per i poeti. I poeti si elogiano reciprocamente e, reciprocamente, si rendono onore. I poeti sono coloro che rendono omaggio al proprio lavoro, e tutto questo mondo assomiglia molto a qualsiasi altro dei tanti e tanti mondi specializzati ed ermetici che dividono la società contemporanea… la prima conseguenza dell’isolamento sociale dei poeti è che il mondo poetico tutto si dilata, e persino i creatori mediocri riescono ad assumere dimensioni incommensurabili e, parimenti, i problemi più rilevanti assumono dimensioni apocalittiche».

Contras los poetas/ Contro i poeti, a cura di Francesco M. Cataluccio, Theoria, 1995 pp. 29 e segg. [testo della conferenza tenuta da G. al centro culturale Fray Mocho di Buenos Aires il 28 agosto 1947]

«La Poesia è una Forma che maschera e mistifica l’Esistenza».

[Sur Dante/ Su Dante articolo apparso a Parigi nel 1968, in edizione bilingue, francese e polacca, dalle Editions de L’Herne, L’Age d’Homme di Parigi, tradotto in italiano nel 1969 dalla Sugar editore di Milano, nella traduzione dal polacco di Riccardo Landau.]

Lettera di Giorgio Linguaglossa a Witold Gombrowicz

caro Witold,

io proporrei di affidare la poesia e, soprattutto, la critica letteraria ad un algoritmo, avremmo dei risultati eccellenti sulla struttura retorica delle opere, non credi?, avremmo una Esecuzione con tanto di tropi impiegati e di figure retoriche accurata, completa, definitiva.

Ma noi sappiamo che nel Moderno la poesia e la critica letteraria sono collassate sotto il loro stesso peso definitorio, assolutorio, probatorio. Quel linguaggio è diventato un non-linguaggio, uno pseudo-linguaggio, un linguaggio da risultato, un linguaggio giustificato, positivizzato. Anche i linguaggi poetici e critici si usurano, si positivizzano, diventano plastica spiegazzata e dopo un po’ non significano più niente.

Anche il pensiero di Gombrowicz, secondo cui l’autore e il critico si trovano sullo stesso piano, sono «due personalità con diritti esattamente uguali», è nient’altro che un eufuismo. In realtà, entrambi hanno tutti i diritti di esprimere le loro opinioni in quanto irrilevanti ai fini dell’economia di mercato. La critica della cultura decaduta ad opinione e a spazzatura è il corrispondente speculare della poesia scaduta a comunicazione. E allora, forse, il miglior modo per reagire a questo rapporto di forze storiche è accettare in toto il fatto che la critica della cultura è anch’essa spazzatura. Il sovranismo e la DemoKratura che assilla e minaccia l’Europa occidentale sono la quintessenza della spazzatura, il nostro telos  non può che essere la spazzatura. Tuttavia non possiamo cessare di reagire a questa tendenza delle forze storiche globali pur sapendo che non c’è alternativa. Qualche giorno fa parlavo con una signora polacca, alla mia domanda sul governo della destra polacca circa l’asservimento della magistratura al potere esecutivo, lei mi ha risposto candidamente che in Polonia l’economia è in crescita, che la gente vive sempre meglio, che ha sempre più soldi in tasca, a che pro dovrebbe essere scontento del governo della destra? Con questa Domanda alla mia Domanda il nostro colloquio ha avuto termine.

E poi: «non giudicare» equivale a giudicare, sono esattamente sullo stesso piano. Nessuno che abbia un briciolo di buon senso può affermare di aver «diritto di parola» su un’opera, perché il suo «diritto» in un mondo in cui tutti hanno diritto ad un’opinione è equipollente al «non-diritto». Poiché nelle società democratiche di oggi tutti hanno diritto, ciò significa che il diritto non appartiene a nessuno. Parlare di «diritto» di esprimere la propria opinione è una ingenuità, mostra inconsapevolmente la barbarie da cui legittimamente il diritto proviene.

Come aveva già stabilito Adorno, la critica della cultura è spazzatura non meno della cultura di cui tratta. Non c’è soluzione, non c’è una via di fuga dalla spazzatura e dall’immondezzaio che non sia spazzatura e immondezzaio.

La critica che si fa oggi alle opere d’arte è accompagnamento musicale sulla via dell’immondezzaio. Nient’altro.

Giorgio Linguaglossa Gino Rago

Giorgio Linguaglossa e Gino Rago, Ostia, 2017

«Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata», scrive Lucio Mayoor Tosi.

Trovo azzeccatissima questa espressione. Anche le parole, dopo l’uso forzoso e intensificato a cui le sottoponiamo nella nostra vita di relazione, diventano «disoccupate». Qui c’è una verità incontrovertibile. Le parole che sia Marie Laure Colasson che Marina Petrillo adottano nella propria poesia sono rigorosamente scelte tra quelle che restano «disoccupate», «inoperose». Il lessico e il modus di costruire le fraseologie di queste poetesse sono propri di chi fa della «disoccupazione» e della «inoperosità» il proprio esclusivo mestiere. Le parole sono scelte per il loro essere factum eloquendi, un fatto di elocuzione e nient’altro, flatus vocis che sconfina nel nulla. Il nichilismo di questo fraseggiare e strofeggiare è il sintomo più appariscente dell’usura cui sono sottoposte le parole della poesia di accademia.

E questo è proprio il procedimento della poesia della nuova ontologia estetica: riassumere nell’impiego le parole rottamate e usufritte. Non è un caso che entrambe le poetesse siano anche pittrici, abituate a strofeggiare e a maneggiare i colori, entità sfuggenti e dissimili l’uno dall’altro. Anche i colori di un quadro devono essere accuratamente scelti tra quelli «disoccupati», che sono stati estromessi dalla catena di montaggio del consenso cui sono sottoposti in ogni istante della nostra vita di relazione.

Proprio delle due poetesse è il rivolgersi alla mera esistenza del linguaggio, libere da ogni sospetto di pre-supposizione, da ogni ingerenza della sup-ponenza con cui il linguaggio viene usato nella generalità dei casi. Certo, si tratta di un linguaggio rigorosamente non-comunicazionale dal quale è stato espunto, accuratamente, ogni ingerenza dell’eventismo fasullo e accattivante con cui si fabbricano le poesie di mestiere. Si percepisce che in queste poetesse manca qualcosa, che non possiedono totalmente il linguaggio, che non hanno alcun rapporto di familiarità con il linguaggio, anzi, il loro linguaggio è quello di un Estraneo che parla una lingua incomprensibile e che dice delle cose irriconoscibili. Il loro è un linguaggio di gesti linguistici, gesti che accadono e che sono veri, reali solo nel momento in cui accadono, in cui il flatus vocis appare e scompare, quasi per dissimulare un difetto di parola che il linguaggio contiene, una approssimazione ineliminabile e inesauribile a qualcosa che sfugge…

Giorgio Agamben

Un sillabario della sublimazione ispirato da “I dolori del giovane Werther”. Trasformazione alchemica giunta all’apice di un processo in cui l’amore suicida trasmuta in vita . Le epistole transitano nel detto sapienziale e il percorso sentimentale affiora in forma archetipica, esplorando l’aspetto divino insito nel viaggio esperienziale. L’esoterismo di Goethe nutre le molecole di un dialogo interiore in cui gli elementi si combinano e le fasi, nel senso immaginale (Mundus Imaginalis), contaminano una visione interiorizzata.
Il sogno depone il suo vanto in rarefatta armonia, associando all’immagine l’improvvisazione grafica, attraverso segni, guazzi, pittura steineriana, volti a ricomporre l’Alto Cielo di Amore.

*

Cattura l’immortalità a picco di senescenza
abiura ogni vanto, il giovane Werther

su dirupo avvolto in nebbia e mani sillabanti
della sublimazione, il graffio.

In sembianza parallela si attivano segni
a lamina d’oro, incavi da cui il nulla sgorga

corrosivo. Sceso è l’orizzonte a baluginio
confinante il radiante uni-verso.

In retro linea spira orizzontale
il vento e gocce transitano in mari

di cobalto cielo. Ecco il Re del mondo
giunto all’apice del Vuoto inclinare

l’asse del tempo in remota attivazione
e lì sperdere in baluginio la propria ombra stanca.

(Progetto in divenire)

 

Mario Lunetta

Giorgio Linguaglossa

cara Marina Petrillo,

leggendo le tue poesie ispirate al post di oggi e al nostro comune cammino poetico, mi è venuta in mente una considerazione, un pensiero: la nostra è l’epoca in cui i più potenti telescopi e il fior fiore di astronomi sono impegnati notte e giorno alla ricerca di altri pianeti abitabili nella nostra galassia. A pensarci bene è una follia, una follia andare alla ricerca di un altro pianeta dove andare ad abitare. E il bello è che è stato trovato a 100 milioni di anni luce di lontananza. Ma che senso ha?, mi sono chiesto. Ecco, la tua poesia è un po’ una risposta a questo Assurdo che oggi costituisce il nostro mondo, l’Assurdo di discariche a cielo aperto, di cassonetti di immondizia, del lerciume di strada e dalla Terra dei Fuochi che ammorba la vita a più di un milione di italiani (Giusto quindi il detto: “Prima gli italiani”! da parte dell’ex ministro della Mala Vita e della Propaganda, il cialtrone che bercia dicendo di tutto un lerciume innominabile). La tua poesia vive all’ombra del lerciume delle parole-abbuffate, dei tristi parolai di cui è pieno il nostro paese… La tua poesia, così eterea e, apparentemente, sublime è invece ben radicata nelle nostre discariche, tra i cassonetti di immondizia stracolmi di rifiuti. Daltronde anche tu abiti qui all’EUR di Roma, quindi hai veggenza diuturna, diurna e notturna della Mala Vita malmostosa dell’Urbe. La tua poesia, cara Marina, si ciba come un corvo o un gabbiano, di questi rifiuti malmostosi, è parte integrante di questa grande discarica qual è diventato il nostro mondo.
E tu ne hai piena contezza.

Carlo Livia

From nowhere to nothing

Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

Cado nel groviglio francese. È piacevole. Divento Auschwitz. Con le cosce dell’uragano Gloria, e un sesso vermiglio con cavalli in fiore. Ritorno nel parco giochi. Un cipresso cieco, furioso, mi sbarra la strada. Ha tutti i morti in mano.

La rugiada delle fanciulle è spesso viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul davanzale intermedio traducono il sorriso in euro.

Dall’amplesso centrale cade un si minore. Biondissimo. Inestricabile dai lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di dei. Sul viale ormonale appena risorto.

Nell’aria un uccello infelice. Diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le cascate.

Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

Gino Rago

Ulisse? Un bugiardo inglese
[…]
Angiolina. Bellissima. Una vita di seta gialla.
Un cappellino. Tre rose o due nei capelli.

Angiolina Fabris con un’amica davanti al Tommaseo.
Sotto i portici un uomo. Doveva essere forse l’ombrellaio…

La testa fra le mani. Assorto nella lettura.Joyce.
Non vede neppure chi gli siede accanto.

Lascerà Trieste, andrà forse a Parigi.
Su molo Audace cantano i bersaglieri.
[…]
Piazza della Borsa. Tempio della musica,
Von Karajan da Pepi-Buffet con Arturo Toscanini.

Un palco riservato. In prima galleria
Wagner incrocia lo sguardo di Verdi.

La Signora Schmitz se ne accorge,
Finge di non vedere

Alla biblioteca civica in Piazza Hortis
Svevo comincia La coscienza di Zeno,

Il nembo di Trieste si abbatte sulla via,
La ventata di bora porta con sé anche il tuono.

Rossellini. Roma-città-aperta. Un mitra nazista.
La Gullace-donna-di-Calabria cade sui selci.

Anna Magnani la ricorda al mondo.
Più tardi ai rigori la Roma perde la Coppa.

[…]
Ai tremila metri del Passo dello Stelvio
Da una radio ad alto volume:

«Un uomo solo è al comando…
La sua maglietta è bianca e celeste,

Il suo nome… Fausto Coppi.
L’airone apre le ali, vuoto e polvere alle spalle,

neve ai cigli della strada.
Non acqua nella sua borraccia ma diamanti»
[…]
Alla Berlitz School di Via san Nicolò
Un irlandese:« Ulisse? Era un bugiardo inglese»

18 commenti

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18 risposte a “Sulla critica della cultura e sulle opere d’arte, Invettiva di Witold Gombrowicz, Contro la poesia, Lettera di Giorgio Linguaglossa a Witold Gombrowicz, Le parole rottamate e usufritte, Una poesia di Marina Petrillo, Carlo Livia, Gino Rago

  1. https://l.messenger.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fluz.it%2Fspns_article%2Fintervista-luca-ricolfi-societa-signorile-massa%2F&h=AT3ZxX0P4IkyIKuL4GK2IwaRQmBYJ11o8P0REIckXbErXmududfiAXUx1YkjM_k_k3e-J9ioxfpc6UzsMVFjf-NlyqyUJt1Sz7_H0o73t-CV7sIYolJZ70btGVhCRsDZZRo

    Sul concetto di «rifiuto»
    Una critica dell’estetica comporta e implica sempre una critica dell’economia estetica e, quindi, una critica dell’economia capitalismo nella forma di società signorile di massa nella quale oggi viviamo.

    Il funzionamento del capitalismo comporta, come si sa, una strutturale produzione di scarti e di rifiuti, Analogamente, l’economia dello spirito del capitalismo, trova la sua ragione nell’economia dell’ Aufhebung, ovvero la capacità di immettere una quantità di rifiuti nel circuito dei livelli superiori di produzione. Qui il «rifiuto» è qualcosa di strutturale, il sistema prevede e consegue il ritorno del «rifiuto» nel ciclo economico produttivo. Il «rifiuto» non produttivo è ciò che trova collocazione nelle discariche e nei ripostigli delle case borghesi che, quanto più sono ordinate e linde, tanto più hanno ripostigli, cantine, soffitte stracolme di cianfrusaglie inutili, di bauletti con antiche suppellettili, ammennicoli, foto e lettere d’amore, di oggetti rotti e inservibili. L’ordine significante del sistema capitalistico produce strutturalmente il disordine significante dei «rifiuti».

    La moneta circola sempre in modalità non simbolica in quanto regolo dello scambio di merci. Analogamente, anche l’arte odierna circola in modalità non-simbolica. Nello scambio di moneta per l’acquisto di un bene, di una merce, si ha sempre una eccedenza, uno scarto, un rifiuto, un resto. Ebbene, è il «resto» che è realmente significante e significativo perché è ciò che si sottrae al consumo, ciò che resta del consumo; ciò che «resta» è, appunto, non transeunte, non transitorio, è lo «scarto» che consegue al consumo. La nuova ontologia estetica puntando sul reimpiego del «rifiuto» rivaluta l’economia del «resto», dello «scarto» e del «rifiuto» (ciò che viene rifiutato di una merce); mostra che i beni simbolici sono appunto gli scarti, i rifiuti. Una nuova arte del «valore» estetico non può che ripartire dal «resto», dal «rifiuto», dallo «scarto» in quanto elementi fuoriusciti dal circuito produttivo, e quindi de-simbolizzati, de-ideologizzati, de-estetizzati.

  2. I
    Durano in eterno
    le sopracciglia dipinte sulle tele, dalla fatica dirompente una ampolla
    ha finito di straripare nuda.
    Tecniche di ispirazione
    tra le lingue di fischietti stabilizzati.
    L’invenzione della tecnica dello starnuto
    ha piedi uguali.

    GRAZIE OMBRA.

    • a proposito di fischietti……

      punte assonnate, Frottage di qualunque cosa. Ogni volta un fischietto si
      adagia sui capelli umidi.

      Scollatura di un baule non più sottile. Cosa verrà dopo? Irrilevanti le spine che accompagnano la curva degli stracci.

      Pascal ha gli stessi stivali dell’altra volta. Lacci e bustine di tè nel taschino a riposo. Tipo un cruciverba di caselle vuote.

      Frusciante tra i vicoli dei quartieri. Caro lettore non allarmarti. C’è una signora marrone dietro le ombre allungate.

      Ladra di tutti gli uccelli in volo.

      • Alfonso Cataldi

        Il fischio, sissignori
        strappa la giacca agli eruditi.

        Un diavolo per taschino solleva sindromi ereditarie
        Anche a spingere, il diario di una schiappa non entra in un cruciverba.

        Pascal perde le equazioni per la strada
        in uno stagno di preghiere.

        Una ricerca non può dirsi chiusa
        per eccesso di paresi facciali.

        La mancanza del coccio ha compromesso la performance
        già gli antichi Egizi avevano inventato le cerniere.

  3. antonio sagredo

    Lo scrittore polacco mette il dito nella piaga, e non gli si può negare una certa ragione o una certa verità; ma è vero anche che quel dito scompare nella piaga e non si sa dove va a parare, ma un po’ di luce nella sua analisi socio-poetica viene data dalla risposta del Linguaglossa.
    Non si può che sottoscrivere l’analisi linguaglossiana che affonda fin nei “tratti distintivi” della parola (già scoperti da Roman Jakobson) e che hanno la funzione di movimentare tutti i significanti /significati espressi e inespressi. Questi ultimi, gli inespressi (quelli che qui vengono denominati: scarti, avanzi e altri similari) sono oggi in quantità e qualità quella parte della natura della parola che ha preponderanza significativa. La parola “affaticata” dal poeta (“fatica del sangue” la definì Samuel Beckett) non può che generare gli avanzi inesperessi, insomma quelle parti “straniate” che hanno urgenza di farsi avanti e sostituirsi alle parti usurate da secoli.
    Più che parole “superflue” (che richiama il concetto di inutilità) sono propenso a definirle appunto affaticate: il poeta dunque ha troppo stirata la parola da renderla evanescente, svuotata, per così dire, di qualsiasi funzione compreso il “gesto linguistico” che allude al cantare teatrale la parola… e non tutte le parole cantate accettano il canto!
    E allora si deve ricorrere a tutto ciò che fin da adesso è stato messo da parte nella parola stessa e da cui invece parte la rigenerazione e la formazione se non di nuovi termini, almeno la creazione all’interno della stessa parola di “diverse tensioni” che la rivivificano, e quindi una sorta di rivolta, non attuata dal poeta, ma dalla parola stessa che si oppone fatalmente al poeta… come dire una sorta di “rivolta degli oggetti/parole” contro chi li ha troppo usati e consunti.
    Si può riflettere che la parola si è stancata del poeta, e che va per conto proprio e si va diritti, di nuovo dopo un secolo!, alla “parola autonoma” di Chlebnikov. Con la distinzione (differenza) che questa autonomia è talmente irreversibile per affermare che la poesia si fa da se, o non esiste più (almeno per quanto ci è dato da sapere).

    Ringrazio dell’attenzione
    A. S.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/01/15/sulla-critica-della-cultura-e-sulle-opere-darte-invettiva-di-witold-gombrowicz-contro-la-poesia-lettera-di-giorgio-linguaglossa-a-witold-gombrowicz-le-parole-rottamate-e-usufritte-u/comment-page-1/#comment-62646
    «La società signorile di massa» e la fine del modernismo

    Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che noi siamo diventati dopo la fine del modernismo. Forse, la crisi economica che da diversi anni sta sconvolgendo le economie occidentali ci induce a riflettere sugli esiti indotti dalla crescita economica dei decenni trascorsi, su quella bolla speculativa che ha contaminato anche l’esistenza di milioni di individui. La risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba… l’epoca delle avanguardie è finita da cento anni almeno, bisognerebbe prenderne atto.

    Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico, ideologico e stilistico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che era il prodotto del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma il senso di minaccia è ovunque, c’è inquietudine, insoddisfazione, impoverimento degli strati sociali della classe media, impoverimento culturale. Questa situazione sbocca in personalismi di massa, in sovranismi, in xenofobia, nella ricerca di un uomo forte che risolva tutti i problemi.

    Oggi le DemoKrature di Orban, Putin, Erdogan, del regime della Polonia, della repubblica ceca, delle repubbliche baltiche rappresentano la risposta in sede politica della crisi del modernismo e delle democrazie dell’occidente dell’Europa. La crisi del modernismo si riflette anche all’interno della struttura della forma-poesia: la poesia si cannibalizza, si personalizza, si privatizza, diventa lo specchio dell’autore, della sua vita privata, delle sue ubbie, delle sue idiosincrasie, delle sue nevrosi, si assiste ad un processo di privatizzazione di un genere letterario che invece è stato per secoli pubblico e pubblicistico. Si tratta di problemi estetici e non estetici di enorme portata, soltanto affrontandoli si può sperare di uscire fuori della crisi della poesia e dalla crisi del modernismo. L’epigonismo e il privatismo della poesia di oggi è la non risposta a queste grandi questioni che sono sul tappeto.

    «La società signorile di massa», come l’ha definita un economista italiano, è una società in via di imbarbarimento e di impoverimento, segna la fine del modernismo.

  5. Giorgio Linguaglossa
    1 ottobre 2019 alle 18:14

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/01/quale-poesia-scrivere-nellepoca-della-fine-della-metafisica-poesie-di-francesco-paolo-intini-carlo-livia-roberto-terzi-fenomenologia-dellinapparente-larcheologia-e/comment-page-1/#comment-59364

    «La storia dell’essere è alla fine».
    «Soltanto se il mondo avviene espressamente l’essere – ma con esso anche il nulla – svanisce nel mondeggiare
    ». (Heidegger) 1

    La fine della metafisica coincide con l’inizio di un qualcosa che non conosciamo, e in questa zona di mezzo, in questo transito su un ponte di corda dobbiamo attendere in quella che Marina Petrillo chiama la «elicoidale memoria» come un salvagente che ci risollevi e ci tenga sul pelo dell’acqua.
    L’età della Tecnica richiede imperiosamente un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio poetico.
    Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente, e non c’è modo che esse ritornino ad abitare un essere che è svanito anch’esso…
    Resta appunto «indecidibile» quale linguaggio, quali parole dobbiamo tornare ad abitare e quali abbandonare perché svanite… Noi non sappiamo quali parole decidiamo di adottare, non lo sappiamo fin quando non le scopriamo. Esse erano già dentro di noi, solo che non lo sapevamo, non ce ne eravamo accorti. Abitare una nuova patria linguistica è come essersi svegliati da un lungo sonno durato cinquanta anni durante il quale le parole hanno cessato di parlarci. Adesso le parole si sono destate e sibilano, vibrano di significazioni nuove che noi non sapevamo, che non sappiamo… Ma si può abitare una nuova patria linguistica soltanto se abbandoniamo al loro corso, come monete fuori corso, le parole inutili, quelle svendute e adulterate, posticce, mistagogiche, populistiche, le parole dei polinomi frastici asessuate ed imbelli…

    Non c’è dubbio che Marina Petrillo sia alla ricerca di una propria patria linguistica, le sue parole sono «elicoidali», «goniometriche» curvano lo spazio e il tempo intorno ad un punto nevralgico: ciò che avviene nell’accadimento, nel momento in cui una leggerissima piuma lessicale si posa sulla struttura spazio-temporale del linguaggio.
    Con Novalis, diremo che la poesia è «nostalgia»: «un impulso a essere a casa propria ovunque»; ma la poesia moderna, invece, nasce dalla scoperta di non essere a casa propria ovunque, di essere Estranei a se stessi. È essenziale alla poesia moderna, da Les Flueurs du mal (1857) in poi, sentirsi estranei, essere costretti ad impiegare una lingua estranea ed ostile. Questa lingua di Marina Petrillo, di Letizia Leone e di altri autori della nuova ontologia estetica è una lingua estranea ed ostile, non più eufonica. Il titolo del libro in corso di stampa di Francesco Paolo Intini è emblematico della fine dell’essere: Faust chiama Mefistofele per una metastasi.

    Che cosa significa questo titolo? Significa che da oggi e per tutto il futuro non sarà più possibile scrivere con una lingua come quella di Sandro Penna ma neanche con quella ad esempio dell’ultimo libro di Majorino, che ho appena scorso con gli occhi, tanto mi è bastato per capire che quella lingua è estranea in quanto idioletto incomunicabile, lì non si vuole più comunicare con nessuno, c’è l’elitarismo d’una intera cultura che si è esaurita: il post-sperimentalismo, la cultura di chi non vuole comunicare e non vuole ricevere nulla da nessuno. Con questa disposizione di tono la poesia nasce già morta, non c’è dubbio.

    La Stimmung per Heidegger è «la voce dell’essere», quell’aura, quell’atmosfera che ci involge e ci coinvolge nel nostro rapporto con il mondo. Un particolarissimo tono, o accordo di strumenti musicali, quel medesimo tono che situa la parola poetica in questo accordo…
    Come scrive Roberto Terzi: «dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione». Appunto.

    1] Il tema del Geviert è esposto in diversi testi: cfr. in particolare le conferenze, Bauen Wohnen Denken e Das Ding in M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, HGA ; trad. it. di G. Vattimo, Costruire abitare pensare e La cosa, in M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1976 pp. 96-108 e pp. 109-124; cfr. anche M. Heidegger, Il linguaggio e L’essenza del linguaggio, in CVL, pp 27-44. e pp. 127-172 . M. Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, cit., pp. 74-75.

  6. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/01/15/sulla-critica-della-cultura-e-sulle-opere-darte-invettiva-di-witold-gombrowicz-contro-la-poesia-lettera-di-giorgio-linguaglossa-a-witold-gombrowicz-le-parole-rottamate-e-usufritte-u/comment-page-1/#comment-62649
    Presentato al Caffè Letterario Il Mangiaparole di Marco Limiti, la sera dell’11 gennaio 2019, il N. 7 del Trimestrale di Poesia, Critica e Contemporaneistica
    “Il Mangiaparole” (Comitato di Redazione: Sabino Caronia, Giuseppe Gallo, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago.
    Art-director: Lucio Mayoor Tosi).

    Curato da Giorgio Linguaglossa e da me, considerandolo pertinente con le tematiche sviscerate dalla odierna Pagina de L’Ombra delle Parole, ritengo di poter dare un contributo di conoscenze e di chiarificazione sui temi in via di discussione proponendone l’Editoriale.

    Editoriale n. 7 de Il Mangiaparole (luglio/ settembre 2019)

    Che cos’è l’essere e che cos’è il linguaggio?
    E qual è il legame che unisce l’essere al linguaggio?

    Ecco la questione centrale. Tutte le altre domande sono questioni secondarie, di contorno, e possiamo metterle da parte.
    Perché la «nuova ontologia estetica»? Perché ogni nuova poesia è tale se riformula le categorie estetiche pregresse all’interno di una nuova visione.
    Parlare di «ontologia estetica» è pensare il nuovo ruolo delle parole e del metro. All’interno del linguaggio poetico le parole si danno sempre nel quadro di un metro, ma è vero anche che ogni nuova poesia rinnova il modo di concettualizzare la «parola» all’interno del «metro».
    Il «metro» è una unità di misura di grandezza variabile, dobbiamo uscire fuori da un concetto di «metro» quale unità di misura fissa, statica ed entrare in sintonia con un pensiero che pensa il «metro» come una entità variabile, dinamica, mutagena che varia con il variare delle grandezze (anch’esse variabili) che intervengono al suo «interno».
    La «parola» quindi è una entità per sua essenza mutagena che può essere rappresentata come una entità corpuscolare o ondulatoria a frequenza variabile. Per semplificare: non v’è un peso specifico costante di una «parola» ma vi sono tanti pesi della «parola» quanti sono i modi del suo manifestarsi all’interno di un «metro». Il «metro» sarebbe quindi una sorta di «onda pilota», o «onda di Bohm», come si dice nella fisica delle particelle subatomiche, un’onda che convoglia al suo interno le particelle che vagano nell’universo.
    Vi possono essere modi molto diversi di intendere questa «onda pilota», in questo concetto ci sta il «tonosimbolismo» della poesia di Roberto Bertoldo, una poesia intersemica e fonosimbolica, ci può stare anche la poesia di Donatella Giancaspero, ci può stare il discorso poetico citazionista di un Mario M. Gabriele, il discorso poetico «caleidoscopico» e «disfanico» di Steven Grieco Rathgeb e il mio frammentismo post-metafisico; ci può stare la ricerca iconica e simbolica di Letizia Leone di Viola norimberga (2018), le sestine di Giuseppe Talia del libro La Musa Last Minute (Progetto Cultura, 2018), una sorta di elenco telefonico di poesie fatte al telefono, poesie discrasiche più che disfaniche; ci può stare il frammentismo peristaltico dei poeti nuovi come Francesca Dono con il libro Fondamenta per lo specchio (Progetto Cultura, 2017); ci sta la poesia di Anna Ventura fin dal suo primo libro, Brillanti di bottiglia (1978), fino a quest’ultimo, Streghe (2018), Marina Petrillo con materia redenta (2019), Carlo Livia con La prigione celeste (2019), e Mario Gabriele con la quadrilogia: Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017) e Registro di bordo in corso di stampa. Ciascun poeta porta a questo salvadanaio una piccola monetina, un piccolo mattone. È la consapevolezza del nuovo paradigma della poesia italiana, un modo diverso di fare poesia che albeggia, un modo inaugurato in ambito europeo da Tomas Tranströmer nel 1954 con il suo libro di esordio, 17 poesie.

    Con questo nuovo paradigma cambia radicalmente la forza gravitazionale della sintassi, il modo di porre l’una di seguito all’altra le «parole», le quali obbediranno ad un diverso metronomo, non più quello fonetico e sonoro dell’endecasillabo che abbiamo conosciuto nella tradizione metrica italiana, ma ad un metronomo sostanzialmente ametrico. Non c’è più un metronomo perché non c’è più una unità metrica. Di qui la importanza degli elementi non fonetici della lingua (i punti, le virgole, i punti esclamativi e interrogativi, gli spazi, le interlinee etc.) ma che influiscono in maniera determinante a modellizzare la «parola» all’interno del nuovo «metro» ametrico. Di qui l’importanza di una sintassi franta. Ecco spiegato il valore fondamentale che svolge il punto in questo nuovo tipo di poesia, spesso in sostituzione della virgola o dei due punti. All’interno di questo nuovo modo di modellizzare le parole all’interno della struttura compositiva del polittico si situa l’importanza fondamentale che rivestono le «immagini»; infatti le parole preferiscono abitare una immagine che non una proposizione articolata, perché nella immagine è immediatamente evidente la funzione simbolica del linguaggio poetico.
    Ed ecco la parola chiave: il verbo «abitare». Le parole abitano un luogo che è fatto di spazio-tempo e di memoria, di una «patria originaria linguistica». Le parole abitano la temporalità, la Memoria. Le parole sono entità temporali.

    Giorgio Linguaglossa, Gino Rago
    Editoriale de Il Mangiaparole, N. 7 (luglio /settembre 2019)

  7. Può capitare al poeta “distratto” che le parole siano immagini a sua insaputa, fino all’ultima di un verso. Cioè che le parole arrivino da sole, prima dell’immagine. In questo caso non si avrebbe che le parole preferiscano abitare l’immagine – che senso ne ha, ma soltanto se in relazione alla proposizione articolata – quanto piuttosto che siano originarie dell’immagine, e non già perché l’immagine senza di esse non esisterebbe affatto, ma in quanto costruttive, per evento, dell’immagine stessa. Non mi sorprende che questo modo di procedere piaccia ai poeti-pittori. Le parole non descrittive, non funzionali o asservite a uno scopo, di fatto sono come pitture.

  8. La somiglianza.
    L’accadimento terapeutico, il bisturi
    sui disturbi sentimentali. Il comignolo
    al pari del nomignolo.Il fumo dal tipo medio
    delle falangi. Neeson di Schindler’s List
    che accanto millanta credito,
    la sua memoria piena.

    (Considerando Sagredo che considerava Linguaglossa che considerava Gombrowicz
    e così via)

    Grazie OMBRA.

  9. da https://mayoorblog.wordpress.com/2020/01/16/esercizi-gennaio-2020/
    Esercizi. Gennaio 2020.
    di Lucio Mayoor Tosi

    Aperta la bocchetta dell’aspiratore, un gioco da ragazzi.
    Anche la canna dei fumi, è sistemata.

    Luna a sinistra, in parte nascosta dall’aletta del cargo.
    E’ una bella sera, se così si può dire. Restano pochi murphy.

    Domattina le sentinelle si attiveranno, ne arriveranno altri.
    L’esposizione al sole attiverà le menti. Troveremo presto

    un nuovo orizzonte. Il sopra e il sotto. Quindi anche il tempo.
    Tra il neo sulla spalla e il seno. Pianeti sconosciuti. Distanze

    incalcolabili.
    .

    In compagnia con i morti – stecchiti da plebe inferocita.
    Ancora se ne trovano in mezzo ai rottami. Mamma mia!

    Lasciami pisciare in pace sullo sterrato di questo salato
    inverno. Epatite dei monchi.

    Déjeuné. Trippa pelosa del porco sul davanzale di una chiappa.
    Quanti pellicani esplosi al sole. Vento Eolo da sinistra.

    Nel frantumato raccolto di noi due, quale sia il braccio.
    Quale nube di sospiri e tavole.
    .

    Vogliamoci bene. Togliamoci le cravatte. Spertichiamo
    l’inverosimile. Chi sei tu, chi sono io.

    I nostri cervelli hanno forma diversa. Anche le mani.
    Gauloises e tintarella. Che ci stiamo a fare qui?
    .

    Scrivere in una sera un intero libro di poesie. Si può fare.
    Come cantare per sempre la Marsigliese.

    Prendersi a schiaffi davanti a un mazzo di mimose.
    Robespierre in A2. Coppa gelato e Pastis.

    Due rubicondi davanti all’altare della biancheria da smaltire.
    Le gambe sotto il tavolino del bistrò. Le mani tue, le mie.

    Astaroth, Belzebù. Con radice di gelso. Occhio brigante.
    E durante, la saliva.
    .

    Teniamo compagnia a quest’uomo impaurito.
    Ha le stringhe marce per quanto ha camminato

    strascicando i piedi sul volume otto-negletti.
    Abbandonati al loro destino, come si suol dire

    quando le palpebre fanno da paralume e la corte
    a sonagli aspetta solo che passi un rinoceronte

    a travolgere le sembianze. Ahimè! Se tu non fossi qui
    io neppure potrei esserci. All’origine del cartesiano.

    Devo poter muovere un braccio.
    .

    Interrompiamo la spesa. Comunichiamo i nomi
    dei vincitori del concorso Ammazzete, una reliquia.

    Don Pavone soffriva di vertigini. Così disse l’avventuriero
    prima di svoltare l’angolo. Don Pavone si compiace

    per ogni tacco a spillo, piove marzo e batticinque.
    Cinque. E’ sempre il momento.
    .

    Uno scheletro in pizzeria. L’avambraccio in bocca
    allo squalo bianco.

    Quattro involtini napoletani seduti al cloroformio:
    – Chi di voi sa cosa fece Cagliostro ai debitori di spade,

    prima che lo spartissero mari e fiumi da ogni parte?
    .

    L’anello del tuo fidanzamento con me. La scarpiera
    dove tieni l’accendino. Il libro di tutte le fiabe.

    Mi raccomando, la posta.
    .

    Il flauto di amici in partenza per boschi e valli d’or.
    Diverse cucchiaiate di budino crema e caramello.

    Senza dire mi-raccomando, ti voglio bene. L’abitino
    di chiffon, tratto da un libro di scavatrici nascoste

    nel basso fondo di promesse ancora da formulare.
    Quel modo di sollevare lo sguardo in amicizia.

    Come sulla vetta di una montagna, a un passo
    dal niente che ci salva.
    .

    Approvati, ciascuno partirà per la propria atmosfera.
    Ma collegati da pistilli trasparenti. Pensieri di lingua

    mortale e follia. I senza-radici, le figlie del vento!
    Hai, come lacrime in Portofino; sul ciglio della strada

    scostarsi dalle guance, e un rametto profumato
    salvia e rosmarino. – Segui l’orma all’orizzonte.

    Avvia il motore ancora freddo dell’ex discoteca.
    Pronto a nuove superfici da percorrere. Fermo

    in te stesso – Centro di rieducazione per schiave
    superstar, trasferite nel tempo, da un secolo all’altro

    degli squilibri di natura. Elegiaco signor Pastrocchi!
    Deponga le sue scritture sulla sedia, all’ingresso.
    .

    Nè maschi né femmine. Neutrini, bambini. Ringraziamo
    il giorno per essersi presentato puntuale.

    Gioiscono e arrossiscono per ogni nonnulla che si mantenga
    nella matematica degli eventi futuri a rapporto.

    Nell’abitacolo scorre un fiume di comparse, a risalire
    le braccia, ridiscendere e stare. Sebbene in nessun posto

    siano fermi. Intorno è cielo di rondini e nubi sparse.
    Vale la pena di lanciarsi in un grido – raro, di fenicottero

    accanto a una festosa fontana. Sugli scalini. Paese di naviganti,
    cresocespugli e vertici di aghiformi.

    Vita è sollevare rifiuti dal dicastero delle perdite continue,
    prima che sia troppo tardi, e uscire di senno al parking.

    Scrollati di dosso i faraoni, senza più dinastie da mantenere
    con fatica, ora senza ragione alcuna defluire.

    Vivi, come per sempre innamorati di quel niente
    che non si può dire.
    .

    Meglio fermarsi qui. Eravamo in stand by ormai
    da diverso tempo. Fammi le condoglianze. E’ morto

    l’anello mancante, l’idea partorita nel vagone dismesso
    di uno spezzato piacersi. Come baciarsi tra sconosciuti

    sul ballatoio di oggi-sposi. Riprendo il cappello,
    trascrivo la marca sul registro. Diversi lasciti. In sospeso.
    .

    Le parole sono sempre sole. Parole e luce.
    Non hanno forma e nella mente nemmeno suono.

    Sono memorizzate nell’apparato costitutivo del corpo.
    Cappuccette bianche, una simile all’altra.

    Piacciono alla lingua dei mentitori, quelli che indossano
    maschere da velieri nei loro teatri: l’extraordinaria vicenda

    della ragione sconfitta da se medesima. In tutte le salse.

    Di notte, una ventata di ore tre primaverili. Essenza di buio
    in buio di luce gialla. Al tepor dei villici.

    Come tra una guerra e l’altra deporre i nostri figli;
    tra le azzurre scansie di un vetrofoglio pieno di coloranti.

    Entrano continuamente parole future. Come a casa loro.
    Una ragazza tiene stretta la piega del tovagliolo.

    Altri si ubriacano. Così sono i poeti. I maestri del mondo.
    Che lavorano gratis. Per maledizione divina. Per aver ripetuto

    il suono di una stella irregolare. Forse perché viva
    tra le morte. Una sola stella. Meno di un’abat-jour.

    La chicca dei granelli che sempre davano spettacolo.
    .

    (da rivedere)

  10. milaure colasson

    Scrive Giorgio Linguaglossa:

    “La fine della metafisica coincide con l’inizio di un qualcosa che non conosciamo, e in questa zona di mezzo, in questo transito su un ponte di corda dobbiamo attendere in quella che Marina Petrillo chiama la «elicoidale memoria» come un salvagente che ci risollevi e ci tenga sul pelo dell’acqua.
    L’età della Tecnica richiede imperiosamente un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio poetico.”

    Nell’Editoriale del n. 7 della rivista Il Mangiaparole, Linguaglossa e Gino Rago, a firma congiunta, scrivono:

    “Perché la «nuova ontologia estetica»? Perché ogni nuova poesia è tale se riformula le categorie estetiche pregresse all’interno di una nuova visione.
    Parlare di «ontologia estetica» è pensare il nuovo ruolo delle parole e del metro. All’interno del linguaggio poetico le parole si danno sempre nel quadro di un metro, ma è vero anche che ogni nuova poesia rinnova il modo di concettualizzare la «parola» all’interno del «metro».
    Il «metro» è una unità di misura di grandezza variabile, dobbiamo uscire fuori da un concetto di «metro» quale unità di misura fissa, statica ed entrare in sintonia con un pensiero che pensa il «metro» come una entità variabile, dinamica, mutagena che varia con il variare delle grandezze (anch’esse variabili) che intervengono al suo «interno».”

    Sempre Linguaglossa, nel commento sopra riportato, scrive:

    “Oggi le DemoKrature di Orban, Putin, Erdogan, del regime della Polonia, della repubblica ceca, delle repubbliche baltiche rappresentano la risposta in sede politica della crisi del modernismo e delle democrazie dell’occidente dell’Europa. La crisi del modernismo si riflette anche all’interno della struttura della forma-poesia: la poesia si cannibalizza, si personalizza, si privatizza, diventa lo specchio dell’autore, della sua vita privata, delle sue ubbie, delle sue idiosincrasie, delle sue nevrosi, si assiste ad un processo di privatizzazione di un genere letterario che invece è stato per secoli pubblico e pubblicistico. Si tratta di problemi estetici e non estetici di enorme portata, soltanto affrontandoli si può sperare di uscire fuori della crisi della poesia e dalla crisi del modernismo. L’epigonismo e il privatismo della poesia di oggi è la non risposta a queste grandi questioni che sono sul tappeto.

    «La società signorile di massa», come l’ha definita un economista italiano, è una società in via di imbarbarimento e di impoverimento, segna la fine del modernismo.”

    E’ chiaro che qualcosa è mutata, che siamo in presenza di un nuovo Eone, di un nuovo Evento, tutto non può essere come prima, e anche la poesia è cambiata, cambia continuamente. Non è vero quello che dice un poeta italiano che non nomino “che la poesia non è cambiata granché da Omero ai giorni nostri”. Questo riduttivismo ci porta in un semplicismo inaccettabile. Strano che un poeta dica tali pseudo truismi. Proprio guardando la differenza tra Omero e Apollinaire non possiamo non constatare la grandissima evoluzione che ha subito la poesia. E da Apollinaire a René Char la poesia è cambiata di molto, e molto cambierà nel futuro.
    Mi ha colpito molto questo verso di Lucio Mayoor Tosi:

    “Entrano continuamente parole future. Come a casa loro.”

    Ecco. Le parole provengono dal Futuro. Entrano nel Presente. Entrano in una poesia, nella loro “casa”, ma noi dobbiamo saperle attendere, saperle cercare, ed essere in grado di intercettarle in una struttura mentale prima ancora che in una struttura metrica. La nuova ontologia estetica, per come la intendo io, è una forma di attesa del Futuro, un congegno che intercetta il Futuro e lo plasma nel Presente.
    Il Fattore Futuro riveste un ruolo fondamentale nella nuova poesia.

  11. milaure colasson

    Ecco un altro verso scintillante di Lucio Mayoor Tosi:

    “Le parole sono sempre sole. Parole e luce.”

    La solitudine delle parole dispari. Occorre avere molto coraggio per raccogliere le “parole sole”, quelle che “restano”, i “resti”, gli “scarti” delle parole pronunciate… le parole che non servono più a niente e che vengono buttate per strada…

  12. milaure colasson

    Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. Ripresa dal blog patrialetteratura.com del 2014, il che dà conferma come Linguaglossa già nel 2014 era più che avviato verso la forma «polittico»

    Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
    posti sulla sommità delle torrette blindate.

    Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
    I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.

    Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
    sul numero 33.

    Giocano con le bambole, giocano con le murene,
    accompagnano al pianoforte la bella Marlene

    che canta il Lied della nostalgia e della morte.
    In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.

    […]

    Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
    nel firmamento stellato.

    Cogito è in viaggio su un treno blindato
    sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:

    «Mia amata, il mio posto è qui».

    […]

    Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
    Un Signore salta dalla bandella di un polittico nella stanza del pittore.

    Gira per la stanza, vuole prendere un po’ di aria fresca.
    Non vuole più dipingere Annunciazioni o Madonne col bambino.

    Anteprima:
    Un uomo in nero è accanto al letto di morte del poeta.
    «Ospite sgradito! La tua fama da tempo s’è sparsa»,

    scrive il poeta sul letto di morte.

    […]

    Un gendarme cammina tra gli hangar, agita il frustino
    in mezzo ad un nugolo di cani lupo. Abbaiano furiosi,

    intuiscono gli ordini dell’aguzzino dal movimento del suo polso.
    Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte

    ma la luce della finestra non li raggiunge.
    Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.

    […]

    Benozzo Gozzoli alla corte degli Estensi dipinge
    un cardellino sul ramo di corbezzolo

    e fischia un motivo di Mozart,
    sa che non c’è più tempo, deve affrettarsi,

    il Beato Angelico lo ha chiamato a Roma,
    «Per fare cosa?», si chiede Benozzo, «ancora affreschi,

    polittici da altare, annunciazioni?».

    […]

    Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
    Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.

    Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
    La polizia segreta bussa alla porta del Signor Cogito.

    «Gutentag Herr Cogito…»

    da “Risposta del Signor Cogito” (inedito)

    • Pubblico qui la versione riveduta qualche mese fa. Ci sono leggerissime modifiche.

      Cogito è in viaggio su un treno blindato

      Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
      posti sulla sommità delle torrette blindate.

      Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
      I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.

      Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
      sul numero 33.

      Giocano con le bambole, giocano con le murene,
      accompagnano al pianoforte la bella Marlene

      che canta il Lied della nostalgia e della morte.

      […]

      In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
      Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana.

      Firmamento stellato.
      Cogito è in viaggio su un treno blindato,

      sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
      «Mia amata, il mio posto è qui».

      […]

      Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
      Un Signore salta dalla bandella del polittico nella stanza del pittore.

      Gira per la stanza, dice che vuole prendere un po’ di aria fresca.
      Non vuole più dipingere Annunciazioni, pastorelli, re Magi, Madonne col bambino.

      Adesso vive a Vienna, ha messo su un negozio di giocattoli.
      Ripara le bambole, sistema le giarrettiere, le parrucche, i bottoni di madreperla.

      […]

      Anteprima:
      Il corvo bussa alla porta di Cogito

      Il commissario bussa alla porta di Cogito.
      «Polizia, aprite!».
      …………………………………………
      Gendarmi col berretto a visiera e stivali lucidi camminano tra gli hangar,
      agitano il frustino.

      Un nugolo di cani lupo. Abbaiano furiosi.
      Intuiscono gli ordini dell’aguzzino dal movimento del suo polso.

      […]

      Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte.
      La luce della finestra non li raggiunge.

      Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.
      Benozzo Gozzoli alla corte degli Estensi dipinge

      un cardellino sul ramo di corbezzolo,
      fischietta un motivo di Mozart.

      Sa che non c’è più tempo, deve affrettarsi,
      il Beato Angelico lo ha chiamato a Roma presso il papa.

      «Per fare cosa?», si chiede Benozzo, «ancora affreschi,
      polittici da altare, annunciazioni?».

      […]

      Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
      Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.

      Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
      La polizia segreta bussa alla porta del Signor Cogito.

      «Gutentag, Herr Cogito».

  13. Gli “incubi” di Giorgio Linguaglossa, come i miei in questa pagina de L’Ombra, seguono una “traccia”. Della traccia si è detto già molto su questo blog, e per mia esperienza posso dire che è presenza che si ritrae, invisibile alle parole. Resta presente, un passo avanti alla scrittura, e che non è immagine né parola.
    Poesia accade durante il percorso: saggezza, chiarimento, epifanie… sembrano arrivare dalla memoria; inavvertitamente depositate, quasi che non abbiano scala di valore. Poi le ritrovi tutte lì, che escono dalla penna scrivente. Per selezione involontaria, direi. Ma la traccia, la traccia che si ritrae senza mai mancare un attimo, ecco, a me pare nel componimento lungo, a polittico, l’elemento fondante. Quello che sostiene.

  14. Marina Petrillo

    Segnare il segmento di confine tra l’attitudine a percepire con la mente e tramutare il pensiero attraverso il cuore. Il pilastro verticale ingigantisce e diviene Dolmen antidiluviano. Piovono i gesti in radiografia lenta del sentire. TAC associabile alla visione di una soluzione estrema, ad un passaggio del cui peso si sconosce l’entità. Psicostasia. Torna l’esilio della parola, la divisione impressa tra gli emisferi, il guizzo verso quella parte misteriosa in cui sono probabili le soluzioni : l’osservatore che cammina o staziona in uno spazio deve osservare dall’istante a ciò che è…la via della illuminante materia dilaga in radiografia del sentire.
    (Psicostasia)
    Marina Petrillo

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