Cinque Esempi di nuova poesia, Poesie di Marina Petrillo, Carlo Livia, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Francesca Dono

Foto volto con quadrato nero

Quel frammezzo che è il vero centro dell’essere, ovvero, del nulla

La poesia si situa in quell’essere-in-mezzo, quello “Zwischen” di cui ci parla Heidegger. Quel frammezzo che è il vero centro dell’essere, ovvero, del nulla. Se il poeta è il vero fondatore dell’essere, è anche il vero fondatore del nulla, come ci ha insegnato Andrea Emo. La poesia è il suo progetto aperto al futuro, è il futuro aperto al presente. È il presente aperto alla Memoria del passato. È insomma quella entità che sta al mezzo delle tre dimensioni del tempo. Ed è ovvio che in questo frangente, il linguaggio della poesia non può che situarsi nello “Zwischen”, cioè in un non-luogo linguistico, in un non-luogo dell’essere.

Al poeta è assegnato il posto nel “frammezzo”, egli è il mediatore tra gli dei e gli uomini, tra il «non più» degli dèi dipartiti e il «non ancora» del dio che ha da venire (Heidegger). Che io aggiornerei così: il poeta è il mediatore tra l’essere e il nulla, rivela il nulla dell’essere e l’essere del nulla. Per questo il poeta moderno non può che essere profondamente nichilista, anche contro la sua volontà e la sua intenzione. Il poeta è un Emissario del Nulla e un Commissario dell’Essere.

Vera aspirazione della poesia è quello essere di casa e rendersi familiare (Heimischwerden) un’inquietante estraneità in cui comunque ci si trova spaesati (Unheimischsein), vero nocciolo della storicità dell’uomo nell’itinerario di un viaggio di ritorno, di un avanzare andando a ritroso.1

Le fanfare d’oro nuotano in branchi nel sole spento.
Mia madre posa una forbice sui tasti del pianoforte.

Sono due miei versi che non significano nulla di concreto, non hanno un referente, come del resto anche nelle tue poesie non c’è nulla del concreto-presente. E forse questo è il modo migliore per poter essere concreti e presenti nel presente-passato e nel presente-futuro. Questo non significare nulla è forse il miglior modo per significare qualcosa di impellente che non può essere detto con il linguaggio del presente, quello della comunicazione. Ereignis. La poesia avviene perché la poesia è evento. Ma che cosa significa questo? La mancanza di evento è l’Evento centrale della nostra epoca. A questo Heidegger non era arrivato. Così l’arte si riappropria di ciò che era andato perduto durante l’espropriazione epocale. È paradossale ma pensabile, la nuova arte, la nuova poesia eredita l’eredità della mancanza dell’evento. E con ciò muore davvero, muore quell’arte che contemplava la vecchia metafisica e l’ontologia del novecento. Scrive Roberto Terzi:«Che cos’è assegnato come compito da-pensare al pensiero raccolto nell’evento e quale può essere la maniera adeguata del dire che vi corrisponde?». La formula das Ereignis ereignet, «l’evento fa avvenire», ha innanzitutto la funzione di mettere in guardia «da come non va pensato l’evento», ma lascia aperto il problema di come pensar-lo «in positivo», problema che si riformula nella domanda: «che cosa fa avvenire l’evento? Che cos’è fatto avvenire dall’evento?»

(Giorgio Linguaglossa)

1 Cfr. M. Heidegger, Hölderlins Hymne “Der Ister” a cura di W. Biemel, in Gesamtausgabe, cit., vol.LIII, p. 22; tr. it. a cura di C. Sandrin eU. Ugazio, L’innoDer Ister di Hölderlin, , Mursia, Milano 2003

Marina Petrillo

Ti dissi persa tra stralunate vie
mentre giaceva calco dell’ immagine
a sua insaputa.

Nel disconoscere ogni tratto dell’ umano
un Leviatano dimora in angusta forma.

A nausea di vento, in grigio amplesso
con le vie, il contemporaneo assilla in decadente stella.

Cereo, l’etere volteggia in serialità postuma
alla sua essenza.
L’ identità spinge il molteplice a frammento
e sconosce il lamentato io.

Vissute ad altra sponda, creature muovono
loro l’incanto, in sbadigliante forma appresa
in mutilata sinapsi.

Perviene mappa dell’insoluta distanza
terracquea tra i non finiti e gli estinti,
limite forse avverso alla vita.

Ad Edith, Marina P.

Marina Petrillo parla… E si chiede: che significa ‘vi è linguaggio’?, che significa ‘io parlo’?… Significa che le s-grammaticature, la dis-tassia inter-vengono nel discorso ad inter-rompere il flusso semantico e sintattico; significa che ciò che il linguaggio dice e non dice è sempre un mentire, che il linguaggio mente, è ambiguo, privo di fondo, di fondamenta, e questo dis-ancoraggio del linguaggio dal linguaggio è un dis-ormeggio del Sé da se stesso… è questo vagare tra dis-tassie combuste e s-grammaticature… Così, Marina Petrillo è costretta come una sibilla Cumana ad ordire parole e frasari senza senso alcuno, a seguire a ritroso e contro corrente il linguaggio, venire dalla traccia per ad-venire ad un luogo dove il linguaggio cessa di essere significante e rivela il nulla di cui è composto e da cui proviene.
Paradossalmente, la credente Petrillo giunge a lambire il nulla del linguaggio molto di più dei mis-credenti che ripongono una ingenua fiducia sulle virtù salvifiche del linguaggio.
I limiti del linguaggio non sono trovati al di fuori del linguaggio, in direzione del suo riferimento, ma in un’esperienza del linguaggio come tale, nella sua pura autoreferenzialità.

(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa

Ecco due mie prove di post-pop-poesia. Non saprei dire se c’è un evento. Di sicuro, siamo fuori del vecchio concetto di «rappresentazione», ormai obsoleto.

Esercizio con violino e tamburo

K. sbatte la porta. Resto là, sulla soglia, per qualche minuto.
Impalato. Poi mi scossi e guardai la porta aperta. [1]

Madame Hanska aprì tutte le finestre, «Sa, le finestre sono nere», disse.
E fece entrare le madamigelle con il grembiulino.

«Buonasera Cogito – esordì Hanska – le cose sono cambiate
negli ultimi tempi». Prese una forbice e un posacenere

e li posò sulla siepe di capelvenere e di acanti.

«Sa, c’è una tigre e un pianoforte… Ecco, metto la forbice
sul pianoforte, adesso Vivaldi può suonare.

Woland ha ordinato ai gatti di suonare, il Requiem, quello, sì.
Solo quello. La musica uccide gli uccelli», aggiunse.

«Lo specchio avrà la sua vendetta», disse Baudrillard,
«Non resta che reinventare il reale», aggiunse tra il serio e il faceto.

Era seduta in mezzo alla camera. La tigre sorrideva.
«Per oggi basta con la musica – disse – dovrebbe esercitarsi più spesso.

Impari a suonare piuttosto. La rappresentazione è finita.»

[…]

Il commissario fece un buco nel muro. «Qui c’è la refurtiva.
Sì, che da qualche parte lei esiste», disse.

«Ne sono certo». Annuii. Guardai il cielo color lavagna,
e mi lavai le mani.

Yolande è piccola,
così porta sempre scarpe con tacchi 12 e cappelli esagerati.

Sopra il cappello c’era un ombrello.
«Si chiama Yolande, ma non so chi sia…

Un tempo è stata la mia amante».
Però, era già notte. Entrai nel bosco. La pioggia era fitta, mista a neve.

Così ho preso il bus notturno per arrivare più in fretta.
Erano le tre.

Glossa

[1] Le tesi Sul concetto di storia di Benjamin si concludono con una frase paradigmatica: “ogni secondo […] era [per gli ebrei] la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il Messia”. Questo significa che ogni momento di ogni giorno, in questa vita e in questo mondo, è il momento (“cairologico”) della decisione e dell’azione, il presente, e non il futuro, è il tempo della storia

Conversazione telematica in un sito di Incontri

Ti interesso?
Io vivo sola…

Benissimo…. allora a presto…
Ok, va bene… allora vediamo se riusciamo tra mercoledì e venerdì anche noi…

Che dire… terminato e iniziato con problematiche indipendenti dalla mia volontà…
Ok, attendo tue notizie.

3 giorni fa bigbearhors: Ci incontriamo?
Ok…

4 giorni fa da Prettywoman
Tranquilla sto in famiglia tesoro. * .* .*…

Cristinasensuale
Certo che ci vediamo !! 0:) :* Buone feste e sereno anno nuovo anche a te!!

1 settimana fa
maschiettaporcella Trans Roma. Ti interesso?
Ok tranquilla tesoro, lo immaginavo… il 28 non credo di esserci purtroppo.

1 settimana fa
Bellissima adepta, ti aspetto con foga e amore…

1 settimana fa
Ciao Padroncina ciao… ho una voglia matta… non so, cmq o venerdi e sabato o lunedi e martedi sono su… ti tengo aggiornata

Carlo Livia

” E il primo angelo suonò, e cadde una gragnuola, e del fuoco, mescolati con sangue; e furon gettati sulla terra; e la terza parte della terra fu arsa; e la terza parte degli alberi fu arsa; e fu arsa l’erba verdeggiante…”

Apocalisse 8 , 7

LETTERA ( senza indirizzo )

Illustrissimo Signore,
deve assolutamente tornare da queste parti, per vedere lo scempio compiuto in sua assenza.
Il giardino è invaso dalle locuste. Molti astri sono scomparsi, ed è arsa l’erba verdeggiante. Tutti i suoi ritratti sono stati distrutti e il palazzo è morto. L’androne è pieno d’insonnia e geme tutta la notte.
Naturalmente nessuno è rimasto in vita, tranne una macchina con un’ombra vacillante. Il sole è fermo da secoli e i bambini crescono al contrario.
C’è un violinista verde, completamente pazzo, che sostiene di essere Lei.
Sua madre mi è apparsa l’altro giorno. Mi ha detto che è in vacanza, ma nessuno conosce il suo indirizzo, a parte un certo signor Briscola, noto attaccabrighe, che nessuno può avvicinare.
Che senso ha conservare la sua posta?
Da quando ha perso la speranza di rivederLa, la fioraia di corso Umberto è impazzita. Ripete parole incomprensibili e nasconde messaggi d’amore nei mazzi di fiori, sperando che un giorno Lei possa leggerli.
L’altra sera sembrava che tutto l’universo, con un groppo di pianto in gola, si fosse raccolto nel cortile, accanto alla fontana, dove Lei amava leggere e suonare il violino. Come può averlo dimenticato?
Tutti noi non aspettiamo che Lei, per tornare a vivere.

Dejà vu ( per voci bianche )

Ero in mezzo alla navata e loro mi spogliavano.
Gettavano i peccati nel vaso cinese.
Un violino chiamava le ombre dell’aldilà.
Il serpente piumato entrava e usciva dai pensieri.
Il coccodrillo e l’acquasantiera erano stretti nello stesso fremito.
I morti erano scie di levrieri nuvolosi.
L’Antidio, seriamente ferito, beveva a sorsi il cielo di Bach.
Un violoncello esplorava il sacrilegio, con l’amore gelato degli hotel.
Dal lutto delle ostie al sorriso della Bestia, c’era una morte di alabastro.
E sospiri di femmina.
Una porta si apriva nell’antichità. Tutte le nudità dell’universo erano sul balcone. Lì avevo lasciato la mia vita.
La ragione della caduta era scomparsa nei viali degli elefanti di sonno.
Presso la lanterna lei mi dimenticava. Nel chiarore dei morti.
L’esilio finiva nel buio del desiderio.
Un bacio impossibile, grondante eternità e terrore.

Nella poesia di Carlo Livia il disallineamento fraseologico è portato sul piano del simbolico e dell’immaginario. Il poeta romano reinventa la realtà, si è costruito un proprio lessico algebrico-simbolico e procede con quello. Nulla a che vedere con il simbolico della civiltà medio-mediatica e videocratica.
Ogni vera poesia è costretta a reinventare la realtà, non può fare altrimenti, perché entra in collisione con la realtà promulgata dai media. Realtà e poesia si pongono così su piani contrapposti ed estranei, tra i due contendenti non si dà via di mezzo, non è possibile alcuna conciliazione.

(Giorgio Linguaglossa)

Mauro Pierno

Posso dire che è un amico,
la chiave allacciata al portachiavi, la

musicassetta sbobinata.
Aggiungere anche della schiuma

strabordante, uno sciampo. Uno simile
che ha l’odore come il tuo, il portellone

solo e sempre lucidato. Un tratto.
La felicità che esiste solo nelle parole.

Francesca Dono

sono corpi larghi. Aghi dell’oceano. Il glande grida e la bocca della fica
si allarga ai bordi del momento.

Ah monsieur ! Le gambe mancano sulle calze gracili. Appresso al cammeo unto
di sborra. Due spine rivoltate.

Con il culo offerto alle stelle.Di notte come si mangia un gelato alla crema rosa? Il rumore assale la persiana accostata. Nel coito d’amore delle teste.

Una ferrovia irregolare. I fiori accaldati. Da lontano ascoltiamo Billie Holiday che canta confusamente: gli occhi dormono.

Terra di nessuno. Dopo l’urina macchiata il tempo non profuma.

8 commenti

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8 risposte a “Cinque Esempi di nuova poesia, Poesie di Marina Petrillo, Carlo Livia, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Francesca Dono

  1. Trovo extra-ordinari i nove versi (quattro distici e un verso solitario finale) questo inedito di Francesca Dono.

    In un colpo solo, in piena responsabilità di linguaggio, Francesca Dono getta definitivamente in fondo alle acque viola di Scilla tutto l’umbertosabismo, il bertoluccismo, il serenerismo, il luzismo, il minimalismo e il postminimalismo, e tutta la parola innamorata del privatismo poetico e patetico degli ultimi decenni della poesia italica.

    Una serie di fotogrammi che mozzano il fiato, con un lessico essenziale e senza barocchismi, e che vanno a comporre l’arcobaleno del blu della paura e del rosso della vergogna ipocrita del piccolo-borghese, del giallo della gelosia e del verde dell’invidia, dell’arancione della gioia e del grigio della tristezza, l’arcobaleno delle 6 emozioni fondamentali dell’uomo d’ogni tempo Francesca Dono lo fa cadere in un pozzo dove mai arriva la luna e dove

    “il tempo non profuma”

    (gino rago)

  2. I colori di Geneviève

    Una coperta-arlecchino da viaggio.
    Colore bruno da un lato,

    Grigio-verde-viola dall’altro.
    I colori. La vita.

    Dal fondo di un pozzo
    Le sfumature di un crepuscolo,

    I toni del giardino in tarda fioritura,
    I campi di grano, i monti cobaltosmeraldo.

    L’oblio delle parole, l’assenza dei colori,
    La tortura, la paura, la pelle d’oca a ogni rumore,

    La prima conoscenza con le pulci
    Nel pozzo a molte miglia sotto il mare.

    «Darei tanto per la vista di una forma,
    Mi salverebbero se sulla mia strada incontrassi

    i riflessi di un rosso, di un verde, di un giallo.
    Mi uccide questa assenza di colori…»

    «Dove sei, dove ti trovi?»
    «A Clermont-Ferrand-Auvergne…»

    «E’ una casa, una villa, un palazzo…?»
    «E’ la mia prigione».

    «Avrai un nome…»
    «Quando ancora avevo i miei colori

    mi chiamavano Geneviève,
    Geneviève de Hody. Sono la mamma di Edith.

    Di Edith Dzieduszycka.
    Da qui la vedo.

    La mia Edith…
    Nell’oro, nell’argento, nell’ombra».

    (gino rago)

    • Mario M Gabriele

      Su la Repubblica e nella Bacheca della poesia, di Sabato 11 gennaio 2020,. Eugenio Lucrezi fa un dettagliato esame sulla “crisi della poesia, da molti attestata e che non è più profonda di quella della narrativa o del teatro: è in crisi la politica, è in crisi l’economia, i giovani sono disoccupati, e le pensioni dei vecchi non bastano a sostenere figli e nipoti.

      Soltanto ad allargare lo sguardo, vedi l’Australia che brucia, Putin ed Erdogan che si giocano a dadi il petrolio della Libia. Trump e gli ayotollah che lanciano droni sui destini del mondo.

      La crisi, epocale, è un modello di civiltà o se preferiamo, di un’inciviltà senza modelli, ed è senza sbocco, in quanto nessuna azione politica efficace è in atto o è in vista di speranza”.

      Su queste basi noi poeti continuiamo a fare poesia con la cataratta agli occhi.

      “Non è colpa della poesia” scrive anora Lucrezi, “se oggi viviamo immersi nella bolla ecolaica, e babelica del web e dei social network. Non è colpa della poesia se gli adolescenti scrivono frasi di tre parole e utilizzano esclusivamente la paratassi….Ma essendo poesia del qui e dell’oggi non può essere insensibile al vociferare, oscuro e tragico dell’epoca.Non può starne lontana in quanto l’azione poetica è per eccellenza politica”.

      E’ un po’ quello che da tempo va esprimendo Giorgio Linguaglossa nei suoi ripetuti attacchi allo stato di erosione della poesia, che andando di questo passo, agonizza, si frantuma,diventa erotopagina, prosciugamento delle forme linguistiche, accademia verbale,e allunaggio stratosferico.

      E’ tutto un nevrotico paesaggio linguistico che utilizza marche di detergenti quali il Lyso Form, e il WC Net ecc., modelli di contaminazione di codici di consumo, nella completa libertà di citazione. Bisogna dirlo! Si tratta di un vero e proprio choc espressivo, una dimostrazione contrastiva e disomogenea che restringe i livelli di visibilità della poesia rendendola una presenza senza spessore. Allora la domanda da porsi è questa: Qu’est -ce que la poésie?-

  3. I Nomi, Geneviève, Edith, Clermont-Ferrand-Auvergne si sono emancipati dal testo scritto, esistono nella virtualità, tra vita e non vita, esistenza e arte, singolarità e genericità, sono dei meri «gesti», delle icone, degli avatar che il critico, come un commissario di pubblica sicurezza, può solo indagare per consegnare il tutto in un fascicolo dattiloscritto con il nome degli imputati: un gigantesco vuoto di memoria che soltanto il destino e il gag possono simulare e dissimulare: la presenza di una abissale mancanza di parola.
    La poesia nasce da qui, da questa abissale mancanza di parola.
    La poesia può nascere soltanto dalla percezione di una ecatombe di cui siamo, volente o nolente, attori e testimoni, di cui siamo presenza. Una gigantesca crisi di cui accenna Mario Gabriele nel commento che precede di cui la poesia commissariata dalla balbuzie epigonica di oggi sembra non vedere affatto. Ecco cosa scrive Carlo Livia:

    Naturalmente nessuno è rimasto in vita, tranne una macchina con un’ombra vacillante. Il sole è fermo da secoli e i bambini crescono al contrario.
    C’è un violinista verde, completamente pazzo, che sostiene di essere Lei.

  4. L’evento sono le nuvole. Gli oggetti.
    Dico questo rileggendo Livia. L’interpretazione degli eventi attraverso il cielo. La loro ricomposizione, delle nuvole appunto, decretano la poesia. La potenza è da esse ispirata.

    Leggiamo attraverso le cose la nostra poesia?

    Gli oggetti, la catastrofe, le stelle, i culi, i violini, i portellone, gli aghi, i nomi, le bombe gli avvertiamo attraverso la loro pronuncia.
    .
    L’abuso della loro presenza la nostra poesia?

    Il tentativo di rinunciare agli oggetti, nella poesia della Petrillo, diventa il linguaggio stesso contaminato.

    Le missive, le lettere, i dialoghi contaminati dal nulla. Siamo Sibille iperconnesse.

    Leggiamo nei fondi della spazzatura le nostre parole. Alchimisti della contaminazione.

    Abbiamo paura di cantare sull’orlo del baratro?

    Il baratro è una passerella sull’infinito.
    La nostra poesia.

    GRAZIE OMBRA.

  5. tiziana antonilli

    La poesia di Marina Petrillo è un’ esplorazione dell’esistenza .Petrillo usa termini che parlano di assenza e incompiutezza raggiungendo l’acme scrivendo ‘l’identità spinge il molteplice a frammento’, una raffinata descrizione della nostra condizione esistenziale. Linguaglossa dice giustamente che il linguaggio ‘ è sempre un mentire’, riflessione tradotta in versi memorabili da Emily Dickinson. Tuttavia non sono convinta che il destino del poeta sia il nichilismo, non posso crederci, me lo impediscono formazione e natura. Tiziana Antonilli.

    • cara Tiziana Antonilli,

      È tutta l’epoca moderna che è dominata dalla categoria del nichilismo. Noi non possiamo sortire fuori dal nichilismo grazie ad un atto di volontà individuale o collettiva, ci stiamo dentro già da sempre e continueremo a starci, volente o nolente. E allora occorre, come diceva Heidegger, «guardare bene in faccia quest’ospite indesiderato». Non è il Nulla che ci minaccia, il nulla è già dentro di noi, noi stessi siamo una piccolissima appendice del Nulla. Il che è già tanto, penso.

      Scrive Heidegger in Che cosa è metafisica

      Il punto di vista in cui si poneva la questione del senso dell’essere non era più il tempo, ma il nulla (la critica del pensiero greco era così compiuta con il ritorno a Parmenide, l’inizio della filosofia occidentale -che ne costituiva anche la fine -). Il pensiero occidentale, con Platone e Aristotele per primi, aveva poi preso un’altra via, nella quale l’essere nella sua originaria verità era stato obliato e restava essenzialmente nascosto, verso il senso del principio di Parmenide: l’essere è, il non essere non è -, e quindi il senso originario dell’essere rispetto al nulla, l’essere veniva semplicemente scambiato con l’ente, e ciò che ne usciva vittorioso era il nulla, in quanto veniva sottratto all’ente il suo autentico fondamento, l’essere dell’ente – e la verità dell’essere come fondamento viene scambiata con la verità dell’ente intramondano, essa viene ridotta semplicemente alla certezza che l’uomo moderno ricerca attraverso la scienza in tal modo l’ente viene abbassato alla mera strumentalità e abbandonato alla presa di possesso del soggetto, alla soggettività assoluta del pensiero moderno, che si manifesta come nella volontà di sapere assoluto in Hegel e volontà di volere, volontà assoluta in Nietzsche (ma l’epilogo di tutto questo è il nichilismo, la perdita della verità dell’essere e la nientificazione dell’essere dell’ente da parte della tecnica, dal momento che l’ente è ridotto a mero strumento del soggetto che ne prende possesso attraverso il sapere strumentale della tecnica. In tal modo viene però obliato, nella certezza di sé da parte del soggetto, non soltanto l’essere, ma anche il nulla. Il soggetto umano, l’uomo, diviene il luogotenente del nulla; per sfuggire al nulla bisogna presentificarlo, averlo presente di fronte a noi, e questo non può avvenire attraverso il pensare metafisico, che dovrebbe scoprire l’essenza del nulla, così come scoprire l’essenza dell’essere è la questione della metafisica dell’essere in quanto essere è la questione della definizione, del che cosa è, e questa questione non si può porre né per l’essere, né per il nulla, questo si mostra nel modo più chiaro per il pensiero del nulla, che rispondendo alla domanda sul che cosa esso è, dovrebbe renderlo non più nulla, ma qualche cosa. Il nulla ci si manifesta piuttosto nell’angoscia, lo stato d’animo in cui il mondo e il tutto dell’ente scompaiono di fronte a noi. Tutto ciò comporta però uno scacco del pensare e del principio di identità, uno scacco della logica, e questo ci dovrebbe far ritornare ad un pensare essenziale che non sia più quello della antica metafisica, ma un pensare oltre la logica, in cui ci appare di nuovo nella non latenza  – Unverborgenheit – l’essere obliato, e con esso il nulla, anch’esso nascosto alla logica e al nostro pensare, pur se ad esso intrinseco.

  6. Segnalazione-invito ai frequentatori e alle frequentatrici de L’Ombra
    Evento d’arte di Edith Dzieduszycka
    **
    A Romalibera
    Via Roma Libera 10. Piazza San Cosimato, Trastevere
    (citofono A- Romalibera)

    Pieni e vuoti. Luci e ombre. E sacchetti di plastica o carta colorata, compresa quella della pubblicità di Repubblica. Edith fotografa ciò che la colpisce e trasforma l’immagine: per riconsegnarla completamente diversa, irriconoscibile. Cattura dettagli e li ricompone, come un sogno o un caleidoscopio, secondo un ordine che solo lei conosce. Ferma i riverberi, i bagliori, i raggi di sole.

    Fin da piccolissima – e la sua vita è stata molto avventurosa- le piace manipolare la carta, l’elemento-chiave del suo allegro rifacimento del reale, sconvolto dagli orrori della guerra. Si muove per approssimazioni e sovrapposizioni, in una metamorfosi costante dell’esistente. E’ anche poetessa pluripremiata: il suo ultimo libro si chiama d’orod’argentod’ombra, (Genesi Editrice), le fasi della vita. Lei si sente ormai nella terza, ma vuole uscire dall’ombra. Edithebasta è il suo indirizzo mail perché il suo cognome è lunghissimo e difficile da pronunciare. Ha adottato quello di suo marito Michele che era di origine polacca.

    Edith de Hody Dzieduszycka, nasce nel ’36 a Strasburgo da mamma scultrice e papà magistrato. Dopo l’arresto dei suoi genitori in Francia da parte degli SS (suo padre, prigioniero politico, morirà a Mauthausen), si chiude a lungo da bambina in un mutismo totale. Parla solo attraverso i collage e le poesie, spesso bilingue una volta imparato l’italiano. Ha esposto ovunque. Le sue mostre sono innumerevoli. Adesso vive a Roma, a due passi della Sinagoga. Con lei, a Romalibera, ci sarà una comune amica, l’attrice Margherita di Rauso che leggerà alcune sue poesie.

    A Romalibera giovedi 23 gennaio 2020
    **
    Gino Rago
    I colori di Geneviève

    Una coperta-arlecchino da viaggio.
    Colore bruno da un lato.

    Grigio-verde-viola dall’altro.
    I colori. La vita. Il morale.

    Dal fondo di un pozzo
    Le sfumature di un crepuscolo,

    I toni del giardino in tarda fioritura,
    I campi di grano, i monti cobaltosmeraldo.

    L’oblio delle parole, l’assenza dei colori,
    La tortura, la paura, la pelle d’oca a ogni rumore,

    La prima conoscenza con le pulci
    Nel pozzo a molte miglia sotto il mare.

    «Darei tanto per la vista di una forma,
    Mi salverebbero se sulla mia strada

    i riflessi di un rosso, di un verde, di un giallo.
    Mi uccide questa assenza di colori…»

    «Dove sei, dove ti trovi?»
    «A Clermont-Ferrand-Auvergne…»

    «E’ una casa, una villa, un palazzo…?»
    «E’ la mia prigione».

    «Avrai un nome…»
    «Quando ancora avevo i miei colori

    mi chiamavano Geneviève,
    Geneviève de Hody.

    Sono la mamma di Edith,
    Da qui la vedo

    D’orod’argentod’ombra».

    Gino Rago
    Roma, 13 gennaio 2020
    **

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