Due poesie inedite di Paola Renzetti con un esperimento di riscrittura di Giorgio Linguaglossa 

Strilli Lucio Mayoor Hurg

 L’immagine mi fa venire in mente la realtà che si presenterà ai sopravvissuti dopo una catastrofe nucleare… l’arte più evoluta di oggi ci presenta la possibilità dell’impossibile come la probabilità più probabile. È l’Evento della catastrofe che non suscita negli uomini di oggi più alcuna emozione perché è stata bandita finanche la possibilità stessa dell’esperienza (g.l.)

Paola Renzetti: «è sempre impegnativo dare una definizione di se stessi, ma la cosa si fa meno ardua, se si parte dall’assunto che nessuna può esserlo davvero. Sono nata nel 1955 in un piccolo paese dell’Appennino Tosco Emiliano. Ho mantenuto un legame forte con le mie origini, pur avendo studiato e lavorato sempre a Milano e provincia. Da sempre sono appassionata di pittura e di scrittura».

Paola Renzetti

Consumata dal suo radio

Ferma Lia non ci può stare
con il piccolo fra le lenzuola
della cesta. E il latte.

Commissario straordinario
per le inondazioni, agli interni
responsabile dell’emergenza
e firmataria finale
del piano di ristrutturazione.

Pronta Lia, non si sa mai.

La signora le dà un’occhiata:
“Vieni avanti. Proveremo”
E non è detto che il lavoro, serva.

No bimbi. Bene cani e gatti.
Lia, sempre lei. Capo coperto e nudo
Lia o Maria dell’avamposto, per le piazze
sull’effigie dell’uscio di una casa.

Pronta Lia, non si sa mai.

Compagna o giovane, provata
capacità delinquenziale. Sempre lei
progetto di ricerca, polo d’attrazione
e di persecuzione.

Consumata dal suo radio
o per la strada, se l’è cercata…
Quest’anima, tra i corpi.

strilli Lucio Mayoor Chi

testo di Lucio Mayoor Tosi

Riscrittura della poesia di Giorgio Linguaglossa

Consumata dal suo radio

Ferma Lia non ci può stare con il piccolo fra le lenzuola della cesta.
E il latte.

Commissario straordinario per le inondazioni, agli interni
responsabile dell’emergenza e firmataria finale

del piano di ristrutturazione. Pronta Lia, non si sa mai.
La signora le dà un’occhiata:

“Vieni avanti. Proveremo”
E non è detto che il lavoro, serva.

No bimbi. Bene cani e gatti.
Lia, sempre lei. Capo coperto e nudo.

Lia o Maria dell’avamposto, per le piazze
sull’effigie dell’uscio di casa.

Pronta Lia, non si sa mai. Compagna o giovane,
provata capacità delinquenziale.

Sempre lei progetto di ricerca, polo d’attrazione
e di persecuzione.

Consumata dal suo radio o per la strada, se l’è cercata…
Quest’anima, tra i corpi.

cara Paola Renzetti,

mi sono permesso di fare un esperimento con la tua poesia. L’ho suddivisa in distici e ho applicato il principio delle frasi nominali; ho evitato gli enjambement (che hanno senso in una colonna sonora con tanto di significante e di significato e con tanto di bella eufonia). Ho così fatto qualcosa che si può dire così: ho inserito un linguaggio nel linguaggio originale, il che determina un rapporto conflittuale tra il linguaggio sotterraneo (quello originale) e il linguaggio secondo, quello affetto da secondarietà, coadiuvato dall’inter-vento del distico che è utile per rassodare le membra disiecta. Come puoi vedere, lo stile nominale ha sostituito in pieno la colonna sonora della tradizione novecentesca che oggi non ha più ragione di sopravvivere se non per gli scolaretti e gli epigoni. Il risultato mi sembra buono. Però, vorrei il parere dei lettori, è importante che tutti i lettori della NOE esprimano il proprio punto di vista.

Stavo riflettendo sulla caratteristica trasversale che ha la nuova poesia rispetto a quella che si indica come tradizionalmente ottocentesca e novecentesca, che la prima non contempla necessariamente l’accadimento di un evento, sia questo epifanico, interfanico o dis-fanico… nelle poesie di Marie Laure Colasson, Mario Gabriele, Francesco Paolo Intini, Gino Rago… e anche in questa di Paola Renzetti non si ha nessun Evento, l’evento è un Assente, la nuova poesia narra piuttosto il non-evento. E questo è senz’altro una macroscopica novità. La nuova poesia prende come propria la problematica della assenza-di-qualsivoglia-evento.
E questo, di per sé è un Evento.

Lucio Mayoor Tosi acrilico_1

Lucio Mayoor Tosi, acrilico

Paola Renzetti

Grazie Giorgio, per la tua gentile attenzione. L’inserimento di questo linguaggio “secondo”, mi è apparsa una modalità nuova di interpretazione (libertà scenica). Anche i suoni, cambiano, e non solo. Almeno non si scrive solo per se stessi, si hanno dei riscontri, un’eco con risonanze diverse e impensate. Riguardo all’evento, non c’era nessuna verità da affermare, nessun intento narrativo-logico, ma immagini appena abbozzate di tempi, situazioni, voci di persone diverse (reali o simboliche) che si affacciano per provare a dire (a modo loro) di una condizione femminile vissuta e/o subita. Ogni parola è veramente una casa da abitare, da esplorare, sia per chi scrive, sia per chi legge. Ma le parole non restano in solitudine a lungo.

Con un gesto forse poco “politicamente corretto” inserisco un’altra mia poesia, che ha un tono diverso, forse ancora novecentesco, ma che nasce e chiede udienza come espressione di uno degli aspetti fondamentali della di un sentire e pensare poetico, che è quello che è  (risultato – sempre parziale e provvisorio – di un’epoca, di un percorso personalissimo e insieme collettivo.) non so da quanti condiviso qui…

Sul ramo sottile

Airone blu, airone cinerino, airone bianco
a tanto, e oltre, si spinse la favella dell’origine
fra spazi interstellari, avrebbe dato
forme e fiato di varianti infinite.

Da luoghi di indicibile bruttezza, ostie si elevano
senza remissione, a terra reclinate in nefandezza
di incurie senza volto né memoria, in vuoto di
coscienza, che non ferisce gli occhi, perché

qui, da tempo, si spense ogni lume.

Dove sta scritta la tua schiena bianca
o airone? Il tuo osare sul ramo sottile
sono nozze, queste? Segno che nell’avanzare
e convivere delle specie, è possibile intendersi

fare ammenda, non lasciare in pegno, fra il disordine
arrecato, e ultimo lascito di eredità, il corto
respiro della pazzia, che nulla s’en fa
di grazia innocente e bellezza.

Lucio Mayoor Tosi, Composizione, acrilico

Giorgio Linguaglossa

cara Paola Renzetti,

Noi viviamo in un presente iperreale perché completamente mediatizzato: il ‘tempo reale’ in cui gli eventi ci raggiungono in forma di immagini ci consegna a una epoché sulla loro realtà di cui siamo letteralmente inconsapevoli. Lasciamo volutamente da parte la distinzione tra ‘realtà’ (come sistema fenomenico ma anche segnico, condiviso dai soggetti dell’esperienza) e ‘reale’ (come ciò che è irriducibile al simbolico o a qualsiasi sistema di segni, e tuttavia ad esso necessario), e parliamo del ‘reale’. O meglio, quel cosiddetto ‘reale’ che consideriamo quando leggiamo una poesia o un romanzo: ci accorgeremo che quel ‘reale’ è scomparso, o meglio, è una invenzione, una condivisione, una consacrazione, una convalidazione operate dalla cultura e che la cultura riconosce. In una parola: si tratta di una convenzione.

Scrive Baudrillard:

«Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà […] di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostituito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostituito come una riserva animale o vegetale, dato a vedere con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, de-realizzato in anticipo, iperrealizzato.»1

L’insistenza baudrillardiana sul carattere allucinatorio dell’iperreale sembra imporre al primo una sola interpretazione: l’arte e più in generale la cultura non possono più imitare il reale o evaderne grazie all’immaginario, perché, in quanto scomparso, il reale è stato sostituito da un reale ‘finto’, ingannevolmente perfetto e totalmente simulacrato e simulacrale – un reale prodotto di science fiction, in cui l’arte affoga sia la sua capacità mimetica che la sua capacità fantastica.

Il tuo ‘reale’ cara Paola Renzetti, quello che è inscritto nel DNA della tua poesia, è un prodotto di condivisione, di convenzione. Io penso sia più conveniente procedere ad una revulsione e destrutturazione del tuo testo, proprio per sottrarre al tuo ‘reale’ quel tanto di realtà che una convenzione letteraria vi ha solidificato. Dimmi se sei d’accordo. Leggiamo.

Sul ramo sottile

Airone blu. Airone cinerino. Airone bianco.
A tanto e oltre si spinse la favella dell’origine

Fra spazi interstellari, avrebbe dato forme e fiato
di varianti infinite.

Da luoghi indicibili ostie si elevano
senza remissione, a terra reclinate

In nefandezza, incurie, memoria, vuoto di coscienza,
perché qui, da tempo, si spense ogni lume.

Dove sta scritta la tua schiena bianca?
Il tuo osare sul ramo sottile sono nozze, queste?

Segno che nell’avanzare e convivere delle specie,
è possibile intendersi, fare ammenda,

Non lasciare in pegno il disordine,
ultimo lascito di eredità, il respiro della pazzia

1 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, trad. it. Simulasci e simulazione, di E. Schirò

Lucio Mayoor Tosi composizione 3

Lucio Mayoor Tosi, composizione, acrilico

Paola Renzetti

Sì, vero. Nell’ultima parte (i due versi che tu elimineresti) è sembrato anche a me di indulgere in quell’espressione particolare e non in completa sintonia con il resto del testo, ma l’ho lasciata come una spia – segnale, quasi un benefico lapsus (s’en fa) arrivato chissà da dove (aulico-dialettale!?) da una zona lontana. Non credo si possa parlare solo di convenzioni, che sono difficili da dismettere certo, con i loro tic mimetici, ma che possono essere sempre una fonte, uno specchio per riconoscersi, anche nei diversi momenti evolutivi, per ritrovare il sé personale e il sé del gruppo di riferimento storico-culturale, per poi distanziarsene e proseguire, certo. Qui ho fatto come l’airone (guardava senza fuggire), tenendomi al ramo sottile di quella “grazia e bellezza”, per noi sempre più dolorosamente irraggiungibile, perché già perduta, e mai davvero esistita pienamente. Un breve inciso: oggi ho fatto un giro tra campagna e periferia della città… erano apparizioni di sporcizia, di umanizzazione in tutte le forme, di mera sopravvivenza umana (risparmio i particolari), la povera natura velata da una specie di lordura, e i noccioli con i loro primi pollini… le montagne visibili in lontananza nell’aria inquinata. Ogni tanto c’è un’apparizione, che fa sentire più vivi..Se si prova a scriverne, aleggia quella “finzione” necessaria, quell’impossibilità di destino, a cui però non si rinuncia. Nello specifico, preferisco la mia creazione, con quelle sue quartine – mi pare che il ritmo, il respiro sia meno spezzato che nella proposta a distico, più fluente e un po’ discorsivo, con il verso che sta a metà, da solo, come polo d’attrazione, di avvicinamento, che non si sa dove può condurre. Grazie Giorgio, per la tua lettura e gli spunti sempre preziosi.
Riguardo alla realtà, vero è che il termine ha diverse declinazioni. Soprattutto per chi è portato e abituato a privilegiare un approccio più immediato e fenomenico, può risultare non facile cogliere le diverse implicazioni (del nostro attuale mondo – per questo abbiamo bisogno di strumenti, e si cercano) ma a volte basta anche il ricordo di un oggetto tangibile come una bambola, con la storia (o le storie) che porta con sé, per dar vita a un terreno comune d’esperienza, di comunicazione.

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, polittico di frammenti, acrilico

Giorgio Linguaglossa

cara Paola Renzetti,

«Le immagini hanno sostituito il mondo […] la rappresentazione è finita, l’ha già detto Hegel, l’ha detto Schopenhauer. […] Dietro l’artificio della fotografia non possiamo presupporre una realtà, anzi: è proprio attraverso l’artificio e la simulazione, che il mondo esiste»1

L’esercizio borgesiano del paradosso deve essere portato all’interno della forma-poesia, perché è l’arte che è diventata paradossale ed antinomica, e non potrebbe non esserlo.

Il paradosso dell’Occidente consiste nel fatto che l’Occidente si riflette in uno specchio che esso stesso ha costruito, ovvero nello schermo narcisistico del virtuale, dell’economia globale e della sub-cultura mediatica, venendone letteralmente risucchiato: non sa più qual è il riflesso e quale l’originale, il reale. La forma poesia non può restare estranea al problema della rappresentazione del reale diventato irreale come alienazione, rovesciamento, riconoscimento, peritropè.

«La sola strategia possibile è quella dell’oggetto […] in quanto sfida il soggetto, in quanto lo rimanda alla sua posizione impossibile di soggetto […] l’oggetto non ha desiderio […] Esso è lo specchio. È ciò che rimanda il soggetto alla sua trasparenza mortale. […] Il cristallo si vendica».2

Il tardo supercapitalismo liquida ogni forma di umanesimo e di soggettività e non si può più, come sognava di fare il popolo della fiaba, tornare al di qua dello specchio (fare la rivoluzione), poiché si è già da sempre intrappolati, esiliati nell’immagine – . Non c’è più un altrove verso cui fuggire, ma soprattutto non c’è più una realtà a cui tornare – anche perché, secondo Baudrillard, non c’è mai stata: il ‘mondo’ è già da sempre una creazione culturale. L’Occidente ormai è lo specchio di se stesso, servo e padrone di se stesso, medesimo e altro, ipertroficamente sdoppiato. E lungi dall’essere contrapposto al Male, il Bene, di cui l’Occidente si ritiene il custode, si rivela essere solo una voce che esce dal suo ventre obtorto.

La forma-poesia deve essere in grado di adottare strategie istrioniche, essere una machine-à-penser della iperrealtà nella quale viviamo.
La cultura occidentale e la struttura segnica del tardo capitalismo è giunta al suo limite estremo; il suo pensiero funziona come uno specchio rotto capace di catturare l’immagine segreta dell’Occidente, la sua rigidità cadaverica e la sua deformità rimossa.

Grazie a questa sorta di lente ustoria, che brucia l’oscena uniformità del codice che governa il digitale, Baudrillard ci rinvia dal passato un’immagine capovolta, frantumata, rimpicciolita e imbruttita del presente in cui siamo immersi, e nel quale i media fagocitano la realtà, clonandola compulsivamente; se la specularità del virtuale dissolve la differenza tra oggetto e immagine riflessa, egli ci mostra il lato insopportabilmente patafisico di questa dissoluzione: la sua banale mostruosità, ma anche la sua inquietante, fatale perversione. La patafisica in quanto scienza delle soluzioni immaginarie, si è compiutamente avverata, non c’è più bisogno di essere patafisici, è la realtà che è diventata patafisica. La realtà si sottrae alle nozze concubine realtà-finzione, per questo non è più raffigurabile se non con dei salti quantici immaginativi, il linguaggio poetico e romanzesco va continuamente decostruito nel mentre che lo si pone in essere. In senso patafisico, dunque, l’esigenza di ‘reinventare il reale come finzione’ non equivale affatto al tentativo di sostituirlo con la precisione inconsistente dell’iperrealtà, ma consiste piuttosto nel farlo fulmineamente comparire e scomparire mediante la decostruzione e creazione del testo, in uno scambio simbolico istantaneo tra l’essere e il nulla. Non si tratta di una sostituzione segnico-virtuale della realtà, perché, come detto, la realtà è una costruzione simbolico immaginaria, ma è già, in quanto tale, frutto di una produzione culturale che Baudrillard chiama simulazione. Si tratta piuttosto di una sua dissimulazione letteralmente istrionica, poiché il reale viene confutato, distrutto e insieme ricostruito proprio nel non-luogo che lo ha riassorbito: nello specchio del web.

Se la nuova ontologia estetica è in cammino verso la forma-polittico, una ragione dovrà pur esserci. Abbiamo scritto di recente che il «polittico» è un sistema instabile che fa di questa instabilità un punto di forza. Mi sembra una ragione sufficiente.

1 J. Baudrillard: «La sola strategia possibile è quella dell’oggetto […] in quanto sfida il soggetto, in quanto lo rimanda alla sua posizione impossibile di soggetto […] l’oggetto non ha desiderio […] Esso è lo specchio. È ciò che rimanda il soggetto alla sua trasparenza mortale. […] Il cristallo si vendica». J. Baudrillard, Le strategie fatali, Milano 2007, p. 107. Per un’analisi di questo celebre passo si veda anche il saggio di D. Angelucci, Estetica fatale, infra, pp. 153-163.
2 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181 Simulacri e simulazione, trad. it. di E. Schirò.

Lucio Mayoor Tosi, polittico di frammenti, acrilico

Gino Rago

Sul tentativo di Giorgio Linguaglossa di ri-fondare i versi di Paola Renzetti ri-proponendoli in forma di distici, versi nati non in distici, direi di temere che così si corre il rischio di far intendere, di far percepire la scrittura in distici come una “tecnica” di scritture e a tal proposito vado a riesumare uno stralcio del lungo dialogo fra Linguaglossa e me proprio su questo tema specifico:

«[…] La scrittura poetica in distici non è una tecnica di scrittura.

Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguita da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura ripropongono figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

Il distico istituisce visivamente il nulla.

Si tratta di una percezione singolarissima.
Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima[…]»

Lucio Mayoor Tosi, Composizione a polittico

Giorgio Linguaglossa

Condivido la riflessione di Gino Rago,

il distico come è inteso nella NOE non è semplicemente un espediente metrico-retorico ma è una assunzione di responsabilità che richiede imperativamente lo stile nominale come quello più idoneo a indicare l’Evento. La nuova ontologia estetica tratta di qualcosa che è accaduto e che noi possiamo indicare con il nome di Evento. Quel «qualcosa», però, non è immediatamente percepibile, così che dobbiamo fare ricorso ad una fenomenologia dell’inapparente per renderla visibile. L’ingresso in questa nuova dimensione contrassegna il discorso poetico come luogo non-epifanico, cioè una poesia che non faccia dell’epifania il luogo mnemonico dell’esperienza ma che ne faccia il luogo mnemonico della impossibilità dell’esperienza.

Poesia è Evento.
È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.
Una nuova poiesis non può nascere se non come prefazione a una nuova politica (data l’insormontabile crisi della vecchia poiesis), ed è possibile solo attraverso una nuova ontologia. Ma una nuova ontologia non può sorgere sulla base della vecchia ontologia se non come sulla controspinta che la nuova poiesis imprime alle cose.

 

12 commenti

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12 risposte a “ Due poesie inedite di Paola Renzetti con un esperimento di riscrittura di Giorgio Linguaglossa 

  1. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio Linguaglossa,
    con riferimento alle vivaci perplessità di Paola Lorenzetti, rispetto alla consistenza, o meno di una “realtà”, tu affermi, e a ragione, che ormai “Noi viviamo un presente iperreale perché completamente medializzato…” allora, se così stanno le cose, perché indugiamo ancora sui margini di questa “palus” e non ci immergiamo completamente in questa melma?
    Perché continuiamo a vivacchiare intorno a questo mondo in via di disfacimento e di continua “rinnovazione”? Veramente dobbiamo rivolgere gli occhi da qualche parte in attesa dell’Evento? Perché non tralasciamo questa “realtà” multiforme che ci presenta ancora “bambole” ottocentesche, travestendole di nulla, ovvero di sentimenti e azioni, un po’ antiquati?
    Oggi viviamo in un mondo abitato da robot, da cyborg, e da sistemi di Intelligenza Artificiale, da cani e gatti artificiali per i quali, uomini e donne, bambini e anziani, piangono e si asciugano le lacrime… e noi che parole parliamo? Parole umane! Forse che siamo ancora uomini? Ormai non ci credo più! Io penso di essere solo e soltanto pura e semplice esistenza. Nient’altro!
    Per quanto attiene il distico, avete ragione tutti! È un “espediente metrico-retorico” che svolge, o potrebbe svolgere, la funzione di rottura della logica versificatoria tradizionale.
    Auguro a tutti gli amici un anno di proficuo lavoro… di poesia e di riflessione.
    Mi permetto di postare un componimento di Zona gaming, anche come risposta alle mie stesse domande.

    Zona gaming 14

    Ulteriori consumi in via Zonagaming
    Solitudini addensate nelle piaghe degli specchi.

    È nel terzo cerchio che i latrati e i richiami
    diventano di ghiaccio.

    Tutto qui. Chi non vende compra. Tutto qui.
    E Dio s’addormenta tra una perla di vetro e una botte di rum.

    Questa notte commerciale balugina
    dal centro alle periferie, da me a te…

    Zona gaming
    … entra in SKY… entra in Sky… entra in…

    anche se il cielo è anchilosato
    e le nubi sciamano come cani all’espatrio.

    -Immagina il tuo sogno. Non devi svelarlo
    perché non ci sono più enigmi. Devi solo comprarlo!

    Mai parole sul mare o intorno alle isole.
    Il cavallo è saltato nella nebbia…

    Zona gaming
    … e nuota nel passato…

    Undici stelle di glassa e una di miele.
    “Vieni Royan. La vita è qui.” (W. Smith, Il settimo papiro, pag. 257)

    Nuove ampolle rimpolpanti, teen-agers a branchi,
    silenzi abbattuti a colpi di batteria, cyborg sparsi sulla collina.

    Ogni parola è un trucco, una striscia viola
    o azzurra per allarmare gli occhi.

    Il primo giorno uccide il successivo.
    È un sepolcro il futuro. La memoria è apocalittica.

    Zona gaming
    …tutto qui…

  2. ” Il tardo supercapitalismo liquida ogni forma di umanesimo e di soggettività”

    “E’ l’Evento della catastrofe che non suscita negli uomini di oggi più alcuna emozione perché è stata bandita finanche la possibilità stessa dell’esperienza”

    Queste affermazioni non rispecchiano tutta la realtà della condizione umana nemmeno di quella attualissima. Vero è che ci sono molti motivi che ci fanno pensare a un imbarbarimento sempre crescente del nostro vivere, ma non è il tutto, per nostra buona comune sorte. L’arte mostra aspetti del reale che si vorrebbero nascondere, ma non deve sostare così a lungo nell’abisso, al punto da farsene fagocitare.

    Artista è ancora chi ha la tensione e la forza vitale di pensare a un presente da cambiare sostanzialmente, far intravedere il valore dell’esistere.

    Ho fatto anche io delle affermazioni, che stanno accanto ad altre, come i miei testi, che ugualmente stanno accanto ad altri. Ci sarà un modo di trovarsi su una strada, che possa contemplare un andare insieme, senza sottostare a un clima, che ci vuole tutti antagonisti e competitori!?

    Riguardo alla forme di scrittura poetica, penso anche io che le scelte corrispondano alla sorgente originaria dei testi (cosa complessa da definire e indagabile solo in piccola parte). Mettere steccati, limiti tassativi, serve soprattutto a definirsi come scuola, come ambito di ricerca e di appartenenza, direi quasi nominale, nel senso di nomi e cognomi.

    Riguardo allo stile nominale nella, capisco la sua utilità, riguardo a una maggiore estraniazione, distacco – a volte anche io sono portata ad usarlo, ma non sempre intercetta l’umano (nostro e altrui) Usato sistematicamente può portare anche a una gelificazione dell’espressività, o alle degenerazioni mimetiche (tipo le scritte sui muri)

    Per le riscritture poetiche delle mie poesie, ribadisco quel che ho già scritto (non concordo sulla seconda, così è mutilata, privata di forza). La prima “Consumata dal suo radio”, l’ho trovata efficace, come nuova rappresentazione scenica, intendendo per scena, non un semplice allestimento tecnico, ma un fatto nuovo, che dà vita a risonanze inedite (come avviene nel teatro, con le nuove riedizioni di opere).

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/01/08/due-poesie-inedite-di-paola-renzetti-con-un-esperimento-di-riscrittura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-62486
    Intorno alla povertà delle parole

    Quando si pensa ad una nuova opera, ad una nuova «cosa», ad una nuova poesia pensiamo ad un «non ancora». E che cos’è questo «non ancora» che non riusciamo ad interpellare, a nominare? È l’impensato nel pensiero, l’impensato che sta al di là di ogni pensiero pensato… è il «non ancora» che guida il nostro pensiero verso la soglia dell’impensato. Allora, possiamo dire che è l’impensato che guida il pensiero verso il pensato.
    L’evento linguistico è l’impensato che fa irruzione nel pensiero.

    Ecco, la nuova ontologia estetica è il «non ancora», è quell’impensato che muove il pensiero verso il pensato… Privati dell’utopia dell’impensato, si ricade nel pensiero già pensato, nel pensiero routinario. Samo costretti quindi abitare l’impensato, abituarci al pensiero di abitare il «non ancora», il non ancora verificato, l’impensato…

    Samo spinti dalle cose a pensare intensamente ad una «nuova metafisica delle parole». Possiamo pensare di fare «nuova poesia» se incontriamo l’evento linguistico. Lo sappiamo, le parole della vecchia metafisica sono finite dal rigattiere, sono state impegnate al Banco dei pegni. Per questo dobbiamo trovare in noi una nuova patria metafisica delle parole, pensare alle linee interne delle parole, non a quelle esterne della rappresentazione. Quello che ha fatto Alfredo de Palchi nel libro d’esordio Sessioni con l’analista del 1967 è stato parlare direttamente della propria esperienza personale, per linee interne. E così la propria personalissima biografia è diventata la propria personalissima metafisica, e le parole sono venute da sole: brutte, sgraziate, cacofoniche, impopolari, antipatiche, anti letterarie, estranee, ultronee. Alfredo de Palchi ha fatto un passo indietro ed ha trovato come per magia le parole delle linee interne, ha esiliato le parole delle linee esterne, quelle compromesse con le parole di una metafisica non più ospitale, le parole fraudolente e ciniche, ha usato soltanto le parole sulfuree che gli dettavano la sua iracondia, le sue idiosincrasie, i suoi umori.

    L’evento linguistico della poesia è una manifestazione del linguaggio. Possiamo esprimerci così: l’evento linguistico ha luogo quando il linguaggio si ritrae; l’evento linguistico si annuncia quando l’orizzonte linguistico si ritrae. Siamo così portati a pensare all’evento linguistico non come ad un mero composto di nomi, non come ad un nome che proviene da altri nomi, quanto come un nome che appare quando gli altri nomi si ritirano dietro la soglia dell’orizzonte linguistico.

    L’evento linguistico è qualcosa che sta nell’Umgreifende,1 qualcosa che si manifesta e viene verso di noi quando non ci dirigiamo verso di esso, anzi, quando ci allontaniamo, quando prendiamo congedo dalla povertà delle parole costrette alla comunicazione.

    Allora, veramente accade che la parola si manifesta quando facciamo un passo indietro (zurück zu Schritt), quando pensiamo alla parola non per il suo rinvio ad altro ma per il suo non essere invio, o rinvio, per il suo non essere significato e per il suo significabile, come a qualcosa che non può essere catturato, afferrato, preso (greifen) con la potenza della nostra volontà, ma che può essere «adottato» soltanto mediante un atto di congedo da qualsiasi apprensione, con un passo indietro.

    1 Del termine Umgreifende sono state date numerose traduzioni tra cui menzioniamo ulteriorità (Luigi Pareyson), tutto-abbracciante (Cornelio Fabro), tutto-circonfondente (Renato De Rosa), comprensività infinita (Ottavia Abate), orizzonte circoscrivente (Enzo Paci); i francesi usano il termine englobant, enveloppant. Nella presente trattazione, una volta chiarito il senso, s’è preferito lasciare il termine nell’espressione tedesca, il cui significato emerge dalle parole che lo compongono: “greifen” che significa “afferrare, prendere”, e “um” che è una preposizione che dà il senso della “circoscrizione”, della com-prensione”. “Um-greifende” è allora “ciò che, afferrando, circoscrive; prendendo com-prende”. Ciò che è circoscritto e com-preso è, stante il senso dell’operazione filosofica fondamentale, sia il significato oltrepassato, sia l’orizzonte oltrepassante. L’uno è presente con l’altro, ogni significato è presente con la totalità del suo “altro”, e la loro compresenza è appunto l’Umgreifende.1]

    1] U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, 2017, p. 78

  4. Emergence (2002) – Bill Viola – Cristo in Pietà-
    Masolino da Panicale (1424)

    [in esito alla Immagine evocativa di Tosi.]
    Marina Petrillo
    Pietas

    Non lascia traccia il respiro di una foglia.
    Dal giaciglio emerge lo sparuto Cavaliere di una Apocalisse remota al suo ideatore. Sospira l’immortale creatura da cui gemmano fiori a corona di ex-voto . Se l’umano ponesse incanto all’epifanico gesto , la fine celebrerebbe il suo avvento in ineluttabile veste.
    La vedovanza espira in mortuario accenno e non incalza alcun lascito . Il clone depone il sacerdotale servizio in relitto ultimo, rifiuto non smaltibile al cospetto della Natura. L’Apocalisse dimora tra gli anfratti retrogradi ad ogni tempo, deteriorabile inganno alle parafrasi dell’Occidente.
    Lieve indugia in canto perplesso ciò che diviene forma, come immagine pre-raffaellita sospesa tra spighe di grano. Non resterà il vasto calco in effimero sembiante e la luce, trasversa, in crepa irregolare. Il generante spazio di una solitudine anomala, vampa nucleare di fluorescente spasimo , già attende il suo doppio in calva china.

  5. Bill Viola è veramente grande. Anni fa ebbi occasione di ammirare per la prima volta alcune sue opere, proiettate all’interno del Duomo di Milano, durante un evento rivolto alla città. Fu un tentativo coraggioso di portare la grande arte contemporanea ai milanesi, di coniugare tradizione e nuovi linguaggi espressivi, svelare come il “sacro” non sia appannaggio esclusivo dei credenti, ma dimensione che riguarda tutti, da vicino. Questo però, può farlo solo la grande arte. Peccato non dare maggior spazio a immagini come queste, relegandole nei commenti. Molto importante è il contesto in cui si inseriscono le immagini…Io avrei inserito questo video nell’apertura dell’articolo di oggi, senz’altro più appropriato al tenore dei testi e comunicativamente più inclusivo e completo. Ma ogni redattore, sa di quale responsabilità è investito…sono scelte del tutto personali.

  6. Vorrei dire qualcosa sulla composizione di Lucio Mayoor Tosi: del cadavere post-atomico con l’uccellino che si affaccia sulla sua bocca, un vero capolavoro, la rappresentazione della nostra condizione metafisica oggi. Ne ho parlato con Marie Laure Colasson, e anche lei mi ha espresso la sua ammirazione per l’opera di Lucio, come eguale ammirazione ha espresso anche per il video-poesia di Gianni Godi con quei due avatar che ripetono con voce meccanica e robotica alcuni versi della ex civiltà umana da una poesia di Mario Gabriele. Considero la composizione fotografica di Lucio un documento artistico di straordinaria efficacia, strano che nessuno lo abbia notato. Quel cadavere robotizzato che giace con la dentiera della bocca spalancata ed un uccellino che guarda al suo interno (forse alla ricerca di cibo) è una raffigurazione spettrale della condizione dell’umanità di oggi, sempre in procinto di precipitare, da un momento all’altro, nella desolazione subumana della morte per asfissia atomica.
    «L’uomo senza contenuto» di cui ci ha parlato Agamben nell’opera omonima del 1970 è rimasto «senza mondo», senza vita, perché quella cosa, la vita, era diventata senza importanza, era diventata una vita qualunque, quindi anche la sua morte è una morte qualunque, senza storia, senza affetti né responsabilità E così la morte dell’uomo-robotizzato è la morte di una macchina priva di autocoscienza, e quindi priva di anima. Artista negativo, nichilistico, osceno, cinico? Andiamoci piano. Coloro che liquidano frettolosamente l’opera di Tosi potrebbero trasformarsi all’improvviso in quelle creature che il pittore italiano ha raffigurato così efficacemente nel suo percorso artistico: ovvero corporeità ir-rappresentabili.

    La nuova ontologia estetica è anche e soprattutto questa sensiblerie, questa sensibilità per la condizione materiale e spirituale dell’uomo nell’era atomica. Ricordo che ci sono stati nel novecento molti movimenti artistici che si sono ispirati alla nuova condizione metafisica dell’uomo nell’età atomica, ma la NOE vuole essere ben di più, vuole mostrare il lato spettrale della nuova poesia e della nuova arte, il profilo allucinato e allucinatorio nel quale vengono alla visibilità gli Avatar, quelli che un tempo lontano erano degli umani…

    1) In Giappone nel dopo guerra gli artisti affrontano il sentimento di irrealtà che li circonda in seguito al lascito disastroso del II conflitto mondiale.(a situazione è esplosiva” i segni della guerra sono ancora visibili ma il paese guarda avanti verso una ripresa tecnologica ed economica, tanto che già nel 1968 sarà tra le potenze economiche mondiali più importanti. Nel 1950 il poeta Hara Tamiki cerca l’essere umano nei corpi tumefatti ed orribili “generati” dalla bomba atomica e scrive: “This is a Human Being”.

    2) In anthropometry of the Blue Epoch del 1960, Klein dirige due modelle nude che si coprono di vernice blue ed imprimono il loro corpo su ampi fogli di carta appesi al muro creando composizioni di silhouettes. Le tracce lasciate dai corpi sono per l’artista memoria delle ombre di Hiroshima nella catastrofe atomica.

  7. I gesti di Klein

    La centralità delle vicende biografiche nella costruzione del mito personale e artistico di Klein ha delle ricadute sulla considerazione della sua opera. Klein non creò opere ma gesti, non opere con una gestazione extra-artistica (judo-rosa-crociana verrebbe da dire), ma gesti che nel tempo si caricarono di artisticità. Non usò il suo nome o un semplice pseudonimo ma titoli altisonanti («Yves le Monochrome») e costumi per diverse occasioni pubbliche. Non creò sculture ma spugne o Architecture de l’air; non rappresentazioni ma impronte; non dipinti ma atmosfere volumetriche; non oggetti ma creazioni dell’invisibile; non colori ma formule (l’IKB o International Klein Blue); non le cose ma la presenza invisibile del vuoto, astratto ma non per questo irreale al punto che può essere esposto e impregnarsi di sensibilità. Klein non smerciò opere ma aria o blocchi di vuoto. Non aspirò a un superamento dell’Informale ma alla proclamazione di una nuova Era, perché tenne come orizzonte non la storia dell’arte bensì il cosmo: «Al di là della mia modesta persona, è la brusca estrapolazione di quattro millenni di civiltà che viene a trovare il suo definitivo coronamento», scrisse dopo aver esposto il vuoto. Non articolò una pratica artistica ma un progetto trascendentale vertiginoso.

    “Che l’Impossibile arrivi presto, e fondi il suo regno”

    Scrisse questa preghiera, donando il suo monocromo blu al
    santuario di Santa Rita da Cascia (dove si recò quattro volte in pellegrinaggio). Con la sua opera Klein tentò precisamente di fondare questo regno.

    da “Il Manifesto” – 9 Gennaio 2020

  8. Carlo Livia

    La mia sincera ammirazione e gratitudine a Gianni Godi e Lucio Tosi per la loro straordinaria, visionaria creatività.

    ” E il primo angelo suonò, e cadde una gragnuola, e del fuoco, mescolati con sangue; e furon gettati sulla terra; e la terza parte della terra fu arsa; e la terza parte degli alberi fu arsa; e fu arsa l’erba verdeggiante…”
    Apocalisse 8 , 7

    LETTERA ( senza indirizzo )

    Illustrissimo Signore,
    deve assolutamente tornare da queste parti, per vedere lo scempio compiuto in sua assenza.
    Il giardino è invaso dalle locuste. Molti astri sono scomparsi, ed è arsa l’erba verdeggiante. Tutti i suoi ritratti sono stati distrutti e il palazzo è morto. L’androne è pieno d’insonnia e geme tutta la notte.
    Naturalmente nessuno è rimasto in vita, tranne una macchina con un’ombra vacillante. Il sole è fermo da secoli e i bambini crescono al contrario.
    C’è un violinista verde, completamente pazzo, che sostiene di essere Lei.
    Sua madre mi è apparsa l’altro giorno. Mi ha detto che è in vacanza, ma nessuno conosce il suo indirizzo, a parte un certo signor Briscola, noto attaccabrighe, che nessuno può avvicinare.
    Che senso ha conservare la sua posta?
    Da quando ha perso la speranza di rivederLa, la fioraia di corso Umberto è impazzita. Ripete parole incomprensibili e nasconde messaggi d’amore nei mazzi di fiori, sperando che un giorno Lei possa leggerli.
    L’altra sera sembrava che tutto l’universo, con un groppo di pianto in gola, si fosse raccolto nel cortile, accanto alla fontana, dove Lei amava leggere e suonare il violino. Come può averlo dimenticato?
    Tutti noi non aspettiamo che Lei, per tornare a vivere.

  9. Spiace deludere, ma l’illustrazione dell’automa con l’uccellino non è mia. Trovata in un sito di immagini free, la avevo scelta per commentare visivamente un testo, non ricordo se HURG o altra poesia. E nemmeno ricordo il nome dell’autore. Si tratta di un semplice equivoco intercorso tra me e Giorgio. Mi riconosco però in quella immagine, perché vivo e scrivo come i morti. E anche quel sorriso, l’amarezza e l’incondizionata beatitudine… Comunque sia, sono d’accordo con ogni cosa che avete scritto in proposito.
    Ringrazio Marina Petrillo per le parole diamantine e Bill Viola, artista che stimo moltissimo. Ricordo che Dante mise il Paradiso in ultimo, senza che ve ne sia ragione. Ancora abbiamo sulle dita appiccicate, di bene e male.

    Lo stile nominale serve al poetico come dieta dimagrante. Annuncia il non-finito, che è dimensione spaziale. Ma in questi giorni non ho pensieri. Solo brevissimi, tra uno spasimo e l’altro di luce continua. Pari alle bombe di questi giorni, alla Gioconda bruttissima e bellissima.
    Grazie anche a Giorgio, se ogni tanto ospita anche qualche esperimento dei miei astratti, forse ancora novecenteschi. Invece con Gianni Godi si va nel futuro. Nei futuri.

  10. I contagi hanno le impronte di canguro.
    Saltellano qua e la.

    La parvenza del decesso
    se fosse niente riposerebbe nelle macerie.

    Ma sono balzi.
    Razzi che disputano olimpiadi di gloria.

    Zona gaming
    la sindone del guerriero apache di Tosy.

    GRAZIE OMBRA.

  11. caro Mario Gabriele,

    La «nuda vita» degli umani ridotta a «stato vegetativo permanente» delle odierne società capitalistiche, si nutre della divisione permanente della vita in «nuda vita» e «vita umana».
    Questo edificio, l’edificio sociale nel quale 800 milioni di persone esperiscono la fame e 700 milioni di bambini sono denutriti, è un edificio malfamato e dis-umano dalle fondamenta. Il capitalismo è un edificio la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale,dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato. Ecco, quella frase famosa di Kant: «il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me», mi ha sempre insospettito, puzzava di bruciato già all’epoca in cui fu pronunziata, figuriamoci adesso. I bei medaglioni poetici di Sandro Penna mi hanno sempre infastidito e annoiato. L’eufonia, la bella poesia eufonica è parente prossima della pacchianeria, nell’arte come nella vita. Quella vita ridotta a «nuda vita». La nuova ontologia estetica rigetta dalle fondamenta questo edificio-mattatoio che è il capitalismo con i suoi poetini che guardano le stelle e cincischiano con il loro brillio.

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