Edith Dzieduszycka, Bambole, 8 prose brevi sulle Bambole con video, voce di Silvio Raffo, immagini di Edith Dzieduszycka

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Fotografie di Edith Dzieduszycka

  Quando le ho scoperte, una certa estate, spaesate e smarrite sulla bancarella di un rigattiere, un giorno di mercato sulla piazza di una città in Francia – , non immaginavo per quali strade mi avrebbero trascinata insieme a loro ! Quante storie mi avrebbero raccontato, come tante mini Shahrazade, queste piccole donne-oggetto venute dal passato. Compagne delle nostre nonne, madri, anche nostre, sono il versante rosa della luna, quello che guarda a Venere, femminile e seducente, romantico e provocante, un universo di figlie, sorelle, mogli e cortigiane, contrapposto a quello di Marte, popolato da soldatini armati di archibugi e fucili, poi da Big Jim, nerboruti che non chiedono mai e da macchine rombanti che fanno vrumvrum.

Prima, con le loro facce ancora paffute da bambine ottocentesche e salottiere, un po’ viziose e un po’ ingenue, i loro occhioni sgranati dalle espressioni ambigue e le loro chiome cotonate, i loro nastri, merletti e trine da precoci cocottes; più tardi, adottando o creando nuove mode : trucchi sapienti, capelli ossigenati e vestitini attillati o jeans e minimagliette su corpicini anoressici e loliteschi, sono diventate le tremende Barbie e Bratz, miti e modelli delle nostre figlie, nonché inconsapevoli clones delle ragazze patinate e quasi intercambiabili che esibiscono il loro broncio telecomandato e le loro grazie su riviste, foto pubblicitarie, schermi TV o computer. Tutte hanno comunque cullato e cullano ancora i sogni di generazioni di ragazze di tutte le età..

                Ma nel passato erano – forse sono ancora – altro e di più: amiche, complici, confidenti delle loro padroni, piccole o grandi. Come mi ha raccontato chi, diventato loro guardiano e medico-chirurgo, smonta, rimonta e restaura, curandole con l’affetto di un padre di famiglia nella sua Boutique fantasque, altre di loro, scoperte poi a Roma, erano quelle a cui poter confidare segreti, gioie, tormenti; per le quali inventare storie straordinarie; quelle di cui le ampie vesti sapevano nascondere e proteggere, come dentro un reliquario o una cassaforte inespugnabili, diari, lettere compromettenti, gioielli magari ricevuti clandestinamente e mai esibiti, se non nell’intimità di una camera chiusa; quelle a cui sussurrare frustrazioni o al contrario peccati troppo vergognosi o scandalosi per poterli svelare in confessione, impossibili da raccontare ad uno psicanalista ancora di là da venire; quelle, mute ma comprensive e consolatrici, che sapevano ascoltare senza giudicare né tradire.

Inserendole in contesti spiazzanti o ambigui e riflettendo sulla loro tipologia e simbologia, mi sono chiesta se non fosse possibile leggerle anche come archetipi e personificazioni di una condizione femminile, che per inclinazione o astuzia, gusto o calcolo, a volte costrizione, purtroppo spesso violenza, si presenta o si pretende sempre sorridente, ammiccante, pronta e disponibile al migliore offerente.

Le mie donnine, un po’ per sfida e provocazione, un po’ per divertimento, le ho collocate, come tante Alice nel paese delle meraviglie, in scenari strani lontani anni luce dai salotti buoni e camere da letto della loro infanzia. Le ho inserite, facendo loro violenza a mia volta, in luoghi insoliti, periferie, strade e marciapiedi, boschi; scenari astratti, dietro finestre mute, davanti a portoni fatiscenti e minacciosi, dove sembrano aspettare, chi, il principe azzurro che le bacerà e salverà, chi, il cliente facoltoso, sorvegliate da papponi nascosti.

Dietro le loro facce ilari, perplesse o rassegnate, da alcuni loro corpi abbandonati, usa e getta, emana profumo di finta innocenza e ingenuità, intrecciate ad una passività la quale perpetua un loro ruolo ancestrale, che le condanna, volenti o nolenti, alla sottomissione oppure al giuoco e al piacere, ottime attività solo se liberamente scelte.

(Edith Dzieduszycka)

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1. Olimpia. Non sapete chi sono io

Mammina mi ha chiesto di portar fuori il cane perché oggi è giorno di riposo del nostro filippino e la colf è impegnata a sistemare gli armadi per il cambio di stagione. Così mi dovrò trascinare quella bestiaccia raso-terra e puzzolente, a volte anche mordace, per gran parte del pomeriggio. Meno male che la mia amica Priscilla verrà insieme a me, così potremo chiacchierare un po’ facendo shopping. Sono parecchi giorni che non la vedo; lei ha sempre un sacco di pettegolezzi gustosi da raccontare, così il tempo passerà malgrado tutto in modo divertente.

Ah! Dimenticavo di dirvi chi sono io: mi chiamo Olimpia di Bellosguardo. Sono di ottima e antica famiglia e mi sembra pure che si veda. Ma ho un grande cruccio, perché mio padre vorrebbe che sposassi il figlio del banchiere Salasso per poter ridorare il blasone di famiglia un po’ appannato. Ma a me quel ragazzone bianchiccio e magrolino non piace affatto; a dire la verità mi fa perfino ribrezzo. Dovrò coinvolgere mia madre e schierarla dalla mia parte. Poverina! Lei ha sempre tanto da fare tra balli e feste di beneficienza da organizzare; cercherò però di acchiapparla e pregarla di convincere Papà a rinunciare a quell’insano progetto. Ma non avrà comunque l’ultima parola, potete esserne certi. Non mi lascerò trascinare all’altare come un agnello al macello. Vi terrò al corrente del seguito della faccenda.

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  1. Magdalena. Non so se tornerò          

Sono andata a visitare mia sorella Elisabeth, suora di clausura in questo austero convento fuori città. Non l’avevo più vista dal giorno dei suoi voti. Ha avuto un permesso speciale perché ci potessimo incontrare ed abbracciare. Poverina, l’ho trovata molto sciupata, pallida e smunta, anche troppo tranquilla. Mi ha detto che dorme male, si deve alzare prestissimo per le preghiere mattutine, mangia poco. Mi ha anche confidato bisbigliando che la superiora è molto severa, soprattutto con le novizie. In poche parole mi ha fatto davvero pena.

Però a suo dire ha trovato qui una grande pace; a volte sente delle voci lontane che la chiamano e le parlano; così intreccia con loro lunghi discorsi mentali e spirituali dei quali, dice lei, io non capirei proprio niente. Comunque non vorrebbe tornare indietro alla vita frenetica di prima. Contenta lei…

Non mi ha chiesto molte notizie di casa, ma alla fine del nostro incontro mi ha rimproverata per il vestito rosa, secondo lei troppo frivolo e non adatto per una visita in un luogo di raccoglimento e di modestia come questo. Dopodiché mi ha salutata ed è ritornata nella sua cella. Non so proprio quando tornerò a trovarla.                                                      Edith bianco 4                                                                                                                              

  1. Ninetta la Rossa

Come sono stanca. Ho tanto da fare ultimamente. E’ un periodo molto faticoso ma non mi lamento. Anzi devo essere contenta perché significa che le cose vanno bene. I clienti sono tanti e sembrano tutti soddisfatti delle mie prestazioni. Ma non so quanto potrò reggere con questo ritmo. Non ho neanche più il tempo di sistemarmi, pettinarmi e rifarmi il trucco tra una seduta e l’altra. E’ proprio un passa-parola. Come le ciliegie! Una tira l’altra.

Quando sono sbarcata in questo quartiere sembrava davvero un mortorio. La gente passava veloce. Che piovesse o soleggiasse, che fosse giorno oppure notte, nessuno si fermava. C’era pure qualche altra botteguccia in giro, ma di scarso interesse.

Appena sistemata io invece, pare l’andamento sia radicalmente cambiato. E’ perché io ci so fare! Nel mio piccolo commercio non sono l’ultima arrivata. Solo che adesso le cose stanno quasi superando le mie speranze più rosee e mi ritrovo in una situazione piuttosto stressante. Dovrò cominciare a fare una selezione severa che rischia di piacere poco ad alcuni dei miei afficionados. Però non si può escortare chiunque senza pretendere un minimo di garanzie e di signorilità. Ne va della mia reputazione ormai in via d’ascesa. Non ho forse ragione?

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  1. Piera. Una donna di classe

Da lontano e dall’alto assisto alle liti feroci tra Ninetta e Gianna. Sembrano beghe di galline in un pollaio!

Io mi sento così estranea a tutte quelle piccolezze che loro mi fanno insieme rabbia pena e tenerezza. Prima perché mi sembra di non somigliare a nessuna delle due. Io ho un mio stile molto particolare, sobrio ma originale, direi anzi sofisticato senza temere d’essere smentita; e non scenderei mai ai livelli volgari che stanno purtroppo attecchendo in sempre più numerosi ambienti di lavoro.

Io me ne sto sempre piuttosto in disparte con un atteggiamento misurato e riservato che può forse intimidire una certa clientela, ma ne attira sicuramente un’altra, più attenta e sensibile all’eleganza e al buon gusto.

Per cui, ripeto, mi sento al di là e al di fuori del loro circo patetico e becero e me ne sto per conto mio, sicura d’essere nel giusto. Avrò forse meno lavoro, ma di qualità, ed è quello che conta ai miei occhi, che tutti ritengono notevoli.

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5. Teresa. Sedotta e abbandonata

Mi avevano ben detto che era un mascalzone, ma non avevo voluto crederci. E invece, eccomi qua…

Come facevo a non cascarci? Era così bello, seducente, affascinante. Parlava così bene d’amore, di futuro, di felicità, che non ho immaginato un solo istante che potesse essere tutta una commedia. Infatti abbiamo passato insieme dei momenti meravigliosi… all’inizio. Mi sentivo al settimo cielo! Ma come? Proprio a me capitava questa cosa straordinaria che pensavo non esistesse che nei romanzi sentimentali da quattro soldi. Non riuscivo a crederci. Sembrava però tutto vero, solido, concreto. E io, povera illusa stupida, costruivo futuri di sogno dentro castelli incantati!

E poi, mi chiederete? Cos’è successo?

Una sera di parecchi mesi fa, tutta fiduciosa e commossa, sono tornata a casa con il famoso test…

E fu a questo punto che cambiò tutto. Il suo viso si chiuse, il suo sguardo diventò di ghiaccio, le sue parole di piombo fuso sulla mia anima ferita.

La sera stessa fece la valigia e da allora non l’ho più rivisto.

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  1. La sconosciuta. Un fatto di cronaca.

E’ stata trovata all’alba da un passante infreddolito e sconvolto che ha subito chiamato con il cellulare la polizia e un’ambulanza; anche se aveva capito che ormai non c’era più niente da fare per quella poveretta.

Quasi nuda, giaceva supina su un letto di foglie morte. Niente altro intorno a lei che potesse suggerire il motivo del decesso. Niente sangue, nessuna ferita apparente, non un’arma, qualunque fosse, il viso ermetico dalle palpebre chiuse. Ma perché chiuse? Chi gliele aveva abbassate? Un altro passante impietosito ma frettoloso, e forse timoroso di risvolti antipatici e di complicazioni per la quieta della sua vita? Il suo assassino, con un gesto forse inconsapevole di rimorso, oppure di fastidio davanti allo sguardo sbalordito della sua vittima?

Il medico legale poté indicare l’ora presunta della morte, riservandosi tuttavia la possibilità di precisarla meglio una volta conclusa l’autopsia. Secondo lui doveva aggirarsi intorno a mezzanotte. Il freddo delle ore notturne aveva solo accelerato il rigor mortis.

A questo punto tutte le opzioni sono aperte. Un’inchiesta sta per aprirsi e nessuno è ancora in grado di prevederne l’esito.

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  1. La forza del pensiero

Ci hanno sequestrate picchiate stuprate e poi decapitate. Hanno bruciato i nostri corpi e buttato le nostre teste a caso sopra le ceneri.

Sono malvagi crudeli orrendi ma anche immensamente stupidi. Perché non hanno capito che le menti rifugiate in quelle teste contenitori sono fuori dal tempo. Al di là delle apparenze. Sono l’arma più potente che possa esistere. Una volta lanciate le loro frecce fuori dal turcasso nell’aria incapace di trattenerle o respingerle niente e nessuno sarà più in grado di fermarle.

Anche se offesa amputata sbeffeggiata l’urna madre, non la smettono più quelle menti in apparenza sconfitte e inoffensive di pensare giudicare condannare maledire diffondere all’infinito le loro idee.

Per sterminarle veramente andrebbero schiacciati sbriciolati bruciati in anticipo i crani ricettacoli, come andavano trafitti con la spada i cuori dei vampiri, affinché smettessero di emanare ondate di pensieri d’una forza tale da riuscire a sollevare le montagne deviare il corso dei fiumi prosciugare i mari abbattere i tiranni.

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  1. Il buio davanti a noi

Quale sarà il nostro destino? Siamo salite sull’alta montagna per tentare di decifrare l’avvenire che dovrebbe intravedersi all’orizzonte. Quell’avvenire esiste. Per forza. In prospettiva, virtuale, nebuloso. Per ognuno di noi. Appiccicato ad ogni creatura viva. In certi casi visibile, leggibile, comprensibile. In altri invece pervicacemente nascosto. Qualcosa però si riesce, si dovrebbe riuscire a percepire in lontananza.

Purtroppo davanti a noi oggi è tutto scuro. Nessuna luce rischiara l’ampia distesa buia stesa ai nostri piedi. Non perché abbiamo la vista annebbiata, nessuna di noi tre porta gli occhiali. Ma il buio è così fitto, così compatto che non c’è nessuna possibilità di scorgere il minimo barlume dentro la sua massa. E ci vengono i brividi a stare lì, a contemplare la sua vastità impenetrabile ed imperscrutabile, ad osservarla senza speranza. Così ci stringiamo forte l’una all’altra per rassicurarci e farci coraggio.

Che sia una meteora alla rovescia fatta di nulla? Una cometa spenta? Un buco nero che potrebbe risucchiarci? Speriamo soltanto un fenomeno di passaggio. Dal quale poi riusciremo a liberarci. Più forti di prima. Forse !

Giorgio Linguaglossa

La «nuda voce» delle bambole nel Paese delle Bambole

Edith Dzieduszycka ha, in questo memorabile video riprodotto, a suo modo, Il Paese delle Bambole, cioè quel luogo dove avviene la voce rammemorante di una entità un tempo umana. Ma poiché le bambole sono bambole e non umani, ecco introdotta l’ambivalenza e l’ambiguità tra l’essere umano e l’essere non-umano, ovvero, delle bambole, le quali parlano tutte in prima persona dei loro antefatti, di quando erano umane e vivevano nel mondo dei viventi. Ma il fatto è che queste bambole non sono più né viventi né morte, sono delle entità non più umane che parlano, (sarebbe più appropriato dire: cinguettano) in quel loro idioma rammemorante nel quale dicono cose orribili e cose delicate con una perfetta noncuranza, con una ritrovata ingenuità che soltanto agli dèi è riservata.

Queste bambole parlano attraverso una «nuda voce». Il video ce le mostra in collages fissi su fondali fissi… la stessa «voce narrante» di Silvio Raffo è una «voce» irriconoscibile, a metà tra una vecchietta rimbambita e una bambola raggrinzita che ciarla, racconta, gli episodi delle altre bambole, ricamando la narrazioni con particolari bizzarri, tra il verosimile e il non-verosimile, il credibile e l’incredibile.

Questi personaggi del-non-luogo ci parlano di un luogo-non-luogo, il Paese delle Bambole, dove tutto avviene in base alla nuda voce, nel quale gli affetti, le passioni, le ubbie, le idiosincrasie, i progetti degli umani sono stati dimenticati e la «voce» si è finalmente liberata dei pesi della vita corporea e storica.La fine della storia coincide così, possiamo dire, con la fine della metafisica, con la fine della storia della loro vita… e la voce può ritrovarsi libera e ingenua in quanto liberata finalmente dalla storia perché domiciliata nel Paese delle Meraviglie. Infatti, la voce narrante di Silvio Raffo, così stridula e musicale prossima al cicaleccio delle vecchiette intirizzite e irrigidite dalla storia, può acquistare profilo significante proprio in quanto «voce» della fine della infelicità umana, e anche della infelicità… In quanto si tratta di «voci» post-storiche.

Al fondo del fondo giace la traccia di un fondo rimosso e cancellato, un intento messianico, non più salvifico: la compiuta emancipazione, che avverrà nel tempo storico, della poesia dalla poesia e della prosa dalla prosa. Il mito della cancellazione del tempo storico e l’uscita definitiva dell’uomo dalle catene illusorie della caverna platonica.
Compito della poesia è far compiere un’esperienza, di trar fuori dall’inganno, di risvegliare.

Scrive Giorgio Agamben:

«forse, né la poesia né la filosofia, né il verso né la prosa potranno mai portare a compimento da sole la propria impresa millenaria. Forse solo una parola in cui la pura prosa della filosofia inter-venisse a un certo punto a spezzare il verso della parola poetica, e il verso della poesia intervenisse a sua volta a piegare in anello la prosa della filosofia, sarebbe la vera parola umana.»

edith dzieduszycka

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli, André Verdet e Federico Zeri), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.

Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, prefazione di Giampiero Mughini, Editori Riuniti, 2004.  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007.  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia.  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed., 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013.  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni di Paola Mazzetti.  A pennello, poesia, La Vita Felice, 2013, postfazione di Mario Lunetta.  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Stefano Gallo e François Sauteron, 2014.  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius.  Trivella, Genesi, 2015, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Come se niente fosse, Fermenti Ed., 2016, prefazione di Paolo Brogi.  La parola alle parole, poesia e prosaProgetto Cultura Ed., 2016, prefazione di Giorgio Linguaglossa.  Intrecci, romanzo, prefazione di Eleonora Facco, Genesi Ed., 2016.   Haikuore, haiku, prefazione di Luigi Celi, postfazione di Giorgio Linguaglossa, Genesi Ed., 2017.  Bestiario bizzarro, poesia, prefazione di Filippo Sallusto, Fermenti, 2017.   Squarci, racconti poetici, prefazione di Giorgio Linguaglossa, ProgettoCultura, 2018. …cosi con due gambe..., poesia, prefazione di Lorenza Mazzetti, illustrazioni di Paola Mazzetti, Genesi, 2018.   Poesie del tempo che fu, poesia, La Vita Felice, prefazione di Donato Di Stasi, 2018.   Trame, poesia, prefazione di Marcello Carlino, Genesi, 2019.   d’orod’argentod’ombra, poesia, prefazione di Sandro Gros-Pietro, 2019.   Crociera, racconto poetico umoristico, illustrazioni di Paola Mazzetti, Ed. Ginevrabentivoglio, 2019. Dieci sue poesie sono presenti nella antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura Ed., 2016; con il medesimo editore è in corso di stampa la raccolta di poesie L’immobile volo.

Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, de Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, préface de François-Georges Dreyfus. Le sol dérobé, souvenirs d’un Lorrain, 1885-1965, Ed. des Paraiges, préface de Jean-Noël Grandhomme, 2016.

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18 risposte a “Edith Dzieduszycka, Bambole, 8 prose brevi sulle Bambole con video, voce di Silvio Raffo, immagini di Edith Dzieduszycka

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/01/04/edith-dzieduszycka-bambole-8-prose-brevi-sulle-bambole-con-video-voce-di-silvio-raffo-immagini-di-edith-dzieduszycka/comment-page-1/#comment-62380
    La «nuda voce» delle bambole nel Paese delle Bambole

    Edith Dzieduszycka ha, in questo memorabile video riprodotto, a suo modo, Il Paese delle Bambole, cioè quel luogo dove avviene la voce rammemorante di una entità un tempo umana. Ma poiché le bambole sono bambole e non umani, ecco introdotta l’ambivalenza e l’ambiguità tra l’essere umano e l’essere non-umano, ovvero, delle bambole, le quali parlano tutte in prima persona dei loro antefatti, di quando erano umane e vivevano nel mondo dei viventi. Ma il fatto è che queste bambole non sono più né viventi né morte, sono delle entità non più umane che parlano, (sarebbe più appropriato dire: cinguettano) in quel loro idioma rammemorante nel quale dicono cose orribili e cose delicate con una perfetta noncuranza, con una ritrovata ingenuità che soltanto agli dèi è riservata.

    Queste bambole parlano attraverso una «nuda voce». Il video ce le mostra in collages fissi su fondali fissi… la stessa «voce narrante» di Silvio Raffo è una «voce» irriconoscibile, a metà tra una vecchietta rimbambita e una bambola raggrinzita che ciarla, racconta, gli episodi delle altre bambole, ricamando la narrazioni con particolari bizzarri, tra il verosimile e il non-verosimile, il credibile e l’incredibile.

    Questi personaggi del-non-luogo ci parlano di un luogo-non-luogo, il Paese delle Bambole, dove tutto avviene in base alla nuda voce, nel quale gli affetti, le passioni, le ubbie, le idiosincrasie, i progetti degli umani sono stati dimenticati e la «voce» si è finalmente liberata dei pesi della vita corporea e storica.La fine della storia coincide così, possiamo dire, con la fine della metafisica, con la fine della storia della loro vita… e la voce può ritrovarsi libera e ingenua in quanto liberata finalmente dalla storia perché domiciliata nel Paese delle Meraviglie. Infatti, la voce narrante di Silvio Raffo, così stridula e musicale prossima al cicaleccio delle vecchiette intirizzite e irrigidite dalla storia, può acquistare profilo significante proprio in quanto «voce» della fine della infelicità umana, e anche della infelicità… In quanto si tratta di «voci» post-storiche.

    Al fondo del fondo giace la traccia di un fondo rimosso e cancellato, un intento messianico, non più salvifico: la compiuta emancipazione, che avverrà nel tempo storico, della poesia dalla poesia e della prosa dalla prosa. Il mito della cancellazione del tempo storico e l’uscita definitiva dell’uomo dalle catene illusorie della caverna platonica.
    Compito della poesia è far compiere un’esperienza, di trar fuori dall’inganno, di risvegliare.

    Scrive Giorgio Agamben:

    «forse, né la poesia né la filosofia, né il verso né la prosa potranno mai portare a compimento da sole la propria impresa millenaria. Forse solo una parola in cui la pura prosa della filosofia inter-venisse a un certo punto a spezzare il verso della parola poetica, e il verso della poesia intervenisse a sua volta a piegare in anello la prosa della filosofia, sarebbe la vera parola umana.»

  2. MarinaPetrilo

    Marina Petrillo

    Ti dissi persa tra stralunato vie
    mentre giaceva calco dell’ immagine
    a sua insaputa.

    Nel disconoscere ogni tratto dell’ umano
    un Leviatano dimora in angusta forma.

    A nausea di vento, in grigio amplesso
    con le vie, il contemporaneo assilla in decadente stella.

    Cereo, l’etere volteggia in serialità postuma
    alla sua essenza.
    L’ identità spinge il molteplice a frammento
    e sconosce il lamentato io.

    Vissute ad altra sponda, creature muovono
    loro l’incanto, in sbadigliante forma appresa
    in mutilata sinapsi.

    Perviene mappa dell’insoluta distanza
    terracquea tra i non finiti e gli estinti,
    limite forse avverso alla vita.

    Ad Edith, Marina P.

    • Marina Petrillo parla… E si chiede: che significa ‘vi è linguaggio’?, che significa ‘io parlo’?… Significa che le s-grammaticature, la dis-tassia inter-vengono nel discorso ad inter-rompere il flusso semantico e sintattico; significa che ciò che il linguaggio dice e non dice è sempre un mentire, che il linguaggio mente, è ambiguo, privo di fondo, di fondamenta, e questo dis-ancoraggio del linguaggio dal linguaggio è un dis-ormeggio del Sé da se stesso… è questo vagare tra dis-tassie combuste e s-grammaticature… Così, Marina Petrillo è costretta come una sibilla Cumana ad ordire parole e frasari senza senso alcuno, a seguire a ritroso e contro corrente il linguaggio, venire dalla traccia per ad-venire ad un luogo dove il linguaggio cessa di essere significante e rivela il nulla di cui è composto e da cui proviene.
      Paradossalmente, la credente Petrillo giunge a lambire il nulla del linguaggio molto di più dei mis-credenti che ripongono una ingenua fiducia sulle virtù salvifiche del linguaggio.
      I limiti del linguaggio non sono trovati al di fuori del linguaggio, in direzione del suo riferimento, ma in un’esperienza del linguaggio come tale, nella sua pura autoreferenzialità.

      • Nei “Passages” di Parigi, di Walter Benjamin, c’è scritto:

        «Non è che il passato getti la sua luce sul presente, o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso, ma un’immagine discontinua, a salti. Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio.»

  3. Consumata dal suo radio

    Ferma Lia non ci può stare
    con il piccolo fra le lenzuola
    della cesta. E il latte.

    Commissario straordinario
    per le inondazioni, agli interni
    responsabile dell’emergenza
    e firmataria finale
    del piano di ristrutturazione.

    Pronta Lia, non si sa mai.

    La signora le dà un’occhiata:
    “Vieni avanti. Proveremo”
    E non è detto che il lavoro, serva.

    No bimbi. Bene cani e gatti.
    Lia, sempre lei. Capo coperto e nudo
    Lia o Maria dell’avamposto, per le piazze
    sull’effige dell’uscio di una casa.

    Pronta Lia, non si sa mai.

    Compagna o giovane, provata
    capacità delinquenziale. Sempre lei
    progetto di ricerca, polo d’attrazione
    e di persecuzione.

    Consumata dal suo radio
    o per la strada, se l’è cercata…
    Quest’anima, tra i corpi.

  4. Consumata dal suo radio

    Ferma Lia non ci può stare con il piccolo fra le lenzuola della cesta.
    E il latte.

    Commissario straordinario per le inondazioni, agli interni
    responsabile dell’emergenza e firmataria finale

    del piano di ristrutturazione. Pronta Lia, non si sa mai.
    La signora le dà un’occhiata:

    “Vieni avanti. Proveremo”
    E non è detto che il lavoro, serva.

    No bimbi. Bene cani e gatti.
    Lia, sempre lei. Capo coperto e nudo.

    Lia o Maria dell’avamposto, per le piazze
    sull’effige dell’uscio di casa.

    Pronta Lia, non si sa mai. Compagna o giovane,
    provata capacità delinquenziale.

    Sempre lei progetto di ricerca, polo d’attrazione
    e di persecuzione.

    Consumata dal suo radio o per la strada, se l’è cercata…
    Quest’anima, tra i corpi.

    cara Paola Renzetti,

    mi sono permesso di fare un esperimento con la tua poesia. L’ho suddivisa in distici e ho applicato il principio delle frasi nominali; ho evitato gli enjambement (che hanno senso in una colonna sonora con tanto di significante e di significato e con tanto di bella eufonia). Ho così fatto qualcosa che si può dire così: ho inserito un linguaggio nel linguaggio originale, il che determina un rapporto conflittuale tra il linguaggio sotterraneo (quello originale) e il linguaggio secondo, quello affetto da secondarietà, coadiuvato dall’inter-vento del distico che è utile per rassodare le membra disiecta. Come puoi vedere, lo stile nominale ha sostituito in pieno la colonna sonora della tradizione novecentesca che oggi non ha più ragione di sopravvivere se non per gli scolaretti e gli epigoni. Il risultato mi sembra buono. Però, vorrei il parere dei lettori, è importante che tutti i lettori della NOE esprimano il proprio punto di vista.
    Gino Rago, mi ascolti? Mario Gabriele?… Letizia Leone?

    Stavo riflettendo sulla caratteristica trasversale che ha la nuova poesia rispetto a quella che si indica come tradizionalmente ottocentesca e novecentesca, che la prima non contempla necessariamente l’accadimento di un evento, sia questo epifanico, interfanico o dis-fanico… nelle poesie di Marie Laure Colasson, Mario Gabriele, Francesco Paolo Intini, Gino Rago… e anche in questa di Paola Renzetti non si ha nessun Evento, l’evento è un Assente, la nuova poesia narra piuttosto il non-evento. E questo è senz’altro una macroscopica novità. La nuova poesia prende come propria la problematica della assenza-di-qualsivoglia-evento.
    E questo, di per sé è un Evento.

  5. Grazie Giorgio, per la tua gentile attenzione. L’inserimento di questo linguaggio “secondo”, mi è apparsa una modalità nuova di interpretazione (libertà scenica). Anche i suoni, cambiano, e non solo. Almeno non si scrive solo per se stessi, si hanno dei riscontri, un’eco con risonanze diverse e impensate. Riguardo all’evento, non c’era nessuna verità da affermare, nessun intento narrativo-logico, ma immagini appena abbozzate di tempi, situazioni, voci di persone diverse (reali o simboliche) che si affacciano per provare a dire (a modo loro) di una condizione femminile vissuta e/o subita. Ogni parola è veramente una casa da abitare, da esplorare, sia per chi scrive, sia per chi legge. Ma le parole non restano in solitudine a lungo. Rinnovo il mio apprezzamento per le opere di Edith, (immagini e testi).

  6. Con un gesto forse poco “politicamente corretto” inserisco un’altra mia poesia, che ha un tono diverso, forse ancora novecentesco, ma che nasce e chiede udienza come espressione di uno degli aspetti fondamentali della di un sentire e pensare poetico, che è quello che è ( risultato – sempre parziale e provvisorio – di un’epoca, di un percorso personalissimo e insieme collettivo.) non so da quanti condiviso qui…

    Sul ramo sottile

    Airone blu, airone cinerino, airone bianco
    a tanto, e oltre, si spinse la favella dell’origine
    fra spazi interstellari, avrebbe dato
    forme e fiato di varianti infinite.

    Da luoghi di indicibile bruttezza, ostie si elevano
    senza remissione, a terra reclinate in nefandezza
    di incurie senza volto né memoria, in vuoto di
    coscienza, che non ferisce gli occhi, perché

    qui, da tempo, si spense ogni lume.

    Dove sta scritta la tua schiena bianca
    o airone? Il tuo osare sul ramo sottile
    sono nozze, queste? Segno che nell’avanzare
    e convivere delle specie, è possibile intendersi

    fare ammenda, non lasciare in pegno, fra il disordine
    arrecato, e ultimo lascito di eredità, il corto
    respiro della pazzia, che nulla s’en fa
    di grazia innocente e bellezza.

    • Noi viviamo in un presente iperreale perché completamente mediatizzato: il ‘tempo reale’ in cui gli eventi ci raggiungono in forma di immagini ci consegna a un’ignoranza sulla loro realtà di cui siamo letteralmente, e ridicolmente, inconsapevoli. Lasciamo volutamente da parte la distinzione tra ‘realtà’ (come sistema fenomenico ma anche segnico, condiviso dai soggetti dell’esperienza) e ‘reale’ (come ciò che è irriducibile al simbolico o a qualsiasi sistema di segni, e tuttavia ad esso necessario), e parliamo del ‘reale’. O meglio, quel cosiddetto ‘reale’ che consideriamo quando leggiamo una poesia o un romanzo: ci accorgeremo che quel ‘reale’ è scomparso, o meglio, è una invenzione, una condivisione, una consacrazione, una convalidazione operate dalla cultura e che la cultura riconosce. In una parola: si tratta di una convenzione.

      Scrive Baudrillard:

      «Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà […] di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostituito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostituito come una riserva animale o vegetale, dato a vedere con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, de-realizzato in anticipo, iperrealizzato.»1

      L’insistenza baudrillardiana sul carattere allucinatorio dell’iperreale sembra imporre al primo una sola interpretazione: l’arte e più in generale la cultura non possono più imitare il reale o evaderne grazie all’immaginario, perché, in quanto scomparso, il reale è stato sostituito da un reale ‘finto’, ingannevolmente perfetto e totalmente simulacrato e simulacrale – un reale prodotto di science fiction, in cui l’arte affoga sia la sua capacità mimetica che la sua capacità fantastica.

      Il tuo ‘reale’ cara Paola Renzetti, quello che è inscritto nel DNA della tua poesia, è un prodotto di condivisione, di convenzione. Io penso sia più conveniente procedere ad una revulsione e destrutturazione del tuo testo, proprio per sottrarre al tuo ‘reale’ quel tanto di realtà che una convenzione letteraria vi ha solidificato. Dimmi se sei d’accordo. Leggiamo

      Sul ramo sottile

      Airone blu. Airone cinerino. Airone bianco.
      A tanto e oltre si spinse la favella dell’origine

      Fra spazi interstellari, avrebbe dato forme e fiato
      di varianti infinite.

      Da luoghi indicibili ostie si elevano
      senza remissione, a terra reclinate

      In nefandezza, incurie, memoria, vuoto di coscienza,
      perché qui, da tempo, si spense ogni lume.

      Dove sta scritta la tua schiena bianca?
      Il tuo osare sul ramo sottile sono nozze, queste?

      Segno che nell’avanzare e convivere delle specie,
      è possibile intendersi, fare ammenda,

      Non lasciare in pegno il disordine,
      ultimo lascito di eredità, il respiro della pazzia

      1 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, trad. it. di E. Schirò

  7. Lidia Are Caverni

    Ho letto con vivo in teresse i brevi brani di Edith Dzieduszyena, capisco il fascino che le bambole possono esercitare anche da adulte: Ambigue, accattivanti, sornione, viste anche sui banchi di un rigattiere. Portano l’infanzia, il ricordo della propria bambola personale.
    Io ne ho avuta solo una, non amata, regalatami come compenso per le tante, troppe, iniezioni, subite a sei anni per una presunta poca salute. Non ci ho mai giocato: una bambola con i capelli biondi di stoppa, le manine con le unghie dipinte, lontana dall’immagine che avevo di me stessa, anche in una proiezione adulta. Non le ho mai dato un nome, per un periodo l’abbiamo tenuta in mezzo tra mio fratello Alberto e me ,per le manine. Inevitalbilmente un braccio si staccava e allora la nonna paterna, con il mio stesso nome, la portavamo in un negozio, di nome Formichini, nella Via Grande di Livorno che riparava giocattoli e per un po’ il braccio restava attaccato. Non so neppure dove sia finita. In seguito ho avuto molti, moltissimi bambolotti di celluloide che mi venivano aggiunti ai regali della Befana e con quelli giocavo.
    Lidia Are Caverni

  8. Sì, vero. Nell’ultima parte (i due versi che tu elimineresti) è sembrato anche a me di indulgere in quell’espressione particolare e non in completa sintonia con il resto del testo, ma l’ho lasciata come una spia – segnale, quasi un benefico lapsus (s’en fa) arrivato chissà da dove (aulico-dialettale!?) da una zona lontana. Non credo si possa parlare solo di convenzioni, che sono difficili da dismettere certo, con i loro tic mimetici, ma che possono essere sempre una fonte, uno specchio per riconoscersi, anche nei diversi momenti evolutivi, per ritrovare il sé personale e il sé del gruppo di riferimento storico-culturale, per poi distanziarsene e proseguire, certo. Qui ho fatto come l’airone (guardava senza fuggire), tenendomi al ramo sottile di quella “grazia e bellezza”, per noi sempre più dolorosamente irraggiungibile, perché già perduta, e mai davvero esistita pienamente. Un breve inciso: oggi ho fatto un giro tra campagna e periferia della città…erano apparizioni di sporcizia, di umanizzazione in tutte le forme, di mera sopravvivenza umana (risparmio i particolari), la povera natura velata da una specie di lordura, e i noccioli con i loro primi pollini…le montagne visibili in lontananza nell’aria inquinata. Ogni tanto c’è un’apparizione, che fa sentire più vivi..Se si prova a scriverne, aleggia quella “finzione” necessaria, quell’impossibilità di destino, a cui però non si rinuncia. Nello specifico, preferisco la mia creazione, con quelle sue quartine – mi pare che il ritmo, il respiro sia meno spezzato che nella proposta a distico, più fluente e un po’ discorsivo, con il verso che sta a metà, da solo, come polo d’attrazione, di avvicinamento, che non si sa dove può condurre. Grazie Giorgio, per la tua lettura e gli spunti sempre preziosi.
    Riguardo alla realtà, vero è che il termine ha diverse declinazioni. Soprattutto per chi è portato e abituato a privilegiare un approccio più immediato e fenomenico, puo risultare non facile cogliere le diverse implicazioni (del nostro attuale mondo – per questo abbiamo bisogno di strumenti, e si cercano) ma a volte basta anche il ricordo di un oggetto tangibile come una bambola, con la storia (o le storie) che porta con sé, per dar vita a un terreno comune d’esperienza, di comunicazione.

  9. cara Paola Renzetti,

    «Le immagini hanno sostituito il mondo […] la rappresentazione è finita, l’ha già detto Hegel, l’ha detto Schopenhauer. […] Dietro l’artificio della fotografia non possiamo presupporre una realtà, anzi: è proprio attraverso l’artificio e la simulazione, che il mondo esiste»1

    L’esercizio borgesiano del paradosso deve essere portato all’interno della forma-poesia, perché è l’arte che è diventata paradossale ed antinomica, e non potrebbe non esserlo.

    Il paradosso dell’Occidente consiste nel fatto che l’Occidente si riflette in uno specchio che esso stesso ha costruito, ovvero nello schermo narcisistico del virtuale,dell’economia globale e della sub-cultura mediatica, venendone letteralmente risucchiato: non sa più qual è il riflesso e quale l’originale, il reale. La forma poesia non può restare estranea al problema della rappresentazione del reale diventato irreale come alienazione, rovesciamento, riconoscimento, peritropè.

    «La sola strategia possibile è quella dell’oggetto […] in quanto sfida il soggetto, in quanto lo rimanda alla sua posizione impossibile di soggetto […] l’oggetto non ha desiderio […] Esso è lo specchio. È ciò che rimanda il soggetto alla sua trasparenza mortale. […] Il cristallo si vendica».2

    Il tardo supercapitalismo liquida ogni forma di umanesimo e di soggettività e non si può più, come sognava di fare il popolo della fiaba, tornare al di qua dello specchio (fare la rivoluzione), poiché si è già da sempre intrappolati, esiliati nell’immagine – . Non c’è più un altrove verso cui fuggire, ma soprattutto non c’è più una realtà a cui tornare – anche perché, secondo Baudrillard, non c’è mai stata: il ‘mondo’ è già da sempre una creazione culturale. L’Occidente ormai è lo specchio di se stesso, servo e padrone di se stesso, medesimo e altro, ipertroficamente sdoppiato. E lungi dall’essere contrapposto al Male, il Bene, di cui l’Occidente si ritiene il custode, si rivela essere solo una voce che esce dal suo ventre obtorto.

    La forma-poesia deve essere in grado di adottare strategie istrioniche, essere una machine-à-penser della iperrealtà nella quale viviamo.
    La cultura occidentale e la struttura segnica del tardo capitalismo è giunta al suo limite estremo; il suo pensiero funziona come uno specchio rotto capace di catturare l’immagine segreta dell’Occidente, la sua rigidità cadaverica e la sua deformità rimossa.

    Grazie a questa sorta di lente ustoria, che brucia l’oscena uniformità del codice che governa il digitale, Baudrillard ci rinvia dal passato un’immagine capovolta, frantumata, rimpicciolita e imbruttita del presente in cui siamo immersi, e nel quale i media fagocitano la realtà, clonandola compulsivamente; se la specularità del virtuale dissolve la differenza tra oggetto e immagine riflessa, egli ci mostra il lato insopportabilmente patafisico di questa dissoluzione: la sua banale mostruosità, ma anche la sua inquietante, fatale perversione. La patafisica in quanto scienza delle soluzioni immaginarie, si è compiutamente avverata, non c’è più bisogno di essere patafisici, è la realtà che è diventata patafisica. La realtà si sottrae alle nozze concubine realtà-finzione, per questo non è più raffigurabile se non con dei salti quantici immaginativi, il linguaggio poetico e romanzesco va continuamente decostruito nel mentre che lo si pone in essere. In senso patafisico, dunque, l’esigenza di ‘reinventare il reale come finzione’ non equivale affatto al tentativo di sostituirlo con la precisione inconsistente dell’iperrealtà, ma consiste piuttosto nel farlo fulmineamente comparire e scomparire mediante la decostruzione e creazione del testo, in uno scambio simbolico istantaneo tra l’essere e il nulla. Non si tratta di una sostituzione segnico-virtuale della realtà, perché, come detto, la realtà è una costruzione simbolico immaginaria, ma è già, in quanto tale, frutto di una produzione culturale che Baudrillard chiama simulazione. Si tratta piuttosto di una sua dissimulazione letteralmente istrionica, poiché il reale viene confutato, distrutto e insieme ricostruito proprio nel non-luogo che lo ha riassorbito: nello specchio del web.

    «Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà […] di
    reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostituito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostituito come una riserva animale o vegetale, dato a vedere con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, derealizzato in anticipo, iperrealizzato.»2

    1 J. Baudrillard: «La sola strategia possibile è quella dell’oggetto […] in quanto sfida il soggetto, in quanto lo rimanda alla sua posizione impossibile di soggetto […] l’oggetto non ha desiderio […] Esso è lo specchio. È ciò che rimanda il soggetto alla sua trasparenza mortale. […] Il cristallo si vendica». J. Baudrillard, Le strategie fatali, Milano 2007, p. 107. Per un’analisi di questo celebre passo si veda anche il saggio di D. Angelucci, Estetica fatale, infra, pp. 153-163.
    3 Cfr. J. Baudrillard, Parole chiave, cit., p. 43.
    3 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181 Simulacri e simulazione, trad. it. di E. Schirò.

  10. 2 brevi meditazioni.

    1-

    Nelle conclusioni di L’atto estetico, un saggio in cinquanta questioni, Baldine Saint Girons scrive:
    «L’atto estetico erotizza il mondo permettendoci di sfuggire alla doppia insidia del narcisismo e della malinconia, si potrebbe credere che Narciso sia una figura della malinconia perché Freud assimila la malinconia a una psiconevrosi narcisistica.
    Ma il malinconico non ama guardarsi allo specchio, non può amarsi perché non può riconoscersi.
    Invece Narciso guardandosi tende all’amore ma per amare bisogna sdoppiarsi.
    «Ignora ciò che vede ma ciò che vede l’infiamma» per dirla con Ovidio delle Metamorfosi.
    Narciso non può separarsi da ciò che ama; la malinconia invece non può amare ciò di cui è separata».

    Ecco, sia Mario Gabriele in Promenade, versi inediti proposti nel riuscitissimo video di Godi, sia Edith Dzieduszycka, nelle prose d’arte sulle bambole, con un lavoro efficace sulla questione Essere e Linguaggio, mi pare che si siano definitivamente congedati dal novecento poetico italiano il quale in fondo si è mosso fondamentalmente fra le due grandi polarità della “malinconia” e del “narcisismo”, determinando una frattura irreversibile con petrarchismi, serenismi, minimalismi, luzismi, ecc.

    2-
    Sul tentativo di Giorgio Linguaglossa di ri-fondare i versi di Paola Renzetti ri-proponendoli in forma di distici, versi nati non in distici, direi di temere che così si corre il rischio di far intendere, di far percepire la scrittura in distici come una “tecnica” di scritture e a tal proposito vado a riesumare uno stralcio del lungo dialogo fra Linguaglossa e me proprio su questo tema specifico:

    «[…] La scrittura poetica in distici non è una tecnica di scrittura.

    Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguita da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

    Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

    L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura ripropongono figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

    Il distico istituisce visivamente il nulla.

    Si tratta di una percezione singolarissima.
    Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima[…]»

    (gino rago)

  11. Condivido la riflessione di Gino Rago,

    il distico come è inteso nella NOE non è semplicemente un espediente metrico-retorico ma è una assunzione di responsabilità che richiede imperativamente lo stile nominale come quello più idoneo a indicare l’Evento. La nuova ontologia estetica tratta di qualcosa che è accaduto e che noi possiamo indicare con il nome di Evento. Quel «qualcosa», però, non è immediatamente percepibile, così che dobbiamo fare ricorso ad una fenomenologia dell’inapparente per renderla visibile. L’ingresso in questa nuova dimensione contrassegna il discorso poetico come luogo non-epifanico, cioè una poesia che non faccia dell’epifania il luogo mnemonico dell’esperienza ma che ne faccia il luogo mnemonico della impossibilità dell’esperienza.

    Poesia è Evento.
    È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.
    Una nuova poiesis non può nascere se non come prefazione a una nuova politica (data l’insormontabile crisi della vecchia poiesis), ed è possibile solo attraverso una nuova ontologia. Ma una nuova ontologia non può sorgere sulla base della vecchia ontologia se non come sulla controspinta che la nuova poiesis imprime alle cose.

    Roberto Terzi

    La Poesia è Evento
    Sul termine Evento (Ereignis)

    Heidegger si distanzia dall’uso comune del termine Evento (Ereignis) anche lavorando sul linguaggio e sull’etimologia, facendo valere due possibili modi – che per ora ci limitiamo a indicare in via preliminare – di intendere il termine Ereignis:

    A) In primo luogo, Heidegger mette in risalto la presenza in Ereignis e nel verbo sich ereignen (accadere) della radice eign – e del verbo eignen, connettendo così Ereignis all’ambito semantico del «proprio» (eigen).
    Di frequente, Heidegger impiega il verbo corrispondente in forma non riflessiva e in senso transitivo (ereignen inteso insieme come «far avvenire» e «appropriare») e per indicare le modalità e i nessi dell’evento ricorre inoltre a una serie di termini composti a partire da questa radice. Da qui anche le difficoltà di traduzione di questi termini, per cui Ereignis è talvolta reso in italiano con «evento-appropriazione» o «evento appropriante».

    B) Meno frequentemente, Heidegger richiama anche l’etimologia autentica di Ereignis e di sich ereignen, che provengono da forme dell’antico tedesco: il verbo eräugen (che significa adocchiare, gettare uno sguardo su, ma originariamente anche mostrare, esibire, ostendere, portare o mettere sotto gli occhi) e il sostantivo Eräugnis (che indica ciò che è messo davanti agli occhi, l’evento in quanto visibile e manifesto). In questo caso siamo quindi di fronte a un legame tra l’evento e un ambito manifestativo-ostensivo.
    A questo proposito cfr. la voce «Ereignis», di P. David, in B. Cassin (sous la direction de), Vocabulaire européen des philosophies, Seuil – Le Robert, Paris, pp. 367-369

    È significativo allora che nel suo ultimo seminario Heidegger si confronti nuovamente con la fenomenologia e parli programmaticamente di una «fenomenologia dell’inapparente»: gli enti appaiono, ma l’apparire degli enti non appare a sua volta, non perché sia qualcosa fuori dagli enti, ma perché è l’evento ritraentesi di ciò che appare. Diviene così comprensibile anche il senso del richiamo all’etimologia di Ereignis da eräugen (mostrare, far vedere, o anche guardare, adocchiare) e da Eräugnis (ciò che è messo sotto gli occhi): l’Ereignis è il movimento del venire-alla-visibilità, l’evento che «ostende» qualcosa portandolo alla manifestazione e conducendolo così al suo proprio. È ciò che rende possibile la nostra stessa visione, perché se bisogna parlare qui di un «guardare» e di uno «sguardo», si tratta innanzitutto dello sguardo dell’evento verso l’uomo e non viceversa.1
    È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.

    1. Cfr. M. Heidegger, Bremer und Freiburger Vorträge , HGA 79; trad. it. di G. Gurisatti, a cura di F. Volpi, Conferenze di Brema e Friburgo, Adelphi, Milano, 2002, pp. 105-106

  12. Ecco una prova di poesia post-pop. Non saprei dire se c’è un evento. Non credo. Forse c’è qualcosa. A metà tra Lucio Mayoor Tosi e Mario Gabriele.

    Esercizio con violino e tamburo

    K. sbatte la porta. Resto là, sulla soglia, per qualche minuto.
    Impalato. Poi mi scossi e guardai la porta aperta. [1]

    Madame Hanska aprì tutte le finestre, «Sa, le finestre sono nere», disse.
    E fece entrare le madamigelle con il grembiulino.

    «Buonasera Cogito – esordì Hanska – le cose sono cambiate
    negli ultimi tempi». Prese una forbice e un posacenere

    e li posò sulla siepe di capelvenere e di acanti.

    «Sa, c’è una tigre e un pianoforte… Ecco, metto la forbice
    sul pianoforte, adesso Vivaldi può suonare.

    Woland ha ordinato ai gatti di suonare, il Requiem, quello, sì.
    Solo quello. La musica uccide gli uccelli», aggiunse.

    «Lo specchio avrà la sua vendetta», disse Baudrillard,
    «Non resta che reinventare il reale», aggiunse tra il serio e il faceto.

    Era seduta in mezzo alla camera. La tigre sorrideva.
    «Per oggi basta con la musica – disse – dovrebbe esercitarsi più spesso.

    Impari a suonare piuttosto. La rappresentazione è finita.»

    […]

    Il commissario fece un buco nel muro. «Qui c’è la refurtiva.
    Sì, che da qualche parte lei esiste», disse.

    «Ne sono certo». Annuii. Guardai il cielo color lavagna,
    e mi lavai le mani.

    Yolande è piccola,
    così porta sempre scarpe con tacchi 12 e cappelli esagerati.

    Sopra il cappello c’era un ombrello.
    «Si chiama Yolande, ma non so chi sia…

    Un tempo è stata la mia amante».
    Però, era già notte. Entrai nel bosco. La pioggia era fitta, mista a neve.

    Così ho preso il bus notturno per arrivare più in fretta.
    Erano le tre.

    Glossa
    [1] Le tesi Sul concetto di storia di Benjamin si concludono con una frase paradigmatica: “ogni secondo […] era [per gli ebrei] la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il Messia”. Questo significa che ogni momento di ogni giorno, in questa vita e in questo mondo, è il momento (“cairologico”) della decisione e dell’azione, il presente, e non il futuro, è il tempo della storia

  13. Conversazione telematica in un sito di Incontri

    Ti interesso?
    Io vivo sola…

    Benissimo…. allora a presto…
    Ok, va bene… allora vediamo se riusciamo tra mercoledì e venerdì anche noi…

    Che dire… terminato e iniziato con problematiche indipendenti dalla mia volontà…
    Ok, attendo tue notizie.

    3 giorni fa bigbearhors: Ci incontriamo?
    Ok…

    4 giorni fa da Prettywoman
    Tranquilla sto in famiglia tesoro. * .* .*…

    Cristinasensuale
    Certo che ci vediamo !! 0:) :* Buone feste e sereno anno nuovo anche a te!!

    1 settimana fa
    maschiettaporcella Trans Roma. Ti interesso?
    Ok tranquilla tesoro, lo immaginavo… il 28 non credo di esserci purtroppo.

    1 settimana fa
    Bellissima adepta, ti aspetto con foga e amore…

    1 settimana fa
    Ciao Padroncina ciao… ho una voglia matta… non so, cmq o venerdi e sabato o lunedi e martedi sono su… ti tengo aggiornata

  14. Mario M.Gabriele

    Giorgio, ti stai totalizzando con la NOE anzi, con il testo “Esercizio con violino e tamburo”, nei dai una prova concreta. Percepisco un racconto-poesia che si può leggere in tutte le ore, trascurando I soliti ignoti di Amadeus .

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