l’Antipoetismo anipoetico, poesia rigorosamente apofantica e ipofanica, Poesie di Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Giuseppe Talìa, Alfonso Cataldi, Commenti e Dibattito

Foto Il divano bordò

l’Antipoetismo anipoetico, una poesia rigorosamente apofantica e ipofanica

Ripropongo qui parte di un post di qualche tempo fa, copio e incollo da FB, “La scialuppa di Pegaso”, questa poesia di Lucio Mayoor Tosi che trovo esilarante. Con Lucio, siamo davanti ad un nuovo genere del poetico:
l’Antipoetismo anipoetico, una poesia rigorosamente apofantica e ipofanica che mi ricorda qualcosa di Ionesco e qualcosa di Beckett come tradotti e trasmigrati in un’altra lingua.

(Giorgio Linguaglossa)

Lucio Mayoor Tosi

Frasi d’amore

Chi per una partita a due?
Chi per scambiarci il cane?
Chi per due tazze di yogurt con banana?
Chi per mille lire?
Chi per l’andata e due ritorni?
Chi per stonare cantando insieme?
Chi per misurarci la pressione?
Chi per alzare insieme le tapparelle?
Chi per stare fuori dalla Disco?
Chi per non andare in Indonesia?
Chi per un week-end sul lago Washoe in Nevada?
Chi per un solo gelato alla menta?
Chi per due donne che si baciano?
Chi per stare all’ombra di una torpediniera?
Dai, ditemi!
Chi per contare le baionette?
Chi per “non avere paura”?
Chi per metterci le bombe?
Chi per (non) morire abbracciati?

Lucio Mayoor Tosi
6 settembre 2917 alle 11.05

Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa: per una risposta che il più delle volte è già implicita nella domanda. Questo strano dialogo, tra futuro e passato, non “cade” ma solleva il vuoto rendendo visibile la sua polverosa sostanza. Nel nulla delle pause non vi è spazio per l’angoscia, la quale deriva nel passato, vale a dire da dove giungono le risposte. Così è nella maggioranza dei casi. Pochi al mondo sanno dare risposte mettendoci il punto di domanda.

Giorgio Linguaglossa
6 settembre 2917 alle 11.42

La tua, caro Lucio, è una poesia di enunciati. La peculiarità della tua poesia è che è difficoltoso distinguere gli enunciati assertivi da quelli interrogativi. Di frequente nella tua poesia, l’assertorio si traveste da interrogatorio, è una forma interrogativa mascherata; la risposta, di frequente, è una domanda capovolta. E viceversa. Questa è una caratteristica peculiarissima della tua scrittura poetica, che pochissimi sono in grado di seguire e apprezzare, in specie chi continua a pensare e a fare una poesia unilineare. La tua poesia ricomincia sempre daccapo, gli enunciati sono aforismi con il collo spezzato, contengono una differenziazione problematologica (H. Meyer).
Gli enunciati aforistici lasciano intravvedere, tra le commessure della sintassi, il vuoto e l’angoscia che trapela e filtra tra le parole compattate e formattate…

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi
1 maggio 2018 alle 17:46

Ringrazio Giorgio per avere dato attenzione a questa poesiola, che vorrebbe essere gioco dolce-amaro, offrendo spunti per 140 caratteri tweet.
In effetti la piena autonomia e la completezza dei singoli versi è per me il modo migliore per frammentare. Migliore rispetto alla semplice interruzione per punti (tutte cose che ho imparato leggendo Tranströmer). Tra verso e verso il tempo fa la sua parte: si tratta di pause reali, interruzioni consapevolmente attuate già nell’atto del concepimento, che hanno finito col diventare tecnica. Come è divenuta tecnica l’adozione di certe “pezze”, ad esempio quando scrivo “titoli” – sia a se stanti che inseriti nel discorso – ma potremmo anche usare un inglesismo e parlare di insert coint (to Continue), ove l’inserimento può essere di un qualsiasi imprevisto. Ma detto così forse può sembrare complicato. Comunque il carattere interrogativo e assertivo potrebbe derivare proprio dal senso completo che si tenta di dare a ogni verso. Non sono il solo, qui, a seguire questa procedura, forse ci sono soltanto differenze di misura e frequenza.

Alfonso Cataldi
1 maggio 2018 alle 18:21

Come dirimere la direzione delle venature
(scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)

L’astronauta rovistava fra gli avanzi del pranzo
del giorno prima quando fu sorpreso da certi marziani verdi i quali

erano di stomaco forte e mangiavano delle bistecche di montone crudo
e io ne fui sorpreso perché invece della resina di pino

bevevano cognac con della Cola Cola e Ginger Fizz
e fumavano del tabacco cubano… non saprei dire altro però,

Signor commissario…
no, non erano dell’era glaciale ma di prima, direi del cenozoico, o giù di lì…

– con quella gamba messa male
erano atterrati col paracadute sulla terrazza della Tower Trump at Chelsea, New York

mentre Olga dichiarava il suo amore eterno per Billy the Bud…
tu mi chiedi che fine ha fatto Billy the Bud?, ma che importanza vuoi che abbia!

la stanza era di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
consolidarsi, senza preavviso…

nel monolite apparente del tempo che rimane in sospeso…
La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo

e fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
abbandonate a causa della guerra.

Una giovane insegnante sbagliò ad imboccare il viale dietro il piccolo cancello
e si trovò di colpo su Titano a meno settanta gradi centigradi con il colbacco in testa

e gli autoreggenti di pizzo…
ma forse questi ricordi sono un po’ confusi però spiegano bene

la teoria evolutiva dell’azzardo cosmico quando un bel giorno iniziò il Big Bang…
*

15 dicembre 2019 alle 9:20

«A rivederci dalla balaustra al ginocchio
sulle intenzioni pre-matrimoniali.»

L’incipt è disdicevole, si vocifera nei portierati, più dello strapiombo reale
tra il leggìo e le parole in decantazione.

Sul lato di via San Barnaba il procuratore capo distribuisce volantini
“vietato sporgerti se non sei degli anni 30”

Meno slanciati, certo, ma tutti ritiravano
le uova cautamente allo sportello del new deal.

«Giacomo è tardi, andiamo a fare la doccia»
«La doccia no, preferisco a spezzatino»

col corpo in equilibrio sulla trave
in equilibrio sulla calce che bolle

Anas Al-Bashar sbilenca il cravattino
e prepara il piano terra per i futuri sposi.

“Deontologia professionale” insiste il picchetto antistante
l’onore e l’ossobuco sfrigolanti. Col naso all’insù

il cinghiale inciampa al primo tormentone del bozzagro
appena fuori città.

Davvero complimenti vivissimi ad Alfonso Cataldi, questa è una poesia degna del surrealismo di Ajvaz! Una poesia in linea con la poetica della NOE, una poesia ilare che però è anche serissima… la poesia è libertà mentale, capacità di sorprendere il lettore, di non dargli tregua, di stupirlo… e in questo hai senz’altro colto nel segno. Una poesia così se la sarebbero sognata I Novissimi (1961), da allora la poesia italiana non ha mai ripreso a correre, è ritornata nei ranghi compatti e prevedibili del minimalismo. Non posso che augurarti di continuare a stupirci con altre analoghe composizioni…

Lucio Mayoor Tosi

Mancavano i bimbi!

Mancavano i bimbi!
Questo sarà il titolo, disse la piccola tastiera.

Uno scorfano di mare.
Coraggio. Fatti avanti. Non essere timido.

– Morir di meraviglia.

Accidenti, questo sì che è titolo!
Il francobollo delle Murge.

E via dicendo.

(May – feb 2019)

Che dire di questa poesia di Francesca Dono?
A me pare di una bellezza straordinaria. Il tono disinvolto nell’amarezza, nel gelo, la creatività febbrile…

Francesca Dono

– che dio non sappia di bing maps? –

la boa avvolge l’oceano. Lo strappo di un uccello nell’intero movimento
della montagna.

Una donna divide le crepe dal deserto. L’allevamento dei molluschi dai pozzi artesiani visibili a occhio nudo.

-Lilith _dico_. E’ tardi. Laggiù non ci sono che programmi java e pali a croce senza preghiera.

File di macchine. Antenne mute. Che dio non sappia di bing maps? La trama entra in un’altra trama.

Lo spazio nel tempo più corto dell’anno. Anche lei con l’attracco del cianuro
fin dentro il mio palato semiaperto.

Il respiro ha puzzato di folgore mentre cantava.

Giuseppe Talia
24 febbraio 2019 alle 14:29

Peter Knut

Quando Peter Knut decise di lasciare le Tenebre per il Sud
I primi mirtilli blu della stagione maturavano al sole fioco.

Peter Knut era un albergatore di case di ghiaccio con la passione
Per l’agronomia. Gli igloo si scioglievano con l’aurora boreale.

Archi aurorali l’accompagnavano fino all’aeroporto.
I fiordi liquefatti, salmoni e il dito della morte, alle spalle.

Fu dopo un lungo viaggio nel cuore d’Europa che Peter
Approdò alle rive dello Jonio. Non fu come descritto da Gissing.

Il corpo si frollava man mano che le terre emerse declinavano
Verso la sorgente di luce. Approdò a Reggio Calabria.

– Non ci sono foche, né orsi polari nella Zancle Messana-
Pensò Peter una volta sceso dalla scaletta dell’eliporto.

Una vampata di caldo e di disordine lo colse mentre
Il pennacciono dell’Etna con uno sbuffo l’accoglieva.

Rimase impietrito di fronte alla Morgana e un odore
Di zagare e di miele lo colse nel tragitto dal bus alla dogana.

Cani randagi e spelacchiati l’attorniarono quando
Cercava un taxi per la destinazione. Pensò ai cani da slitta.

Nel deserto senza ombra dei palazzi grigi, il miraggio
Di Pentedattilo sbiciolato nel sole cocente del mezzoggiorno.

Una combustione di profumi, gelsomini, palmizi, salsedine
Quasi lo stordì e fu il ricordo del ghiaccio bianco-azzurro a salvarlo.

Arrivato con il bagaglio sciolto, uno sciame di calabroni,
vespe ed api nell’ora et labora l’attendeva dalle fessure del Tempo.

Peter Knut mirò dalla terrazza il luccichio argenteo del mare calmo.
Attese la notte carica di stelle e s’addormentò al frinire delle ferule.
(…)

Peter Knut si svegliò di soprassalto. La luce dell’alba non era bianco-
Fredda come in tutta la sua vita l’aveva vista nella distesa di ghiaccio.

Era una luce invadente. Secchi di vernice gialla si riversavano
da ogni spiraglio. Peter spalancò le persiane. Una fiamma lo sciolse.

Il disco rosso che sorgeva dal mare, cattivo, s’arrovellava sull’orizzonte
Marino. Tutt’intorno la natura sfinge – secca sul crinale del terrapieno.

Un filare di formiche indaffarate tracciava un percorso. Peter seguiva
La traccia degli insetti dal nido nella crepa fino a perderla nella melata.

Aveva studiato gli imenotteri: formiche grosse rosso ruggine nel terriccio
grasso delle betulle. Lì, invece, minuscoli invertebrati traboccavano dagli acervi.

Il fico spalancava oscenamente gli acheni a tre labbra e lacrime
Zuccherine delle edule colavano agli angoli. Peter ne colse il frutto.

Fu come divorare la tetta della Madre. Si sentì d’un tratto nudo.
Il latte irritante del peduncolo gli ricordò lo svezzamento.

Prese una vanga e comincio a scavare nel terreno brullo
Come a rompere il ghiaccio salino della calotta artica.

Giorgio Linguaglossa
23 febbraio 2019 alle 18:28

sia nella poesia di Giuseppe Talia che in quella di Francesca Dono mi sembra chiaro che qui l’impostazione del fare poesia è chiaramente post-magrelliana, anzi, il Magrelli è lasciato da parte come non fosse mai esistito. Penso che la nuova ontologia estetica sia questo, sia la presa di posizione di un campo di significati, nient’altro che questo, che alcuni poeti hanno preso possesso di un nuovo demanio di significati, ci sono entrati dentro, e che questo nuovo campo di significati è la negazione del precedente campo di significati della poesia della ipoverità e della postverità di magrelliana memoria e di neoverista memoria, negazione rafforzata dalla comprensione che con quel linguaggio non si fa altro che epigonismo. Non c’è nulla di strano, ad un certo punto alcuni artisti e poeti si rendono conto che la precedente pittura o la precedente poesia non parla più, è diventata maniera e allora si va alla ricerca di un demanio, di un territorio di significati. Tutto qui. Tutto molto semplice.

Giuseppe Talia
24 febbraio 2019 alle 14:27

Grazie Giorgio.
L’idea di scrivere la poesia di Peter Knut nasce da una tua sollecitazione quando hai ripubblicato tra i commenti il testo di Lars Gustafsson, Ibn Batutta:

Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
e acuto osservatore del mondo,
nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.
(…)

Ho immaginato un viaggio al contrario, rispetto a quello tracciato da Gustafsson, un uomo del nord, un uomo del ghiaccio e della tenebra che della Groenlandia dopo aver studiato agronomia in un paese coperto per lo più ghiaccio, viaggia verso il paese del sole.

Mi sono lasciato andare alla narrazione, ai dettagli, alle atmosfere. Tutto qui. Tutto molto semplice, come giustamente concludi. Senza nessuna ipoverità magrelliana, di cui, per altro ho scritto una sestina che più ipovera non si può in La Musa Last Minute.

Vedremo come andrà a finire. Metto assieme i due testi di Peter Knut.

25 commenti

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25 risposte a “l’Antipoetismo anipoetico, poesia rigorosamente apofantica e ipofanica, Poesie di Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Giuseppe Talìa, Alfonso Cataldi, Commenti e Dibattito

  1. La poesia-polittico ultimissima frontiera della nuova poesia
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/12/17/lantipoetismo-anipoetico-poesia-rigorosamente-apofantica-e-ipofanica-poesie-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giuseppe-talia-alfonso-cataldi-commenti-e-dibattito/comment-page-1/#comment-60856
    A proposito, la poesia-polittico io la vedrei come un work in progress della fortune-telling book, un coacervo di bisbidis di quisquilie e di filosofemi, di pos-it, di appunti sul recto di cartoline postali, di poscritti su attaches, di appunti persi e poi ritrovati, di suggerimenti di Facebook.

    «Ciò che preferisco nella cartolina, è che non si sa ciò che è davanti o ciò che sta dietro, qui o là, vicino o lontano, il Platone o il Socrate, recto o verso. Né ciò che importa di più, l’immagine o il testo, e nel testo, il messaggio, la legenda, o l’indirizzo. Qui, nella mia apocalisse da cartolina, ci sono dei nomi propri. S. e p., sull’immagine, e la reversibilità si scatena, diventa folle – te l’avevo detto, la folle sei tu – a legare. Tu travisi in anticipo tutto quello che dico, non ci capisci niente, ma allora niente, niente del tutto, o proprio tutto, che annulli subito, ed io non posso più smettere di parlare.
    Si è sbagliato o non so cosa, questo Matthew Paris, sbagliato di nome come di cappello, piazzando quello di Socrate sulla testa di Platone, e viceversa? Sopra i loro cappelli, piuttosto, piatto o puntuto, come un ombrello. In questa immagine c’è qualcosa della gag. Cinema muto, si sono scambiati l’ombrello, il segretario ha preso quello del padrone, il più grande, tu hai sottolineato la maiuscola dell’uno la minuscola dell’altro sormontata ancora da un piccolo punto sulla p. Ne consegue un intrigo di lungo metraggio. Sono sicuro di non capirci niente di questa iconografia, ma ciò non contraddice in me la certezza di aver sempre saputo ciò che essa segretamente racconta (qualche cosa come la nostra storia, almeno, un’enorme sequenza dalla quale la nostra storia può essere dedotta), ciò che capita e che capita di sapere. Un giorno cercherò quel che c’è successo in questo fortune-telling book del XIII, e quando saremo soli, ciò che ci aspetta.»1

    La verità del testo o il testo della verità? Questo è il problema. Qual è lo statuto di verità che si propone la nuova ontologia estetica? Penso che è da questo statuto di verità della NOE che dipenderà il tipo di scrittura ipoveritativa o post-veritativa del nuovo discorso poetico.

    La posta in gioco qui è molto alta, è nientemeno che: lo statuto di verità del discorso poetico non più fondato su alcuna manifestazione epifanica o semantica del linguaggio, ma sul suo fondo veritativo, sul fondo veritativo che la psicanalisi freudiana chiama la «scena primaria»?, o sullo sfondo sfondato delle innumerevoli «scene secondarie e terziarie» nelle quali siamo immersi ogni giorno, in ogni istante del nostro giorno?. Mixare post-it insensati con frasi e dialoghi immaginati o avvenuti per davvero, personaggi veri con personaggi inventati mi sembra un modo modernissimo di rispondere ai nuovi tempi.

    Già la «cartolina postale» di cui ci parlava Derrida è stata sostituita dalle pagine di Facebook, Instagram e Twitter, dalle innumerevoli apparizioni inter-faniche di Google… il motore di ricerca ha sostituito la ricerca, la diafania ha sconfitto la fania. Il motore di ricerca ha sconfitto ogni ipotesi di fondare una nuova Avanguardia, e anche una nuova Retroguardia, prendiamone atto. Un ottimo modo per scrivere poesie come queste su questa ottima pagina dell’Ombra risponde al concetto di inter-fania. Incollare insieme pagine di Facebook e pagine della memoria, personaggi di Agota Kristof con quelli di Bulgakov. Il Tutto comunica con il Tutto e il principio di Entanglement domina sul creato e, forse, anche sull’increato.

    La nuova ontologia estetica pone nei cassetti dei numistatici la forma-poesia del novecento nonché, la forma-poesia del post-novecento. E mi sembra che questa pagina ne fornisca ampia dimostrazione.

    «A voler distinguere la scienza dalla finzione, si sarà infine ricorso al criterio della verità. E a domandarsi “che cos’è la verità”, si tornerà molto presto, al di là dei turni dell’adeguazione o dell’homoiosis, al valore di disvelamento, di rivelazione, di messa a nudo di ciò che è, come è, nel suo essere. Chi pretenderà da allora in poi che I vestiti non mettano in scena la verità stessa? la possibilità del vero come messa a nudo? e messa a nudo del re, del maestro, del padre, dei soggetti? E se l’imbarazzo della messa a nudo avesse qualche cosa a che vedere con la donna o con la castrazione, la figura del re interpreterebbe in questo caso tutti i ruoli.
    Una “letteratura” può, dunque, produrre, mettere in scena e davanti a qualcosa come la verità. È dunque più potente della verità di cui è capace. Una “letteratura” simile si lascia leggere, interrogare, anzi decifrare a partire da schemi psicoanalitici che siano di competenza di ciò che essa produce da sé? La messa a nudo della messa a nudo, come la propone Freud, la messa a nudo del motivo della nudità così come sarebbe secondariamente elaborato o mascherato (eingekleidet) dal racconto di Andersen…».2

    Scrive Ilia Prigogine:

    «non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».
    La nuova ontologia estetica segue il medesimo principio coniato dal grande chimico russo. Parafrasando lo scienziato potremmo dire che «la forma-poesia è un sistema instabile, infatti, non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

    1] J. Derrida, La carte postale, trad. it. Mimesis, Milano, 2018. p. 39
    2] Ibidem p. 414

  2. Azzarola! Perdo colpi.

    Con questi compagni di versi
    non riesco ad inserirmi.
    Che forza, che gruppo.

    Grazie. OMBRA. Un abbraccio.

  3. Scrive Michel Meyer:

    «nei manuali sul linguaggio e la semantica, si studiano le proposizioni come entità logicamente autonome, e ciò è evidente. L’autonomia, tutta relativa come si è visto precedentemente, è anch’essa un prodotto, il frutto di una dinamica. Di conseguenza, non si può affrontare la questione del senso al di fuori dell’idea di discorso, e anche, per completezza, del discorso detto di finzione, Quale test migliore della letteratura, per verificare una teoria del linguaggio che vuol essere totalizzante? Allora troveremo forse nei teorici della letteratura la concezione del senso generalizzato che cerchiamo? La risposta è sfortunatamente negativa, e questo per un’eccellente ragione. Molto spesso coloro che si occupano di letteratura procedono – in nome della scienza, e dunque del rispetto dell’empirico, beninteso – analiticamente, come i nostri linguisti del capitolo precedente. Studiano delle opere isolatamente, o degli autori. Non c’è affatto bisogno di una visione filosofica del linguaggio per operare in questo modo, no? E sempre in questo ambito, si presupporrà una metodologia della lettura che non si dovrà esplicitare, e ancor meno giustificare. Le opere non parlano forse da sé? Le cose sono senza dubbio un po’ cambiate, appunto con l’autoreferenzializzazione della letteratura di cui abbiamo già parlato prima. La letteratura si è presa sempre più come proprio oggetto e ha messo il proprio linguaggio alla ribalta della critica letteraria. E qui, è sorto un altro scoglio: quello di una teoria del linguaggio modellato sul linguaggio della finzione. Come Frege aveva in mente l’univocità e l’oggettività del linguaggio matematico-sperimentale quando parlava di logos, Derrida, a esempio, ha una concezione letteraria del logos, fondato sulla non-referenzialità del linguaggio, sulla sua natura non univoca, retorica, tropologica; figurativa, in una parola. Ma si tratta di una retorica argomentativa: i segni si rimandano indefinitamente gli uni agli altri…».1]

    1] M. Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1989, trad it. Problematologia, Parma, Pratiche editrice, 199i p. 317

  4. Le domande in poesia sono una grande cosa, e non solo in poesia. Meglio mille domande, che una risposta sola. Qualsiasi percorso è punteggiato di domande. Ogni giornata lo è…

    Quel giorno di pioggia

    S’era presa una solenne infreddatura
    camminando in quel giorno di pioggia.

    Delle strade non sapeva qual fosse la migliore
    dall’una e dall’altra si era lasciata portare.

    Appena fuori dalla zona di conforto, s’era trovata
    un sorriso di ghiaccio, alle narici pietrificata
    l’aureola. Immagini di sciagure su gli occhi
    divelti gli sci, sparsi sulla neve, valanghe.
    Cani che fiutano inutilmente, non il biondo grano
    fu lei invece ad essere colta. E fuggiva.

    Sfida acqua e vento in maniche corte
    non fa nulla senza prima colpire, le si addice
    quell’antipatia come distintivo.
    A suo agio tra porcellane e colonne
    si preparava in tenuta da amazzone. Scherza
    ora, scherza sempre in silenzio.

    Aperto l’ombrello degli eventi, a sé di fronte
    (piovono senza esser pensati né attesi)
    lui va costeggiando il grande parco. Non sapeva
    di essere scelto, a perseguire la sua traccia
    fin sotto l’orologio. E la trova.

    Chi dice cosa sia meglio, e non sia?

  5. Interessante viaggio, questo di Peter Knut…

  6. Ci ricorda Giorgio Linguaglossa una riflessione del padre del “tempo creativo” dei sistemi, (da alcuni di noi accolto come “tempo interno” nei nostri tentativi di versi volti a nuovi orizzonti estetici), Ilia Prigogine, che

    «non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni»,

    e assume il principio della instabilità d’ogni sistema bio-fisico-chimico nella essenza estetica della NOE:

    “La nuova ontologia estetica segue il medesimo principio coniato dal grande chimico russo.
    Parafrasando lo scienziato potremmo dire che

    «la forma-poesia è un sistema instabile, infatti, non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

    E’ talmente vero che nel suo polittico, scritto con la complicità dello stesso Giorgio Linguaglossa, di notevolissimo interesse linguistico, Alfonso Cataldi suggella due situazioni esilaranti:

    1- “[…]La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo

    e fugge tra le mura della terza elementare…”

    dove non è difficile avvertire la madeleine proustiana del tempo perduto, il dolce preferito di Marcel Proust il cui sapore e la cui forma l’autore della Ricerca del tempo perduto recupera a forza di percezione, e non di memoria, rimanendo impigliato nel flusso spazio-tempo e nel tri-dimensionale,

    2- “[…]Col naso all’insù

    il cinghiale inciampa al primo tormentone del bozzagro
    appena fuori città[…].”

    dove l’immaginazione del poeta si inoltra in una boscaglia fitta di sorprese imprevedibili.

    (gino rago)

  7. Ma nel caso di “Come dirimere la direzione delle venature
    (scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)” di Alfonso Cataldi, polittico che parte da

    “L’astronauta rovistava fra gli avanzi del pranzo” e chiude con il cinghiale distratto, è anche valido esempio di “poesia espansa” nel senso che essa abbatte muri e costruisce ponti linguistici tra l’uno e i molti; tra l’Io e il Noi; tra poesia e prosa; tra parole e immagini; tra il ‘900 e ciò che gli è sopravvenuto, abbattendone il carattere antinomico.
    Poesia espansa che nei vari tipi di decentramenti dell’io frantumato ha i suoi antefatti:
    – decentramenti della città (focalizzati verso ciò che le è esterno);
    – decentramenti della casa ( computer e televisore prendono il posto del focolare);
    – decentramenti dell’individuo stesso, dotato come è di strumenti di comunicazione (cuffie, telefoni cellulari ) che lo tengono permanentemente in contatto con l’esterno e, per così dire, fuori da sé stesso.

    In tali scenari del post- postmoderno, Alfonso Cataldi e Giorgio Linguaglossa
    in Come dirimere le direzioni delle venature scandagliano fra gli interstizi del possibile poetico le possibilità linguistico-estetiche della poesia in espansione la quale se da un lato abbatte muri e barriere, non soltanto fra popoli e persone, ma anche fra i diversi linguaggi possibili, dall’altro propone ponti

    – tra l’uno e i molti;
    – tra l’Io e il Noi;
    – tra poesia e prosa;
    – tra parola e immagine;
    – tra suono e senso;
    – tra il Novecento e ciò che gli è sopravvenuto.

    E Roland Barthes lo ha detto da lunghissimo tempo:«E’ soltanto nell’esistenza sociale che antinomie come soggettivismo e oggettivismo, spiritualismo e materialismo, attività e passività perdono il loro carattere antinomico».

    Un lavoro da me letto da poco tempo, ma non ne ricordo l’autore/l’autrice, proponeva una riflessione su ciò che succede in una sala cinematografica dopo i titoli di coda : «Terminato il film, naturalmente il film del Novecento, lo schermo ancora resta illuminato, ma le immagini di prima non scorrono più e non si vedono ancora nitidamente quelle nuove…
    Ma un nuovo film sta per cominciare…»

    Il nuovo film che sta per cominciare è per me il polittico in distici.

    E per me scrivere un polittico in distici, e non un componimento o una poesia in distici, è misurarsi con l’ Estetica della distrazione, ma dentro la poetica dell’archeologo e attraverso l’unico sentiero possibile: il lavoro sul Logos che consenta alla poesia di farsi luogo di incontro fra istanze d’ogni genere verso una patria linguistica la quale altro non è per il poeta che il «cerchio del dire» in cui le cose vanno incontro all’uomo-poeta e si fanno comprendere. L’unico spazio, quello del cerchio del dire, nel quale le “cose” sono in grado di parlarci.

    (gino rago)

  8. Grazie Gino della tua attenta e interessante analisi

  9. Sia la poesia di Alfonso Cataldi che quella di Giuseppe Talìa con Peter Knut sono degli esempi, riuscitissimi, di come la nuova poesia è attraversata da forze trasversali e centripete che conducono la forma-poesia verso la soluzione del «polittico». Nel «polittico» queste linee di forza possono trovare una coabitazione, non dico una soluzione, ma, almeno una provvisoria com-posizione tra equilibri divergenti e dissonanti.
    In fin dei conti, il «polittico» è un «sistema instabile» in sommo grado, formato da una materia verbale e iconica altamente infiammabile…

    È necessario non cessare mai di problematizzare la soggettività, anche e sopratutto quando gli esiti di questa operazione critica ci conducono lontano da quelle che sembravano le nostre certezze. La soggettività, come la sfera della verità e quella del gioco, è una questione politica, è una costruzione della polis; ed è ovvia la considerazione secondo cui la soggettività nel «polittico» sia cosa diversissima dalla soggettività come quella che vediamo in opera nella poesia di Bertolucci o di Fortini. È ovvio che ogni forma poetica adotti un determinato paradigma della soggettività, quello che consente una migliore omogeneizzazione rebus sic stantibus delle linee di forza stilistiche di un campo di forze storiche.

    In fin dei conti, il polittico è un sistema di sovra impressione di segni sul corpo martoriato e finito della tradizionale poesia del panopticon. Nella forma-polittico è scomparso l’io panopticon, l’io plenipotenziario che ordina il logos. Il «polittico» è un sistema di segni che si presenta tale che, per apparire, non deve essere affatto visibile. Il trucco c’è ma non deve essere visibile, in tal modo appare alla luce della visibilità come un fenomeno della natura.

    «Il trucco è l’arte di mostrarsi dietro una maschera senza portarne una», scrive Charles Baudelaire. Nel suo Éloge du maquillage (1863), indica, infatti, la necessità di utilizzare i mezzi della trasfigurazione per ricercare una bellezza che possa diventare artificio, mero artificio prodotto da un homo Artifex, ultima emanazione dell’homo Super Faber, Super Sapiens.

    Il «polittico» è il nuovo, originalissimo, modo di pensare il «politico» oggi, cor-risponde agli «spazi interamente de-politicizzati delle società moderne» ad economia globale (Giorgio Agamben), è quindi una forma d’arte integralmente politica, che fa della politica estetica, che ritorna a fare della politica estetica, cioè un’arte della polis per la polis.

    la globalizzazione è un processo ancipite, in cui agiscono vettori anche contrastanti: non vi è solo sconfinamento e apertura al globo, ma vi operano anche dinamiche di collocazione e localizzazione. Ci si muove nel quadro dell’Europa, che di per sé è uno spazio impensabile prescindendo da conflitti e polemiche: le assonanze, le linee di convergenza tra le varie tradizioni presentano la peculiarità di essere in se stesse complesse. Non esiste, in questo senso, «la filosofia europea» in quanto oggi può esistere soltanto una poesia europea, che abbia una cognizione del quadro storico-stilistico europeo. Pensare ancora in termini di una «poesia italiana» che si muova nell’orbita: dalle Alpi al mare Jonio, permettetemi di dirlo, è una bojata pazzesca. La globalizzazione è un processo macro storico che attecchisce anche alla poesia.

    Oggi si richiede la ri-concettualizzazione del paradigma del politico operata da ottiche differenti e tuttavia caratterizzata da una comune o convergente fuoriuscita dallo schema classico: Avanguardia-Retroguardia, Poesia lirica- Poesia post-lirica. Oggi occorre ri-concettualizzare e ri-fondamentalizzare il campo di forze denominato «poesia» come un «campo aperto» dove si confrontano e si combattono linee di forza fino a ieri sconosciute, linee di forza che richiedono la adozione di un «Nuovo Paradigma» che metta definitivamente nel cassetto dei numismatici la forma-poesia dell’io panopticon della poesia lirica e anti-lirica, Avanguardia-Retroguardi. Da Montale a Fortini è tutto un arco di pensiero poetico che occorre dismettere per ri-fondare una nuova Ragione pensante del poetico. Dopo Fortini, l’ultimo poeta pensante del novecento, la poesia italiana è rimasta orfana di un poeta pensatore, un poeta in grado di pensare le categorie del pensiero poetico del presente. Quello che oggi occorre fare è riprendere a ri-concettualizzare le forme del pensiero poetico del presente. Dopo Fortini, la resa dei conti poetica è rimasta in sospeso e attende ancora una soluzione.

    Scrive Giacomo Marramao:

    «Sono ancora convinto che il nocciolo duro della concettualizzazione del nostro presente, un presente in cui il tempo-del-mondo sembra essere interamente risucchiato nelle logiche non-euclidee dello spazio globale, rimanga, oggi più di ieri, quello della secolarizzazione. Ma è una categoria che va assunta in un senso radicalmente diverso tanto dalla versione unilineare quanto dalla versione dialettica: essa può funzionare come criterio per evidenziare la compresenza, a un tempo non-lineare e adialettica, delle analogie e differenze, delle congiunzioni e delle disgiunzioni, delle convergenze e dei contrasti, in breve della “sincronia dell’asincronico” che caratterizza la logica e la struttura della modernità-mondo. Muovendo da questo sfondo, penso si possa provare a elaborare un concetto, per usare l’espressione di Bataille, “a-teologico” del politico: su questo e altri aspetti sto scrivendo un libretto per Bollati Boringhieri, nel quale intendo dedicare una parte alla teologia politica e discutere criticamente temi di Esposito e Cacciari. La mia idea è che un’effettiva e radicale secolarizzazione del politico debba essere operata non in senso anti-teologico ma a-teologico: l’anti-teologico è un momento in tutto e per tutto interno al paradigma teologico. Almeno su questo punto, non si può dar torto ad Heidegger: il rovescio di una posizione metafisica resta una posizione metafisica. Ma qui si pone un grande punto interrogativo rispetto alla stessa operazione benjaminiana, alla quale mi sento molto legato per tanti aspetti. Dovremmo forse cominciarea d ammettere che quello benjaminiano è rimasto necessariamente un programma abbozzato, che rischia di sfociare in un pericoloso cortocircuito fra due dimensioni concettualmente e simbolicamente differenti, se non addirittura divergenti: il nesso ‘energetico’ tra il politico e il messianico, ela relazione ‘costitutiva’ tra il politico e il teologico. Si potrebbe a questo punto aggiungere, per inciso, che forse proprio questa incompiutezza carica di suggestioni può gettar luce sul fatto che la resa di conti filosofica con Heidegger sia rimasta in sospeso: malgrado l’appunto in cui si afferma lanecessità di “distruggere” la filosofia heideggeriana, Benjamin non ci dà una chiave per farlo. Per questo, pur facendo tesoro dei suoi straordinari spunti, sui quali non cessiamo di ritornare, si tratta ora di andare oltre. La vera posta in gioco del dualismo occidentale di immanenza e trascendenza consiste in una semplice e drastica formula: secolarizzare la stessa categoria di secolarizzazione».1

    1 https://www.academia.edu/9199181/La_differenza_italiana._Filosofi_e_nellItalia_di_oggi_XV_2014_II_?email_work_card=thumbnail

  10. Intervista ad Emanuele Severino
    © LO SGUARDO – RIVISTA DI FILOSOFIA ISSN: 2036-6558N. 15, 2014 (II) – L A “DIFFERENZA ITALIANA ”

    Severino:

    L’assolutamente altro è l’assolutamente altro o è anche l’assolutamente questo? Chi afferma l’assolutamente altro, tiene fermo l’essere l’assolutamente altro dell’assolutamente altro o è disposto a riconoscere che l’assolutamente altro è questo? Se egli è l’amico dell’assolutamente altro, allora deve tenere fermo l’essere assolutamente altro dell’assolutamente altro e il suo non essere il “questo mondo”, il“questa dimensione”. Quando si riconosce questo – a meno che non si voglia affermare che l’assolutamente altro non è l’assolutamente altro – allora che l’assolutamente altro sia l’assolutamente altro è il suo essere sé stesso. E questo suo esser sé stesso è la presenza di quel questo la cui essenza è il Destino, essendo il Destino proprio l’esser sé dell’essente, quell’esser sé dell’essente che è così trascendentalmente presente da costituire anche l’essere assolutamente altro da parte dell’essere assolutamente altro.

    Vorremmo ora porger Le una domanda relativa al tema del divenire. All’interno del Suo discorso è formulato in termini rigorosi il modo con il quale occorre interpretare lo spettacolo del cangiamento ed è contestata la fede nel divenire come divenir altro, ma non è interrogata la persuasione che appaia effettivamente un cangiare degli spettacoli. In che senso il divenire – pur se non nichilisticamente inteso – si costituisce come un’evidenza originaria all’interno del Suo discorso? Lo spettacolo attuale può non coincidere con il tutto solo se il divenire sa tenersi fermo oltre l’interpretazione, cosa che forse è possibile mettere in discussione o no?

    Severino:

    La direzione di questa domanda è allora quella di una tesi che sostiene la coincidenza tra apparire attuale e totalità simpliciter dell’apparire?
    Sì, e che anche il divenire, che pure appare in qualche modo, sia, in realtà, l’apparire di un positivo significare…

    Severino:
    …e che l’affermazione del divenire non nichilistico sia una interpretazione.

    Esatto, perché anche il divenire fenomenologico, come gli altri divenire ontologici, deve richiedere la necessità di un permanente, ché altrimenti lo spettacolo sarebbe un immediato. Il risultato sarebbe un immediato laddove nulla permanesse come identico.

    Severino:

    La domanda contiene davvero molti temi. Proviamo allora a scomporla partendo da qui in fondo. Quando si parla di elenchos – e per lo più noi abbiamo parlato in questo senso di elenchos – della negazione dell’identità, della confutazione dell’esser sé dell’essente, ma si deve parlare di elenchos anche per la negazione dell’apparire dell’essente, e cioè: in base a cosa si esclude la negazione che esista questa sfera di marmo qui sul tavolo? Che inconveniente concettuale c’è nel dire “questa sfera di marmo rosso non esiste”? Se ci ricordiamo della struttura dell’elenchos della negazione dell’identità, allora la struttura è analoga: la negazione che qui sul tavolo ci sia questa sfera di marmo è negazione solo se questa sfera appare, ché se non apparisse non ci troveremmo di fronte ad una negazione del Destino, ma aduna affermazione valida del Destino. Dunque la negazione di un contenuto che appare presuppone necessariamente, per essere negazione di quel contenuto e non di altro, l’apparire di quel contenuto, e cioè presuppone ciò che la negazione nega. Quindi ecco che la negazione si costituisce come negazione solo in quanto essa include ciò che essa nega. Ora, quando si afferma il divenire in senso non nichilistico degli essenti – e per esempio il divenire costituito dal movimento della mia mano – dobbiamo rispondere al perché la negazione di questo divenire è autonegazione. E la risposta è perché anche qui la negazione di questo divenire è negazione solo in quanto questo divenire appare, giacché se non apparisse non avremmo a che fare con una negazione del divenire in senso non nichilistico. Ed allora anche qui la negazione presuppone, si fonda, su ciò che essa intende negare. È per questo che il senso non nichilistico dell’apparire è un innegabile e non è una interpretazione.

    Eppure non c’è divenire senza permanente; come è possibile che permanga qualche cosa nell’apparire, quando il cangiamento di una parte dell’apparire comporta il cangiamento di tutto ciò che appare?

    Severino:

    Ecco, questa è la premessa che non va. Perché se il cambiamento di un elemento dell’apparire implicasse il cambiamento di tutto, non potremmo parlare di divenire.

    Ma com’è può non implicarlo. In Tautótēs Lei afferma che non si può considerare l’identità come astratta dalla parte, ché altrimenti si genererebbe un regressus, e ciò è detto appunto affermando che l’identità trascendentale dell’essente contiene anche se stessa. Se si considerasse allora il cambiamento di una parte, e questo cambiamento di una parte non cambiasse la totalità, allora l’essente sarebbe considerato come isolato dal tutto, e cioè come identico al proprio altro.

    Severino:

    Non vedo contraddizione. La conseguenza di un dire del genere sarebbe che non potrebbe apparire il divenire, perché il divenire appare solo se l’elemento cangiante – innovante – è cangiante solo rispetto a qualche cosa. Ma se il qualche cosa è totalmente cambiato con l’intervento dell’elemento cangiante – se tutto è cambiato – allora non c’è un sopraggiungere su qualcosa, ma c’è l’apparire di qualcosa che non può essere nemmeno presente come diverso da quello che c’era prima, proprio perché se tutto è cambiato non c’è nemmeno il qualcosa che c’era prima.

    Dunque come è possibile che qualcosa permanga se al mutare del diveniente mutano i nessi?

    Severino:

    Ma allora lei deve impostare la domanda facendo appello a quello che io chiamo “principio di relazione”, e in questo senso io la interpreto così: dato che sin dalla Struttura originaria si sostiene che un significato in un contesto non è quello stesso significato in un contesto diverso, allora il permanere sembra che implichi che un significato si mantenga identico nonostante la variazione del contesto. Ho interpretato in maniera esatta?

    Esattamente.

    Severino:

    Il modo specifico in cui considero questo problema si trova certo nella Struttura originaria, ma anche negli Studi di filosofia della prassi. Ma questa è un’intervista, e non un saggio teoretico, e dunque permettetemi di rispondere così: l’aporia sorge perché dopo aver detto che il significato in un contesto diverso non è più lo stesso, si ripropone a proposito di questo significato la situazione di isolamento che gli conveniva con l’insorgere dell’aporia. La struttura è analoga a quella in cui si diceva che, se la struttura predicativa è non A=B ma (A=B)=(B=A), non si può prendere il primo A=B, isolandolo dalla sequenza totale, riproponendo a proposito di esso quella considerazione in basa alla quale la vera struttura predicativa non è A=B, ma (A=B)=(B=A). Allora le aporie di questo tipo si generano a causa dell’isolamento in cui la determinazione considerata viene trattenuta e dalla ripetizione di questo isolamento a proposito del risultato che emerge con il risolvimento dell’aporia. Però io con questo ho solo dato una indicazione formale.

    E dunque si intende astrattamente l’essente dal suo incominciante apparire.

    Severino:

    Incominciamo a dire che il permanente in quanto permane in un contesto diverso deve variare di significato, ma non può totalmente variare – questo è ciò che dicevamo prima e quindi riconosciamo certamente la variazione del significato permanente, ma neghiamo la totalità della variazione, ché altrimenti non potremmo più parlare di divenire. Si rifiuta allora il teorema secondo il quale un significato in contesti diversi varia, ma dire ciò non significa dire che questo teorema impone la variazione totale del significato, perché la conseguenza, di questa variazione totale, sarebbe il non avere a che fare con l’innegabile divenire, ma con uno spettacolo fisso dove non ci sarebbe permanenza.

    Sarebbe il caso a questo punto di tornare sull’articolazione concreta della struttura predicativa perché mi pare che l’esito del discorso dipenda dalla struttura della tautologia, ma abbiamo già abusato abbastanza del Suo tempo e quindi La ringraziamo della disponibilità che ci ha voluto concedere.

  11. Talìa

    La poesia di Francesca Dono mi ha fatto pensare alla sceneggiata napoletana, Isso, issa e ‘o malamente, dove il personaggio del ‘o malamente è dio che nella sua onniscienza non riesce a soccorrere Lilith, la donna che divide le crepe dal deserto, dai molluschi, dall’uccello strappato che sembra immobile rispetto al movimento della montagna in una sinestesia psicologica che pervade l’intero testo dove gli stimoli sensoriali non sono distinti ma concomitanti: che dio non sappia di bings maps?
    Ci sarebbe tanto altro da dire su questo testo liturgico.

    Alfonso Cataldo, invece, ci conduce da una aspettativa (intenzioni pre-matrimoniali) ad una realtà molto diversa da quella che ci si aspettava: il cinghiale inciampa al primo tormentone del bozzago (la poiana), passando tra parole in decantazione, equilibri “sulla trave” e “calce che bolle.” Un pezzo di vita un resoconto tra un ideale e un quotidiano.

    Tosi, sceglie, ironicamente “parole d’amore” per “alzare insieme la tapparella”, in uno scambio continuo, un mashup di domande che tolto il punto interrogativo potrebbero benissimo essere delle semplici constatazioni.

    In definitiva, tra i quattro, Dono e Cataldi parlano di sé stessi, Mayor e Talìa parlano di altro (?). Da notare, nella poesia a quattro mani, “gli autoreggenti di pizzo…” Chissà quale delle quattro mani, o meglio, “Chi delle quattro mani?”

  12. A-TOMISMO

    L’intercapedine non si fece attendere.

    Un io senza io sventolò lenzuola
    e disse che il balcone ci sarebbe stato.

    Passavano di sotto,
    avrebbe preferito lisciarsi le unghie

    Ma ognuno aveva un catena al collo
    Le falangi di marmo sul volante

    Il flusso in cui affoga il rosso.
    L’auto portavoce del verde.

    Un rosicchiare e passare indisturbati
    per poi organizzare ossa e carne.

    Fu salvo da ogni colpa, libero di andarsene
    Sbattendo lunghe pinne contro i muri

    L’equazione sovrasta le antenne:
    tornano nel conto i fili dei pianeti.

    Colpi di cemento completano i denti.
    Ma poi sorridono guardando lo specchietto.

    Se una banca soffoca
    un ragno succhia il cuore.

    Troppe mischie intorno agli uffici.

    Se cola sangue da una crepa
    l’ascensore chiede di allargare la sua vena.

    Un gruzzolo di numeri guasti
    Fa bene all’esattezza dell’oracolo.

    Nelle banche depositano i semi
    Nascono fichi dalle casseforti

    Passano il tunnel sotto il muro
    Linea di potenziale in cui scorre il calcare

    Poi d’improvviso il vuoto riempie il centro città
    Un mucchio di protoni confusi sui segni.

    Ruotano gambe scopando orme.
    Di fronte la statua di Albanese, martire 1799.

    I simboli s’affaticano.

    Ergono muri intorno Stalingrado.
    Chi le gira attorno sa che non resisterà.

    Alesia e Vercingetorige
    Bufere di voci, scatenamenti d’incubi.

    Il vaticinio scorre il futuro con cavalli di ghiaccio
    Si rumina senza abomaso si violenta senza uomo.

    Puntò Serse le sue meduse. Toccare di tentacoli
    E freddare la gazza nel nido.

    In fondo anche Cesare non è mai esistito
    Soltanto cellule su una scacchiera

    Lewis di polmone e calcolo combinatorio.
    Folte schiere nelle trincee senza inizio fine.

    ….

    Alla previsione mancò l’ estate.
    Doveva essere vento e mandorlo caldo

    Successero Giga con le piume di chioccia
    e uova infeconde.

    Mezzogiorno mise il sole
    in una buca di golf.

    Palline in orario
    si rincorrevano su un tavolo verde.

    Nacquero vecchi col secolo in polmone.

    Elettroni rifiutarono la carica
    nuclei sostituiti da alveari morti.

    La dipendenza dal carbonio
    sconfitta per sempre.

    Il tritolo aveva scelto dicembre
    per competere con il DNA.

    Il cupo chiuso di una borsa

    Polvere brucherà l’ erba.
    Mischia di aggettivi al ferro.

    Percentuali esatte navigarono l’Europa.
    E dunque nessun testimone oserà cantare.

    L’enfasi trasformata in orbitale.
    Ogni nascita di Stukas un canto gregoriano.

    I vichinghi sbarcarono nel 2020
    preceduti da un uragano di nero.

    Percorreranno il Volga, cercando ere.
    Caricavano bottini e violentavano la Russia.

    Bocche e vaticini da prendere agli uncini.
    Arrotolarono l’asfalto e ne sparsero il seme.

    La vista impedita dai globi.
    Nel cavo d’occhi la visione.

    D’ora in poi nittitanti senza palpebre
    E martellarsi di chiodi nell’ acciaio.

    Etica temperata da Efialte.
    Finestre obbedienti a un algoritmo.

    (Francesco Paolo Intini)

    • Talìa

      Trovo gli aforismi-polittico di Francesco Paolo Intini interessantissimi: ossimori, sinestesie, non-sense, metafore, iperbole… Una vasta e ricca gamma di figure e di bersagli centrati in pieno. Un ottimo esempio di poesia apofantica.

  13. Carlo Livia

    Vorrei esprimere la mia sincera ammirazione alla ignita tensione decostruttiva e alla violenza centrifuga e allucinatoria che percorre e organizza, in un codice sommerso, inafferabile, i testi di Cataldi. Ma , se mi è permesso, forse sarebbe necessario un elemento organizzativo, equilibrante, che funga da centro di attrazione e coesione di sintagmi, icone oniriche e frammenti narrativi, che personalmente vedo come un’energia emozionale, aggregante, effusiva di una sorta di logos metarealistico e visionario. In Cataldi questo filo conduttore, forse, si interrompe troppo frequentemente.

    TEMPO DI RACCOLTA

    I sessi scuri pregano, indifferenti alla tempesta di bambole.

    La gentilezza delle chitarre forma un toro rosa, che illumina la malattia sopra la cattedrale.

    Signore, tu hai divorato con noi l’agnello, ora immobile contempli gli universi, i millenni morti.

    La sorgente impazzita esporta profeti dilaniati, il nero delle loro anime scende e riempie l’offerta, l’attesa. Nella pausa piena di morti.

    Il tuono soffice si schianta nell’alcova, sugli spigoli biondi della dea, in fondo al peccato.

    L’amplesso precipita verso l’alto, nell’aria densa di pianoforti a coda.

    Io sono l’unico portale senza uscita, la stanza verde mi sogna nell’Eden appena risorto. Un giocattolo gettato via dalla principessa.

    Hai troppi desideri, troppi tentacoli – dice il dio vagante nelle praterie – hai la malattia immortale, la stella fissa, l’incendio nel duomo.

    Entro nella stanza retrostante. Un intero secolo in rovina. C’è solo la donna- serpente, che si trucca davanti allo specchio. Mi ordina di fermare i risorti.

    Cerco il pensiero per spegnere l’incendio. E’ un sogno di lampi immobili, in fila per il bacio di geranio. Della sovrana infedele, che muore sorretta dai suoi celibi.

    Il vagone viaggia verso l’Eterno. Ma è fermo in una giungla di metallo. Belve dementi bevono la lacrima immensa. Che è stata Dio.

    La sposa-bambina mostra l’ultimo istante. Un macigno di delizie, spesso viola. Lo usano i muri pazzi, per diventare cieli.

    • Talìa

      Carlo Livia ha perfettamente ragione quando afferma che i versi di Cataldi mancano, ancora, di “un centro di attrazione e coesione di sintagmi”, nel susseguirsi delle immagini dove improvvisamente risultano versi incisivi e versi più sfumati, il che non è male, diremmo, anzi, per usare una metafora canora, il canto di Cataldi riesce a raggiungere toni alti e toni calanti, ma il punto mediano si confonde spesso, sperso tra visioni oniriche e un reale quotidiano ancora circoscritto.
      Cataldi, però ha una sua personalità poetica. Fotografa frammenti che poi riassembla con una certa difficoltà il puzzle.
      La poesia di Carlo Livia mi offre lo spunto per spiegare meglio la coesione:
      I sessi- chitarre- toro (rosa n.d.r)- Signore- La sorgente-Il tuono-L’amplesso ecc… fino ad arrivare alla conclusione con la Sposa bambina che troviamo alla fine della poesia ma che è il soggetto della poesia.
      Mi sono limitato solo ai sostantivi, in quanto gli aggettivi che seguono nella poesia di Livia, sono scelte personali dell’autore e che possono essere tranquillamente sostituiti con altri.

      Posso fare una battuta, Cataldi?
      Ma sì, dai, la faccio, non resisto.
      Da quando hai abbandonato la poesia cucchiana
      sei diventato un poeta in progress interessante.

  14. Mi sembra che le superfetazioni poetiche di Alfonso Cataldi, Francesco Paolo Intini, Carlo Livia, Paola Renzetti e altri di questa pagina dell’Ombra vadano nella direzione di uno smontaggio dis-articolazione della struttura predicativa e del linguaggio sintattico unilineare. Finalmente, la poesia della nuova ontologia estetica è diventata adulta, si è lasciata alle spalle la struttura predicativa classica: soggetto-predicato-complemento oggetto, per sostituirla con una struttura non-predicativa. È stata sufficiente questa presa di possesso del cardine della nuova poetica per liberare le energie poetiche come un vaso di Pandora.

    Scrive Emanuele Severino:
    «l’aporia sorge perché dopo aver detto che il significato in un contesto diverso non è più lo stesso, si ripropone a proposito di questo significato la situazione di isolamento che gli conveniva con l’insorgere dell’aporia».

    La tautologia è il segreto del linguaggio: dire l’identico in modi sempre diversi. È da qui che ha origine il linguaggio. La tautologia crea la differenza e quest’ultima ripropone la tautologia. La struttura originaria parla il linguaggio della tautologia.

    Non posso che complimentarmi con tutti i protagonisti di questa pagina, sono convinto che stiamo scrivendo tutti insieme una nuova pagina della poesia italiana ed europea.

    «Entro nella stanza retrostante. Un intero secolo in rovina. C’è solo la donna- serpente, che si trucca davanti allo specchio. Mi ordina di fermare i risorti.»

    «Etica temperata da Efialte.
    Finestre obbedienti a un algoritmo.»

    Questi distici di Francesco Paolo Intini e Carlo Livia, da solo sono sufficienti per cancellare migliaia di pagine di pseudo poesia che circola in Italia. È un colpo di scopa che spazza via tutta la pseudo poesia di questi ultimi decenni.

    • Talìa

      «Etica temperata da Efialte.
      Finestre obbedienti a un algoritmo.»

      E qui abbiamo anche un bel Chiasmo: etica-algoritmo; Efialte-obbediente.
      Se Francesco Paolo Intini continuerà su questa strada, diventerà una punta di diamante nella costellazione NOE.

      Gentile, scriviamoci in privato e, soprattutto, scambiamoci i nostri rispettivi libri.

  15. Tallìa

    Caro Germanico,

    sono molto preoccupato. Giorgio Linguaglossa
    non è più quello di prima, E’ diventato un buono

    perdona tutti, perdona anche le mie intemperanze
    invece di ributtarmi nel vuoto da cui vengo.

    Dice che anche il vuoto è una “cosa”, una cosa che
    Contiene il vuoto stesso come un vaso che contiene

    La presentificazione e il paradosso del pieno e del vuoto.
    Tu lo capisci? Farnetica che la verità è più potente

    Della verità stessa. Non ti pare, Germanico, delirante
    Il pensiero per cui la verità che di per sé non esiste

    Possa esistere in un fondo veritativo? E poi frequenta
    Piazze dell’Urbe colme di sardine inneggiando

    Ad un rinnovamento che dal profondo dei mari terrestri
    Possa riportare questa nostra società malata di memoria

    A lungo termine dal Nulla al Tutto e che il Tutto possa comunicare
    Con il Tutto. Non ti pare la metonimia un sintomo grave?

    Lo tengo d’occhio e ti dirò nella mia prossima.

  16. Alfonso Cataldi

    Grazie a tutti per l’attenzione, le analisi e gli spunti critici.
    Buone feste

    Alfonso

  17. Un gorgo occluso.
    L’ultimo puntello in croce ripose Guernica.

    Una specie di ruggine.
    La palestra in fondo al foglio suggestiva.

    Tre velocipedi e un bilanciere,
    insomma un circo in miniatura. Attorno attorno

    il cigolio fiero delle belve a colori
    tre soldatini fusi al peso di una lenza.

    (Ruggine, ruggine di pensiero…)
    GRAZIE OMBRA, sempre giovane.

  18. Un Buon Natale a tutta la compagnia!!!!

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