Poesie per il 93mo anno di Alfredo de Palchi (1926), Poesie di Anna Ventura, Gino Rago, Giuseppe Talia, Francesca Dono, Antonella Zagaroli, Marina Petrillo, Riflessioni di Andrea Brocchieri, Giorgio Linguaglossa

 

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Alfredo de Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Giorgio Linguaglossa

Alfredo de Palchi è un uomo che ha abitato e continua ad abitare un solo «luogo»,
la Legnago e Verona della sua infanzia

e della sua precoce adolescenza andata perduta. L’Italia è per lui la Legnago di quando era bambino, piccola cittadina di provincia infatuata di fascismo e, in seguito, anche di ferocissimi atti di assassinio e di vandalismo. Quella è stata per Alfredo de Palchi una esperienza traumatica che lo ha come inchiodato per tutta la vita a seguire. Un poeta è nient’altro che il suo «luogo», e il suo linguaggio sarà nient’altro che l’eterno ritorno in quel «luogo», un maledetto eterno ritorno alle proprie origini.

Alfredo de Palchi è il poeta di questo «luogo» maledetto che la storia poi si è incaricata di interdire e maledire, e con quello anche il giovanissimo uomo Alfredo che ha abitato quel «luogo». La poesia è sempre e soltanto emanazione di un «luogo» soltanto, che diventa «luogo» metafisico e acquisisce una «patria metafisica delle parole». Tutto il resto è letteratura o bellettristica letteraria. Basta leggere le poesie di de Palchi per rendersene conto:

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre
nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto

Più in generale, all’uomo non è indifferente il luogo dove spende la propria esistenza.
Abitare è per lui il verbo dal significato più affine a quell’altro verbo, così austero e misterioso, Essere. L’uomo abita, è un abitatore di luoghi, di spazi. Ogni spazio è una campata di cielo e una fuga di sguardi, un’apertura inventata dall’orizzonte suo custode, una volta per tutte o forse ogni volta diversa. Abitare un luogo è  pensare e pensarsi in rapporto alla geografia del dove, all’ordine dello spazio che lì si dispiega, in relazione alla luce che in quella contrada il giorno conosce. Esser nati tra colli tranquilli, o travalichi montani, o sulle spiagge del mare senza fine, o aver vissuto in luoghi di guerra sono diverse istanze a cui ciascuno dovrà rispondere mediante il proprio esistere. L’uomo non abita soltanto gli spazi e i luoghi che la ventura disegna, anzi, egli, forse, abita soprattutto quegli spazi ideali che sono le parole che nuotano in quei luoghi.

È infatti nel cerchio del dire che le cose, prendendo la parola, si fanno incontro agli uomini e si lasciano da loro comprendere, si raccontano.
Quando poniamo la nostra esistenza nel luogo del dire, nello spazio della parola, lì incontriamo le cose in un altro modo, non più come mute e indeterminate cose in sé, chiuse nel mistero del loro silenzio inviolato, ma come cose per me, come voci che prendono ad abitare con me la nostra esistenza.

Il discorso poetico depalchiano ruoterà in tutti questi anni, a partire dagli anni cinquanta quando scrive, giovanissimo, la Buia danza di scorpione (scritta dal 1945 al 1951 durante la sua detenzione in carcere), come una trottola intorno al luogo di Legnago e di Verona che diventerà l’epicentro cataclismatico della guerra partigiana e della personale esperienza significativa del giovanissimo de Palchi.

Un’altra caratteristica della poesia depalchiana è che essa mette in scena l’irriducibilità dell’esistenza, il qui e ora, l’indicibile unicità dell’esistenza, i suoi umori, le sue ubbie, le idiosincrasie, le passioni, gli odi profondissimi per l’ingiustizia subita, l’odio per l’Italia del suo tempo che lo aveva condannato all’auto esilio, l’odio per la falsa coscienza, il rancore per la falsa narrazione della sua biografia, l’avversione verso ogni discorso che non tornasse al punto che gli stava più a cuore: l’irriducibilità dell’esistenza umana sub specie della irriducibilità di ogni esistenza. È il primo albeggiare della tematica squisitamente esistenzialistica nella poesia italiana, che verrà poi interrotta dalla ideologizzazione del privato e dalla poesia privatistica che troverà divulgazione dagli anni settanta del novecento.

Essere abitatori del «luogo» significa essere abitatori della civiltà, concepire l’esistenza a partire dall’idea che apre l’orizzonte in cui tale civiltà consiste. Il «luogo» deve esser concepito come spazio spirituale e simbolico in cui l’esistenza si offre in un certo modo e le parole si danno, allora si può pensare che tutti i fatti che solitamente si menzionano come sue proprie cifre caratterizzanti non siano altro che le testimonianze della dimensione in cui tale spazio trova il suo ordine. Acquista improvviso interesse quell’assonanza che esiste tra la parola “civiltà” e la parola “città”, tra civitas e civilista, tra civitas e storia; così come la città è il modo in cui l’uomo impara ad abitare un certo luogo fisico, costruendovi gli edifici e le vie della propria esistenza a partire dalle peculiarità intrinseche di esso, così pure la civiltà è, in origine, quell’archetipo ideale nel quale edifichiamo la nostra esistenza e troviamo, rintracciamo le nostre parole, le parole che cercano un senso dove abitare.

Andrea Brocchieri

«Entschlossenheit

Il fatto è che in Sein und Zeit non c’è soltanto questo linguaggio della possibilità ma esso è in un certo senso superficiale e viene strutturalmente subordinato ad un altro linguaggio, cioè ad altre parole che hanno il compito di far emergere qualcosa di differente rispetto alle modalità dell’ontologia classica. Se ci si limita a lavorare col vocabolario filosofico tradizionale per individuare le occorrenze del discorso sulla possibilità in Sein und Zeit si rischia di non riconoscere nemmeno i luoghi testuali di tale discorso. D’altra parte Heidegger non ci vuole sviare, e basta seguire l’indagine di Sein und Zeit per trovare questi luoghi e quelle altre parole. Solo che – come sempre con Heidegger – bisogna saper leggere le parole diversamente da come siamo abituati.Ci chiediamo dunque: grazie a che cosa l’esserCi è un “poter essere” che rende possibili gli enti come possibilità (d’azione)? – Rispondiamo in una parola: grazie alla
Entschlossenheit.

Questa parola non è affatto semplice, un po’ come Ereignis, di cui in un certo senso tiene il posto, qui in Sein und Zeit.
La parola Entschlossenheit non indica semplicemente una condizione dell’esserCi, ma una dinamica di chiamata-risposta (Ruf-Antwort) che costituisce l’esserCi come una determinata (cioè finita, storica) apertura del “mondo”. Ent-schlossenheit indica che la Erschlossenheit (schiusura) del mondo non avviene “per natura” (φύσει) ma nemmeno per un libero arbitrio (νόµῳ) ma nel gioco tra un “non” (Nicht: un’assenza che reclama risposta) e l’assunzione della responsabilità di questa risposta. L’essere vivente che è capace di ascoltare questo “non” e che se ne prende cura, si assume la responsabilità di dar luogo all’essere al posto di quel nulla. “Al posto di” non significa: mettere l’ente al posto del nulla, assumendosi un compito creativo

– (Sartre: se c’è l’uomo non c’è Dio) –

ma significa: assumersi il compito di fare le veci di quel nulla come fondamento dell’ente; infatti quel“non”, essendo nullo, si presenta come Ab-grund, come un fondamento che non c’è. L’esserCi si chiama così perché esso c’è nel dar luogo all’essere dell’ente al posto del fondamento assente. Il modo in cui l’esserCi c’è non è però un autonomo sussistere ma è un e-sistere, perché c’è solo in quanto è spinto ad esserci come fondamento dall’assenza del fondamento: visto che quest’ultimo non c’è son costretto ad esserlo io.»

https://www.academia.edu/5304733/Heidegger_la_possibilit%C3%A0_nel_pensiero_dellEreignis

Commento

La poesia di Sessioni con l’analista (1967) e di Paradigm (2013) di Alfredo de Palchi ci mette davanti ad una difficoltà: l’irriconoscibilità delle sue parole. È inutile girarci intorno, il problema è che una poesia così diversa dai linguaggi poetici che sono stati in vigore in questi ultimi decenni fa problema, obbliga alla revulsione, al respingimento e alla rimozione. Allora, il problema diventa un altro. Se c’è un problema di irriconoscibilità di ALTRI linguaggi poetici, se poeti (tra l’altro così diversi l’uno dall’altro) come Helle Busacca, Giorgia Stecher, Maria Rosaria Madonna, Mario Lunetta, Anna Ventura, Mario Gabriele vengono tacitati nel dimenticatoio o vengono deiettati dall’arco costituzionale della poesia italiana, ciò significa che c’è un duplice problema di memoria e di arco costituzionale della poesia italiana, che c’è un atto di rimozione di linguaggi non omogenei alla forma-poesia delle istituzioni letterarie.

In realtà, la poesia, quella «nuova», è sempre diversa da quella egemone o maggioritaria, tutti i poeti che ho citato sopra sono poeti dissimili l’uno dall’altro per lessico, stile e genere poetico prescelto. La «poesia nuova» indica sempre una diversa «possibilità», è bene prenderne atto. Se andassimo a esaminare il lessico impiegato da questi poeti ci renderemmo conto che ciascuno di loro impiega un proprio «determinatissimo» lessico, che implica una «chiusura» e una nuova «apertura», che implica una «cesura» e una «cucitura», uno «stop» e un nuovo «Inizio».

(Giorgio Linguaglossa)

Anna Ventura di lato

Poesie per il 93mo anno di Alfredo de Palchi

Anna Ventura

Storia di un grande amore

Zio Federico era alto un metro e cinquanta, era zoppo e ubriacone.
Era anche strapieno di letture scombinate, di studi confusi e sapeva alcuni canti danteschi a memoria.
La moglie Elvira, sorella di mio padre, era alta e sottile come un sedano, aveva un ricciolo fisso sulla fronte e un gigantesco cane lupo fedelissimo con il quale fu ritratta in una foto che piaceva molto a Federico.
La sera Zia Elvira scendeva nei suburbi a richiamare Federico e, con enorme fatica riusciva a riportarselo a casa.
Lui era convinto di essere un eroe perché durante la guerra spesso aveva scritto invettive ed esortazioni ad osare.
Accattava libri dovunque per cui aveva una biblioteca enorme, tanto che il suo peso fece crollare il pavimento. In quell’epico momento io ero ospite di Zia Elvira e riuscii a salvarmi solo perché la sera prima ero andata a dormire in un’ altra stanza.
Quando Zia Elvira morì il marito non sopravvisse al dolore e dopo un po’ la seguì nella tomba.
Il loro fu un grande amore.

Gino Rago 3

Gino Rago

Gino Rago

Un polittico per Alfredo de Palchi

“Fat Man” su Nagasaki…

Stoccolma, luglio 2019,
dalla cronaca del quotidiano di Svezia:

“Oggi è morto anche il suo cane.
Prima se ne andarono il figlio e la moglie.

La casa. Un museo di cianfrusaglie,
Di rimanenze di ciò che è stato.

Il piastrellista-di-Uppsala va in pensione
Ai margini dell’esistenza.”
[…]
Il Signor A. d. P.* si è ritirato
Ai confini del vivere,

Dichiarata inappartenenza
Alla società, al mondo, alla vita.

«Uomo della possibilità»
Costretto in un mondo di congiuntivi,

di affermazioni precedute da un “forse”
Seguite da un punto interrogativo,

A. d. P.-piastrellista-poeta
Mette il vento nelle vele

Per un viaggio a ritroso
Alla ricerca di come giungere a sé stesso.

In quali luoghi è andato smarrito
Ciò che dava realtà e senso alla sua vita?

Il Signor A. d. P. accetta soltanto lavori in nero.
Nella casa dell’amico da restaurare

Entrano personaggi veri o sognati.
Il piastrellista di Uppsala-Verona li conosce tutti.

«Storia di un uomo della possibilità….»
Storia di un poeta. Di una vita nella estraneazione

Nella rivolta degli oggetti smarriti.
[…]
La sua vita disciolta nei versi…
Ci ha detto:« Con la poesia uccidete la morte.

Fatelo per la libertà di tutti.

Dello sfruttato e dello sfruttatore».
Alfredo ha attraversato un Secolo di orrori,

Il dolore di Vallejo è stato il suo dolore
Nel petto. Nel bavero. Nel pane. Nel bicchiere.

Nei versi ha dato i baci che non poteva dare,
Soltanto la morte morirà

E la formica porterà briciole
Alla bestia incatenata,

Alla sua bruta delicatezza:
«Uccidiamo la morte con i versi, solo la morte morirà».
[…]
Da una e-mail di Alfredo de Palchi
Al Direttore di Il Mangiaparole:

“Caro signor poeta,

Crede ancora al mondo dei miti?
Dal 6 agosto del 1945

Dopo “Little Boy” su Hiroshima
I vincitori e i vinti di Troia

Sono a New York con le loro donne.
Ecuba in cucina prepara marmellate,

Cassandra legge i giornali ogni mattina,
Priamo gioca in borsa.

Paride con i dreadlock
Porta il cane al Central Park.

Presso i Greci si diffonde l’Aids,
Un guerriero travestito da Clitemnestra

sgozza il Re nella vasca da bagno.
Ettore lo incontro sui 10 chilometri della Fifth Avenue

Mentre Andromaca fa acquisti da mille e una notte.
Astianatte gioca col pc. E’ sempre solo a casa.

I miti sono l’inganno d’Occidente,
“Fat Man” su Nagasaki ha cambiato il mondo…

Ma per Lei forse i miti sono l’aria.
Chi vivrebbe senz’aria…”

*A. d. P. è Alfredo de Palchi

Giuseppe Talia Roma 4 marzo 2017 Roma

Giuseppe Talìa

Giuseppe Talìa

Due Poesie

a AdP

Sessioni di Alzheimer.

Stamattina mi sono svegliato con il cazzo duro.

Non succedeva da giorni. I sogni presenti.
Come quando sembri sveglio e invece domini.

In un cimitero con te per mano.

*
Una chiesa francescana e una balestra.
Tu mi conducevi, eravamo due ombre.

*
Eri con la nuova fidanzata. Mi venivate incontro.
Arturo e Jacopo mi aiutarono a prendere la chiave
che era caduta
In un tombino.

*
Stavo seduto in una stanza affrescata
con una penombra che mi lasciava.

*
Tu mi indicavi un luogo, oscuro e umido come un parcheggio.
(Firenze, 21 settembre 2019)

Io sono Alfredo

Sono buono, sono buono. Sono buono?
Mi chiedo appena apro gli occhi.

Le cellule nervose dei miei occhi
Sono sottoposti a una elevata pressione.

Ne ho viste tante e tante ne ho sopportate
Scrivo ancora con mente pornografica.

M’indigno sempre quando sento la voce
Da sceriffo di Trump,

E non perdono il glaucoma
Che mi priva delle tue forme

(Sgarro l’acqua dei ricordi)

Le tue forme come l’Adige
e soltanto l’Adige è dentro di me*

Come indulgente è stata la Senna
Che mi ha ributtato fuori: – Sei troppo onesto

Per morire oggi, tu che hai graffiato
Con le unghie i muri della cella

Hai un altro seme da trapiantare
E da perdonare, perché senti su di te

l’agonia delle bestie da macello
per mano della fauna carnivora*

Sono buono, troppo buono, sempre.
– Le tue parole mi arrivano sorde. Sono sorde.

Sorde come l’attaccapanni che apre quell’Antologia
Priva di nomi e con tanti cognomi sic transit…

Sono buono. Non quando leggo e quando scrivo.

(Firenze, 5 dicembre 2019)

onto Francesca Dono

Francesca Dono

Francesca Dono

/…/

screenshot nella radura di catrame . L’amaca oscilla su strani accappatoi muscolari. Due apostrofi.
Una palla d’argento. Ecco da dove le bestie si tuffano per spegnere la carne buona . Cuore trasformato.
Segnare il numero dei chiodi e delle gocce di aceto-dice la Signorina Pearl. Oltre il ronzio dei bambini.
C’è poco da scrivere.In questa voliera le zampe si confondono con le ali.

/…/

niente melograni. Guanti di cuoio per bussare sulle assi della botte. Loop/Jesus/Proprio così.
Si disegna unicamente l’odore tra i grigi. Nella miscela quello che
i grigi vogliono.
Graffi o punteggiature premute insieme. Mr. Crocodile sarà indicato col
corpo di nessuno.
Sono le 6,45. L’alba sta sotto il nevischio degli atomi. In silenzio.
Un vestito che spegne la sigaretta dietro le querce della piazza.

Antonella Zagaroli 20

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

1)

Uomini piccioni tubano
sotto i tetti lanciano
deiezioni, sfidano città già martoriate.

La solitudine avvolge me poeta
Silenzio
Intorno la paura inneggia chi urla

Ma suona sempre più alto il silenzio
Vivo
oltre le righe scritte.

(2019)

2)

Solchi d’aratro nell’acqua
i versi dei poeti, singhiozzi
soffocati da voci a percussione
battono
chi si nasconde fra menti di plastica,
ogni pensiero è invaso,
paralizzato
dentro smorfie quotidiane.

I poeti si diradano, stanchi
La poesia lotta per il suo respiro, annaspa
verso la riva più vicina.

(2019)

Marina Petrillo tra i riflessi

Marina Petrillo

Marina Petrillo

                                              Al Poeta Alfredo de Palchi

Cristalli delimitano porzioni di etere. Estranei al contatto, levitano a sospesa materia. In rifratto segmento traducono ignoti inverni in pallore. Il tragico bambino risiede in sua litania ed attende del graffio inferto, rinascita.

*

Alfredo de Palchi periodo francese

Alfredo de Palchi periodo francese

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove dirigeva la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale.

Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in dieci libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; Il edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova,
Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montaldo, Novi Ligure (AL): Edizioni Joker (2010); 12 poesie, Tallone Editore, Alpignano (TO) 2014; Nihil, Stampa 2009, Azzate (VA) 2016. nel 2017 pubblica Estetica dell’equilibrio e, nel 2019, Eventi terminali, con Mimesis Hebenon.

Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane.

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12 risposte a “Poesie per il 93mo anno di Alfredo de Palchi (1926), Poesie di Anna Ventura, Gino Rago, Giuseppe Talia, Francesca Dono, Antonella Zagaroli, Marina Petrillo, Riflessioni di Andrea Brocchieri, Giorgio Linguaglossa

  1. Anni Cinquanta.

    La dissoluzione dell’unità metrica

    È proprio negli anni Cinquanta che l’unità metrica, o meglio, la metricità endecasillabica di matrice ermetica e pascoliana, entra in crisi irreversibile. La crisi si prolunga durante tutti gli anni Sessanta, aggravandosi durante gli anni Settanta, senza che venisse riformulata una «piattaforma» metrica, lessicale e stilistica dalla quale ripartire. In un certo senso, il linguaggio poetico italiano accusa il colpo della crisi, non trova vie di uscita, si ritira sulla difensiva, diventa un linguaggio di nicchia, austera e nobile quanto si vuole, ma di nicchia. I tentativi del tardo Bertolucci con La capanna indiana (1951 e 1955) e La camera da letto (1984 e 1988) e di Mario Luzi Al fuoco della controversia (1978), saranno gli ultimi tentativi di una civiltà stilistica matura ma in via di esaurimento.

    Dopo di essa bisognerà fare i conti con la invasione delle emittenti linguistiche della civiltà mediatica. Indubbiamente, il proto sperimentalismo effrattivo di Alfredo de Palchi (Sessioni con l’analista è del 1967), sarà il solo, insieme a quello distantissimo di Ennio Flaiano, a circumnavigare la crisi e a presentarsi nella nuova situazione letteraria con un vestito linguistico stilisticamente irriconoscibile. Flaiano mette in opera una superfetazione dei luoghi comuni del linguaggio letterario e dei linguaggi pubblicitari, de Palchi una poesia che ruota attorno al proprio epicentro simbolico. Per la poesia depalchiana parlare ancora di unità metrica diventa davvero problematico, non c’è traccia di metapoesia, l’io è direttamente coinvolto con le vicende del mondo storico, ne esce una scrittura magmatica, effrattiva, revulsiva.

    L’unità metrica pascoliana si è esaurita, per fortuna, già negli anni Cinquanta quando Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci (1957). Da allora, non c’è più stata in Italia una unità metrica riconosciuta, la poesia italiana cercherà altre strade metricamente compatibili con la tradizione con risultati alterni, con riformismi moderati (Sereni) e rivoluzioni formali e linguistiche (Sanguineti e Zanzotto). Il risultato sarà lo smarrimento, da parte della poesia italiana di qualsiasi omogeneità metrica, con il conseguente fenomeno di apertura a forme di metricità diffuse. Dagli anni Settanta in poi saltano tutti gli schemi stabiliti. Le istituzioni letterarie scelgono di cavalcare la tigre.

    Zanzotto pubblica nel 1968 La Beltà, il risultato terminale dello sperimentalismo, e Montale nel 1971 Satura, il mattone iniziale della nuova metricità diffusa. Nel 1972 verrà Helle Busacca a mettere in scacco queste operazioni mostrando che il re era nudo. I Quanti del suicidio (1972) sono delle unità metriche di derivazione interamente prosastica. La poesia è diventata prosa. Rimanevano gli a-capo a segnalare una situazione di non-ritorno.

    Resisterà ancora qualcuno che pensa in termini di unità metrica stabile. C’è ancora chi pensa ad una poesia pacificata, che abiti il giusto mezzo, una sorta di phronesis della poesia. Ma si tratta di aspetti secondari di ideologemi espressivi che esploderanno nel decennio degli anni Settanta. Nel 1971 vede la luce il libro d’esordio di Dario Bellezza, Invettive e licenze:

    Il mare di soggettività sto perlustrando
    immemore di ogni altra dimensione.

    Quello che il critico vuole non so dare. Solo
    oralità invettiva infedeltà

    codarda petulanza. Eppure oltre il mio io 5
    sbudellato alquanto c’è già la resa incostante
    alla quotidianeità. Soffrire umanamente

    la retorica di tutti i normali giorni delle
    normali persone. Partire per un viaggio

    consacrato a tutte le civili suggestioni: 10
    pensione per il poeta maledetto dalle sue
    oscure maledizioni.[1]

    La prima raccolta poetica delle giovani generazioni che si afferma nel panorama letterario italiano dopo la rivoluzione culturale del Sessantotto è Invettive e licenze (1971) di Dario Bellezza, «giovane poeta interamente post-sessantottesco» scriverà Pasolini, opera pubblicata nello stesso anno di Satura di Montale, Trasumanar e organizzar di Pasolini e Viaggio d’inverno di Bertolucci. Il libro è il «primo segno» della nuova generazione e marca probabilmente la linea di confine tra l’espressione dei giovani autori e degli autori maturi.
    Pasolini nella quarta di copertina definisce l’autore come «il miglior poeta della nuova generazione», auspica dai giovani una riscossa, una nuova voce, in quanto sono circondati da un panorama letterario rinnovato, ma molto fragile alle fondamenta, scosso dal mito dell’antiletteratura che la Neoavanguardia ha propagato nel quinquennio 1963-1968, dal materialismo politico rilanciato dal movimento per il ruolo dell’intellettuale e dal potere della cultura di massa, della civiltà dei consumi che relega la letteratura ad uno spazio marginale.
    In questo contesto, scrivere «Il mare di soggettività sto perlustrando…» indica un momento di ripiegamento, lo spunto metapoetico vuole descrivere non più il mondo ma si scandaglia l’io alla ricerca delle ragioni che forniscano alla poesia la propria giustificazione di esistere. Da Invettive e licenze al romanzo Il carnefice (1973), l’«io sbudellato» diventa la tematica base della sua poetica: l’io «nudo e crudo» che «in Italia la reticenza piccolo-borghese ha sempre trasformato in favola o apologo», scriverà più tardi quasi a dare una giustificazione ideologica ad una scelta stilistica ed espressiva istintiva.
    La tematica dell’io sarà vissuta dalle nuove generazioni come una riappropriazione di una forma di vita che si andava scoprendo allora come nuova e che in seguito diventò una moda e un inconsapevole ideologema, basti ricordare un’altra opera poetica significativa di questa Stimmung, La chiave di vetro (1970) di Elio Pecora.

    Edoardo Sanguineti riassumerà così ex post la nuova situazione della poesia italiana degli anni settanta:

    «È cambiato in modo assolutamente eterogeneo il modo di far versi, in maniera antitetica con la neoavanguardia. Una poesia tutta effusiva, estremamente poco realistica, anche poco razionale, assai poco pensata, assai poco dotata di controllo teorico, assai abbandonata nel complesso. […] C’è questa poesia del riflusso, quella dei pentiti della politica che tornano con animo tranquillo alla poesia, anzi si sentono molto poeti. Una figura come Bellezza mi pare assolutamente sintomatica. […] Non sento quella di oggi come una situazione di post-avanguardia, quanto come una situazione d’attesa. Deve succedere qualcosa. Non è possibile che il realismo sia del tutto perduto». (1984) 1

    Sanguineti è così costretto a prendere definitivamente atto dell’esaurimento della spinta propulsiva della Neoavanguardia.

    La nuova generazione abbraccia una poesia come emanazione diretta del vissuto. Si ha fiducia nella spontaneità del linguaggio che ha molto di provvisorio e di effimero, lontano da qualsiasi fiducia nell’espressione letteraria. La forma-poesia viene invasa dal vissuto di contro al letterario, si nutre fiducia nella autenticità espressiva che si ribella a qualsiasi schema tematico e stilistico.

    «Il mare di soggettività» di Bellezza è il modello metapoetico che traduce stilisticamente la seduzione dello stile confessionale. Nell’Introduzione a Il movimento della poesia italiana negli anni Settanta, Tomaso Kemeny osserva che «mentre la scrittura si arricchisce di figure retoriche, di ritmi variati, la sintassi si inspessisce, i testi si rivelano relativamente meno “opachi”, quasi come se i poeti volessero “sedurre” il lettore più che “traumatizzarlo”».2
    Il neo-individualismo e il nuovo irrazionalismo della affluent society e del craxismo vedrà l’affermazione dell’autobiografia e della scelta confessionale, una letteratura del vissuto che mira all’espressione dell’io come utopia sua realizzazione autentica che in Bellezza si esplica nella forma di un’«episteme screpolata […] della propria anima» e di «un corpo gettato nell’accadere» e nell’eruzione magmatica della soggettività.

    1 Scrittura poetica e comunicazione in versi. Conversazione con Edoardo Sanguineti, Genova, aprile 1984, in Non ci sono sedie per tutti. Una ricerca sulla poesia italiana degli anni Settanta, a cura di Marco Calabria, Rocco Carbone, Daniela De Sanctis, Monica D’Onofrio, Rosamaria Facciolo, Tommaso Giartosio, Antimo Palumbo, Emanuele Trevi, Ricerche finanziate dall’Università “La Sapienza” di Roma, Roma, Valore d’Uso Edizioni, 1985, p. 124
    2 Tomaso Kemeny, Introduzione a Il movimento della poesia italiana negli anni Settanta, cit., p. 6

  2. Talìa

    Bella pagina questa di oggi, in omaggio ad Alfredo. Potesse vederla e leggerla vedrebbe le bellissime donne che oggi lo ricordano, l’amica Antonella Zagaroli, la profonda Anna Ventura, Francesca Dono che ha un taglio oscuro e intenso negli occhi, il viso perfetto di Marina Petrillo, pieno di luce (mi devo scusare pubblicamente per la mia intransigenza, vedrò di capirci meglio e di capirmi meglio).

    • Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.

      😂😂😂un abbraccione Talia.

      • Talìa

        Caro Pierno, grazie della tua assoluzione, anche se io credo solo nella autoassoluzione e sono un Protestante, battezzato nello spirito santo per aver parlato lingue sconosciute. Dopodiché non sono mai più entrato in una chiesa, o in un tempio, o sotto “la tenda del Signore”, perché credo che il tempio sia dentro ognuno di noi: noi siamo il tempio e noi siamo la liturgia.

        Colgo l’occasione e ti chiedo le poesia 3-13 -23- 43 della tua silloge (il tuo tempio e la tua liturgia).

        • 3
          L’isola che restringemmo nell’asola del mare
          richiudemmo secca in un bottone acuto: “mayday, mayday”

          Non devi stare allora ad ascoltare figlio
          il mare di mazzate, la correzione è d’obbligo, cazzate

          che la sostanza propone. In assenza di piano
          la casualità applicata ha preferito virgulto a Virgilio.

          13
          La terza fornitura li trovò spiazzati
          soprammobili al punto d’incontro.

          All’ora prestabilita, al buio inesploso, nella tenebra allegra.
          Si apprestarono in tanti

          soltanto con Peluche e Mascotte.
          Ed i cani sorrisero. Si leccarono anche.

          Ridevano i musi, mostravano i denti,
          cosa offrivano in cambio?

          E loro incalzarono, “Peluche e Mascotte!?”
          E allora sbraitarono. Fuggirono fornitori e mercanti

          23
          L’incudine molle
          non assorbe le grida lontane
          e spesso nel vuoto dei colpi avverti un dolore.
          Le spighe volentieri risponderebbero
          assorte e la sorte ingannare vorrebbero, i papaveri rossi!
          La polvere esatta nel ricordo si ammala. (non colta)

          43 cassata.

          Grazie Talia.
          Un abbraccione.
          (Trasmetti un saluto caro ad Alfredo de Palchi)

          Grazie OMBRA.

  3. Ho inserito la riflessione sulla destrutturazione dell’unità metrica della poesia italiana avvenuta negli anni Cinquanta per fare luce sulla situazione di isolamento assoluto in cui si è venuta necessariamente a trovare l’opera d’esordio di Alfredo de Palchi, Sessioni con l’analista (1967). Passano appena quattro anni da questo libro a Invettive e licenze di Dario Bellezza e La chiave di vetro (1970) di Elio Pecora, e tutto è cambiato. È mutato il quadro storico del Paese e l’orizzonte di attesa, il vissuto incrostato di storia e di disperazione esistenziale di de Palchi viene sostituito da un vissuto dimidiato di storia, anzi, avversario di ogni ipotesi di coinvolgimento del soggetto nella storia d’Italia… La poesia italiana cambia rotta, si va nella direzione di una ipostatizzazione dell’io e del suo vissuto, si va verso la «conquista» della privatizzazione e della tribalizzazione della verità post-moderna…

    «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1

    Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica»; di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. Da questo momento, la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privatistico. Questo deve essere chiarissimo, è un punto inequivocabile. Che segna una linea che bisogna tracciare con la massima precisione.

    E questa deriva Mario Lunetta l’aveva ben compresa fin dagli anni settanta. Tutto il suo interventismo letterario nei decenni successivi può essere letto come lo sforzo di fare della forma-poesia una questione pubblicistica, di contro al mainstream che ne faceva una questione privata, anzi, privatistica.

    La pseudo-poesia privatistica alla Mariangela Gualtieri e alla Vivian Lamarque intercetta la tendenza privatistica delle società a comunicazione globale e ne fa una sorta di pseudo poetica, con tanto di benedizione degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione nazionale.

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017

  4. gino rago

    Condivido l’apprezzamento denso di entusiasmo di Pino Talìa sulla, diciamolo senza inerzie mentali, bellezza piena di questa Pagina de L’Ombra
    delle parole, ben allestita da Giorgio Linguaglossa in onore di Alfredo de Palchi, alla bellezza, all’alta resa estetica di questa pagina odierna de L’Ombra corrisponde anche pienamente la qualità poetica davvero alta dei testi poetici oggi proposti.

    E il tutto fa bene ad Alfredo de Palchi, fa bene alla sua lunga vicenda umana e poetica, anche perché non ha mai indebolito la sua “autocoscienza storica”, tanto per ricordare quel mio recentissimo lavoro apparso su L’Ombra giorni addietro (e che spero qualche frequentatrice/frequentatore del blog abbia letto, ma ne dubito tanto) proprio come “l’indebolimento dell’autocoscienza storica attraverso l’esame della poesia di Vittorio Sereni”.

    Così come Alfredo de Palchi, pagando alti prezzi come è stato anche per Mario Lunetta, non si è mai piegato a quell’antropologia su cui lo stesso Mario Lunetta, cui cedo la parola lucida e tagliente, ha scritto: “[Un’antropologia] ridicolmente riduttiva e corporativa ha lavorato a ritagliare del Poeta un profilo da proporre in qualche modo come esemplare al culto soprattutto giovanile, pagando un tributo pesante sia all’effimero di triste e non remota memoria che alle mode proposte da un generazionalismo opportunistico e miope.

    Non è certo arduo, in un quadro tanto meschino, scorgere le ragioni che hanno favorito la confusione delle sfere di cui prima si parlava.

    Il risultato è stato un indebolimento degli steccati che in passato separavano professionalità e improvvisazione, narcisismo dilettantesco e rigore, filtro autocritico ed emozionalismo d’accatto[…]”

    Indebolimento dell’autocoscienza storica, dunque, dei poeti nato dopo il 1946/ 1950 coincidente secondo il pensiero di Lunetta con “l’indebolimento degli steccati” in grado di tenere distinti il rigore della scrittura dal narcisismo dei dilettanti, la ricerca linguistico-formale dalla improvvisazione con parole morte e inabitate, il filtro dell’autocritica da ciò che Lunetta chiama “emozionalismo d’accatto…” , in perfetta armonia con le nostre linee e con i nostri sforzi che fino a questo momento hanno condotto alla forma polittico in distici, per me, per ora, la punta più avanzata del tentare di far poesia, oggi.

    (gino rago)

  5. La poesia è Evento.
    È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta
    guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.

  6. Elemento differenziale e caratterizzante la nuova poesia è la centralità della dimensione temporale e della quadri dimensionalità.

    Roberto Terzi:

    Il tempo originario non è né la serie di ora lineari del tempo naturale in cui solo l’«ora» presente è realmente, né un tempo vissuto della coscienza. L’esser-stato e l’avvenire non sono semplicemente qualcosa che non è (non più o non ancora), ma sono a loro volta modalità dell’essere-presente, del venire-alla-presenza per l’uomo e di riguardarlo, distinte da ciò che è attualmente presente. Il tempo originario è allora il gioco reciproco, circolare e differenziale delle sue tre dimensioni che passano l’una nell’altra e si offrono l’una all’altra determinandosi reciprocamente: avvenire ed esser-stato rimandano l’uno all’altro e dal gioco dei due scaturisce il presente. Ciascuna
    delle tre dimensioni offre se stessa alle altre e in questo modo si dischiude l’«aperto» dell’essere: il tempo apre dunque la radura (Lichtung) in cui si dispiega concretamente il darsi dell’esse-re come venire-alla-presenza, dove la presenza scaturisce dal gioco reciproco delle dimensioni temporali e quindi dal ruolo costitutivo dell’assenza. Ma se l’unità delle tre dimensioni temporali riposa «sul reciproco gioco di passaggi dall’una all’altra», questo gioco non può essere messo in conto a nessuna delle tre dimensioni prese singolarmente; perché si possa dispiegare questo gioco reciproco delle tre dimensioni temporali, ci deve essere uno spazio-di-gioco, un ambito in cui può aver luogo questo passaggio.

    È quella che Heidegger indica come «quarta dimensione»: «il tempo autentico è quadridimensionale» e la quarta dimensione è in realtà, per importanza, la prima, perché è l’«autentico offrire» che dona il tempo.

    La quarta dimensione è lo spazio di gioco in cui accade il rimando e il passaggio reciproco di presente, esser-stato e avvenire, e che in questo
    modo «li tiene l’uno distinto dall’altro e quindi l’uno in quella vicinanza all’altro» che garantisce l’unità della temporalizzazione: la quarta dimensione raccoglie e distingue le altre tre, impedisce che si fondano e collassino l’una sull’altra, ma insieme le mantiene nel loro legame costitutivo. Avvicinando le tre dimensioni al tempo stesso le allontana, determinando quell’assenza e quella sottrazione che sono costitutive anche della donazione del tempo.1

    1 – da https://www.academia.edu/6007917/Esperienza_o_tautologia_La_questione_dell_evento_in_Heidegger

  7. Tuca tuca le soglie
    tuca tuca la notte a tutte le voglie,
    una carezza sui morsi. Signorina?
    sgargiante! Una camicia ledyntermittente,
    per uno amico lontano che manco conosco.
    Ne ha sentito parlare?! Tuca tuca la fronte,
    le spalle, il bacino.
    Tuca tuca una vita.

    Alfredo de Palchi, auguri.
    Tuca tuca.

    Grazie OMBRA.

  8. …e questo, questo è meraviglioso! ritrovare e risentire Donatella Giancaspero.
    Un abbraccione.
    Bentornata.

    Grazie OMBRA.

    • Donatella Giancaspero

      Gentile Mauro Pierno,

      La ringrazio, ma, purtroppo, non può considerarmi ritornata. La mia è stata una presenza solo momentanea, per celebrare il 93esimo compleanno di un grande Poeta, dopo aver accolto l’invito del direttore Giorgio Linguaglossa a pubblicare una mia poesia in suo omaggio.
      Avremo modo di incontrarci altrove e in altre occasioni.

      Un caro saluto

      Donatella Giancaspero

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