Mario Lunetta, (1934-2017), Due poesie inedite, La «forma informe» del poeta di via Accademia Platonica in Roma, Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Mario Lunetta Dino Ignani

Mario Lunetta, foto di Dino Ignani

«Il tentativo di comunicare, laddove nessuna comunicazione è possibile, è soltanto una volgarità scimmiesca, o qualcosa di orrendamente comico, come la follia che fa parlare coi mobili. […] Per l’artista che non si muove in superficie, il rifiuto dell’amicizia non è soltanto qualcosa di ragionevole, ma è un’autentica necessità. Poiché il solo possibile sviluppo spirituale è in profondità. La tendenza artistica non è nel senso dell’espansione, ma della contrazione. E l’arte è l’apoteosi della solitudine. Non vi è comunicazione poiché non vi sono mezzi di comunicazione».

Samuel Beckett “Proust”

«Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».

 Maurizio Ferraris, <em>Postverità e altri enigmi</em>, Il Mulino, 2017, p. 113

Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La «forma informe» del poeta di via Accademia Platonica in Roma

In questi due inediti di Mario Lunetta scritti poco prima della sua morte prematura, il poeta romano ritorna allo stile della poesia di Trasumanar e organizzar di Pier Paolo Pasolini, al pluristilismo polimorfico, al materialismo dialettico, alla dialettica materialistica dello stile, ad una poesia di opposizione; adotta per la sua poesia-parlato una «forma informe», un interventismo pluristilistico e plurilinguistico per via del fatto che quell’altra «forma», la forma della poesia maggioritaria con cui si è fabbricata in Italia la poesia istituzionale in questi ultimi decenni, è ormai un veicolo tautologico, usurato e compromesso, quella forma-poesia è diventata non più abitabile e neanche frequentabile. Il poeta di via Accademia Platonica, qui vicino a casa mia, a Roma, ha dismesso dagli anni settanta gli abiti di scena, gli abiti della poesia della «discesa culturale» della generazione degli anni ottanta, per restare poeta di opposizione, di una opposizione marxianamente e intransigentemente materialistica.

Scrive Mario Lunetta:

«La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio […] che ‘canta’ al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di ‘incantevole’ primitivismo semianalfabetico, è l’ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l’ultima mistificazione in letteratura, in poesia».

Scrive Gualberto Alvino:

«Ecco le raccolte poetiche degli anni Novanta: Panopticon (1990), Antartide (1993), attraversate da due tensioni non meno antitetiche che mirabilmente fuse nella rapinosa potenza dello stile: da un lato l’esortazione alla discesa in piazza, l’attacco al potere con tanto di nomi e cognomi, alla cultura dominante, alla società dello spettacolo, sotto il segno di una passione civile gonfia di risentimento per un mondo degradato e bestializzato («mute / di cani muti, di pescicani accovacciati […] / falangi alticce di oche, galline starnazzanti»); dall’altro – parola di Francesco Muzzioli – lo «sfrenamento felice del significante» e delle libere associazioni surrealiste.
Ed ecco le raccolte degli anni Zero (Roulette occidentale, Lettera morta), nelle quali continua, e incrudelisce, la critica del consumismo impazzito e l’orrore per il mondo postmoderno. Ma di grande rilievo pare a noi La forma dell’Italia, Poema da compiere (2009) per l’inaudita testura e la superba orchestrazione formale, in cui tutto si genera a partire da un dato non già concettuale bensì ritmico; un ritmo che si fa poliritmicità, energia musicale struttiva, con gli abrupti mutamenti di rotta e di tenuta, la felinità delle mosse, le infinite soluzioni combinatorie che tramutano inesorabilmente – e drammaticamente – la poliritmicità in aritmicità strozzata, soffocante: diastole e sistole d’una disperazione insieme cupa e colma di fiducia, come in tutti i poeti figli della guerra, che non smotta mai nell’oratoria, pur facendosene a tratti tanto accosto da lambirne perigliosamente i cigli.»1]

Dopo Kafka e Beckett la frammentarietà della «forma» parla per se stessa, di se stessa, e indica, per via indiretta, la impossibilità di leggere il reale, di parlare al reale. La «forma informe» del verso libero in auge da diversi decenni in Italia non pensa criticamente la secondarietà del discorso poetico ma si limita a parcheggiare il discorso poetico nella nicchia della cosmogonia dell’io.

Lunetta comprende da subito, fin dagli anni settanta che ci troviamo in un mondo non più presentabile e nemmeno rappresentabile (che non sta più davanti ad un soggetto che osserva), squassato dalla lotta di classe e dalla conflittualità interclasse. Un mondo quindi non più orientabile in una «forma», tanto meno chiusa o algebrica o aperta che sia. Non c’è nessuna algebra, è convinto Lunetta, che sia applicabile a questa «forma» deformata, conflittuale, aporetica. La storia non è presentabile e quindi rappresentabile. Nella poesia lunettiana siamo lontani anni luce dalla edulcorata presentabilità del mondo piccolo-borghese occidentale con le sue «catastrofette» piccolo borghesi e con le sue ulcere dell’anima. La realtà non è rappresentabile, al massimo può essere citabile. C’è un modello maggioritario di pensiero che flirta con la storia e la lotta di classe derubricata a lotta per la sopravvivenza delle classi subalterne. La lotta di classe, ne è convinto Lunetta, è ormai diventata una macchina desueta e celibe alla Duchamp dove scorrono e si scontrano biglie rumorose e indisciplinate che producono cialtroneria, populismo, sovranismo e misticismo.

La realtà è diventata «muta», impresentabile, e la forma-poesia che le corrisponde risulta dissonante; la «forma informe» è diventata qualcosa di ultroneo sia al concetto di rappresentazione che a quello di testimonianza. Lunetta capisce subito, fin dai primissimi anni settanta, che la poesia non deve testimoniare nulla a nessuno, non obbedisce alla regola dell’economia monetaria dello stile e alla economia culinaria della «bellezza» sostenuta dai poeti interessati al mantenimento dell’ordo rerum; capisce che ormai non c’è nulla di cui render testimonianza, la poesia deve soltanto opporsi con tutte le proprie residue forze alla omologazione culturale di massa e al conformismo dei ceti impiegatizi della pseudo cultura. La storia degli uomini sembra esser stata neutralizzata da Agenti di un altro sistema solare che sono scesi sulla terra e l’hanno colonizzata ad insaputa dei terrestri: gli agenti delle Agenzie del multi capitalismo globale che hanno compiuto una vera e propria trasmutazione antropologica e di classe. In queste condizioni planetarie «l’espressione è il volto addolorato delle opere», scriveva Adorno in tempi non sospetti, negli anni sessanta. Appunto, nella poesia di Mario Lunetta si rinviene la calcificazione e la codificazione del dolore nelle parole, non vi sono più le parole corrispondenti al «reale»; l’espressione viene piegata in espressionismo, in disformismo, in pluristilismo, in cacofonismo, in irrispettoso e amusaico plurilinguismo. È questo il motivo della insonorità di fondo di questa poesia, della sua salubre insonorità spinta al massimo del diapason, della ipoacusia di questa poesia, scritta per i non-vedenti e i non-udenti, orgogliosamente e aristocraticamente oppositrice del conformismo di massa e per essere invisa alla paccottiglia letteraria del monolinguismo maggioritario.

1] http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/recensioni/recensione_125.html

mario-lunetta-anni settanta

Mario Lunetta, anni settanta

Mario Lunetta
Due poesie inedite

La «forma informe» del poeta di via Accademia Platonica, Roma

Again or never more

Forse che sì forse che no, quando i tre angeli senz’ali
dai nomi illustri – Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Memè Perlini –
sono volati dalla finestra per sfracellarsi sull’asfalto
forse nell’illusione di planare su un materasso di piume,
un attimo prima avevano incontrato allo specchio
per l’ultima volta i loro volti già estranei, incerti
tra un morso di disprezzo o una puntura di rimorso.

Dopo di che, la fine di tutto o quasi: tra fragore di nacchere,
acrocori di chiacchiere intasate, improvvisi crepacci
di silenzio, nel troppo pieno e nel troppo vuoto, contro
uno schermo nero.

Quando alla Villetta della Garbatella si tenne la commemorazione
dell’amico Carlo e del suo cinema e l’immortale sottoscritto
trattenne in fine d’intervento un brivido di commozione, il figlio
del defunto, che somiglia a suo padre in modo impressionante
nel volto, nei gesti e nella voce, lo abbracciò forte, prima che tutto
si sciogliesse in un mutismo irreale.

Cosa resta ormai di ciò che i tre angeli senz’ali
hanno fatto nel cinema e nel teatro, per il cinema e il teatro?
Questo si chiede senza saper rispondere fino in fondo
Il supposto immortale – e si dice nel suo mutismo
senza fiato, in una bava d’incoscienza: tutto e niente.
Ma il tutto è senza dubbio più del niente: solo questo oggi conta,
solo questo ha valore.

Tre angeli senz’ali se ne sono andati per restare tra noi
in nome degli azzardi dell’intelligenza, in questo mondo
capace solo di mettere in scena se stesso senza tregua
davanti a uno specchio ipocrita, tra orrore e idiozia, stupidità e ferocia.
Solo questo è innegabile, solo questo possiamo dire.

Per cui: nessun saluto particolarmente accentuato, in questo
messaggio versicolore scritto in un esperanto maldestro
per tre angeli àpteri inadeguati al volo, ma niente più che un omaggio truccato
a colei che con tutto il bagaglio delle sue arti magiche (sorrisi iridescenti,
malinconie inguaribili, ambiguità fascinose) aiuta a sopravvivere
il supposto immortale senza chiudere le ali, again or never more,
never more or again – per tutto il tempo che rimane,
o che è già scaduto.

8 aprile 2017

Cartapesta

Continuando ad abitare la sua casa di cartapesta
di via Accademia Platonica come una parodia
della pompeiana Villa dei Misteri, aggredito alle spalle
da un fastidioso nùgolo di alfabeti remoti
grezzamente affastellato sotto la pioggia o sotto l’urto
glorioso della luce contro l’azzurro del cielo o il deserto
ingiallito di un foglio di papiro, il respiro di un’aquila
o la fuga precipitosa di una formica, il supposto
immortale esce dal suo torpore per cercare
ingenuamente il vessillo lacerato di quella che si chiama
scrittura Lineare B

imbattendosi invece alquanto oziosamente
nella futile notizia secondo cui il cobra reale, lungo
intorno ai 5 mt, ha una lingua biforcuta sensibilissima
all’odore molecolare delle prede e una vista telescopica
capace di indiv iduare a 100 mt con estrema precisione
uno scoiattolo c he tenta di mimetizzarsi a ridosso
del tronco di un olmo americano, ecc. ecc.

Alquanto frastornato, il supposto immortale
non sa allora trovare altro conforto che pronunciare
a voce alta, specchiandosi in un olio di Cagli
tanto simile a un oscuro geroglifico gremito
di spazi inenarrabili, questo SOS che ha tutta l’aria
di un help pronunciato un attimo prima del naufragio:
Via, tenera amica, guarda ancora l’immortale
che conosci così bene: sì, proprio lui che a stento
ricorda il suo nome.

Se lo fissi un istante coi tuoi grandi occhi di ragazza
pieni di stupore cinematografico, quest’uomo strano
e incomprensibile forse potrà guarire ancora un poco
– o ritardare di un istante la sua fine.

15 aprile 017

mario_lunetta neroMario Lunetta (Roma, 23 novembre 1934 – Roma, 6 luglio 2017) nasce a Roma. Sperimentatore nei più diversi generi letterari e artistici, ha collaborato ai programmi culturali della RAI e a decine di giornali e riviste italiane e straniere, tra cui L’Unità, Corriere della Sera, Il Messaggero, Rinascita, Il manifesto e Liberazione. Curatore di importanti antologie (Il surrealismo, Roma, Editori Riuniti, 1976; Poesia italiana oggi, 1981, e, in collaborazione con Franco Cavallo,Poesia italiana della contraddizione, 1989, entrambe edite a Roma, Newton Compton), ha introdotto e curato opere, tra gli altri, di Italo Svevo, Emily Bronte, Émile Zola,Federico De Roberto,Gustave Flaubert, Dino Campana e Velso Mucci. Nel2004 ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisanella sezione Poesia e nel 2006 il Premio Alessandro Tassoni alla carriera.
In volume ha pubblicato:

Poesia

Tredici falchi (1970); Lo stuzzicadenti di Jarry (1972); Chez Giacometti (1979); La presa di Palermo (1979); Flea market (1983- Premio Pisa); Cadavre exquis (1985 – Premio Adelfia); Autoritratto con acrostici (1987); In abisso (1989); Panopticon (1990), con disegno e lito di C. Cattaneo; Pianosequenza (1990), con acqueforti e acquetinte di S. Paladino; Sorella acqua
(1991), con serigrafie di C. Budetta; Antartide (1993); Catastrofette (1997), con un acquerello di E. Masci; Cunnichiglie (1997), con un acquerello di E. Masci; Roulette occidentale (2000), con un disegno di B. Caruso; Doppio fantasma – 91 poesie per 91 artisti (2003); Magazzino dei monatti (2005); Bacheca delle apparizioni, con quattro litografie di L. Boille (2005); Mappamondo & altri luoghi infrequentabili (2006); Nitroglicerina per ermellini, con cinque acqueforti-acquetinte e un rilievo di Bruno Aller (2007); Videoclip, con tre acquerelli e un rilievo di C. Budetta (2007), La forma dell’Italia (2008), Cartastraccia (2008).

Narrativa

Comikaze (1972); Dell’elmo di Scipio Marsilio 1974 – Premio Pisa); I ratti d’Europa (Editori Riuniti, 1977 – finalista al Premio Strega); Mano di fragola (Editori Riuniti, 1979); Guerriero Cheyenne (Manni, 1987); Puzzle d’autunno (Camunia, 1989 – finalista al Premio Strega);
L’ubicazione di Lhasa (Camunia, 1993); Mercato delle anime Manni, 1998) – Premio Bergamo); Penalty (Le Impronte degli Uccelli, Roma 1998); Montefolle (Manni-Quasar, 1999); Soltanto insonnia (Odradek, 2000); Cani abbandonati (Odradek, 2003); Figure lunari (Robin, 2004); I nomi della polvere (Manni, 2005); La notte gioca a dadi (Newton Compton, 2008).

Saggistica

La scrittura precaria (1972); Invito alla lettura di Italo Svevo (1972); Il Surrealismo (1976); Sintassi dell’altrove (1978); L’aringa nel salotto (1984); Da Lemberg a Cracovia (1984); Et dona ferentes: sindromi del moderno nella poesia italiana da Leopardi a Pagliarani (1996); Le dimore di Narciso (1997); Invasione di campo: progetti, rifiuti, utopie (2002); Liber Veritatis (2007).
Teatro
La visitatrice della sera (Radiodramma – Radio Frankfurt); Galateo (Teatro delle Voci); Città proibita (Teatro del Palazzo delle Esposizioni di Roma); Antartide (Teatro Belli di Roma); Gigantografia (Festival Internazionale di Ferentino), Coca-Cola di Rienzo Story (Teatro dell’Orologio); Altorilievo, Poema drammatico (Museo Archeologico di Formia); Arkadia nonsense e Smash (Giugno al Casaletto – Villa Zingone); La forma dell’Italia (Atelier Metateatro); Lunapark (Chiostro di San Pietro in Vincoli).
In volume: Coca-Cola di Rienzo Story Book Editore); La mela avvelenata (Cinque dialoghetti blasfemi); Prigioniero politico! (“Le Impronte degli Uccelli” Editrice).

10 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, Senza categoria

10 risposte a “Mario Lunetta, (1934-2017), Due poesie inedite, La «forma informe» del poeta di via Accademia Platonica in Roma, Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. Che distanza incommensurabile tra lo ‘stupore cinematografico ‘ descritto da Lunetta nella poesia ‘ Cartapesta ‘ e l’idea, vitale per la poesia, di ‘suspension of disbelief’ di Coleridge ! Vitale per la poesia? Direi vitale per la nostra esistenza, altrimenti destinata al muto e cupo camminare in fila indiana, possibilmente consumando secondo quanto ci viene richiesto.

    Tiziana Antonilli

  2. «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1».

    Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica»; di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. Da questo momento, la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privatistico. Questo deve essere chiarissimo, è un punto inequivocabile. Che segna una linea che bisogna tracciare con la massima precisione.

    E questo assunto Mario Lunetta lo aveva ben compreso fin dagli anni settanta. Tutto il suo interventismo letterario nei decenni successivi può essere letto come lo sforzo di fare della forma-poesia una questione pubblicistica, di contro al mainstream che ne faceva una questione privata, anzi, privatistica.

    La pseudo-poesia privatistica alla Mariangela Gualtieri e alla Vivian Lamarque intercetta la tendenza privatistica delle società a comunicazione globale e ne fa una sorta di pseudo poetica, con tanto di benedizione degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione nazionale.

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017

  3. Talìa

    Di Mario Lunetta non posso non fare altro che postare la sestina a lui dedicata in La Musa Last Minute, Edizioni Progetto Cultura, 2018.
    Recentemente mi è stato detto che con La Musa Last Minute, io avrei in realtà proposto una “Antologia” di poeti contemporanei in versi. Non ci avevo pensato.

    Mario Lunetta

    “Muoiono anche i grandi poeti.”
    C’è una lunetta perfetta stanotte.
    Una lunetta comunista, anti-arrivista
    Che non baratta la contraddizione
    Col ghigno marxiano degli accalappiacani
    Con la lingua funginosa di villi&villani.

    Approfitto per chiedere agli interlocutori, qual è la differenza tra l’io lirico e l’Io narrante?

  4. gino rago

    Recensendo di recente le Poesie di Carlo Michelstaedter per la Piccola Biblioteca Adelphi, a un certo punto della recensione meditavo cosi:

    “[…]Quali fenomeni linguistici possono proporsi o semplicemente affacciarsi nel far poesia allorché una più o meno lunga tradizione letteraria e anche un intero sistema stilistico cadono d’un tratto in frantumi determinando un vuoto?
    Tale vuoto nasce da un qualcosa dentro la letteratura o al di fuori di essa?

    Questo vuoto può dar luogo all’avvento di nuovi linguaggi?

    Dalla critica più agguerrita e competente abbiamo appreso che al mutamento della società cambia anche la vita stessa delle persone. La conseguenza più diretta ed inevitabile è la rottura di quello che viene indicato come “patto comunicativo” fra poeta e pubblico: cioè, allo sgretolarsi di questo patto si assiste alla rottura di quella sorta di intesa, di accordo fra autore e pubblico.

    Ciò è quanto si è verificato anche nel Novecento letterario-poetico europeo e anche italiano dopo la scomparsa di coloro che vengono definiti
    Autori-Evento, Autori cioè che con la loro opera (per esempio Baudelaire, Whitman, Dostoevskij, Rimbaud, Nietzsche, Freud) spezzano l’accordo preesistente letteratura-pubblico e niente più, romanzo, estetica, filosofia, poesia, rimane come prima.
    Per esempio, in Italia, Dino Campana (morto in manicomio) è il poeta che segna l’interruzione della continuità del “patto comunicativo” cui si è fatto cenno.
    Con Carlo Michelstaedter (morto suicida ad appena 23 anni) questa interruzione si rafforza e diviene definitiva[…].”

    Oggi, rileggendo questi 2 inediti di Mario Lunetta, a proposito del pensiero di Linguaglossa al centro della sua nota sulla non presentabilità né rappresentabilità del mondo in cui Lunetta cercava di operare, e riferendomi ad alcuni versi dei 2 inediti, a versi come questi:

    “[…] il supposto immortale
    non sa allora trovare altro conforto che pronunciare
    a voce alta, specchiandosi in un olio di Cagli
    tanto simile a un oscuro geroglifico gremito
    di spazi inenarrabili, questo SOS che ha tutta l’aria
    di un help pronunciato un attimo prima del naufragio:
    Via, tenera amica, guarda ancora l’immortale
    che conosci così bene: sì, proprio lui che a stento
    ricorda il suo nome[…]

    credo che Mario Lunetta poteva essere, aveva tutte le carte in regola per essere nel suo tempo un “Autore-Evento” in grado di spezzare il patto comunicativo preesistente fra poesia e pubblico del suo tempo, in modo che nulla fosse più come prima, filosofia, estetica, poesia.

    Ma le superpotenze delle massonerie editoriali meneghine, anche sabaude e anche in parte dello stato pontificio glielo hanno impedito, a favore dell’esangue minimalismo…

    I 6 versi di Giuseppe Talìa condensano felicemente, nella sua Antologia in versi di poeti contemporanei, il sentimento di Mario Lunetta sulla sua collocazione nel mondo con quella rasoiata “lunetta comunista, anti-arrivista…”

    (gino rago)

  5. La storia letteraria fatta a suon di esclusioni e di rimozioni

    Una storia letteraria non può farsi a suon di rimozioni e di espulsioni, e compito della critica è quello di ripristinare le regole del gioco e ripulire il terreno delle valutazioni estetiche da interessi di parte. In tal senso, la rimozione e la cancellazione di un poeta come Mario Lunetta dalla scena poetica della seconda metà del novecento fino ai giorni nostri, è una operazione strategica: si vuole cancellare un intero settore della nostra storia letteraria recente in modo che chi resta sul proscenio della scena siano soltanto i sostenitori di gruppi di interesse editoriale.

    Altra cosa è la individuazione della linea che naturalmente segue la poesia modernista di fine novecento, ovvero, la nuova ontologia estetica, che altro non è che un approfondimento e una rivalutazione delle tematiche della linea modernistica (del tipo di quella sostenuta da Mario Lunetta) su un altro piano problematico. Certo, la problematizzazione stilistica e filosofica della nuova ontologia estetica è l’indice dell’aggravarsi della Crisi rappresentativa delle proposte di poetica personalistiche e acritiche che continuano inconsapevolmente la grammatica epigonale di una poesia ancora incentrata sull’io post-elegiaco.

    Ecco, questo è il punto forte di discrimine tra le posizioni epigonali e quelle della nuova ontologia estetica che ritengo caratterizzata da uno zoccolo filosofico di amplissimo respiro e dalla consapevolezza che una stagione della forma-poesia italiana si è definitivamente conclusa. E che occorra aprire una nuova pagina della poesia italiana. Con una sola parola: sono convinto che occorra discontinuità, imboccare con decisione la strada che ci conduca verso la nuova poesia, verso una nuova ontologia positiva, verso una nuova ontologia estetica.

    Riporto il brano di Giorgio Agamben sulla vexata quaestio della linea innica e della linea elegiaca:

    «Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia (1925). Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco (1956) rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà (1968), aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)

    L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione.»1]

    1] Giorgio Agamben in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114

  6. Giuseppe Talìa

    Caro Germanico, lo stato di diritto è morto. Ucciso dall’interesse
    Personale. Il vulnus della legge lo trovi in ogni supermercato

    nelle etichette che minuziosamente riportano frasi, simboli
    e consigli per il mesencefalo: nato in… macellato in… confezionato
    in…

    Tu sei, mercato e supermercato. Sei domanda e offerta.
    Anche il niente si vende facilmente. Il dolce far niente.

    È il sottovuoto il vero problema. È l’involucro il vero esantema.
    Mettici pure, caro Germanico, che il rovescio non è necessariamente

    il contrario di d(i)ritto: rovescio a due mani; rovescio della medaglia;
    diritto di nascita e diritto di morte. Anche il nulla ha un suo diritto

    e un suo rovescio. Il nulla ha un passaporto, una impronta lemmatica
    e digitale. Riposa nella biometria del non-ente. Il nulla è parente

    del niente, perché ciò che è nominato esiste, insiste e persiste.

    Nell’Arena dell’industria della melodia, gli artisti più taggati
    fanno da colonna sonora ai gladiatori che sono degli influencer
    di fama.

    Beethoven è il compositore più punk che si conosca dalla Pannonia
    alla Cirenaica; Chopin quello maggiormente pop assieme a Vivaldi;

    Liszt, invece, è un autore beat, mentre Mozart, ah Mozart,
    un pomp rock.

    Caro Germanico, non esiste ricetta per cucinare il nulla,
    ma si può condire.

    Replica di Germanico.

    Caro Tallia,

    è che noi viviamo in mezzo alla spazzatura in ogni istante del nostro giorno: lessico salviniano, parole prossime alla betoniera, parole del museo delle discariche, parole dei cartelloni pubblicitari quali sono Istagram, Twitter e Facebook et similia…

    Come possiamo pensare di farla franca?
    Il polittico presuppone una grandissima distanza tra il sé e l’ego,
    presuppone una Gelassenheit dalle cose e alle cose, un rivolgimento del politico…

    Ma è difficile, oltremodo problematico avanzare lungo queste frontiera… occorrono lunghissimi sforzi, reiterati tentativi.
    Costruire un polittico non lo si può fare con il semplice ausilio della tecnica versificatoria dei vessilliferi della bona fides.

    Il polittico, nel quale siamo impegnati tutti noi, chi più chi meno, è la frontiera più avanzata del politico (appena una t di differenza) di una poesia difficile, sempre più problematica.

    So che queste mie osservazioni ti sono familiari.
    La tua poesia è protesa verso quest’obiettivo, ma è difficile, oltremodo.

    La mia e la tua poesia si nutre della spazzatura, dei rifiuti urbani, del ciarpame. Ed è un ottimo menù, credimi, perché questo è il mondo di oggi, non spetta a noi abbellirlo, semmai spetta al poeta mostrarlo per quello che è.

    • Talìa

      Caro Germanico,

      Negli ultimi trenta anni prima della caduta del XX secolo a. i.
      (a. i. sta per avanti immagine) i servi pubblici e i coprologi

      Hanno avuto un bel daffare nel sotterrare gli scarti solidi
      E quelli liquidi dalle città dell’Impèrio, venuto meno l’impegno

      Di Eracle che ha smesso da tempo di pulire le stalle di Augia
      Re degli Epei. Ora i fiumi, Alfeo e Peneo, nascondono nel letto

      Secco e petroso taniche di scarti tossici delle industrie del Pireo.
      Le lux domus si comprano con finanziamenti occulti, i fondi

      Pubblici si investono in diamanti diamantati e servono
      A finanziare gruppi di sovranisti con a capo Messmer redivivo.

      Nel XXI secolo d. i. nessuna immagine nemmeno immagina
      E se sogna, sogna per un breve istante, tanto il sogno svanisce

      Si disperde nel giro vita di una informazione isterica e controllata.
      I servi pubblici sono diventati coprofagi e i coprologi servi muti.

      Io, caro Germanico, mi diverto, all’ombra del pitosforo nano
      A giocherellare con il mio Google assistant; gli chiedo: Google

      Accendimi la TV; Google accendi la lampada in salotto;
      Google come mi chiamo? Google chiamami il tal dei tali;

      Google, sei uno stronzo! “Non è carino da parte tua dire certe
      Cose a chi ti serve!” Mi risponde con sicumera il senza prole.

      Google come ti chiami? Mi chiamo assistant.
      Il mio nome è il tuo destino.

  7. Leggendo le due poesie inedite di Mario Lunetta mi sono sentito come di fianco a un maratoneta. Scrivevano troppo bene i modernisti. Era il loro divertimento. Anche per questo capisco quanto forte doveva essere l’impegno a mantenersi autentici. E’ assente la poetica degli oggetti, e il poeta tende a bastarsi.

  8. gino rago

    Poesia Contemporanea – Gino Rago per

    Mario Lunetta, Canzoniere della scomparsa, Robin Edizioni, Roma, 2014, pp. 130, 10 Euro

    Commento di Gino Rago
    Partiamo da questo inedito (da L’Ombra delle Parole, dicembre 2019) per noi scelto e proposto da Giorgio Linguaglossa per entrare nella poesia pensante di Mario Lunetta per poi approdare alla lettura
    delle poesie In mortem di Maria Pia Liti, scomparsa nel marzo 2013.

    Mario Lunetta
    Cartapesta

    Continuando ad abitare la sua casa di cartapesta
    di via Accademia Platonica come una parodia
    della pompeiana Villa dei Misteri, aggredito alle spalle
    da un fastidioso nùgolo di alfabeti remoti
    grezzamente affastellato sotto la pioggia o sotto l’urto
    glorioso della luce contro l’azzurro del cielo o il deserto
    ingiallito di un foglio di papiro, il respiro di un’aquila
    o la fuga precipitosa di una formica, il supposto
    immortale esce dal suo torpore per cercare
    ingenuamente il vessillo lacerato di quella che si chiama
    scrittura Lineare B

    imbattendosi invece alquanto oziosamente
    nella futile notizia secondo cui il cobra reale, lungo
    intorno ai 5 mt, ha una lingua biforcuta sensibilissima
    all’odore molecolare delle prede e una vista telescopica
    capace di individuare a 100 mt con estrema precisione
    uno scoiattolo che tenta di mimetizzarsi a ridosso
    del tronco di un olmo americano, ecc. ecc.

    Alquanto frastornato, il supposto immortale
    non sa allora trovare altro conforto che pronunciare
    a voce alta, specchiandosi in un olio di Cagli
    tanto simile a un oscuro geroglifico gremito
    di spazi inenarrabili, questo SOS che ha tutta l’aria
    di un help pronunciato un attimo prima del naufragio:
    Via, tenera amica, guarda ancora l’immortale
    che conosci così bene: sì, proprio lui che a stento
    ricorda il suo nome.

    Se lo fissi un istante coi tuoi grandi occhi di ragazza
    pieni di stupore cinematografico, quest’uomo strano
    e incomprensibile forse potrà guarire ancora un poco
    – o ritardare di un istante la sua fine.

    (Roma, 15 aprile 2017)

    Recensendo di recente le Poesie di Carlo Michelstaedter per la Piccola Biblioteca Adelphi, a un certo punto della recensione meditavo cosi:
    “[…] Quali fenomeni linguistici possono proporsi o semplicemente affacciarsi nel far poesia allorché una più o meno lunga tradizione letteraria e anche un intero sistema stilistico cadono d’un tratto in frantumi determinando un vuoto?
    Tale vuoto nasce da un qualcosa dentro la letteratura o al di fuori di essa?
    Questo vuoto può dar luogo all’avvento di nuovi linguaggi?
    Dalla critica più agguerrita e competente abbiamo appreso che al mutamento della società cambia anche la vita stessa delle persone. La conseguenza più diretta ed inevitabile è la rottura di quello che viene indicato come “patto comunicativo” fra poeta e pubblico: cioè, allo sgretolarsi di questo patto si assiste alla rottura di quella sorta di intesa, di accordo fra autore e pubblico.
    Ciò è quanto si è verificato anche nel Novecento letterario-poetico europeo e anche italiano dopo la scomparsa di coloro che vengono definiti
    Autori-Evento, Autori cioè che con la loro opera (per esempio Baudelaire, Whitman, Dostoevskij, Rimbaud, Nietzsche, Freud) spezzano l’accordo preesistente letteratura-pubblico e niente più, romanzo, estetica, filosofia, poesia, rimane come prima. Per esempio, in Italia, Dino Campana (morto in manicomio) è il poeta che segna l’interruzione della continuità del “patto comunicativo” cui si è fatto cenno.

    Con Carlo Michelstaedter (morto suicida ad appena 23 anni) questa interruzione si rafforza e diviene definitiva[…].”
    Oggi, rileggendo Mario Lunetta, a proposito del pensiero di Linguaglossa al centro della sua nota sulla « non presentabilità né rappresentabilità del mondo» in cui Lunetta cercava di operare, e riferendomi ad alcuni versi della vasta esperienza poetica lunettiana, come questi:

    “[…] il supposto immortale
    non sa allora trovare altro conforto che pronunciare
    a voce alta, specchiandosi in un olio di Cagli
    tanto simile a un oscuro geroglifico gremito
    di spazi inenarrabili, questo SOS che ha tutta l’aria
    di un help pronunciato un attimo prima del naufragio:
    Via, tenera amica, guarda ancora l’immortale
    che conosci così bene: sì, proprio lui che a stento
    ricorda il suo nome[…]”

    credo che Mario Lunetta nel suo tempo poetico poteva essere, aveva tutte le carte in regola per esserlo, un “Autore-Evento”, un autore-evento in grado di spezzare il patto comunicativo preesistente fra poesia e pubblico del suo tempo, in modo che nulla fosse più come prima, nella filosofia, nella estetica, nella poesia, ma anche nella narrativa, nella saggistica e nel teatro, da quell’autore poliedrico che dimostrò d’essere in tutta la sua parabola terrena umana e letteraria, attraversando da protagonista tutti i linguaggi della creatività, compresa la critica d’arte, come emerge dalle sue note bio-bibliografiche.
    Ma tutti sappiamo invece com’è finita: le superpotenze delle massonerie editoriali meneghine, anche sabaudo-torinesi e anche in parte dello stato pontificio glielo hanno impedito, a favore dell’esangue minimalismo…

    Giuseppe Talia traccia un ritratto di Lunetta in questi pochi versi:

    Giuseppe Talìa
    (Mario Lunetta)

    “Muoiono anche i grandi poeti.”
    C’è una lunetta perfetta stanotte.
    Una lunetta comunista, anti-arrivista
    Che non baratta la contraddizione
    Col ghigno marxiano degli accalappiacani
    Con la lingua funginosa di villi&villani.”

    I sei versi di Giuseppe Talìa condensano felicemente, nella sua Antologia in versi di poeti contemporanei (proposta come La Musa Last Minute, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2017), il sentimento di Mario Lunetta, il dasein lunettiano sulla sua collocazione nel mondo, sul suo senso dell’esserci, con quella rasoiata “lunetta comunista-anti-arrivista…”

    Di famiglia piccolo borghese, Mario Lunetta nasce e cresce alla Garbatella di Roma. Sperimentatore nei più diversi generi letterari e artistici, ha collaborato ai programmi culturali della RAI, a giornali, a riviste italiane e straniere (L’Unità, Corriere della Sera, Il Messaggero, Rinascita, Il manifesto, Liberazione). Ha curato importanti antologie (Il surrealismo, Roma, Editori Riuniti, 1976; Poesia italiana oggi, 1981, e, in collaborazione con Franco Cavallo, Poesia italiana della contraddizione, 1989, entrambe edite a Roma, Newton Compton). Ha introdotto e curato opere, tra gli altri, di Italo Svevo, Emily Brönte, Émile Zola, Federico De Roberto, Gustave Flaubert, Dino Campana, Velso Mucci.
    Sullo stato di salute di certa poesia contemporanea, ben sostenuta dalle case editrici imperanti per le quali, tutti lo sappiamo, il lettore colto e dal gusto estetico ben educato a certa letteratura non fa fatturato, Mario Lunetta scrive:
    «La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio […] che ‘canta’ al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di ‘incantevole’ primitivismo semianalfabetico, è l’ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l’ultima mistificazione in letteratura, in poesia». E così parla della nuora perché suocera intenda.

    Nel marzo del 2013 Mario Lunetta perde Maria Pia, sua compagna per oltre mezzo secolo, e vede la sua luce il Canzoniere della scomparsa, per Robin Editore.
    Nei 31 componimenti del libro Mario Lunetta, nello sgomento quotidiano della perdita della compagna comincia a fare i conti, per dirla con il Roland Barthes del diario di lutto tradotto in Italia come Dove lei non è, con una nuova poetica, la poetica della «presenza dell’assenza»:

    “Sotto i portici dell’esedra, il refrigerio dell’ombra:
    e subito, dipoi, quell’incredibile avvertire accanto a sé,
    al suo fianco, un alito di freschezza, un respiro leggero
    che era niente e era tutto, nella pace silenziosa
    cui finalmente sembrava approdata la Scomparsa
    che nel momento in cui il sospetto immortale, ormai morto anche lui,
    le rivolse la parola, svanì dissolta nell’aria umida,
    come un volo di farfalla – e il defunto supposto immortale si sta
    chiedendo da tre giorni dove sia cominciato il sogno, quando
    sia finita la realtà, in questa scacchiera di caselle vuote
    dove tutto è trasformato nel suo contrario e la via
    è soltanto un accumulo di surrogati e succedanei finti.”

    ( da Canzoniere della Scomparsa, Robin Edizioni, Roma, )

    Come in questo, anche negli altri 30 componimenti Mario Lunetta non cede mai alla autocommiserazione, al verso intriso di lirismo piagnucoloso e disarmato e un critico letterario per questo atteggiamento di Lunetta di fronte alla morte segnala l’epitaffio di Samuel Beckett: «è finita, continua a finire e io in questa fine continuo» come modello della postura lunettiana di resilienza dopo l’evento morte che da noi stratta la persona amata, e si conferma come scrittore loico, laico, materialista, razionalista, incapace di cedere alla retorica del sentimentalismo e del lirismo strappa-anima o strappa-cuore, scansando tutte le forme di petrarchismo, alzando barriere verso ogni tentazione di “umbertosabismo”, evitando «gli abissi melodrammatici dell’Ego interiore».

    Anzi, nei 31 componimenti del suo Canzoniere della scomparsa Mario Lunetta fa di più: fa sparire totalmente l’Io poetante inventando l’espediente estetico dell’ i. s. che Lunetta intende e usa in tutto il libro come immortale sottoscritto. Fa retrocedere l’io alla terza persona e come “ i. s.” il poeta si rivolge a Maria Pia, alla Scomparsa.

    Come ad esempio Mario Lunetta fa in questi altri versi del suo Canzoniere, canzoniere della scomparsa:

    “Pare accertato che di frequente, nella sua corsa immobile
    sul binario dell’angoscia come un carrello senza guida
    che giri intorno a se stesso in una miniera abbandonata, l’i.s.
    si rivolga alla sua ragazza a voce alta, chiedendole assenso
    & complicità, annaspando nel vuoto del suo delirio in una
    pratica ventriloqua di cui pure comprende l’insensatezza ma
    di cui può tuttavia apprezzare il povero succedaneo della realtà,
    ormai per sempre perduta nel suo nulla senza conforto”.
    (da Canzoniere della scomparsa, Robin Edizioni, Roma, 2014)

    Anche per questi aspetti della esperienza poetica lunettiana Giorgio Linguaglossa parla di «forma informe» e precisa tutto in questo stralcio:
    «[…]La realtà è diventata «muta», impresentabile, e la forma-poesia che le corrisponde risulta dissonante; la forma informe«» è diventata qualcosa di ultroneo sia al concetto di rappresentazione che a quello di testimonianza. Lunetta capisce subito, fin dai primissimi anni settanta, che la poesia non deve testimoniare nulla a nessuno, non obbedisce alla regola dell’economia monetaria dello stile e alla economia culinaria della «bellezza» sostenuta dai poeti interessati al mantenimento dell’ordo rerum[…]»

    Gino Rago

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.