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Strilli Lucio Mayoor Tosi

Composizione di Lucio Mayoor Tosi

La rivista pubblicherà le riflessioni dei poeti che vorranno cimentarsi nella risposta a questa Domanda:

Parafrasando Heidegger:

La fine della poesia e il compito del pensiero poetante.

Che poi è il medesimo quesito posto dall’Ombra:

Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?

 

Lucio Mayoor Tosi

Ho tardato perché. Hai tardato. Ho tardato.
Ho incontrato HURG. HuRg… HURG. HURG!

HURG! HURG? HURG! Hurg.
Hai fatto tardi perché hai incontrato un pericoloso Hurg!

HURG, grosso. Ah è tornato. Ha catturato un Hurg!
Hurg!? Hurg. Un grosso hurg. UUUh!

UUUh! Uh uh uh. Andiamolo a prendere

Figure haiku di Lucio Mayoor Tosi

Composizione di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa
5 agosto 2019 alle 18:57

La «voce» è quella che è presente nel gramma. Fuori del gramma la «voce» non esiste, è un ni-ente. La «voce» di una poesia de-istituisce tutta la poesia precedente, la de-coincide, e la nientifica. E questo è il miglior modo per articolare la tradizione. Non si dà mai una tradizione stilistica se non nei magazzini delle accademie, cose buone per le tesi di laurea e i dottorati di ricerca. Comunque la si giri, la «voce» deve essere irriconoscibile, se è riconoscibile, non si tratta di una «voce» ma di chiacchiera, del già stato, del defunto. Ecco perché dico che questa poesia di Lucio Mayoor Tosi è una «voce» assolutamente singolare, dotata di singolarità e quindi di irriconoscibilità. Tutta la restante poesia che noi riconosciamo rientra a buon diritto nella letteratura, nel buon costume letterario, fa parte del buon costume. Se fosse «riconoscibile» ricadrebbe nel genere del buon costume letterario, e quindi varrebbe zero.

La nuova poesia se è nuova deve lavorare sul gramma, e mai sulla «voce» che, di per sé è parente stretta della chiacchiera. Ogni linguaggio poetico una volta detto, si toglie, viene de-coinciso, non esiste più nel presente ma per il presente. È già parte del passato.

Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:

«Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio, è Figura del presente. La impossibilità del linguaggio ad ospitare tutto il dolore del mondo coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

«Una ricerca poetica che non ha la forma di un’archeologia rischia oggi di finire nella chiacchiera. E non solo perché l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia.»

1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

Composizione di Lucio Mayoor Tosi

Marina Petrillo

da: materia redenta (Progetto Cultura, 2019)

Fui sposa, in abito fetale.
Nel doppio vissi, da ombra di luce attraversata.

Limen rivelato in distillio di tempo
a calco di ignoto cammino.

Abitai dell’Ade l’obliqua ferita,
imene dei molti inganni.

Ad ombra di me indossai il sudario
abitando la solitudine degli Esseri Primi.

Carlo Livia

…“La superbia dell’imene è morta! Ti aspetta nel camerino, col dio che trema in fondo alla Sposa.
Ora sono celeste, aperta, disossata. Ma ho il suo nome, dentro di me. L’amore che cadde e separò gli universi.
Sognami.
Sono la fanciulla improvvisa.
Il bacio profondo mille tabernacoli.
La selva di orologi spenti.
La speranza folle,
come un lampadario sospeso in mezzo al mare.
La fessura piena di morti
gemella della prima luce.”

*

Nell’ignoto spazio, ogni cosa è componimento. Interludio vittorioso al sogno, dell’insolito tramestio manto, quando sogni trapassano l’imene della notte . Oracolare lento sovrapposto allo sbiadire del verbo incolume al sacro involucro. Parestesia, immobile insetto di cristallina forma; dubbio volatile insorto a universo sconoscente l’interludio dei mondi. Stabilisce ritmo il ricordo di sé su una sedia accidiosa alla calma dell’estate. Non riconosce stagione il limbo: lento catturarsi all’istante.
Aspira alla completezza, misterioso, il tramestio dell’io nel perdurante gesto di una Età dell ‘Oro. Turbinante forma accesa tra diapason avvertiti in fessurante linea tramortita dal gelido stridio del risveglio. Alla gemella prima luce.

(Marina Petrillo)

Giorgio Linguaglossa

cara Marina Petrillo,

La tua poesia tratta del nulla come ciò che consente alle parole di venire alla presenza. È una poesia figlia del suo tempo. Profondamente nichilista a dispetto della tua volontà e delle tue intenzioni.

L’essere non è un ente né il fondamento degli enti, ma l’evento del loro venire alla presenza.

La parola è ciò che viene immediatamente alla presenza. O meglio, la parola è ciò che permette alla non parola di venire alla presenza. Quindi, quando ci occupiamo dell’indicibile in poesia noi non possiamo che fare riferimento alla parola come quella «cosa» che viene-a-noi e, senza la quale non ci sarebbe nemmeno il moto del venire-a-noi.

La parola-ciarla della poesia plastificata e nebulizzata che si fa oggi è quella parola che troviamo già fatta, precotta, pronta all’uso.

Il nulla non è un ente né il fondamento degli enti, ma l’evento del loro venire alla presenza. Noi non possiamo mai vedere il nulla, ma il nulla è quella cosa che ci consente di vedere…

Giacomo Borbone

La fine della filosofia e il compito del pensiero. Alcune considerazioni su Heidegger

Scrive Heidegger nel suo Nietzsche che «Con l’interpretazione dell’essere incomincia pertanto la meta-fisica. Essa caratterizza in seguito l’essenza della filosofia occidentale.
La storia di quest’ultima, da Platone fino a Nietzsche, come storia della metafisica. E poiché la metafisica incomincia con l’interpretazione dell’essere come “idea” e questa interpretazione rimane determinante, tutta la filosofia, da Platone in poi, è “idealismo” nel senso univoco della parola secondo il quale l’essere viene cercato nell’idea e nell’ideale. Perciò, dal punto di vista del fondatore della metafisica si può dire anche: tutta la filosofia occidentale è platonismo. […] Nella storia dell’Occidente, Platone diventa l’archetipo del filosofo».15

Se la filosofia occidentale, cioè la metafisica, nasce con Platone e si dispiega a livello planetario nella sua forma più estrema con la tecnica moderna, allora cosa vuol dire, nella riflessione heideggeriana, “fine della filosofia”? Per Heidegger l’espressione fine della filosofia non assume delle connotazioni negative, nel senso in cui una cosa perisce, ma intende piuttosto il compimento di qualcosa nello specifico, il compimento della metafisica ad opera della tecnica moderna. Heidegger collega l’antico significato della parola tedesca Ende (fine) a Ort, cioè “luogo”, giacché per il filosofo di Me§kirch la fine della filosofia «è quel luogo, in cui la totalità della sua storia si raccoglie nella sua estrema possibilità. Fine come compimento (Vollendung) significa questo raccoglimento. […] Fine significa, come compimento, il raccoglimento nelle possibilità estreme».16

Questo lungo processo, iniziato con la filosofia di Platone, ha oramai raggiunto il suo apice e quindi il suo raccoglimento con la tecnica moderna ed in particolar modo con la cibernetica. A detta di Heidegger, per la filosofia era non soltanto ovvio ma anche legittimo diventare una scienza empirica dell’uomo, cioè «di tutto ciò che per l’uomo può divenire oggetto esperibile della sua tecnica, tramite cui egli si installa nel mondo modificandolo secondo le molteplici maniere del lavoro con cui gli dà forma. Tutto ciò si compie dappertutto sulla base e secondo le norme dell’esplorazione e dello sfruttamento scientifico dei singoli settori dell’essente».17

La frammentazione della filosofia nelle sue varie diramazioni scientifico-disciplinari era per Heidegger del tutto legittima, giacché il suo luogo (Ort) più proprio e peculiare si trova «nella scientificità dell’agire sociale dell’uomo».18
. Ciò significa che la filosofia, se incastonata all’interno di questa struttura concettuale ereditata dal platonismo, non può che approdare ad esiti tutt’al
più epigonali, giacché non c’è più nulla da dire. Se un tempo la filosofia si occupava, per dirla con Husserl, delle ontologie regionali, adesso questo compito è riservato alle scienze e al loro pensiero calcolante. Pertanto, continua Heidegger: «La fine della filosofia si mostra come il trionfo dell’organizzazione pianificabile del mondo su basi tecnico-scientifiche e dell’ordinamento sociale adeguato a questo mondo. Fine della filosofia significa: inizio della civilizzazione del mondo (Weltzivilisation) fondata sul pensiero dell’occidente europeo».19

Ma se le cose stanno così – e su questo Heidegger non ha alcun dubbio – allora quale compito resta al pensiero? Se con la tecnica moderna la filosofia è giunta al suo compimento, inteso come raccoglimento nella possibilità estrema e quindi ultima, allora, precisa Heidegger, bisogna ripartire da quella prima possibilità che i Greci dissero ma non pensarono. 20

Si tratta, insomma, di andare alle radici del problema, secondo il metodo filosofico applicato da Heidegger il quale, com’è stato fatto notare, consiste proprio nel «risolvere i problemi filosofici descrivendo il fenomeno alle radici del problema in modo tale da poterlo vedere libero da qualsiasi distorsione».21

La fine della filosofia e il compito del pensiero

Il compito che resta al pensiero consiste nel determinare ciò che riguarda il pensiero», cioè la Sache, ossia la cosa in questione. Heidegger, a tal proposito, cita due casi in cui la filosofia «ha da se stessa richiamato espressamente il pensiero zur Sache selbst, alla cosa stessa»22: Hegel e Husserl. Per entrambi, pur nella diversità dei loro metodi, la Sache della ricerca filosofica non è altro che la soggettività della coscienza, ma la semplice spiegazione dell’appello alla «cosa stessa» non ci è di alcun supporto, per cui, scrive Heidegger, diventa piuttosto necessario «chiedere cosa nell’appello zur Sache selbst resta impensato». 23

Ciò che resta da pensare è proprio ciò che non è stato pensato, ossia la verità come alétheia, la verità intesa come disvelamento (Unverborgenheit). Ciò che Heidegger intende per verità non coincide con la nota teoria della corrispondenza,con la adaequatio rei et intellectus, la quale pensa la verità come concordanza della conoscenza con l’ente è in tal senso che bisogna leggere la famosa affermazione heideggeriana secondo la quale «Il compito che si pone al nostro pensiero odierno è quello di pensare il pensiero greco ancora più grecamente»,24

La metafisica è in se stessa l’evento della dimenticanza del significato originario dell’essere, dimenticanza che in ultimo, nell’epoca della tecnica  planetaria, giunge al suo culmine massimo, là dove il  pensiero calcolante, proprio dell’impostazione scientifico-tecnica, con le sue leggi fisse e stabili, finisce per sostituirsi al  pensiero poetico- meditante, l’unico in grado di pensare e dire la verità dell’essere. Il dominio epocale della tecnica dà così avvio ad un vero e proprio capovolgimento dei modi di pensiero che delimitano la posizione dell’uomo dentro al mondo e in rapporto al mondo, per cui questi è chiamato a divenire il protagonista assoluto di un progetto di padroneggiamento operativo-conoscitivo in cui il reale è «un oggetto a cui il pensiero calcolante sferra i suoi assalti, ai quali nulla èpiù in grado di opporsi. La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderne. La potenza che si nasconde nella tecnica moderna è ciò che determina la relazione dell’uomo a ciò che è».

Il mondo della tecnica è il mondo della soggettività incondizionata in cui l’essere è interpretato come volontà di potenza, è il mondo dell’uomo prometeico che tutto può e tutto dirige, che  predomina e che si afferma mediante l’organizzazione totale della terra che si esplica nella scomposizione dell’elementare e nell’assegnamento di leggi al reale, nell’oggettivazione, nella pianificazione, nella reduplicazione della natura.

Poiché questo calcolare domina completamente la volontà, sembra che accanto alla volontà non vi sia più null’altro che la sicurezza del puro impulso al calcolo, per il quale la prima regola del calcolo è il “calcolare tutto”.

Ciò su cui ci interessa riflettere in questa sede è che, secondo le categorie  interpretative heideggeriane, interrogarsi sul significato della tecnica moderna significa ripensare il senso compiuto della metafisica, il destino (Geschick) stesso dell’essere  dell’avvento dell’epoca tecnica viene intravista infatti la necessaria conclusione e il compimento ultimo del pensiero occidentale, ossia della metafisica della soggettità di cui Platone è padre, giunta a manifestarsi, nella sua forma culminante, con la volontà di potenza nietzscheana. Il dominio della tecnica si configura così come l’acme ultimo di un processo inderogabile che ha interessato il destino dell’umanità occidentale

15 M. Heidegger, Nietzsche, cur. F. Volpi, Milano, Adelphi, 1994, p. 714.
16 M. Heidegger, La fine della filosofia e il compito del pensiero cit., p. 175.
17 Ivi, p. 176.
18 Ibidem
19 Ivi, p. 177.
20 Ivi
21 M. Wratthall, How to Read Heidegger, London, Granta Books, 2005, p. 9.
22 M. Heidegger,
cit., p. 179.
23 Ivi, p. 182.
24 M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, cur. A. Caracciolo, Milano, Mursia,1990, p. 112.

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  1. Pier Aldo Rovatti

    «L’uomo, ha detto una volta Nietzsche, rotola via dal centro verso la X. Si allontana dal proprio luogo certo, verso un luogo incerto, un’incognita. Possiamo tentare di indicare, descrivere, raccontare questa incognita? […] È ipotizzabile una logica del decentramento del soggetto che riesca a descrivere, nel medesimo tempo, che cosa accade all’uomo quando si allontana dal suo centro e quale è il terreno, che innanzitutto occorre riconoscere, sul quale un nuovo “senso” può prodursi? Intanto: che altro è la perdita del centro se non la dichiarazione, la sanzione che il pensiero “forte” è ormai insostenibile? La situazione tipica del pensiero “forte” è infatti quella in cui pensante e pensato, chi pensa e cosa si pensa sono solidali: si tengono in una stretta, in una corrispondenza speculare. La situazione che Nietzsche vede è caratterizzata, invece, dalla possibilità del perdersi: l’uomo è giunto dinanzi a un limite, un passo oltre e potrà sprofondare, perdersi completamente. Il luogo in cui il senso potrà riattivarsi è avvistabile solo di qui, drammaticamente. È un luogo possibile? […] In Umano, troppo umano leggiamo di un “impavido spaziare al di sopra degli uomini, dei costumi, delle leggi e delle originarie valutazioni delle cose”. Un libero spaziare? Nietzsche riprenderà e correggerà continuamente questa idea di “leggerezza” e di “libertà”: l’abisso trascina in basso e la spirale della necessità continua ad annodarsi. Non è possibile librarsi in volo e liberamente spaziare come un uccello nell’aria: forse l’unica alternativa è imparare a strisciare imitando il serpente, poiché solo aderendo alla terra avremo una possibilità di sollevarci sopra di essa.

    In conclusione di un suo notissimo frammento postumo (giugno 1887) Nietzsche tenta di suggerire un’immagine dell’ “oltreuomo” e si chiede: “Quali uomini si riveleranno allora i più forti?” E risponde: “I più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estrema, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso, di assurdità, quelli che sanno pensare, riguardo all’uomo, con una notevole riduzione del suo valore senza diventare perciò piccoli e deboli […].

    L’uomo è ormai abbastanza forte per apparire debole. Un paradosso? In ogni caso per Nietzsche ciò ha un significato profondo: lo “spaziare” (o lo “starsene fuori”) non può equivalere a una realizzazione compiuta e positiva collegata all’acquisizione storica di una forza, al compimento di un percorso umano, fino al punto in cui il “portar pesi” si trasforma in un “esser potenti”. […] Vi è un cammino difficile dentro il nichilismo, in cui l’uomo acquisisce la capacità di abbandonare le proprie catene. Nietzsche suggerisce che non si tratta di un indietreggiare, bensì di realizzare una potenzialità grazie alla forza che deriva proprio dall’abitare storicamente il nichilismo. Nietzsche, però, sa anche che questa forza è una capacità autodistruttiva, un rischio abissale che l’uomo avvicina a sé. […] L’immagine è quella di una situazione di equilibrio instabile su una piccola superficie d’appoggio. […] Come può una simile precarietà essere la massima forza?

    Vi è una necessità che appesantisce, una forza che grava, il tornare pesante delle cose, un circolo che incatena così come ci bloccano i valori superiori, le categorie “vere” della filosofia, il fine ultimo, l’unità delle cose, il loro essere. Ma il movimento che ci incatena è duplicato da un movimento che allenta. Cosa è l’eterno ritorno se non una “diversa” necessità? […] Se la si allontana, la necessità appare pesante, ferrea. Se la si lavora all’interno, allora il nulla che siamo non è poi così terribile. La ruota del destino seguita a girare: possiamo guardarla da fuori o saltarci dentro. Possiamo arrenderci all’orrida casualità o scoprire il gioco del caso: è una scelta. Se avremo la forza per farla, scopriremo l’affermatività della debolezza. Il gioco del caso, come il gioco del fanciullo in riva al mare, è una fluttuazione, un lasciarsi prendere. Ma non è un dipendere, un essere passivi, pazienti: la necessità ha perso il suo ringhio. Caso e necessità si coniugano in due modi che sono due stili di vita. Orrida casualità e necessità che appesantisce. Necessità che alleggerisce e gioco del caso.

    Il riso di Zarathustra è misterioso: né di gioia, né di dolore, forse di stupefazione».

    1] (Pier Aldo Rovatti, Trasformazioni nel corso dell’esperienza, contenuto ne Il pensiero debole; a cura di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Milano, Feltrinelli, 1983, pp. 29-51.)

  2. Gianni Vattimo in La fine della modernità (1985), scrive:

    «l’esperienza postmoderna della verità è un’esperienza estetica».

    Per Vattimo, il pensiero è arrivato alla fine della sua avventura metafisica. ormai non è più proponibile una filosofia che esiga certezze e fondamenti unici per le teorie sull’uomo, su Dio, sulla storia, sui valori. La crisi dei fondamenti ha fatto vacillare ormai l’idea stessa di verità: le evidenze una volta chiare e distinte si sono offuscate. La filosofia nel suo nocciolo più autentico, da Aristotele a Kant, è sapere primo. Con Nietzsche e Heidegger è svanita l’idea della filosofia come sapere fondazionale. La filosofia diventa ermeneutica, le categorie diventano instabili, l’instabilità diventa stabilizzazione della instabilità e il «frammento» diventa il «luogo» dove le processualità del reale si danno convegno. Si intende in tal modo collocare i «frammenti» in quella che innumerevoli volte e stata definita la nuova koiné del nostro tempo: la cultura filosofica postmoderna, derivante dall’eredita di Nietzsche e Heidegger, che ha trovato rifugio ed approfondimento in Gadamer, Ricoeur, Rorty, Derrida.

    Il «frammento» si da soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato. Ecco perché l’età pre-Moderna non conosce la categoria del «frammento».

    Esponente di rilievo dell’ermeneutica contemporanea, fortemente influenzato dal pensiero di Martin Heidegger e di Friedrich Nietzsche, Vattimo ritiene che l’oltrepassamento della metafisica sfoci in un’etica dell’interpretazione. La filosofia diventa pensiero debole in quanto abbandona il suo ruolo fondativo e la verità cessa di essere adeguamento del pensiero alla realtà, ma è intesa come continua interpretazione. Esistono, dunque, diverse ragioni che contrastano le pretese della filosofia fondazionale, ma il motivo di maggior peso è dato proprio dall’ermeneutica, arte e tecnica dell’interpretazione che riguarda il rapporto tra Linguaggio ed Essere.

    Esistere significa vivere in relazione ad un mondo e questo rapporto è reso possibile dal fatto che si dispone di un Linguaggio. Le cose vengono all’essere solo entro orizzonti linguistici non eterni ma storicamente qualificati. Anche il linguaggio non è una struttura eterna.

    L’uomo è gettato all’interno di questi orizzonti linguistici, legge ed interpreta l’essere e si rapporta ad essi. Ma, trattandosi di orizzonti temporalizzati, vale a dire non eterni, è chiaro che sparisce ogni pretesa di discorsi o teorie eterne e assolute su Dio, sull’uomo, sul senso della storia o sul destino dell’umanità. L’avventura del pensiero metafisico è giunta al suo tramonto. L’uomo si trova già da sempre gettato in un progetto, in una lingua, in una cultura che eredita. L’uomo si apre al mondo tramite il Linguaggio che parla. Risalire a queste aperture linguistiche che permettono la visione del mondo significa pensare e prendere consapevolezza della molteplicità delle prospettive e degli universi culturali.

    La verità diventa la trasmissione di un patrimonio linguistico e storico, che rende possibile e orienta la comprensione del mondo.

    Umberto Saba scriveva in Quello che resta da fare ai poeti: «un’opera forse più di selezione e di rifacimento che di novissima invenzione». È proprio quello che ho tentato di fare quando ho spostato il binario Debenedettiano dalla linea Saba-Penna alla linea Tranströmer-Mario Gabriele, Giuseppe Talìa e altri della nuova ontologia estetica.

  3. Talìa

    Hai tardato. Tardato. HURG se ne è andato.
    Andato con HARG. HuRg e HaRg. HuRgHaRg.

    Te ne sei andato. Hai tardato, HURG. HARG?
    GrAhGruh. Ah, HaRgHuRg. Uh! Anche lui è andato.

  4. Marina Petrillo

    Das Wort
    Wunder von ferne oder traum
    Bracht ich an meines landes saum
    Und harrte bis die graue norn
    Den namen fand in ihrem born –
    Drauf konnt ichs greifen dicht und stark
    Nun blüht und glänzt es durch die mark…
    Einst langt ich an nach guter fahrt
    Mit einem kleinod reich und zart
    Sie suchte lang und gab mir kund:
    > So schläft hier nichts auf tiefem grund<
    Worauf es meiner hand entrann
    Und nie mein land den schatz gewann…
    So lernt ich traurig den verzicht:
    Kein ding sei wo das wort gebricht.
    .
    La Parola
    Meraviglia di lontano o sogno
    Io portai al lembo estremo della mia terra
    E attesi fino a che la grigia norna
    Il nome trovò nella sua fonte
    Meraviglia o sogno potei allora afferrare consistente e forte
    Ed ora fiorisce e splende per tutta la marca…
    Un giorno giunsi colà dopo viaggio felice
    Con un gioiello ricco e fine
    Ella cercò a lungo e [alfine] mi annunciò:
    “Qui nulla d’uguale dorme sul fondo”
    Al che esso sfuggì alla mia mano
    E mai più la mia terra ebbe il tesoro…
    Così io appresi la triste rinuncia:
    Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca
    Stefan George

    Giorgio carissimo,
    il tuo commento ha profondamento colpito il mio animo, come quella consapevolezza che ci tocca improvvisa, della quale nutrivamo sì certezza ma, si palesa in lampo, folgore latente in cielo plumbeo… Attraverso te, in speculare riflesso, ho ancor meglio focalizzato il divario esistente tra l’anelito alla vita che pratico e ciò che indicibile mi percorre. “Così io appresi la triste rinuncia: Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”. Il non essere è in quello spazio cifrato, “epochè” in cui si instaura la sospensione od ogni sospensione regna , nihil apostrofato e tracciato in aereo segno.
    Il non essere è ciò che contraddistingue o, l’ Essere nel molteplice, quasi estranei ad un ego deformante la cui traccia involve a tedio… una assenza nell’assenza, già vuoto in divenire. Se appare e scompare ciò che non è detto abbastanza, la parola tramuta in evento. Logos a cui dichiarare la propria esistenza nella negazione.
    Eppure, tra i profili di un tenue orizzonte, si eleva ogni umana traccia: non è retorica o sbadiglio il convenire al simposio della vita. Nel non-riconoscere alcuna cosa, evolve il sillabario tra lettere indescritte. Conforme ad un codice tradito, si dichiara sconfitta ogni transitorietà poiché vera, efficace in un istante di cui forse emergerà calco . A fatica , in sua verosimiglianza, procede il tempo, nel puntiforme avvenire che ogni parola antesignana pone a se stessa: se essere nel baluginio di un elemento o elemento stesso, creatura metafisica o puro gesto. Cosa resa sacra o vilipesa da emozioni extra territoriali. Un sapere miscredente, oblio in disinganno, mentre guizzi sintattici soverchiano l’esprimibile.
    L’amplificazione rende omaggio ad una forma di sentire assoluto, in cui ciò che è cosmico lega, in abisso di arbitrio, la sua appartenenza alla percezione inconscia, dettata da una intuizione sconosciuta. ”Lasciar vedere in se stesso ciò che si manifesta”, pur senza avere sguardi tradenti il vuoto, poiché esiste un’attitudine al Vuoto… “Inebriato istante cancellato in spazio a-dimensionale, geometria sacra. Parrebbe avanzare ciò che indistintamente non lascia traccia. Ma, l’addensarsi plastica di un tempo consapevole, abita forse quel Vuoto. Ne è dinamica costante, come fosse non variabile l’umano approcciarsi al cammino evolutivo se non per quella esperienza unica, imprescindibile che è il vivere. Sottratti ad essa, vaghiamo in una interlinea assente, posta in ombra da incombente abisso. In un ‘nulla’ divagato a metamorfosi continua, incessante. Battito del cuore, metronomo in universo dilatato pur se indicibile. Per quale profilo avanzi il Tutto in assenza di sé, non è dato comprendere se non per brevi intuizioni. Sprazzi celesti in accordo all’ottava superiore. Scesi agli inferi, procediamo a tentoni, ciechi vati, Tyresia nell’ambiguità del sesso”(recente mio intervento sull’Ombra).
    Appartiene al passaggio, l’Essere, in quel vuoto relativo poiché l’Assoluto richiede altra forma e il limite posto è contagio di infinito.
    Nell’insoluto che contagia eppur travalica in veggenza, ti dedico una poesia evanescente che possa lasciar traccia in elegante eppur caustica scia…

    Involve ad altra forma la sinuosa Medusa,
    essere di fluttuante luce

    tra onde del cui segno è traccia l’orizzonte
    graffiato in sorte.
    Violacea incede a velo di sposa
    giacendo in angolo di mare

    del cui tacito esilio è vedovanza.
    Smarrita appare al cielo delle stelle dormienti

    quando in brillio tace il suo canto
    e, insperata, giunge ignota

    dai fondali reduce, remota stirpe
    irridente all’umano lascito terrestre.

    Con affetto, Marina

  5. Talìa

    E’ davvero un peso enorme per me correre su un binario di scambio dalla linea debenedettiana per quella Tranströmeriana, in compagnia di Mario M. Gabriele, senza la compagine scompaginata di un S. Grieco che in-segue la direzione di William Butler Yeats.

    Di Saba ho gran rispetto, meno di Penna, ma è solo una questione di gusto, preferisco di gran lunga gli ambigui perché trovo la loro complessità segno veritiero della contestualizzazione dei segni, si prenda ad esempio, nel caso di Saba il romanzo Ernesto e la poesia A mia Moglie, dedicata quest’ultima appunto alla moglie che non ne fu tanto felice. Pasolini stesso definiva Saba «il poeta più difficile del Novecento».

    Una linea, quella prospettata da Giorgio Linguaglossa, non tanto deragliata quanto transitiva, nel senso che transita da un crepuscolarismo ad una poesia che tende all’onestà, all’oniricità, alla mescolanza, ma che sappia anche fuoriuscire dalla banalizzazione dei media, che prenda posizione, non ideologica, ma sociale, che sia una rivisitazione letteraria, una ricerca-azione capace di tracciare un quadro critico del passato recente. Max Stirner, ad esempio, in L’Unico e la Sua Proprietà, afferma che l’arte nei primi dieci anni del secolo XX sia stata veramente arte libera. Dopodiché l’arte, che è sempre conseguenza degli eventi storici, si è modellata di conseguenza.

    La questione onesta in poesia è una questione spinosissima. Per stare ai giorni nostri, l’esordio di Magrelli con Ora Serrata Retinae (1980) è poesia onesta? Sì, è onesta nel momento in cui propone un modello mancante, una novità. Il libro di Cucchi, Il Dispers (1976) o, con la sua geografia biografica, era onesto? Sì, risponderemmo, l’onestà però, oggi, non è più possibile ricondurla a quanto Saba scriveva di Manzoni e D’Annunzio, non che non fosse allora come ora solo di questione relativa a onestà “verso loro stessi come verso il lettore”, pur rimanendo validi i princìpi cardine. Rendersi irriconoscibili. Cambiare pelle continuamente. Ad ogni libro un diverso modus operandi, al passo con i tempi e i tempi sono baumaniamente sotto gli occhi di tutti. Allora, la poesia che non ha più nel sacco la vecchia metafisica come può attrezzarsi? Tirare dal sacco ogni volta un coniglio diverso?
    E’ come ha fatto, per esempio, Mario M. Gabriele, per cui riesce a fare un triplo salto “mortale” sul cappotto di Godot. Un salto nel buio, et voilà, il Romanzo (Grande) in poesia con Miss Memory.

    Linguaglossa non mangia più i pasticcini (né fritti misti) da quando ha scoperto La filosofia del tè (2013). Gaio Cornelius Gallo, invece, li evita da quando è sotto costante minaccia di proscrizione.
    Per Rago, Ecuba ridiventa nuovamente una fonte. Per dirla in breve, la fonte stessa che la fonte implica sulla stessa fonte ,sul destino dei vinti e sui bottini di guerra.
    Per Letizia Leone la memoria, per essere tale, deve prima morire, e ci conduce in un mattatoio, in un supplizio fossile*, sulle tavole e le panche di un teatro.
    Quanto a me, sfido chiunque a trovare un me uguale me nei quattro libri di poesia.

    Non posso dimenticare gli autori di ultima entrata nella redazione dell’Ombra. Paolo Intini migliora di giorno in giorno. Dimidiata la dicotomia pseudo religiosa e concentrandosi sulla bipartizione essere ed esserci, migliora la versificazione. Noto, però, che a differenza di Marina Petrillo che pare più viscerale, deve osare di più: vale il motto, impara l’arte e mettila da parte.

    Prendiamoci meno sul serio, ma siamo seri.

    • Mario Gabriele

      cari Talia e Giorgio Linguaglossa,
      leggere i vostri commenti è stato per me uscire dalle nebbie dei monti matesini e trovare l’azzurro, non per glorificarmi, ma per essere stato “compreso” nella lettura dei miei testi,che si accucciano come un cane fedele, alla vostra sensibilità e apparato culturale, non di semplice periferia nazionale, ma di più ampi confini territoriali.

      Si parla di vecchia e nuova metafisica. Sono segnaletiche che aiutano a comprendere la poesia ed è sempre un bene tenerne conto, in contrapposizione ad un vecchio outlet linguistico, che ha come unica offerta la cucitura dei versi con la Tradizione.
      Ma qui intendo riferirmi alla resistenza e al lirismo, e a tutto ciò che abbiamo letto e riproduciamo ancora in campo regionale e nazionale.

      Ciò che resta da fare è sperimentare col subconscio un’altra voce, autenticamente fisiologica, discontinua, frammentaria,di fronte agli esiti esistenziali ed economici che riguardano la nostra società, il nostro malessere quotidiano e tutto ciò che è servito nel maturare la lingua, coesistendo anche con i poeti stranieri; senza sottostare ad una poesia acrilica e di solo paesaggio estetico. Da quando convivo con l’Ombra delle parole ho conosciuto poeti di diversa sensibilità, e che tutt’ora sono autentici “Signori del verso”.

      Il linguaggio è ciò che ci resta potendo fare di tutto: introdurci in ogni locus,deragliare dalle ovvietà quotidiane, creare un nuovo Illuminismo linguistico attraverso la Difesa del Frammento, del Distico, del Polittico, ecc.
      Ma per fare questo bisogna essere spezzettati dentro e uscirne fuori con una identità personale.

      L’inconscio, sottostante le turbative esistenziali e il recupero di immagini ed eventi provenienti dall’archivio della memoria, porta la poesia a sublimare tempi diversi, ognuno con propri messaggi comunicativi.

      “C’è un quadro di Klee”, scrive Diego Fusaro in “Tesi di Filosofia della storia”, che s’intitola “Angelus Novus”. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi . Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto”. Ecco questo angelo siamo tutti noi che viviamo ogni giorno su questo cumulo di macerie e ne raccogliamo i frammenti. Grazie Talia, grazie Giorgio.

  6. Quando scrissi la poesia Urgh avevo in mente la nascita della parola. Quindi mi inventai una parola inesistente, le diedi un passato preistorico e da quel momento HURG ha cominciato ad esistere. Un grosso Hurg!
    Non trovo nulla di strano in questa che io riconosco come poesia, perché lo so, è nata con i crismi della poesia ispirata – nel linguaggio che crea l’esistente –. E’ sì, un po’ divertita. Ma se altri preferiscono addolorarsi ad ogni parto, pensando che il dolore sia comune a tutti, allora facciano pure; ché qui nasciamo tutti cattolici: nel dolore complici. E si starebbe nella maggioranza.
    Fa parte della mia scelta estetica un certo primitivismo. Anche in pittura. Ma non si tratta del primitivismo modaiolo che inventò ad esempio il Cubismo (riferito all’arte africana, confusamente scambiata per primordiale). No, trattasi della parola che designa la cosa, alla sua nascita. Suono che corrisponde a – mentre “a” era in essere già da prima–. Poi possiamo giocare con quella parola, come fa Talia. Che ringrazio.
    La nascita della parola è mistero costante, le poesie sono tutte nursery. Ma anche qui, dove starebbe la stranezza? Noi tutti viviamo anche nel non detto e nel non pensato. Il Nulla, come “a”, è preesistente: vuoto non da riempire o da abitare, ma vuoto a cui possiamo volgere l’attenzione. Le parole hanno storia, non è difficile lasciarsi raccontare da esse. Entrano nel discorso come ballerine a teatro, e ciascuna parola è coro.

    • Talìa

      Chomsky afferma che l’uomo è stato programmato biologicamente a parlare e quindi a trovare , inventare, un linguaggio.
      Ed ha ragione, biologicamente, altrimenti boccheggeremmo come i pesci o abbaieremmo come i cani.
      Le neuroscieze fanno passi da gigante in tal senso.

      Io mi sono divertito con la tua poesia, e dico poesia, tanto che non ho resistito a giocarci, perché come ben sai, Lucio, io non sono serio, sono serissimo.

      • Dalla «discesa culturale» della poesia italiana degli anni Settanta alla Nuova ontologia estetica
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/11/28/la-domanda-fondamentale-i-parte-riflessione-di-giacomo-borbone-la-fine-della-filosofia-e-il-compito-del-pensiero-riflessione-di-giorgio-linguaglossa-il-compito-della-poesia-poesie-di-lucio-mayoo/comment-page-1/#comment-60473
        caro Giuseppe Talìa,

        I libri che tu hai citato, Il disperso (1976) di Maurizio Cucchi e Ora serrata retinae (1980) di Magrelli, ampiamente citate e celebrate, a cui potremmo aggiungere Le mie poesie non cambieranno il mondo, (1974) di Patrizia Cavalli, si inseriscono in una atmosfera culturale contraddistinta da una «discesa culturale» (dizione di Berardinelli), un post-moderno contraddistinto da quello che Maurizio Ferraris designa così, in quanto *«Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1».

        Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica»; di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. Da questo momento, la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privatistico. Questo deve essere chiarissimo, è un punto inequivocabile. Che segna una linea che bisogna tracciare con la massima precisione.

        Nel mio primo libro (scusatemi se mi autocito), Uccelli (1992), le ultime quattro poesie raccontano invece una condizione diversa: la fine della centralità dell’io (visto come il pilota di un monoplano che precipita nel mare) e l’inizio di una poesia de-centrata, eccentrica, che prende atto della de-fondamentalizzazione del soggetto poetante. Con queste quattro poesie introducevo nella poesia italiana un elemento di fortissima discontinuità, anzi, una diversione di rotta che da allora ho cercato di percorrere senza tentennamenti fino ai giorni nostri, ai giorni della nuova ontologia estetica.

        La quadrilogia di Mario Gabriele: Le finestre di Magritte (2000), Bouquet (2002), Conversazione Galante (2004), Un burberry azzurro (2008) e Ritratto di Signora (2014), con la trilogia che segue, L’erba di Stonehenge (2003), In viaggio con Godot (2007) e Registro di bordo, in corso di stampa con Progetto Cultura, rappresenta il lavoro di più grande rottura che sia stato fatto dalla poesia italiana per uscire fuori dalla struttura ideologica post-moderna caratterizzata dalla privatizzazione e tribalizzazione della verità, cioè della narrazione dell’io, di quell’io che la poesia epigonale riteneva inconcusso e fuori questione. Con la poesia di Mario Gabriele avviene una rottura insanabile nell’ambito delle istituzioni stilistiche per natura conservatrici ed epigonali.

        Con la nuova ontologia estetica, con il lavoro che stiamo facendo tutti insieme, la poesia dell’epoca post-moderna, quella caratterizzata «dalla privatizzazione e tribalizzazione della verità», viene relegata nell’ambito della poesia minoritaria. Quella poesia, scaturita dalla «discesa culturale» individuata con grande lucidità da Berardinelli, viene derubricata a poesia epigonale della grande cultura novecentesca.
        Con la nuova ontologia estetica siamo finalmente fuori dal pendio discendente del tardo novecento, il pilota del monoplano del mio libro Uccelli si è schiantato nel mare e galleggia, si è salvato, per miracolo sì, ma si è salvato. Ed ha ripreso a fare poesia dopo lo schianto.

        1 Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113

        • https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/11/28/la-domanda-fondamentale-i-parte-riflessione-di-giacomo-borbone-la-fine-della-filosofia-e-il-compito-del-pensiero-riflessione-di-giorgio-linguaglossa-il-compito-della-poesia-poesie-di-lucio-mayoo/comment-page-1/#comment-60477
          Per trenta anni sono stato «inoperoso». Qualcosa mi sfuggiva, ma non riuscivo a capire che cosa. Dal 1985 al 2015 sono restato nell’inopia della inoperosità, quando all’improvviso…

          Scrive Giorgio Agamben:

          «Poeta non è chi possiede una potenza di fare e, a un certo punto, decide di metterla in atto. Avere una potenza significa in realtà: essere in balia della propria impotenza. In questa esperienza poetica, potenza e atto non sono più in relazione, ma immediatamente in contatto. Dante esprime questa speciale prossimità di potenza e atto quando scrive, nel De monarchia, che tutta la potenza della moltitudine sta sub actu, “altrimenti si darebbe una potenza separata, il che è impossibile”. Sub actu significa qui, secondo uno dei possibili significati della preposizione sub, la coincidenza immediata nel tempo e nello spazio (come in sub manu, immediatamente a portata di mano, o sub die, subito, nel giorno stesso).
          Nel punto in cui il dispositivo è così disattivato, la potenza diventa una forma-di-vita e una forma-di-vita è costitutivamente destituente.
          Tutti gli esseri viventi sono in una forma di vita, ma non tutti sono (o non sempre sono) una forma-di-vita. Nel punto in cui la forma-di-vita si costituisce, essa destituisce e rende inoperose tutte le singole forme di vita. È soltanto vivendo una vita che si costituisce una forma-di-vita, come l’inoperosità immanente in ogni vita. la costituzione di una forma-di-vita coincide, cioè, integralmente con la destituzione delle condizioni sociali e biologiche in cui essa si trova gettata. La forma-di-vita è, in questo senso, la revocazione di tutte le vocazioni fattizie, che depone e mette in tensione dall’interno nel gesto stesso in cui si mantiene e dimora in esse. Non si tratta di pensare una forma di vita migliore o più autentica, un principio superiore o un altrove, che sopravviene alle forme di vita e alle vacazioni fattizie per revocarle e renderle inoperose. L’inoperosità non è un’altra opera che sopravviene alle opere per disattivarle e deporle: essa coincide integralmente e costitutivamente con la loro destituzione, col vivere una vita.
          […]
          Contemplazione e inoperosità sono, in questo senso, gli operatori metafisici dell’antropogenesi, che, liberando il vivente uomo da ogni destino biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponibile per quella particolare assenza di opera che siamo abituati a chiamare “politica” e “arte”. Politica e arte non sono compiti né semplicemente “opere”: esse nominano, piuttosto, la dimensione in cui le operazioni linguistiche e corporee, materiali e immateriali, biologiche e sociali vengono disattivate e contemplate come tali per liberare l’inoperosità che è rimasta in esse imprigionata».1

          Un aneddoto

          Quando ritornai a Roma nel 1985 dopo il girovagare in alcune carceri italiane del nord, mi predisposi a scrivere poesia, ma, con mia sorpresa mi resi conto che non avevo alcunché da dire. Leggevo la poesia dei contemporanei e quella del novecento ma restavo senza idee, senza parole, mi sentivo, come dire, disattivato, o, per usare un termine di Agamben, «inoperoso». Non riuscivo a scrivere nulla che non fosse già stato scritto. (Ero già allora molto auto critico per non rendermene conto). E così passarono tre anni di inoperosità, quando, all’improvviso, scrissi Blumenbilder (natura morta con fiori), che poi diedi alle stampe nel 2013, esattamente 28 anni più tardi. Ma quel tentativo non mi soddisfaceva affatto. E così scrissi altre cose, finché nel 1992, diedi alle stampe, Uccelli, un libretto di poesie che segnavano un passo in avanti nella mia ricerca, traguardo però, a mio avviso dell’epoca, ancora del tutto insoddisfacente, perché non avevo dietro di me, alle mie spalle, un linguaggio della tradizione novecentesca che mi potesse sorreggere in questa impresa, mi mancava il linguaggio e, quindi, mi mancavano le parole, la sintassi, la fonometria, la fonologia.

          Si può dire che dal 1985 al 2000, anno in cui diedi alle stampe Paradiso, tutti quegli anni li passai nella «inoperosità», nel senso che tutto quello che scrivevo non mi soddisfaceva affatto, o mi soddisfaceva parzialmente, avevo scritto quelle poesie come in preda di una forzatura, di un impegno, di un compito. Insomma, non avevo «disattivato» il mio linguaggio, non lo avevo «depotenziato», il mio «io» mi condizionava dettando «lui» il linguaggio. La questione era proprio quella: che il «mio» linguaggio non doveva essere il «mio linguaggio», avrei dovuto depotenziarlo, disattivarlo per farlo entrare in funzione. Il contrario di quello che avevo fatto fino allora. Era come se percepissi tutti quegli anni come una rincorsa, un allenamento «inoperoso» che sembrava girare a vuoto e non dovesse aver mai fine e che avrebbe dato, forse, un giorno, i suoi frutti.

          Questa condizione di «inoperosità» durò fino al 2015 circa, quando, all’improvviso, ebbi chiaro e netto il compito che mi aspettava: il Cambio di Paradigma e la fondazione di un Nuovo Logos. Detto così è qualcosa da far tremare i polsi o da far ridere, ma ero giunto alla convinzione che occorresse, anzi, fosse indispensabile una fortissima accelerazione, erano passati trenta anni durante i quali la mia ricerca aveva proceduto a rilento, passo dopo passo. Adesso occorreva un cambio di marcia. Occorreva una fortissima accelerazione. Così, nel 2018 pubblico con Progetto Cultura, Il tedio di Dio, opera scritta in pieno coinvolgimento nel Cambio di Paradigma e nella nuova ontologia estetica, ovvero, il Nuovo Logos.
          E siamo giunti ai giorni nostri.

          Pubblico qui le quattro poesie, riscritte in distici, dell’ultima sezione del libro Uccelli, dove viene svolta la metafora della caduta e della risalita dell’«io», di un aviatore con il suo monoplano. Dopo queste composizioni la mia poesia sterzerà in modo deciso verso l’abbandono dell’io per la ricerca di una poesia astratta, nella quale l’io si è de-funzionalizzato, de-localizzato.

          1 G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2014, pp. 350,51

          Da Uccelli (1992), Sezione “La caduta dell’angelo ribelle”

          I
          Nel cielo nitido, al posto di comando, in cabina,
          guardo la fusoliera in fiamme, l’incendio divampa

          non c’è dubbio, il ronzio del monoplano cessa,
          ora tossisce, scalpita, e nel fumo che già

          avvolge la cabina percepisco con chiarezza
          la drammaticità della situazione – mi turba

          la mia indifferenza, come se tra poco
          le fiamme non dovessero avvolgere me, ma un

          altro sconosciuto signore che mi somiglia,
          con cui, in rapporto telepatico, vedo

          lo stesso cielo nitido, le fiamme, la fusoliera.

          II

          Nell’attimo del tuffo chiusi gli occhi,
          il vortice d’aria mi risucchiò nell’imbuto.

          Guardavo il cielo azzurro, opprimente,
          seguendo il filo a piombo della gravitazione

          universale quando il paracadute variopinto
          si dispiegò e, sotto le braccia, lo strappo

          mi tenne alto, leggero come un pennuto uccello.
          L’orecchio di tigre del paracadute

          librato nell’atmosfera, cenotafio del cielo.
          Sotto, il mare smeraldino in minuscole scaglie

          iridate, risplendeva.

          III

          Il tonfo plumbeo si schiuse ed entrai
          nella vetrosa cornea del mare cristallino

          Come se le palpebre si fossero scosse e serrate.
          Vidi le lastre dell’oceano scindersi e sprigionare

          Innumerevoli bollicine, il gas della mia vita,
          non fiamme o scintille; la vetrina del mare

          i pesci guizzanti spaventati dalla mia caduta
          di angelo ribelle. Giunto al punto finale

          l’imbuto si aprì e risalii, con mia sorpresa,
          gorgogliante, seguendo la traccia perpendicolare

          della discesa agli inferi, con pochi colpi,
          alla luce, all’aria che risplendeva al sole

          che sfolgorava. Il paracadute tigrato sulla
          superficie del mare sembrava una testuggine

          esotica, le corse ancora attorcigliate alla
          mia vita, la tuta da aviatore. Il plumbeo,

          vetroso, turbolento mare cristallino.

          IV

          In solerte inerzia indosso lo scafandro,
          la tuta gommosa, le pinne, controllo

          le bombole di ossigeno, il manometro,
          le apparecchiature per la discesa, la valvola

          di sicurezza, l’orologio. Una missione
          tra le tante. La materia equorea si apre,

          mi deglutisce in miliardi di bollicine.
          Da bambino ero ghiotto di gazosa

          Per via della gassosità del liquido,
          ora mi seduce tutto ciò che è compatto,

          inalterabile, insolubile. Il mare,
          cilindro ad ipocausto, lo raffiguro come

          una miriade di scaglie cristalline.
          L’immersione è una vertigine equorea, abluzione,

          oblio. Lo scafandro è una carrozza
          trainata dai cavalli del sonno. In ipnotica

          ipocinesi rimuovo bulloni dalla chiglia
          d’un grande cetaceo inabissato, mi apro

          la via nel ventre del mostro. Risalgo.
          Abbandono la dimensione equorea. Tra poco

          Sarò nella gassosità, nell’aria, nel fuoco.

  7. diamanti sismici /Fiori legati al cash dispenser della banca./Altri bambini spolverati di limatura ferrosa/ Hello cuore di ginestra/ La signorina Pearl ha compiuto mille anni di geografia/ Dal centro di Madrid ai meridiani serpentini/ Un follicolo è stato sepolto/Complice della notte ereditata/ Flash dei rumors al punto zero/ Mamy fai gli scongiuri/ Famelico il suicidio del fuoco/Cedimenti dagli alberi/ Cordigliere incise sulla lingua/ Una bi o una effe con gli occhi prosciugati dalla schiuma/Orribile/Il lessico del sorriso dorme al parcheggio dell’Oviesse.

    /…/

    cavallette umane
    Poltiglia
    La falce ritaglia un pianoforte Steinway & Sons
    Occasionale
    Blues scavato nella brina disossata

  8. gino rago

    Cari Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppe Talìa,
    Care Francesca Dono e Marina Petrillo,

    perché sottoporre a isciacquio e calpestio i cervelli nel tentativo di cercare chissà dove e chissà in chi le risposte poetiche alle domande che in questa pagina de L’Ombra delle Parole lo stesso Linguaglossa si pone e ci pone, quando la risposta, per me la migliore, già è stata data su L’Ombra e di recente su essa ospitata?

    E’ quella in ordine cronologico della ultima arrivata sui lidi della NOE, è quella di Marie Laure Colasson con i versi di In caduta libera.

    Perché nei suoi versi ad elevata resa estetica la Colasson ha saputo adottare i più efficaci silenziatori verso il petrarchismo opponendo

    – la ricchezza data dalla semplicità,
    – l’attesa che suscita l’incompiutezza della asimmetria,
    – il fascino del vuoto e dell’assenza

    a tutto l’horror vacui e alla ossessione del pieno e dell’equilibrio stabile della tradizione petrarchesca.

    E perché Marie Laure Colasson tra retro-linguismo, bi-linguismo e trans-linguismo ha compreso che ogni prodotto culturale inter-agisce con altri linguaggi (pittura, musica, immagini fotografiche, voce…) fino a fondersi l’uno negli altri.

    Non pretendo che siate d’accordo, ma io così vedo, leggo e percepisco la proposta poetica colassoniana.

    (gino rago)

  9. Solo i morti hanno visto la fine della guerra.
    Platone.

    Lei cosa beve?

    Abbiamo un avvenimento in corso: tre cimarose
    al rosso di Puglia; al tempo in cui versavano acqua nel vino,

    più raffinati della plebaglia. I barbarozitechi.
    Per tirarsi su dalle sconfitte.

    Sì, è vero. Non abbiamo vissuto in guerra, sappiamo solo
    che è finita quella cosa che non sappiamo.

    Siamo vissuti fuori dai campi di concentramento. Eppure
    viviamo come se avessimo perso tutto. Tanti non hanno mai visto

    un bosco di castagne. Tanti nemmeno il mare. Parigi…

    Già, noi non conosciamo la fine della guerra.
    Ma se questa la chiamano pace, be’ una ragione ci sarà.

    La stiamo cercando.
    Guardi questa cartolina.

    (May nov 2019)

  10. Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?
    È una poesia che nasce ispirata da qualcosa ma finisce nel nulla-Qui è una signora, forse la direttrice dell’ufficio, che mi vieta di prendere due biglietti di prenotazione per lo stesso servizio- ma poi si dissolve cercando un significato non reale. Nessun punto è definitivamente al suo posto, con un senso compiuto definitivamente. Ogni verso respira per proprio conto ma finisce di respirare nel momento che cerca un raccordo. L’ispirazione interagisce con mondi insospettabili. Spesso con quello tragico.
    Altre volte con l’ipermoderno. Fa uso di norma di un tempo reversibile che modifica il passato fino a falsificarlo e muove i fenomeni in senso inverso per cui l’entropia non esiste.
    E dunque non c’è nulla da comunicare, nessuna lezione da impartire, nemmeno un palcoscenico da commuovere o da coinvolgere o qualcosa che assomigli alla ricerca di un premio, una rivincita, una prestazione dell’Io.
    La poesia si svincola dall’etica. Diventa un movimento impossibile da gestire, da finire.
    Incontra le contraddizioni che stanno alla vita civile come i teoremi alla geometria. “Qui non arrivano gli angeli \con le lucciole e le cicale …Qui è logico \Cambiare mille volte idea” (Vasco rossi –Gli angeli). In questo caso i rappresentanti della metafisica sono gli stessi della razionalità calcolante. I barracuda che inventano le strade per intrappolare i passanti e chiudere le vie di fuga.

    EVA DEGLI UFFICI POSTALI

    La scacchiera impose le sue leggi.
    Una vipera soffiante il nido postale.

    Vestale nel suo tempio.

    L’oracolo parlò in pausa pranzo
    delle scarpe sfuggite al controllo.

    Una polvere le coprì. Libertà va cercando.
    Dubbio, anarchismo e rigurgito di peste.

    Fiorisce l’algoritmo sullo schermo.
    Devia la colonna di cicche dal rigo di mattoni.

    Mai più afferrare il frutto dello schermo
    Il pensiero scopa le macchine.

    Una mantide senza sesso
    La vestaglia di lino.
    .

    ***

    Zampilla sangue dal terreno.
    Ricaveremo combustibile per accendere Tebe.

    Adattamento di carne a trivelle.
    Un teatro rinnega la regia.

    ***

    Si ha l’impressione di mani che strappano
    E di alberi che lasciano fare.

    ***

    Portarono via gli occhi
    il frutto del ventre.

    Ifigenia comandò una squadra di Kapò.
    Persino l’aria fu divisa in fucili.

    Bandito l’ossigeno nel giardino.

    Delfi soffiò senza sorprendere.
    Vietato ventilare le foglie lievi.

    Solo i cartelloni restarono vivi
    e risero, attorcigliati ai tronchi.

    ***

    Le radici afferrano nuvole.
    Ascoltano il rumore d’ingranaggi.

    Una buona digestione anticipa il pranzo.
    Eva, padrona dell’Eden, vieta di mangiare la mela.

    Scorre l’asfalto sotto le auto.
    Barracuda inventano le strade.

    Nessuna uscita nella camera da letto.

    (inedito, Francesco Paolo Intini)

    ciao

  11. Giorgio Linguaglossa parla della ‘parola ciarla della poesia ‘, della parola ‘plastificata, precotta, pronta per l’uso ‘. Ne siamo circondati, il linguaggio della politica eccelle in questo, per di più con intento manipolatorio.La comunicazione a rutti i livelli, a dire il vero, oggi è malata di ‘ plastica ‘. Che fare? Opporsi, spiazzare l’interlocutore cercare la verginità e soprattutto, penso, evitare i luoghi di eccellenza delle parole plastificate, cioè i social e le fiction televisive.

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