Urszula Kozioł, Poesie scelte, a cura di Paolo Statuti

 

Urszula Kozioł, poetessa, prosatrice, autrice di testi teatrali per la gioventù e di radiodrammi, è nata il 20.6.1931 a Rakówka, nei pressi di Biłgoraj. Dopo gli studi di polonistica all’università di Wrocław, ha lavorato come insegnante e animatrice della cultura. Legata alla rivista “Odra” dal 1972 come responsabile del settore letterario. Ha debuttato nel 1957 con la raccolta “Cubi di gomma”. Sposata con Feliks Przybyłak – germanista e traduttore morto nel 2010. Ha pubblicato 18 raccolte di poesie e tre volumi di prosa. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue. Ha ricevuto importanti premi letterari, a partire dal premio al festival della poesia di Danzica nel 1957, fino al premio Silesius nel 2011.
La sua poesia abbina abilmente la riflessione filosofica alla sensualità, rivela i condizionamenti biologici e storici dell’esistenza. Stanisław Barańczak, poeta, critico letterario, prestigioso interprete di Shakespeare e uno dei più importanti creatori della Nouvelle Vague polacca, ha scritto sulla poesia di Urszula Kozioł: “Il mondo dell’uomo e il mondo della natura sono presenti nella poesia di Urszula Kozioł come mondi pericolosamente isolati e ostili: se qualcosa li unisce, è il rapporto di reciproca intransigente lotta, a causa della quale l’uomo coesiste con la natura in uno stato di equilibrio instabile, che in qualsiasi momento può far pendere il piatto della bilancia verso la rovina umana”.
Il titolo stesso dell’ultima raccolta uscita nel 2010 – Horrendum – è un’eloquente immagine del mondo inteso come minaccia. Si potrebbe dire che questo titolo, dato a una raccolta nella quale l’ammirazione per la natura si unisce alla esplicita questione del trascorrere della vita, costituisca una definizione poetica del mondo intero.
Nelle sue poesie Urszula Kozioł prende la parola su questioni importanti, anche pubbliche. La protagonista della sua lirica è curiosa del mondo, ama i viaggi. Negli anni ’90 si aprirono le frontiere della Polonia. I progetti della poetessa-viaggiatrice poterono essere attuati in misura maggiore. Nel 1974, nel suo articolo “Il viaggio”, scriveva: “Il viaggio ci permette di realizzare quel sogno che forse ci portiamo dietro dall’infanzia, di essere qualcuno diverso da quello che si è di solito, di essere se stessi diversamente”.
( Paolo Statuti)

Di Urszula Kozioł ho tradotto questo testo sulla sua poesia, pubblicato dalla rivista “Przystanek literacki” (“Fermata letteraria”) nel 2011.

La parola

Nella parola la cosa più importante è la forza che la determina, l’imperativo di esistere racchiuso in essa, che evoca dal nulla nuove esistenze: diventa!
Questo “diventa” è anche alla base di ogni opera d’arte. E dunque anche – soprattutto? – di una poesia. Evocato da nessuna parte. Essendo la proverbiale mosca della bottiglia di Wittgenstein, soltanto con l’aiuto della poesia posso uscire da essa e soltanto grazie ai versi, come tramite una magica formula, posso trasferirmi in un altro terreno, in un altro spazio, uscire oltre il proprio contorno, oltre il tempo anagrafico assegnatomi: esistere oltre me stessa. Un istante più a lungo?
Presto ho scoperto che accanto al mondo reale esiste un mondo immaginato, scritto – anch’esso in un certo modo reale, ma reale in modo diverso. La parola del verso elimina il concetto di lontananza nel tempo e nello spazio, trasforma “una volta” e “in qualche luogo” in “qui e ora”. Leggendo Saffo o Omero, non avverto la lontananza delle intere epoche che mi separano dall’antichità. Per me un poeta attuale è in ugual misura Pound, Norwid o Hölderlin, mi piace fare una chiacchierata con Circe o con Ulisse o Rimbaud. Mi è stato concesso di crescere vicino a parole scintillanti, gravate al tempo stesso di profondità metafisica e di quel particolare tremendum della poesia di Leśmian, il quale ha calcato, come me, gli stessi ciottoli della terra di Biłgoraj. Presto mi sono entrate profondamente negli orecchi le frasi di Kochanowski e di Słowacki, che mi hanno vivamente interessato e incantato con la loro bellezza. Non era importante per me che questi poeti non esistessero più da tanto tempo. Le parole delle loro poesie restituivano la presenza a ciò che è Assente.
La parola della poesia è una forma di presenza, di abolizione dello spazio tra lontananza e vicinanza, tra adesso e allora, tra un giorno e oggi.
La nostra esistenza si estende tra il ricordo e l’oblio. Notte dopo notte il fratello di Tanathos, Ipnos, mi versa sotto la corteccia cerebrale un bicchiere di acqua del fiume Lete, la quale cerca di separarmi da me stessa, dal mio ambiente e dalla mia eredità. In questa forza distruttiva delle acque del Lete, viene in aiuto, come una divinità custode della memoria, la parola del verso: con il suo ritmo, la sua vibrazione e la sua melodia.
Nell’infanzia amavo ascoltare attentamente la parola anche non ancora ben formata, che solo allora mi giungeva e si precisava nella mia fase ancora balbettante, incerta tra le possibilità che le spettano.
Mi piaceva accostare l’orecchio ai pali telegrafici, attraverso i quali – giudicando dalle vibrazioni mantenute in una tonalità di ultrabassi – passavano da una estremità all’altra del mondo le conversazioni di qualcuno, alle quali cercavo di unirmi gridando la mia propria parola.
In ogni grande opera d’arte in generale, e soprattutto nella poesia, insoliti e affascinanti sono gli stati di raccoglimento che si trasmettono a un destinatario sensibile e in grado di percepire. Non si tratta solo del fatto che la poesia è un tipo di linguaggio condensato, concentrato, che deve trovar posto in poco spazio. Ho in mente piuttosto il messaggio contenuto in essa, che è qualcosa come una illuminazione, dal momento che riesce a mettere il lettore in uno stato che di solito si raggiunge soltanto dopo lunghe meditazioni. Lo distoglie dall’involucro della consuetudine, della evidenza e testualità delle sensazioni e, anche se per un solo istante, conduce nella sfera di ciò che è straordinario, non evidente, e al tempo stesso strano e come se conosciuto da tanto tempo, ma ormai perso. E’ dunque quel “ricordare a se stessi”, di cui parlano i mistici.
Una poesia che nasce a volte mi sorprende, come se non l’avessi scritta io. Mi trasforma in una copista, in traduttrice di un suggerimento senza parole, che esige una traduzione immediata nel linguaggio e in quella particolare parola, non un’altra. Prendendo docilmente nota, sento allora la presenza di un qualche co-autore immaginario. Chi è? La Musa?
Alcune poesie provengono dal contrasto tra la somiglianza e la non somiglianza. Altre sono evocate dall’immensità dell’inesplicabile. Dalla mancanza (del sospirato vis à vis?). Dall’eccesso. Dal bisogno di colloquio. Dallo stupore – (che esista qualcosa che al tempo stesso è come se non esistesse).
Tanto tempo fa, da bambina, scrivere poesie mi sembrava una cosa naturale, semplice. Mi piaceva immergermi nel folto del linguaggio, alla caccia di qualche parola che mi divertiva o mi attirava per la sua diversità. Scrivere una poesia mi sembrava allora una cosa convenzionale, come concordate erano le lingue inventate da noi bambini e i colloqui nascosti ai non iniziati da un buffo cifrato, quando tra le sillabe delle parole inserivamo ad esempio le lettere “co”, e quindi: co-a-co-des-co-so co-non co-ho co-tem-co-po.
Oggi sulla poesia so meno di quando cominciai a scrivere.
Per me è un mistero. Un dono.
Ma dato per sempre?

Il verso è abbastanza complicato già di per sé, per la sua natura, per la non testualità dell’enunciato e della condensazione della scrittura. Racchiude in sé molto più di quello che si trova al di là di esso. Per questo ora, che il mio “io” si faccia capire dal “tu” di altri, mi preme più dell’aumento della indecifrabilità del messaggio e dell’aumento degli ostacoli nei luoghi degli incontri. Adesso non voglio sbalordire nessuno, voglio comunicare e proprio questo si rivela così difficile, incredibilmente difficile.
(Urszula Kozioł)

Propongo ora nella mia versione una scelta delle poesie di questa poetessa che conosco personalmente e che apprezzo molto.

(Paolo Statuti)

Foto Saul Steinberg Lady in bath 1

Urszula Kozioł

Ricetta per un piatto di carne

Occorre avere un coltello
occorre una pietra liscia
con la lama accarezzarla finché contraccambierà
il coltello dev’essere quieto e flessibile il luccichio
per assorbire la dura tenerezza e nervatura delle mani
Il resto è semplice
Un ceppo una tavola Una presa di sale
L’erbetta per la gioia degli occhi
E una foglietta di lauro
Il resto è normale
Perché tutto sta negli aromi
(Non scordare la scodella e l’accostamento dei colori)
Il fuoco oggi è cosa facile grazie a Prometeo.
Purché ci sia il coltello e la pietra.
Nonché un collo docile.

1956

A te

Quando la timida farfalla dei tuoi occhi
si posa sulle mie labbra
allora so, cosa provano i fiori.
Chi sei, strano passante
che con lo sguardo in un bocciolo mi trasformi?
I tuoi occhi sono come le foglie d’un giardino d’autunno
e a volte come il lucente dorso del pesce
nell’onda che si frange
o come il cielo, che aspetta il crepuscolo.
Le mie avide labbra succhiano la rugiada dei tuoi sguardi.
Guardami ancora.
Ecco abbasso gli occhi, per non spaventare i tuoi…

1957

Ipernudità

Avevo il mio asilo nel bosco
– ormai lo hai tagliato
Sono andata in altri luoghi
– ormai sono diventati i tuoi.
Dovunque corressi
mi hai tagliato la strada
le case prevenute erano in agguato.

Doveva essere un duello
ma hai scelto la congiura
ora tutti accerchiano la stessa preda
senza divieto di caccia
senza la scelta dell’arma.

Oggi non hai chi non possa negare un tetto
non hai chi non possa tradire
non additarmi
non hai chi non possa braccare.
E previeni le impronte
prima ch’io arrivi a stamparle nella panica fuga.
Tanto m’è rimasto quanto nella parola taciuta.
Ma tu sei riuscito a irrompere nell’intimo occulto
e ormai neppure di me stessa sono oggi alleata.
Anche se la lingua è ammutita
le mie viscere hanno cento bocche.
Mi tradiscono le glandole il respiro mi abbandona
la pressione sanguigna e il polso cospirano alla mia rovina. –
Tanto hai preso. Eppure ancora non m’hai del tutto carpita.
Se mi vuoi avere – toglimi la morte.
In essa ho ancora asilo.

1967

saul steinberg polittico senza facce

Glossa: Da una gita

In questo labirinto
dove a ogni svolta una diversa
loda una diversa matassa di filo
lusingando con un sempre
diverso colore

ho acquistato
un ago col ditale e un gomitolo per prova
lo svolgo
forse basterà
per rammendare i buchi sul tallone di un semidio
forse per avvolgerlo attorno a un dito
forse per –

non è bastato

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi
nel labirinto
dove tutti i fili sono troppo corti tranne
il filo della ditta Alfa tranne
il filo della ditta Beta tranne
il filo dei fili
che per il momento sono mancati

lo svolgo
o forse per un punto di maglia
un segno sghembo giacché qui mi hanno condotto

non è bastato

ed ecco mi sono trovata in mezzo
nel labirinto
dove già una diversa Arianna loda una diversa matassa o
un suo surrogato o
qualsiasi cosa anziché –
che sia dunque questo anziché
per tutti lo stesso anziché

non è bastato

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi
nel labirinto
e quella parete non è alcuna parete
è la parete della parete
e questo sentiero non è alcun sentiero
è il sentiero del sentiero
e quel segno inciso sul muro
è un segno verso nessun luogo
è un segno dello stesso segno

come puzza qui
di sudore dell’attesa di sudore del sudare
come rimbomba qui
per lo sgambettio in un posto e in un altro

adesso prendiamoci tutti per mano
reggiamoci forte

adesso sporgiamoci tutti oltre –
sempre oltre quella parete
oltre –
sempre una più lontana
oltre –
sempre in questo ACCANTO

non c’è di che avere paura
in ogni caso
in questo labirinto non c’è un altro
labirinto

non c’è di che avere paura
in ogni caso
ora non in questo qui c’è un altro
ora questo qui è in un altro.

1969

* * *

una nuvola blu verso sera
con un latteo alone ai bordi
come se il fumo l’avvolgesse delle interne vampate
in basso obliquamente il sole
ad un tratto gli uccelli e le foglie d’una selva
di alberi vistosamente colorati sulla china d’un colle
(i gialli, i castani e il rosso dei vermigli arbusti)
insieme spazzati dall’impeto del vento in alto
per un attimo l’uccello e le foglie non si distinguono
nessuna foglia neanche per idea pensa di cadere in terra
trattengo il respiro
vorrei per sempre stabilirmi in questa finestra
dove in questo istante mi aspetto il temporale
che scoppi finalmente il fulmine
il cuore
è affamato d’una briciola di spavento
per soffocare l’estasi
il suo eccesso mi fa scoppiare i bordi del respiro

Iowa, 1991

Colloquio con Rimbaud

Come bene hai agito andando via da qui
monsieur Rimbaud
perché non è forse meglio infatti
concludere un chiaro accordo
sia pure con l’industria tessile
su questo battello ebbro
carico di cotone
oppure vendere fucili eccetera
piuttosto che senza evidente motivo incantarsi a guardare
come la luce si auto-
moltiplica e auto-
propaga lungo linee angoli e figure
o indagare
se la forma formasissima
si lascia dal punto attraverso la linea
condurre all’esistenza sul piano delle parole
ovvero sino alla fine dei propri giorni
aggrovigliarsi nell’ordito d’un filo misterioso
che non porta spesso in nessun luogo
che per di più nessuno qui
– nel mondo degli affari –
seriamentre si aspetta da te
e impigliarsi in nodi per l’innanzi imprevisti
d’una presunta matassa
mentre la chiara vela
dell’attimo una volta soltanto donato
impercettibilmente fugge nell’oscurità
che si addensa subito dietro l’illusoria linea dell’orizzonte
dove attraverso le fessure dell’esistenza traspare il nulla
o – se si preferisce –
dove si apposta il drago con più teste
( e le sue teste nessuno mai del tutto mozzerà ).
Dunque giustamente hai agito
mandando al diavolo questo luogo insidioso
di mondi incomprensibili
mettendoti in affari su un battello carico di cotone
fatto apposta per avvolgere le parole
con la loro indocile natura
e per soffocare in esse
i troppi pulsanti significati.

al momento giusto sei riuscito a uscire illeso
da qui verso le regioni misurabili dell’evidenza
nelle quali il senso dell’essere
qualcuno ostinandosi
riesce con un dito a scandire su semplici pallottolieri.

III 1995

* * *

Foto Man Ray Rue de la transfusion de sang

Questa rosa
che è appena sbocciata nel giardino
non conosce alcun sonetto che la riguarda
nemmeno l’ode di Ronsard
(mignonne, allons voir si la rose
qui ce matin avoit desclose
sa robe de pourpre…)
nemmeno sa chi egli fu
non si cura della rima inserita nella delicata strofa
ma sa
che è una rosa.
Al principio balbetta incerta il suo bocciolo
s’inchina
balbetta di nuovo
s’inchina
e poi sempre più fluentemente
raddrizza petalo dopo petalo
raddrizza il profumo
e si copre di rossore
formando di colpo qualcosa come:
mignonne…
Adesso già chiaramente
si siede in un doppio quadrato
a-bb-a a-bb-a
traccia il particolare triangolo
(la corolla)
dell’arco cdc
(insieme con la sua immagine rispecchiata)
tende quest’arco

tende

scocca la freccia –
e centra il cuore stesso dell’attimo.

1996

Detto diversamente

la mia libertà è la parola che tacerò
o annoterò su un pezzetto di carta
per trasmetterla a te

la mia libertà è un fortuito pennarello
stecco o biro presa in mano
per scarabocchiare svogliatamente sulla sabbia
o dietro un biglietto usato
arabeschi

o per muovere in avanti con essa le lettere
quasi volessi compitare il mondo
volendo renderlo almeno appena più leggibile
e almeno un po’ così sospingerlo in avanti

la mia libertà è la lingua con cui mi rivolgo a te
la lingua in cui accolgo la tua risposta
per incontrarsi con te o discostarsi

ma la mia libertà è soprattutto l’attimo
in cui inclino verso di me le parole
con un’angolatura molto particolare se non altro perché
smettano di respingersi a vicenda come scottate
l’attimo in cui durevolmente le unisco tra loro
quasi come vincolo matrimoniale
le imparento coi significati in clan gruppi e strofe

e le appacifico appacifico
continuamente le appacifico
perché alfine smettano di divorarsi a vicenda d’ingoiarsi
– com’è loro uso –
e dunque le tolgo dallo stato di selvaggio cannibalismo
di broncio reciproco

io donatore
io artefice del pianeta del verso con un gesto regale
lo affranco
lo metto in libertà
soffiando in esso alla fine un briciolo della mia anima

(anche se tutto questo dovesse rivelarsi un disastro
la mia poesia ugualmente
sarà come la scatola nera

in ogni caso in essa
nella sua strofa
si cela la prova dell’esistenza dell’attimo
il quale al di fuori di essa non c’è in nessun posto
e che forse del resto non è stato mai più
per nessuno tranne me
me sola

ed è questa la mia libertà
che appunto posso proprio quest’attimo
prendermi da un ripiano del tempo sconfinato
modellarlo
rinchiudere nell’oblunga scatola nera della strofa
e fermare
trattenere
– ma per sempre?
di’
– per sempre?)

I  – 1996

La spada di Damocle…

la spada di Damocle su un letto di torture
ecco come sono i miei sogni

un masso su un dirupo, cui mi aggrappo convulsamente
si muove come un dente di latte
nella bocca di un bambino

ecco com’è la mia veglia

malgrado ciò in ogni istante di nuovo
sono pronta a cantare il mio amore per te
sai, che per te

e in ogni istante nuovamente
muoio di estasi
per la belleza di questo mondo

benché proprio esso mi sfugga di mano

2005

città Tomas Saraceno

città Tomas Saraceno

Lisbona II

quella primavera quando il nasturzio nei fossi cresceva
mi recavo a Lisbona e insistenti voci chiedevano
da dove e dove andavo e se per certo sapevo
che ne avrei fatto di me

quella primavera
sì proprio là
dove sui colli di Lisbona Pessoa
con gesto ormai inerte si toglieva e ritoglieva
lo stesso cappello
m’innamorai di questa città
che mi guardava con le strette quasi socchiuse
foglie degli eucalipti che avidi
si sono appropriati dei colli del posto
togliendosi di torno le sùghere

m’innamorai di questa città come se
vivessi qui da sempre e come se da sempre
sull’antiquato mal ridotto tranvài
penetrassi nelle vene delle sue stradine
volendo ormai soltanto confondermi
con lo sfondo circostante

sui muri arroventati
quella primavera
si stendeva tripla come trifoglio
e già riconoscibile l’ombra di Pessoa
che osò giocarsi tutto a dadi con Dio
adesso però mi trafisse
il gelo della sua mano metallica ormai incapace
di reggere qualcosa di più
e tuttavia quella primavera volevo toccarla
e accertare se non ci fosse ancora su di essa la polvere
del Dio immaginato

volevo accertare se ciò mi avrebbe aiutato
a rimettere insieme dei mondi perduti
i pezzi staccati
che non credo combacino più.

2005

Il mare ci chiede…

il mare ci chiede
insistente interroga senza sosta
di nuovo
come se volesse sapere più
di ciò che sa già
di noi e in generale

raggiunge con fragore
il tuo ritmo nascosto
il mare
– accanito rapper –
Interroga su qualcosa
su niente
interroga su tutto
e a un tratto si ritira prima che tu trovi una risposta
come se temesse di udirla

2007

Di nuovo non ho scritto

Di nuovo oggi ho dimenticato di scrivere il Don Chisciotte
ormai smetto di voler capire
come ho potuto permettere ciò

come è potuto sfuggire alla mia attenzione
che sarebbe ora di scrivere
il mio Don Chisciotte

è imperdonabile nel corso della vita
neanche una volta scrivere il Don Chisciotte
dite ciò che volete ma
è una cosa che non sta né in cielo né in terra.

Come è successo qualcuno me lo dica
che in tutta la vita ho dimenticato del tutto
che dovrei finalmente scrivere il Don Chisciotte.

Ridete pure di me
voi mi considerate un esemplare
proprio per un museo di figure di vecchia data
ma a me vengono i brividi
quando mi rendo conto che però
non ho scritto il Don Chisciotte.

Datemi un goccio di sherry
o di ciò che avete a portata di mano
perché subito mi prenderà un colpo se ci penso
ma non capite che mai
scriverò il Don Chisciotte
non avete idea di quanto
ciò ha significato per me da sempre.

Smettete di interrogarmi
e andate tutti al diavolo
vedo bene che dietro le mie spalle
battete un dito sulla fronte
nessuno di voi stronzi capirà
com’è quando si sa per certo
che mai più, sì, mai più
si scriverà il Don Chisciotte.

2010

In visita

busso a me stessa
nessuno
busso alla porta
nessuno
suono
niente
dove sono
dove mi sto cacciando

I segmenti del verso caricato
sui vagoncini delle strofe urtano
contro il battito delle proprie ruote
durante un viaggio faticoso

tra parola e parola una stella s’è spenta
tra verso e verso il respiro trattenuto
lo spazio vuoto sbadiglia a lungo tra le dritte parallele
tra strofa e strofa il suono deragliato
le due dritte parallele hanno il riflesso del metallo
sulle rotaie sotto il finestrino l’infinito si avvicina
tra frase e frase cala il crepuscolo
la neve con bianchi cumuli fa il letto ai sogni
tra il carattere e il foglio il colore nero
in esso si stampano le impronte digitali del verso
tra le linee del verso bianche cavità
sotto il loro piano arso si cela un labirinto
tra riga e riga una nicchia di frescura
da una fogliolina di gelso il baco tesse un lungo scialle
tra pensiero e pensiero una bufera di neve
stridono irrigidite dal freddo le costole del silenzio
tra la mano e il foglio la fossa delle Marianne
che il fragore delle lettere non colmerà
negli imbuti della frase muto come nella clessidra
passa in silenzio l’abisso della vita
tra strofa e strofa sbadiglia il cosmo
l’alba spalanca l’orizzonte

lungo il suo bordo zoppica una triste lettera
per esprimersi appieno ne manca un’altra
fra te e il verso Armagedone
sotto il cranio stride un’espressione
troncata a metà –

A un tratto su di me un soffio fresco

Chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio
e di notte mi prenderà per mano
quando mi spaventeranno i sogni
e chi un bicchiere d’acqua
mi porgerà

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio
nell’altra
oscura parte del mondo
dove i ghiacciati gradini
a picco
in nessun luogo mi conducono
attraverso il vuoto
nemico ai miei pensieri
e alla bocca
e che sulle parole e sul corpo
stende appunto un nero sudario
chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio
e chi poserà sulle palpebre
di entrambi gli occhi due monete
per fingersi piatti della bilancia
benché non adatte a pesare alcunché
e siano come entrambi gli occhi
cieche
chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

e se è una lastra di ghiaccio
che si perde nelle profondità
quella forma là non sono più io
ma la parola a stento spettro di parola
e già si è affezionato ad essa
come a una lacrima invetriata
un ghiacciolo
A un tratto su di me un soffio fresco.

città Historische Halle mit Cloud Cities, Foto © Friedhelm Denkeler 2011

Ballata
Per O. e J.

Quando il sole il Cancro riscalda,
E l’usignolo più non canta
Difficile è il consiglio in tal materia, ci si dovrà separare,
E nel frattempo i liuti e gli sponsali abbandonare.
J. Kochanowski
il tuo bacio così lontano
tra le righe del verso conservo
là dove c’è anche un fiore di mughetto
e una viola frantumata
quel bacio così lontano
– se non è immaginato –
tra le righe del verso conservo
con una fogliolina-piccolina di assenzio

perché mai il verso da una fogliolina ornato
compongo benché ci si dovrà separare
verso parti ignote e lontane
rinuncerò a te
tu rinuncerai
a me giacché l’usignolo più non canta
perché il sole vola in altre regioni
posami la mano sulla fronte
per darmi coraggio
quando ciò che è estraneo e nemico
si anniderà nelle gambe del letto
e ci fisserà con occhi odiosi
e ordinerà di separarci
verso parti ignote e lontane
nella loro incomprensibile e abissale
irrevocabile oscurità
lungo spiagge bagnate dal sole
cammino col mio cupo lui
tolgo i fulmini dai suoi sopraccigli
a volte mi prende sotto braccio
si morde le labbra fino a farle sanguinare
pur di non rivelarmi
che è di nuovo innamorato
– come a sproposito innamorato!
dunque giustamente è impacciato
perché così a sproposito innamorato
quando l’usignolo più non canta e
quando nelle gambe del letto l’estraneo e nemico
a un tratto ci fissa con occhi irati
cosa vuole da noi santo Dio
mandarci in parti ignote e lontane
e fa cadere dai ginocchi il frantumato
verso con il bacio ornato di fiori
che forse è immaginato
o forse soltanto seccato
con i fiori di viola e di mughetto
eppure l’usignolo più non canta e
ah perché a un tratto dobbiamo andare
in qualche parte ignota e lontana
e perché il cuore freme di paura –
posami posami la mano sulla fronte
se dobbiamo separarci
– ma perché questo strano orribile pensiero
proviamo a camminare come se nulla fosse
per la spiaggia come consueti lei e lui
camminare –
lei gli toglie un fulmine dai sopraccigli
indovina che è innamorato
– come a sproposito innamorato!
lui si morde le labbra fino a farle sanguinare
a volte si prendono per mano
e reprimono nell’anima il grido dell’uccello
giacché il sole vola in altre regioni
e l’usignolo ormai non canta più

Dieci anni prima della fine

Il secolo ventesimo è finito
prima di finire
benché non si sappia esattamente quando.

Poteva andarsene il giorno in cui
è morto Salvator Dalì
come se il destino dell’epoca si pesasse
sul piatto di baffi così assurdi
come i suoi
studiati con cura fino all’ultimo peluzzo
per opporre resistenza all’orrore celato sotto il segno
dei decenni di mezzo
e inoltre così arrotolati come un messaggio segreto
che tuttavia non si sa a chi destinato.

Il secolo ventesimo è passato prima che finisse la corsa.
Doveva prenderlo anzitempo con sé nella tomba
la solerte collezionista di Venezia
Peggy Guggenheim
dopo aver prima attaccato molto dello spirito del tempo
nella sua galleria privata
sotto l’albero di Calder
dove ancora fa le fusa il gatto di Paul Klee
presso la muta chitarra di Braque e di Picasso.

Senza Bette Davis senza la divina
Greta Garbo
non c’è che dire ormai è la fine la fine
presto dovremo dire addio all’ultimo mito
le gambe di Marlene Dietrich
– Dio mantienile sane –
perché anche se tu sapessi crearne un milione di così belle
questo secolo non accetterà mai un altro paio di gambe
oltre a quelle
– che quando eri ancora di ottimo umore –
un giorno ti degnasti di foggiare.

Svaniscono miti simboli stelle
e i beniamini a misura del secolo.
Tra l’enorme massa di grigie
disconosciute esistenze
ancor più clamorosa doveva essere
la morte del quieto Beckett
tanto più che nessuno simile a lui in questo secolo
apparirà più.

A cavallo tra il 1989 e il 1990
si è rotta finalmente la corda
da mezzo secolo troppo tesa del sistema
che si spacciava per paradiso
(benché dovesse esserlo principalmente
per le generazioni future).

Questo sistema – fatto curioso –
creato per fini decisamente più alti
dei fini più semplici
che di solito impegnano l’uomo comune
non era idoneo a vivere
alla fine
non tanto negli scontri sulle strade
e non combattendo è caduto
ma piuttosto si è avariato
come una bistecca al sangue messa di continuo da parte
per un’altra occasione
e sempre per dopo

o forse è inacidito proprio come una minestra
che era pur buona all’inizio
ma non è stata messa in frigo.
Dunque si è dovuto rinunciare al gusto
(anzi al disgusto).

Se le rivoluzioni cominciassero
e finissero con una salva trionfale

purtroppo

esse amano durare ancora
e durando scrosciare sciabordare e gorgogliare
finché non finiscono in un balbettio

amano anche girare su se stesse.

In modo non fotogenico come la famiglia degli zar
per cominciare fu uccisa
e sul punto di partire
vilmente e brigantemente i coniugi rumeni
furono eliminati
– con inutile fretta –
mutando i boia in vittime.

L’ingresso nella sfera del cosmo in pratica
non ha cambiato quasi niente nella dimensione terrestre
tutto in linea di massima rimane – come prima –
da risolvere in futuro

la modifica delle prospettive
dei reciproci riferimenti
ancora non sembra avere importanza
e tuttora nei posti di frontiera
il popolo si azzuffa come prima

dagli angoli sono sbucati gli spettri d’un tempo
con un duro manganello
e di nuovo guardano chi possono colpire
benché si pensasse che ciò
non si sarebbe più ripetuto.

Da noi a nostra volta è venuto a galla
che il Polacco medio
benché finora fosse capace di essere soprattutto poeta
e rappresentante di ardenti idee
per le quali era solito morire con mirabile voglia
adesso si getta con vigore sul miele
dei piccoli commerci di frontiera con discutibile gusto
perde la faccia e via dicendo
di felicità si rianima l’islam nelle vicinanze
per cui alla Polonia si attaglia di nuovo
il ruolo di baluardo della cristianità – –

è il nostro vecchio
ormai ben logoro cavallo
degli scacchi (benché in mancanza d’altro ancora utile al soccorso)
forse su di esso con mutata faccia il Polacco varcherà
finalmente la soglia dell’Europa
che – volendo o no – gli aprirà la porta.

La Lituania troppo presto ha tolto le maschere – così adatte! –
ai politici sia delle grandi potenze
sia delle piccole
che risultano forti nel vuoto gesticolare
o nella parola solenne
ma non nel trarre le conclusioni
dalle dichiarazioni rese

prima che riuscissimo a saziarci
di speranza
dopo le ampollose chiacchiere ci è rimasta
una spina così infilata nel tallone che
ad ogni passo si fa sentire
e non c’è modo di toglierla
prima che col tempo si formi il pus
che attenuerà il dolore.

Non è escluso che insieme con la morte di Sacharov
insieme col suo respiro nel sonno
– l’ultimo –
sia evaporata la coscienza
istituita in questo angolino della terra
e debba oggi sostituirla l’effetto della sbronza e il singhiozzo.

Il vento della storia
nelle raffiche oltremodo veloci ha svelato
le clamorose benché segrete sepolture per lo più di massa

il capo osannato ieri nei canti
a dismisura si è rivelato il sanguinario di sempre
ma soltanto adesso lo è diventato ufficialmente

i diciassette milioni uccisi per suo volere ieri
senza dubbio di nuovo
non tratterranno il zelante poeta di turno
dal rimare domani l’ennesima cantata
alla sua gloria o contro di essa.

Non c’è nessuno con cui Dio possa consolarsi.

Tutto fa schifo/ non scriverò più.*

primavera 1990

* Cesare Pavese.

Gif pioggia in città

anìmula
donnina
poverina

già si dividono le nostre strade

tu in cielo fiorirai come nuvoletta
io diventerò lo scroscio per l’acqua

2005

ho sognato non tanto Dio

ho sognato non tanto Dio
quanto il suo sosia

anche lui invisibile
eppure
era facile capire
che c’era

e che però
non era affatto lui

2007

Uno strano sogno ha creato una cavità

Uno strano sogno ha creato una cavità nel mio cuore
nella quale ha fatto il nido un gufo
il battito feltrato delle sue ali ha impaurito il verso
che stava già per penzolare
sulla punta della mia lingua

2007

* * *
il mio universo personale
comincerà tra poco a uscire di senno
ormai nessuno ha più diritto di venire al mondo
ormai niente qui ha più diritto di succedere

2007

Scherzo

Ho provato a scrivere una poesia
senza conservanti
già tre giorni dopo
non sapevo più cos’era
cos’era
a lungo dopo ho dovuto
dare aria alla lingua

Canzone di una non amata

essere non amata fin dalla mattina
essere non amata di notte dopo mezzanotte
essere non amata nella veglia e nel sonno
non amata dopo la morte in nessun luogo e non qui
perché mai aprire gli occhi e perché addormentarsi
svegliarsi per nessuno
non essere sognata da nessuno
non avvicinarsi alla finestra
non correre verso le scale
per accogliere chi era così desiderato
non avvicinarsi allo specchio non aggiustarsi i capelli
non aspettare le lettere se
non c’è chi possa scrivere
colui che lei amò si è mutato in un’ombra
e chi amò lei
giace sotto la fredda pietra

Nero su nero

Tu con neri rotoli e turbanti
sì, proprio a te penso – qui in un angolo sicuro –
mentre tu abiti nella nera città-inferno
dove anche il paradiso è nero
e anche i tuoi sogni sono neri
ma la veglia è più nera dei sogni
com’era là – chiedono a una bambina
che con la nonna è riuscita a fuggire
com’era – chiedono
tutto nero – risponde – nero su nero
un orfano di quattro anni è fuggito con estranei
dal nero paradiso dei jihadisti
dritto nelle mani dei volontari-salvatori
appostati per questo al confine con l’inferno
uno dei salvatori ha perso la vita correndo in aiuto
di alcune donne schiavizzate e di bambini
un ragazzino mostra come tagliano le teste
lui ha visto lui lo sa
sa già come si tagliano le teste
rifà il gesto sghembo con un colpo deciso della mano
così, proprio così – ripete il piccolo
tremo tutta al solo guardare alla TV il programma di Ewa Ewart
dal fondo dell’inferno cioè dal paradiso nero (se è in nome del loro Dio)
gli occhi febbrili dei perversi come quelli
di un barbaro primitivo
poco fa hanno distrutto un’altra reliquia di Palmira
poco fa hanno ripetuto uno stupro di gruppo
il loro Dio ha dato il suo placet per questo
e anche per lapidare un’altra e trascinare
una piccola e violentarla sotto gli occhi della madre
le parole si pressano impaurite in un branco balbettante
nessuna vuole nessuna sa dare un nome a ciò che è stato visto
preferisce non essere non sopportare il mostruoso senso
ma dov’è COLUI
che potrebbe avere pietà se ci fosse
se non altro per liberare il nostro pianto imprigionato nella gola
come zolla gelata

2015

L’isola

si dice così
così si dice
sono io
qualcuno mi ha cercata
nessuno
ma qualcuno ha chiamato
nessuno
nessuno è venuto
nessuno
doveva lasciare qualcosa
niente
dovevo incontrarmi con qualcuno
con nessuno
nessuno con nessuno
niente
nessuno a perdita d’occhio
io
isola deserta
isolata
la mia isola deserta tra i grattacieli

2015

Anomalie

Scrivo parole al vento non leggono
scrivo gridando nel deserto non ascoltano

scrivo con un dito sull’acqua non guardano
non aprono bocca non battono ciglio

Legati ai loro cavetti come bavagli
a lacci stringhe tappi per le orecchie
battono le ciglia sullo smartphone
guardando non vedono ascoltando non sentono
perfettamente equipaggiati dalle teste ai piedi
attaccati ai loro diti veloci
a schermi di vetro impersonali
a pulsanti
a tasti
seguono le istruzioni date loro
accendi
spegni
collègati
ATTENTION!
questo pulsante fa tornare in vita
con l’altro muori

inondati dalla radio-onda si disumanano
fanno posto a un surrogato di uomo
d’intelligenza artificiale
e alcuni hanno già inciso sulla lamiera
come essere come diventare un perfetto civilizzato
un robot specializzato

17. 11. 2017

Viaggio da un giornale dell’anno ‘83
nei paesi più felici

Un felicissimo paese sotto il sole oggi è anche l’Iran.
I genitori sono pazzi di gioia perché i figli muoiono per la fede.
Le donne esultano
(le chimere della liberazione sono state tolte loro
a frustate)
perché sanno trascinarsi a un secondo interrogatorio.

I bambini-soldati saltano su una gamba sola felici
di aver fatto in tempo a sacrificare l’altra al capo.
I più infelici tra loro e degni di disprezzo
sono soltanto quelli
che restano vivi e si lasciano prendere prigionieri.

Che fortuna che gioia quando l’eloquente tiranno
con schiere di fedeli ispirati riuscirà a contentare il paese
più di quanto non seppe fare il mediocre occupante.

Un invasore non entrerebbe mai nell’animo della nazione.

Ogni patriota può morire di felicità inculcata per forza
nella testa
addestrato appositamente a tale scopo
con una percentuale del suo reddito personale.

Il mondo alle nuvole cosmiche strizza l’occhio.
Più del caos e del disordine dei singoli destini
apprezza l’eleganza del passo cadenzato maschile.

Un intreccio di tronfi motivi
– come un tappeto persiano –
con efficacia smorza il rombo dei lamenti rivolti al cielo.

Fughe

(Prima parte)

Leggendo Sofocle so già che
non Creonte oggi vieta alla sorella di seppellire il fratello
ma il fatto
che nessuno riuscirà a sotterrare
chi si è trasformato nel fumo
dei forni crematori
o si è trasformato in ombra
sui muri di Hiroshima
oppure nel tonfo assordante
di un migliaio di profughi annegati
diretti verso il “paradiso”

per timore del tiranno
sono sfuggiti in Siria e in altri luoghi
a coloro che seminano l’orrore
e qui
sul mare
quando si illudevano di essere scampati
sono finiti preda di truffatori
spietati avidi di guadagno
anche a costo della loro vita
quegli sventurati
sono saliti – a caro prezzo –
su un barcone rappezzato –
sono annegati
sotto i nostri occhi
ci ha destati dal sonno il loro tonfo assordante

o sorella Antigone

madre figlia amante
non puoi neanche lamentare
la morte dei fratelli tuoi e non tuoi
dei figli tuoi e non tuoi
delle madri tue e non tue

li ha inghiottiti il mare
un uomo
nessun uomo è in grado
di seppellire il tonfo assordante di quelli
diventati tonfo assordante

nei nostri cuori nel nostro ricordo
quel tonfo ci sveglia di notte
parla col fumo dei forni crematori
parla con l’ombra sui muri di Hiroshima
soltanto una nuvola un muro e il mare
riusciranno a seppellire
i trasformati in fumo ombra e tonfo
e Lui se esistesse
soltanto Lui
potrebbe coprirli col manto
della sua misericordia
e sottrarli alla funesta ora
in cui
“l’uomo all’uomo questa sorte ha riservato”

20 commenti

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20 risposte a “Urszula Kozioł, Poesie scelte, a cura di Paolo Statuti

  1. Siamo grati a Paolo Statuti per aver tradotto le poesie di Urszula Kozioł e aver creduto in questa poesia. Uno spettro di poesia che va dal 1956 ai giorni nostri, più di sessanta anni di poesia. Si può dire che Urszula Kozioł abbia attraversato indenne il dopoguerra comunista, la rivoluzione di Walesa, la caduta del comunismo, la rinascita della Polonia nella forma democratica di oggi e la rivoluzione telematica in atto. Quasi settanta anni durante i quali il mondo ha cambiato volto, anzi, è diventato irriconoscibile. E dentro questa irriconoscibilità mi sembra che la poetessa polacca abbia mantenuto intatta la visione del mondo visto dal periscopio della propria poesia, che ha saputo adattare con piccoli e impercettibili cambiamenti del periscopio.
    Lasciamole la parola:

    «La nostra esistenza si estende tra il ricordo e l’oblio. Notte dopo notte il fratello di Tanathos, Ipnos, mi versa sotto la corteccia cerebrale un bicchiere di acqua del fiume Lete, la quale cerca di separarmi da me stessa, dal mio ambiente e dalla mia eredità. In questa forza distruttiva delle acque del Lete, viene in aiuto, come una divinità custode della memoria, la parola del verso: con il suo ritmo, la sua vibrazione e la sua melodia.»

    Fino a giungere all’epoca dell’oblio della Memoria.
    Urszula Kozioł fa poesia nel mentre che fa meta poesia, fa poesia e riflette sulle sorti della poesia nei nuovi mondi storici che si aprono all’orizzonte degli eventi. E questa è una caratteristica tipica della poesia del modernismo del novecento europeo. I poeti del modernismo nevecentesco hanno questa caratteristica, tipica espressione della crisi del mondo del modernismo. Io penso che i poeti del «nuovo modernismo» non possano che fare meta poesia, soltanto meta poesia, alla maniera di Mario Gabriele e di Giuseppe Talìa quando quest’ultimo dà la parola al romano Tallia in colloquio con il suo commilitone e sodale Germanico. Di fatto, la «nuova poesia» del «nuovo modernismo» europeo la puoi riconoscere da questa caratteristica, che non è soltanto un cambiamento stilistico o lessicale o tematico quanto un vero e proprio cambiamento della postazione della poesia, la quale si trova dis-locata e il soggetto de-fondamentalizzato, cioè posto al di fuori di se stesso, scentrato, eccentrico rispetto alla narrazione. Il soggetto ha perduto la posizione privilegiata che ha sempre mantenuto per secoli inalterata da Petrarca in poi. Con la rivoluzione telematica in atto, la posizione centrale del soggetto ha subito uno scacco e una perdita progressiva.

    L’inquietante, il non familiare, l’unheimlich entrano in questa poesia per la porta principale:

    Occorre avere un coltello
    occorre una pietra liscia
    con la lama accarezzarla finché contraccambierà
    il coltello dev’essere quieto e flessibile il luccichio

    sono versi del 1956, e già è chiaro quale sia la tonalità dominante della poesia della Koziol. Fino a questi due versi del 2005, emblematici e sibillini, anzi, tanto più emblematici quanto più sibillini…:

    la spada di Damocle su un letto di torture
    ecco come sono i miei sogni.

    Heidegger scrive nel 1955 in La questione dell’essere, una lettera a Jünger sulla possibilità del superamento del nichilismo. In un brano Heidegger propone di scrivere la parola essere barrata da una croce e spiega: «Questa barratura a forma di croce difende dall’abitudine, quasi inestirpabile, di rappresentare l’“essere” come qualcosa che sta di fronte a noi (l’ob-iectum, gegenstand) e che sta per sé, e che poi talvolta si fa innanzi all’uomo».

    Ecco, io penso che ogni qual volta ci troviamo davanti ad una poesia, dobbiamo in un certo qual modo barrarla, come a dire che la poesia non deve essere quella «cosa» che ci sta di fronte sulla pagina bianca, che sta lì per noi che la leggiamo. Dobbiamo, in primo luogo, estraniarci da noi stessi, e, in secondo luogo, estraniarci dalla poesia che abbiamo di fronte. Soltanto così, per mezzo di questa duplice estraneazione potremo raggiungere il giusto intendimento di ciò che leggiamo o scriviamo: se la poesia sta lì per noi che stiamo di fronte a lei, allora è chiacchiera, sfogo più o meno ben scritto come ne esistono a miliardi di esemplari. Soltanto quando la poesia ci sorprende perché non ci aspettavamo che potesse parlarci, solo in quel momento potremo dire che abbiamo raggiunto la giusta distanza tra noi e il mondo, tra noi e la poesia.
    La Koziol mi sembra che riesca molto bene a fare questo procedimento nelle poesie giovanili, poi mi sembra che nelle poesie più tarde si lasci andare a fare il commento alle notizie dell’attualità, e questo è, a mio avviso, un segnale di mancata estraneazione. E la poesia si pone di fronte a noi come un articolo di un giornale…

  2. Talìa

    Io credo che questa rivista letteraria, l’Ombra, possa rimanere in vita e dare vita ulteriore, solo se, oltre all’infaticabile lavoro critico che tende a proporre una visione nuova del fare poesia oggi, continui instancabilmente a indicare una visione contrapposta alla visionarietà maggioritaria, recuperando il sommerso vitale di tanta storia letteraria degli ultimi cinquanta anni del ‘900, proponendo diversi e alternativi stili compositivi, diverse e alternative forme poematiche, quando non anche a poetiche.
    Non semplice, ma pur sempre auspicabili, le alternative forme poematiche; difficili, anzi difficilissime le nuove poetiche, rese ancora più difficili se non corroborate da un pensiero critico che non può essere demandato, per comodità, al solo critico letterario nella speranza che egli possa penetrare una complessità che nel divenire del tempo è diventata per molti versi inaccessibile o almeno difficilmente accessibile. Il critico di oggi getterebbe la spugna di fronte a tale complessità, in molti ci hanno rinunciato, dovremmo quindi essere grati al critico militante sopravvissuto a tale disfacimento.
    Noto, in particolare, che “QUELLE” parole che ci si aspetta, come una benedizione o maledizione da parte della critica seria, non fanno più parte di un certo modo di vedere e recensire il costrutto, il quale, a dispetto di una certa egolatria, deve fornire esempi chiari e spendibili in luogo di idee eccentriche le quali potrebbero avere sussistenza nella e della sostanza qualora fossero corroborate da esempi lampanti. Alcuni autori, in particolare, fanno quasi delle boutade senza convincimento di illuminazioni, chiaro retaggio ottocentesco in gran parte , di termini stupefacenti, quasi fossero in balia di una trasformazione delle corde vocali e di conseguenza delle parole da fonìa in dis-fonia o dis-fania (?) come fossero conseguenza o contrappunti di emissioni, testi, collegamenti, senza fornire collegamenti, ma attestandosi in arguzie illuminescenti, a pure e semplici trovate come fossero espedienti per spostare l’attenzione in un campo a sé stante, un campo dove si miete il proprio grano, un po’ da padrone, un po’ da condottiero dove il verbo non è collaborare quanto invece intervenire nell’affezione del sottoproletariato poetico (mi si passi il termine).

  3. Talìa

    Ringrazio Paolo Statuti per averci fatto conoscere e leggere Urszula Kozioł.

  4. gino rago

    Utilissimo quell’autoritratto della Koziol ben tradotto, e per questo assai godibile alla nostra lettura, da Paolo Statuti. Aiuta non poco alla contestualizzazione tematico-storico-estetica dei versi della Koziol in cui ci siamo favorevolmente impigliati grazie al lavoro di Statuti e alla apertura de L’Ombra delle Parole verso la grande poesia europea:

    […]
    o sorella Antigone

    madre figlia amante
    non puoi neanche lamentare
    la morte dei fratelli tuoi e non tuoi
    dei figli tuoi e non tuoi
    delle madri tue e non tue[…]

    che qui ri-propone fra l’altro il mai sciolto dilemma fra leggi scritte dai potenti e quelle non scritte ma più forti di quelle scritte, del resto a Norimberga ogni criminale nazista rispose:”quelle erano le leggi e noi a quelle dovevamo servire…”

  5. Ogni grande poesia appartiene ad una patria metafisica che ha precisi limiti e un preciso spazio. Leggiamo la canzone di Dante, Donne ch’avete intelletto d’amore.

    La Koziol è invece un poeta costretto a disertare il luogo della poesia, perché oggi non v’è più alcun luogo (Ort) della poesia. Dopo la fine della metafisica dovrebbe iniziare un nuovo inizio, ma, all’orizzonte non si vede altro che ciò che è finito, le forme si sono frantumate e rattrappite, ingobbite. La poesia del nuovo eone sembra essersi ingobbita e deformata.

    Dante Alighieri

    Donne ch’avete intelletto d’amore,
    i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
    non perch’io creda sua laude finire,
    ma ragionar per isfogar la mente.
    Io dico che pensando il suo valore,
    Amor sì dolce mi si fa sentire,
    che s’io allora non perdessi ardire,
    farei parlando innamorar la gente.
    E io non vo’ parlar sì altamente,
    ch’io divenisse per temenza vile;
    ma tratterò del suo stato gentile
    a respetto di lei leggeramente,
    donne e donzelle amorose, con vui,
    ché non è cosa da parlarne altrui.

    Angelo clama in divino intelletto
    e dice: «Sire, nel mondo si vede
    maraviglia ne l’atto che procede
    d’un’anima che ’nfin qua su risplende».
    Lo cielo, che non have altro difetto
    che d’aver lei, al suo segnor la chiede,
    e ciascun santo ne grida merzede.
    Sola Pietà nostra parte difende,
    che parla Dio, che di madonna intende:
    «Diletti miei, or sofferite in pace
    che vostra spene sia quanto me piace
    là ’v’è alcun che perder lei s’attende,
    e che dirà ne lo inferno: O mal nati,
    io vidi la speranza de’ beati».

    Madonna è disiata in sommo cielo:
    or voi di sua virtù farvi savere.
    Dico, qual vuol gentil donna parere
    vada con lei, che quando va per via,
    gitta nei cor villani Amore un gelo,
    per che onne lor pensero agghiaccia e pere;
    e qual soffrisse di starla a vedere
    diverria nobil cosa, o si morria.
    E quando trova alcun che degno sia
    di veder lei, quei prova sua vertute,
    ché li avvien, ciò che li dona, in salute,
    e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia.
    Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
    che non pò mal finir chi l’ha parlato.

    Dice di lei Amor: «Cosa mortale
    come esser pò sì adorna e sì pura?».
    Poi la reguarda, e fra se stesso giura
    che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.
    Color di perle ha quasi, in forma quale
    convene a donna aver, non for misura:
    ella è quanto de ben pò far natura;
    per essemplo di lei bieltà si prova.
    De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
    escono spirti d’amore infiammati,
    che feron li occhi a qual che allor la guati,
    e passan sì che ’l cor ciascun retrova:
    voi le vedete Amor pinto nel viso,
    là ’ve non pote alcun mirarla fiso.

    Canzone, io so che tu girai parlando
    a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.
    Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata
    per figliuola d’Amor giovane e piana,
    che là ’ve giugni tu diche pregando:
    «Insegnatemi gir, ch’io son mandata
    a quella di cui laude so’ adornata».
    E se non vuoli andar sì come vana,
    non restare ove sia gente villana:
    ingegnati, se puoi, d’esser palese
    solo con donne o con omo cortese,
    che ti merranno là per via tostana.
    Tu troverai Amor con esso lei;
    raccomandami a lui come tu dei.

    O donne che sapete che cos’è l’amore, io voglio parlare con voi della mia donna, non perché creda di esaurire la sua lode, ma [perché voglio] parlare per sfogare la mia mente. Io dico che, pensando alla sua virtù, l’amore mi si fa sentire in modo così dolce che, se io allora non perdessi coraggio, farei innamorare la gente parlando. E non voglio parlare in modo così profondo da diventare per timore insicuro; ma tratterò della sua nobiltà in modo superficiale a paragone di lei, con voi, donne e fanciulle innamorate, poiché non è argomento di cui si possa parlare con altri.

    Un angelo si lamenta nella mente di Dio e dice: «O Signore, nel mondo si vede un miracolo incarnato che si manifesta in un’anima [Beatrice] e che risplende fin quassù». Il cielo, che non ha altro difetto se non che manca di lei, la chiede al suo Signore, e ogni santo ne chiede a gran voce la grazia. Solo la Pietà prende le nostre parti, in quanto Dio, riferendosi a madonna [Beatrice] parla così: «O miei amati, ora sopportate con pazienza che la vostra speranza [Beatrice] resti per il tempo che mi piace là [sulla Terra] dove c’è qualcuno che teme di perderla, e che dirà all’inferno: O dannati, io vidi la speranza dei beati».

    Madonna [Beatrice] è desiderata nel cielo più alto [l’Empireo, sede dei beati]: ora voglio farvi sapere della sua virtù. Dico che qualunque donna voglia sembrare nobile, deve andare con lei, che quando cammina per strada getta nei cuori non nobili un gelo, per cui ogni loro pensiero diventa di ghiaccio e muore; e chi sopportasse di starla a guardare diventerebbe nobile, oppure morirebbe. E quando lei trova qualcuno che sia degno di sostenere la sua vista, quello sperimenta la sua virtù, poiché tutto ciò che gli dona si trasforma in beatitudine, e lo rende umile a tal punto che dimentica ogni offesa. Dio le ha fornito anche una grazia superiore, poiché chi le ha parlato non può perdersi nella dannazione.

    Amore dice di lei: «Come può una creatura terrena essere così bella e pura?». Poi la osserva e giura tra sé e sé che Dio intende fare di lei qualcosa di straordinario. [Beatrice] ha la pelle di colore simile alla perla, nella giusta misura che si conviene a una donna, non eccessivamente: essa rappresenta quanto di bello può produrre la natura; si misura la bellezza usando lei come metro di paragone. Dai suoi occhi, a seconda di come li muova, escono spiriti infiammati d’amore, che colpiscono gli occhi a chiunque la guardi in quel momento, e passano [per gli occhi di chi guarda] in modo tale che ciascuno di essi ritrova il cuore: voi le vedete Amore dipinto nel viso, là dove nessuno può fissarla con lo sguardo.

    Canzone, io so che tu andrai a parlare a molte donne, quando ti avrò resa pubblica. Ora ti ammonisco, poiché ti ho allevata come una figlia d’Amore giovane e affabile, che dove tu arrivi dica pregando: «Indicatemi la strada, poiché io sono mandata a colei delle cui lodi sono adornata». E se non vuoi muoverti inutilmente, non restare dove ci sia gente non nobile: ingegnati, se puoi, di mostrarti solo a donne o a un uomo cortese, che ti condurranno là [da Beatrice] per la via più breve. Tu troverai Amore insieme a lei; raccomandami a lui come tu devi fare.

    Metro: canzone formata da cinque stanze di quattordici versi endecasillabi ciascuna, con schema della rima ABBCABBCCDDCEE (l’ultima stanza funge da congedo). Il numero dei versi delle stanze riprende quello del sonetto, mentre la scelta del verso (endecasillabo) è adeguata allo stile elevato e “tragico” del componimento. La lingua presenta forme siciliane (“vui”, v, 13; “diverria”, “morria” v. 36), latinismi (“laude”, v. 3; “ave”, v. 19), provenzalismi (“temenza”, v. 10).

    La canzone è un perfetto esempio di testo stilnovista, con ripresa di vari temi tratti da Guinizelli e Cavalcanti, tuttavia è anche un momento di svolta nella poesia giovanile di Dante, il quale, dopo che Beatrice gli ha tolto il saluto a causa dell’equivoco delle “donne-schermo”, ripone tutta la sua felicità nelle rime di lode e non si aspetta più un riscontro da parte dell’amata; la lirica costituisce perciò il superamento della concezione cortese della poesia quale “servizio” d’amore in cambio del quale deve corrispondere un “beneficio”, poiché l’amore qui diventa pura contemplazione della persona amata e il legame si spiritualizza sino a diventare un’esperienza quasi mistica, come più avanti nel sonetto Tanto gentile del cap. XXVI (► VAI AL TESTO). Dante era pienamente consapevole della novità rappresentata da questa canzone e non stupisce che Bonagiunta da Lucca, nell’episodio del canto XXIV del Purgatorio, citi questo testo come inizio delle “nove rime”, con Dante che si presenta come poeta direttamente ispirato da amore e il guittoniano che dà la celebre definizione di Dolce Stil Novo (► TESTO: Dante e Bonagiunta); del resto nella prosa che precede la lirica Dante insiste proprio sul fatto che la sua lingua, dopo l’ispirazione di questo testo, “parlò quasi come per sé stessa mossa”, affermazione che sembra poi ripresa da Bonagiunta in Purg., XXIV quando parla di Amore come “dittatore” cui le “penne” di Dante e degli stilnovisti “sen vanno strette”, si attengono cioè in modo scrupoloso.*

    da https://letteritaliana.weebly.com/donne-chavete-intelletto-damore.html

  6. Ecco un altro esempio di linguaggio poetico concluso in una omogeneità linguistica eonica.

    Ciro di Pers (1599-1663)

    “Orologio da rote”

    Mobile ordigno di dentate rote
    lacera il giorno e lo divide in ore,
    ed ha scritto di fuor con fosche note
    a chi legger le sa: sempre si more.

    Mentre il metallo concavo percuote,
    voce funesta mi risuona al core;
    né del fato spiegar meglio si puote
    che con voce di bronzo il rio tenore.

    Perch’io non speri mai riposo o pace,
    questo, che sembra in un timpano e tromba,
    mi sfida ognor contro all’etá vorace.

    E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
    affretta il corso al secolo fugace,
    e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

  7. Trovo che l’idea di normalità, anche se mi fa specie parlare così, sia diventata assai complessa. Oggi le distanze e le relazioni virtuali, in aggiunta alla parola scritta che di per sé è già un falso, in quanto immaginativa, sembrano mettere in campo l’idea di un reale soggettivo che forzatamente pensiamo essere indiscutibilmente concreto. Ma non è così. Non è mai così perché il reale sfugge a qualsiasi mezzo abbia la pretesa di sostituirsi al contatto diretto, che sappiamo essere riassuntivo, nell’attimo, di un complesso percezioni silenziose, quali l’ascolto e l’osservazione, che esulano dal Logos… Ma dobbiamo fidarci della parola, è il solo mezzo che abbiamo a disposizione per poter comunicare. Fidarci… fiducia: un sentimento che sfugge alla ragione. E ben vengano, a tal proposito, gli psicanalisti a rattoppare qual che la vita mondana ha devastato.

  8. antonio sagredo

    Leggendo la prefazione di Paolo Statuti e poi il testo di Urszula Kozioł due parole hanno fermato la mia lettura. La prima è Horrendum (2010) che è il titolo della ultima raccolta della Kozioł; la seconda è la parola “tremendum” scritta nel testo dalla poetessa che è forse la cartina da tornasole della poesia del poeta Bolesłav Lesmian; e agginugo il mio “montrum” (dalla raccolta “Poesie mostruose” del 2015.
    Dunque bisognerebbe iniziare dai vari significanti e significati di questi tre termini per scoprire poi alla fine di ogni possibile o probabile analisi poetica dei versi di qualsiasi poeta nelle varie epoche storiche o non storicizzate, che fanno parte del bagaglio, direi naturale, proprio del poeta e che senza di essi, i termini, non vale nemmeno la pena di scrivere un verso!
    Tanto è che sia la Natura che l’Uomo non possono farne a meno di questi, altrimenti la loro rispettiva scomparsa è cosa certa. Il poeta Stanisław Barańczak (citato dallo Statuti) riferisce che nella poesia della poetessa “Il mondo dell’uomo e il mondo della natura sono presenti (…) come mondi pericolosamente isolati e ostili: se qualcosa li unisce, è il rapporto di reciproca intransigente lotta, a causa della quale l’uomo coesiste con la natura in uno stato di equilibrio instabile, che in qualsiasi momento può far pendere il piatto della bilancia verso la rovina umana”.
    Non posso essere che d’accordo in parte, e che secondo me sarebbe stato più consono scrivere, dato il tema così aperto e assurdo, che a causa di questa lotta è la Natura che coesiste con l’Uomo – e non viceversa, “in uno stato dì equilibrio instabile”, e che è la Natura a determinare la rovina umana, e non viceversa, e cioè l’uomo determina la rovina della Natura, non quella umana.
    Che poi la rovina della Natura è anche la rovina umana o viceversa è altro discorso.
    E in tutto ciò si pone la contraddizione che nonostante l’Horrendum, la Natura è egualmente ammirata … nonostante “l’immagine del mondo è inteso come minaccia”, nonostante il Tempo trascorra indisturbato. A essere minacciato allora secondo la poetessa non è il Tempo ma lo Spazio entro cui si vive – o si esiste? – lo Spazio appunto che ci illude “di essere qualcuno diverso da quello che si è di solito, di essere se stessi diversamente”.
    Questo Spazio entro cui il “diventare” della poetessa deve essere concreto, forse più che umano, perché l’umano poi è meno importante della forza della parola stessa che esige l’imperativo categorico di esistere, perché è sola la parola l’unica “forza” che permette di scongiurare il Nulla,
    generando da questa “nuove esistenze”.
    E allora la poetessa soltanto adesso può affermare con certezza che è unicamente la Poesia in grado, attraverso i versi e i versi attraverso le parole, di stracciare sia lo Spazio che opprime e sia il Tempo anagrafico, di condurre l’Uomo oltre la propria esistenza, e in questa nuova essere, diventare, un altro: “qui” e “ora”.
    Ed è per questo motivo che la Kozioł può, oramai liberata dalle due dimensioni, unire e collegare i Poeti di epoche diverse e apparentemente lontanissime, e affermare che leggendo la poesia da Saffo o Omero fino ai suoi (nostri) stessi giorni non sente il trascorrere di alcuna assenza o mancanza, ma soltanto la loro Presenza ovunque: che sia Orazio, Pierre de Ronsard fino a Rimbaud, fino all’amato Leśmian (dopo aver trascorso i suoi poeti nazionali da Kochanowski ai tre bardi nazionali dell’800)… e allora da qui la tentazione suprema di una Poesia metafisica e mistica si fa preponderante.
    E tutto ciò perché la poetessa celebra, come sacrosanto e giusto, la parola come unica “forza” (per me è possanza!) che fa “diventare” il sogno del ricordo e il sogno dell’oblio i due estremi entro i quali noi oscilliamo… è sempre la parola “col suo ritmo, la sua vibrazione e la sua melodia” a dire
    la suprema e ultima… parola!
    Questa parola la insegue e la persegue fin dall’infanzia, la libera e la circostanzia, la studia, la osserva, un poeta segugio insomma fino a che dalla parola si generi una luce, una illuminazione
    che vale migliaia di riflessioni filosofiche, in grado di distruggere la consuetudine e le abitudini linguistiche – vere nemiche del poeta! – a cui impediscono l’ascesa, quella altezza da cui si può iniziare al ritornare, al ricordare… : che cosa siamo, in fondo? –

    Da questa consapevolezza la forza della parola poetica si fa soltanto stupore quasi alla Pasternàk : “qualcosa che al tempo stesso è come se non esistesse”.
    Mi ricordava l’amico poeta e filosofo ateista Andrzej Nowicki che tanti sono i poeti polacchi debitori a Pasternàk e come questi tanti debiti aveva contratto coi poeti polacchi.
    La Kozioł dopo tanto insistere e riflettere sulla parola poetica, sulla stessa Poesia si domanda infine: cosa è la Poesia?
    Interrogativo sublime e banale allo stesso tempo, perché la risposta non la può dare mai il poeta,
    perché come l’interrogativo anche la risposta è sublime e banale; di certo per me è banale e difatti la poetessa dichiara che “è un Mistero, è un dono”.
    E davvero così? : è meglio non rispondere affatto!
    Poi incalza: “Ma dato per sempre?”
    E qui fa capolino il lirico Hölderlin.

    E poi la riflessione finale che più “della indecifrabilità del messaggio o dell’aumentare degli ostacoli nei luoghi degli incontri” alla poetessa importa molto di più la comprensibilità, la semplice e umana preghiera del farsi comprendere per volere comprendere l’altro. il prossimo, e questo è orrendamente, “incredibilmente difficile”.
    Anche qui, è meglio tacere.

    Qui è appunto l’Horrendum!
    ————————————
    a. s.

  9. gino rago

    Dice nel suo commento Lucio Mayoor Tosi: ” Ma dobbiamo fidarci della parola, è il solo mezzo che abbiamo a disposizione per….”
    Un esempio quasi dimenticato in Palazzeschi che mi permetto di ri-proporre
    con un breve commento.

    Gino Rago
    POESIA CONTEMPORANEA = Aldo Palazzeschi

    Aldo Palazzeschi (1885-1974)

    “Lo Scrittore”

    Scrivere scrivere scrivere…
    Perché scrive lo scrittore?
    C’è modo di saperlo?
    Si sa?
    Per seguire una carriera come un’altra
    o per l’amore di qualche cosa?
    Chi lo sa.
    Amore della parola
    per vederla risplendere
    sempre più bella, lucida, maliosa,
    né mai si stanca di lucidarla.
    Per questa cosa sola
    senza neppure un’ombra
    della vanità?
    Scrive con la speranza
    di trovare una mano sconosciuta
    da poter stringere nell’oscurità.
    *
    (da Via delle cento stelle)

    COMMENTIDI GINO RAGO

    In questa sua lirica la «febbre» espressiva di Aldo Palazzeschi (Aldo Giurlani il suo vero nome) si fa quasi ansia di comunicazione se non aspirazione ansiosa alla fratellanza di un uomo, coincidente con l’Io poetico, che manifesta il terrore della solitudine, di un uomo-poeta che non vuole restar solo perché non può sentirsi solo. Desidera febbrilmente l’accensione di un palpito di solidarietà con i fratelli (possiamo dire «i suoi lettori») smarriti, sperduti nell’oscurità del vivere in un mondo anch’esso senza luce.

    Talune istanze didascaliche, ancorché più forti e più diffuse nella poesia di Rebora già in precedenza commentata, perdurano anche in questi versi . Ma in Palazzeschi vibra continuamente la domanda sul significato del proprio lavoro letterario, rincorrendo quasi la sentenza gelida, e saggia, nello stesso tempo, di colui che contempla gli uomini e le cose del mondo dall’alto di una specola privilegiata, ovvero di un osservatorio speciale: quello del poeta consapevole.

    Tuttavia in questi versi non è difficile cogliere anche la requisitoria mordace contro inclinazioni classicistiche, contro istanze estetizzanti proprio nel ritmo prosastico e nel tono diciamo “iconoclasta” e irriverente dei suoi versi e che anche per questo entra di diritto nel substrato della sensibilità contemporanea.

    Un’altra cifra, comune ai due “frammentisti vociani”, va individuata nell’adesione di Rebora e di Palazzeschi all’arcinota affermazione di Gertrude Stein: «Scriviamo per noi stessi e per gli sconosciuti».

    Affermazione che con Harold Bloom possiamo ampliare nell’apoftegma direi “parallelo”:

    «leggiamo per noi stessi e per gli sconosciuti», nell’ardente speranza di imbatterci nel potere estetico di un’opera o più semplicemente in quella che Charles Baudelaire definì «la dignità estetica» di un’opera poetica.

    Appartata e singolare viene giudicata da certa critica l’esperienza poetica di Aldo Palazzeschi, qua e là capace di rifarsi ad alcune istanze cubiste deformando in una sorta di collages fatti di malinconia sia lo squallore di ciò che lo circondava, sia le strade sentite dal poeta come veicoli pubblicitari o come simboli del vuoto urbano che lo assaliva, incalzandolo nelle sue rare camminate in città, ma senza mai abbandonare la parola di poesia.

    Parola poetica da Palazzeschi sempre «abitata» nel suo perimetro del dire, parola di poesia sentita sempre come l’unica speranza e/o possibilità di potere stringere una mano « amica» , anche se di uno sconosciuto, nella oscurità, nella spesso troppo lunga mezzanotte del suo mondo, senza vanità.

    Gino Rago

  10. gino rago

    Dice nel suo commento Lucio Mayoor Tosi: ” Ma dobbiamo fidarci della parola, è il solo mezzo che abbiamo a disposizione per….”
    Un esempio quasi dimenticato in Palazzeschi che mi permetto di ri-proporre
    con un breve commento.

    Gino Rago
    POESIA CONTEMPORANEA = Aldo Palazzeschi

    Aldo Palazzeschi (1885-1974)

    “Lo Scrittore”

    Scrivere scrivere scrivere…
    Perché scrive lo scrittore?
    C’è modo di saperlo?
    Si sa?
    Per seguire una carriera come un’altra
    o per l’amore di qualche cosa?
    Chi lo sa.
    Amore della parola
    per vederla risplendere
    sempre più bella, lucida, maliosa,
    né mai si stanca di lucidarla.
    Per questa cosa sola
    senza neppure un’ombra
    della vanità?
    Scrive con la speranza
    di trovare una mano sconosciuta
    da poter stringere nell’oscurità.
    *
    (da Via delle cento stelle)

    COMMENTO (di gino rago)

    In questa sua lirica la «febbre» espressiva di Aldo Palazzeschi (Aldo Giurlani il suo vero nome) si fa quasi ansia di comunicazione se non aspirazione ansiosa alla fratellanza di un uomo, coincidente con l’Io poetico, che manifesta il terrore della solitudine, di un uomo-poeta che non vuole restar solo perché non può sentirsi solo. Desidera febbrilmente l’accensione di un palpito di solidarietà con i fratelli (possiamo dire «i suoi lettori») smarriti, sperduti nell’oscurità del vivere in un mondo anch’esso senza luce.

    Talune istanze didascaliche, ancorché più forti e più diffuse nella poesia di Rebora già in precedenza commentata, perdurano anche in questi versi . Ma in Palazzeschi vibra continuamente la domanda sul significato del proprio lavoro letterario, rincorrendo quasi la sentenza gelida, e saggia, nello stesso tempo, di colui che contempla gli uomini e le cose del mondo dall’alto di una specola privilegiata, ovvero di un osservatorio speciale: quello del poeta consapevole.

    Tuttavia in questi versi non è difficile cogliere anche la requisitoria mordace contro inclinazioni classicistiche, contro istanze estetizzanti proprio nel ritmo prosastico e nel tono diciamo “iconoclasta” e irriverente dei suoi versi e che anche per questo entra di diritto nel substrato della sensibilità contemporanea.

    Un’altra cifra, comune ai due “frammentisti vociani”, va individuata nell’adesione di Rebora e di Palazzeschi all’arcinota affermazione di Gertrude Stein: «Scriviamo per noi stessi e per gli sconosciuti».

    Affermazione che con Harold Bloom possiamo ampliare nell’apoftegma direi “parallelo”:

    «leggiamo per noi stessi e per gli sconosciuti», nell’ardente speranza di imbatterci nel potere estetico di un’opera o più semplicemente in quella che Charles Baudelaire definì «la dignità estetica» di un’opera poetica.

    Appartata e singolare viene giudicata da certa critica l’esperienza poetica di Aldo Palazzeschi, qua e là capace di rifarsi ad alcune istanze cubiste deformando in una sorta di collages fatti di malinconia sia lo squallore di ciò che lo circondava, sia le strade sentite dal poeta come veicoli pubblicitari o come simboli del vuoto urbano che lo assaliva, incalzandolo nelle sue rare camminate in città, ma senza mai abbandonare la parola di poesia.

    Parola poetica da Palazzeschi sempre «abitata» nel suo perimetro del dire, parola di poesia sentita sempre come l’unica speranza e/o possibilità di potere stringere una mano « amica» , anche se di uno sconosciuto, nella oscurità, nella spesso troppo lunga mezzanotte del suo mondo, senza vanità.

    Gino Rago

  11. Scusate ma sono commenti che riguardano Urszula Kozioł, in caso affermativo perché non c’è un riferimento alla sua poesia?

    • caro Paolo Statuti,

      come sai la rivista è libera, libera vuol dire che ciascuno si deve sentire libero anche di parlare d’altro, d’altro, per poi magari tornare al poeta e alle poesie postate con uno sguardo estraniato. Più che fare commenti ai testi che sanno di scolastica e di scolapiatti, preferiamo muoverci lungo linee liminali e laterali, dire altro da altro. Io ad esempio ho postato due poesie, una di Dante Alighieri e l’altra di Ciro di Pers, entrambe connotate da un linguaggio perfettamente omogeneo, tal ché quel linguaggio può durare nel tempo, nel tempo della piccola eternità che è concessa ai mortali, perché nel frattempo la lingua ha traslocato ed è diventata altra, ed occorre un nuovo linguaggio, una nuova omogeneizzazione linguistica per raffigurare l’attimo della storia della poesia.

      Dal lavoro delle tue traduzioni, la Koziol emerge come una poetessa di tutto rilievo, ma io preferisco delle poesie che hai tradotto, questo stralcio:

      busso a me stessa
      nessuno
      busso alla porta
      nessuno
      suono
      niente
      dove sono
      dove mi sto cacciando

      che brilla per essenzialità, dove ogni parola è talmente piena che non può essere sostituita da altre parole. Per lo più i poeti amano dilungarsi, ma è sbagliato, dovrebbero capire quando fermarsi, quando una poesia è terminata, anche dopo poche parole messe in colonna.

      Apprezzo in particolar modo le poesie dove l’impronta esistenziale è maggioritaria, meno quelle dove le poesie sono più descrittive. Apprezzo in particolare di più (ma per mia deformazione professionale) quelle dove l’io non è presente in avanscena, dove si defila o si nasconde.

    • Semo così.
      Un po’ fatti senza pennello.
      Ci piace cincischiare. Mischiare, tradurre.
      Sapemo anche apprezzà.

      Non se ne faccia un cruccio caro Statuti.

      Queste digressioni solo l’anima dell’OMBRA.
      senza le quali saremmo soltanto luce.

      Dove crescono i licheni.

      Un abbraccione, con stima.

      (Grazie OMBRA)

  12. Davvero sentirei volentieri la sua voce…

    Ho trovato questo link…

    Che felice scoperta
    grazie Statuti.
    Saluti OMBRA!

    • Caro Giorgio,

      capisco i tuoi intenti
      ma con i miei poeti,
      vorrei commenti attinenti,
      se per te sono inconsueti,
      come per me le liminali,
      volerò lontano dall’Ombra
      con le mie fedeli ali,
      come delusa colomba…

      Un grazie di cuore a Mauro Pierno e un plauso al suo gusto poetico.

    • gino rago

      Invito anche Paolo Statuti a soffermarsi sulle due sensibilità poetiche e i due temperamenti lirici, all’insegna ambedue dell’ironia agra di Koziol e di Palazzeschi quando i due si interrogano sulle vie tortuose e i misteri dell’ars poetica:

      1-
      Ursula Koziol
      Scherzo

      Ho provato a scrivere una poesia
      senza conservanti
      già tre giorni dopo
      non sapevo più cos’era
      cos’era
      a lungo dopo ho dovuto
      dare aria alla lingua

      2-
      Aldo Palazzeschi
      Lo Scrittore”

      Scrivere scrivere scrivere…
      Perché scrive lo scrittore?
      C’è modo di saperlo?
      Si sa?
      Per seguire una carriera come un’altra
      o per l’amore di qualche cosa?
      Chi lo sa.
      Amore della parola
      per vederla risplendere
      sempre più bella, lucida, maliosa,
      né mai si stanca di lucidarla.
      Per questa cosa sola
      senza neppure un’ombra
      della vanità?
      Scrive con la speranza
      di trovare una mano sconosciuta
      da poter stringere nell’oscurità.
      *
      (da Via delle cento stelle)

      (gino rago)

  13. Talìa

    Per carità, non facciamo scappare Paolo Statuti, egli è prezioso per la conoscenza che porta e per il grande lavoro di traduzione che porta avanti. Ed ha anche ragione nel pretendere commenti attinenti e dialettici. Personalmente non sono in grado di collocare la poesia di Ursula Kozioł in un determinato habitat poetico, né tantomeno di ragionare su collegamenti tra la sua poesia e altri coevi del suo tempo che non siano italiani, francesi, spagnoli, o quantomeno europei e maggioritari, per una mia grande ignoranza in merito.
    Un tale lavoro di traduzione da parte di Statuti merita comunque una riflessione.
    Mi colpisce il titolo di una raccolta di poesia di Ursula, Cubi di Gomma, così come l’affermazione ” mi piace fare una chiacchierata con Circe o con Ulisse o Rimbaud”, perché questo pensiero racchiude la magia, il viaggio e la visione come “la rosa che non si cura della rima inserita nella delicata strofa
    ma sa che è una rosa.”
    Vi sono alcuni versi su cui sarebbe possibile fare un ragionamento articolato, stralci su cui è possibile vedere un qualche segno dei tempi e una qualche moralità personale, anche se sono lampi qui e là, almeno nella silloge proposta:
    “ormai nessuno ha più diritto di venire al mondo
    ormai niente qui ha più diritto di succedere”

    Anche io come Giorgio di Ursula apprezzo i versi
    busso a me stessa
    nessuno
    busso alla porta
    nessuno
    suono
    niente
    dove sono
    dove mi sto cacciando
    i quali mi ricordano una poesia della Szymborska, Busso alla porta di una pietra.

    E’ un gran mistero la fortuna di certi autori e la secondarietà di altri.

  14. Grazie Talìa, ma qui chi decide è Giorgio, che a quanto pare non gradisce troppo i poeti che io traduco…

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